Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo
AL NOSTRO ARRIVO, SOLO ASSENZA
Partiamo per Ventimiglia senza un’idea chiara di cosa avremmo trovato, ma con una serie di aspettative e pregiudizi formati, quasi inconsciamente, sulla scorta degli articoli letti, delle foto, delle narrazioni divenute proverbiali. Prima di farlo leggiamo le esperienze su questo blog, e parliamo con alcune persone legate a quel territorio. Ci rendiamo conto che in questi dieci anni tutto è cambiato, tante storie sono passate di qui, intrecciandosi in percorsi di resistenza, di sopravvivenza, di conflitto, fino a estinguersi piano piano, come una fiamma che brucia l’ossigeno, chiusa dentro spazi troppo stretti per divampare.
Ventimiglia è controllo e assenza.
È sorveglianza alla stazione di Menton Garavan, nello spazio tra l’ultimo avamposto della riviera ligure e la Costa Azzurra, che si prova a raggiungere per arrivare in Francia, in tutti i modi possibili: dalla ferrovia, dall’autostrada, a piedi lungo il “Passo della morte”, dal mare sul confine basso. La sorveglianza delle istituzioni è costante mentre i rapporti umani sul confine sono distaccati, gli sguardi freddi, sospettosi, il clima di annoiata e ostile attesa. Quando arriviamo sui binari di Menton Garavan siamo sorpresi dai tempi di sosta di ogni treno che attraversa il confine, per dare modo alla polizia di setacciare i vagoni mezzi vuoti.
Quando saliamo a piedi sul confine alto basta guardarsi intorno qualche minuto, scattare qualche foto all’ambiente circostante, sostare sul crinale della collina per osservare la parte bassa, dove fino a pochi giorni prima stava il memoriale di 50 delle vittime di questa frontiera, rimosso per far spazio ad altrettanti parcheggi; insomma, basta questo tempo sospeso per destare sospetto e causare l’intervento degli agenti di polizia. Identificazione, controllo, obbligo di fornire spiegazioni circa la propria presenza. E noi siamo studenti. Non razzializzati, bianchi, evidentemente italiani al primo scambio verbale. Chi è lì, chi vi sosta, chi gravita sul confine vuole sostanzialmente “portare problemi”. Questa è la percezione che abbiamo rispetto agli sguardi dei due uomini in divisa. Scendendo giù dal crinale arriviamo sulla spiaggia dei balzi Rossi, un tempo spazio di vita per decine di persone, informalmente occupato e condiviso tra persone in movimento, locali e reti di solidali. Oggi è occupato solo da videocamere. Incontriamo poche persone. Tracce di vita le troviamo lungo la strada che ci riporta invece a Ventimiglia: ci sono vestiti, confezioni di alimenti e bibite, stralci di provvedimenti di espulsione e fogli di via, addirittura un trolley a bordo strada, con scarpe e indumenti vari nella valigia aperta.
In città le persone sembrano voler evitare ogni conversazione che riguardi le condizioni di chi arriva con un progetto migratorio, spesso destinato ad arenarsi a causa della mancanza di un qualsiasi presidio che fornisca un sostegno materiale e un minimo di informazioni utili a passare la frontiera. Sul territorio le forme di assistenza sono delegate alla Caritas, che si occupa della distribuzione alimentare mattutina e di fornire qualche essenziale servizio di assistenza sanitaria e legale, mentre alla sera si occupano di fornire un pasto una rete di associazioni internazionali italiane e francesi. Non è previsto alcun tipo di spazio abitativo per maschi adulti, solo una dozzina di posti per famiglie in un punto accoglienza diffusa. Gli spazi informali all’aperto sono periodicamente sgomberati. La polizia e l’esercito si alternano nel controllo e nella repressione di forme di abitazione nomade. Parlando con attivisti e volontari ci viene detto che, ad oggi, si tratta di qualche decina di persone, per lo più maschi giovani soli, una quarantina, che hanno in buona parte abbandonato il proprio progetto migratorio e sono stanziali sul territorio. Nessun servizio assistenziale gli è offerto, nessuna soluzione abitativa. La speranza è che sia il nulla che offre loro Ventimiglia a convincere chi avesse in mente di venire a non farlo. La deterrenza è fornita dalla miseria, dal disinteresse, dalla negazione della dignità e della tutela dei diritti umani, ridotta a forme minime -o insufficienti- di assistenzialismo su compenso. A pranzo andiamo al bar frontiera di Ines, sorella di Delia, solidale ex proprietaria del bar Hobbit, un luogo protetto in cui i migranti in transito potevano usufruire gratuitamente di pasti caldi, di stazioni per ricaricare i cellulari, di beni di prima necessità di cui il bagno era dotato e soprattutto della cura e del calore che Delia dava loro. Anche Ines è vicina alla lotta per la liberazione della città dai razzismi che la plasmano, le sue parole portano con sé tristezza quando raccontano della Ventimiglia arresa e difesa di fronte alla presenza dello straniero in città, altrettanto amore e orgoglio nei riguardi della sorella e della sua attività. È il primo segno di quella solidarietà sgomberata e violentemente repressa, di cui alcune persone che ne erano un tempo protagoniste ci hanno parlato con emozione e profondo coinvolgimento, che riusciamo a vedere durante la giornata. I soli luoghi, un tempo occupati e oggi svuotati, non riescono a dirci nulla di ciò che erano un tempo, rimangono anonimi di fronte al proprio passato, e noi possiamo solo immaginare la loro storia. Ma tra chi ci ha aiutato a ricostruirla, vi sono persone come Ines, la cui voce ne è diventata per noi traccia.
La Ventimiglia che invece incontri in paese si volta dall’altra parte quando gli si parla di chi migra. Non c’è spazio per restare, non c’è interesse -o meglio, c’è solo per pochi- a far passare dall’altro lato. Il conflitto stesso fra polizia italiana e francese è malamente celato, per convenienza i controlli sul lato italiano sono spesso più morbidi rispetto a quelli dei colleghi poco più in là, che hanno il mandato di respingere quando possibile, senza prestare troppa attenzione al diritto internazionale in materia di respingimenti e di tutela del diritto di asilo. Le pratiche sia in entrata che in uscita, sia in arrivo che in transito, sfumano dal diritto alla prassi, dalla teoria al pragmatismo, dalla tutela alla repressione in forme talvolta difficilmente leggibili. Gli attori sul territorio sembrano essere complementari, integrati in un sistema che non stabilisce confini e barricate, da un punto di vista politico e sociale. Il conflitto è stato via via sedato, in virtù di un sistema sì misero, ma tutto sommato stabile, in una sua quiete disumanizzante. Sono serviti anni di denunce, di processi, di sgomberi di ogni spazio possibile attraversato e rivendicato, formale e informale. Sono state sgomberate le spiagge, gli spazi sotto al cavalcavia, il rifugio per famiglie disposto nella chiese delle Gianchette in Via Tenda, il campo formale gestito dalla CRI sul fiume Roja; ogni volta con un pretesto differente, dalla sicurezza all’emergenza sanitaria, le amministrazioni e le istituzioni, a prescindere dal colore politico, hanno scelto di affrontare il fenomeno in ottica emergenziale così da non occuparsene mai e relegarlo alla propaganda politica o, peggio, all’indifferenza. Di quegli spazi di vita oggi restano macerie e strutture abbandonate, fatiscenti. Nulla che le sostituisca, nulla che ne abbia preso il posto. Restano non-luoghi testimoni di storie e percorsi di vita comune, di tentativi di autorganizzazione e di solidarietà diffusa, di violenza istituzionale e violenza reattiva.
Siamo arrivati a Ventimiglia credendo di avere una qualche consapevolezza di cosa vi avremmo trovato, ma una volta giunti sul luogo i racconti di altri si sono crudamente materializzati in ogni scambio intrattenuto con la città e i suoi attori locali. Abbiamo potuto solo immaginare la dimensione di lotta che un tempo esisteva su questo territorio. Oggi rimane poco di quella tensione, sicuramente nulla di immediatamente visibile in soli due giorni. L’invisibilizzazione e indebolimento delle reti solidali si riflettono nell’ulteriore precarizzazione delle dimensioni temporale, materiale e relazionale delle persone in viaggio. La frontiera italo-francese di Ventimiglia, come tutte le frontiere, mette a nudo un conflitto che il pensiero neocoloniale tenta di edulcorare, cancellandone ogni traccia ed egemonizzandone il campo. Come ha insegnato Sayad, la volontà di movimento, solo apparentemente spontanea, viene narrata come privilegio da concedere se funzionale al sistema economico di arrivo, allo sfruttamento di forza lavoro indotta e all’accumulazione di capitali, al costo di uno sradicamento esistenziale e culturale da imporre e accettare. La frontiera rivela così la sua funzione: un dispositivo di governo della mobilità entro cui può essere sospeso il diritto come deterrente verso chi si mobilita. Lo abbiamo visto sui binari di Menton Garavan e nel dispiegamento di polizia lungo tutto il confine; nella repressione a fasi alterne tesa a rendere impossibile sia andare che rimanere in una dimensione stabile; nella sorveglianza estesa nel cimitero, in Via Tenda lungo il fiume, nei bagni chiusi di ogni locale, nell’abbandono all’inutilità del campo Roja, nei cartelli che proibiscono l’accampamento di fronte alla chiesa delle Gianchette -un tempo rifugio-, nella spiaggia dei Balzi Rossi sgomberata a forza dieci anni fa e oggi circondata di telecamere.
Eppure, per anni le forme di solidarietà spontanea e organizzata sono riuscite a trasformare questo sradicamento in presenza attiva, combattiva, solidale. Dopo anni di incendio sociale la soluzione più efficace è stata quella di esaurire l’ossigeno per far spegnere il fuoco, rendendo invivibile un luogo per estirpare quella presenza. Così al nostro arrivo avvertiamo solo assenza.
Damiano e Rebecca












Non è la prima volta che l’accampamento informale è stato attaccato da irruzioni e sgomberi, la novità sta nel nuovo provvedimento “anti-bivacco” che, in riferimento al decreto Minniti, ha introdotto sanzioni per i senza tetto che stanziano in luoghi cittadini, prevedendo fino al daspo urbano. Nei giorni seguenti si è palesato un presidio di polizia fisso nei pressi dell’area, in aggiunta ad una cancellata che ne impediva l’accesso. Il risultato è stato un ovvio sparpagliarsi delle persone che vivevano in strada, divise in piccoli gruppi nei vari punti più nascosti della periferia e nella spiaggia più isolata, laddove il fiume Roja confluisce in mare generando una pericolosa corrente. A pochi giorni dallo sgombero riceviamo la notizia che un giovane era stato trovato deceduto sulla spiaggia. In breve capiamo che il ragazzo era una conoscenza nota a buona parte dei solidali e dei migranti stabili sul territorio da più tempo. Non ci sono parole sufficienti per descrivere l’orrore e la rabbia conseguenti alla notizia. La settimana seguente si verifica un episodio simile. Un altro corpo trovato in spiaggia, un altro ragazzo che nel tentativo di lavare i propri indumenti nel fiume ne viene travolto. Un bagnino della zona dice di aver denunciato alle autorità la mancanza di guardia spiagge in quel lato della riviera. Ma tutte le risorse del comune sono concentrate a coprire la parte più turistica. La risposta dell’amministrazione a questo secondo morto è l’istallazione di un cartello che segnala il divieto di balneazione, in una misera operazione di auto-assolvimento da ogni responsabilità. “Il razzismo uccide” era stato denunciato con lo spray sulla sede della Lega durante la manifestazione, sfregiando il sorridente volto del sindaco entrante, che in tutta risposta aveva presentato denuncia per diffamazione contro ignoti.
A chi conosce il contesto la dinamica risulta subito strana. I focolai scoppiano in tre punti diversi, distanti e contemporaneamente, coprendo un’importante area. A chi non vuole far finta di niente risulta evidente la natura dolosa. Quando le fiamme sono già alte e diffuse risuonano alcuni forti scoppi e successivamente vengono trovate bombole da campeggio usate per giustificare l’incidente. Il timore che questo episodio venga usato strumentalmente per una stretta securitaria è immediato.


Il procedimento è rimasto invariato: i rastrellamenti, l’arresto al confine, poi il giro ai container della polizia francese a Ponte san Luigi, dove le persone vengono tenute anche oltre dieci ore. Poi si torna indietro, ripassando dalla polizia italiana. Dentro ai container, che ora sono forni a 40 gradi, così come negli uffici italiani, dove la gente passa forzatamente prima della riammissione su territorio ventimigliese, non viene fornito alcun tipo di servizio. Per loro solo insulti, violenze, prese in giro. Le persone non ricevono quasi mai cibo o acqua, non possono parlare con un avvocato, non gli viene spiegato quello che sta loro accadendo, né cosa c’è scritto sui fogli che la polizia gli ficca in mano. Trattamento uguale per donne, uomini o minori che siano. Anche se sarebbe illegale respingere i minorenni, e anche se sono state fatte diverse battaglie giuridiche per impedire che questo avvenisse, appena le persone sono aumentate e gli sguardi si son girati altrove, la polizia italiana ha ricominciato ad accettare minorenni, facendo finta che vadano bene i dati falsificati dei colleghi francesi.
Lo spazio curato dai Kesha Niya è un presidio basilare di solidarietà, dalle nove del mattino alle venti circa di sera, quando escono le ultime persone detenute dai francesi e la polizia italiana chiude i battenti. Qualche ora di respiro tra persone che si danno una mano: un oltraggio al regime di intolleranza che si è instaurato in tutta la zona di frontiera, e quindi deve essere spazzato via.
Con argomentazioni più o meno sconclusionate, quando non proprio false. E se la polizia dice, in frontiera alta, che la distribuzione di cibo è autorizzata solo nel parcheggio del cimitero; al parcheggio, durante la cena, si è recentemente presentato il sindaco in persona, a dire che lì la distribuzione non si può più fare, perchè lo dice lui. Tutti dicono la propria, insomma. Cercando intanto di fare un po’ d’effetto, presentandosi col blindato in un’aiuola dove una ventina di persone mangia crackers e aspetta il bus.



La politica migratoria, in Svizzera, è infatti una macchina ben organizzata, il cui unico scopo è non ammettere per nulla le persone e non dare la possibilità di ottenere permessi sul territorio. È inaccettabile l’ostinazione con la quale i vari responsabili dei percorsi per la richiesta d’asilo e per l’accoglienza, la Segreteria di Stato della Migrazione (SEM), i Cantoni, la Croce Rossa Svizzera, la ORS




Abbiamo incontrato molte persone che sono state deportate da altri paesi, come la Germania, l’Austria, il Belgio, o il Lussemburgo. Alcun* di coloro che sono stati deportat* da altri paesi, non avevano trascorso molto tempo in Italia prima della deportazione, ma le loro impronte digitali sono state immediatamente registrate al loro arrivo a Lampedusa, anche se avevano passato molto più tempo in un altro paese, costruendosi una vita, prima di essere deportat* in un posto che conoscono davvero molto poco.



















