Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato su quanto accaduto in seguito al respingimento di una persona dalla Francia alla frontiera di Ventimiglia nella sera del 10 luglio: ancora una deportazione per chi non ha documenti “che contano”. Ancora repressione per chi lotta contro frontiere, galere e cpr.
SUI FATTI DI MALPENSA
Venerdì 11 luglio si apprende la notizia dell’imminente deportazione di un ragazzo gambiano, arrestato il giorno prima in Francia ed espulso in Italia. La deportazione sarebbe dovuta avvenire dall’aeroporto di Malpensa con il volo AT00951 delle 18.05 diretto a Casablanca, della compagnia aerea Royal Air Maroc. Quattro compagnx da Milano si sono mobilitatx per recarsi all’aereoporto con l’intenzione di distribuire dei volantini per informare i passeggeri di ciò che sarebbe accaduto.
Infatti la volontà delle persone a bordo e del pilota incide sulla possibilità di fare partire o meno l’aereo e quindi fermare la deportazione.
Varcata la soglia dell’aeroporto, prima ancora di aver raggiunto la fila di persone nell’area check-in e senza aver distribuito neanche un volantino, lx compagnx sono statx circondatx da un cospicuo numero di agenti di polizia e digossini, per poi essere trattenutx in stato di fermo. Poco dopo l’identificazione, le forze dell’ordine hanno proceduto con la perquisizione delle borse e il sequestro di qualche volantino. Al termine delle 5 ore di fermo in aereoporto, lx compagnx sono statx rilasciatx con denuncia a piede libero per i seguenti reati: istigazione a delinquere, attentanto alla sicurezza dei trasporti e interruzione di pubblico servizio. Inoltre, sono stati notificati 4 fogli di via della durata di 3 anni dall’aeroporto e dai comuni limitrofi (Ferno e Somma Lombardo). L’aereo ha preso il volo e il ragazzo gambiano è stato deportato “con successo”.
Riflettendoci, non ci sorprende la presenza degli sbirri in questo contesto e la ridicola sproporzione dei capi d’accusa rispetto all’azione che peraltro non si è realizzata (e lo comunichiamo con rammarico).
È chiaro il messaggio della Questura di Varese: l’areoporto di Malpensa è un luogo estremamente securizzato nel quale non può essere tollerata alcuna espressione di lotta. Ma soprattutto è evidente come lo Stato abbia un enorme interesse a non voler alcun intoppo nella macchina delle deportazioni ed è quindi pronto a dispiegare il suo apparato repressivo per far in modo che ciò non avvenga.
Quanto detto finora è funzionale alla tutela dei privilegi di chi detiene il Potere all’interno della fortezza Europa e non solo, e si inserisce all’interno di un progetto di controllo delle migrazioni sempre più stringente: la creazione e il pattugliamento dei confini; la costituzione di un sistema di leggi che si basa sull’individuazione di un “nemico” interno, e la criminalizzazione di chi viene targhettizzato come tale; l’esistenza di lager in cui le persone vengono recluse con la sola colpa di non avere i documenti giusti e le torture che lì dentro vengono perpetrate; la repressione che punisce qualsiasi tentativo di rivolta e mira a distruggere i legami di solidarietà che si creano dentro e fuori; fino alla deportazione forzata tramite voli di linea e voli charter appositamente designati a questo scopo.
Tutti questi ingranaggi mortiferi vanno ad arricchire schiere di spregiudicati attori: basti pensare alle cooperative a cui lo Stato delega la gestione dei cpr (che poco interesse hanno dei reclusx quanto sul lucrare il più possibile tramite gli appalti che vincono), oppure alle compagnie aeree attraverso cui vengono deportate le persone.
Queste politiche si fondano sulla configurazione di un Sistema mondo coloniale, bianco, occidentalocentrico e capitalista che si basa sulla creazione di categorie di razza e civiltà e sulla loro gerarchizzazione.
Ciò determina l’attuale ordine globale tra stati e l’ordine di privilegi all’interno di essi che giustificano lo sfruttamento sistemico.
La tensione alla libertà che ci spinge a lottare è più forte di qualsiasi tentativo di soffocarla. Non ci faremo intimorire dalle misure adottate dalla Questura di Varese, che non fanno altro che alimentare la nostra rabbia nei confronti di questo Sistema liberticida e di chi lo sostiene. Il meccanismo delle frontiere e della loro protezione non fiaccherà la pulsione che spinge le persone ad attraversarle, e con essa nemmeno la nostra solidarietà e complicità.
Per un mondo senza Stati, frontiere e galere. Sempre solidali con chi viene oppressx e con chi si ribella.
Dieci anni fa a giugno veniva chiusa la frontiera franco Italiana. In memoria di questa triste ricorrenza ma anche delle lotte e movimenti nati come reazione alla chiusura, ci sono stati degli eventi sparsi nel territorio di confine italiano e francese, tra cui una preghiera interreligiosa al memoriale di ponte San Ludovico e la proiezione di un film a Saorge sul movimento di resistenza nato ai Balzi Rossi nel 2015. Questa ricorrenza è fatalmente concomitante con la Giornata Internazionale del Rifugiato del 21 giugno. Mentre in città a Ventimiglia il sindaco Di Muro incolpa “i migranti” per il mancato rispetto degli standard ministeriali di raccolta differenziata comunale, nella provincia di Imperia le forze del disordine hanno emanato 47 ordini di allontanamento e causato 59 espulsioni a danno di persone “irregolari”. C’è anche stato un arrestato a Bordighera, portato poi al CPR di Torino. Le persone imputate di reato sono definite da alcuni giornali come “cittadini di matrice extracomunitaria”, patetica categorizzazione ed imbarazzante neologismo che nasconde tutti i pregiudizi razzisti e islamofobi e che richiama l’epiteto, più in voga 10 anni fa da queste parti, del terrorismo di matrice islamica.
Divieto per la nave Artic Sunrise di Greenpeace di entrare in acque francesi per avvicinarsi a Nizza dove si svolgeva il One Ocean Science Congress e conferenza ONU sugli oceani tra il 8 e il 13 giugno. La nave ha quindi stazionato al porto di Ventimiglia. Durante il tanto temuto congresso l’apparato di sicurezza è stato rafforzato con +5000 gendarmi, 2 elicotteri e svariati droni.
Il 18 e 19 giugno c’è stata un’operazione speciale di polizia, con controlli nelle stazioni, sui treni e sugli autobus nel territorio francese di confine. L’operazione viene descritta come di contrasto all’immigrazione irregolare e segue un’operazione simile effettuata il 20 e 21 maggio che ha portato all’arresto di 750 persone, raggiungendo un incremento del 30% dei già numerosi arresti.
Inizio della raccolta fondi per permettere alla famiglia di Moussa Balde di testimoniare al processo contro il CPR di Torino. I soldi serviranno per coprire le spese di viaggio, come il costo dei biglietti aerei e dei visti, e per le spese di permanenza di un mese e mezzo a Torino. Il crowdfunding si può trovare su papayoux-solidarite.com
Il 28 giugno c’è stata una manifestazione a Diano Marina contro la possibile apertura di un CPR all’interno della ex caserma Camandone di Diano castello. La manif promossa da Ponente contro il CPR ha visto la partecipazione di gruppi e collettivi prevalentemente liguri, in un corteo grande qualche centinaia di persone che dal lungo mare è arrivato fino all’ingresso della caserma.
Riceviamo e pubblichiamo il seguente report sulla situazione nel territorio di Ventimiglia e frontiera nel mese di maggio 2025
Maggio 2025 A Ventimiglia
A Maggio il numero di presenze di persone in movimento, soprattutto di minori non accompagnati, aumenta a Ventimiglia, probabilmente sulla scia dell’aumento del numero di sbarchi in Italia negli ultimi mesi. Una sera gruppi solidali hanno distribuito fino a 130 pasti.
Verrà aperto un secondo PAD (punto d’accoglienza diffusa) per uomini soli in transito, nonostante la giunta Fdl si sia da sempre schierata contro. Le minacce di sgomberi imminenti comunque non si placano, spingendo molte persone a muoversi da sotto il ponte di via Tenda e ad accamparsi in zone della città ancor più limitrofe.
15 persone stipate in un container sono partite con un camion merci da Ventimiglia per poi essere fatte scendere e portate in questura per identificazione a Castelsangiovanni, Piacenza. Tre le persone 4 bambinx.
Il 14 Maggio una persona viene trasferita al CPR di Gradisca D’Isonzo dopo che la polizia ha fatto irruzione nella sua abitazione, sequestrando della merce contraffatta. Si conferma il canale Ventimiglia- CPR che da 3 mesi a questa rapisce e rinchiude persone nei lager CPR di tutta Italia.
Presentato il 26 maggio il progetto per il rifacimento e imbruttimento della “Piazza Italia” al valico di frontiera di Ponte San Ludovico, con la distruzione del memoriale dedicato alle persone in transito morte o sparite a causa della frontiera. Cancellare il memoriale è un viscido tentativo di cancellare un monumento scomodo, che parla della vita delle persone e della violenza della frontiera, per invece celebrare già dal suo ingresso uno stato razzista e assassino.
Il comune riceve 40000€ dal ministero dell’interno per “ripulire le aree attraversate dai migranti” che si traduce in sgomberi del greto del Roya e di via Tenda, di rimozione di vestiti e coperte lungo i sentieri di montagna che portano in Francia.
Il collettivo Ponente contro il CPR si è trovato nuovamente in assemblea per continuare ad organizzarsi ed esprimersi contro la costruzione del CPR a Diano Castello e altrove. Appuntamento in piazza per una manifestazione il 28 giugno.
Altri appuntamenti sono programmati per il 10 anniversario dalla chiusura della frontiera, a Saorge il 14 giugno per una serata con discussioni ed proiezione di un film.
Riceviamo e pubblichiamo il quinto resoconto dal monitoraggio in frontiera sulle violente dinamiche di controllo del confine attuate tra Ventimiglia e Mentone dalle polizie francese e italiana. Per leggere i precedenti report sul monitoraggio in frontiera: report marzo-aprile 2025 report febbraio-marzo 2025 report novembre-gennaio 2025 report ottobre-novembre 2024
Il testo originale è in inglese. (English version below)
Questa breve cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi di frontiera e dai suoi agenti alla frontiera interna tra Francia e Italia, sul Mar Mediterraneo, è un resoconto incompleto e ben contestuale. Rappresenta la situazione dal punto di vista di persone che osservano (spesso bianche) con cittadinanza europea e, di conseguenza, tralascia innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che lottano e resistono per la libertà di movimento. È quindi un quadro molto parziale e limitato della situazione, che esclude le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM) e dei sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi). Anche i numeri dei respingimenti e degli episodi qui citati, rappresentano solo una panoramica momentanea della situazione alla frontiera – non riflettono i numeri dei respingimenti che osserviamo durante i monitoraggi regolari (attualmente circa 30 al giorno), né descrivono in modo adeguato tutti gli episodi di violenza che osserviamo a questa frontiera.
28 aprile
In questa giornata, otto persone vengono respinte dalla Francia all’Italia senza avere accesso a un interprete che fornisca informazioni sulla procedura a cui sono sottoposte, né informazioni sui loro diritti durante la custodia. Tra loro vi è una persona minorenne che avrebbe avuto diritto a un posto sicuro dove stare in Francia. Fino a tarda sera, altre tre persone restano in stato di fermo presso la stazione di polizia, dove vengono interrogate per ore riguardo al loro percorso di viaggio.
5 maggio
Durante tutto il mese di maggio 2025, il numero di persone in movimento che arrivano in Italia è stato il più alto degli ultimi 15 mesi. Di notte, le celle nel seminterrato della stazione di polizia di frontiera francese sono affollate di persone in attesa del respingimento. Inoltre, le autorità locali di Ventimiglia continuano ad annunciare lo sgombero dei precari luoghi di riparo delle persone in movimento e dei sans-papiers sotto il ponte.
In questa giornata, la polizia francese entra più volte in territorio italiano (anche in borghese con diverse auto civili della polizia). Inoltre, una persona in possesso di documenti di viaggio validi subisce un controllo razzista sul treno per la Francia e viene respinta in Italia.
6 maggio
Mentre nove persone in movimento vengono arrestate in Francia e respinte in Italia, la stazione di polizia francese rimane ancora affollata di persone in movimento in stato di arresto. Due di queste nove persone ricevono un decreto di espulsione dall’Italia (e dall’intera area Schengen) da parte della polizia italiana. Per poter restare in Europa in sicurezza, ora dovrebbero affrontare una lunga e logorante procedura giudiziaria, per la quale al momento non hanno né le energie né le risorse necessarie.
12 maggio
Tra le tre persone respinte dalla Francia all’Italia vi è una persona nata in Italia che, nonostante abbia vissuto lì per tutta la vita, non ha mai avuto accesso a documenti di viaggio che la proteggano dalle pratiche di respingimento della polizia di frontiera francese.
15 e 21 maggio
In entrambe queste giornate, almeno dieci persone respinte non hanno avuto accesso a un interprete durante la procedura di respingimento.
22 maggio
Tra le persone respinte dalla Francia all’Italia vi è un uomo fermato vicino alla città di Nizza in autostrada e posto in stato di fermo. Quando chiede ai poliziotti francesi informazioni sui suoi diritti (accesso alla traduzione, informazione sui diritti, verbale della procedura a cui è sottoposto – procès verbal…), gli viene semplicemente detto di firmare il foglio di espulsione (arrêt de réadmission). Quando rifiuta, gli agenti gli dicono che ora è in custodia (garde à vue). Viene poi rilasciato e respinto in Italia alcune ore dopo, con un foglio di espulsione firmato da qualcuno in caserma al posto suo.
26 maggio
Tra le 14 persone respinte in un breve lasso di tempo ci sono sette minorenni. Tutti avevano trascorso la notte in cella. Nessuno di loro parla francese, la maggior parte non capisce l’inglese. Non hanno avuto accesso a nessun interprete. Uno di loro ha un documento che attesta che è stato salvato in mare nel Mediterraneo quattro giorni prima e che ha 17 anni. Sulla carta di espulsione della polizia francese, però, è stata scritta l’età di 19 anni, che non è corretta. Racconta di aver mostrato il documento del salvataggio ai poliziotti, che hanno semplicemente deciso di ignorare lo status di protezione che gli spetterebbe come minorenne.
9 giugno
Durante un breve lasso di tempo, dieci persone vengono respinte questo giorno. Quattro di loro erano state arrestate nel centro di Mentone. Tutti e quattro si sono visti sequestrati i telefoni cellulari dalla polizia. Raccontano di aver protestato, ma sotto la pressione degli agenti non hanno avuto scelta. Hanno visto che la polizia annotava i numeri di serie dei telefoni e inseriva dei codici (senza poter vedere cosa facevano esattamente). Non hanno ricevuto alcuna documentazione scritta della procedura, né vi è menzione della violazione della loro privacy sui fogli di espulsione, il che li priva della possibilità di presentare reclami futuri.
10 giugno
Anche in questo giorno le persone respinte dalla Francia all’Italia erano state fermate in un controllo razzista nel centro di Mentone.
11 giugno
Durante un vertice nella città di Nizza, la stazione di Nice St. Augustin è piena di polizia antisommossa (CRS) e gendarmeria che effettuano controlli razzisti sui passeggeri fermi e stretti in un imbuto. Le persone fermate, controllate e trattenute pubblicamente sono state costrette a fornire il PIN dei loro telefoni e, una volta sbloccati, la polizia ha scattato foto del contenuto dei dispositivi e li ha confiscati temporaneamente. Nessuno di loro ha ricevuto documentazione della procedura, il che li priva della possibilità di presentare denuncia per la violazione dei propri diritti.
16 giugno
Le quattro persone respinte dalla Francia all’Italia la mattina di questo giorno avevano passato la notte in cella senza riuscire a dormire a causa del caldo. La notte insonne si aggiunge allo stato di angoscia in cui si trovano al momento del respingimento in un paese dove non hanno alcun legame e dove non avevano intenzione di fermarsi.
17 giugno
Mentre l’insediamento precario sotto il ponte di Ventimiglia è ancora minacciato di sgombero, lasciando le persone senza un luogo dove riposarsi, alcune delle persone arrestate dalla polizia di frontiera francese vengono trattenute fino a due notti. In questa giornata, tra le cinque persone respinte in breve tempo oltre la frontiera franco-italiana, una di esse racconta che la polizia francese ha preso e ispezionato il contenuto del suo telefono. Non riceve alcun documento che certifichi il respingimento o l’arresto né dalla polizia francese né da quella italiana, e si ritrova bloccato nella città di Ventimiglia, dove non era mai stato prima.
english version
This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterranean Sea is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of (often white) observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents). Also the numbers of push backs and incidents cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularly monitoring at the border (currently about 30 per day), nor do they adequately picture all violent incidents that we observe at this border.
28th of April
On this day eight people are pushed back from France to Italy without seeing a translator providing information about the procedure they are being subjected to and without information about their rights in custody. Amongst them is one person who is underage and would have had the right to a safe place to stay in France. Until the late evening three other people are still being held in the police station where they are being interrogated about their travel route for several hours.
5th of May
During all of May 2025 the number of people on the move arriving in Italy is the highest since 15 months. At night the cells in the basement of the french border police station are crowded with people awaiting their pushback. In addition the local authorities of Ventimiglia keep announcing the expulsion of the precarious sleeping places of people on the move and people without papers under the bridge.
On this day french police is driving (also in several civil police cars) several times into the italian territory. Also one person who is in the possession of valid travel documents is being subjected to a racist police control on the train to France and pushed back to Italy.
6th of May
While nine people on the move are being arrested in France and pushed back to Italy, the french police station is still crowded with people on the move who are still under arrest. Two of the nine people on the move are being given an expulsion from Italy (and from the entire Schengen zone) by the Italian police. In order to remain safe in Europe they would now have to go through a draining juridical procedure for which they lack the necessary energy and resources at this point of their journey.
12th of May
Amongst the three people who are being pushed back from France to Italy one person is born in Italy and despite living there all his life never had access to the travel documents that would keep him safe from the pushback practices of the french border police.
15th and 21st of May
On both of these days at least ten people who were pushed back had no access to translation during the pushback procedure.
22nd of May
Amongst the people pushed back from France to Italy is a man who was stopped near the city of Nice on the highway and taken into custody. When he asks the french police about his rights in custody (to have access to translation, to be informed about his rights, to receive a written account of the legal procedure he is being subjected to (procès verbal), …) they simply tell him to sign the expulsion paper (arrêt de readmission). As he refuses to sign he is being told by the french police officers that he is now under arrest (garde à vue). He is released from the french police station and pushed back to Italy several hours later with an expulsion paper that somebody in the police station had signed for him.
26th of May
Amongst the 14 people pushed back in a short period of time during this day are seven minors. All of them had spend the night in the police cell. None of them speak french, most of them do not speak or understand english. They had no access to translation. One of them has a paper stating that he was saved in a sea rescue operation in the Mediterranean a four days ago and that he is 17 years old. On the expulsion paper that he was given by the french border police he was assigned the age of 19 which is not true. He claims to have showed the paper from the rescue operation to the french police who simply decided then to erase the status of protection that he would have a right to as a minor.
9th of June
During a short period of time on this day ten people are being pushed back. Four of them had been arrested in the city center of Menton. All of these four people had their phones taken away from them by the police officers. They report that they disagreed with their phones being taken away from them but under the pressure exerted by the police officers they had no choice. They have witnessed that the french police noted the serial number of their phones and typed a code into their phone (they could not see what the police did exactly). They do not receive a written account of the legal procedure they have been subjected to and on their expulsion papers there is no mention of the intrusion into their privacy which is depriving them of the possibility to complain and act against this infraction in the future.
10th of June
Again, on this day the people who are being pushed back from France to Italy have been arrested in a racist police control in the city centre of Menton.
11th of June
During a summit in the city of Nice the train station of Nice St. Augustin is crowded with riot police (CRS) and gendarmerie units subjecting passengers to racist police controls in a bottleneck of the station. The people who are stopped, held and controlled in public are being put under pressure by the police to give them the PIN code of their phones and, once the phones were unblocked, the police officers proceeded to take pictures of the content of the temporarily confiscated phones. None of the persons who were subjected to this procedure in public received any documentation of this procedure which is depriving them of the possibility to complain against this infraction of their rights.
16th of June
The four people who are pushed back from France to Italy in the morning of this day had spend the night in the french police cell where none of them was able to get any sleep because of the heat. The sleepless night that they were forced into adds on to the distress in which they find themselves when being pushed back to a country in which they have absolutely to connections or ties and where they never intended to stay.
17th of June
While the precarious settlement under the bridge in Ventimiglia is still threatened to be expulsed leaving people with absolutely no place for rest, people arrested by the french border police partly experience detention up to two nights. On this day, amongst the five people who are being pushed back across the french-italian border within a short period of time, one person reports that the french police had taken and accessed the content of his telephone. He is not given any papers documenting his pushback and arrest neither by the french nor by the italian police and is stranded in the city of Ventimiglia where he has never been to before.
Riceviamo e pubblichiamo il terzo resoconto dal monitoraggio in frontiera delle violente dinamiche di controllo attuate al confine tra Ventimiglia e Mentone. Per i precedenti report sul monitoraggio al confine: report ottobre-novembre 2024; report novembre-gennaio 2025
Il testo originale è in inglese.
(English version below)
Introduzione:
Questa breve cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi del confine e dai suoi agenti della frontiera europea interna tra Francia e Italia sul Mar Mediterraneo …
… è un resoconto incompleto e situato. Fotografa la situazione dal punto di vista di persone osservatrici (spesso bianche) con cittadinanza europea e quindi tralascia gli innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che lottano per la propria libertà di movimento. È un’immagine molto parziale e limitata della situazione, che tralascia le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM, people on the move) e da quelle sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).
Anche i numeri dei respingimenti e degli incidenti qui descritti sono semplicemente momentanee della situazione al confine – non rappresentano il numero di respingimenti che osserviamo regolarmente durante il monitoraggio alla frontiera (attualmente circa 30 respingimenti al giorno), né rappresentano adeguatamente tutti gli episodi di violenza che osserviamo al confine.
Monitoraggio in frontiera febbraio-marzo 2025 3 febbraio
Una donna incinta che vive a Parigi stava tornando a casa dall’Italia. Quando è arrivata a un controllo di polizia alla frontiera, ha spiegato di dover tornare a casa per una visita medica, e ha anche mostrato la sua tessera di assicurazione sanitaria francese e i documenti per la visita medica alla polizia. La polizia l’ha presa in custodia e si è tenuta tutti i documenti che lei aveva mostrato loro e che dimostravano la sua residenza in Francia. Quando la donna ha chiesto alla polizia di riavere i documenti, questi si sono rifiutati e le hanno detto che “doveva restare con il suo uomo”. La donna è stata riportata in Italia con diverse altre persone quel giorno. La polizia non le ha fornito una documentazione sul respingimento. Né le hanno dato le sue carte che si sono tenuti e han rifiutato di restituirle. La donna si è vista togliere dalla polizia ogni prova della sua residenza in Francia. Non si tratta di un singolo caso isolato, ma purtroppo è una pratica regolare della polizia al confine.
5 febbraio
Una persona tra quelle che sono state respinte in Italia dalla polizia di frontiera in quel giorno aveva trascorso due giorni nella stazione di polizia di Nizza. Non gli è stata fornita alcuna documentazione o spiegazione scritta per la sua detenzione.
11 febbraio
Due minorenni vengono respinti in Italia dalla polizia, anche se sarebbe stato loro diritto legale rimanere in Francia.
20 febbraio
Tra le persone che sono state respinte dalla Francia verso l’Italia quel giorno c’erano due amici che hanno aspettato a lungo che una terza persona, incontrata durante il viaggio, uscisse dalla stazione di polizia dopo di loro. Le persone che sono state respinte più tardi hanno solo visto il suo zaino rosso e nero alla stazione di polizia (portato da un poliziotto in un’altra stanza), ma non la persona in sé. I due amici hanno rinunciato ad aspettare dopo ore, poiché non avevano né il nome né il numero di telefono della persona che era scomparsa nella stazione di polizia. Quel giorno la persona a cui apparteneva lo zaino rosso e nero non è uscita dalla stazione di polizia. È impossibile ricostruire ciò che la polizia ha fatto a quella persona… Questo è solo uno dei tanti esempi di persone che scompaiono violentemente nel tentativo di attraversare il confine e che troppo raramente vengono documentati.
24 febbraio
La polizia di frontiera francese insulta verbalmente le persone che ha rinchiuso in cella e che sta respingendo in Italia.
27 febbraio
Nella stazione della polizia di frontiera francese uomini, donne e altre persone che hanno dovuto passare la notte lì prima di essere rimpatriate sono state messe tutte insieme in un’unica cella. Nessuna separazione tra i generi. Inoltre la polizia ha esercitato pressioni sui detenuti durante un interrogatorio.
5 marzo
Nella stazione di polizia di Nizza una POM è stata ammanettata per per alcune ore senza alcuna spiegazione. Ha dovuto trascorrere dieci ore in diverse stazioni di polizia finché non è stata respinta sul lato italiano. Nessuno di coloro che sono stati respinti in Italia è stato informato dei propri diritti durante la detenzione quel giorno.
7 marzo
Da cosa dipende un passaggio sicuro? Per una donna arrestata dalla polizia al confine, da un involucro di plastica mancante nel suo valido permesso di viaggio. La polizia le ha detto che il documento non era valido senza l’involucro di plastica e che doveva andare in cella con loro. Qui le è stata negata l’acqua durante la permanenza nella stazione di polizia.
Un’altra persona ha detto chiaramente alla polizia di frontiera quando è stata arrestata in Francia che voleva chiedere asilo qui, ma viene semplicemente ignorata e rimandata in Italia. Non si tratta affatto di un caso isolato.
English version
This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterannean Sea …
… is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of (often white) observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents). Also the numbers of push backs and incidents cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularily monitoring at the border (currently about 30 per day), nor do they adequately picture all violent incidents that we observe at this border.
3rd of February
A pregnant woman living in Paris was travelling back home from Italy. When she got in a police control at the border, she explained that she needs to go home for a medical appointment, even showed her French health insurance card and the documents for the medical appointment to the police. The police took her into custody and kept all the documents which proved her residency in France that she had showed to them. When she asked the police to get the documents back they refused and told her that she “should stay with her man”. The woman was bushed back to Italy with several other people on that day. The police did not provide her with any documentation about the pushback. Neither did they provide her with a documentation of her papers that they have kept and refused to give back to her. The woman had every proof of her residency in France taken off her by the police. This is not an isolated single case but sadly a regular police practice at this border.
5th of February
One person among those who were pushed back to Italy by the border police on that day had spent two days in the police station in Nice before. He was not given any documentation or written explanation for his detention.
11th of February
Two minors are pushed back to Italy by the police although it would be their legal right to stay in France.
20th of February
Amongst the people who were pushed back from France to Italy on that day are two friends who were waiting long time for a third person whom they met on their journey to come out from the police station after them. The people who were pushed back later just saw his red and black backpack in the police station (being carried by a policeman to another room) but not the person itself. The two friends gave up waiting after hours since they had neither the name nor the phone number of the person who disappeared in the police station. On that day the person to whom the red and black backpack belonged did not come out of the police station. Impossible to trace what the police has done to that person … This is only one of many examples of people violently disappearing in their attempt to cross this border that are too rarely put on the record.
24th of February
French border police is verbally insulting people they locked in a cell and are pushing back to Italy.
27th of February
In the french border police station men, women and others who had to spend the night there before being pushed back were all together put in one cell. No separation of genders. Also the police exerted pressure on detainees during an interrogation.
5th of March
In the police station in Nice a person on the move was handcuffed for some hours without any explanation. He had to spend ten hours in different police stations until he got pushed back on the Italian side. Nobody of the people pushed back to Italy was informed about their rights in custody on that day.
7th of March
What does a safe passage depend on? For a women arrested by the police at the border on a missing plastic wrapper for her valid travel permission. The police told her that the document was not valid without a platic wrapper and that she had to go to the police cell with them. Here she was denied water during her time in the police station.
Another person clearly telling the border police when arrested in France that he wants to claim asylum here, is simply ignored and pushed back to Italy. This is not a singular case at all.
Questa breve cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi e dagli agenti del confine intraeuropeo tra Francia e Italia sul Mar Mediterraneo è un resoconto incompleto e circoscritto.
Rappresenta la situazione dal punto di vista di persone osservatrici bianche con cittadinanza europea e quindi esclude innumerevoli altri incidenti violenti vissuti da coloro che lottano e combattono per la propria libertà di movimento. È perciò un quadro molto parziale e limitato, che tralascia le cruciali prospettive delle persone in movimento (POM) (in inglese: pople on the move, n.d.r.) e dei sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).
Inoltre, i numeri di respingimenti qui registrati sono semplicemente istantanee momentanee della situazione al confine: non rappresentano né i numeri di respingimenti che osserviamo quando monitoriamo regolarmente al confine, né rappresentano numeri effettivi di respingimenti che stimiamo ancora essere intorno ai 15-30 al giorno.
Settembre 2024 al confine franco-italiano vicino a Ventimiglia
In questo mese sono state soprattutto le famiglie in fuga dalla guerra a tentare di attraversare questo confine
10 ottobre
Il campo informale sotto il ponte, rimasto l’ultimo spazio visibile di incontro delle POM e persone senza documenti regolari a Ventimiglia, viene sgomberato dalla polizia, dai militari e dalla DIGOS (divisione investigazioni generali e operazioni speciali della polizia). Nella stampa locale l’operazione è raffigurata come accompagnata da “mediatori culturali” della polizia, ma non è stato così.
11-15 ottobre
La polizia e i militari italiani, che sono ancora presenti nel punto sgomberato sotto al ponte per impedire alle persone di tornare nell’unico luogo di rifugio che avevano a Ventimiglia, non autorizzano i volontari della ONG NoNameKitchen a offrire docce alle persone che vivevano sotto il ponte
18 ottobre
Il primo ministro francese Michel Barnier e il ministro dell’Interno francese Bruno Retailleau incontrano i ministri Piantedosi e Tajani del governo Meloni al confine tra Ventimiglia e Mentone. Il loro obiettivo è quello di sostenere pubblicamente un rafforzamento dei controlli alle frontiere (come con una nuova legge sull’immigrazione) incontrando la polizia di frontiera per garantire il supporto del Rassemblement National (l’estrema destra francese). L’evento viene dichiarato come un “incontro di lavoro” per la cooperazione franco-italiana contro l’immigrazione “irregolare”. Circa 30 persone stanno protestando alla frontiera contro questa narrazione. Tre di loro vengono fermate in seguito dalla polizia italiana a Latte. Durante l’evento vengono messi in uso sei nuovi droni appena acquisiti dal governo francese per il controllo delle frontiere.
22 ottobre
La polizia e l’esercito francesi stanno lavorando a stretto contatto: a Sospel i poliziotti scendono dalla jeep militare, uno dei veicoli color sabbia usati per dare la caccia alle persone in montagna.
23 ottobre
A Ventimiglia tra la strada e il ponte (via Tenda) c’è uno spazio vuoto dal soffitto basso sotto alla prima parte del cavalcavia, dove le persone che non hanno altre possibilità si nascondono da anni per dormire. Ora anche quest’ultimo rifugio asciutto è stato sgomberato dalla polizia. Annunciano che il loro piano è quello di costruire un altro inutile muro per impedire alle persone di avere un posto coperto per dormire.
24 ottobre
Alla stazione ferroviaria di Breil sur Roya (città di confine francese) polizia e militari si dispongono in cerchio per accogliere l’arrivo dell’autobus che attraversa il confine con l’Italia, che controllano regolarmente.
25 ottobre
Sette persone sono state respinte oggi dalla Francia all’Italia tra le 15:00 e le 17:00. Tre di loro erano su un autobus che era stato fermato al confine, una persona lavora in Francia da diversi anni, un’altra persona è stata fatta scendere dal treno proveniente da Ventimiglia a Menton-Garavan (la prima stazione ferroviaria sul lato francese). La persona sul treno aveva un permesso di soggiorno e un passaporto valido, ma è stata comunque detenuta nella stazione di polizia francese per più di quattro ore. Ha detto alla polizia francese di essere diabetica e di aver bisogno di mangiare, ma non ha ricevuto cibo.
6 novembre
Sei persone sono state respinte dalla Francia all’Italia nel pomeriggio. Nessuna di loro ha ricevuto una traduzione che le informasse sulla loro situazione e sui motivi della detenzione presso la stazione di polizia francese. Non hanno ricevuto alcun documento che indicasse i motivi del loro arresto né una documentazione sulla procedura. Le uniche domande che sono state poste loro dalla polizia francese sono state: “Nome? Cognome? Firma!” (rispetto ad un documento che dichiarava che non avevano obiezioni da fare alla procedura a cui erano state sottoposte). Tre delle persone erano già a Nizza, le altre tre sono state fermate nella città di Mentone.
8 novembre
Sette persone vengono respinte in Italia dalla Francia nel pomeriggio. Quattro di loro vengono rilasciate dalla polizia italiana alle 11:00. Erano state arrestate dalla polizia francese nel tardo pomeriggio del giorno prima. Una persona ci racconta che la polizia francese ha minacciato di picchiarla se avesse continuato a fare domande sulla procedura di detenzione.
12 novembre
Le famiglie con bambini piccoli vengono ancora respinte dalla Francia all’Italia.
Inoltre, il foglio esposto nell’area esterna della stazione di polizia italiana al confine che mostrava il conteggio delle persone respinte dal lato francese è scomparso dopo la visita dei ministri francesi. Inoltre, è stata osservata una procedura di profilazione razziale (da parte della polizia italiana, n.d.r) sul treno a Bordighera (direzione Ventimiglia).
13 novembre
Nel pomeriggio sul lato italiano del territorio è stata rilasciata una persona che aveva ottenuto un OQTF (obbligo di lasciare il territorio francese) ed era stata deportata in Turchia. Quando stava cercando di tornare in Francia è stata arrestata al casello autostradale con due amici in macchina e hanno trascorso tutti la notte in prigione. La polizia francese ha preso il permesso di soggiorno scaduto della persona precedentemente respinta e l’ha respinta in Italia senza alcun documento. Quando è stata arrestata dalla polizia francese, la persona ha dichiarato di avere con sé la dichiarazione dei redditi francese e il numero di assicurazione in Francia e voleva mostrarli alla polizia francese, ma gli ufficiali le hanno detto che “non gli importava”. La persona è stata imprigionata per una notte e mezza giornata nella stazione di polizia di frontiera francese e solo allora è stata respinta in Italia.
16 novembre
La gendarmeria francese controlla l’ultimo autobus proveniente da Mentone via Ventimiglia diretto a Breil sur Roya e arresta almeno due persone.
This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterannean Sea is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of white observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents). Also the numbers of push backs cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularily monitoring at the border, nor do they represent factual numbers of pushbacks which we still estimate at round 15-30 per day.
September 2024 on the french-italian border near Ventimiglia
this month it was mostly families fleeing from war who attempt to cross the border here
10th October
The camp under the bridge, the last visible meeting point of POM and people without regularised papers in Ventimiglia is evicted by police, military and DIGOS (special operation division of the police). In the local press the operation is pictured as accompanied by “cultural mediators” of the police – this was not the case.
11th – 15th October
Volunteers of the NGO NoNameKitchen are not allowed to offer showers to the people who used to live under the bridge by police and military who are still present at the evicted spot under the bridge in order to detain people from returning to the only place of retreat that they had in Ventimiglia.
18th October
The french Prime Minister Michel Barnier and the Minister of the Interior Bruno Retailleau meet the ministers of the Meloni government at the border between Ventimiglia and Menton. Their aim is to publicly argue for a strengthening of border controls (a.i. a new immigration law) in meeting with the border police to ensure the support of the RN (french extrem right wing). The event is declared to be a “work meeting” on french-italian cooperation against “irregular” migration. About 30 people are protesting against this narrative at the border. Three of them get detained by police in Latte afterwards. During the event six new drones freshly acquired by the french government for border control are in use.
22nd October
French police and military are closely working together: in Sospel policemen get out of the military jeep – it is one of those sand coloured vehicles used to hunt people in the mountains.
23rd October
In Ventimiglia (Via Tenda) there is a low empty space between the street and the beginning bridge where people who have no other possibility hide since years for sleeping. Now even this last dry hiding place is evicted by police. They announce that their plan is to build another useless wall to prevent people from having a covered sleeping spot.
24th October
At the train station in Breil sur Roya (a french border town) police and military form a circle before the arrival of the bus that crosses the border to Italy that they regularly control.
25th October
Seven people have been pushed back today from France to Italy between 15:00 and 17:00. Three of them have been in a bus that was stopped at the border, one person has been working in France since several years, one other person has been taken out of the train coming from Ventimiglia in Menton-Garavan (the first train station on the french side). The person on the train had a permesso di soggiorno and a valid Passport, still he had been under arrest in the french police station for more than four hours. He told the french police that he is diabetic and needed to eat but did not receive any food.
6th November
Six people are pushed back from France to Italy in the afternoon. None of them received a translation informing them about their situation and the reasons for the detainment at the french police station. Neither did they receive any document stating the reasons for their arrest nor a documentation of the process. The only questions they were asked by french police were: “Nom? Prenom? Signature!” (of a document stating that they had no objections to make to the process they were subjected to). Three of the people were already in Nice, the other three were arrested in the city of Menton.
8th November
Seven people are pushed back to Italy from France in the afternoon. Four of them are released by the italian police at 11:00 am. They had been arrested by french police in the early evening of the day before. One person is telling us that the french police threatened to beat him if he continued to ask questions about the procedure of detainment.
12th November
Families with small children are still being pushed back from France to Italy.
Also: the paper in the outside area of the italian police station at the border displaying the count of pushed back people from the french side disappeared after the visit of the french ministers.
Also: racial profiling on the train in Bordighera (direction to Ventimiglia) was observed.
13th November
In the afternoon a person is released on the italian side of the territory who got an OQTF (obligation to leave the french territory) and had been deported to Turkey. When he was trying to come back to France he was arrested at the toll station on the motorway with two friends in a car and they all spend the night in jail. The french police took the expired residence permit of the previously pushed back person and pushed him back to Italy with no documents at all. When being in arrest by the french police the person declared to have his french tax declaration and insurance number with him and wanted to show it to the french police but the officers told him that they “do not care”. They person was imprisoned for one night and half a day in the french border police station and only then pushed back to Italy.
16th November
Gendarmerie control the last bus coming from Menton via Ventimilia to Breil sur Roya and detain at least two people.
Riceviamo e pubblichiamo un contributo scritto a seguito dell’ultimo sgombero della zona ventimigliese di via Tenda, lungo il fiume Roya, dove da molti anni si rifugiano in accampamenti di fortuna le persone in attesa di passare il confine, o coloro che, pur avendo ormai ottenuto un documento in Italia, non riescono comunque a trovare una casa.
È il 10 ottobre. Il parcheggio di via Tenda, fradicio dalla notte di pioggia, rimane offuscato nella penombra dell’alba, nonostante il cielo sereno. Il sole non è ancora sorto quando una ruspa, targata Città di Ventimiglia, è già parcheggiata sul parcheggio. È ferma davanti all’unico cancello semiaperto nella recizione di ferro che separa il parcheggio dal fiume Roya, l’ennesimo confine di questa città a 10 chilometri dalla Francia.
È il giorno dopo la tempesta Kirk che ha tenuto l’intera regione in allerta gialla per diversi giorni. La notte precedente forti piogge e raffiche di vento fino a 120 km/h hanno colpito la città. Tutto ciò che rimane è un fiume in piena e un cielo terso, in attesa dei primi raggi del sole. All’alba due addetti dei servizi tecnici comunali arrivano nel parcheggio e confermano l’annunciato sgombero dell’area sotto il ponte, sulle rive del fiume Roya. Il prefetto, in carne ed ossa, arriva sul posto alle 8 del mattino per supervisionare l’operazione. Prima di lui erano già arrivati diversi camion con grossi cassoni a rimorchio: la capacità di stoccaggio è mostruosa.
Il prefetto e il suo cappellino bianco. Il balletto delle jeep dei carabinieri e delle Alfa Romeo della polizia. Alcuni abitanti del quartiere portano a spasso i cani per la cacca mattutina. L’arrivo spettacolare dei giornalisti che brandiscono macchine fotografiche e flash. Il sindaco di Ventimiglia in posa davanti ad una ruspa comunale: un incubo. Proprio per mettere in guardia da questo incubo, sotto al ponte si inizia a far circolare la voce che le persone devono svegliarsi e allontanarsi. Infatti, il ponte del cavalcavia che svetta su via Tenda e collega il centro di Ventimiglia con l’autostrada dei Fiori più a monte, funge da tetto per i molti che dormono qui nelle tende o direttamente per terra. È proprio questo tetto che le autorità sono venute a confiscare questa mattina.
I netturbini della ditta privata, seduti sul loro miniescavatore, guardano le tende sotto il ponte e si dicono: “Ok, faremo come l’altra volta: voi ammucchiate tutto verso il centro e poi noi lo buttiamo nel cassonetto”.
Non appena la voce si è sparsa tra le tende, due file di poliziotti in tenuta antisommossa accerchiano l’accampamento. Alcune persone erano già in piedi, altre si sono svegliate al suono degli stivali. Sotto minacce e ordini gridati brutalmente, tutti hanno dovuto alzarsi, raccogliere le poche cose che riuscivano portare con sé e spostarsi nell’angolo più buio sotto al ponte, verso il parcheggio della “distrib” – il parcheggio di fronte al cimitero comunale (che ora è diventato una fortezza sorvegliata da vigilantes armati) dove, la sera, le associazioni distribuiscono a turno un pasto gratuito, da consumare a terra. Questa mattina il sole inonda lo spiazzo di una luminosità sorprendente, dopo giorni di maltempo. Le persone trattenute sono relegate all’ombra del ponte, dietro la recinzione di ferro. Vengono rilasciate a poco a poco, dopo un controllo d’identità. La goccia che fa traboccare il vaso è quando un poliziotto ci dice: “Non vi preoccupate non ci saranno problemi, li conosciamo”. Il controllo dell’identità diventa un’iniqua procedura priva di senso, intrisa di violenza.
Per di più, per schedare fotograficamente la gente fermata, i poliziotti ordinano a ciascuna persona di posizionarsi esattamente nell’ unico spiraglio di luce che passa tra l’ombra del ponte e la recinzione. Foto del profilo, del viso e del corpo intero. Trasferimento della foto a Lampedusa. I giornalisti filmano sotto il ponte la distruzione delle tende, il discorso vomitevole del sindaco, mentre si cancella qualunque traccia delle persone che mezz’ora prima dormivano lì.
In un gioco di luci e ombre, si mescola lo spettacolo dell’invisibilizzazione delle persone escluse, respinte e rifiutate, con l’ipervisibilità delle truppe di Stato, la propaganda razzista e i sorrisi meschini di queste marionette politiche.
Il messaggio è quello di un bulldozer: la distruzione materiale delle tende, degli angoli di vita in cui le persone si sentono semi-autorizzate a stare. Ma è solo una parte del messaggio. La ruspa schiaccia anche le speranze, la rete di relazioni e di sostegno reciproco, la resilienza delle persone che vivono sotto al ponte e lavorano in questa città, la premurosa comunità di mutuo aiuto che rifiuta di accettare che il confine si intrometta violentemente nella vita quotidiana di tutt*.
Come fanno ad indossare al mattino i loro stivali, con quella sete selvaggia di svegliare le persone dal loro sonno per sottoporle a interrogatori umilianti, mentre vandalizzano quell’unico fazzoletto di terra che è stato loro concesso come casa?
Il capo della polizia attraversa il parcheggio con un piccione zoppo in mano, tenendolo con cautela e ostentazione davanti a sé. Presta deliberata attenzione ad attraversare il gruppo di persone solidali, le varie file di colleghi della polizia e dei carabinieri, prima di spostarsi verso il gruppo di persone ancora trattenute sotto il ponte e posare il piccione nel canneto sul greto del Roya. Il suo unico gesto di tenerezza della giornata. I solidali sono impegnati a organizzare i sacchetti di cibo che hanno appena comprato al supermercato locale per distribuirli alle persone ancora trattenute sotto il ponte. È mezzogiorno. Il capo della polizia ha fatto irruzione nelle vite di queste persone più di 4 ore fa. A ciascuno il suo gesto di tenerezza.
Nel pomeriggio l’inferno continua. Per le strade di Ventimiglia è scoppiato un alterco tra due gruppi di persone che fino al momento prima riuscivano tranquillamente a ignorarsi per le strade di Ventimiglia: dopo aver visto calpestati i loro spazi abitativi e la propria dignità, la vita e gli equilibri di chi vive per strada vengono stravolti. C’è sempre un epilogo sanguinoso che segue ad uno sgombero. Il sole non ha fatto ancora in tempo a tramontare. Il ciclo di violenza accelera.
Il giorno dopo, il titolo di un giornale riporta a caratteri cubitali: “Dopo lo sgombero tornano le tende”. Alla recinzione di via Tenda sono stati appesi due teli con i messaggi: “STOP SGOMBERI, LIBERTA’ PER TUTTI” e “NESSUNO E’ ILLEGALE”.
Nonostante la violenza, l’invisibilizzazione, le grida mortifere dei politici, il confine sarà sempre attraversato, il cancello sarà forzato ed aperto, le persone racconteranno le loro storie da oltre il muro, gli striscioni nasconderanno gradualmente la barriera per mantenere viva la speranza di libertà per tutt*.
Solidarietà alle persone sotto processo per il Corteo del 7 maggio 2016 al Brennero contro la costruzione di un muro di confine tra Austria e Italia
Con questo contributo vogliamo portare la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni che hanno lottato contro la costruzione del muro di confine al Brennero, tra Italia e Austria
Il 5 marzo prossimo la Cassazione deciderà se confermare o meno oltre 125 anni di carcere. In vista di questa scadenza, hanno fatto un appello alla solidarietà presente in un opuscolo in cui sono raccolti una parte dei testi scritti durante quegli anni e che sviluppa in maniera più approfondita quanto accaduto. In questo appello ricordano che il 2 marzo a Trento e il 3 marzo a Bolzano ci saranno due cortei in solidarietà con gli imputati e le imputate del Brennero e con la popolazione di Gaza.
Le compagne e i compagni hanno creato una cassa di solidarietà. Non solo un numero di conto a cui far arrivare contributi economici, ma anche un contatto per avere materiale informativo (anche in francese, inglese e tedesco), organizzare interventi a concerti o altre iniziative di solidarietà, uno spazio in cui confrontarsi.
“La questione non sono tanto gli anni di carcere che dovremo scontare, ma il rischio che questa condanna porta in sé per la libertà di tutti e tutte”.
Qui il link a una panoramica che le compagne e i compagni hanno scritto sulla situazione alle frontiere in quel periodo, la scelta di fare il corteo e degli accenni alla situazione attuale in Italia.
L’opuscolo costa 2 euro che verranno versati nella Cassa di solidarietà Brennero.
Qui gli opuscoli impaginati per la stampa in italiano (sono pagine in A4, quindi da stampare su A3), inglese, tedesco e francese (sono pagine in A5, quindi da stampare su A4).
Per ricevere gli opuscoli in carta e inchiostro, scrivere a cassasolidarietabrennero@riseup.net
Diamo forza alla solidarietà!
Le ragioni per cui tutte e tutti eravamo il 7 maggio al Brennero non hanno fatto che moltiplicarsi
Estate a Ventimiglia: ci sarà mai limite al peggio?
Le contraddizioni della città-confine Ventimiglia si percepiscono quotidianamente. Una dinamica che può portare in qualche caso a normalizzare un contesto surreale, anche a causa della narrazione capovolta che viene fatta. Colpevolizzando i soggetti più fragili, piuttosto che i responsabili dell’esasperarsi di condizioni di marginalità. Ma nonostante questo luogo possa sembrare già saturo di ingiustizie, arriva sempre qualche novità pronta a sorprenderti, a ricordarti che non c’è limite al peggio, che il concetto di umanità che ti eri figurato è relativo e continuamente sotto attacco. Mi sento di aprire con questa immagine il racconto su quest’estate a Ventimiglia. Quel momento in cui tutti e tutte ci siamo guardate e chiesti: avrà mai fine il peggio?
Proprio a causa dell’esasperarsi della situazione era stata convocata una manifestazione il 21 maggio, contro il Decreto Cutro, i suoi nuovi CPR e le modalità criminali di respingimento continuamente messe in atto dalla paf (police aux frontières) in accordo con la polizia italiana. In quell’occasione è stato anche espresso lo sdegno verso il candidato della Lega alle elezioni cittadine, Flavio Di Muro, noto per l’approccio ultra-securitario sbandierato in campagna elettorale e dato favorito nei sondaggi. Non si è fatta mancare la patetica solidarietà dello sfidante del PD che, compartecipe nel teatrino elettorale, ha manifestato supporto a Di Muro in riferimento a delle scritte contro di lui. Altrettanto celere è stata la risposta della questura che il giorno dopo ha identificato in stazione uno dei partecipanti alla protesta, denunciandolo per imbrattamento e dimostrando così la propria efficienza nell’acciuffar colpevoli e ripagare il leso onore dell’onorevole.
Così come preventivato, il 19 giugno si insedia il nuovo sindaco della coalizione di destra Di Muro. Il primo consiglio comunale si apre con un minuto di silenzio in memoria di tre vittime di un incidente d’auto dell’anno precedente: un mezzo militare si era capovolto nei pressi del confine. In quella stessa area dove altre decine di persone sono morte negli ultimi anni, il più recente da quel momento risaliva a 4 mesi prima. A loro non sarà dedicato alcun pensiero, anzi. I primi provvedimenti della nuova giunta porteranno ad una terribile escalation. Il giorno seguente infatti ha avuto luogo lo sgombero dell’accampamento all’addiaccio sotto il ponte di via Tenda, dove decine di persone in transito trovano riparo dalla pioggia e tentano di raccogliersi per stabilire qualche legame comunitario. Lo sgombero era già in programma ma era necessario l’insediarsi di un nuovo sindaco per autorizzarlo, dato che nei mesi precedenti la giunta dell’uscente sindaco Scullino era stata sfiduciata.
Non è la prima volta che l’accampamento informale è stato attaccato da irruzioni e sgomberi, la novità sta nel nuovo provvedimento “anti-bivacco” che, in riferimento al decreto Minniti, ha introdotto sanzioni per i senza tetto che stanziano in luoghi cittadini, prevedendo fino al daspo urbano. Nei giorni seguenti si è palesato un presidio di polizia fisso nei pressi dell’area, in aggiunta ad una cancellata che ne impediva l’accesso. Il risultato è stato un ovvio sparpagliarsi delle persone che vivevano in strada, divise in piccoli gruppi nei vari punti più nascosti della periferia e nella spiaggia più isolata, laddove il fiume Roja confluisce in mare generando una pericolosa corrente. A pochi giorni dallo sgombero riceviamo la notizia che un giovane era stato trovato deceduto sulla spiaggia. In breve capiamo che il ragazzo era una conoscenza nota a buona parte dei solidali e dei migranti stabili sul territorio da più tempo. Non ci sono parole sufficienti per descrivere l’orrore e la rabbia conseguenti alla notizia. La settimana seguente si verifica un episodio simile. Un altro corpo trovato in spiaggia, un altro ragazzo che nel tentativo di lavare i propri indumenti nel fiume ne viene travolto. Un bagnino della zona dice di aver denunciato alle autorità la mancanza di guardia spiagge in quel lato della riviera. Ma tutte le risorse del comune sono concentrate a coprire la parte più turistica. La risposta dell’amministrazione a questo secondo morto è l’istallazione di un cartello che segnala il divieto di balneazione, in una misera operazione di auto-assolvimento da ogni responsabilità. “Il razzismo uccide” era stato denunciato con lo spray sulla sede della Lega durante la manifestazione, sfregiando il sorridente volto del sindaco entrante, che in tutta risposta aveva presentato denuncia per diffamazione contro ignoti.
A inizio luglio mentre in Francia avevano luogo le proteste contro la violenza della polizia, in seguito all’uccisione di Nahel Merzouk, abbiamo assistito a delle anomalie nei pattugliamenti al confine. Infatti per un’intera settimana in zona di frontiera l’esercito ha assunto funzioni di polizia regolare, effettuando controlli e respingimenti. Questa novità è presumibilmente da imputare all’imponente dispiegamento di forze sul fronte interno per reprimere le proteste diffuse in tutto il paese, che ha avrebbe lasciato scoperta l’area di frontiera. E’ anche il risultato di 8 anni di militarizzazione del confine: quella settimana è stata eccezionale solo per come sistematicamente l’esercito ha svolto ruolo autonomo di polizia. Ci sono frequenti racconti di soldati che arrestano persone nelle montagne per poi detenerle illegalmente fino all’arrivo della polizia, una pratica anticostituzionale.
Nelle settimane seguenti nella via dove ha sede la base solidale “Upupa” cresce la tensione con il vicinato, intento a cacciare il collettivo dallo spazio per vie legali. Il pattugliamento della polizia con luci blu accese è costante, sguardi inquisitori fissi sull’infopoint, sul parcheggio dove vengono distribuiti i pasti, la pressione è alle stelle. Il pomeriggio del 25 luglio una colonna di fumo sovrasta la città. Un vasto incendio brucia l’intera area sotto il ponte dove ha sede l’accampamento informale delle persone in transito. Dove alcune settimane dopo lo sgombero erano, come sempre, lentamente tornate a stabilirsi. Immediatamente il dito viene puntato contro i migranti, contro chi cucinando avrebbe fatto sfuggire qualche fiamma. A chi conosce il contesto la dinamica risulta subito strana. I focolai scoppiano in tre punti diversi, distanti e contemporaneamente, coprendo un’importante area. A chi non vuole far finta di niente risulta evidente la natura dolosa. Quando le fiamme sono già alte e diffuse risuonano alcuni forti scoppi e successivamente vengono trovate bombole da campeggio usate per giustificare l’incidente. Il timore che questo episodio venga usato strumentalmente per una stretta securitaria è immediato.
Nei giorni seguenti notiamo che la guardia del cimitero situato di fronte al parcheggio sopra descritto ha degli atteggiamenti particolarmente spavaldi e prepotenti, naturalmente razzisti. Durante il caos dell’incendio era già arrivato a minacciare di sparare ad una solidale che si era recata nei bagni interni, e di chiamare i suoi amici ndranghetisti per completare l’opera ripulendo la zona dai neri. Da notare che stiamo parlando di una persona che non solo mentre parla è armata, ma che si permette addirittura di fare con la mano il segno di una pistola e puntarla in faccia alla ragazza. Gli atteggiamenti aggressivi aumentano fino a quando il sindaco pochi giorni dopo annuncia l’insediamento nel cimitero di una vigilanza privata con l’obiettivo di impedire l’accesso alle persone in movimento che si recavano nei bagni per prendere l’acqua dall’unico rubinetto pubblico rimasto, utilizzando la retorica della sacralità del luogo. Già da tempo tutte le fontane della città erano state sigillate proprio con l’obiettivo di respingere chi era alla ricerca di questo bene primario. La vigilanza viene presto estesa anche ai giardini pubblici cittadini, uno sparuto insieme di aiuole tra cemento e il lungomare. Mentre viene annunciato il ripristino del poliziotto di quartiere, dedito a pattugliamenti a piedi. Un altro provvedimento di riqualifica urbana sbandierato dalla giunta è la rimozione di una grande panchina rossa (simbolo contro la violenza sulle donne). Il sindaco lamenta essere frequentata soprattutto da migranti e accusa presunti no border di averla imbrattata, mentre a suo dire il vero scopo era quello di offrire ai turisti un bel palco per i selfie.
In agosto, in concomitanza con l’aumento degli sbarchi nel sud Italia, c’è stata un’impennata di persone in movimento a Ventimiglia. Data la completa assenza di presidi assistenziali statali l’aggravarsi delle condizioni umanitarie è fisiologico. Le persone alla ricerca di un pasto offerto da collettivi e associazioni hanno raggiunto le centinaia. Si moltiplicano le violazioni dei diritti, come aggressioni fisiche e detenzioni arbitrarie, più facilmente denunciabili riguardo i minori. Infatti la legge internazionale prevede per i minori non accompagnati la libertà di movimento tra gli stati membri dell’unione e protezione in ogni stato membro. Spetterebbe all’ASE (Aide Sociale à l’Enfance) valutare la loro minore età, invece il loro respingimento avviene regolarmente falsificando la data di nascita. Lunedì 21 agosto erano trattenut* illegalmente 68 minori in condizioni igienico-sanitarie deplorevoli: dentro un container, ammassati, dormendo per terra, senza avere accesso ad assistenza legale o a traduttore/traduttrice. Il 23 agosto erano in 78! Privati della libertà fino a 5 giorni, in chiara violazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, di cui la Francia è firmataria. Da gennaio abbiamo anche riscontrato l’utilizzo dell’OQTF (obligation de quitter la France) per respingere minori. Si tratta di un documento creato per criminalizzare persone in movimento inserendole in un database e rendendo così loro impossibile cercare una casa, un lavoro, ottenere una visa in ogni paese europeo. Questa nuova modalità di utilizzo è un preoccupante segnale che rientra nelle sperimentazioni repressive, una tecnica per diffondere la paura proprio perché è un provvedimento amministrativo particolarmente difficile da contestare e si può rischiare di essere deportati prima che le pratiche legali siano concluse, o che venga raggiunta la maggiore età prima che si riesca a dimostrare il contrario.
Quest’estate a Ventimiglia suona proprio come le parole di William Butler Yeats: “I migliori mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di intensità appassionata”
Pubblichiamo la traduzione del report di gennaio 2021 del collettivo Kesha Niya, presente alla frontiera di Ventimiglia dal 2017. Il report contiene nuovi resoconti sull’ordinaria amministrazione volta a reprimere i diritti fondamentali e la dignità umana. Potete leggere la traduzione dei precedenti report a questi link: 17 dicembre 2020, 27 dicembre 2020
Il nostro rapporto, finalmente!
Alcune parole sulla dignità umana alla frontiera franco-italiana, gennaio 2021.
Il nuovo anno è iniziato e l’inverno continua.
Da quando vediamo più freddo e giorni e notti di pioggia, dal momento che le persone devono adattarsi, il nostro posto di lavoro alla frontiera sta cambiando come il tempo. Soprattutto visto che questo è il primo anno dal 2016 senza un campo dove stare, le persone in viaggio usano gli spazi sicuri che trovano per dormire ogni volta che possono. Questo include il nostro spazio di lavoro 1 km prima della frontiera francese, direttamente accanto alla strada principale che porta dal confine a Ventimiglia.
Oltre all’accesso a cibo, bevande, assistenza medica e informazioni, da dicembre siamo in grado di dare vestiti, coperte e sacchi a pelo ogni giorno. Questo è reso possibile grazie alle costanti donazioni e risorse portate dai nostri volontari provenienti da diversi paesi e dalle persone del posto!
Ora vediamo ogni notte alcune persone che dormono alla “colazione” perché non hanno altro posto dove andare e aspettano il nostro ritorno al mattino. Altri rimangono per la notte per continuare il loro cammino la mattina presto.
Tutto questo accade proprio accanto alla strada principale che porta dal confine francese a Ventimiglia. Altre persone continuano a scegliere la spiaggia di Ventimiglia, lo spazio sotto il ponte, le case vuote o i posti vicini alla stazione ferroviaria.
Per noi significa più manutenzione dello spazio per tenerlo pulito. Le persone che pernottano lasciano coperte, vestiti e bagagli per non essere ostacolate quando cercheranno di riattraversare il confine italo-francese.
Come reazione alle notti gelide e all’essere costantemente esposti alle temperature esterne, anche nella stazione di polizia (francese ndt) dove rimangono per almeno 12 ore durante le ore notturne, la gente accende fuochi a partire dalla sera fino alla mattina. Non necessariamente presso il nostro spazio, ma in tutti i luoghi di pernottamento a breve termine della città. Due giorni fa è scoppiato un incendio a Ventimiglia a causa di una persona che ha acceso un fuoco per tenere lontano il freddo
Tutto questo ha portato la polizia a fermarsi per diversi giorni per ricordarci di smontare il nostro telo per riparare dalla pioggia, di spegnere i fuochi al mattino e di ripulire lo spazio. Sembrano esserci infinite risorse per controllare noi e quello che dovremmo fare, mentre noi cerchiamo di usare le nostre risorse in una situazione in cui il governo italiano e francese (come qualsiasi altro governo europeo) non sembrano avere alcun interesse a soddisfare i più elementari bisogni degli esseri umani.
Questo dovrebbe essere il lavoro di stranier*, per lo più giovani che vengono a lavorare in nome di Kesha Niya nella zona? Persone che sono per lo più senza adeguate pause o sonno ma sono fortemente impegnate in quello che è solo un piccolo pezzo di supporto proposto a tutt* coloro che si trovano in un viaggio ignorante e violento attraverso l’Europa, anonimo, in un sistema che non riconosce come viv* chi non ha il documento giusto?
Questo non dovrebbe essere il nostro posto. La lotta delle persone dovrebbe essere di tutt*, ma soprattutto di coloro che hanno accettato di assumersi la responsabilità del loro paese, comprese le persone che hanno scelto di entrare in questa terra alla ricerca di qualcosa. Le organizzazioni di base, gli persone locali attive, ONG etc. stanno sostituendo il governo dove fallisce nel reagire. Dove inoltre sceglie attivamente di violare i diritti fissati nella propria stessa legge, e dove viola la dignità umana.
Alcuni resoconti più concreti:
Dopo essere stati catturati sui treni, in auto o camminando da qualche parte, le persone vengono messe nella stazione di polizia (francese ndt) in piccoli spazi che chiamiamo “container”. Non possono usare il loro diritto di chiedere asilo in Francia, ogni diritto che dovrebbero avere è ignorato. Vengono trattenuti per alcune ore durante il giorno e poi solo rimandati indietro, e se prese tra le 6 del pomeriggio e le 7 del mattino, sono trattenute tutta la notte. Spesso, sono trattenute da 12 a 17 ore fino a un giorno intero.
Ora improvvisamente in tre giorni diversi delle persone ci hanno riferito di essere state in stazione per 48 ore (!). 5 persone hanno riferito di essere state trattenute per due giorni interi il 28 dicembre, il 2 e il 7 gennaio. Come chiunque altro, senza cibo, acqua, servizi igienici, coperte, un posto per dormire, assistenza medica. A temperature esterne, in un posto che costruito con pietre e metallo.
Il 29 dicembre, un gruppo di giovani ragazzi riferisce di essere stato catturato di notte in un camion che andava in Francia. Dopo essere stati fermati, la polizia scrive numeri da 1 a 5 sulle loro mani per distinguerli. Quando arrivano, possiamo ancora vedere i numeri sulle loro mani.
Il 30 dicembre: 5 ragazzi vengono arrestati dalla polizia. Vengono messi sui sedili posteriori vengono messi sui sedili posteriori di una macchina della polizia, tutti e 5 insieme. Quando chiedono di avere più spazio, la polizia risponde che sono venuti tutti insieme dall’Africa, schiacciati in una piccola barca, quindi non dovrebbe essere un problema.
Il primo gennaio, una persona viene controllata mentre piove, davanti a un edificio. Chiede di essere controllato all’interno, in uno spazio asciutto. La polizia lo picchia per questa richiesta.
Parliamo con un uomo che è già in procedura d’asilo in Francia. L’8 gennaio, la polizia prende il suo documento che prova il suo status e non glielo restituisce.
Di seguito, trovate i numeri delle ultime due settimane che abbiamo contato alla frontiera. Questi numeri sono abbastanza precisi per tutt* coloro che sono stati accolti a colazione, dal momento che quasi tutte le persone che sono state respinte dalla Francia in Italia passeranno del tempo al nostro punto di frontiera.
Nella settimana dal 28 dicembre al 3 gennaio, abbiamo incontrato solo 222 persone alla frontiera, di cui 190 respinti e 32 provenienti da altri posti nei dintorni per mangiare e chiacchierare. È un numero molto basso, perché è stato per difficile in questo periodo viaggiare all’interno dell’Italia, e le regioni italiane sono state chiuse durante la zona rossa per il Covid 19.
Di queste 222 persone, abbiamo contato solo una donna e due minori.
Nella settimana dal 4 gennaio al 10 gennaio, tutto stava tornando alla normalità con numeri che erano significativamente più alti. Abbiamo contato 603 persone, di cui 518 respinte e 85 provenienti da luoghi diversi. Di tutti questi, 41 erano donne, 17 bambini e almeno 10 minorenni, ma non abbiamo potuto tenere traccia di tutti i minorenni questa settimana. Il numero più alto di persone arrivate in un giorno è stato 158.
Ricordate che il numero di individui effettivamente respinti è molto più basso, dal momento che le persone ci riprovano e vengono arrestate per diversi giorni e noi non le incontriamo quasi mai solo una volta.
Siamo felici di essere di nuovo un alto numero di volontari, dato che il numero di persone al confine aumenta rapidamente. Anche le forze di polizia sono tornate alla normalità. Possiamo continuare bene il nostro lavoro e avremo capacità anche di essere più presenti a Ventimiglia e nella zona, per controllare come stanno le persone che sono appena arrivate o sono bloccate da qualche parte senza via d’uscita.
Medici senza frontiere ha appena pubblicato un mini documentario e un breve rapporto su diverse regioni di confine tra l’Italia e la Francia. Vale la pena guardarlo e tradurlo (dall’italiano all’inglese e/o francese ndt) dal momento che e disponibile solo italiano. Potete trovarlo qui:
Se siete interessati ad altra merda che sta succedendo in Italia, eccovi serviti con un nuovo rapporto di “Are you syrious?” sui campi di espulsione CPR italiani.
Come sempre – se avete letto fino a qui, grazie a voi personalmente per il vostro interesse e supporto
Potete contattarci e attivarvi per la regione qui in qualsiasi modo vi sia possibile.
Per favore utilizzate la nostra pagina Facebook o le nostre e-mail. Ulteriori informazioni di seguito.
Abbiamo detto che, a ben vedere, le persone migranti non hanno mai smesso di attraversare il confine: persino durante il pieno dell’emergenza Covid, su rotte secondarie e a numeri ridotti al minimo, la gente ha continuato ad arrivare. E sono schizzati alle stelle i prezzi per passare una frontiera serrata a doppia mandata, non solo davanti alle migrazioni, ma anche per contrastare la diffusione del virus. Nei mesi di Marzo e Aprile, il normale costo di un passaggio auto coi trafficanti è arrivato a 500 euro a testa, rispetto ai soliti 150/200. Non si sono mai fermati i respingimenti da parte della Francia, e si sono aggiunti i respingimenti inversi della polizia italiana, con la nuova sanatoria.
Il procedimento è rimasto invariato: i rastrellamenti, l’arresto al confine, poi il giro ai container della polizia francese a Ponte san Luigi, dove le persone vengono tenute anche oltre dieci ore. Poi si torna indietro, ripassando dalla polizia italiana. Dentro ai container, che ora sono forni a 40 gradi, così come negli uffici italiani, dove la gente passa forzatamente prima della riammissione su territorio ventimigliese, non viene fornito alcun tipo di servizio. Per loro solo insulti, violenze, prese in giro. Le persone non ricevono quasi mai cibo o acqua, non possono parlare con un avvocato, non gli viene spiegato quello che sta loro accadendo, né cosa c’è scritto sui fogli che la polizia gli ficca in mano. Trattamento uguale per donne, uomini o minori che siano. Anche se sarebbe illegale respingere i minorenni, e anche se sono state fatte diverse battaglie giuridiche per impedire che questo avvenisse, appena le persone sono aumentate e gli sguardi si son girati altrove, la polizia italiana ha ricominciato ad accettare minorenni, facendo finta che vadano bene i dati falsificati dei colleghi francesi.
Un centinaio di metri prima del confine italiano di Ponte San Luigi, sull’Aurelia in direzione Italia, il gruppo di solidarietà Kesha Niya mantiene da un paio di anni una presenza giornaliera di supporto alla gente respinta e di monitoraggio sulla situazione e sui vari abusi, che sono diventati usi quotidiani. Per anni, a Ventimiglia, le istituzioni e le varie forze dell’ordine hanno perseverato nel tentativo di isolare le persone migranti dal supporto della solidarietà. Hanno cercato di spezzare i contatti tra persone europee e persone migranti, a suon di denunce, identificazioni, ordinanze, retate e caccia alle streghe, spingendo la gente in viaggio a nascondersi verso zone sempre più periferiche. Perciò la postazione in frontiera, uno slargo sterrato in cui rifiatare dopo ore e ore di detenzione, è diventata punto di riferimento per tutte le associazioni, ong, chiesa, giornaliste, fotografi, ricercatori, giuriste, documentaristi e via dicendo. Tuttavia il vicinato della zona, benestante frazione ventimigliese di Grimaldi, ha sempre mal sopportato la presenza di solidali e migranti. E lo ha dimostrato con giri di insulti, telefonate alle forze dell’ordine, raid notturni per buttare nella scarpata rocciosa i tavolini pieghevoli su cui viene appoggiato il cibo, escrementi di sconosciuta provenienza spalmati sui muretti dove siedono le persone a riposare, delazioni e minacce.
Lex spazio di solidarietà in frontiera, recitanto durante il lockdown
Col favore dello stop alle attività durante il lockdown, è stato recintato lo slargo in cui per due anni si è potuto sostare, impedendo quindi alla solidarietà di tornarvi, una volta revocate le misure sanitarie. Mentre il vecchio spazio si sta ripopolando di rovi, è stato individuato un altro slargo, sempre a bordo Aurelia, dove portare avanti una presenza solidale. Dovendo tuttavia retrocedere di un chilometro circa rispetto agli uffici di frontiera di Italia e Francia, e da quel che lì dentro accade. La nuova postazione è in un tratto di strada privo di abitazioni, lontano dagli occhi della cittadinanza e dai turisti, che, perlopiù, passano da lì solo sfrecciando su un motore verso la Costa Azzurra. Eppure è partito l’attacco incrociato di privati cittadini, polizie e sindaco, già dalla prima settimana di ripresa della presenza di monitoraggio e supporto. Un mantra ripetuto alla noia: “dovete andare via, qui non si può stare”.
La gente che si ferma, sosta il tempo necessario per rifocillarsi, riprendersi dal fallimento del passaggio frontaliero e dalle ore di detenzione, raccogliere informazioni e contatti utili (avvocati, domande su permessi e documenti vari, dubbi sulla propria posizione giuridica, ecc), e medicarsi le ferite (i boschi, le botte della polizia, la Libia, le aggressioni lungo la rotta balcanica…). Quindi le persone aspettano l’autobus locale (sempre Riviera Trasporti) che fa la spola, ogni tot ore, tra Ventimiglia e Ponte San Luigi, per evitare di camminare altri nove chilometri, e risparmiare energie da spendere in un nuovo tentativo contro il confine.
Lo spazio curato dai Kesha Niya è un presidio basilare di solidarietà, dalle nove del mattino alle venti circa di sera, quando escono le ultime persone detenute dai francesi e la polizia italiana chiude i battenti. Qualche ora di respiro tra persone che si danno una mano: un oltraggio al regime di intolleranza che si è instaurato in tutta la zona di frontiera, e quindi deve essere spazzato via.
Nelle ultime due settimane, pattuglie, auto in borghese e digos, si sono presentati decretando che lo spazio, “attrezzato” con due taniche d’acqua, frutta, pane, biscotti, cerotti e powerbank (ogni sera ripulito e lasciato vuoto), rappresenta occupazione di suolo pubblico. Hanno detto che è vietato “dare da mangiare agli stranieri” -letteralmente-, che è in vigore un’ordinanza che vieta la distribuzione di cibo in strada, che ci sono altri luoghi dove “fare volontariato coi migranti, come la Croce Rossa”, che la distribuzione di cibo è autorizzata solo nel parcheggio cittadino di fronte al cimitero di Ventimiglia, che o si sgombera tutto o arrivano le denunce, che o si sgombra tutto o buttano tutto giù per la scarpata, che portano tutti in commissariato, che il sindaco stesso ha chiamato le forze dell’ordine per far sloggiare la gente da lì, che lì non ci si può stare perchè non serve che lo dica una legge, ma basta il verbo di un signore in divisa che dice “non serve nessun papier che dimostri che state occupando, il papier sono io che vi dico di andarvene!”.
Per capire meglio la tragicomicità della situazione, bisogna spulciare oltre all’ipse dixit della polizia. Nell’agosto del 2015, poi rinnovata nel 2016, l’allora sindaco Ioculano firmò un’ordinanza che vietava la somministrazione di cibo ai “profughi” per “mero spirito di solidarietà”. L’associazionismo informale ingaggiò una battaglia di resistenza a oltranza, senza interrompere le distribuzioni di cibo in giro per la città, e impugnando denunce e multe (fino a 2.000 euro). Ioculano fece la figura del razzista affamatore (si raccoglie quello che si semina) e nei mesi, l’ordinanza fu criticata da avvocati, associazioni umanitarie, dalla chiesa. La polemica si propagò, fino alla mobilitazione di certi personaggi dello spettacolo, noti intellettuali e compagnia, che promossero una raccolta firme per chiederne la revoca. Per scongiurare l’assalto di una protesta nazionale, l’ordinanza fu revocata nell’aprile 2017.
Da allora né Ioculano, né il nuovo sindaco Scullino, hanno più avuto la faccia di firmare una nuova ordinanza che vieti il cibo a chi ha fame.
Eppure secondo la polizia, che visita regolarmente lo spiazzo solidale in frontiera, è vietato farlo perchè lo dice l’ordinanza: quale, non si sa. E ovviamente non ci sono altri luoghi per le persone respinte, dal momento che il centro della Croce Rossa è chiuso, anche se gli operatori dell’ordine suggeriscono il contrario. L’unico punto di riferimento per recuperare qualche vestito, cibo e due informazioni, sarebbe la Caritas, che però apre solo due ore al mattino, risultando già chiusa quando la gente rilasciata dai francesi raggiunge di nuovo Ventimiglia.
Dalla Francia arrivano giornalmente almeno un centinaio di persone respinte, e nello spiazzo solidale dei Keshaniya vengono messe a disposizione mascherine, guanti e gel disinfettante. Nonostante questo, nonostante non esista nessuna ordinanza, nessun altro punto di appoggio per la gente che esce barcollando dai container, nonostante non ci sia alcun condominio né alcuna villetta che si affacci in quel pezzo di strada e a cui possa storcersi il naso davanti alle genti straniere, quella postazione è perennemente sotto attacco e minaccia. Con argomentazioni più o meno sconclusionate, quando non proprio false. E se la polizia dice, in frontiera alta, che la distribuzione di cibo è autorizzata solo nel parcheggio del cimitero; al parcheggio, durante la cena, si è recentemente presentato il sindaco in persona, a dire che lì la distribuzione non si può più fare, perchè lo dice lui. Tutti dicono la propria, insomma. Cercando intanto di fare un po’ d’effetto, presentandosi col blindato in un’aiuola dove una ventina di persone mangia crackers e aspetta il bus.
Nelle due foto: polizia di scorta all’autobus di Riviera Trasporti
E siccome i tentativi di far sloggiare la gente sfoderando ordinanze inesistenti e minacce non è andato a buon fine, si escogitano innovative misure di stalking e fantasiose dimostrazioni di forza. Come seguire con un’auto in borghese, per un’intera mattinata e a meno di un metro di distanza, l’automobile delle persone solidali, impedendogli di parcheggiare lungo l’Aurelia, poi di scaricare cibo e acqua, e persino alle persone dentro la macchina di scendere prendendo almeno il proprio zaino con gli effetti personali. Oppure presentandosi con un blitz alla fermata dell’autobus, per controllare -la polizia, non il personale di Riviera Trasporti- che tutte le persone abbiano il biglietto del bus. Poichè tutte hanno sia biglietto che mascherine, si passa di grado nel bullismo: da una settimana l’autobus gira scortato da una volante a lampeggianti accesi, talvolta saltando pure a piè pari la fermata a cui aspettano le persone respinte. Quando invece il bus ferma, un poliziotto della scorta si piazza alle porte d’ingresso, stile body-guards, supervisionando che tutte le persone siano docili e mascherinate, quindi strappa i biglietti mano a mano che salgono. Non si capisce perchè alle persone classificate come “non dei nostri“, come dice qualche autista, non viene permesso di obliterare il biglietto, così da poter usufruire della normale validità di 100 minuti del ticket. Le genti migranti, parrebbe, non sono in grado di timbrare un pezzo di carta. Sia la polizia che gli autisti stessi, che usano la stessa procedura quando qualche volta salta la scorta, assicurano che non sono razzisti e che riservano anche alle persone italiane lo stesso servizio.
Biglietti dell’autobus strappati dalla polizia: le persone “non nostre” non possono obliterare
La gente migrante non ha diritto a farsi nove chilometri in bus in santa pace, nemmeno pagando quell’euro e mezzo di biglietto (per un guadagno giornaliero dell’RT di oltre cento euro, considerati i numeri di persone) alla stessa compagnia di trasporti che pure la deporta al sud da anni, stavolta a carico dello Stato.
Per tutto luglio sono arrivate dai respingimenti decine di donne, molti minori, bambini e bambine sotto ai cinque anni, intere famiglie, gente ferita o malata; più volte si è dovuta chiamare l’ambulanza, e infinite volte, vista la collaborazione degli autobus, si è fatta la spola tra la frontiera e la città, per accompagnare giù chi non era in grado di camminare. Come le persone recuperate in elicottero dal Passo della Morte, rimaste aggrappate solo per le braccia a un tronco d’albero sospeso nel vuoto per tutta la notte, quindi smollate sul lato italiano che ancora non riuscivano a muovere gli arti o usare le mani, per lo sforzo prolungato nel tentativo di salvarsi la vita.
Rifocillare le persone, regalare biglietti del bus a chi non può permetterseli, accompagnare gente in ospedale e cercare un riparo per la notte alle tante ragazze in gravidanza; litigare con turisti razzisti e proprietarie di ville a picco sul mare, indignati per lo sconcio spettacolo della povertà; monitorare i rastrellamenti nelle due stazioni di frontiera; tradurre alla gente papiri inutili di espulsioni su espulsioni su espulsioni: quello che si fa, è ancora troppo poco.
È insufficiente remare contro il vento dell’intolleranza e della persecuzione razziale, mettendo qualche pezza ai danni e agli sfregi inflitti alla gente. Questo posto è insopportabile, ed è insopportabile provare a renderlo un po’ migliore, anziché farne deflagrare tutti gli orrori che cova, lasciando che accada quel che deve accadere. E lasciando che coloro che sono responsabili di tutto ciò, paghino un prezzo senza sconti per il palcoscenico che hanno voluto approntare: è troppo comodo lasciare che sia il volontariato (a patto che sia mansueto e invisibile) a non far morire le persone di fame, incidenti, malattie e indifferenza.
Non importa se l’autobus si ferma o no, alla fine: le persone dormiranno comunque in mezzo ai rifiuti, in qualche angolo nascosto della città di frontiera. Non c’è un posto sicuro da raggiungere. La polizia continuerà ad ammassare decine di persone in una fetida scatola di metallo, in barba a qualsiasi emergenza virus, a falsificare dati, a brutalizzare le persone solo perchè senza documenti validi. I trafficanti continueranno a ingrassare le proprie tasche e quelle della ‘ndrangheta locale. Il confine continuerà a seminare disagio e violenza, a raccogliere corpi feriti e cadaveri.
Nonostante l’impegno e il cuore che vengono messi, le energie nel tempo si consumano, la gente si dimentica dell’orrore incontrato, magari stando qui in visita una settimana per scoprire cos’è sto fantomatico confine, e colpo dopo colpo ci si abitua a qualsiasi cosa. A pensare persino che sia normale, che sia in ogni caso inevitabile, quello che succede, e che si stia facendo comunque tutto il possibile per combattere questa palude di miseria e cattiveria umana. Ci si abitua a giocare al ribasso, arrivando, ogni anno, al punto di rimpiangere la situazione dell’anno precedente: col senno di poi, la baraccopoli della Croce Rossa, luogo ambiguo e pericoloso, sembra un lusso d’altri tempi; la chiesa delle Gianchette un rifugio meraviglioso; la condivisione quotidiana della vita sotto al ponte di via Tenda, appartiene a un mondo che non è più permesso nemmeno immaginare.
Si dovrebbe fare molto di più. Si potrebbe fare molto altro.
(Per leggere la prima parte, vedi qui, per la seconda qui
Nell’articolo che segue, presentiamo un’intervista al collettivo R-esistiamo, attivo da un paio di anni nella lotta contro le politiche migratorie svizzere e, in particolare, contro la reclusione delle persone cosiddette migranti all’interno dell’ex bunker militare di Camorino. Parliamo quindi della frontiera tra Svizzera e Italia, e delle dinamiche repressive operate dal paese elvetico contro chi cerca di raggiungere l’Europa svalicando dai confini italiani a nord, anziché dall’estremo ponente ligure. Eppure parliamo sempre delle stesse politiche discriminatorie ed escludenti, che condannano le persone provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente a progetti esistenziali precari e spezzati, sospesi nel vuoto dei continui dinieghi, della privazione di dignità e libertà, intrappolandole negli infiniti “giochi dell’oca” disseminati di pericoli, minacce, violenze, ricatti e non-sensi.
Che sia la frontiera all’altezza di Ventimiglia, Mentone e Val Roya; che sia quella più a nord, da Bardonecchia, Claviere e Oulx; o quella ancora più in su, che attraversa le città di Como e Chiasso, il progetto della Fortezza Europa non cambia. Non cambiano gli effetti che gli ingranaggi di controllo e gestione delle persone in viaggio hanno sulle vite di migliaia di esseri umani. A Ventimiglia è comune incontrare persone che abbiano tentato già altrove di raggiungere la propria meta, prima di finire rinchiuse e gasate nei container a Mentone. Sono comuni le storie di respingimenti dalla Svizzera, soprattutto per chi proveniva dalle frontiere est della rotta balcanica: queste storie raccontano sempre degli stessi dispositivi, degli stessi attori e degli stessi abusi. Che si parli di Francia, Germania, Svizzera o Italia, più che le insignificanti differenze tra i meccanismi punitivi, sono gli elementi ricorrenti ad essere rivelatori della logica del dominio delle frontiere: la retorica della sicurezza, il lucroso business dei respingimenti e la corsa all’armamento dei confini. I responsabili sono i vari governi ed i loro esecutori: polizie, eserciti, Croce Rossa, agenzie di security e ditte private che vincono appalti milionari per gestire le gabbie dei reclusi e delle recluse.
Ringraziamo il collettivo R-esistiamo per aver condiviso la loro esperienza di lotta.
L’intervista
Cominciamo dalla cornice generale: in quale situazione si trovano le persone migranti in Canton Ticino? Com’è organizzata, a livello federale e cantonale, la politica migratoria della Svizzera?
Partiamo dal presupposto che, in Svizzera, è piuttosto difficile avere accesso a informazioni puntuali e veritiere circa decisioni e leggi riguardanti le politiche migratorie. Non si trovano documenti scritti ufficiali e si parla il meno possibile di migranti e frontiere. Per le istituzioni, l’obiettivo è mantenere la quiete sociale e insabbiare ogni testimonianza e notizia di abusi e ingiustizie. Per il governo federale, l’unico aspetto importante è non concedere affatto permessi alle persone, concentrandosi completamente su respingimenti e rimpatri.
Il Collettivo R-esistiamo è nato nella primavera del 2018: il nostro obiettivo è anzitutto rompere questo isolamento informativo, far circolare la verità sui fatti e sui maltrattamenti a cui sono sottoposte le persone, e chiedere la chiusura dei bunker militari in cui vengono messe per mesi e, talvolta, per anni. Le informazioni che riusciamo a raccogliere sono frutto della conoscenza diretta con loro, nonostante l’incontro e la comunicazione tra i e le migranti e persone attiviste e solidali sia scoraggiato in ogni modo dalle istituzioni. In questo senso, anche l’uso dei bunker è strategico: luoghi isolati, sotto terra, il cui accesso è vietato ai civili.
La politica migratoria, in Svizzera, è infatti una macchina ben organizzata, il cui unico scopo è non ammettere per nulla le persone e non dare la possibilità di ottenere permessi sul territorio. È inaccettabile l’ostinazione con la quale i vari responsabili dei percorsi per la richiesta d’asilo e per l’accoglienza, la Segreteria di Stato della Migrazione (SEM), i Cantoni, la Croce Rossa Svizzera, la ORS2 (ditta privata che si occupa della logistica nei centri per migranti, ndr) non riconoscano l’umanità e l’individualità di ciascuna Persona. Non vengono mai presi in considerazione i loro bisogni, la volontà, le competenze, e vengono invece viste solo come un peso, un problema da espellere il più velocemente possibile.
Da sempre, a tutela del proprio sistema economico, la Svizzera porta avanti una politica di selezione differenziale tra chi può restare per contribuire all’incremento delle ricchezze, e chi viene spinto a lasciare il paese o addirittura viene espulso coattamente. Questo vale sia per gli immigrati di ieri, come spagnoli, italiani, portoghesi, e tanto più per le nuove immigrazioni dall’Africa e dal Medio Oriente. Eppure, a livello di opinione pubblica mondiale, si sente parlare di “Svizzera umanitaria”, basti pensare alla retorica sulla nascita della Croce Rossa proprio in questo paese.
Nell’ultimo anno, è partito un progetto di costruzione di sette centri federali per la raccolta e l’identificazione delle persone migranti. Nonostante sia in ancora in fase di rodaggio e potrebbe volerci ancora qualche tempo, l’idea è quella di accentrare il controllo delle persone in questi luoghi, per poi smistarle nei vari centri cantonali, metterle nei bunker, o, ancora, per respingerle nei primi paesi d’ingresso (soprattutto l’Italia) o direttamente destinarle a un volo di rimpatrio. È stato anche proposto di organizzare delle scuole differenziali per i figli delle persone che si trovano stoccate nei centri federali: si vuole negare l’inserimento nei percorsi scolastici svizzeri a bambini e bambine le cui famiglie vengono spinte con forza a lasciare il paese e vengono, spesso, infine rimpatriate coattivamente.
In Canton Ticino, al momento, abbiamo tre centri federali: Stabio (distretto di Mendrisio), Biasca e Chiasso, che probabilmente saranno però sostituiti da un unico centro federale dei sette in costruzione su tutto il territorio elvetico. A Rancate, sempre nel Ticino, è stato allestito un centro respingimenti, dove le persone passano la notte in attesa che, il mattino successivo, riapra la dogana italiana1 e possa completarsi il respingimento. Il costo per mantenere il centro si aggira sui 670.000 franchi all’anno: a quante persone si potrebbe offrire una chance di vita dignitosa, se questi soldi fossero usati diversamente? Ci sono inoltre, ancora operativi, i centri a gestione cantonale: Paradiso, Cadro, Castione e Camorino
Veniamo quindi allo specifico del’impegno del collettivo R-esistiamo: la lotta per la chiusura del bunker di Camorino. Che cos’è questa struttura? Come viene utilizzata?
Durante la Guerra Fredda, per paura di un possibile attacco atomico, vennero costruiti dei bunker a scopo militare e di protezione civile. Rimasti inutilizzati, salvo che per alcune esercitazioni militari, questi luoghi sono stati “presi in prestito” negli ultimi anni dalla SEM, la Segreteria di Stato della Migrazione, che ha pensato di destinarli alla gestione delle persone migranti. Il bunker di Camorino (Bellinzona), che è aperto dal 2014, si trova fuori dal centro abitato, in un luogo isolato tra l’ingresso autostradale e la centrale di polizia. Per la gente costretta a vivere lì è impossibile allontanarsi, non avendo un abbonamento ai trasporti né soldi sufficienti a comprare un biglietto.
I locali in cemento armato sono sottoterra e privi di un’adeguata areazione, gelidi d’inverno e oltre i trenta gradi d’estate; l’acqua dai rubinetti esce sporca, durante la scorsa estate ci sono state gravi infestazioni da cimici nei materassi, non vi sono spazi adeguati nè possibilità di privacy. Da agosto 2019, per il cibo, che in passato era comunque insufficiente e di scarsa qualità, i vestiti, scarpe, le necessità personali di qualsiasi genere, le persone ricevono 10 franchi svizzeri al giorno, denaro insufficiente per coprire tutti i propri bisogni, visto il costo molto alto della vita nel paese. Il coprifuoco serale, l’obbligo di pernottamento, le perquisizioni, i ricatti e il controllo costante della polizia cantonale unito alle ronde della Securitas (ditta privata di vigilanza) rendono il luogo paragonabile a una prigione più che a un centro di accoglienza.
Per chi si trova nel centro, gestito prima dalla dalla Croce Rossa, che ha rinunciato dopo lo sciopero di luglio, e attualmente dal Dipartimento Sanità e Socialità del Cantone, viene ostacolato l’accesso alle cure mediche (salvo iperdosaggi di antidolorifici e psicofarmaci) e alla tutela legale; non vi è alcun programma di attività, corsi di lingua o percorsi di inserimento: decine di persone, semplicemente, sono costrette a restare lì mesi, aspettando il proprio turno di rimpatrio, quando la polizia viene a prenderli in piena notte per caricarli su un aereo.
Non si vuole riconoscere di chi sia la responsabilità di questo posto e di quello che vi accade: se si chiede al Cantone, dicono che la responsabilità è della SEM e quindi federale. Se chiedi alla SEM, rispondono che il referente è il Cantone, in un gioco di rimpalli dove non esiste nessun tipo di trasparenza rispetto alla struttura.
Il bunker è, a tutti gli effetti, l’ultima spiaggia delle persone indesiderate, quelle per le quali non c’è altra via di uscita né alcuna volontà del governo di concedere dei permessi. È un posto talmente malsano e abbrutente che la minaccia di un trasferimento a Camorino viene utilizzata come avvertimento per coloro che fanno problemi negli altri centri, e per scoraggiare qualsiasi protesta o rivendicazione di istanze.
Alcune delle persone che sono a Camorino non possono nemmeno essere espulse, sebbene il governo non abbia in ogni caso intenzione di rilasciare loro un documento: si tratta, per esempio, di uomini con lo status di apolidi, oppure il cui paese che sarebbe meta del rimpatrio non ne riconosce l’identità. È il caso di un uomo che si identifica come tibetano e a cui la Cina rifiuta la possibilità di rimpatrio. O, ancora, sono persone il cui paese di provenienza non ha firmato accordi di rimpatrio con la Svizzera, come l’Algeria, che accetta solamente rimpatri volontari. La maggior parte della gente rinchiusa a Camorino si trova in un limbo, senza possibilità di sbloccare la propria condizione. Tra l’altro, il sistema di rilascio dei permessi è assai controverso: non ci sono leggi precise in proposito alla valutazione dello status dei richiedenti asilo. Non esiste nemmeno una lista ufficiale di paesi d’origine considerati “sicuri”, così che la decisione spetta di volta in volta all’arbitrio della Segreteria di Stato della Migrazione.
Una parte delle politiche viene decisa a livello federale a Berna, ma una parte delle decisioni è presa a livello cantonale: la situazione è così nebulosa, che è molto difficile anche per gli stessi avvocati capire come agire. A pagine e pagine di ricorsi, spesso, viene semplicemente risposto un “non entriamo nel merito della questione del ricorso”: un no e basta insomma, senza ulteriori spiegazioni.
Come siete riusciti, visto il contesto ostile, ad entrare in contatto con le persone nel bunker? Com’è adesso la situazione a Camorino e quante persone vi sono rinchiuse?
Momenti di protesta al bunker di Camorino (fonte immagine)
L’incontro è cominciato nella primavera del 2018, grazie ad una prima conoscenza avviata con alcune di queste persone, che banalmente provavano a seguire un percorso di inserimento nel tessuto sociale, per esempio durante partite di calcio in cui partecipavano anche dei solidali (in seguito la Croce Rossa ha smesso di accompagnarle per sport e visite mediche, sostenendo di non avere personale sufficiente). Dai primi racconti sulle difficoltà che vivevano, è nata la voglia di conoscersi meglio, di capire che cosa stava succedendo e cosa fossero questi bunker in cui veniva messa la gente. Sono troppe le persone che aspettano in Svizzera come fantasmi, senza diritti e senza speranze di ottene davvero un regolare permesso, depositate nei centri per anni e infine espulse.
La nostra linea d’azione è quindi diventata la volontà di rompere l’isolamento, di informarci e di informare. Di costruire delle relazioni che possano portare un po’ di sollievo: parlare con qualcuno che ti considera una persona, e che prova a darti una mano per quanto possibile.
Abbiamo organizzato delle “merende” fuori dal bunker di Camorino, costruendo dei momenti e degli spazi per incontrare e conoscere chi stava lì dentro. L’intenzione dei presidi era anzitutto quella di far sentire meno sole le persone, raccogliere i loro racconti e le testimonianze di quello che subiscono. Ma, appena qualcuno si dimostrava interessato e partecipava, il giorno dopo veniva spostato lontanissimo, facendoci perdere il contatto reciproco.
Ovviamente per le istituzioni il punto è ostacolare la creazione di relazioni e spaccare i legami che nascono. Alle persone solidali sono state fatte pressioni sul posto di lavoro da parte delle autorità, diffondendo informazioni e articoli diffamanti. Per chi invece sta nel bunker, la strategia è quella di esercitare continuamente pressioni psicologiche e minacce. Alcuni funzionari cantonali, in visita a Camorino, avrebbero detto agli uomini che si trovano lì che è meglio se stanno zitti, che se stanno buoni prima o poi le cose cambiano, e che è meglio che non diano ascolto a noi e che non si uniscano ai momenti di manifestazione e ai presìdi.
Le persone, nel tempo, hanno comunque capito che gli vengono date solo false illusioni: anche se la loro situazione è sempre difficile, talvolta scoppiano delle proteste.
Quest’estate, il 2 luglio, i circa trenta uomini che stavano a Camorino hanno fatto uno sciopero della fame, per protestare contro la terribile situazione in cui vivono e perché, con la motivazione di dover areare le stanze, la direzione del bunker li obbligava ad uscire dai locali il mattino e a non potervi far ritorno fino alla sera. Questo senza soldi per potersi spostare, senza nulla da fare, senza un riparo dalla canicola estiva, con un panino e una bottiglietta d’acqua per tutto il giorno. La reazione immediata è stata quella di silenziare la protesta: nel giro di 24 ore, coloro che avevano un permesso anche solo provvisorio sono stati spostati. Sostenendo tra l’altro che i trasferimenti fossero già decisi da tempo e che la protesta non c’entrasse nulla.
A nessuno dei responsabili del bunker, dalla SEM, alla polizia, alla Croce Rossa, conviene che si parli della situazione a Camorino, quindi ogni voce di dissenso deve prontamente essere scoraggiata. Per tenere buone le persone si fa vedere che vengono concessi piccoli miglioramenti, o si promettono vantaggi in futuro (che poi vengono comunque disattesi) per i migranti che si comportano “bene”, seguendo la strategia di dividere le persone tra buone e cattive, con lo scopo di sedare gli animi e fiaccare le resistenze.
Dopo le proteste, nel bunker di Camorino sono rimaste al momento una decina di persone, prive di qualsiasi permesso e in attesa di espulsione o di finire in prigione.
Molti di loro, infatti, hanno già subito anche periodi di detenzione amministrativa (che prevede fino a 18 mesi di reclusione), con la sola accusa di non possedere documenti “utili”. Principalmente gli arrestati vengono messi nel carcere di Realta, nel Canton Grigioni, dove un intero piano del carcere è dedicato proprio ai sans papiers, che hanno minori diritti dei detenuti comuni. Un ragazzo ci ha raccontato che per un mese di fila non gli è stato concesso di uscire dalla sua cella, e, per questo motivo, ha cominciato a praticare gesti di autolesionismo. Adesso è tornato proprio a Camorino e sta peggio che mai. Un’altra ragione per essere imprigionati è se il governo federale pensa che tu possa allontanarti prima dell’esecuzione di espulsione: un uomo si è recato a trovare il fratello in un cantone della Svizzera interna, pur non avendo un permesso per spostarsi, è finito in un controllo di polizia (che si basano sempre sul racial profiling, visto che vengono fermate le persone in base al colore della carnagione) e, solo per questo, è stato imprigionato.
Alla luce di questo stato di cose, quali sono le richieste e gli obiettivi di lotta che portate avanti come collettivo R-esistiamo?
Quello che chiediamo è che luoghi come questo, e in particolare il bunker di Camorino, vengano definitivamente chiusi.
Siamo consapevoli che, quando cala l’attenzione, ricominciano invece a portare lì le persone. Vogliamo che il bunker venga chiuso e che venga data una possibilità di vita a queste persone, condannate ad un’esistenza sotto terra senza nessuna prospettiva.
Nel 2014 uscì un rapporto ufficiale della Commissione Federale Contro la Tortura, in cui si affermava che le persone non possono essere tenute nei bunker per oltre tre settimane, per ragioni igienico sanitarie. Nonostante non sia cambiata la loro situazione, nel report del 2018 della stessa Commissione non si fa più nessuna menzione a questo ammonimento, e nessun ente ufficiale federale si è più espresso in merito al fatto che, alcune persone, siano sottoterra da anni.
Da Marzo 2019 è entrata in vigore una nuova legge sulla migrazione, che avrebbe dovuto evitare alle persone di rimanere in attesa per anni, e velocizzare l’iter di valutazione delle richieste di asilo. Dopo pochi mesi, vediamo già come questa legge non funzioni affatto: la gente non riceve mai assistenza legale, la polizia cambia a proprio piacimento, sui moduli, dati, età e provenienza delle persone, per metterle nella condizione di poter essere espulse o respinte.
Nonostante le immense risorse di uno dei paesi più ricchi del mondo, che potrebbe con estrema facilità assorbire il numero esiguo di persone che arrivano in Svizzera, a prevalere sono in ogni caso gli interessi economici, che preferiscono nutrirsi del fruttuoso business legato alla repressione, alla militarizzazione delle frontiere, alle deportazioni e allo sfruttamento della manodopera in nero delle persone senza documenti giusti.
Sappiamo che sarà molto difficile farsi ascoltare e che abbiamo a che fare con il muro di gomma delle istituzioni, ma non si può proprio mollare.
1 Sembra che nel 2020 il centro di Rancate verrà chiuso: gli arrivi in Svizzera nell’ultimo anno, a fronte di un’ingente spesa di mantenimento della struttura, sono andati diminuendo in maniera consistente. La proposta del consigliere leghista Norman Gobbi, tuttavia, non è di eliminare un punto di riferimento per i respingimenti, ma semplicemente quella di spostarlo a Stabio o a Chiasso, sul confine con l’Italia, dove alcuni magazzini delle ferrovie FFS sarebbero già stati allestiti da tempo come dormitori, senza tuttavia mai essere utilizzati.
2 La ORS Service AG è una società privata svizzera che gestisce alloggi per l’asilo per conto del governo federale, ed è uno dei maggiori attori in questo campo. In seguito alla diminuzione degli arrivi in Svizzera, la società è entrata in una fase di crisi che l’ha portato a cercare di espandere il proprio mercato nei paesi sul Mediterraneo, in primis l’Italia. Nel luglio 2018 è stata fondata quindi a Roma la nuova filiale ORS Italia S.r.l., che mira ad aggiudicarsi la cospicua fetta di investimenti piovuti sul settore degli hotspot e dei centri di detenzione e rimpatrio, grazie ai decreti legge Salvini e all’imminente apertura dei nuovi CPR, come il Corelli di Milano.
Pubblichiamo la traduzione del resoconto di lunedì 14 ottobre del collettivo Kesha Niya. Come nei precedenti report, pubblicati a gennaio, maggio, giugno e settembre, resta costante l’uso della violenza da parte della polizia francese sulle persone respinte , sia nella fase di fermo, che in quella di detenzione; aumenta inoltre il numero delle persone respinte in Italia.
Attenzione il report contiene resoconti sulla violenza della polizia
Numeri record questo mese. Abbiamo visto 1.536 persone respinte in Italia in totale, inclus* 59 minori non accompagnat* (9 erano bambin* molto piccol*) e 46 donne, alcune delle quali erano incinte. Questi numeri non includono quell* che sono stat* portat* via in macchina dalla Croce Rossa o dalla polizia, o le persone che sono passate mentre non eravamo presenti.
Possiamo ufficialmente dichiarare che ogni asserzione di politici o burocrati, sul fatto che la situazione si sia calmata e che sia molto piccolo il numero di persone respinte in Italia, è completamente falsa.
Ogni due settimane sono state viste circa 20 persone a bordo del pullman per la deportazione a Taranto.
Ci sono state alcune occasioni in cui più persone del solito sono venute alla nostra distribuzione della cena, a volte il numero ha superato le 100 persone.
All’inizio del mese, alcuni giornalisti italiani sono venuti al confine quattro volte. Lavoravano tutti per diversi canali televisivi italiani e volevano riferire i respingimenti effettuati dalla polizia francese. Hanno preteso i dati sul numero delle persone e i resoconti sulla violenza delle polizia comportandosi in modo molto irrispettoso delle persone presenti (non preoccupandosi del consenso, dell’anonimato e non dando alle persone il tempo di rilassarsi prima di rispondere).
A differenza degli ultimi mesi, abbiamo visto molte persone appena arrivate in Italia, alcune senza impronte digitali in Europa.
Molti dei minori incontrati questo mese non avevano mai lasciato le impronte in Europa. Si sono dichiarati minorenni alla PAF (Police Aux Frontières, ndt) ma sono stati respinti in Italia con una falsa data di nascita scritta sul rifiuto di ingresso.
Ciò che è stato diverso questo mese è stata loro registrazione come adulti, da parte della polizia italiana, anche in Italia, tramite la raccolta di 4 impronte digitali e basandosi sulla data di nascita scritta sul rifiuto di ingresso. Questo fatto è un paradosso che ci colpisce, dal momento che la polizia italiana sa che la polizia francese scrive spesso delle età false per respingere i minori, il che crea maggior lavoro per la polizia italiana.
Una giovane donna della Nigeria che era stata accolta in Francia in quanto minore, diventata maggiorenne nel frattempo, doveva rientrare in Francia perché aveva ricevuto una comunicazione dall’OFPRA (Ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi n.d.t.) che le concedeva lo status di rifugiata. Viaggiava con una lettera del suo avvocato che spiegava la situazione, copia del suo vecchio rècèpissè (ricevuta di domanda d’asilo, ndt) e del suo certificato di nascita. E’ stata rimandata indietro a Bardonecchia e poi a Mentone. Ha riprovato con una copia della lettera dell’OFPRA che le concedeva lo status di rifugiata. La PAF l’ha respinta ugualmente. Non era in possesso del rifiuto di ingresso, perché questo è accaduto di sera e i militari italiani lo hanno trattenuto. Perciò era impossibile contestare il rifiuto d’ingresso. Siamo andat* insieme a richiedere copia del rifiuto di ingresso alla polizia italiana, ma l’agente ci ha detto che non sapeva dove fosse perché la squadra che lo aveva preso se n’era già andata.
Abbiamo incontrato molte persone che sono state deportate da altri paesi, come la Germania, l’Austria, il Belgio, o il Lussemburgo. Alcun* di coloro che sono stati deportat* da altri paesi, non avevano trascorso molto tempo in Italia prima della deportazione, ma le loro impronte digitali sono state immediatamente registrate al loro arrivo a Lampedusa, anche se avevano passato molto più tempo in un altro paese, costruendosi una vita, prima di essere deportat* in un posto che conoscono davvero molto poco.
Le detenzioni (nei container della polizia francese al confine, ndt) sono di nuovo state talvolta molto lunghe, alcune persone hanno dichiarato di essere state trattenute anche 24 ore. Adesso la polizia italiana non rilascia sempre il foglio di invito in questura (“per regolarizzare la prorpria posizione” come richiedente in territorio italiano, ndt), che era molto utile per [calcolare complessivamente la durata dello stato di fermo] comparando l’orario in cui le persone vengono fermate dalla polizia francese, a quello in cui le stesse vengono rilasciate dalla polizia italiana. Al momento le detenzioni sono a volte molto lunghe (dalle 19.45 alle 14.00 del giorno successivo, dalle 7.00 alle 16.00, dalle 20.45 alle 15.15 del giorno successivo) ma sono difficili da provare senza le carte rilasciate dalla polizia italiana.
Praticamente tutti i giorni stiamo ricevendo resoconti di violenze e furti da parte della polizia francese: sono abituali gli episodi in cui le persone vengono insultate, prese a schiaffi o gasate con lo spray al peperoncino in spazi chiusi. Quando vengono riconsegnati i loro effetti personali, ad alcune persone mancano centinaia di euro, oppure non vengono riconsegnati i telefoni, o viene impedito di raccogliere le proprie cose (nel momento della cattura, per esempio durante una retata sui treni, ndt) prima di essere prese in custodia dalla polizia francese. Ad alcune persone è stato negato l’accesso alle cure mediche per condizioni quali il diabete e problemi cardiaci congeniti.
Inoltre questo mese, due giovani marocchini sono stati pesantemente picchiati da nove agenti della polizia francese, nel retro di uno dei container. Alcun* di noi insieme a persone di Amnesty hanno assistito alle grida e hanno visto quando i due giovani sono usciti coperti di contusioni. Li abbiamo accompagnati all’ospedale, abbiamo ascoltato il racconto di come la polizia li avesse costretti a strisciare sul pavimento e ad altri comportamenti degradanti, e abbiamo raccolto un resoconto molto dettagliato in modo che possano sporgere denuncia. E’ la testimonianza più dettagliata e violenta che abbiamo mai sentito.
Se hai una settimana o più di tempo libero, per favore contattaci: abbiamo bisogno di volontar*!
Per favore condividete le informazioni e parlate di ciò che sta accedendo per creare consapevolezza.
Create il cambiamento e continuate a combattere le autorità!
(Foto in evidenza: pullman di Riviera Trasporti a Ponte san Luigi: manovre tra confine italiano e francese per prendere posizione per le operazioni di trasferimenti forzati.)
Pubblichiamo il secondo degli articoli per il ciclo di post, qui inaugurato, dedicato a fornire alcune coordinate specifiche e una sintesi delle informazioni su luoghi e dispositivi che caratterizzano la geografia fisica, sociale e politica del territorio di confine di Ventimiglia.
Adesivi di protesta alla compagnia di trasporto pubblico Riviera Trasporti (fonte: Riviera24)
#2 Riviera Trasporti: trasferimenti forzati da Ventimiglia agli Hotspot
Dal 2016 va avanti la procedura dei trasferimenti forzati in pullman dal confine di Ventimiglia agli hotspot del sud Italia. Riviera Trasporti S.P.A. (RT) è l’azienda assegnataria del bando per il “servizio di trasporto dei migranti” voluto dall’ex ministro Alfano e dal capo di polizia Gabrielli.
A seguito della visita di Alfano a Ventimiglia (7 maggio 2016) istituzioni e forze di polizia elaborano una tecnica di allontanamento dei migranti dalla zona di confine. È chiamata “strategia della decompressione” o “alleggerimento del confine” e viene sperimentata per la prima volta il 12 maggio 2016. Nell’estate diventa prassi regolare.
In quasi tre anni di decompressione sono state affinate tecniche, tempi, modi e anche i costi messi in campo. La motivazione ufficiale sarebbe la volontà di scoraggiare il cosiddetto “flusso secondario”: le persone che, raggiunta l’Italia, cercano di spostarsi in un altro paese europeo; prevenire turbative di ordine pubblico; scongiurare crisi igienico sanitarie.
Sequestrando le persone e obbligandole a essere identificate ulteriormente, sebbene la quasi totalità di loro abbia già lasciato impronte e dati all’arrivo in Italia o durante precedenti controlli.
Avvocati e associazioni di Diritto affermano che la procedura sia giuridicamente illegale. Migliaia di persone sono state tenute in stato di fermo non convalidato da nessuno. Sottoponendole alla limitazione della libertà personale in violazione dell’articolo 13 della costituzione. Numerose persone hanno dichiarato di aver ricevuto percosse, minacce e tortura durante le varie fasi di cattura nella zona del confine (con le retate di polizia francese e italiana), durante la detenzione, nel trasferimento al sud e in fase di re-identificazione negli hotspot. Altrettante le persone che dichiarano di non essere state informate di quello che stava loro accadendo: nè della destinazione del trasferimento forzato, né delle motivazioni della detenzione. Chi ha cognizione di cosa gli stiano facendo, è perchè sta affrontando il secondo (o terzo, o …) giro di trasferimenti forzati.
Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di finanza, personale medico che opera anche al campo CRI, personale di Riviera Trasporti, cooperano nell’espletazione delle procedure di deportazione.
Pullman di Riviera Trasporti in marcia sull’autostrada ligure, scortato da due blindati e una volante in borghese
EVOLUZIONE DELLA PROCEDURA:
– maggio/settembre 2016: Partono contemporaneamente due pullman da 50 posti. Arrivati a Genova avviene l’imbarco su voli di Mistral Air (Poste Italiane). In un paio di occasioni sono utilizzati traghetti di Sardinia Ferris per portare le persone in Sardegna.
Il noleggio dei voli costa 6.000 euro l’ora. La scorta di polizia all’interno dei pullman RT è nella proporzione di uno a uno coi migranti. Inoltre i convogli sono scortati da diversi blindati e volanti.
– autunno 2016/anno 2017: il trasferimento forzato passa su gomma: parte un pullman alla volta e copre tutto il viaggio. La scorta si riduce a un paio di blindati più auto civetta in borghese. In una prima fase i viaggi sono quotidiani, poi si diradano a cadenza circa bisettimanale. Vengono introdotti i teli di plastica bianca cerata per coprire i sedili sui pullman.
– anno 2018: in concomitanza con la riduzione del numero di persone che arrivano a Ventimiglia, i trasferimenti forzati si assestano a cadenza settimanale. Il pullman utilizzato è sempre da 50 posti. Il numero dei deportati oscilla tra 12 – 25 persone a carico. Attualmente tutti i viaggi sono diretti, salvo emergenze o lavori alla struttura, all’hotspot di Taranto.
Persone caricate sul pullman RT e sottoposte a trasferimento forzato.
I COSTI:
Riviera Trasporti s.p.a (trasporto pubblico per la provincia di Imperia) vince ripetutamente la gara di assegnazione del bando per i trasferimenti (bando 2016-2017: qui e qui. Bando 2017-2018: qui). Il bilancio della compagnia, che segna un debito di circa 25 milioni di euro, è letteralmente stato salvato negli ultimi anni dai finanziamenti per il trasporto delle persone migranti.
Con la proposta di 2,00 euro a km, iva esclusa, per un totale di costi di viaggio che oscilla tra 5.500 e 5.900 euro a settimana, Riviera Trasporti percepisce infatti dalla Prefettura di Imperia:
Per l’anno 2016: incasso 800.000 euro
Per l’anno 2017: incasso 800.000 euro
Per l’anno 2018: incasso 500.000 euro
Bisognerebbe poi aggiungere i costi per uomini e mezzi di scorta al convoglio. Gli straordinari del personale, le spese di manutenzione dei veicoli, i costi autostradali: pertanto non è possibile conoscere l’effettivo ammontare delle centinaia di migliaia di euro spese per mantenere a regime le deportazioni.
In rosso il percorso autostradale attualmente seguito per deportare le persone migranti da Ventimiglia all’hotspot di Taranto
LA LOGISTICA:
Il pullman di Riviera Trasporti arriva al confine italiano di Ponte san Luigi intorno alle 8 – 9 del mattino. Parcheggia innanzi all’edificio di polizia e resta lì per tutta la durata delle procedure, fino alla partenza intorno alle 13 – 14.
Le persone caricate sui pullman vengono sottoposte a una serie di procedure definite “Trattamento dei soggetti ”. Sono i migranti presi nel tentativo di passare il confine, per lo più dalla polizia francese; più quelli catturati a Ventimiglia nelle apposite retate organizzate il mattino del trasferimento.
All’interno della struttura della polizia di frontiera:
Identificazione e rilevazione generalità.
Screening medico: i malati contagiosi, per esempio di tubercolosi o scabbia, vengono rimandati a Ventimiglia. Circa 8 km di strada a piedi.
Perquisizione personale e sequestro di lacci delle scarpe, cinture, braccialetti, collanine e altri oggetti coi quali le persone potrebbero tentare gesti di autolesionismo
assegnazione a ciascuno di un numero di deportazione
Sul marciapiede tra la struttura di polizia e il pullman:
una alla volta le persone caricano zaino/valigia nella pancia del pullman
Un poliziotto esegue una ripresa busto-volto di ciascun migrante, costretto a tenere all’altezza del petto un pezzo di carta con il numero assegnato
Carico. Prima della partenza vengono consegnati panini e acqua. Sono rimossi i tappi delle bottiglie, sempre per evitare tentativi di soffocamento per disperazione o protesta.
Cartina della zona frontaliera tra Ventimiglia e Ponte San Luigi
Zona di Ponte San Luigi (confine di Satao) nel dettaglio: aree di detenzione dei migranti sul versante francese e zona di parcheggio del pullman per i trasferimenti forzati
IL TRASFERIMENTO:
Attualmente i pullman portano le persone a Taranto: 1.188 km in circa 16 – 18 ore (ma le persone restano bloccate sul pullman per 22/23 ore: dal carico del mattino precedente, al mattino successivo quando vengono infine fatte scendere all’hotspot)
Negli anni, sono state utilizzate anche altre strutture come meta per i trasferimenti forzati (sempre verso Hotspot, talvolta Cara): Taranto; Bari; Crotone; Trapani; Cagliari
Procedure per il trattamento: poliziotti scaricano in frontiera, presso gli uffici per espletare la trafila di imbarco su pullman, i migranti catturati nelle retate in città
Procedure per il trattamento: mascherine, guanti, inquisizioni e perquisizioni: il soggetto viene preparato al viaggio.
Procedure per il trattamento: a ciascuna persona viene assegnato un numero di deportazione, e con esso viene filmata da un operatore di polizia prima dell’imbarco
procedure per il trattamento: alcune persone in possesso del giusto documento vengono rilasciate a un certo step della trafila: gli uomini che escono dagli uffici di polizia devono rimettere lacci e cinture che gli sono stati requisiti durante i controlli
Pullman parcheggiato di fronte alla polizia di frontiera, si avvia a partire con la scorta
Il “gioco dell’oca” è stato spesso definito il giro infinito di deportazioni e respingimenti delle persone migranti, varato da Alfano nel 2016 e tutt’ora in vigore come procedura di repressione al confine
Ieri il tribunale di Gap, nelle Hautes-Alpes francesi, ha emesso giudizi pesanti nei confronti di sette persone, accusate di aver favorito l’ingresso illegale in Francia di una ventina di migranti. Si è scelto di non considerare il contesto dell’episodio: una manifestazione, il 22 aprile scorso, che arrivava dopo un intero inverno di drammi e interventi in montagna, per soccorrere chi, totalmente privo di equipaggiamento, si trova ad attraversare valichi alpini innevati, braccato dalla polizia francese. Si è scelto di non dare peso alle condizioni materiali e politiche delle valli franco-italiane: nessuna menzione per la carenza di infrastrutture e sostegno ai migranti dalla parte italiana, nessun accenno alle sortite dei neofascisti, che, proprio in quei giorni, manifestavano pubblicamente la volontà di costituirsi in pattuglie di frontiera autonome e illegali (nessuno di loro è stato inquisito, nessuna inchiesta è stata aperta). Si è scelto di non guardare ai percorsi dei militanti, da anni impegnati nel soccorso in montagna e nella solidarietà attiva. Tutto ciò succede ad un giorno dall’annullamento di un’altra sentenza per “delitto di solidarietà”, caduta su altri militanti, di altre valli frontaliere. Non è semplice esprimere giudizi su tale disparità di trattamento. A caldo, prevale un sentimento di ingiustizia, prevale la rabbia verso una società che accetta di scagionare un eroe, ma che sia uno! Il messaggio sottinteso sembra dire: non osate ripetere le sue gesta, che la solidarietà non diventi appannaggio di tutti, soprattutto se praticata collettivamente e alla luce del sole.
Ci sembra chiaro che, ad essere sanzionata, sia prima di tutto la linea politica che ha animato una manifestazione che, in maniera chiara e radicale, avulsa da qualsiasi velleità umanitaria e assistenzialista, esprime una lotta orizzontale contro i dispositivi di confine, per la libertà di tutt*.
Il tribunale correzionale di Gap (Hautes-Alpes) giovedì ha emesso dei verdetti che vanno fino a quattro mesi di prigione nei confronti di sette militanti, il cui capo d’imputazione è quello di aver aiutato dei migranti a entrare in Francia la primavera scorsa. Due degli imputati, francesi, già condannati in passato e inquisiti in questo stesso dossier giudiziario anche per ribellione, sono stati condannati a dodici mesi di prigione, di cui 4 da scontare in carcere.
Per uno di loro, M. B., 35 anni, la pena prevede anche una ‘messa alla prova’ di due anni e una multa di 4.000 euro. «Erano due le scelte possibili oggi, si trattava di scegliere tra la solidarietà e la morte. Il tribunale di Gap ha scelto la morte per gli esiliati» – ha dichiarato quest’ultimo all’uscita dal tribunale (https://www.ledauphine.com/hautes-alpes/2018/12/13/7-de-briancon-les-reactions-apres-les-condamnations-hautes-alpes-gap). In effetti, l’allarme ha suonato in quel di Briançon: le associazioni di aiuto ai migranti (Anafé, Amnesty, Cimade, Médecins du monde, Médecins sans frontières, Secours catholique…) hanno lanciato l’allerta «sull’insufficienza della presa in carico e il respingimento sistematico di uomini, donne e bambini che cercano di oltrepassare la frontiera franco-italiana (…) mentre inizia la fredda stagione invernale». Si temono altri drammi, considerando che le temperature scendono a -10° in montagna.
Gli altri cinque, due francesi, un’italiana, uno svizzero e un belga-svizzero, dalla fedina penale intonsa, sono stati condannati a sei mesi di prigione con la condizionale. Hanno dieci giorni per ricorrere in appello. Un centinaio di militanti della causa dei rifugiati si sono radunati giovedì pomeriggio sotto le finestre del palazzo di giustizia per sostenere i ‘sette di Briançon, come vengono chiamati. Il tribunale ha seguito le richieste del procuratore di Gap Raphael Balland, che durante il processo dell’8 novembre non aveva invocato l’aggravante di ‘banda organizzata’.
«Sono un po’ basito davanti a una decisione così severa, per dei fatti che sono quantomeno discutibili (…). I gilets jaunes ne hanno fatte di ben più gravi» – si è lamentato Christophe Deltombe, présidente della Cimade, associazione di difesa dei diritti dei migranti. «Ero convito che sarebbero stati rilasciati. Non vedevo dove potessero essere individuati gli elementi materiali e intenzionali dell’infrazione penale. Siamo in pieno in quel che viene chiamato ‘crimine di solidarietà’: sono condannati perché sono stati solidali a delle altre personé» – ha aggiunto.
«Siamo tutti un po’ colpiti da questa decisione. E’ una pena estremamente severa. La motivazione del tribunale non ci ha convinto» – ha reagito da parte sua Maeva Binimelis, uno dei sei avvocati dei militanti. «Questa decisione è un colpo di freno alla direzione presa in favore di una maggiore umanizzazione e individualizzazione delle condanne per delitto di solidarietà, nell’attesa della sua soppressione», critica da parte sua un altro dei difensori, Vincent Brengarth.
L’accusa imputava ai sette militanti, le cui età vanno dai 22 ai 52 anni, di aver facilitato, il 22 aprile, l’entrata in Francia di una ventina di migranti confusi ai manifestanti forzando una barriera eretta dalle forze dell’ordine. Durante l’udienza, gli imputati avevano contestato il fatto di aver coscientemente aiutati i rifugiati a passare la frontiera nel corso della manifestazione. Partita da Clavière, in Italia, questa si era conclusa a Briançon.
Il processo iniziale, previsto in maggio, era stato rapidamente rimandato, per concedere il tempo al Consiglio costituzionale di esprimersi sul ‘delitto di solidarietà’. In luglio, i ‘Saggi’ hanno considerato che, in nome del ‘principio di fraternità’, un aiuto disinteressato al soggiorno irregolare non sarebbe passibile di condanna, l’aiuto all’entrata resterebbe però illegale.
Mercoledì, la Corte di cassazione –la più alta giurisdizione dell’ordine giudiziario in Francia – ha annullato la condanna di Cédric Herrou, diventato un volto noto dell’aiuto ai migranti, e di un altro militante della Valle Roya, condannati in appello per aver assistito dei migranti.
Ventimiglia 17/11/18 : “Fare i conti, senza l’oste”
Una pagina di diario che contiene impressioni rielaborate cercando un filo che non sia solo analitico ma anche emotivo. Nell’incapacità di tracciare un quadro esaustivo o di trovare una quadra politica rispetto alla sfida terribile che il presente ci pone di fronte, il racconto soggettivo è solo un modo di lasciare una traccia.
Ventimiglia è quella città di confine in cui esci dal treno e ti trovi davanti ad un quadro metafisico. Il tempo sembra sospeso: un gruppo di suore vestite in bianco si affretta sulle scale della stazione, pochi ragazzi neri aspettano il loro destino seduti su un muretto, un quartetto di donne e uomini di affari si salutano e entrano nella loro audi metalizzata, distrattamente una volante attraversa il piazzale.
Ventimiglia, di nuovo e d’autunno inoltrato, ormai quasi inverno.
Ventimiglia: manca qualcosa, un’assenza corposa e tangibile.
Una città di confine dove le contraddizioni scoppiano e ti buttano in faccia quanto qualsiasi posizione – se non inserita in una visione complessiva, concreta e radicale di cambiamento – diventi astratta e moralistica.
A Ventimiglia quasi tutti i bar vivono grazie alle macchinette per il gioco. Il sindaco da un paio di settimane ha emesso un’ordinanza contro le macchinette che prescrive di tenerle chiuse dalle 7 alle 19.
Il sindaco delle ordinanze, quello del divieto di dare da mangiare alle persone migranti, emette un’altra ordinanza. A prima vista, stavolta fa bene. Ma davvero è così?
Alcuni bar potrebbero essere costretti a chiudere. Nei bar di Ventimiglia lavora gente normale con tutte le sue contraddizioni, molti lavorano da mattina a sera per campare. La maggior parte si è piegata al razzismo, non tutti come sappiamo però.
I commercianti strozzati dalle tasse, che non riescono a sbarcare il lunario e che saranno ancora più nella merda, magari costretti a chiudere, a causa della perdita delle macchinette. Quei commercianti che sono alcuni degli omologhi italiani dei Gilets Jaunes che in questi giorni incendiano la République.
Certamente le macchinette sono una merda, sintomo della vita alienata che la gente, soprattutto quelli dei ceti più bassi, si trova a vivere. Ma un’ordinanza sulle macchinette fatta dal sindaco delle ordinanze contro il cibo distribuito alle persone migranti, da un sindaco che ha ordinato lo sgombero dell’esperienza dei Balzi Rossi, da un sindaco del partito di Minniti, non potrà mai essere un’ordinanza buona.
Il confine ti mette continuamente di fronte alle contraddizioni sanguinanti di questo tempo.
Le persone in viaggio sono radicalmente diminuite e quelle che ci sono restano il più invisibile possibile.
Uscita dal bar di Delia, costeggio il lungo fiume prima di dirigermi all’assemblea del Coordinamento territoriale in Via Tenda, presso lo spazio Eufemia. Mi fermo a guardare delle palme che sono state decapitate. Mi si avvicina un signore sulla cinquantina, si presenta: “ Alfiero Pasquale, piacere, un tempo ero il vigile coi baffi . Guardi qui, nella foto, come ero bello un tempo. Sì le palme le hanno decapitate, hanno tagliato tanti alberi. Perché io lo so, sa, chi è stato. Quello lì, fa finta di fare ma non sa da dove si comincia.
Ogni tanto sogno, o meglio sono in dormiveglia. Vedo delle cose, degli uomini. Appesi come pipistrelli, per i piedi. Sotto il ponte del cavalcavia della ferrovia là sotto. Lo sa? Li ha visti? Ma poi da lì sono stati mandati via. Verso la spiaggia. Ora li vedo, sotto il mare che camminano, in un tunnel. E io li inseguo e gli sparo delle frecce, proprio qui in mezzo alla fronte.”
“ Per ammazzarli?” – domando io.
“ Ma no sono già morti. Sono tanti, neri, vengono da altri posti, io li vedo, sono visioni che mi arrivano, come nel dormiveglia, me le manda il Padre di tutto, così lo chiamo io, che mi chiede di pregarlo…..”
L’ex vigile viene interrotto e io proseguo, pensando a come alcune situazioni con la loro enorme violenza sociale e politica producano nelle menti più sensibili e più porose delle visioni, delle ossessioni, pazzie che in fondo lo sono poco, confrontate all’accettazione brutale e diffusa della normalità spettrale.
Via Tenda è buia, piena di lavori stradali. Dentro Eufemia la luce è accesa e la stanza piena. La prima cosa che penso è che, partecipanti alla riunione del coordinamento territoriale, siamo solo europei con i documenti in regola.
Si ricapitola la situazione.
L’afflusso delle persone migranti è radicalmente diminuito. Le presenze al campo Roya lo dimostrano. Molti si fermano appena nella città di confine, sono già indirizzati al circuito dei passeurs. Il campo Roya se chiuderà, probabilmente poi riaprirà sotto forma ancora peggiore. Verranno applicate delle misure speciali varate per le zone di frontiera. Suona tutto molto inquietante e molto verosimile.
A gennaio lo spazio Eufemia gestito dal progetto 20K dovrà chiudere, il proprietario non rinnova il contratto d’affitto, non vuole grane. Difficile sarà trovare un nuovo spazio in un territorio sempre più blindato, da una politica locale e nazionale razzista, dal controllo mafioso, da una popolazione in buona parte in difficoltà e chiusa nel suo egoismo. Resta un posto solo, ancora amico, il bar di Delia, ma per proteggerlo ci vorrebbe un progetto collettivo fatto da persone solidali che vivono il territorio e che abbiano la voglia e trovino le motivazioni per sporcarsi le mani con la melma di questa città di frontiera.
La repressione è sempre più forte: viene citato il caso delle due compagne che hanno ricevuto il foglio di via da Ventimiglia solo per aver documentato un’azione poliziesca volta alla deportazione delle persone migranti dalla città. Qualcuno chiede se sia possibile fare qualcosa collettivamente, un’azione dimostrativa per denunciare il livello repressivo inaudito, ma nell’assemblea sembra prevalere l’idea che occorra evitare altri problemi. Resta da chiedersi per fare cosa, visto che gli spazi di agibilità sono praticamente finiti.
La riunione si conclude, lasciando più interrogativi che progettualità condivisa.
Percorrendo Via Tenda a ritroso, nel buio fitto della sera, di nuovo percepisco un’assenza così concreta e reale. E cercando il comune denominatore di questa mezza giornata al confine, come al solito col suo tempo sospeso, condensato e lunghissimo, penso al detto: “fare i conti, senza l’oste”.
Le vie del signore sono finite. Ventimiglia 10/11 Novembre
“Esco dalla stazione. Piove, e la pioggia mi accompagnerà per tutto il fine settimana. Nessuna divisa sui binari e nella piazza antistante. Un gruppo di 6 ragazzi ed una ragazza di apparente provenienza mediorientale parlano con un giovane della croce rossa monegasca.
Passo oltre e raggiungo il bar di Delia. Come sempre è gentile ed accogliente. Una mente critica con un cuore d’oro. C’è un ragazzo proveniente da Milano, della Costa d’Avorio, che ci ascolta un pò sorridendo e poi esce con le ciabatte ai piedi. Delia mi dice che purtroppo ha finito le scarpe. Molte persone, anche famiglie assai numerose, sono passate da lei per indumenti e coperte essendo anche chiuso l’infopoint di via Tenda. Infatti Eufemia ha subìto un danno alla saracinesca, speriamo non doloso, che costringe il gruppo 20K a tener chiuso questo spazio per almeno una settimana. Arriva un giovane ragazzo sudanese che ha richiesto il permesso di soggiorno e fa volontariato. Delia dice di essere preoccupata per una ragazza nigeriana con una bimba di età inferiore a 1 anno che si era allontanata dal bar il giorno prima con alcune persone, apparentemente appena conosciute. Il ragazzo racconta che, incontrata per strada, l’ha accompagnata alla croce rossa per avere un pò di riparo, in tutti i sensi. D’altra parte non esiste alcuna alternativa su questo territorio per una donna.
Intanto continuano le deportazioni: l’ultima giovedì con il classico pullman che arriva in città all’alba, ora delle attività indicibili. Esco dal bar e mi dirigo verso via Tenda. Ci sono un discreto numero di ragazzi per strada. Molti, oltre ai ragazzi africani, provengono dal Medio Oriente o Oriente. Altre persone già più volte incontrate, diciamo stanziali, sono sedute nei bar della via, prima del passaggio a livello. Intravedo persone che escono da recessi dall’altra parte del fiume e percorrono il ponte. Sono indeciso, penso che il mio eventuale arrivo e la domanda: “Have you any health problem? I am a medical doctor”, sia più un’intrusione che un aiuto, in una situazione come questa. Ci penserò domani con la luce.
Scritte di alcune persone migranti lungo la strada per il campo della Croce Rossa
Il blindato dei carabinieri staziona nel parcheggio antistante alla chiesa. La chiesa offre uno spettacolo pietoso, una iconografia dell’intervento attuale della chiesa in questo territorio: un cartello di divieto di sosta davanti ad una transenna che impedisce la sosta e l’entrata nella chiesa. Forse il motivo è un altro, ma è una chiara immagine dell’avversione nota da parte del parroco attuale nei confronti delle persone in transito.
L’esperienza di don Rito, nonostante i limiti, era punto di riferimento per donne bambini e famiglie. La conseguenza è stata che don Rito è stato ringraziato dal vescovo per il suo impegno spedendolo a prestar servizio a San Biagio, Soldano e Perinaldo, posti spersi tra i monti. Le donne, i bambini e le famiglie hanno ora la sola possibilità di stare nel campo Roja in condizioni di promiscuità illogiche oltre che illegali. D’altra parte mi viene detto come il vescovo Suetta non nasconda le sue franche simpatie leghiste. Un’amica solidale evidenzia, inoltre, come in questa istituzione per sua stessa natura gerarchica, le parole del capo, papa Francesco, vengano completamente disattese nel territorio di Ventimiglia.
Chiesa di Sant Antonio alle Gianchette, Ventimiglia
Raggiungo il cimitero con una pioggia battente. Insieme a me una decina di persone aspetta la distribuzione del cibo nel parcheggio antistante. Verso le 19.00, dopo che si era verificato anche l’allagamento della strada e del parcheggio, vado ad incontrare un’amica solidale. Dopo quasi un’ora torno, non c’è nessuno, solo alcuni poliziotti. Spero che siano almeno riusciti a dare il cibo. Ritornando in via Tenda vedo molti ragazzi lungo la via con bagagli e zaini.
La mattina dopo incomincio il percorso dalla spiaggia. Incontro un gruppo di ragazzi nigeriani, circa una decina, con una giovane ragazza rumena. Hanno dermatiti e malattie da raffreddamento. Li visito e consegno loro alcuni farmaci, poi mi chiedono qualche antidolorifico per vaghi dolori, penso che la richiesta faccia riferimento ad una situazione di dipendenza. Continuo la mia strada. Vicino al ponte della ferrovia incontro alcuni ragazzi provenienti dall’altra riva, chiedo loro se hanno o se conoscono qualcuno che ha problemi di salute. La risposta è negativa. Scendo lungo il fiume, noto almeno 4 giacigli protetti dal ponte e due persone che riposano, nonostante la presenza del blindato della guardia di finanza. Tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine che incontro nei presidi hanno il viso illuminato costantemente dai cellulari.
Scorcio sui container dalla recinzione del campo CRI
Raggiungo la riva del fiume in piena, vedo coperte tra gli alberi, ma non persone. Proseguo verso il Campo Roja.
Ogni volta che faccio questa strada, sento la fatica e mi rendo conto della violenza insita nella scelta di questo luogo. Il campo si è ulteriormente ampliato. Sento le voci dei bambini, spero che vada tutto bene. Ho notizie di famiglie numerose che dopo 2 notti si sono allontanate per rimanere alla stazione fino alla partenza. Incontro e visito 2 ragazzi curdo/iracheni che vivono in prossimità del campo Roja. Ritorno verso la stazione. Mi fermo a pranzo lungo via Tenda. È stato aperto un nuovo locale da parte di un ragazzo che avevamo incontrato già varie volte. Ci aveva preannunciato il desiderio di aprire un locale, avendo i documenti ma non un lavoro. Ci riconosciamo e ci salutiamo, mangio bene, in una stanza dove sono l’unico occidentale. Prendo alla fine il treno di ritorno.
Quello che si nota a mio avviso è, nella estrema variabilità degli eventi, la progressiva polverizzazione delle persone. Mi chiedo quanto sia profonda la consapevolezza di far parte di una lotta di un gruppo di persone che aspirano ad una libertà comune, quella di potersi muovere. Questa lotta sembra progressivamente sgretolarsi sotto i colpi della repressione locale, nazionale e internazionale.
Coerentemente con l’affievolirsi della partecipazione politica, anche negli incontri accademici e nei testi recentemente pubblicati viene spesso rimossa tutta la prima esperienza dell’occupazione dei Balzi Rossi e dei campi informali del 2016, dove la coscienza di gruppo era espressa dai protagonisti e le loro decisioni raggiunte attraverso procedure assembleari. Nulla a che vedere con l’ultimo campo informale del 2018 , area di prevaricazione, violenza e tratta, che ho sentito enfatizzare recentemente.
La memoria ad oggi è quello che ci rimane, è auspicabile che non sia forzata da chi la racconta.
Volano fogli di via, a Ventimiglia. Soffia un vento caldo, in questo autunno che sembra estate, e al confine tutto cambia ancora, in una calma sempre più spettrale.
Riceviamo e con grande solidarietà pubblichiamo una testimonianza di quanto successo la settimana scorsa a Ventimiglia.
Gli effetti della violenta politica razzista dell’attuale governo si sentono, si vedono e si toccano…sempre che si abbiano orecchie, mani e occhi attenti.
Il Decreto Sicurezza non è solo un pezzo di carta o un manifesto di propaganda. E’ un dispositivo giuridico che impone regole ancora piu’ repressive rispetto al precedente decreto Minniti-Orlando, particolarmente effettivo su alcune categorie di popolazione e alcuni comportamenti.
Contestualmente all’entrata in vigore del Decreto, a Ventimiglia la polizia ha spostato la barra dell’azione repressiva ancora più in alto. Le retate in città hanno assunto un carattere, se possibile, più violento e plateale. La “caccia al negro” e il coprifuoco vengono applicati in maniera sempre più sistematica. Per chi prova a denunciare, testimoniare, opporre resistenza, sono pronte misure repressive spropositate, come previsto dal Decreto.
Se Ventimiglia, come collettivamente si è detto tante volte, è un laboratorio e uno specchio potente delle politiche nazionali ed europee, il clima autunnale deve essere considerato con attenzione. La brutalità del razzismo di Stato si fa cieca e più pericolosa, ma su cosa si regge? Un consenso ottenuto con la violenza istituzionale è un consenso fragilissimo. Leggere il Decreto Sicurezza e i suoi effetti impone un esercizio di analisi estremamente realistica, ma anche una capacità critica, per comprendere il groviglio di contraddizioni che vi sta dietro. E’ tutto un modello di società, di economia, di configurazione politica a rigurgitare violenza, nell’impossibilità -o non volontà- di mediare. La durezza di quello che ci circonda è indiscutibile, tocca a noi chidersi se, in questa “crisi” sempre più’vertiginosa, con uno sguardo più ampio e dialettico e con uno sforzo collettivo più determinato sia possibile cogliere, e far crescere, la nostra forza e le nostre possibilità’.
Nuovi fogli di via da Ventimiglia
“Se fai foto ti rompo la macchina fotografica”: questo il buongiorno ricevuto da due compagne che, mercoledì 17 mattina, stavano monitorando lo svolgimento delle operazioni di rastrellamento nelle strade della città di Ventimiglia. La cornice degli eventi che sono seguiti parla di una routine fatta di razzismo e repressione crescenti verso tutte le persone non bianche che vivono o attraversano questo territorio di frontiera. Da oltre due anni, una o più volte alla settimana scatta la “caccia al nero”, con controlli e retate nelle strade della città, nella stazione, lungo i valichi di frontiera, sulle spiagge, nei giardini pubblici, dentro ai bar e attorno al centro della Croce Rossa ormai diventato l’unico punto di contenimento e gestione delle centinaia di persone in viaggio.
Lo scopo è deportare settimanalmente decine di persone tramite pullman turistici della Riviera Trasporti, che raccolgono il carico di indesiderati braccati dalla polizia italiana come da quella francese, per spedirli nei centri di controllo e identificazione a Taranto o Crotone, da dove spesso avvengono trasferimenti nei CPR del sud Italia.
Da oltre due anni c’è chi non accetta che le prassi brutali e umilianti del regime del confine scivolino nella normalizzazione e nel silenzio. Fanno schifo i rastrellamenti focalizzati sulla sfumatura del colore di pelle. Fanno schifo i fermi di massa eseguiti nella sala d’attesa della stazione di Ventimiglia, dove le persone sono bloccate e controllate a vista dai militari, mentre sciami di turisti transitano indifferenti a pochi metri di distanza. Fa schifo la processione di procedure e violenze con cui, una alla volta, le persone vengono caricate in frontiera sui bus delle deportazioni: chi non ha il pezzo di carta giusto viene perquisito, sottoposto a controllo medico obbligatorio, spogliato di cinture e stringhe delle scarpe, etichettato con un numero di matricola per la deportazione in atto, infine registrato con un primo piano su busto e volto da un poliziotto munito di fotocamera, e poi via, caricato per l’esilio.
Fa schifo la frontiera.
L’obiettivo è ripulire il territorio da chi non è conforme alle norme e alle regole dell’attuale programma di eugenetica sociale di una società razzista e farlo nel silenzio assenso di una città che sprofonda nell’indifferenza. E allora ci spieghiamo così gli eventi di mercoledì 17 mattina: nessuna può permettersi di ostacolare la burocratizzazione di questa collaudata macchina di repressione. Davanti all’ennesima retata in spiaggia due compagne si fermano a documentare le scorribande del braccio armato dello stato. Ad uno di questi signori non sta bene: “se fai una foto ti spacco la macchina fotografica” è il preludio all’aggressione che sta per scattare. Tre minuti e le compagne si ritrovano assaltate fisicamente e verbalmente, strattonate e bloccate alle spalle, uno zaino rotto, le macchine fotografiche – una risulterà danneggiata dall’aggressione – ed un telefono cellulare sottratti con prepotenza. Sequestrati gli strumenti con cui si prova a raccontare la verità del confine. Le compagne sono condotte in commissariato e dopo cinque ore in stato di fermo le fastidiose testimoni sono rilasciate con le accuse di resistenza, interruzione di pubblico servizio, oltraggio aggravato e foglio di via obbligatorio da Ventimiglia per tre anni, perché considerate una minaccia all’ordine e alla sicurezza pubblici: non deve esserci clamore, né testimoni critici, né dissenso.
Altri due allontanamenti coatti che si vanno a sommare agli oltre sessanta fogli di via rifilati dal 2015 a coloro che, sostenendo le resistenze e le ribellioni delle persone migranti, hanno lottato contro la frontiera. Il sistema repressivo costruito in tre anni di regime di confine, aboliti gli spazi di solidarietà e rabbia, vuole che le persone in viaggio siano isolate, bandite e ricattabili. In un luogo presidiato e pattugliato da militari e polizia, dove il ricatto umanitario è complice del sistema di gestione, controllo e carcerazione e gli unici riferimenti sociali da difendere sono il turismo e il decoro urbano, pericolosa è diventata chi guarda e documenta l’orrore della normalizzazione di tutto questo.
Non ci troverete sottomesse, né cieche, né mute, ma sempre cocciute nemiche delle frontiere.
Complici e solidali con le compagne scacciate, Alcune ribelli del ponente ligure
Diffondiamo una petizione transnazionale, pubblicata in cinque lingue, a sostegno dei sei pescatori di Zarzis arrestati a fine agosto nelle acque antistanti Lampedusa, per aver soccorso in mare dei migranti in avaria:
Il reato imputato è quello di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, ma i fatti, ricostruiti anche grazie ai filmati di un drone dell’agenzia Frontex, raccontano di una realtà ben diversa : un barchino in avaria, con a bordo quattordici persone (tra cui tre minori), l’equipaggio di una barca da pesca che interrompe il proprio lavoro e un’operazione di soccorso in mare [1]. Dalle testimonianze si evince che dei tentativi di mettersi in contatto con le autorità italiane ci fossero stati, che non fossero andati a buon fine e che le condizioni metereologiche stessero peggiorando. Davanti al rifiuto di essere riportati in Tunisia, a Zarzis, l’equipaggio di Chamseddine Bourassine ha deciso di trainare il barchino verso una zona dove il mare fosse più calmo e i soccorsi più facili da attuare.
I pm di Agrigento, che hanno validato i fermi, parlano invece della possibilità che non si tratti di altro che di una messa in scena, per coprire un’operazione pianificata fin dalle coste tunisine. Poco importa che un drone governativo avesse filmato il barchino in avaria, aprendo alla possibilità di contestare un reato di mancato soccorso : non sarebbe che l’ennesimo. Pare conti ancora meno il fatto che, da anni oramai, incontrare imbarcazioni o natanti fatiscenti in difficoltà sia la quotidianità dei pescatori del Mediterraneo meridionale : banale la conta dei morti a mezzo stampa, banale salpare delle reti nelle quali si incagliano i corpi di chi non ce l’ha fatta.
Allora, chi non si arrende alla banalizzazione dell’ingiustizia diventa pericoloso. L’umanità di chi è incapace di gettare qualcosa da bere e da mangiare a chi si rifiuta di essere riportato in Maghreb, disposto a sfidare la concreta possibilità che quel viaggio si trasformi intragedia, per poi riportare la prua verso il porto come niente fosse stato, diventa un crimine e, come tale, va perseguito.
Ma, se per le autorità il fatto che, al netto della riduzione delle partenze dalla Libia, la percentuale di morti tra chi affronta quel tratto di mare sia passata da 1 su 38 nel 2017 a 1 su 7 nel mese di giugno di quest’anno [3] non è altro che una constatazione statistica, per fortuna c’è ancora chi non ha intenzione di entrare a far parte della larga schiera dei colpevoli e dei cinici.
Chamseddine Bourassine è uno di questi. E’ il présidente di un’associazione molto attiva e conosciuta, ‘‘Le pecheur’’ de Zarzis pour le développement et l’environnement, che da anni anima dibattiti e azioni su vari fronti, dalla sensibilizzazione dei giovani rispetto ai rischi della migrazione clandestina, alla necessità di difendere la piccola pesca artigianale. La loro è una voce politicamente schierata, fondata sul rigore e la forza di chi le proprie idee le forgia ogni giorno, nella durezza della realtà, nelle immagini che gli occhi vedono non filtrate da schermi e pixel. L’estate scorsa hanno impedito l’ingresso nel loro porto alla C-Star, la nave di Generazione Identitaria, impegnata in patetiche operazioni da cane da guardia in nome della difesa del suolo europeo [2], e questa primavera hanno organizzato una manifestazione per denunciare la criminalizzazione del soccorso in mare (a questo link è possibile visionare un estratto video della manifestazione, filmato dal colletivo marsigliese Primitivi: https://vimeo.com/265557170).
Sono stati arrestati, in sei, dalle autorità italiane, e la notizia ha fatto a malapena il giro delle redazioni locali. Nel frattempo, aspettando l’esito dell’udienza di oggi (21 settembre), a Tunisi, a Zarzis e anche ad Agrigento, centinaia di persone hanno manifestato per chiedere la scarcerazione dei pescatori.
Proviamo rabbia e vergogna per chi blatera di porti chiusi, respingimenti e Ong colluse con i trafficanti : se avessero il coraggio di passare una notte a bordo del peschereccio di Chamseddine, forse, i termini della discussione sarebbero diversi.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il contributo di un compagno e ricercatore – Gabriele Proglio CES-Universidade de Coimbra – che in questo periodo si trova sul Confine di Ventimiglia. Un interessante aggiornamento e un’intensa riflessione sul costante esercizio alla ricerca di una prospettiva decolonizzata e anticolonialista.
Note, perché è da poco, pochissimo che sono sul confine. Queste sono solo note. Eppure, man mano che recupero i pezzi dell’archivio del movimento che ha bucato il confine di Ventimiglia/Menton, mi rendo conto della potenza di quello che è stato. Ma non è finita. O meglio, sì, lo è, quella stagione. Ma i frammenti sono ancora vivi. Ossia, tutte le persone che ho incontrato, finora, non hanno fatto un passo indietro. Fogli di via, provvedimenti di pericolosità sociale, denunce e fermi: ogni tipo di misura è stata adottata per rompere l’unità, per mandare in pezzi un’entità che varcava i e talvolta prescindeva dai confini ideologici delle tante soggettività coinvolte. Ma nessuno si è arreso, anzi, la resistenza continua. Adesso, e non solo a Ventimiglia. Anche in tutta la Liguria, con persone che arrivano da ogni parte della Penisola – da Torino a Roma. Ma facciamo, per il momento, un salto agli aggiornamenti, a cosa succede sul confine.
La scorsa settimana ho girato in lungo e in largo Ventimiglia. La stazione, l’infopoint, il parcheggio davanti al cimitero, le Gianchette, e poi, più di una volta sono stato alla frontiera ‘di mezzo’, quella da cui si può vedere, giù in basso, il vecchio confine di stato con l’istallazione di Pistoletto. Per la precisione è giovedì mattina, e sono da poco passate le 12. Salgo dai giardini Hambury, facendomi largo tra le curve con lo sguardo. Giù, in fondo, poco prima del primo blocco italiano, ci sono tre persone con valige alla mano. Stanno telefonando. Ancora una curva, e poi eccomi più vicino. Sono due uomini e una donna. Neri. Come ogni volta, metto in crisi il mio sguardo. Ho visto il nero e letto il luogo d’origine: Nigeria. Cerco di spostare l’attenzione dai loro corpi al mio vedere. È una visualità che, nonostante tutto, va ancora decostruita. È un processo senza fine che setaccia le immagini e i loro significati, che sposta il centro dal sapere all’ascoltare, dal vedere all’essere in contatto. Decentro la mia posizione e creo, continuamente, una narrazione che non afferma, costruendo corpi e luoghi – proprio come facevano i colonialisti e gli esploratori – ma che nasce dalle relazioni con le soggettività. Non è né mia, né dell’altro: è libera e reinventa il significato dei corpi, dei generi, dei colori. Sovverte le categorie e mescola talmente tanto le lingue da fare nascere nuovi lemmi: gemme con radici sul confine come stato-in-essere, ossia come costante, perenne, incessabile condizione di corpi fuori posto. Altrimenti ‘i migranti’ sarebbero ridotti a corpi sbagliati, diversi e inattesi; corpi spaventosi, pericolosi e nemici; corpi da compatire, da cacciare, da evitare; corpi del desiderio, dell’evasione, terreni di sfogo delle ansie bianche: questa è una parte delle genealogia razzista.
Sono curve, poche curve che creano un’onda che si riverbera in me. Rimetto in discussione la mia posizione, il mio privilegio, bianco; lo guido, in questo caso; è nel mio portafoglio, vicino a un paio di banconote da venti euro. Arrivo davanti al confine, e mi lascio alle spalle i tre. Vedo una macchina della polizia e, poco dietro, un pullman di Riviera Trasporti, la compagnia che, in pochi anni, ha risolto i conti in rosso… diventando il vettore principale della deportazione al Sud. Mi fermo dall’altra parte della strada, nello slargo. Faccio alcune foto. C’è molta polizia, e, poco più avanti, un mezzo dell’esercito con tre militari a bordo. Aspetto una decina di minuti. Davanti a me, fuori dagli uffici della polizia di frontiera, c’è movimento. Due digos si parlano animatamente. Uno di questi indica il pullman. Alzo gli occhi e vedo che è pieno. Stanno per partire, destinazione Bari. Sopra ci sono uomini e donne. Intanto, altre persone, bloccate nella notte, vengono indirizzate, da un terzo uomo, verso la scala che porta sul marciapiede. Torneranno a Ventimiglia, a piedi.
Accendo la macchina e faccio inversione. Torno indietro e, dopo qualche curva, mi trovo davanti ai tre che avevo lasciato prima. Chiedo se vogliono un passaggio. Felicissimi, mi dicono di sì. Salgono rapidamente. Joy, questo il nome della donna, mi racconta del suo viaggio per arrivare in Europa. È di Abuja, in Nigeria. “Sono andata via, senza sapere dove…” – si ferma, sospira, poi riprende “dove andare”. “Ma qui – mi spiega – oltre il mare dei bianchi, c’era la fortuna”. Le chiedo che percorso ha fatto e quanto ci ha messo. Fino in Niger in pullman e in auto. Poi, di là, non ci sono regole: ‘non ti puoi fidare di nessuno, solo del denaro’. Riprende il silenzio, e aggiunge ‘il denaro, però, non ti salva, ma non basta: servono le persone’. Mi spiega di come è arrivata in Libia, grazie ad altri amici nigeriani, con numerose telefonate. Gli altri due, ci ascoltano dietro e ogni tanto annuiscono. Joy parla molto bene inglese e mi pare determinata, vuole passare dall’altra parte. Siamo quasi all’infopoint, dove mi hanno chiesto di portarli. Mi chiedono il numero di telefono e poi parlano tra di loro. Ecco il parcheggio, mi fermo. Ci salutiamo e mi incammino verso il bar Hobbit, per salutare Delia.
Attraverso la città che è divisa per linee di colore. Non vi sono limitesfisici, come muri, ma vere e proprie zone che sono destinate ai bianchi o ai neri. Se dovessi usare una metafora, parlerei di una geografia a macchie di leopardo. Ci sono spazi solo per bianchi, spazi solo per neri e zone di contatto. In queste ultime, cerco sempre di fare attenzione a come avviene la mobilità. Tre sono gli elementi che credo primari: i non bianchi non si possono fermare nelle zone ‘condivise’ con i bianchi: possono solo essere di passaggio; le zone bianche sono visibili, le zone dei non bianchi sono celate allo sguardo, cioè eccedono la normalità del vivere la città. Bisogna, in sostanza, prendere sentieri, salire su gradini, invertire lo sguardo, abbassarsi o alzarsi. Se la conoscenza della città è fatta di memorie visuali, i luoghi dei non bianchi sono svelati da prospettive e orizzonti inusuali, che eccedono le forme di mobilità (a piedi, in bici, in auto). Infine, i luoghi dei non bianchi sono spazi liminali costruiti intorno ai rapporti personali e di gruppo, proprio come la città calviniana di Ersilia.
Sono quasi davanti all’Hobbit Bar. Joy mi chiama: “puoi tornare, vorremmo parlarti”. Le chiedo se è tutto apposto. Mi risponde che non ci sono problemi, ma che vuole avere informazioni. Prendo un caffè, al volo e faccio la strada a ritroso. Cinque minuti e sono da loro. Joy mi saluta nuovamente e mi chiede come andare dall’altra parte. Non so risponderle. Vorrei, ma non lo so. Mi dice che deve raggiungere la sorella di suo marito, a Marsiglia. “Potete aspettare e riprovare” aggiungo io. Lei dice che non sa, che forse prenderanno il treno per Milano e proveranno in un altro modo. Li saluto e mi incammino verso la macchina.
Accendo l’auto e rimango fisso a guardare loro che si allontanano. Penso che esistano più tracciati e che ogni percorso è costantemente ridefinito dalle memorie. E cosa sono le memorie se non reti di relazioni, di contatti, di emozioni e di pratiche dell’essere in diaspora. Sospesi in un luogo che è in costante ridefinizione, bisogna essere fluidi e parte di un movimento corale. Non si è solo individui, soggetti; anzi, come mi hanno detto in tanti, in questi mesi, si è, prima di tutto, parte di quello spostamento collettivo. Ragiono e trovo delle simmetrie con le mobilitazioni che sono nate dal 2015. Dobbiamo distruggere un mito: la Fortezza Europa non esiste. Già, non è una Fortezza, inespugnabile. Non è solamente un muro, che si può scalare o abbattere. Non è soltanto un mare, che si può attraversare. L’Europa dei confini è fatta di dispositivi di riconoscimento, di posizionamento e soggettivazione dei corpi, di inclusione differenziale o di espulsione. Per fare saltare questi dispositivi, non basta la forza. Non basta neppure la strategia. È necessario essere movimento, ossia costruire una rete capace di traghettare da un luogo a un altro le persone. Ed è proprio per questo che la repressione ha lavorato nel dividere, sezionare e scomporre l’unità nella differenza. Prima ha puntato sulla linea del colore, separando bianchi e neri. Poi ha segmentato ogni gruppo fino a ridurlo a unità, all’individuo isolato, solo, senza strumenti. Sistema, questo, che è proprio del capitalismo più avanzato e di riproduzione di cicli di sfruttamento. Ma il movimento, quello politico e quello delle persone, non si può arrestare. Ci sarà sempre un modo per passare oltre. È necessario spostare l’attenzione dall’immigrazione alla persona, dalla frontiera al dispositivo di confine. Come? Se questa è un’apologia a violare illegalmente i confini? Sì, lo è, senza dubbio e con forza. Perché i movimenti, di ogni tipo, eccedono la legge e reinventano la lingua, pensando la giustizia sociale con pratiche condivise.
A cura di Gabriele Proglio (CES-Universidade de Coimbra)