Observations à la frontière, février – mars 2026

Riceviamo e pubblichiamo il report di monitoraggio per i mesi di febbraio e marzo 2026 in frontiera a Ventimiglia

Tutti report 2025:
report novembre-dicembre 2025
report settembre-ottobre 2025
report aprile-giugno 2025
report marzo-aprile 2025
report febbraio-marzo 2025
report novembre 2024-gennaio 2025

report gennaio 2026

English below – français en bas

Questa breve cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi di frontiera e dai suoi agenti alla frontiera interna tra Francia e Italia, sul Mar Mediterraneo, è un resoconto incompleto e ben contestuale. Rappresenta la situazione dal punto di vista di persone che osservano (spesso bianche) con cittadinanza europea e, di conseguenza, tralascia innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che lottano e resistono per la libertà di movimento. È quindi un quadro molto parziale e limitato della situazione, che esclude le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM) e dei sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).
Anche i numeri dei respingimenti e degli episodi qui citati, rappresentano solo una panoramica momentanea della situazione alla frontiera – non riflettono i numeri dei respingimenti che osserviamo durante i monitoraggi regolari (attualmente circa 20 al giorno), né descrivono in modo adeguato tutti gli episodi di violenza che osserviamo a questa frontiera.

2.02

19 persone vengono rilasciate nel corso della giornata dalla polizia di frontiera francese. La maggior parte di loro ha subito periodi di detenzione prolungati, da 6,5 a 10 ore, e non ha ricevuto alcuna informazione sui propri diritti durante la custodia né assistenza linguistica durante i colloqui con la polizia. Tutti i telefoni sono stati confiscati dalla polizia e successivamente restituiti senza alcuna spiegazione. Alcuni dei detenuti non hanno ricevuto cibo durante la detenzione.

3.02

16 persone vengono rilasciate dopo aver subito periodi di detenzione da 4 a 16 ore nelle celle del posto di polizia di frontiera. Una donna testimonia che nelle celle non c’era alcuna separazione dei detenuti in base al genere.

Sul documento che la polizia di frontiera francese consegna alle persone al momento del rilascio c’è l’abbreviazione scritta a mano “ISM” dove dovrebbe esserci la firma del traduttore, anche se le persone respinte in Italia quel giorno testimoniano che nessun traduttore era presente.

Un uomo rilasciato alle 10:00 non riceve indietro il suo documento. Gli agenti di polizia francesi gli dicono di non sapere dove si trovi, sebbene gli sia stato confiscato al momento dell’arresto.

Una donna incinta, anch’essa respinta sul lato italiano del confine quel giorno, riferisce di essere stata vittima di molestie verbali da parte di un agente di polizia. Le è stato negato di assumere le medicine di cui aveva bisogno a causa del suo diabete e non ha ricevuto né cibo né acqua durante la detenzione.

4.02

Le sei persone respinte in Italia dalla polizia francese quel giorno sono state private dei loro telefoni mentre erano in custodia e, quando li hanno riavuti indietro poco prima che la polizia francese ordinasse loro di incamminarsi verso l’Italia attraverso il confine, hanno notato che non funzionavano più come prima.

16.02

Tre persone sono state respinte in Italia dalla Francia dalla polizia di frontiera francese quel giorno. Uno di loro è in fase di richiesta di asilo in Francia e prima di arrivare a Ventimiglia aveva preso per sbaglio un treno sbagliato. Nel tentativo di tornare in Francia viene arrestato al confine e messo in detenzione per la notte. Qui viene svegliato più volte nel cuore della notte da poliziotti in borghese per essere sottoposto a un interrogatorio estenuante, riportato in cella e svegliato di nuovo un’ora o due dopo.

Il 16 febbraio è anche il giorno in cui 15 persone (9 in Italia e 6 in Francia) vengono arrestate nel corso di una speciale operazione congiunta delle forze di polizia franco-italiane. Vengono immediatamente condannate per atti umanitari quali la distribuzione di vestiti a persone in transito o la condivisione di informazioni sulla zona di confine in cui vivono. Come se ciò non fosse già abbastanza scandaloso: secondo la task force dell’operazione speciale franco-italiana che ha arrestato i cosiddetti “trafficanti”, i prezzi che questi chiedevano per il passaggio dall’Italia alla Francia erano compresi tra i 50 e i 100 euro – una somma di denaro che normalmente si porta in portafoglio.

23.02

Tra le persone rilasciate e respinte dalla polizia di frontiera francese verso l’Italia c’è un anziano proprietario di una piccola compagnia di autobus, appena uscito da un carcere di Nizza dove ha trascorso tre mesi dopo essere stato condannato per traffico di esseri umani in un processo estremamente rapido. Egli riferisce di non aver avuto né il tempo di trovare un avvocato né di chiedere aiuto. È accusato di non aver controllato i documenti dei passeggeri che trasportava da Roma al Marocco. Quando viene fermato alla frontiera e spiega di non essere un poliziotto ma un autista di autobus e quindi si rifiuta di svolgere il lavoro della polizia, il suo autobus e il suo telefono vengono confiscati.

25.02

La polizia italiana sta effettuando un’operazione sotto il ponte autostradale di Ventimiglia, l’ultimo spazio dove le persone in movimento e quelle che sono state espropriate nel corso della migrazione conservano i loro ultimi effetti personali nelle tende. A febbraio la polizia procede alla distruzione e alla confisca di tende ed effetti personali, lasciando le persone ad affrontare la notte senza nulla.

Questo mese sono meno le persone che migrano dall’Italia verso la Francia. Ciò è dovuto anche al fatto che il mese di febbraio 2026 è stato caratterizzato da un minor numero di nuovi arrivi via mare in Italia rispetto al febbraio dell’anno precedente. Ciò è dovuto anche a diverse catastrofi umanitarie nel Mediterraneo, a imbarcazioni che non sono riuscite a raggiungere la costa italiana e a centinaia di persone morte o disperse in mare.

9.03

I telefoni vengono ora regolarmente confiscati alle persone che si trovano in stato di detenzione al confine franco-italiano. È stato così per tutte e 8 le persone rilasciate la mattina di quel giorno. Sono state arrestate alla stazione di servizio sull’autostrada vicino a Nizza e sul treno. Avevano trascorso la notte in diverse celle che, secondo quanto riferito, erano estremamente maleodoranti.

14.03

Il cadavere di un tunisino di 25 anni viene ritrovato sui binari della ferrovia. In mancanza di passaggi sicuri, sembra sia stato investito da un treno mentre tentava di percorrere di notte questo pericoloso tragitto verso la Francia. I suoi amici dalla Germania (dove viveva da molto tempo prima di essere espulso) raccontano che sognava una vita stabile in Francia.

16.03

6 persone vengono respinte al mattino. Hanno trascorso la notte nelle celle della stazione di polizia. Le coperte e i cuscini che erano sui materassi nelle celle quando erano state visitate dai politici una settimana prima erano scomparsi. Tre persone che lavoravano in Francia e vivevano in Liguria sono state arrestate sull’autostrada nei loro abiti da lavoro.

17.03

Il giorno successivo, tra le nove persone respinte al mattino, si verifica una situazione simile: persone che lavorano in Francia da molto tempo vengono arrestate sull’autostrada, il camion della loro azienda viene confiscato e il loro capo è costretto a prelevarle alla stazione di polizia al confine. I meccanismi razzisti di frontiera stanno chiaramente mettendo a rischio non solo la loro salute mentale, ma anche il loro lavoro.

19.03

Anche la maggior parte delle dieci persone respinte questa mattina era diretta al lavoro. Alcune di loro stanno semplicemente aspettando l’arrivo dei documenti e hanno la ricevuta del rinnovo del permesso di soggiorno sul telefono – non abbastanza per la polizia di frontiera francese.

20.03

14 persone vengono respinte al mattino. Vengono rilasciate tra le 9:30 e le 12:05 – subito dopo la partenza dell’autobus. Coloro che hanno trascorso la notte nelle celle della polizia di frontiera riferiscono che durante la detenzione non c’erano né coperte né cibo nelle celle. Faceva un freddo gelido ed era impossibile dormire.

Uno studente è stato arrestato mentre si recava all’ambasciata a Marsiglia, dove aveva un appuntamento per richiedere un nuovo passaporto. Quando è stato fermato dalla polizia di frontiera francese e respinto in Italia, la polizia italiana è persino intervenuta per discutere con gli agenti francesi del caso dello studente: non c’erano motivi legali per negargli l’ingresso in Francia – aveva tutti i documenti in regola. L’intervento della polizia italiana presso i colleghi francesi non è servito e la persona è stata respinta in Italia – una dimostrazione dell’inaffidabilità dei processi burocratici. In quanto persona razzializzata non ci si può fidare né delle pratiche burocratiche ufficiali né della legalità della polizia.

Un’altra persona respinta dalla Francia verso l’Italia era visibilmente disabile e aveva difficoltà a camminare. Ciononostante, la polizia di frontiera francese le ha detto di risalire a piedi la ripida strada verso l’Italia.

Quel giorno la polizia di frontiera francese non solo non aveva a disposizione traduttori per i detenuti, ma ordinava loro in modo aggressivo di parlare in francese. Non sorprende che una persona respinta in Italia riferisca di essere stata scossa violentemente da un poliziotto al momento dell’arresto.

23.03

Questa mattina alla frontiera si ripete la consueta routine violenta e disumana: tra le persone respinte in Italia, 6 testimoniano che le celle erano molto affollate durante la notte, le coperte magiche che compaiono solo quando i rappresentanti politici vengono a visitare le celle erano ancora assenti, non c’era alcun traduttore né alcuna informazione sui diritti in stato di fermo, tutti i telefoni sono stati confiscati al momento dell’arresto e almeno una persona ha dovuto sopportare due ore di interrogatorio estenuante sulle abitudini religiose da parte di un poliziotto in borghese, mentre altri sono stati arrestati vicino alla città francese di Mentone mentre si recavano al lavoro.

26.03

Non sorprende che le persone vogliano evitare l’esperienza di essere arrestate e poste in custodia presso la stazione di polizia di frontiera francese. Questo è ciò che sta accadendo a chi utilizza i trasporti pubblici e altri passaggi sicuri verso la Francia. Un diciassettenne ha cercato di evitare questa esperienza e ha percorso a piedi il cosiddetto “passo della morte”, che parte dal villaggio italiano di Grimaldi e conduce alla città francese di Mentone attraverso la montagna. Il giovane è caduto e ha rotolato per circa dieci metri, ferendosi all’anca ed è stato portato in ospedale in gravi condizioni.

27.03

La mattina di quel giorno almeno 4 persone sono state respinte dalla Francia verso l’Italia e costrette a percorrere a piedi 9 chilometri lungo la strada fino alla città di Ventimiglia. Almeno altre due persone sono state portate a Ventimiglia con le auto della polizia italiana. Coloro che sono stati respinti e hanno dovuto camminare lungo la strada stavano viaggiando verso la Francia in treno e in autobus per arrivare in tempo ai loro appuntamenti. Quello che era iniziato come un viaggio ben pianificato si è trasformato in un incubo non appena uno dei detenuti è stato controllato dalla polizia di frontiera francese alla stazione di servizio vicino alla città di Nizza la sera del 26 marzo:

„Non c’erano coperte nelle celle, faceva troppo freddo per dormire e tutto ciò che mi è stato dato da mangiare era un’insalata dall’aspetto stantio in una piccola scatola. La polizia ha sequestrato i telefoni personali di tutti e alcune persone di lingua araba che erano detenute con me si lamentavano dei comportamenti razzisti degli agenti di polizia.”

30.03

Un sedicenne somalo sta aspettando che suo fratello, anche lui sedicenne, esca dalla stazione di polizia francese. A mezzogiorno rinuncia ad aspettarlo – subito dopo che un altro giovane egiziano è stato respinto sul lato italiano del confine. Racconta che un agente di polizia francese gli ha afferrato la giacca e lo ha trascinato in giro. Non c’era nessun traduttore presente e quando il ragazzo è stato costretto a rispondere a domande personali sotto forte pressione, la polizia francese ha usato un telefono per tradurre le domande. Allo stesso tempo, il ragazzo è stato separato dal suo telefono mentre si trovava nella cella della stazione di polizia di frontiera francese.


From the broder: monitoring report February and March 2026

This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterranean Sea is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of (often white) observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents).
Also the numbers of push backs and incidents cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularly monitoring at the border (currently about 20 per day), nor do they adequately picture all violent incidents that we observe at this border.

2nd of February

19 people are released in daytime by the french border police. Most of them have experienced prolongued detentions of 6,5 to 10 hours and have not received any information about their rights in custody nor translation when talking to the police. All telephones got confiscated by the police and later on returned with no comment. Some of the detainees received no food during the detention.

3rd of February

16 people are released after having experienced detention times of 4 to 16 hours in the cells of the border police post. A women testifies that there was no separation of detainees along the lines of gender in the cells.

On the document the french border police hands out to the people when being released there is the hand-written abbreviation „ISM“ where there should be a signature of the translator although the people pushed back to Italy on that day testify that no translator was present.

A man released at 10:00am does not get his document back. He french police men tell him that they do not know where it is although it has been confiscated when the man has been arrested.

A pregnant women who is also pushed back to the italian side of the border on that day reports to have been verbally harrassed by a police officer. She was refused to take the medicine she needed due to her suffering from diabetes and di not get any food or water during her detention.

4th of February

The six people who are pushed back to Italy by the french police on that day have been separated from their telephones when they were in custody and as they get them back just before being told to walk up the road to Italy across the border by the french police, they notice that they are not functioning as well as they have been before.

16th of February

Three people are pushed back to Italy from France by the french border police on that day. One of them is in an asylum process in France and had accidentally taken a wrong train before that brought him to Ventimiglia. When trying to get back to France he is arrested at the border and put in detention over night. Here he is woken up several times in the middle of the night by police in plain clothes in order to be questioned in an exhausting way, brought back to his cell and woken up again an hour or two later.

The 16th of February is also the day when 15 people (9 in Italy and 6 in France) get arrested in a special french-italian police operation. They instantly get condemned for humanitarian acts such as giving clothes to people on the move or sharing information about the border zone which they inhabit. As if this would not be outrageous enough: according to the french-italian special operation task force arresting the so called „smugglers“, prices they had been taking for passage from Italy to France were between 50 and 100 Euros – a sum of money people would normally carry around in their wallet.

23rd of February

Amongst the people released and pushed back by the french border police to Italy is an elderly man who owns a small bus company and just got released from a prison in Nice where he spent 3 months because of being condemned for human trafficing in an extremely quick court case. He reports that he did neither have the time to organise a lawyer nor call for support. He is accused of not having checked the documents of passangers he was taking as customers from Rome to Marocco. As he is stopped at the border and explains that he is not a police man but a bus driver and hence refuses to do the job of the police, his bus and his telephone are confiscated.

25th of February

Italian police is making a paroll under the highway bridge in Ventimiglia, the last space where people on the move and people who have been disposessed in the process of migration store their last personal belongings in tents. In February the police proceeds to destroy and to confiscate tents and personal belongings leaving people to face the night with nothing at all.

Fewer people are migrating from Italy to France this month. This is also due to the month of February 2026 being marked by fewer new arrivals by boat in Italy compared to February of the year before. This is also due to several humanitarian catastrophes in the Mediterrenean, to boats that did not make it to the Italian coast and hundreds of people dead or missing in the sea.

9th of March

Phones are now regularily collected from the people who find themselves in detention at the french-italian border. This was the case for all 8 people released on the morning of that day. They have been arrested on the highway petrol station near Nice and on the train. They had spent the night in different cells which they report being extremely stinky.

14th of March

The dead body of a 25 year old tunisian man is found on the traintracks. Lacking safe passages, he got apparently hit by a train when attempting to take this dangerous path to France at night. His friends from Germany (where he was living for a long time before being deported) report about him that he was dreaming about a stable life in France.

16th of March

6 people are pushed back in the morning. They have spent the night in the police station’s cells. The covers and pillows that were on the matrasses in the cells when they got visited by politicians a week before had disappeared. Three people working in France and living in Liguria were arrested on the highway in their working clothes.

17th of March

On the next day, amongst the nine people pushed back in the morning, there is a similar situation: people working in France since a long time are arrested on the highway, the truck of their company is confiscated and their boss is forced to pick them up at the police station at the border. The racist border mechanisms are clearly not only putting their mental health but also their jobs at risk.

19th of March

Most of the ten people pushed back this morning have equally been on their way to work. Some of them are simply waiting for their documents to arrive and have the receipt of their prolongued residence permits on their phone – not enough for the french border police.

20th of March

14 people are pushed back in the morning. They are released between 9:30am and 12:05 – just after the bus has left. Those who had spent the night in the cells of the border police report that there were neither covers nor food in the cells during their detention. It was freezing cold and impossible to find any sleep.

A student was arrested when travelling to the embassy in Marseille where he had an appointment to make a new passport. When detained by the french border police and pushed back to Italy, the italian police even came to speak to the french police officers about the case of the student: there were no legal reasons to deny him the entry to France – he had all his papers. The italian police addressing their french colleagues did not help and the person was pushed back to Italy – a showcase of the unreliability of bureaucratic processes. As a racialised person one can neither rely on official paperwork nor on the lawfulness of the police.

Another person pushed back from France to Italy was visibly handicapped and had difficulties to walk. Still he was told by the french border police to walk up the steep road into Italy.

On that day the french border police not only had no translators for the detainees available, they were also giving detainees the aggressive order to speak with them in french. Not surprisingly, one person pushed back to Italy reports to have been violently shaken by a police man upon his arrest.

23rd of March

This morning at the border proceeds in its violent and inhuman habituality: amongst those pushed back to Italy 6 people testify that the cells were very crowded in the night, the magic covers that only appear when political representatives come to visit the cells were still absent, there was no translator nor any information about rights in custody, all phones were confiscated upon arrest and at least one person had to endure two hours of exhaustive questioning about religious habits by a policeman in plain clothes while others were arrested near the french city of Menton on their daily way to work.

26th of March

It is no surprise that people want to avoid the experience of being arrested and put into custody in the french border police station. This is what is happening to those taking public transports and other safe passages to France. A 17 year old attempted to avoid this experience and walked the so called passo de la morte starting in the italian village of Grimaldi and leading to the french city Menton across the mountain. The young person fell and rolled for about ten metres, injured his hip and was taken to hospital in a serious condition.

27th of March

In the morning of that day at least 4 people are pushed back from France to Italy and forced to walk 9 kilometres along the road to the city of Ventimiglia. At least two other people are brought to Ventimiglia in cars of the italian police. Those pushed back and having to walk on the road were travelling to France on trains and busses in order for their appointments to be reached on time. What started as a well planned journey turned into nightmares as soon as one of the detainees was controlled by the french border police at the petrol station near the city of Nice in the evening of 26th of March:

„There were no covers in the cells, it was too cold to sleep and all I was given to eat was a dead-looking salad in a small box. The police seized the personal phones of everybody and some arabic speaking people who were detained with me were complaining about the racist behaviours of the police men.“

30th of March

A 16 year old from Somalia is waiting for his equally 16year old brother to come out of the french police station. He gives up waiting for him at midday – just after another young man from Egypt has been pushed back to the italian side of the border. He testifies that a fench police man has grabbed his jacket and dragged him around. There was no translator present and when the young man was made to answer personal questions under a lot of pressure the french police has used a telephone to translate their questions. At the same time the young man was separated from his telephone when he was in the cell of the french border police station.


Observations à la frontière, février – mars 2026

Ceci est une modeste chronologie des multiples violences produitent par les dynamiques frontalières et ces agents sur une frontière intra-européenne entre l’Italie et la France, au bord de la mer Méditerannée. C’est un récit incomplet et situé. Elle présente la situation d’une perspective d’observateur.ice.s (souvent blanc.he.s) qui ont la citoyenneté européenne, et donc ne peut pas rendre compte d’innombrable incidents violents auxquels font face les personnes qui aspirent et luttent pour leur liberté de mouvement. Ce récit est donc très partiel et limité du fait qu’il n’inclue pas la perspective des personnes exilées et sans-papiers (les personnes qui n’ont pas des papiers reconnus comme étant les « bons » par des agents frontaliers français). Donc, le nombre de refoulements et d’incidents cité ici est une sous-estimation, une estimation basée sur des moments de présence à la frontière ; elle ne représente ni le nombre de refoulements que nous observons lorsque nous sommes régulièrement à la frontière (en ce moment environ une vingtaine par jour), et elle ne détail pas non plus tout les incidents de violences que nous observons à cette frontière.

2 février

19 personnes sont relâchées pendant la journée par la police française. La plupart d’entre elleux ont été détenue pendant des périodes assez longues allant de 6 heure et demi à 10 heure sans recevoir aucune information sur leur droit ni de traduction lors des interactions avec la police. Tout les téléphones ont été confisqués par la police puis rendus plus tard par la police sans commentaire ni justification. Certain.es détenu.es n’ont pas reçu à manger pendant la détention.

3 février

16 personnes sont relâchées après avoir été détenues pendant 4 à 16 heures dans des cellules du poste de police aux frontière. Une femme témoigne qu’il y avait une séparation binaire des détenu.es selon leur genre dans les cellules.

Sur le document délivré par la police aux frontières française aux personnes relâchées il y avait une mention manuscrites « ISM » à la place de là où il devrait y avoir la signature de la personne traductrice, alors que toutes les personnes refoulées témoignaient qu’il n’y avait pas de traducteur.ice présent.e ce jour-là.

La police n’a pas rendu les documents d’un monsieur relâché à 10 heure du matin. Les policiers français ont dit ne pas savoir où étaient ses papiers alors qu’ils les avaient confisqué lorsque le monsieur a été arrêté.

Une femme enceinte a été repoussé vers le côté italien de la frontière. Elle dit avoir été verbalement harcelé par les policiers. Elle s’est vue refuser des médicaments dont elle avait besoin à cause des souffrances liées à son diabète et elle n’a pas eu d’eau ni de nourriture lors de sa détention.

4 février

Six personnes qui ont été refoulées en Italie par la police française ont été séparé de leurs téléphones alors qu’ils étaient en détention. La police leur a restitué juste avant d’être remis en liberté, à quel moment les policiers leurs ont dit de marcher sur la route direction l’Italie, et à ce moment les personnes se sont rendues compte que leurs téléphones marchaient moins bien qu’avant.

16 février

3 personnes ont été repoussées de la France vers l’Italie ce jour-là, par la police française. Une personne était en procédure d’asile en France et a accidentellement pris le mauvais train qui l’a emmené à Vintimille. Lorsqu’il essaie de retourner en France il est arrêté à la frontière et mis en détention toute la nuit. Il est réveillé plusieurs fois au milieu de la nuit par la police en civil qui l’ont questionné plusieurs fois de manière épuisante, avant de le ramener dans sa cellule puis de le réveiller encore une ou deux heures plus tard.

Le 16 février est aussi le jour où 15 personnes (9 en Italie et 6 en France ont été arrêté) lors d’une opération policière spéciale italo-française. Les personnes arrêtées ont immédiatement été incriminées pour des actes humanitaires comme la distribution de vêtement ou le partage d’information au sujet de la zone frontalière ou iels habitent. Comme si cela n’était pas suffisamment honteux : les autorités policières italo-françaises qui ont mené cette opération spéciale ont apparemment arrêté des « passeurs », qui auraient fait payé des prix allant de 50 à 100 euros pour traverser la frontières – alors que ce sont des sommes d’argent que les gens ont habituellement dans leur porte-monnaie.

23 février

Dans le groupe de personnes relâchées et refoulées par la police française vers l’Italie il y a un homme âgé qui est propriétaire d’une petite entreprise de bus. Il vient d’être libéré de la prison de Nice où il a passé 3 mois parce qu’il était condamné de trafic d’être humain dans un procès en comparution immédiate. Il dit ne pas avoir eu le temps d’organiser sa défense avec un.e avocat.e ni d’appeler qui que ce soit pour avoir du soutien. Il est accusé de ne pas avoir vérifier les document des passager.ères qu’il prenait comme client.es de Rome vers le Maroc. Lorsqu’il est arrêté à la frontière et explique qu’il n’est pas policier mais chauffeur de bus (et qu’il refuse donc de faire le boulot de la police), son bus et son téléphone sont confisqués.

25 février

La police italienne patrouille le pont de Vintimille, le dernier endroit où les personnes exilées et les personnes dépossédées lors de leur voyage peuvent stocker leurs affaires dans des tentes de fortune. En février la police procède a détruire et confisquer toutes les tentes et biens personnels, laissant donc les personnes exilées à affronter la nuit sans aucune ressource.

Il y a moins de personnes qui cherchent à voyager de l’Italie vers la France ce mois-ci. Ceci est dû au fait que moins d’arrivées par bateau ont été enregistrées en Italie. Cela s’explique notamment par plusieurs catastrophes humanitaires en Méditerranée, avec plusieurs bateaux qui n’ont pas réussi à rejoindre les côtes italiennes et des centaines de personnes mortes ou portées disparues en mer.

9 mars

Les téléphones sont régulièrement confisqués aux personnes qui se trouvent en détention policière à la frontière italo-française. Ceci était le cas pour toutes les 8 personnes relâchés ce matin. Toutes avaient été arrêtées à une aire d’autoroute proche de Nice et sur le train transfrontalier. Iels ont toustes passé la nuit dans des cellules différentes qu’iels ont dit sentaient très mauvais.

14 mars

Le corps sans vie d’un monsieur tunisien de 25 ans est retrouvé sur les voies de train. Sans voie de passage légal et sans risque, ce monsieur aurait été percuté par un train lorsqu’il tentait une traversée dangeureuse de la frontière direction la France, la nuit. Ses ami.es en Allemagne (où il a longtemps habité avant d’être expulsé en Italie) disent qu’il rêvait d’une vie stable en France.

16 mars

6 personnes ont été refoulées ce matin. Iels ont passées toute la nuit dans les cellules du commissariat de frontière. Les coussins et les couvertures qui étaient sur les matelas dans les cellules lorsque des responsables politiques ont visité le commissariat la semaine précédente ont tous disparus. Trois personnes qui travaillent en France et vivent en Ligurie ont été arrêtés sur l’autoroute alors qu’il étaient en vêtement de travail.

17 mars

Le jour suivant, lorsque 9 personnes ont été refoulées le matin, une situation similaire a lieu : des personnes qui travaillent depuis longtemps en France ont été arrêtées sur l’autoroute, le camion de leur entreprise a été confisquée et leur patron est obligé de venir les chercher au poste de police à la frontière. Ces mécanismes racistes de la frontière ne mettent pas seulement la santé des personnes à rude épreuves, mais menacent aussi leur travail.

19 mars

La plupart des dix personnes refoulées ce matin étaient également sur leur trajet pour le travail. Certaines de ces personnes attendent que leurs document soient renouvelés par la préfecture et ont le reçu de leur permis de séjour longue-durée sur leur téléphone – la police estime que cela n’est pas suffisant.

20 mars

14 personnes sont refoulées le matin. Elles sont relachées entre 9h30 et 12h05 – 10 minutes après que le bus de midi soit passé. Ce qui ont passé la nuit dans les cellules du post de police disent qu’il n’y avait ni couverture ni à manger dans les cellules pendant le temps de leur détention. Il faisait extrêmement froid et c’était impossible de dormir.

Un étudient a été arrêté alors qu’il voyageait direction Marseille pour se rendre à un rendes-vous au consulat de son pays pour se faire renouveler son passeport. Lorsqu’il était détenu par la police aux frontières française puis refoulé en Italie, la police italienne a essayé de négocier avec la police française pour le cas de l’étudiant : il n’y avait aucun foncement juridique ou administratif pour refuser l’entrée à cet étudiant – il avait tout ses papiers. La police italienne n’a rien pu faire et la personne a été refoulée en Italie – encore une démonstration que les procédures bureaucratiques ne sont pas fiables. Aucune personne racisée ne peut s’attendre à ce que les procédures se basent sur de la documentation officielle ni un respect du droit par la police.

Une autre personne refoulée par la police française en Italie était visiblement handicapée et avait beaucoup de difficulté à marcher. Néanmoins, la police aux frontières française lui a quand même indiqué de marcher une route pentue pour entrer en Italie.

Ce jour-là il n’y avait aucun.e traducteur.ice disponible pour les détenu.es et la police donnait aussi des ordres de manière très agressive au détenu.es de leur parler en français. Sans surprise, une personne refoulée en Italie dit avoir été violemment secoué physiquement par la police lors de son arrestation.

23 mars

Ce matin, la frontière continue ses agissements violents et humains comme d’habitude : parmi les personnes refoulées en Italie 6 personnes témoignent que les cellules étaient très pleines pendant la nuit, et les couvertures magiques qui apparaissent uniquement lorsque des responsables politiques viennent rendre visite au commissariat étaient toujours absentes. Il n’y avait pas de traducteur.ice présent.e ni aucune information sur les droits en détention. Tout les téléphones ont été confisqués lors des arrestations et au moins une personne a du enduré un interrogatoire exténuant de 2 heures où la police en civil lui a posé des questions sur ses pratiques religieuse. D’autres ont été arrêtés proche de Menton alors qu’ils étaient en route pour le travail.

26 mars

C’est sans surprise que les personnes veulent éviter d’être arrêtées et mises en détention à la frontière italo-française. C’est ce qu’il se passe dans tout les moyens de transports surs à la frontière, train, bus, etc. Un homme de 17 a tenté d’éviter cette situation en passant par un chemin de montagne qui s’appelle « le pas de la mort » qui commence au village italien de Grimaldi et mène à Menton, en France, par les montagnes. Ce jeune homme est tombé dans un ravin sur 10 mettre, s’est gravement blessé à la hanche et a été héliporté en condition grave à l’hôpital.

27 mars

Ce matin, au moins 4 des personnes refoulées de la France vers l’Italie ont été obligées de marcher 9 kilomètres le long de la route jusqu’à Vintimille. Au moins deux autres personnes ont été transportés par la police italienne en voiture jusqu’à un poste de police à Vintimille. Celleux qui ont été refoulé.es on tous essayé de rejoindre la France par train ou bus pour rejoindre des rendez-vous. Ce qui avait commencé en étant un voyage normal et planifié en avant s’est transformé en calvaire lorsqu’une des personnes refoulées a été contrôlée par la police aux frontière française près d’une station service proche de la ville de Nice, le soir du 26 mars :

« Il n’y avait pas de draps dans les cellules, il faisait trop froid pour dormir et tout ce que l’on nous a donné à manger était une petite boîte de salade. La police a confisqué les téléphones personnels de tout le monde et plusieurs autres personnes détenues ont parlé avec moi en arabe pour se plaindre du comportement raciste des policiers. »

30 mars

Un.e de 16 ans de Somalie attend son frère de 16 ans qui est encore détenu par la police aux frontières française. A midi il laisse tomber l’attente – juste après qu’un autre jeune homme d’Égypte vient d’être refoulé en Italie. Il dit que la police française l’a attrapé et tiré par sa veste de manière très brusque. Il n’y avait pas de traducteur.ice présent.e et quand le jeune homme a du répondre à beaucoup de questions très personnelles avec beaucoup d’insistance de la part de la police française, la police a utilisé un téléphone pour traduire ses réponses. En même temps, le jeune homme n’avait pas accès à son téléphone personnel qui été confisqué par la police, il était donc sans téléphone dans sa cellule.

Dal confine: monitoraggio alla frontiera gennaio 2026

Riceviamo e pubblichiamo un primo report di monitoraggio dell’anno 2026 in frontiera a Ventimiglia

Tutti report 2025:
report novembre-dicembre 2025
report settembre-ottobre 2025
report aprile-giugno 2025
report marzo-aprile 2025
report febbraio-marzo 2025
report novembre 2024-gennaio 2025

English below

Questa breve cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi di frontiera e dai suoi agenti alla frontiera interna tra Francia e Italia, sul Mar Mediterraneo, è un resoconto incompleto e ben contestuale. Rappresenta la situazione dal punto di vista di persone che osservano (spesso bianche) con cittadinanza europea e, di conseguenza, tralascia innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che lottano e resistono per la libertà di movimento. È quindi un quadro molto parziale e limitato della situazione, che esclude le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM) e dei sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).
Anche i numeri dei respingimenti e degli episodi qui citati, rappresentano solo una panoramica momentanea della situazione alla frontiera – non riflettono i numeri dei respingimenti che osserviamo durante i monitoraggi regolari (attualmente circa 30 al giorno), né descrivono in modo adeguato tutti gli episodi di violenza che osserviamo a questa frontiera.

7 Gennaio

Poiché il mese di gennaio è particolarmente freddo, molte persone tentano di esercitare la loro libertà di movimento viaggiando dall’Italia alla Francia. Le celle della stazione di polizia di frontiera di Mentone sono costantemente affollate durante la notte. Due persone che sono state respinte questa mattina sono state fermate sul territorio francese – nel centro della città di Mentone – a causa delle pratiche di profiling della povertà utilizzate dalla polizia francese. Qui sono state arrestate la sera del 5 gennaio e hanno subito una detenzione particolarmente lunga. Al momento del rilascio sono provate dal freddo gelido delle celle ed estremamente stanche dopo due notti insonni.

8 Gennaio

Otto persone (sette uomini e una donna) sono state respinte questa mattina dalla Francia all’Italia. Un giovane riferisce di aver subito violenze fisiche da parte della polizia francese durante l’arresto sul treno. A causa della mancanza di posti caldi e sicuri dove dormire, si era addormentato la sera sul treno tra Ventimiglia e Mentone. Alla stazione ferroviaria di Mentone-Garavan è stato colpito al volto da un poliziotto per farlo scendere dal treno.

La stessa mattina la polizia di frontiera ha separato una coppia di viaggiatori provenienti dal Bangladesh arrestando la donna, il cui compagno è un richiedente asilo in Francia.

12 Gennaio

Nella notte tra l’11 e il 12 gennaio le celle della stazione di polizia di frontiera sono estremamente affollate e un uomo viene rilasciato alle 23:00 dell’11 gennaio. Questa notte è particolarmente fredda e ovviamente a quest’ora non ci sono né posti letto né mezzi di trasporto pubblico a sua disposizione.

14 Gennaio

Una donna e quattro uomini vengono respinti dalla Francia all’Italia dalla polizia. Tra loro c’è un lavoratore impiegato in Francia da un’azienda che si occupa della manutenzione di strade e autostrade. Viene arrestato in tenuta da lavoro mentre guida il camion della sua azienda alla stazione di servizio La Turbie, vicino alla città di Nizza, a 60 chilometri dal confine.

15 Gennaio

Circa 13 persone vengono respinte dalla Francia all’Italia questa mattina. Tra loro c’è un giovane che riferisce che durante la notte trascorsa nella cella della polizia faceva troppo freddo per dormire e, nonostante le temperature fossero sotto lo zero, non c’erano coperte disponibili. Il giovane è stato arrestato il 14 gennaio alle 19:45 e rilasciato solo alle 11:00 del giorno seguente. Durante la notte è stato separato dai suoi effetti personali e quindi privato della possibilità di indossare indumenti aggiuntivi per resistere al freddo gelido (a quanto pare le celle non erano riscaldate).

Quel giorno, alle persone detenute dalla polizia di frontiera francese non sono state fornite informazioni sui loro diritti durante la detenzione. Non era disponibile alcun servizio di traduzione. Gli agenti di polizia hanno insistito affinché i detenuti firmassero il documento che era stato loro consegnato (un documento chiamato arrêt) senza fornire alcuna spiegazione sulla procedura a cui erano sottoposti. Tra le persone respinte in Italia c’è un richiedente asilo registrato in Francia.

Una persona rilasciata quella mattina riferisce di essere stata detenuta ingiustamente dalla polizia di frontiera francese durante la notte, nonostante fosse in possesso di documenti di viaggio validi. Sebbene la polizia di frontiera si sia scusata con lui per questo errore, gli è stato negato qualsiasi risarcimento per lo stress che ha subito nella cella della polizia durante la notte e per l’interruzione illegale del suo viaggio.

Lo stesso giorno, una persona che riesce a malapena a camminare a causa di un recente intervento chirurgico alla gamba, viene respinta in Italia subito dopo che l’autobus per Ventimiglia è partito dalla fermata vicino alla stazione di polizia di frontiera, lasciandola lì per almeno tre ore prima del prossimo.

18 Gennaio

Poiché la polizia francese blocca sistematicamente le vie di transito sicure verso la Francia e aumenta il numero di persone costrette a dormire all’aperto perché bloccate al confine franco-italiano, la disperazione sta diventando pericolosa per la vita. Il 18 gennaio un uomo algerino che deve arrivare in Francia viene privato di ogni possibilità di continuare il suo viaggio e tenta di attraversare il confine nuotando nel Mar Mediterraneo, gelido e agitato in quel giorno di gennaio.

Non è il primo a trovarsi in questa situazione di disperazione, ma a differenza di altre morti causate da questo confine in circostanze simili, viene salvato dall’annegamento dai vigili del fuoco.

19 Gennaio

Almeno un minore non accompagnato (di 16 anni) viene respinto illegalmente dalla polizia francese verso l’Italia, nonostante si trovasse già sul territorio francese e avesse dichiarato di essere minorenne e bisognoso di protezione internazionale, con l’intenzione di rimanere in Francia. Questo giovane è stato rinchiuso in una cella con 12 uomini adulti per tutta la notte. La cella disponeva solo di quattro letti (senza materassi). Nella notte tra il 18 e il 19 gennaio la polizia ha confiscato i telefoni di tutti i detenuti (restituendoli al mattino) e non ha fornito né traduzione né informazioni sui diritti delle persone in custodia (come se questi non esistessero per le persone in movimento). Inoltre, la polizia italiana ha consegnato ordini di espulsione dal territorio italiano a coloro che sono stati appena respinti dalla polizia francese.

21 Gennaio

Quindici persone hanno dovuto passare la notte nelle celle della polizia di frontiera francese e vengono respinte in Italia. Anche in questo caso la polizia italiana sta consegnando documenti di espulsione ad almeno una di loro. Questa espulsione richiede l’intervento immediato di avvocati per proteggere le persone interessate dall’espulsione. A coloro che hanno ricevuto questi documenti di espulsione dalla polizia italiana alla frontiera non sono state fornite informazioni sulle conseguenze di questo documento.

22 Gennaio

Cinque persone vengono respinte dalla Francia verso l’Italia alle 8:30 del mattino e altre sei alle 10:00. Tra loro c’è un minore che è stato arrestato sul territorio francese il giorno prima alle 20:00 di sera. Sebbene il minore non accompagnato abbia il diritto legale di chiedere protezione internazionale in Francia, viene rinchiuso in una cella con adulti e respinto in Italia la mattina seguente. È sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo solo due settimane prima e sostiene che la sua età sia stata falsificata dalla polizia di frontiera francese, che ha cambiato il suo anno di nascita da 2010 a 2007. Gli agenti di polizia non hanno spiegato il motivo di questa detenzione illegale e si sono rifiutati di parlare con il minore (anche se egli sostiene di cercare protezione internazionale come minore non accompagnato in francese).

Poiché è di nuovo una notte molto fredda e non c’è ancora né riscaldamento né coperte a disposizione dei detenuti nella cella del posto di frontiera francese, la maggior parte di coloro che vengono respinti al mattino sono fisicamente esausti e tremano dal freddo.

26 Gennaio

Delle dieci persone che hanno dovuto trascorrere la notte nella stazione di polizia di frontiera francese, due vengono rilasciate alle 10:00 dopo una notte fredda e insonne. Non è la prima notte di questo tipo nel loro viaggio verso la Francia: i due giovani affermano di non dormire da molti giorni. Poco dopo, altre due persone vengono respinte in Italia, una delle quali è un minore non accompagnato.

From the broder: monitoring report January 2026

This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterranean Sea is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of (often white) observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents).
Also the numbers of push backs and incidents cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularly monitoring at the border (currently about 30 per day), nor do they adequately picture all violent incidents that we observe at this border.

7th of January

As the month of January is particularily cold, many people attempt to exercise their freedom of movement travelling from Italy to France. The cells of the border police station in Menton are constantly crowded at night. Two people who have been pushed back this morning have been stopped on french territory – in the city centre of Menton – due to the practices of poverty profiling employed by the french police. Here they have been arrested in the evening of January 5th and experienced particularily long detention. As they are released they are worn down by the freezing cold in the cells and extremely tired after two sleepless nights.

8th of January

Eight people (seven men and one women) are pushed back this morning from France to Italy. A young man reports having experienced physical violence by the french police when being arrested on the train. Due to the lack of warm and safe sleeping places, he had fallen asleep in the evening on the train between Ventimiglia and Menton. In the train station Menton-Garavan he has been punched in the face by a police man in order to get him off the train.

The same morning the border police separated a travelling couple from Bangladesh in arresting the woman whose partner is an asylum seeker in France.

12th of January

In the night between the 11th and the 12th of January the cells in the border police station are extremely crowded and a man is being released at 23:00 on the 11th of January. This night is particularily freezing cold and obviously there are neither sleeping facilities nor public transport available for him at this hour.

14th of January

A women and four men get pushed back from France to Italy by the police. Amongst them is a worker employed in France by a company maintaing roads and highways. He is arrested in full work gear as he is driving the truck of his company at the petrol station La Turbie near the city of Nice, 60 kilometres away from the border.

15th of January

About 13 people are being pushed back from France to Italy this morning. Amongst them is a young man who reports that during the night he spent in the police cell it was too cold to sleep and despite temperatures below 0 there was no cover available. The young man was arrested on 14th of January at 19:45 and released only at 11:00 on the following day. During the night he was separated from his belongings and was hence deprived of the possibility to wear additional clothing to resist the freezing cold (apparently the cells were not heated).

On that day, the people experiencing detention by the french border police were not given any information about their rights in detention. Translation was not available. Police officers had insisted that detainees would sign the paper they were given (a document called arrêt) without being given any explanation about the process they are being subjected to. Amongst those pushed back to Italy is an asylum seeker registered in France.

A person released that morning reports that he was falsely detained by the french border police over night as he is in the posession of valid travel documents. Although the border police had apologised to him for this mistake, he is denied any compensation for the stress he has experienced in the police cell over night and for the unlawful interruption of his journey.

On the same day, a person who can barely walk due to a recent operation on his leg, is pushed back to Italy just after the bus to Ventimiglia has left from the stop that is near the border police station leaving at least three hours time before the next one.

18th of January

As the french police is systematically blocking safe travel routes to France and the number of people who are being forced to sleep outside because of being stuck at the french-italian border increases, desperation is becoming life-threatening. On the 18th of January an algerian man who needs to arrive in France is deprived of all possibilites to continue his journey and attempts to cross the border swimming in the mediterranean sea which is ice cold and rough on that day in January.

He is not the first who finds himself in this situation of despair but in contrast to other deaths that this border caused in similar circumstances, he is saved from drowning by the fire fighters.

19th of January

At least one unaccompanied minor (aged 16) is unlawfully pushed back by the french police to Italy although he has already found himself on french territory and claimed to be underage and in need of international protection intending to stay in France. This young person has been locked in a cell with 12 adult men over night. This cell disposes of only four beds (without matress). In the night between the 18th and the 19th of January the police confiscates the telephones of all detainees (and returns them in the morning) and provides neither translation nor information about the people’s rights in custody (as if these were not existing for people on the move). Additionally, the italian police has been handing out expulsions from italian territory to those who have just been pushed back by the french police.

21st of January

Fifteen people had to spend the night in the cells of the french border police and are being pushed back to Italy. Again the italian police is handing out expulsion papers to at least one of them. This expulsion requires the immediate action of lawyers in order to protect the concerned people from being deported. Those who have received these expulsion papers from the italian police at the border were not given any information about the consequences of this paper.

22nd of January

Five people get pushed back from France to Italy at 8:30 in the morning and another six people at 10:00. Amongst them is an underaged person who has been arrested on french territory the day before at 20:00 in the evening. Although the unaccompanied minor has the legal right to seek international protection in France, he is being locked in a cell with adults and pushed back to Italy in the next morning. He has survived the crossing of the Mediterrenean only two weeks before and claims that his age was falsified by the french border police in changing his year of birth from 2010 to 2007. The police officers did not explain the reason for this unlawful detention and refused to speak to the minor (although he is claiming to seek international protection as an unacompanied minor in french).

As it is again a very cold night and there is still neither heating nor covers available to the detainees in the cell of the french border police post, most of those who are being pushed back in the morning are physically drained and shivering.

26th of January

As ten people had to spend the night in the french border police station, two of them get released at 10:00 after a cold and sleepless night. On their journey to France it is not the first night of this kind – the two young man claim to have not slept for many days. Two other people get pushed back to Italy a bit later, one of them being an unaccompanied minor.

Novembre-Dicembre 2025 al confine: raccolta dati e respingimento

Riceviamo e pubblichiamo un ultimo report di monitoraggio in frontiera quest’anno a Ventimiglia, dove si parla di cooperazione delle polizie e di raccolta dati al respingimento. Il periodo di osservazione va da Novembre 2025 a Dicembre 2025.

Tutti report 2025:

report settembre-ottobre 2025
report aprile-giugno 2025
report marzo-aprile 2025
report febbraio-marzo 2025
report novembre-gennaio 2025

Il testo originale è in inglese.
English version below.
Traduction francaise en fin de page.

Questa breve cronologia delle molteplici conseguenze prodotte dai meccanismi di frontiera e dai suoi agenti alla frontiera interna tra Francia e Italia, sul Mar Mediterraneo, è un resoconto incompleto e ben contestuale. Rappresenta la situazione dal punto di vista di persone che osservano (spesso bianche) con cittadinanza europea e, di conseguenza, tralascia innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che lottano e resistono per la libertà di movimento. È quindi un quadro molto parziale e limitato della situazione, che esclude le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM) e dei sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).

Anche i numeri dei respingimenti e degli episodi qui citati, rappresentano solo una panoramica momentanea della situazione alla frontiera – non riflettono i numeri dei respingimenti che abbiamo assistito durante i monitor regolari (attualmente circa 30 al giorno), né descrivono in modo appropriato tutti gli episodi di violenza che accadono in questa frontiera.

6 novembre

I controlli alla cosiddetta frontiera alta (la strada tra il territorio italiano e Mentone che non costeggia il mare), dove vengono respinte le persone dalla Francia verso l’Italia, da questo mese sono effettuati anche dalla polizia italiana, che svolge controlli supplementari sui passaggi a piedi e in macchina. Inoltre, l’esercito italiano è costantemente posizionato accanto al posto di blocco della PAF. È attraverso questo corridoio militare e di polizia che le persone rilasciate dalla detenzione dalla polizia di frontiera francese devono camminare quando vengono respinte in Italia.

Una persona che è stata arrestata dalla PAF nella notte del 5 novembre e rilasciata la mattina del giorno successivo, riferisce che i container della PAF dove sono detenute le persone sono pieni. Tuttavia, nessuno viene rilasciato fino alle 12:00. Le persone detenute nei container sono sottoposte a lunghi interrogatori che consistono in domande sui percorsi di viaggio e sulle abitudini personali, condotti alla presenza di persone in camice bianco che non si identificano come agenti di polizia.

Questa osservazione suggerisce la presenza di speciali task force di ricerca nel posto di polizia di frontiera della PAF che non rendono trasparente ai detenuti lo scopo dell’interrogatorio.

Tra le persone detenute nel posto di polizia di frontiera francese nella notte tra il 5 e il 6 novembre c’è una persona vulnerabile: un anziano con una grande valigia che riesce a malapena a camminare.

10 novembre

Sei persone sono state arrestate nella stazione ferroviaria di Mentone-Garavan la sera del 9 novembre, poco dopo le 22:00. Ad eccezione del minore non accompagnato che si trova tra loro, tutte e cinque le persone sono state respinte in Italia al mattino. Una delle persone che ha subito la detenzione e il respingimento da parte della PAF viaggiava con il suo sacco a pelo, pur sapendo che non lasciarlo indietro nel tentativo di raggiungere Mentone lo avrebbe esposto alla polizia francese come persona in movimento. Due giorni fa tutti i suoi altri effetti personali sono stati distrutti dai bulldozer che hanno sgomberato l’insediamento informale sotto il ponte di Ventimiglia dove aveva dormito per mancanza di un alloggio sicuro. Un’altra persona respinta questa mattina ha una gamba gonfia e afferma: “Siamo tutti traumatizzati dopo aver trascorso tre giorni a Ventimiglia”. Questa dichiarazione dimostra che la politica di gestione urbana mira sempre più alla distruzione fisica e psicologica delle persone in movimento, privandole di ogni sicurezza e comfort.

12 novembre

Undici persone vengono respinte in territorio italiano dalla PAF. Una delle persone respinte era stata ammanettata durante la detenzione. I suoi polsi sono doloranti, gonfi e coperti di segni rossi. Un’altra persona che è stata detenuta nel posto di polizia di frontiera riferisce di essere stata “molestata” dalla polizia francese. Quando viene respinto, è in stato di angoscia dopo essere stato spintonato, scosso fisicamente e minacciato verbalmente. “Mentre lo facevano, gli agenti di polizia mi parlavano in tono dispregiativo, come se fossi un bambino”, afferma. I minori non accompagnati sono stati detenuti nel posto di polizia di frontiera francese dagli stessi agenti di polizia che hanno mostrato chiaramente una propensione alla violenza.

Due persone che sono state respinte in Italia sono state arrestate nella stazione ferroviaria di Mentone. Stavano per acquistare un biglietto alla biglietteria automatica e hanno chiesto aiuto a un altro passeggero poiché non parlavano francese. Invece di aiutarli, il passeggero ha chiamato la polizia che ha arrestato i due viaggiatori con un controllo di polizia razzista.

17 novembre

Due persone tra il gruppo più numeroso di persone respinte in Italia in questo giorno dalla PAF sono state sottoposte a un lungo ed estenuante interrogatorio (ancora una volta condotto da una persona in camice bianco che gli interrogati hanno scambiato per un medico) dopo essere state trattenute nel posto di frontiera per 16 ore. Al momento del rilascio, alle 11:00, non avevano ricevuto né un verbale dell’interrogatorio né alcun documento che attestasse il processo di detenzione. Altre due persone respinte quel giorno hanno riferito di essere state detenute per 24 ore. Tra le persone respinte, almeno quattro non hanno ricevuto né cibo né acqua durante questa detenzione illegalmente prolungata.

19 novembre

Coloro che vengono respinti riferiscono che le celle della polizia al posto di frontiera sono piene di persone che sono state arrestate su autobus, treni e sui sentieri che collegano il territorio italiano a quello francese. Durante alcune mattine di novembre, 30 persone vengono respinte dalla Francia all’Italia in brevi periodi di tempo (ad esempio 1,5 ore). I container in cui sono detenute le persone costituiscono un rischio per la salute a causa delle condizioni igieniche insostenibili e del rifiuto di fornire cibo e acqua.

3 dicembre

Una persona che è stata respinta dalla Francia all’Italia dopo essere stata fermata su un autobus vicino alla città di Nizza assiste al momento in cui un minore che necessita di cure mediche viene separato dalla madre con cui sta viaggiando. Lo status di residenza del giovane non è soddisfacente per gli agenti di polizia francesi, contrariamente a quello di sua madre. Il giovane viene portato al posto di frontiera della polizia francese mentre è visibilmente in condizioni di sofferenza fisica.

4 dicembre

L’inizio di dicembre è caratterizzato da una presenza insolitamente elevata di agenti di polizia che guidano auto civili senza contrassegni. Nel frattempo, l’ufficio di polizia di frontiera è dotato di una tecnologia (fornita dalla società Cellebrite) che consente di hackerare i telefoni protetti da un codice PIN per estrarre dati dai telefoni personali senza il consenso dei detenuti e senza l’ordine di un giudice (che è legalmente necessario per farlo). Dopo questa estrazione illegale di dati personali, i telefoni delle persone interessate dall’intrusione nella privacy spesso smettono di funzionare.

8 dicembre

Un giovane adulto che si trova in Europa solo da sei giorni e non parla nessuna lingua europea viene trattenuto per tutta la notte nel posto di frontiera francese senza alcuna possibilità di traduzione e senza alcuna informazione sui suoi diritti durante la detenzione.

10 dicembre

Alcune delle persone respinte dalla Francia verso l’Italia nella mattinata di oggi sono estremamente stanche e provate, il che le rende ancora più vulnerabili di fronte alla violenza dei meccanismi di frontiera. Per alcune delle persone respinte è la seconda o terza notte senza dormire. Dormire nei container dove le persone sono detenute nel posto di frontiera francese è, secondo coloro che hanno vissuto la detenzione notturna oggi, impossibile a causa delle condizioni igieniche disastrose in cui si trovano, che hanno costretto una persona a passare la notte nella gabbia all’aperto davanti ai container, poiché era detenuto lì con altre 14 persone durante la notte.

English version:

This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterranean Sea is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of (often white) observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents).
Also the numbers of push backs and incidents cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularly monitoring at the border (currently about 30 per day), nor do they adequately picture all violent incidents that we observe at this border.

6th of November

The border controls on the so called upper border (the road between italian territory and Menton that is not running along the sea) where the people who are being pushed back from France to Italy is, since this month, also controlled by the italian police carrying out additional checks of passages by foot and car. In addition, the italian military is constantly positioned next to the checkpoint of the PAF. It is through this military and police corridor that the people released from detention by the french border police have to walk when being pushed back to Italy.

A person who has been arrested by the PAF in the night of the 5th November and released in the morning of the next day, reports that the containers of the PAF where people are being detained are full. Still no one is being released untill 12:00. The people being detained in the containers are subjected to long interviews consisting of questions about travel routes and personal habits carried out in the presence of persons in white coats who do not identify as police officers. This observation suggests the presence of special research task forces in the border police post of the PAF who do not make the aim of the interview transparent to the detainees.

Amongst the people detained in the french border police post in the night between the 5th and the 6th of November is a vulnerable person – an old man with a big suitcase who can barely walk.

10th of November

Six people have been arrested in the train station in Menton-Garavan in the evening of the 9th of November just after 22:00. Except for the unaccompanied minor who is amongst them, all five people are pushed back to Italy in the morning. One of the persons who has experienced detention and push back by the PAF has been travelling with his sleeping bag although he was aware that not leaving it behind when attempting to go to Menton would expose him to the french police as a person on the move. Two days ago all his other belongings were destroyed by bulldozers clearing the informal settlement under the bridge in Ventimiglia where he had slept due to a lack of safe accomodation. Another person being pushed back this morning has a swollen leg and states that „We are all traumatised after spending three days in Ventimiglia.“ This statement illustrates that the politics of the urban management are increasingly aiming at the physical and psychological destruction of people on the move in depriving them of all safety and comfort.

12th of November

Eleven people get pushed back to italian territory by the PAF. One of the people being pushed back had been handcuffed during his detention. His wrists are hurting, swollen and covered by red marks. Another person who has been detained in the border police post reports having been „harrassed“ by the french police. When pushed back, he is in distress after having been pushed around, physically shaken and verbally threatened. „While doing that the police officers where speaking to me in a derogative tone, as if i was an child“, he states. Unaccompanied minors have been detained in the french border police post by the same police officers obviously displaying an inclination towards violence.

Two people who are being pushed back to Italy have been arrested in the train station in Menton. They were about to buy a ticket at the ticket machine and asked another passenger for help since they were not speaking French. Instead of helping the passenger called the police who arrested the two travellers in a racist police control.

17th of November

Two people amongst the larger group of people pushed back to Italy on this day by the PAF have been subjected to a long and exhausting interview (once again carried out by a person in a long white coat whom the interviewees mistakenly took for a doctor) when having been detained in the border police post for 16 hours. When being released at 11:00 they had neither received a verbal protocoll of the interview nor any papers documenting he process of detention. Other two people pushed back on that day reported having been detained for 24 hours. Amongst the people pushed back at least four persons have not received any food or water during this illegally prolongued detention.

19th of November

Those who are being pushed back report that the police cells at the border police post are full of people who have been arrested on busses, trains and on the paths running from italian to french territory. During some November mornings 30 people are pushed back from France to Italy within short periods of time (such as 1,5 hours). The containers where people are being detained make proof of a health risk due to unbearable hygenic conditions and the refusal of access to food and water.

3rd of December

A person who has been pushed back from France to Italy when stopped on a bus near the city of Nice is witnessing how an underage person in need of medical attention is separated from his mother with whom he is travelling. The residence status of the young person is insatisfactory for the french police officers in contrary to the one of his mother. The young person is brought to the french border police post while being visibly in physical suffering.

4th of December

The beginning of december is marked by an unusually high prense of police officers driving in unmarked (civil) cars. Meanwhile the police office at the border is equipped with technology (provided by the company Cellebrite) to hack phones protected by a pin code in order to extract data from personal telephones without the consent of the detainees and without the order of a judge (which is legally necessary in order to do so). After this illegal extraction of personal data the telephones of the people concerned by the intrusion of privacy often cease functionning.

8th of December

A young adult who has been in Europe since six days only and does not speak any european language is detained over night in the french border police post without any access to translation and any information about his rights in custory.

10th of December

Some of the people pushed back from France to Italy in the morning of this day are extremely exhausted and worn down which makes them even more vulnerable when facing the violence of the border mechanisms. For some of the people being pushed back it is their second or third night without sleep. Sleeping in the containers where people are being detained in the french border post is, according to those who have experienced over-night detention today, impossible due to disastrous hygenic situation they are in – which forced a person to spend the night in the open-air cage in front of the containers as he was detained in there with 14 other people over night.

Version francaise:

Cette petite chronologie des multiples violences produites par les mécanismes frontaliers et leurs agents à la frontière intra-européenne entre la France et l’Italie, au bord de la mer Méditerranée, est un récit incomplet et situé. Elle dépeint la situation du point de vue d’observateurs (souvent blancs) de nationalité européenne et omet donc d’innombrables incidents violents subis par ceux qui luttent et se battent pour leur liberté de circulation. Il s’agit donc d’une image très partielle et limitée de la situation, qui omet les perspectives cruciales des personnes en mouvement (POM) et des sans-papiers (personnes sans documents reconnus comme « valides » par les agents frontaliers français).

De plus, les chiffres relatifs aux refoulements et aux incidents cités ici ne sont que des instantanés de la situation à la frontière – ils ne représentent ni le nombre de refoulements que nous observons lors de nos contrôles réguliers à la frontière (actuellement environ 30 par jour), ni tous les incidents violents que nous observons à cette frontière.

6 novembre

Les contrôles à la frontière dite « haute » (la route entre le territoire italien et Menton qui ne longe pas la mer), où les personnes refoulées de France vers l’Italie sont, depuis ce mois-ci, également contrôlées par la police italienne qui effectue des contrôles supplémentaires des passages à pied et en voiture. De plus, l’armée italienne est constamment positionnée à côté du poste de contrôle de la PAF. C’est par ce couloir militaire et policier que les personnes libérées de détention par la police des frontières française doivent passer lorsqu’elles sont refoulées vers l’Italie.

Une personne qui a été arrêtée par la PAF dans la nuit du 5 novembre et libérée le lendemain matin, rapporte que les conteneurs de la PAF où les personnes sont détenues sont pleins. Personne n’est encore libéré avant midi. Les personnes détenues dans les conteneurs sont soumises à de longs interrogatoires portant sur leurs itinéraires de voyage et leurs habitudes personnelles, en présence de personnes en blouse blanche qui ne s’identifient pas comme des policiers. Cette observation suggère la présence de groupes de travail spéciaux au sein du poste de police des frontières de la PAF, qui ne divulguent pas l’objectif de l’interrogatoire aux détenus.

Parmi les personnes détenues au poste de police des frontières français dans la nuit du 5 au 6 novembre se trouve une personne vulnérable : un vieil homme avec une grande valise qui peut à peine marcher.

10 novembre

Six personnes ont été arrêtées à la gare de Menton-Garavan dans la soirée du 9 novembre, peu après 22 heures. À l’exception du mineur non accompagné qui se trouve parmi eux, les cinq autres personnes sont renvoyées en Italie dans la matinée. L’une des personnes qui a été détenue et refoulée par la PAF voyageait avec son sac de couchage, bien qu’il sache que le fait de ne pas le laisser derrière lui lorsqu’il tentait de se rendre à Menton l’exposerait à la police française en tant que personne en déplacement. Il y a deux jours, toutes ses autres affaires ont été détruites par des bulldozers qui ont rasé le campement informel sous le pont de Vintimille où il dormait faute d’un logement sûr. Une autre personne refoulée ce matin a la jambe enflée et déclare : « Nous sommes tous traumatisés après avoir passé trois jours à Vintimille. » Cette déclaration illustre le fait que la politique de gestion urbaine vise de plus en plus à détruire physiquement et psychologiquement les personnes en déplacement en les privant de toute sécurité et de tout confort.

12 novembre

Onze personnes sont refoulées vers le territoire italien par la PAF. L’une des personnes refoulées avait été menottée pendant sa détention. Ses poignets sont douloureux, enflés et couverts de marques rouges. Une autre personne qui a été détenue au poste de police des frontières rapporte avoir été « harcelée » par la police française. Lors de son refoulement, elle est en détresse après avoir été bousculée, secouée physiquement et menacée verbalement. « Tout en faisant cela, les policiers me parlaient sur un ton désobligeant, comme si j’étais un enfant », déclare-t-elle. Des mineurs non accompagnés ont été détenus au poste de police des frontières français par les mêmes policiers qui affichaient manifestement une propension à la violence.

Deux personnes refoulées vers l’Italie ont été arrêtées à la gare de Menton. Elles s’apprêtaient à acheter un billet au distributeur automatique et ont demandé de l’aide à un autre passager car elles ne parlaient pas français. Au lieu de les aider, le passager a appelé la police qui a arrêté les deux voyageurs lors d’un contrôle policier raciste.

17 novembre

Deux personnes parmi le groupe plus important de personnes renvoyées en Italie ce jour-là par la PAF ont été soumises à un interrogatoire long et épuisant (une fois de plus mené par une personne vêtue d’une longue blouse blanche que les personnes interrogées ont pris à tort pour un médecin) après avoir été détenues pendant 16 heures au poste de police des frontières. Lorsqu’elles ont été libérées à 11 heures, elles n’avaient reçu ni procès-verbal de l’entretien ni aucun document attestant de leur détention. Deux autres personnes refoulées ce jour-là ont déclaré avoir été détenues pendant 24 heures. Parmi les personnes refoulées, au moins quatre n’ont reçu ni nourriture ni eau pendant cette détention illégalement prolongée.

19 novembre

Les personnes refoulées rapportent que les cellules du poste de police des frontières sont pleines de personnes qui ont été arrêtées dans des bus, des trains et sur les chemins reliant le territoire italien au territoire français. Au cours de certaines matinées de novembre, 30 personnes ont été refoulées de France vers l’Italie en peu de temps (environ une heure et demie). Les conteneurs dans lesquels les personnes sont détenues présentent un risque pour la santé en raison de conditions d’hygiène insupportables et du refus de leur donner accès à de la nourriture et à de l’eau.

3 décembre

Une personne refoulée de France vers l’Italie après avoir été arrêtée dans un bus près de la ville de Nice est témoin de la séparation d’un mineur ayant besoin de soins médicaux de sa mère avec laquelle il voyageait. Le statut de résident du jeune n’est pas satisfaisant pour les policiers français, contrairement à celui de sa mère. Le jeune est emmené au poste de police des frontières français alors qu’il souffre visiblement physiquement.

4 décembre

Le début du mois de décembre est marqué par une présence inhabituellement élevée de policiers circulant dans des voitures banalisées (civiles). Par ailleurs, le poste de police à la frontière est équipé d’une technologie (fournie par la société Cellebrite) permettant de pirater les téléphones protégés par un code PIN afin d’extraire des données des téléphones personnels sans le consentement des détenus et sans l’ordre d’un juge (ce qui est légalement nécessaire pour ce faire). Après cette extraction illégale de données personnelles, les téléphones des personnes concernées par cette intrusion dans leur vie privée cessent souvent de fonctionner.

8 décembre

Un jeune adulte qui est en Europe depuis seulement six jours et ne parle aucune langue européenne est détenu pendant la nuit dans un poste de police français à la frontière, sans accès à un interprète ni à aucune information sur ses droits en détention.

10 décembre

Certaines des personnes refoulées de France vers l’Italie dans la matinée de ce jour sont extrêmement épuisées et à bout de forces, ce qui les rend encore plus vulnérables face à la violence des mécanismes frontaliers. Pour certaines des personnes refoulées, c’est leur deuxième ou troisième nuit sans sommeil. Dormir dans les conteneurs où les personnes sont détenues au poste frontière français est, selon ceux qui ont vécu la détention pendant la nuit aujourd’hui, impossible en raison des conditions d’hygiène désastreuses dans lesquelles ils se trouvent – ce qui a contraint une personne à passer la nuit dans la cage en plein air devant les conteneurs, alors qu’elle était détenue là avec 14 autres personnes pendant la nuit.

A processo il CPR di Torino: prosegue l’ascolto dei testimoni

Riceviamo e pubblichiamo
(Article en langue française en-dessous)

Per gli articoli sulle udienze precedenti consultare:
https://parolesulconfine.com/a-processo-il-cpr-di-torino-la-testimonianza-della-famiglia-di-moussa-balde/

https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colposo-di-balde/

https://parolesulconfine.com/per-moussa-e-ousmane-contro-tutti-i-cpr/

A processo il CPR di Torino: prosegue l’ascolto dei testimoni

Il 20 ottobre si è svolta la terza udienza del processo per la morte di Moussa Balde nel CPR di Torino. La famiglia continua tenace la sua campagna per la verità e giustizia presidiando l’udienza. Al banco testimoni convocati dalla parte civile e dalla difesa.

Le prime udienze di questo processo, che vede imputati per omicidio colposo l’ex-responsabile della struttura Annalisa Spataro e il medico Fulvio Pitanti, ci stanno mostrando ormai chiaramente un filo rosso che collega la linea difensiva dell’ex-ente gestore del CPR, la GEPSA S.p.A. con i precedenti imputati, i cinque funzionari di polizia, precedentemente indagati per falso e sequestro di persona, tra cui l’ex-vice-prefetto (anche ex-dirigente dell’Ufficio immigrazione della Questura) di Torino, questa volta chiamato al banco dei testimoni. E’ infatti proprio il palleggio delle responsabilità tra questi due enti che segna l’unica strategia della difesa.

Si sono susseguiti interventi della parte civile e della difesa. Rispettivamente:

Mauro Palma, ex garante nazionale delle persone detenute (2016 – 2024)
Un dirigente dell’Ufficio Immigrazione di Torino
Un medico precedentemente impiegato della GEPSA
L’ex vice prefetto di Torino

Di seguito una rassegna dei principali temi emersi dalle testimonianze:

Ospedaletto:la copertura sanitaria nasconde logiche punitive

In ben quattro rapporti stilati lungo il suo mandato Mauro Palma ha definito il CPR di Torino simile a vecchi zoo e l’Ospedaletto “la peggiore situazione d’Europa” tra i luoghi di detenzione amministrativa, totalmente inadeguato al trattamento sanitario, ma anche ad una detenzione ordinaria. Secondo alcuni detenuti intervistati durante dei sopralluoghi l’Ospedaletto veniva utilizzato come strumento punitivo, procedura illegale e dunque ovviamente negata dalla struttura.

L’esistenza ufficiale dell’area chiamata Ospedaletto è motivata da ragioni sanitarie. Ma l’espediente sanitario risulta fallace in principio, in quanto il regolamento prevederebbe per questo scopo un luogo di osservazione idoneo, che risulta mancare. In questo caso si tratta infatti di stanze di isolamento prive di qualsiasi comunicazione diretta con il personale medico.

La deresponsabilizzazione è a tutti i livelli

Nelle varie testimonianze appare cruciale la ricerca che Garante e avvocati avviano al fine di trovare Moussa Balde dopo la sua scomparsa a seguito del pestaggio, già mediatizzato. Ma la sua presenza nel CPR di Torino non viene ufficialmente riconosciuta prima della sua morte.

La ricostruzione dei momenti riguardanti il trasferimento di Moussa verso e nel CPR, dal passaggio in infermeria al seguente tentativo di individuarlo dovuto alle pressioni del Garante, rasenta l’assurdo: ogni versione si accavalla sull’altra in una labirintica narrazione dove le apparenti attenzioni di ciascunx sembrano imbattersi in continui ostacoli. Nonostante gli evidenti segni di pestaggio, la presenza di solo due cittadini guineani nel CPR e la presenza di cartelle cliniche in ingresso, Moussa non viene individuato. La GEPSA in un primo momento comunica alla prefettura l’isolamento di Moussa Balde per motivi sanitari, dopo la sua morte la motivazione diventa piuttosto l’ordine pubblico, ma la prefettura afferma di non aver mai verificato i documenti precedenti. Le responsabilità non solo vengono scaricate tra gli enti, ma anche lungo la stessa catena di comando, fino ad indicare nella tirocinante un elemento critico che avrebbe potuto contribuire all’identificazione di Moussa.

Ritornano anche le incongruenze tra le dichiarazioni di compatibilità di Moussa con la vita comunitaria e la decisione dell’isolamento, giustificato come prudenza verso le preoccupazioni di alcuni ospiti per presunta scabbia, pero’ già smentita dal medico. Una gran confusione appositamente inscenata per gettare fumo negli occhi e cercare di svincolarsi dalle accuse.

L’inesistente trattamento delle fragilità

Dopo che il medico ha descritto i tentativi suicidari come quasi quotidiani, per sminuire la drammaticità di ogni singolo atto l’ex-vice direttrice ha affermato che si trattava di episodi più unici che rari. Rimane un fatto l’assenza di protocolli sanitari riguardo atti anti-conservativi e rischi suicidari, descritti come tentativi dei detenuti per attirare l’attenzione e guadagnare un’ora d’aria in infermeria o dei pretesti per favorire evasioni. Il servizio di supporto psicologico è unicamente formale e non verificato da alcun ente. La presa in carico sanitaria è affidata a medici privati, invece che dal Servizio Sanitario Nazionale. Una giostra senza fine, fatta di falle normative, noncuranza e razzismo sistemico.

Il paradosso dell’ipotesi del rimpatrio

L’assenza di accordi istituzionali con la Guinea in tema di rimpatri, a cui si aggiunge l’epidemia di ebola che era in corso, privava delle possibilità materiali un’ipotetica deportazione. Questa mancanza di giustificazioni per quanto gli stava accadendo avrebbe causato in Moussa l’aumentare di scompensi e fragilità psichiche contribuendo alla sua tragica fine.
Quello che appare chiaro dall’incoerenza delle testimonianze è il ricorso al paravento delle procedure, spesso volontariamente manchevoli, per giustificare quotidianamente la violenza strutturale dello Stato.

Continueremo a portare solidarietà alla famiglia di Moussa e a tuttə i detenuti e le detenute dei CPR. La prossima udienza è fissata per il 26 novembre h 9:00 al Tribunale di Torino.

Procès du CPR de Turin : l’audition des témoins se poursuit

Le 20 octobre s’est tenue la troisième audience du procès pour la mort de Moussa Balde au CPR de Turin. La famille poursuit avec ténacité sa campagne pour la vérité et la justice en assistant à l’audience. À la barre, les témoins convoqué·e·s par la partie civile et la défense.

Les premières audiences de ce procès, qui voit l’ancienne directrice du de l’entreprise privée gestionnaire du CPR (Centre de Rétention Administratif en italien) Annalisa Spataro et le médecin Fulvio Pitanti accusé·e·s d’homicide involontaire, nous montrent désormais clairement un fil rouge : la ligne de défense de l’ancienne entreprise gestionnaire du CPR, la GEPSA S.p.A., ressemble à celle des précédents accusés, les cinq fonctionnaires de police, précédemment mis en examen pour faux et séquestration de personne, parmi lesquels l’ancien vice-préfet (également ancien directeur du bureau de l’immigration de la préfecture de police) de Turin, cette fois appelé à la barre des témoins. C’est en effet le renvoi de responsabilité entre ces deux organismes comme seule ligne de défense.

Des témoins appéle·e·s par la partie civile et la défense se sont succédé·e·s. Respectivement : Mauro Palma, ancien garant national des personnes détenues (2016-2024), et un ancien dirigeant du Serive préfectorale de l’immigration au CPR, un médecin précédemment employé par la GEPSA, l’ancien vice-préfet de Turin et l’ancienne vice-directrice de la GEPSA S.p.A.

Voici un aperçu des principaux thèmes qui sont ressortis des témoignages :

L’Ospedaletto:la couverture sanitaire cache une logique punitive

Dans quatre rapports rédigés au cours de son mandat, Mauro Palma a qualifié le CPR de Turin de « vieux zoo » et l’Ospedaletto de « pire situation en Europe » parmi les lieux de détention administrativ. Il était totalement inadapté aux soins de santé, mais aussi à une détention ordinaire. Selon certains détenus interrogés lors des visites, l’Ospedaletto était utilisé comme un instrument punitif, une procédure illégale et donc évidemment niée par la structure.

L’existence officielle de la zone appelée Ospedaletto est motivée par des raisons sanitaires. Mais l’argument sanitaire est fallacieux dès le départ, car le règlement prévoit un lieu d’observation approprié, qui fait défaut dans ce cas, puisqu’il s’agit en fait de cellules d’isolement sans aucune communication directe avec le personnel médical.

La déresponsabilisation est à tous les niveaux

Dans les différents témoignages un passage apparaît comme crucial : la recherche lancée par le Défenseur des droits et les avocat·e·s afin de retrouver Moussa Balde après sa disparition à la suite du passage à tabac, déjà médiatisé. Mais sa présence au CPR de Turin n’est pas officiellement reconnue avant sa mort.

La reconstitution des événements liés au transfert de Moussa vers et au sein du CPR, depuis son passage à l’infirmerie jusqu’à la tentative suivante de le localiser sous la pression du Défenseur des droits, frôle l’absurde : chaque version se superpose à l’autre dans un récit labyrinthique où les attentions apparentes de chacun semblent se heurter à des obstacles incessants. Malgré les signes évidents de coups, la présence de seulement deux citoyens guinéens dans les CRA à ce moment et l’existence de dossiers médicaux à l’entrée, Moussa n’est pas identifié. Dans un premier temps, la GEPSA informe la préfecture de l’isolement de Moussa Balde pour des raisons sanitaires, puis, après sa mort, la motivation devient l’ordre public, mais la préfecture affirme n’avoir jamais vérifié les documents précédents. Les responsabilités sont non seulement rejetées entre les institutions, mais aussi tout au long de la chaîne de commandement, jusqu’à désigner la stagiaire comme un élément critique qui aurait pu contribuer à l’identification de Moussa.

Les incohérences entre les déclarations de compatibilité de Moussa avec la vie communautaire et la décision d’isolement, justifiée par la prudence face aux inquiétudes de certains hôtes concernant une prétendue gale, déjà démentie par le médecin, refont surface. Une grande confusion spécialement mise en scène pour brouiller les pistes et tenter de se disculper.

L’absence de traitement des fragilités

Après que le médecin ait décrit les tentatives de suicide comme quasi quotidiennes, afin de minimiser la gravité de chaque acte, l’ancienne directrice adjointe a affirmé qu’il s’agissait d’épisodes plus exceptionnels que rares. Il n’en reste pas moins qu’il n’existe aucun protocole sanitaire concernant les actes d’auto-lésions et les risques suicidaires. Au contraire, cela sont décrits comme des tentatives des détenus pour attirer l’attention et gagner une heure d’air frais à l’infirmerie ou comme des prétextes pour favoriser les évasions. Le service de soutien psychologique est purement formel et n’est contrôlé par aucun organisme. La prise en charge sanitaire est confiée à des médecins privés, plutôt qu’au service national de santé. Un cercle vicieux sans fin, fait de lacunes réglementaires, de négligence et de racisme systémique.

Le paradoxe de l’hypothèse du rapatriement

L’absence d’accords institutionnels avec la Guinée en matière de rapatriement, à laquelle s’ajoutai l’épidémie d’Ebola, empêchait matériellement l’hypothétique expulsion. Ce manque de justifications pour sa détention aurait eu pour conséquence d’accroître les déséquilibres et la fragilité psychique, contribuant à la fin tragique de Moussa.

Ce qui ressort clairement de l’incohérence des témoignages, c’est l’utilisation de procédures, souvent volontairement lacunaires, pour justifier quotidiennement la violence structurelle de l’État.

Nous continuerons à apporter notre solidarité à la famille de Moussa et à tous les détenus et détenues des CPR. La prochaine audience est fixée au 26 novembre à 9h00 au tribunal de Turin.

Dal confine: monitoraggio alla frontiera dal settembre a ottobre 2025

Riceviamo e pubblichiamo il sesto report sulla frontiera a Ventimiglia. Un monitoraggio delle attività della Polizia di Frontiera francesa e di vari organismi statali, tra cui l’esercito italiano, nella parte più meridionale del confine franco-italiano nell’autunno del 2025. Il periodo di osservazione va dall’inizio di settembre 2025 fino a novembre 2025.

English below

Article en fançais en-dessous

Per leggere i precedenti report sul monitoraggio in frontiera:
report aprile-giugno 2025
report marzo-aprile 2025
report febbraio-marzo 2025
report novembre-gennaio 2025
report ottobre-novembre 2024

Il testo originale è in inglese.
(English version below)

Questa breve cronologia delle molteplici conseguenze prodotte dai meccanismi di frontiera e dai suoi agenti alla frontiera interna tra Francia e Italia, sul Mar Mediterraneo, è un resoconto incompleto e ben contestuale. Rappresenta la situazione dal punto di vista di persone che osservano (spesso bianche) con cittadinanza europea e, di conseguenza, tralascia innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che lottano e resistono per la libertà di movimento. È quindi un quadro molto parziale e limitato della situazione, che esclude le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM) e dei sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).

Anche i numeri dei respingimenti e degli episodi qui citati, rappresentano solo una panoramica momentanea della situazione alla frontiera – non riflettono i numeri dei respingimenti che abbiamo assistito durante i monitor regolari (attualmente circa 30 al giorno), né descrivono in modo appropriato tutti gli episodi di violenza che prevedono a questa frontiera.

9 settembre

Alcune delle 18 persone che sono state respinte dalla Francia all’Italia dovendo percorrere la ripida strada dalla stazione di polizia del PAF 9 chilometri a Ventimiglia ha ricevuto OQTFs (obbligazione di lasciare il territorio francese, una espulsione permanente dal territorio francese) che sono stati riempiti estremamente casualmente, come se gli ufficiali di polizia fossero in grande fretta per fabbricare espulsioni, lasciando fuori informazioni importanti

10 settembre

Ancora una volta l’insediamento informale e precaria tenda sotto il ponte viene sfrattato dalla polizia in un’operazione enorme. Dopo questa espulsione i militari e i carabinieri nei furgoni antisommossa sono posizionati sul parcheggio per settimane dopo l’espulsione, impedendo alle persone di dormire sul posto. Nelle settimane seguenti, il piccolo posto più nascosto dove persone in movimento o persone senza accesso al rifugio per dormire sono visitate dall’esercito italiano a Ventimiglia (come ad esempio un posto sulla spiaggia vicino al fiume dove l’esercito è stato stazionato il 3 novembre).

24 settembre

Una persona che è stata trattenuta di notte dalla polizia francese dopo essere stata arrestata sul treno non ha avuto accesso al cibo o all’acqua nella cella di polizia per 15 ore. Purtroppo questa è solo una delle esperienze simili di persone che sono state respinte dal PAF a Mentone in Italia in questo mese. Il mese di settembre al confine vede anche rapporti particolarmente frequenti di violenza di polizia in custodia e un elevato numero di minori non accompagnati che sono stati illegalmente rifiutato l’ingresso sul territorio francese. Anche il numero di persone che sono state rifiutate di entrare in Francia avendo vissuto per molti anni in altri paesi UE aumenta drasticamente in settembre.

3° Ottobre

Una profilazione palesemente razziale si svolge presso la stazione ferroviaria di Ventimiglia. Una pattuglia mista di polizia francese e italiana sta controllando i documenti di tutti coloro che percepiscono non essere bianchi.

13 ottobre

Più di 20 persone vengono respinte dalla Francia all’Italia tra le 10 e le 12 del mattino. Tra loro c’è una donna che è stata in custodia per 14 ore senza accesso al cibo e all’acqua. La maggior parte delle persone che sono state respinte sono arrivate in Europa di recente mediante la rotta balcanica o attraversando il Mediterraneo.

14 ottobre

Mentre al confine superiore tre persone vengono spinte indietro, sulla polizia di confine inferiore sta controllando il marciapiede lungo il mare che porta a Mentone sul lato italiano. Questi controlli sono esclusi i turisti attraverso la profilazione della povertà e continueranno nei prossimi giorni di ottobre.

16 ottobre

Un gruppo di turisti sta prendendo selfie e facendo battute amichevoli con la polizia di frontiera francese al post sul confine superiore. A pochi metri sulla strada in Italia una donna sta guardando l’ormai vuoto posto di polizia italiano per il marito che è stato arrestato dopo un controllo di polizia sulla strada di Menton questa mattina (le sue carte erano scadute proprio in quel giorno). Quando lo chiamava alle 17, qualcun altro aveva risposto al telefono e la sua posizione attuale è sconosciuta. Più tardi la donna imparerà al telefono che suo marito è stato spinto indietro a Ventimiglia e ora non è permesso di tornare a casa loro a Menton.

20 ottobre

Almeno undici persone vengono respinte dalla Francia all’Italia la mattina. Tra loro ci sono almeno due minori che sono stati registrati come oltre diciotto anni sui documenti che la polizia francese ha consegnato loro. Un’altra persona è stata arrestata nella notte durante un controllo di un autobus di lunga distanza sull’autostrada vicino a Nizza e segnala di essere stata picchiata dagli agenti della polizia francese nella stazione di polizia di confine dopo aver chiesto le ragioni per il suo arresto.

Inizio novembre

I militari francesi dell’Operazione Sentinelle sono ora posizionati in un nuovo posto sulla montagna sopra Mentone vicino al confine. Sono stati denunciati per fermare la gente che porta la via di montagna dall’Italia a Mentone, anche se in quanto militari non hanno il diritto di fare arresti né per portare le persone da qualche altra parte.

english version

This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterranean Sea is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of (often white) observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents).

Also, the numbers of push backs and incidents cited here are simply momentary snapshots of the situation

at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularly monitoring at the border (currently about 30 per day), nor do they adequately picture all violent incidents that we observe at this border.

9th September

Some of the 18 people who have been pushed back from France to Italy having to walk up the steep road from the police post of the PAF 9 kilometres to Ventimiglia received OQTFs (obligation de quitter le territoire francais, a permanent expulsion from the french territory) that were filled out extremely casually, as if the police officers were in a big rush to fabricate expulsions, leaving out important information on this document that has a violent impact on the freedom of movement of the detainees.

10th September

Once again the informal and precarious tent settlement under the bridge gets evicted by the police in a huge operation. After this expulsion the military as well as carabinieri in riot vans are positioned on the parking for weeks after the expulsion, preventing people to sleep on the spot. In the following weeks, the most hidden small spot where people on the move or people without access to housing hide for sleeping are visited by the italian military in Ventimiglia (such as for example a spot on the beach near the river where the military was stationed on November 3rd).

24th September

A person who has been detained over night by the french police after having been arrested on the train had no access to food or water in the police cell for 15 hours. Unfortunately this is only one of several similar experiences of people being pushed back by the PAF in Menton to Italy in this month. The month of September at the border also sees particularly frequent reports of police violence in custody and a high number of unaccompanied minors being ilegally refused the entry on frech territory. Also the number of people who have been refused entry into France having lived for many years in other EU countries increases drastically in September.

3rd October

A blatantly racial profiling takes place at the train station in Ventimiglia. A mixed patrol of french and italian police is checking the documents of everybody whom they perceive not being white.

13th October

More than 20 people get pushed back from France to Italy between 10 and 12 a.m. Among them is a woman who has been in custody for 14 hours without access to food and water. Most people who have been pushed back arrived in Europe recently though the Balkan route or crossing the Mediterranean.

14th October

While on the upper border three people get pushed back, on the lower border french police is controlling the sidewalk along the sea leading to Menton on the italian side. These controls are excluding tourists through poverty profiling and will continue during the coming days of October.

16th October

A group of tourists is taking selfies and making friendly jokes with the french border police at the post on the upper border. A few metres up the road in Italy a woman is looking at the now empty italian police post for her husband who has been arrested after a police control on the street in Menton this morning (his papers had expired on that very day). When she was calling him at 5 p.m. somebody else had answered his phone and his current location is unknown. Later the woman will learn on the phone that her husband has been pushed back to Ventimiglia and is now not allowed to return to their home in Menton.

20th October

At least eleven people get pushed back from France to Italy in the morning. Among them are at least two minors who have been registered as over eighteen years olds on the documents that the french police handed out to them. One other person has been arrested in the night during a control of a long distance travel bus on the highway near Nice and reports to have been beaten by the french police officers in the border police station after inquiring about the reasons for his arrest.

Beginning of November

The french militaries of Operation Sentinelle are now stationed on a new spot on the mountain above Menton near the border. They have been reported to stop people taking the mountain path from Italy to Menton although as militaries thez have no right to make arrests neither to bring people somewhere else.

Sur la frontière : suivi des refoulements à Vintimille (frontière franco-italienne) en septembre-novembre 2025

Nous recevons et publions le sixième rapport sur la frontière à Vintimille. Un suivi des activités de la Police des frontières française et de divers organismes étatiques, dont l’armée italienne, dans la partie la plus méridionale de la frontière franco-italienne à l’automne 2025. La période d’observation va de début septembre 2025 à novembre 2025.

Nous recevons et publions le sixième rapport sur la frontière à Vintimille. Un suivi des activités de la Police des frontières française et de divers organismes étatiques, dont l’armée italienne, dans la partie la plus méridionale de la frontière franco-italienne à l’automne 2025. La période d’observation va de début septembre 2025 à novembre 2025.

Cette petite chronologie des multiples violences produites par les mécanismes frontaliers et ses agents de la frontière intra-européenne entre la France et l’Italie en mer Méditerranée est un récit incomplet et situé. Il décrit la situation du point de vue d’observateurices (souvent blanc.hes) ayant des citoyennetés européennes et laisse ainsi de côté les innombrables incidents violents vécus par celleux qui luttent et se battent pour leur liberté de mouvement. C’est donc une image très partielle et limitée de la situation, laissant de côté les perspectives cruciales des personnes en déplacement (POM) et des sans-papiers (personnes sans documents reconnus comme « valides » par les agents frontaliers français).

De plus, le nombre de retours et d’incidents cités ici sont simplement des instantanés de la situation à la frontière – ils ne représentent ni le nombre de refoulements que nous observons lors d’une surveillance régulière à la frontière (actuellement environ 30 par jour), ni ne décrivent adéquatement tous les incidents violents que nous observons à cette frontière.

9 septembre

Certaines des 18 personnes qui ont été repoussées de la France vers l’Italie, ayant à marcher sur la route escarpée du poste de police de la PAF à 9 kilomètres de Vintimille, ont reçu des OQTFs (obligation de quitter le territoire français, une expulsion permanente du territoire français) qui ont été remplis de manière extrêmement désinvolte, comme si les policiers étaient dans une grande précipitation pour fabriquer des expulsions, en omettant des informations importantes sur ce document qui a un impact violent sur la liberté de mouvement des détenus.

10 septembre

Une fois de plus, le campement informel et précaire sous le pont est expulsé par la police lors d’une vaste opération. Après cette expulsion, l’armée ainsi que les carabiniers dans des fourgons anti-émeute sont positionnés sur le parking pendant des semaines après l’expulsion, empêchant les gens de dormir sur place. Dans les semaines suivantes, le petit endroit le plus caché où les gens en déplacement ou les personnes sans accès à un logement se cachent pour dormir est visité par l’armée italienne à Vintimille (comme par exemple un endroit sur la plage près de la rivière où l’armée était stationnée le 3 novembre).

24 septembre

Une personne qui a été détenue toute la nuit par la police française après avoir été arrêtée dans le train n’a pas eu accès à de la nourriture ou de l’eau dans la cellule de la police pendant 15 heures. Malheureusement, ce n’est qu’une des nombreuses expériences similaires de personnes repoussées par la PAF à Menton en Italie ce mois-ci. Le mois de septembre à la frontière voit également des rapports particulièrement fréquents de violence policière en garde à vue et un nombre élevé de mineur.es non accompagné.es se voyant légalement refuser l’entrée sur le territoire français. De plus, le nombre de personnes qui se sont vu refuser l’entrée en France après avoir vécu pendant de nombreuses années dans d’autres pays de l’UE augmente considérablement en septembre.

3 octobre

Un profilage racial flagrant a lieu à la gare de Vintimille. Une patrouille mixte de la police française et italienne vérifie les documents de toustes celleux qu’ils perçoivent comme n’étant pas blanc.hes.

13 octobre

Plus de 20 personnes sont refoulées de France vers l’Italie entre 10 et 12 heures du matin. Parmi elles, une femme qui est en retenue pendant 14 heures sans accès à la nourriture et à l’eau. La plupart des personnes qui ont été repoussées sont arrivées en Europe récemment par la route des Balkans ou en traversant la Méditerranée.

14 octobre

Alors qu’à la frontière supérieure trois personnes sont repoussées, à la frontière inférieure, la police française contrôle le trottoir le long de la mer menant à Menton du côté italien. Ces contrôles excluent les touristes par le biais du profilage de la pauvreté et se poursuivront au cours des prochains jours d’octobre.

16 octobre

Un groupe de touristes prend des selfies et fait des blagues amicales avec la police des frontières française au poste situé à la frontière supérieure. À quelques mètres sur la route en Italie, une femme regarde le poste de police italien maintenant vide pour son mari qui a été arrêté après un contrôle de police dans la rue à Menton ce matin (ses papiers avaient expiré ce jour-là). Lorsqu’elle l’a appelé à 17 heures, quelqu’un d’autre avait répondu à son téléphone et sa position actuelle est inconnue. Plus tard, la femme apprendra par téléphone que son mari a été repoussé à Vintimille et n’est désormais pas autorisé à retourner chez lui à Menton.

20 octobre

Au moins onze personnes sont repoussées de France en Italie le matin. Parmi elleux, il y a au moins deux mineur.es qui ont été enregistré.es comme ayant plus de dix-huit ans sur les documents que la police française leur a remis. Une autre personne a été arrêtée dans la nuit lors du contrôle d’un bus longue distance sur l’autoroute près de Nice et rapporte avoir été frappée par les policiers français au poste de police frontalière après s’être renseignée sur les raisons de son arrestation.

Début novembre

Les militaires français de l’opération Sentinelle sont maintenant stationnés à un nouvel endroit sur la montagne au-dessus de Menton près de la frontière. Ils ont été signalés pour empêcher les gens de prendre le chemin de montagne d’Italie à Menton bien qu’en tant que militaires, ils n’aient pas le droit de faire des arrestations ni d’amener des gens ailleurs.

 

A processo il CPR di Torino: la testimonianza della famiglia di Moussa Balde

Riceviamo e pubblichiamo il resoconto della seconda udienza dedicata all’ascolto delle testimonianze nel processo per la morte di Moussa Balde. Il capo d’accusa per l’ex direttrice del centro, Annalisa Spataro, e l’ex dirigente medico del centro, Fulvio Pitanti, è di omicidio colposo. Prossima udienza in programma, lunedì 20 Ottobre sempre al tribunale di Torino.

(Article en langue française en-dessous)

A processo la gestione privata del CPR di Torino: la famiglia di Moussa Balde testimonia per la verità e la giustizia

Il 22 settembre si è svolta la seconda udienza del processo per la morte di Moussa Balde nel CPR di Torino. Per la prima volta, la famiglia ha avuto modo di vedere in faccia i responsabili della morte di Moussa e raccontare la sua storia in aula.

Da numerose testimonianze tra il personale, le forze dell’ordine e l’amministrazione del CPR, invece, è emersa chiaramente l’assenza totale di una reale regolamentazione. Il personale ha riportato che nel CPR tutto è lasciato all’informalità e alla discrezionalità di chi è presente al momento. Le risorse del capitolato non sono sufficienti né per garantire tutele né per svolgere servizi essenziali. Di fronte a tali condizioni degradanti, anche il giudice ha avuto difficoltà a definire «ospiti» i detenuti del CPR.

In questo momento, il dibattito si sta concentrando sullo stabilire i responsabili dell’isolamento di Moussa nell’ospedaletto. Gli avvocatə dell’ex direttrice del CPR e dell’ex medico, gli unici imputatə, tentano di attribuire la colpa alla questura e perfino ad altri detenuti che avrebbero rifiutato di accogliere Moussa in sezione per un sospetto di scabbia (rivelatosi infondato). Un vergognoso rimbalzo di colpe che mira solo a creare confusione e a cercare di uscirne pulitə, senza assumersi la responsabilità per quanto è accaduto.

Ma sappiamo, e non ci stancheremo mai di dirlo, che la colpa della morte di Moussa e di tutte le altre morti è sistemica. Il CPR è un sistema che uccide, tortura e maltratta.

Lasciamo la parola alla famiglia di Moussa Balde, che non ha mai smesso di mobilitarsi con coraggio, dignità e determinazione fin dal giorno della perdita del loro caro figlio, fratello e amico, per onorarne la memoria e affinché nessun’altra famiglia debba mai più attraversare il dolore che hanno vissuto:

Noi, Djenabou Balde, Thierno Hamidou Balde e Mariam Baillo Balde abbiamo testimoniato in qualità di rappresentanti e membri della famiglia di Moussa Balde (pace alla sua anima) e come parte civile del processo.

La testimonianza si è articolata su tre periodi fondamentali che hanno segnato il suo percorso:

  1. Il viaggio di Moussa Balde (pace alla sua anima) dalla Guinea fino all’Italia, passando per il Mali, l’Algeria e la Libia, da dove ha attraversato il Mediterraneo per arrivare in Italia nel 2016.
  2. L’esperienza vissuta da Moussa Balde (pace alla sua anima) in Europa, in particolare in Italia, che era il suo paese di riferimento: questo periodo è caratterizzato dal tentativo di Moussa Balde (pace alla sua anima) di integrarsi in Italia attraverso un centro d’accoglienza per persone migranti. Durante questo periodo, nostro fratello conduceva una vita vivace, gioiosa, con la speranza che il suo sogno si realizzasse in Italia. Improvvisamente, quel sogno si è infranto ed è diventato un calvario, segnato da enormi difficoltà in Europa, e soprattutto in Italia. Un periodo colpito dalla disperazione di vedere il proprio sogno crollare come un castello di carte.
  3. L’incarcerazione di Moussa Balde (pace alla sua anima) nel 2021 nel CPR di Torino, dove ha trovato la morte: un breve periodo durante il quale la famiglia aveva perso ogni contatto e informazione su di lui. Successivamente, abbiamo appreso della sua morte (pace alla sua anima) tramite una telefonata di un suo amico, di nome Amadou, senza comprendere le vere circostanze che hanno portato a questa triste tragedia.

MOMENTO DELLA TESTIMONIANZA:

Durante la testimonianza, eravamo sereni, fiduciosi. Perché sentivamo un sostegno totale da parte del popolo italiano, amante della giustizia e della libertà. Attraverso una mobilitazione enorme di persone di buona volontà, che accompagnano la famiglia fin dall’inizio di questa tragedia. Le ringraziamo di cuore. E in particolare, un ringraziamento speciale al nostro avvocato Gianluca Vitale e al suo team, per il lavoro che stanno svolgendo nella ricerca della verità sulla morte di Moussa Balde (pace alla sua anima), sulle pratiche disumane all’interno dei CPR in generale, e per il ripristino della giustizia.

IL PROSEGUIMENTO DELL’UDIENZA E LE NOSTRE ASPETTATIVE:

Speriamo che alla fine di questo processo venga resa giustizia. Che la memoria di Mamadou Moussa Balde (pace alla sua anima) venga onorata. E soprattutto, che i CPR vengano aboliti in Italia e che in tutto il mondo vengano eliminati tutti i luoghi di privazione della libertà privi di un fondamento giusto. Con un pensiero positivo rivolto al popolo palestinese, che oggi subisce un’ingiustizia evidente agli occhi del mondo intero.

LA FAMIGLIA DI MAMADOU MOUSSA BALDE (PACE ALLA SUA ANIMA)

Alla prossima udienza, il 20 ottobre, saranno ascoltatə gli ex dirigenti dell’ufficio immigrazione e della questura. Continueremo a portare solidarietà alla famiglia di Moussa e a tuttə i detenuti e le detenute dei CPR davanti al tribunale.

Per un resoconto della prima udienza del processo:
https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colposo-di-balde/

Per sostenere le spese di viaggio della famiglia di Moussa Balde in Italia :
https://www.we-solidaire.com/fr/collecte/contro-i-c-p-r-giustizia-per-moussa-udienza-8-09-2025-1

Procès contre la gestion privée du CPR de Turin :
la famille de Moussa Balde témoigne pour la vérité et la justice

Le 22 septembre s’est tenue la deuxième audience du procès pour la mort de Moussa Balde au CPR (centre de rétention administrative) de Turin. Pour la première fois, la famille a pu faire face aux responsables de la mort de Moussa et raconter son histoire en salle d’audience. De nombreux témoignages, issus du personnel, des forces de l’ordre et de l’administration du CPR, ont clairement mis en évidence l’absence totale d’une réelle réglementation. Le personnel a rapporté que tout au CPR est laissé à l’informalité et à la discrétion des personnes présentes à ce moment-là. Les ressources prévues dans le cahier des charges ne sont suffisantes ni pour garantir des protections, ni pour assurer des services essentiels. Face à de telles conditions dégradantes, même le juge a eu du mal à qualifier les détenus du CPR d’« hôtes ».

À ce stade, le débat se concentre sur l’identification des responsables de l’isolement de Moussa dans la zone appelée « ospedaletto ». Les avocat·es de l’ancienne directrice du CPR et de l’ancien médecin, les seul·es accusé·es, tentent d’attribuer la faute à la questura de Turin (direction locale de la police d’état) et même à d’autres détenus qui auraient refusé de réintégrer Moussa en section à cause d’un soupçon de gale, qui s’est avéré infondé. Ce lamentable renvoi de responsabilités ne vise qu’à semer la confusion et à tenter de s’en sortir sans assumer la responsabilité de ce qui s’est passé.

Mais nous savons, et nous ne cesserons jamais de le répéter, que la responsabilité de la mort de Moussa et de toutes les autres morts est systémique. Le CPR est un système qui tue, torture et maltraite.

Laissons la parole à la famille de Moussa Balde, qui n’a jamais cessé de se mobiliser avec courage, dignité et détermination depuis le jour de la perte de leur cher fils, frère et ami, pour honorer sa mémoire et afin qu’aucune autre famille ne doive jamais plus traverser cette douleur :

Nous, Djenabou Balde, Thierno Hamidou Balde, Mariam Baillo Balde, avons témoigné en tant que représentants et membres de la famille de Moussa Balde (paix à son âme) et parties civiles du PROCÈS. 

Le témoignage portait sur trois périodes essentielles, qui ont marquées son aventure :

  1. Le parcours de Moussa Balde (paix à son âme) de la Guinée jusqu’en Italie en passant par le Mali, l’Algérie et la Libye où il a traversé la méditerranée pour arriver en Italie en 2016.
  2. Le vécu de Moussa Balde (paix à son âme) en Europe particulièrement en Italie qui était son pays de préférence. Cette période est marquée par la tentative de Moussa Balde (paix à son âme) d’intégration en Italie à travers un centre de réinsertion pour migrants. Durant cette période notre frère avait une vie vivace, joyeuse avec l’espoir que son rêve allait se réaliser en Italie. Soudainement, ce rêve s’est brisé et est devenu un calvaire, marqué par d’énormes difficultés en Europe, et surtout en Italie. Une période frappée par le désespoir de voir son rêve s’effondrer comme un château de cartes.
  3. L’emprisonnement de Moussa Balde (paix à son âme) en 2021 dans le CPR de Turin où il trouva la mort. Une courte période durant laquelle la famille avait perdu tout contact et information à son sujet. Par la suite, nous avons appris sa mort (paix à son âme) par un appel téléphonique d’un de ses amis, nommé Amadou, sans comprendre les véritables circonstances qui ont conduit à cette triste tragédie.

MOMENT DU TÉMOIGNAGE

Lors du témoignage, nous étions sereins, confiants. Parce que l’on sentait un soutien total du peuple italien épris de justice et de liberté. À travers une mobilisation énorme des personnes de bonne volonté qui accompagnent la famille depuis le début de cette tragédie. Nous les en remercions, avec une mention spéciale pour notre avocat Maître Gianluca Vitale et son équipe pour le travail qu’ils mènent à la recherche de la vérité sur la mort de Moussa Balde (paix à son âme), sur les pratiques inhumaines à l’intérieur des CPR en général et pour le rétablissement de la justice.

LA SUITE DE L’AUDIENCE ET NOS ATTENTES

Nous espérons qu’à la fin de ce procès, le droit sera dit. La mémoire de Mamadou Moussa Balde (paix à son âme) sera honorée. Et surtout nous voulons l’abolition des CPRs en Italie et de tous les lieux de privation de liberté sans fondement juste dans le monde entier. Avec une pensée positive au peuple palestinien qui subit aujourd’hui une injustice notoire aux yeux du monde entier.

LA FAMILLE DE MAMADOU MOUSSA BALDE (PAIX À SON ÂME)

La prochaine audience aura lieu le 20 octobre, les ancien·nes responsables du bureau de l’immigration et de la questura y seront entendu·es. Devant le tribunal, nous continuerons à apporter notre solidarité à la famille de Moussa et à toutes les personnes enfermées dans les CPR.

Pour un compte rendu de la première audience du procès :
https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colposo-di-balde/

Pour soutenir le voyage de la famille de Moussa Balde en Italie :
https://www.we-solidaire.com/fr/collecte/contro-i-c-p-r-giustizia-per-moussa-udienza-8-09-2025-1

Scaricabarile tra Questura e GEPSA: prima udienza per omicidio colposo di Balde.

Riceviamo e pubblichiamo il resoconto dell’udienza dell’8 settembre 2025 al tribunale di Torino, riguardante il processo per omicidio colposo di Moussa Balde contro dipendenti della GEPSA, la multinazionale francese che, all’epoca dei fatti, gestiva il CPR torinese dove Moussa ha perso la vita.

(Article en langue française en-dessous)

Scaricabarile tra Questura e GEPSA: report della prima udienza del processo per omicidio colposo di Balde.

Si è conclusa la prima udienza del processo Balde, che vede imputat* l’ex direttrice e l’ex dirigente sanitario del CPR di Torino. Durante l’udienza sono state ascoltate le testimonianze delle persone coinvolte nel caso e che avevano in carico Moussa al momento del suo decesso. Tra quest* l’infermiera, la psicologa, l’ex imputato funzionario di polizia dell’Ufficio Immigrazione di Torino (allora responsabile del dispositivo di sicurezza del CPR), il mediatore e la mediatrice culturale, la stagista dell’ufficio amministrativo della GEPSA (Ente gestore), la Garante locale per i diritti delle persone private della libertà, e altr*.

Nel maggio 2021, com’è noto, Moussa Balde, reduce da un pestaggio razzista a Ventimiglia, viene rinchiuso nella zona rossa del CPR di Torino (una delle aree comuni). Dopo pochi giorni, viene trasferito in isolamento, all’interno di una delle celle della zona chiamata “ospedaletto”. Qui, il 23 maggio, si toglie la vita. Il cuore dell’udienza riguarda le ragioni di questo trasferimento e chiavrebbe preso tale decisione. Chi ha spostato Moussa nell’ospedaletto e per quale motivo?
Secondo lo stato italiano, Moussa è stato trasferito in isolamento per via di una psoriasi diagnosticata dall’ex medico del CPR – una condizione che, viene ribadito in aula, non è affatto una malattia contagiosa. Per la GEPSA, invece, il trasferimento sarebbe avvenuto per motivi di “ordine pubblico”, a causa di una presunta “incompatibilità” tra Moussa e gli altri detenuti del CPR, con la responsabilità che ricadrebbe sulla Questura di Torino.
In merito, l’ex direttrice del CPR, durante una dichiarazione spontanea, si appella all’articolo 4 del regolamento del CPR, sostenendo che nella gestione del centro la GEPSA avesse “le mani legate”, agendo come una reception di un hotel, dove l’unico compito è “comunicare agli ospiti il numero della stanza”.

Dopo ore di udienza, appare sempre più evidente il continuo rimpallo di responsabilità tra i vari attori coinvolti nella catena di inadempienze che ha portato alla morte di Moussa. Tuttavia l’obiettivo del processo non sembra essere quello di stabilire chi abbia avuto la maggiore responsabilità tra la questura e GEPSA – anche perché questura e varie figure istituzionali ne sono già uscite indenni con un’assoluzione, tramite cavilli legali, per l’accusa di sequestro di persona che riguardava esattamente l’uso improprio della sezione ospedaletto nel cpr torinese – ma piuttosto quello di trovare un colpevole tra gli imputati rimasti, ovvero coloro che non fanno parte direttamente dell’apparato statale.
Non si mette in discussione il sistema detentivo, repressivo e letale del CPR, ma si cerca il “colpevole del misfatto”, guarda caso mai tra i rappresentanti delle istituzioni, coloro che tengono in piedi l’intero meccanismo e che scompaiono quando questo va incrisi. Questo processo, più che una vera ricerca di giustizia, sembra un teatro giustizialista alla ricerca di un capro espiatorio, mentre il sistema ed i suoi rappresentanti, ancora una volta, si auto-assolvono.

Accanto alla volontà di scaricare ogni responsabilità esclusivamente sui privati della GEPSA, emerge in maniera lampante l’assoluta inadeguatezza del sistema CPR, un po’ come la “banalità del male”.
Uno degli aspetti più gravi riguarda l’assenza di un protocollo per la prevenzione del rischio suicidario. Tuttavia, questa banalità del male permea ogni aspetto gestionale. Lo dimostra il comportamento dell’infermiera di turno, che ha dichiarato in aula di essere passata due volte davanti alla cella di Moussa per somministrargli la terapia prescritta dal medico, senza mai entrarvi e delegando infine la responsabilità a un militare in servizio. Anche il supporto psicologico, che dovrebbe essere centrale in un luogo di detenzione amministrativa, risulta del tutto insufficiente. La psicologa ha infatti riferito che il servizio si limita a sole 16 ore settimanali – da dividere con il servizio di informativa legale – per circa 120 persone. Ha inoltre ammesso che i colloqui psicologici non vengono quasi mai effettuati al momento dell’ingresso, e spesso nemmeno durante la permanenza nel CPR. In altre parole, chi entra in quel luogo può attraversarlo nella completa invisibilità, anche in condizioni di grave sofferenza

Le condizioni materiali del centro parlano da sole. Le immagini riprese dalle telecamere dei Carabinieri intervenuti dopo il suicidio, mostrano celle fatiscenti, ambienti sporchi e privi di ogni dignità. Tali erano le condizioni da spingere gli avvocati della difesa a opporsi perfino alla proiezione delle immagini in aula.
Le negligenze, le approssimazioni e il razzismo strutturale sono evidenti anche nella gestione della documentazione riguardante Moussa. E infatti, nonostante la direttrice avesse ricevuto informazioni alquanto inequivocabili dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino (che indicava Moussa come un guineano picchiato a Ventimiglia), la sua presenza non risultava nel registro del CPR. Eppure, ci si chiede: quanti guineani in quei giorni potevano essere trasferiti dalla questura di Imperia? E ancora, non sorprende la confusione negli audio ascoltati in aula, in cui l’ex direttrice parla indistintamente di Gambia e Guinea, come fossero lo stesso paese.
Infine, colpisce il fatto che nessun* tra il personale presente in quei giorni si ricordi veramente di Moussa, nessun* che abbia riscontrato alcuna traccia fisica delle aggressioni da lui subite a Ventimiglia, nonostante queste dovessero essere ben visibili.

L’udienza dell’8 settembre ci ha permesso di entrare nel merito del sistema che sorregge il lager CPR. Anche se la tendenza è stata quella di spostare la responsabilità verso i singoli individui, specialmente verso i “pesci piccoli”, piuttosto che interrogarsi sul funzionamento complessivo del sistema. Questo evidenzia una chiara volontà politica e giuridica di discolpare il sistema razzista, repressivo e detentivo in sé, e di incolpare e punire chi, nelle funzioni private, ha agito in modo difforme.
Lo stato prova a uscirne pulito attraverso l’assoluzione dei suoi rappresentanti istituzionali – e, difatto, c’è già riuscito. Ma non per questo rinuncia a infierire, scaricando ogni responsabilità su soggetti privati. I quali, a loro volta, sono comunque pienamente inseriti e complici di un sistema repressivo e violento che colpisce le persone più vulnerabili e meno privilegiate. Persone senza documenti, persone non bianche, stranier*.

Che ogni singola persona coinvolta abbia giocato un ruolo, più o meno significativo, nella morte di Moussa è innegabile. Tuttavia, dobbiamo ricordare che questa macchina di tortura rinchiude, annienta e uccide persone in movimento ogni giorno, in Italia e ovunque. E che la battaglia portata avanti dalla famiglia Balde, e da tutte le persone solidali che la sostengono, è la stessa di tante altre famiglie che piangono la morte di Ousmane Sylla e di altre vittime nei CPR d’Italia e d’Europa, morti avvenute nello stesso modo, per le stesse ragioni.

Continueremo a ripetere che questi sono omicidi di Stato, come tutte le morti alle frontiere interne ed esterne in Europa e come tali dovranno pesare sulle coscienze di chi continua ad alimentare un sistema di dominio, di sopraffazione, di violenza nei confronti delle persone in movimento, delle persone con “documenti sbagliati”. La lotta della famiglia Balde, legittima e fondamentale, continuerà insieme a quella di tutt* noi.

Il 22 settembre ci sarà un’udienza importante, in cui si ascolteranno i testimoni della parte civile, ovvero i familiari di Moussa, che arriveranno dalla Guinea. Partecipiamo in tant*, per far sentire loro tutto il nostro sostegno.


Solidali di Ventimiglia
15/09/2025

Renvoi de balle entre la Questure et GEPSA : compte rendu de la première audience du procès pour homicide involontaire de Moussa Balde

La première audience du procès Balde s’est achevée. Y sont inculpé·e·s l’ex-directrice et l’ancien responsable sanitaire du centre de rétention administrative (CPR) de Turin en Italie. Lors de l’audience, plusieurs personnes impliquées dans l’affaire et ayant eu Moussa sous leur responsabilité au moment de son décès ont été entendues. Parmi elles : l’infirmière, la psychologue, l’ancien fonctionnaire de police de l’Office de l’immigration de Turin (alors responsable du dispositif de sécurité du CPR), un médiateur et une médiatrice culturelle, une stagiaire de l’administration de la GEPSA (organisme gestionnaire), la garante locale des droits des personnes privées de liberté, et d’autres encore.

En mai 2021, Moussa Balde, victime d’une agression raciste à Vintimille, est enfermé dans la zone rouge du CPR de Turin (l’une des zones communes). Quelques jours plus tard, il est transféré en isolement, dans une cellule de la zone dite de « l’ospedaletto » (petit hôpital). C’est là, le 23 mai, qu’il se donne la mort. Le cœur de l’audience porte sur les raisons de ce transfert et sur l’identité de la personne qui aurait pris cette décision. Qui a transféré Moussa à l’ospedaletto, et pourquoi ?

Selon l’État italien, Moussa aurait été placé à l’isolement en raison d’un diagnostic de psoriasis posé par l’ancien médecin du CPR – une affection qui, comme il a été rappelé à l’audience, n’est absolument pas contagieuse. Pour la GEPSA, en revanche, le transfert aurait eu lieu pour des raisons « d’ordre public », en raison d’une supposée « incompatibilité » entre Moussa et les autres détenus du CPR, la responsabilité étant alors rejetée sur la Questure de Turin. À ce sujet, l’ancienne directrice du CPR, lors d’une déclaration spontanée, a invoqué l’article 4 du règlement du CPR, affirmant que la GEPSA avait « les mains liées » dans la gestion du centre et agissait comme la réception d’un hôtel, dont le seul rôle serait « d’indiquer aux hôtes le numéro de leur chambre ».

Après des heures d’audience, le constant renvoi de responsabilité entre les différents acteurs de la chaîne de négligences ayant conduit à la mort de Moussa devient de plus en plus évident. Pourtant, l’objectif du procès ne semble pas être de déterminer qui, entre la Questure et GEPSA, porte la plus grande responsabilité – d’autant plus que la Questure et diverses figures institutionnelles ont déjà été acquittées, par des biais juridiques, de l’accusation de séquestration de personne, accusation portant précisément sur l’utilisation abusive de l’ospedaletto dans le CPR de Turin. Il s’agit plutôt de trouver un coupable parmi les prévenus restants, à savoir ceux qui ne font pas partie directement de l’appareil étatique. Le système carcéral, répressif et mortifère des CPR n’est pas remis en question. On cherche le « coupable du forfait », qui n’est jamais, comme par hasard, un des représentants des institutions – ceux-là mêmes qui maintiennent le système en place et qui disparaissent quand il s’effondre. Ce procès ressemble donc moins à une véritable quête de justice qu’à une mise en scène justicialiste à la recherche d’un bouc émissaire, tandis que le système et ses représentants, une fois encore, échappent à toute remise en cause.

Parallèlement à cette volonté de faire porter toute la responsabilité exclusivement aux privés de la GEPSA, ressort de manière criante l’inadéquation totale du système CPR, à l’image de « la banalité du mal ». L’un des aspects les plus graves concerne l’absence de protocole pour la prévention du risque suicidaire. Mais cette banalité du mal imprègne tous les aspects de la gestion du CPR. Cela transparaît par exemple dans le comportement de l’infirmière de service, qui a déclaré à l’audience être passée deux fois devant la cellule de Moussa pour lui administrer le traitement prescrit par le médecin, sans jamais y entrer, et en déléguant finalement la responsabilité à un militaire de service. Le soutien psychologique, qui devrait être central dans un centre de rétention administrative, est lui aussi totalement insuffisant. La psychologue a en effet déclaré que le service se limite à seulement 16 heures hebdomadaires – à partager avec le service d’information juridique – pour environ 120 personnes. Elle a aussi admis que les entretiens psychologiques ne sont presque jamais réalisés à l’entrée dans le centre, et souvent même inexistants pendant toute la durée de l’enfermement. En d’autres termes, on peut traverser ce lieu dans une invisibilité totale, même en situation de grande détresse.

Les conditions matérielles du centre parlent d’elles-mêmes. Les images captées par les caméras des Carabiniers intervenus après le suicide montrent des cellules délabrées, des locaux sales, sans aucune dignité. Les conditions étaient telles que les avocats de la défense se sont opposés à la projection des images en salle d’audience.

Les négligences, l’improvisation et le racisme structurel se retrouvent aussi dans la gestion de la documentation concernant Moussa. Malgré le fait que la directrice avait reçu des informations claires de la Garante des droits des personnes privées de liberté de Turin – indiquant que Moussa était un Guinéen agressé à Vintimille –, sa présence n’apparaissait même pas dans le registre du CPR. Pourtant, on peut s’interroger : combien de Guinéens victimes d’agression ont pu être transférés ces jours-là depuis la Questure d’Imperia ? De plus, la confusion est frappante dans les enregistrements audio diffusés à l’audience, où l’ex-directrice évoque indistinctement la Gambie et la Guinée, comme s’il s’agissait d’un seul et même pays 

Enfin, il est troublant de constater qu’aucun membre du personnel présent ces jours-là ne semble vraiment se souvenir de Moussa, personne n’ayant même remarqué les traces physiques de l’agression qu’il venait de subir à Vintimille – alors qu’elles devaient être visibles étant donné sa violence.

L’audience du 8 septembre a permis de pénétrer au cœur du système qui soutient le CPR. Même si la tendance a été de rejeter la faute sur des individus isolés, notamment sur les “petits poissons”, plutôt que d’interroger le fonctionnement général du système. Cela traduit une volonté politique et judiciaire claire de dédouaner le système raciste, répressif et carcéral en tant que tel, et d’en faire porter la faute à ceux qui, dans leurs fonctions privées, ont agi de manière non conforme.

L’État tente de s’en sortir blanchi par l’acquittement de ses représentants institutionnels – et, de fait, il y est déjà parvenu. Mais cela ne l’empêche pas de s’acharner, en rejetant toute responsabilité sur des acteurs privés. Ces derniers n’en demeurent pas moins complices à part entière d’un système répressif et violent qui frappe les personnes les plus vulnérables et les moins privilégiées. Des personnes sans papiers, personnes non blanches, étranger·ère·s.

Il est indéniable que chaque personne impliquée a joué un rôle plus ou moins important dans la mort de Moussa. Pourtant, il faut se rappeler que cette machine de torture enferme, broie et tue chaque jour des personnes en Italie comme ailleurs. Et que le combat mené par la famille Balde, et par toutes les personnes solidaires qui la soutiennent, est le même que celui de nombreuses autres familles qui pleurent la mort d’Ousmane Sylla et d’autres victimes dans les CPR d’Italie et d’Europe, morts de la même manière, pour les mêmes raisons.

Nous continuerons à affirmer qu’il s’agit d’homicides d’État, tout comme les morts aux frontières internes et externes de l’Europe. Et qu’elles doivent peser sur la conscience de celles et ceux qui continuent à alimenter un système de domination, d’oppression et de violence contre les personnes en mouvement, celles aux ” mauvais papiers “.

La lutte de la famille Balde, légitime et essentielle, se poursuivra avec celles que nous menons toutes et tous.

Le 22 septembre aura lieu une audience importante, au cours de laquelle les témoins de la partie civile – trois membres de la famille de Moussa venus de Guinée – seront entendu·e·s.

Soyons nombreux·ses à y participer pour leur faire sentir tout notre soutien.

Solidaires de Vintimille
15/09/2025

Dal confine: monitoraggio in frontiera aprile-giugno 2025

Riceviamo e pubblichiamo il quinto resoconto dal monitoraggio in frontiera sulle violente dinamiche di controllo del confine attuate tra Ventimiglia e Mentone dalle polizie francese e italiana.
Per leggere i precedenti report sul monitoraggio in frontiera:
report marzo-aprile 2025
report febbraio-marzo 2025
report novembre-gennaio 2025
report ottobre-novembre 2024

Il testo originale è in inglese.
(English version below)

Questa breve cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi di frontiera e dai suoi agenti alla frontiera interna tra Francia e Italia, sul Mar Mediterraneo, è un resoconto incompleto e ben contestuale. Rappresenta la situazione dal punto di vista di persone che osservano (spesso bianche) con cittadinanza europea e, di conseguenza, tralascia innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che lottano e resistono per la libertà di movimento. È quindi un quadro molto parziale e limitato della situazione, che esclude le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM) e dei sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).
Anche i numeri dei respingimenti e degli episodi qui citati, rappresentano solo una panoramica momentanea della situazione alla frontiera – non riflettono i numeri dei respingimenti che osserviamo durante i monitoraggi regolari (attualmente circa 30 al giorno), né descrivono in modo adeguato tutti gli episodi di violenza che osserviamo a questa frontiera.

28 aprile

In questa giornata, otto persone vengono respinte dalla Francia all’Italia senza avere accesso a un interprete che fornisca informazioni sulla procedura a cui sono sottoposte, né informazioni sui loro diritti durante la custodia. Tra loro vi è una persona minorenne che avrebbe avuto diritto a un posto sicuro dove stare in Francia. Fino a tarda sera, altre tre persone restano in stato di fermo presso la stazione di polizia, dove vengono interrogate per ore riguardo al loro percorso di viaggio.

5 maggio

Durante tutto il mese di maggio 2025, il numero di persone in movimento che arrivano in Italia è stato il più alto degli ultimi 15 mesi. Di notte, le celle nel seminterrato della stazione di polizia di frontiera francese sono affollate di persone in attesa del respingimento. Inoltre, le autorità locali di Ventimiglia continuano ad annunciare lo sgombero dei precari luoghi di riparo delle persone in movimento e dei sans-papiers sotto il ponte.

In questa giornata, la polizia francese entra più volte in territorio italiano (anche in borghese con diverse auto civili della polizia). Inoltre, una persona in possesso di documenti di viaggio validi subisce un controllo razzista sul treno per la Francia e viene respinta in Italia.

6 maggio

Mentre nove persone in movimento vengono arrestate in Francia e respinte in Italia, la stazione di polizia francese rimane ancora affollata di persone in movimento in stato di arresto. Due di queste nove persone ricevono un decreto di espulsione dall’Italia (e dall’intera area Schengen) da parte della polizia italiana. Per poter restare in Europa in sicurezza, ora dovrebbero affrontare una lunga e logorante procedura giudiziaria, per la quale al momento non hanno né le energie né le risorse necessarie.

12 maggio

Tra le tre persone respinte dalla Francia all’Italia vi è una persona nata in Italia che, nonostante abbia vissuto lì per tutta la vita, non ha mai avuto accesso a documenti di viaggio che la proteggano dalle pratiche di respingimento della polizia di frontiera francese.

15 e 21 maggio

In entrambe queste giornate, almeno dieci persone respinte non hanno avuto accesso a un interprete durante la procedura di respingimento.

22 maggio

Tra le persone respinte dalla Francia all’Italia vi è un uomo fermato vicino alla città di Nizza in autostrada e posto in stato di fermo. Quando chiede ai poliziotti francesi informazioni sui suoi diritti (accesso alla traduzione, informazione sui diritti, verbale della procedura a cui è sottoposto – procès verbal…), gli viene semplicemente detto di firmare il foglio di espulsione (arrêt de réadmission). Quando rifiuta, gli agenti gli dicono che ora è in custodia (garde à vue). Viene poi rilasciato e respinto in Italia alcune ore dopo, con un foglio di espulsione firmato da qualcuno in caserma al posto suo.

26 maggio

Tra le 14 persone respinte in un breve lasso di tempo ci sono sette minorenni. Tutti avevano trascorso la notte in cella. Nessuno di loro parla francese, la maggior parte non capisce l’inglese. Non hanno avuto accesso a nessun interprete. Uno di loro ha un documento che attesta che è stato salvato in mare nel Mediterraneo quattro giorni prima e che ha 17 anni. Sulla carta di espulsione della polizia francese, però, è stata scritta l’età di 19 anni, che non è corretta. Racconta di aver mostrato il documento del salvataggio ai poliziotti, che hanno semplicemente deciso di ignorare lo status di protezione che gli spetterebbe come minorenne.

9 giugno

Durante un breve lasso di tempo, dieci persone vengono respinte questo giorno. Quattro di loro erano state arrestate nel centro di Mentone. Tutti e quattro si sono visti sequestrati i telefoni cellulari dalla polizia. Raccontano di aver protestato, ma sotto la pressione degli agenti non hanno avuto scelta. Hanno visto che la polizia annotava i numeri di serie dei telefoni e inseriva dei codici (senza poter vedere
cosa facevano esattamente). Non hanno ricevuto alcuna documentazione scritta della procedura, né vi è menzione della violazione della loro privacy sui fogli di espulsione, il che li priva della possibilità di presentare reclami futuri.

10 giugno

Anche in questo giorno le persone respinte dalla Francia all’Italia erano state fermate in un controllo razzista nel centro di Mentone.

11 giugno

Durante un vertice nella città di Nizza, la stazione di Nice St. Augustin è piena di polizia antisommossa (CRS) e gendarmeria che effettuano controlli razzisti sui passeggeri fermi e stretti in un imbuto. Le persone fermate, controllate e trattenute pubblicamente sono state costrette a fornire il PIN dei loro telefoni e, una volta sbloccati, la polizia ha scattato foto del contenuto dei dispositivi e li ha confiscati temporaneamente. Nessuno di loro ha ricevuto documentazione della procedura, il che li priva della possibilità di presentare denuncia per la violazione dei propri diritti.

16 giugno

Le quattro persone respinte dalla Francia all’Italia la mattina di questo giorno avevano passato la notte in cella senza riuscire a dormire a causa del caldo. La notte insonne si aggiunge allo stato di angoscia in cui si trovano al momento del respingimento in un paese dove non hanno alcun legame e dove non avevano intenzione di fermarsi.

17 giugno

Mentre l’insediamento precario sotto il ponte di Ventimiglia è ancora minacciato di sgombero, lasciando le persone senza un luogo dove riposarsi, alcune delle persone arrestate dalla polizia di frontiera francese vengono trattenute fino a due notti.
In questa giornata, tra le cinque persone respinte in breve tempo oltre la frontiera franco-italiana, una di esse racconta che la polizia francese ha preso e ispezionato il contenuto del suo telefono. Non riceve alcun documento che certifichi il respingimento o l’arresto né dalla polizia francese né da quella italiana, e si ritrova bloccato nella città di Ventimiglia, dove non era mai stato prima.

english version

This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterranean Sea is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of (often white) observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents).
Also the numbers of push backs and incidents cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularly monitoring at the border (currently about 30 per day), nor do they adequately picture all violent incidents that we observe at this border.

28th of April

On this day eight people are pushed back from France to Italy without seeing a translator providing information about the procedure they are being subjected to and without information about their rights in custody. Amongst them is one person who is underage and would have had the right to a safe place to stay in France. Until the late evening three other people are still being held in the police station where they are being interrogated about their travel route for several hours.

5th of May

During all of May 2025 the number of people on the move arriving in Italy is the highest since 15 months. At night the cells in the basement of the french border police station are crowded with people awaiting their pushback. In addition the local authorities of Ventimiglia keep announcing the expulsion of the precarious sleeping places of people on the move and people without papers under the bridge.

On this day french police is driving (also in several civil police cars) several times into the italian territory. Also one person who is in the possession of valid travel documents is being subjected to a racist police control on the train to France and pushed back to Italy.

6th of May

While nine people on the move are being arrested in France and pushed back to Italy, the french police station is still crowded with people on the move who are still under arrest. Two of the nine people on the move are being given an expulsion from Italy (and from the entire Schengen zone) by the Italian police. In order to remain safe in Europe they would now have to go through a draining juridical procedure for which they lack the necessary energy and resources at this point of their
journey.

12th of May

Amongst the three people who are being pushed back from France to Italy one person is born in Italy and despite living there all his life never had access to the travel documents that would keep him safe from the pushback practices of the french border police.

15th and 21st of May

On both of these days at least ten people who were pushed back had no access to translation during the pushback procedure.

22nd of May

Amongst the people pushed back from France to Italy is a man who was stopped near the city of Nice on the highway and taken into custody. When he asks the french police about his rights in custody (to have access to translation, to be informed about his rights, to receive a written account of the legal procedure he is being subjected to (procès verbal), …) they simply tell him to sign the expulsion paper (arrêt de readmission). As he refuses to sign he is being told by the french police officers that he is now under arrest (garde à vue). He is released from the french police station and pushed back to Italy several hours later with an expulsion paper that somebody in the police station had signed for him.

26th of May

Amongst the 14 people pushed back in a short period of time during this day are seven minors. All of them had spend the night in the police cell. None of them speak french, most of them do not speak or understand english. They had no access to translation. One of them has a paper stating that he was saved in a sea rescue operation in the Mediterranean a four days ago and that he is 17 years old. On the expulsion paper that he was given by the french border police he was assigned the age of 19 which is not true. He claims to have showed the paper from the rescue operation to the french police who simply decided then to erase the status of protection that he would have a right to as a minor.

9th of June

During a short period of time on this day ten people are being pushed back. Four of them had been arrested in the city center of Menton. All of these four people had their phones taken away from them by the police officers. They report that they disagreed with their phones being taken away from them but under the pressure exerted by the police officers they had no choice. They have witnessed that the french police noted the serial number of their phones and typed a code into their phone (they could not see what the police did exactly). They do not receive a written account of the legal procedure they have been subjected to and on their expulsion papers there is no mention of the intrusion into their privacy which is depriving them of the possibility to complain and act against this infraction in the future.

10th of June

Again, on this day the people who are being pushed back from France to Italy have been arrested in a racist police control in the city centre of Menton.

11th of June

During a summit in the city of Nice the train station of Nice St. Augustin is crowded with riot police (CRS) and gendarmerie units subjecting passengers to racist police controls in a bottleneck of the station. The people who are stopped, held and controlled in public are being put under pressure by the police to give them the PIN code of their phones and, once the phones were unblocked, the police officers proceeded to take pictures of the content of the temporarily confiscated phones. None of the persons who were subjected to this procedure in public received any documentation of this procedure which is depriving them of the possibility to complain against this infraction of their rights.

16th of June

The four people who are pushed back from France to Italy in the morning of this day had spend the night in the french police cell where none of them was able to get any sleep because of the heat. The sleepless night that they were forced into adds on to the distress in which they find themselves when being pushed back to a country in which they have absolutely to connections or ties and where they never intended to stay.

17th of June

While the precarious settlement under the bridge in Ventimiglia is still threatened to be expulsed leaving people with absolutely no place for rest, people arrested by the french border police partly experience detention up to two nights.
On this day, amongst the five people who are being pushed back across the french-italian border within a short period of time, one person reports that the french police had taken and accessed the content of his telephone. He is not given any papers documenting his pushback and arrest neither by the french nor by the italian police and is stranded in the city of Ventimiglia where he has never been to before.

Quanto pesano i fiori?

Riceviamo e pubblichiamo una preziosa testimonianza su una giornata di lavoro tipo nell’industria dei fiori nell’entroterra ventimigliese per la raccolta delle mimose che vengono vendute e regalate per l’otto marzo. Ogni ulteriore commento è superfluo: buona lettura.

Quanto pesano i fiori?

Nebulose di globi pulsanti, esplosioni vibranti, straripano da una carezza incensata in un viaggio tra cosmi e dimensioni.
[Il capo] “Metti insieme rami in mazzi da 200 grammi.”
[Io pensando] -Quanto saranno 200 grammi di mimosa?
Ecco, quasi, forse un rametto in più
Non avevo mai pensato che i fiori possano essere pesati.
[Il capo] “Ora lega insieme due mazzetti con l’elastico e poi due da cinque.
Metti il codice a barre intorno agli steli.”

[Il capo] “Tagliati la barba sabato,
se rimani con questa barba lunga fai paura,
sembri uno del tuo paese,
sembri un bangladesh.
Tu vuoi essere solo un bangladesh
o vuoi essere un italiano?”

[Il capo] “Prendi due rami belli e li metti al centro poi ne aggiungi altri scalando.
Giri dall’altro lato e fai la stessa cosa.
Ecco qui ne nascondi un paio brutti che fanno peso.
Ma non hai visto che questi sono rossi?
Butta butta.
Falli belli che se non mi pagano non ho i soldi per pagare voi.”

[L’operaia] “Dal vicino pagavano 6 euro l’ora,
quest’anno hanno aumentato a 6,50.
Il capo mandava gli operai a rubare dai vicini,
tanto erano tutti albanesi o moldavi,
e gli diceva che se fosse arrivato qualcuno
avrebbero dovuto rispondere “Io no parlare italiano”

[La moglie del capo] “Via le foglie più basse,
il manico dev’essere pulito.
Questo mazzo è un po’ abbondante,
tocca togliere qualcosa.
Attenta che i gambi siano in pari.
Non tagliare dopo aver pesato.”

[L’operaia] “Lì i contenitori il capo te li lancia
e sua moglie di prima mattina ti urla
“E muovetele quelle mani!”
E se a casa hai figli a cui dar da mangiare che cosa gli dici?
Niente. Non gli dici niente.
E se lavori dodici ore al giorno i figli non li vedi nemmeno.”

[Il capo] “Leva le foglie fino ai fiori.
Questi sono rossi. Butta butta.
Togli, butta.
Taglia, butta.
Togli, butta.
Taglia, butta, butta, butta, butta.”

[Il capo] “Sei stanca?
Hai lavorato già troppo in campagna per essere una ragazza.
Sai che cosa vuol dire belin?
La prima cosa che si impara venendo in Liguria.
La prima cosa che conoscono le ragazzine.
Le donne si scandalizzano ma intanto gli piace mangiarselo.”

Non lo sapevate che nella paga oraria è incluso l’obbligo di ascolto di opinioni vuote, volgarità urlate?

Il padrone, l’oppressore, ha bisogno di costruirsi una buona immagine da presentare al di fuori ma soprattutto dentro di sé:
è lui che paga più di chiunque altro nella zona,
è lui che pagandoci così tanto a fine giornata non gli rimane niente,
è lui che è così onesto che ha troppe tasse da versare,
è senza di lui che il povero immigrato non saprebbe che fare.
Ha bisogno di sentirsi indispensabile per l’Altro, l’inferiore, quando è proprio quell’altro ad essere indispensabile per lui.

Con ciuffi bianchi ovunque rincorre il lavoro alla disperata ricerca di un senso nella vita vuota. Si aggrappa all’illusione di sentirsi utile:
Producendo
Consumando
Consumandosi.

E poi si arrovella per comprendere la mancanza di docilità, di servilismo, in quelli che pensa inferiori. Non coglie la ribellione al sistema che custodisce, che accresce, nonostante sia incapace di nominare:
[Il capo] “Colo… Cosa?”
[Io] “C O L O N I A L I S M O”
Ma tranquillo, la ribellione arriverà.
La ribellione è già.

Chissà se, come i fiori… Secondo voi quanto pesa la coscienza? Quanto pesa l’umanità che siamo capaci di nutrire e mantenere viva dentro di noi?

Dal confine: monitoraggio in frontiera febbraio-marzo 2025

Riceviamo e pubblichiamo il terzo resoconto dal monitoraggio in frontiera delle violente dinamiche di controllo attuate al confine tra Ventimiglia e Mentone. Per i precedenti report sul monitoraggio al confine: report ottobre-novembre 2024; report novembre-gennaio 2025

Il testo originale è in inglese.

(English version below)

Introduzione:

Questa breve cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi del confine e dai suoi agenti della frontiera europea interna tra Francia e Italia sul Mar Mediterraneo …

… è un resoconto incompleto e situato. Fotografa la situazione dal punto di vista di persone osservatrici (spesso bianche) con cittadinanza europea e quindi tralascia gli innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che lottano per la propria libertà di movimento. È un’immagine molto parziale e limitata della situazione, che tralascia le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM, people on the move) e da quelle sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).

Anche i numeri dei respingimenti e degli incidenti qui descritti sono semplicemente momentanee della situazione al confine – non rappresentano il numero di respingimenti che osserviamo regolarmente durante il monitoraggio alla frontiera (attualmente circa 30 respingimenti al giorno), né rappresentano adeguatamente tutti gli episodi di violenza che osserviamo al confine.

Monitoraggio in frontiera febbraio-marzo 2025
3 febbraio

Una donna incinta che vive a Parigi stava tornando a casa dall’Italia.
Quando è arrivata a un controllo di polizia alla frontiera, ha spiegato di dover tornare a casa per una visita medica, e ha anche mostrato la sua tessera di assicurazione sanitaria francese e i documenti per la visita medica alla polizia. La polizia l’ha presa in custodia e si è tenuta tutti i documenti che lei aveva mostrato loro e che dimostravano la sua residenza in Francia. Quando la donna ha chiesto alla polizia di riavere i documenti, questi si sono rifiutati e le hanno detto che “doveva restare con il suo uomo”. La donna è stata riportata in Italia con diverse altre persone quel giorno. La polizia non le ha fornito una documentazione sul respingimento. Né le hanno dato le sue carte che si sono tenuti e han rifiutato di restituirle. La donna si è vista togliere dalla polizia ogni prova della sua residenza in Francia. Non si tratta di un singolo caso isolato, ma purtroppo è una pratica regolare della polizia al confine.

5 febbraio

Una persona tra quelle che sono state respinte in Italia dalla polizia di frontiera in quel giorno aveva trascorso due giorni nella stazione di polizia di Nizza. Non gli è stata fornita alcuna documentazione o spiegazione scritta per la sua detenzione.

11 febbraio

Due minorenni vengono respinti in Italia dalla polizia, anche se sarebbe stato loro diritto legale rimanere in Francia.

20 febbraio

Tra le persone che sono state respinte dalla Francia verso l’Italia quel giorno c’erano due amici che hanno aspettato a lungo che una terza persona, incontrata durante il viaggio, uscisse dalla stazione di polizia dopo di loro. Le persone che sono state respinte più tardi hanno solo visto il suo zaino rosso e nero alla stazione di polizia (portato da un poliziotto in un’altra stanza), ma non la persona in sé. I due amici hanno rinunciato ad aspettare dopo ore, poiché non avevano né il nome né il numero di telefono della persona che era scomparsa nella stazione di polizia. Quel giorno la persona a cui apparteneva lo zaino rosso e nero non è uscita dalla stazione di polizia.
È impossibile ricostruire ciò che la polizia ha fatto a quella persona… Questo è solo uno dei tanti esempi di persone che scompaiono violentemente nel tentativo di attraversare il confine e che troppo raramente vengono documentati.

24 febbraio

La polizia di frontiera francese insulta verbalmente le persone che ha rinchiuso in cella e che sta respingendo in Italia.

27 febbraio

Nella stazione della polizia di frontiera francese uomini, donne e altre persone che hanno dovuto passare la notte lì prima di essere rimpatriate sono state messe tutte insieme in un’unica cella. Nessuna separazione tra i generi. Inoltre la polizia ha esercitato pressioni sui detenuti durante un interrogatorio.

5 marzo

Nella stazione di polizia di Nizza una POM è stata ammanettata per per alcune ore senza alcuna spiegazione. Ha dovuto trascorrere dieci ore in diverse stazioni di polizia finché non è stata respinta sul lato italiano. Nessuno di coloro che sono stati respinti in Italia è stato informato dei propri diritti durante la detenzione quel giorno.

7 marzo

Da cosa dipende un passaggio sicuro? Per una donna arrestata dalla polizia al confine, da un involucro di plastica mancante nel suo valido permesso di viaggio. La polizia le ha detto che il documento non era valido senza l’involucro di plastica e che doveva andare in cella con loro. Qui le è stata negata l’acqua durante la permanenza nella stazione di polizia.

Un’altra persona ha detto chiaramente alla polizia di frontiera quando è stata arrestata in Francia che voleva chiedere asilo qui, ma viene semplicemente ignorata e rimandata in Italia. Non si tratta affatto di un caso isolato.

English version

This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterannean Sea …

… is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of (often white) observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents).
Also the numbers of push backs and incidents cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularily monitoring at the border (currently about 30 per day), nor do they adequately picture all violent incidents that we observe at this border.

3rd of February

A pregnant woman living in Paris was travelling back home from Italy. When she got in a police control at the border, she explained that she needs to go home for a medical appointment, even showed her French health insurance card and the documents for the medical appointment to the police. The police took her into custody and kept all the documents which proved her residency in France that she had showed to them. When she asked the police to get the documents back they refused and told her that she “should stay with her man”. The woman was bushed back to Italy with several other people on that day. The police did not provide her with any documentation about the pushback. Neither did they provide her with a documentation of her papers that they have kept and refused to give back to her. The woman had every proof of her residency in France taken off her by the police. This is not an isolated single case but sadly a regular police practice at this border.

5th of February

One person among those who were pushed back to Italy by the border police on that day had spent two days in the police station in Nice before. He was not given any documentation or written explanation for his detention.

11th of February

Two minors are pushed back to Italy by the police although it would be their legal right to stay in France.

20th of February

Amongst the people who were pushed back from France to Italy on that day are two friends who were waiting long time for a third person whom they met on their journey to come out from the police station after them. The people who were pushed back later just saw his red and black backpack in the police station (being carried by a policeman to another room) but not the person itself. The two friends gave up waiting after hours since they had neither the name nor the phone number of the person who disappeared in the police station. On that day the person to whom the red and black backpack belonged did not come out of the police station. Impossible to trace what the police has done to that person … This is only one of many examples of people violently disappearing in their attempt to cross this border that are too rarely put on the record.

24th of February

French border police is verbally insulting people they locked in a cell and are pushing back to Italy.

27th of February

In the french border police station men, women and others who had to spend the night there before being pushed back were all together put in one cell. No separation of genders. Also the police exerted pressure on detainees during an interrogation.

5th of March

In the police station in Nice a person on the move was handcuffed for some hours without any explanation. He had to spend ten hours in different police stations until he got pushed back on the Italian side. Nobody of the people pushed back to Italy was informed about their rights in custody on that day.

7th of March

What does a safe passage depend on? For a women arrested by the police at the border on a missing plastic wrapper for her valid travel permission. The police told her that the document was not valid without a platic wrapper and that she had to go to the police cell with them. Here she was denied water during her time in the police station.

Another person clearly telling the border police when arrested in France that he wants to claim asylum here, is simply ignored and pushed back to Italy. This is not a singular case at all.

Per Moussa e Ousmane, contro tutti i CPR

Moussa Balde, 22 anni, nasce nel 1998 in Guinea. Nel maggio 2021 muore in isolamento nel centro per rimpatri di Torino. Due settimane prima aveva subito un linciaggio ad opera di tre uomini italiani nelle strade di Ventimiglia, ricevendo in cambio un decreto di espulsione dall’Italia.

Ousmane Sylla, 21 anni, nasce nel 2002 in Guinea, nel 2024 muore rinchiuso nel centro per rimpatri di Roma. Due mesi prima aveva denunciato maltrattamenti e violenze nella casa famiglia presso cui era in accoglienza a Cassino, ricevendo in risposta un decreto di espulsione dall’Italia.

Ormai in tantx conoscono la storia dei due ragazzi guineani. Ma ripercorrere i loro ultimi mesi di vita in Italia ci aiuta a capire meglio dove siano collocate le colpe di queste due morti e dove indirizzare una lotta che chieda non solo verità e Giustizia per loro (non la giustizia dello stato che ha buttato Moussa in isolamento anzichè proteggerlo come testimone del suo stesso pestaggio. O quella che ha portato Ousmane dritto in un cpr anziché offrirgli sostegno per aver denunciato abusi e corruzione nel sistema dell’accoglienza) ma soprattutto che promuova lo smantellamento e la distruzione di tutti i CPR con ogni mezzo possibile e necessario. Da dentro, da fuori, da ovunque si riescano ad attaccare questi lagher.

La riapertura delle frontiere, la fine delle politiche criminali con cui la “fortezza europa” gestisce i confini e porta la gente a morire continuamente, non devono essere considerate utopie. Ma battaglie concrete che portino passo dopo passo a rimettere la solidarietà prima dello sfruttamento e le vite delle persone sopra al denaro. Chiedere il conto di queste morti, indicarne i responsabili e attaccare i dispositivi di annientamento di altri esseri umani è un percorso reale che possiamo e dobbiamo portare avanti.

Per queste ragioni le famiglie Sylla e Balde sono arrivate a Roma a inizio febbraio. La sorella e il fratello di Ousmane e la madre, il fratello e la sorella di Moussa sono qui per ripetere che non si arrenderanno ai soprusi che gli hanno ammazzato i figli. Con grande forza e determinazione hanno deciso non solo di venire a seguire nei tribunali i percorsi giuridici legati alla morte dei loro parenti, ma anche di assumersi un intenso viaggio che toccherà più città attraverso l’Italia per incontrare chiunque voglia ascoltare la loro testimonianza e proseguire una lotta contro confini e cpr.

Quando Moussa perse la vita a Torino, Thierno Balde, già in Italia per il processo contro i tre miserabili che hanno massacrato suo fratello in mezzo alla strada a Ventimiglia, disse: sono qui perchè non debba mai più succedere a nessuno quello che è successo a Moussa.

E invece è successo di nuovo.

Dobbiamo unire ancora più voci e ancora più mani per sostenere le voci e le mani di chi paga questo sistema sulla propria pelle.

Mettere in gioco i nostri privilegi e sfidare il progressivo aumento di leggi e decreti che colpiscono chiunque combatta le ingiustizie, le frontiere, le carceri, i centri di espulsione per migranti è una scelta che non può essere rimandata.

Ousmane e Moussa non sono dati virtuali nella narrazione mediatica. Sono corpi reali finiti in una bara e sogni annichiliti a vent’anni che lasciano affetti straziati e vite interrotte. Sono cappi alle sbarre per uscire da una prigionia di cui non vedevano la fine che interrogano le nostre coscienze.

Abbiamo già fatto tanto, tutte e tutti assieme, unendo gli sforzi e le energie per permettere alle famiglie di affrontare le spese dei visti, del viaggio tra Guinea e Senegal dove si trova l’ambasciata italiana, della permanenza a Dakar in attesa della partenza, dei voli per arrivare in Italia e tornare a Conakry, i costi di vitto e alloggio per l’intero mese di permanenza in Italia e tutte le spese di spostamento tra le tante città e realtà pronte ad accoglierle.

Ma la sfida non finisce sostenendo questo importante viaggio e ascoltando le parole dei familiari di Ousmane e Moussa.

Piuttosto, da qui si deve ricominciare. Dalla minaccia del nuovo decreto “sicurezza” in attesa di approvazione, dalla promessa di aprire un cpr in ogni regione (nella regione da cui scriviamo, a un’ora di distanza da Ventimiglia sono iniziati lavori di ristrutturazione nell’ex caserma Camandone di Diano Castello, dove si minaccia da un anno l’apertura di un cpr), dall’ostinazione di portare avanti centri di reclusione e tortura in territori extraeuroopei, dall’ennesimo ragazzo trovato morto a gennaio alla frontiera di Ventimiglia, caduto in mare mentre cercava di passare il confine dagli scogli dei Balzi Rossi.

Allungate voi che leggete la lista di ciò che non si può ulteriormente sopportare:

c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ci vediamo al tribunale di Torino il 12 Febbraio ore 9 per l’inizio del processo per omicidio colposo contro ex medico ed ex direttrice del cpr torinese, dipendenti privati dell’azienda multinazionale francese Gepsa.

Non confondiamoci: i colpevoli sono tanti, tanti di più.

Ma quelli che rappresentano lo stato sono abili a non rendere mai conto del sangue sulle loro mani.

Una seconda indagine parallela a quella per l’omicidio colposo di Moussa Balde, scaturite entrambe in seguito alla sua morte, ha infatti portato a un’accusa per sequestro di persona contro il personale del cpr ma soprattutto contro poliziotti e dirigenti dell’ufficio immigrazione di Torino, responsabili della vigilanza nel centro di espulsione. Il reato contestato era l’uso continuativo della sezione di isolamento denominata “ospedaletto”, in cui è morto Moussa e altri prima di lui, per aver segregato in quelle gabbie 14 persone per la durata di settimane e mesi nel biennio 2020/2021.

A Novembre 2024, la giudice ha deciso per l’archiviazione di tutte le accuse.

Non perchè effettivamente questi personaggi non abbiano commesso illeciti e abusi, infierendo sui corpi e sulla salute mentale di persone che già si trovavano recluse solo per non avere i giusti documenti. Ma perchè

uno: siccome nel cpr di Torino si era sempre fatto così anche negli anni precedenti, gli imputati in questione non potevano sapere, secondo il tribunale, che stavano compiendo un sequestro di persona.

due: siccome un cpr è terra di nessuno senza leggi o regolamenti (a differenza del carcere), a livello giuridico non si può neanche dire che lì dentro si stessero effettivamente violando delle norme, visto che la detenzione amministrativa è un non luogo dove palesemente tutto è permesso.

Non importa cosa dicono i tribunali: sappiamo benissimo che le morti di Moussa e Ousmane sono due omicidi di stato, visto che prima di morire sono passati tra accoglienze e ospedali, prefetture e questure, polizie e vigilanti, magistrati che hanno firmato decreti di espulsione e medici che ne hanno firmato l’idoneità alla reclusione.

L’appuntamento al tribunale di Torino il 12 è solo uno dei tanti passi che ci aspettano nel cammino di questa lotta: teniamoci aggiornatx. Teniamoci prontx.

Aggiornamenti sul processo per la morte di Moussa Balde

Condividiamo tre contributi rispetto alla situazione processuale per la morte di Moussa Balde, avvenuta nel cpr di Torino nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021, in cui l’ex direttrice e l’ex medico del cpr risultano imputati per omicidio colposo.

Il primo contributo è un documento audio, andato in onda alcuni mesi fa su alcune radio indipendenti, in cui si riassume la storia di Moussa e delle ingiustizie che ha subito fino a restarne ucciso. Il secondo si tratta di una chiamata per raccogliere i fondi necessari per le spese di viaggio per permettere alla famiglia Balde di essere presente alla prima udienza del processo a Torino, il 12 febbraio 2025. Il terzo testo è una lettera della sorella di Moussa, Aissatou Balde.

Per un quadro più completo delle vicende che hanno portato il giovane guineano a togliersi la vita, prima picchiato a Ventimiglia e poi rinchiuso nel cpr torinese, rimandiamo ai precedenti articoli pubblicati su questo sito:

https://parolesulconfine.com/nessun-perdono-perche-sanno-quello-che-fanno_-per-moussa-balde-contro-i-cpr/

https://parolesulconfine.com/contro-il-razzismo-e-i-cpr-per-moussa-balde/

https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-morto-di-razzismo/

https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-la-sua-famiglia-non-sono-soli/

Contributo audio sulla vicenda di Moussa:

Podcast sull’affare Moussa Balde

Testo pubblicato sulla piattaforma Papayoux_solidaritè per una campagna di crowdfunding a sostegno della famiglia Balde:

AIUTIAMO LA FAMIGLIA BALDE A PARTECIPARE AL PROCESSO DEL 12.02 E AD UNIRSI ALLA LOTTA CONTRO I CPR

Stiamo raccogliendo fondi per permettere alla sorella, al fratello e alla madre di Moussa Balde di essere presenti alla prima udienza del processo per omicidio colposo contro due dipendenti del centro per rimpatri di Torino in cui Moussa ha trovato la morte. L’udienza si terrà a Torino il 12 febbraio. 
I familiari sono rappresentati dai legali Gianluca Vitale e Laura Martinelli. 
I fondi servono per pagare le spese di viaggio dalla Guinea e i costosissimi visti per l’Italia, oltre alle spese di soggiorno.
Durante il loro periodo in Italia i familiari vorrebbero intervenire attivamente in diversi eventi di contestazione ai CPR in Pemonte e in Liguria.

CHI ERA MOUSSA BALDE?

Lui è stato un amico e un compagno, morto nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021 dopo di 10 giorni passati in una cella dell’area d’isolamento, denominata Ospedaletto, del CPR di Torino. Il 9 maggio era stato picchiato a Ventimiglia da tre italiani e dopo un breve ricovero  in ospedale è stato subito richiuso nel centro di detenzione, ignorando le sue gravi condizioni fisiche e psicologiche in conseguenza del pestaggio. Moussa, originario della Guinea, è stato detenuto in quanto persona non-europea e irregolare sul territorio, e per questo è morto rinchiuso in una cella. La morte di Moussa non è stata nè “fatalità” nè il frutto di una catena di inadempienze, ma la conseguenza del razzismo strutturale del sistema in cui viviamo.

Per leggere di piu sui processi e la sua storia, si puo visitare questo blog (in Italiano) alla categoria “Moussa Balde” https://parolesulconfine.com/ > Moussa Balde

ORA

Il 12 Febbraio a Torino, si terrà l’udienza preliminare del procedimento per omicidio colposo a carico della ex direttrice del CPR e del medico direttore sanitario della struttura all’epoca della morte di Moussa Balde. 
Nel febbraio 2023, la CPR in corso Brunelleschi è andato a fuoco ed è rimasto chiuso fino ad ora. Eppure sta per riaprire.

Tra giugno 2019 e dicembre 2022, dieci persone hanno perso la vita mentre erano tenute in detenzione amministrativa. All’inizio di febbraio 2024, il giovane Ousmane Sylla, che si rivela essere un vicino e amico della famiglia Balde, si è suicidato nel CPR di Roma.

La presenza della famiglia è essenziale non solo per questa procedura legale contro questa particolare struttura, è anche importante per dare forza a un movimento largo contro l’apertura di una di queste prigioni in Liguria (come a Diano Marina) e in ogni regione italiana.

CONTRO LA RIAPERTURA DEL CPR DI TORINO, DOVE MOUSSA BALDE E’ MORTO

CONTRO I CPR

PER LA LIBERTA DI MOVIMENTO

GIUSTIZIA PER MOUSSA

Lettera della sorella di Moussa:

Ciao a tutti. Mi chiamo Balde Aissatou, sorella maggiore di Moussa Balde. Oggi sono qui per parlarvi di mio fratello minore Moussa Balde.

Quando era molto giovane, Moussa aveva una sola ambizione: lavorare sodo per mantenere la sua famiglia fuori dalla povertà, soprattutto nostra madre. Quando era un giovane studente, ogni volta che sua madre si alzava alle 5 del mattino per andare al mercato, lui si alzava per accompagnarla al mercato e aiutarla nel lavoro al ristorante. Da lì partiva per andare a scuola. Così un giorno, mentre discutevamo in famiglia, ci ha detto: “dopo le elezioni del 2015 ho intenzione di lasciare questo paese e andare in Europa, anche se dovrò attraversare il mare. Forse lì riuscirò a guadagnarmi da vivere meglio che qui”. Ma data la sua giovane età, gli abbiamo detto di non rischiare la vita per l’Europa.

Ma lui non ci ha ascoltato e nel 2016 ha deciso di lasciare il paese, senza mai dire a nessuno del suo viaggio. Eravamo molto preoccupati e ci chiedevamo dove potesse essere. Quando abbiamo contattato i suoi amici, ci hanno detto che Moussa si trovava a Bamako, in Mali, e da lì aveva attraversato il deserto per raggiungere l’Algeria. Da aprile 2016 a settembre 2016 è riuscito a cavarsela lavorando come manovale in aziende edili, gtrazie al sostegno del fratello maggiore, Thierno Hamidou, che studiava lì.

Durante questo periodo la sua famiglia ha fatto di tutto per convincerlo a tornare in Guinea, perchè noi, la sua famiglia, non avevamo mai appoggiato il suo progetto di attraversare la Libia per raggiungere l’Italia, ma lui era determinato a farlo. Quando ho cercato di convincerlo a tornare, mi ha detto: “Diadia (sorella maggiore), prega per me. So cosa sto facendo, è l’unico modo per aiutare la mia famiglia, soprattutto mia madre. Non faccio nulla senza rifletterci, quando arriverò a destinazione, visto che ho memorizzato il tuo numero, ti contatterò. Auguratemi buona fortuna e soprattutto non parlarne con mia madre, in modo che non si preoccupi, perchè il suo stato di salute non permette troppo stress”.

Quando è arrivato in Italia mi ha contattato. All’inizio tutto andava bene, comunicava bene con noi nonostante avesse qualche difficoltà in quanto immigrato senza documenti. Infine, con l’avvicinarsi della sua aggressione a Ventimiglia, abbiamo avuto difficoltà a tenerci in contatto con lui e quindi abbiamo cercato di aumentare i contatti con i suoi amici in Italia e in Francia per avere sue notizie. Il 23 maggio 2021 uno dei suoi amici ci ha contattato per informarci che nostro fratello Moussa Balde era morto in un centro di detenzione a Torino nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021.

Grazie a voi per aver dedicato tempo ad ascoltare una parte della sotria di Moussa.

Che la sua anima riposi in pace.

Nessun perdono, perché sanno quello che fanno_ per Moussa Balde, contro i CPR

Riceviamo e pubblichiamo il seguente contributo, un aggiornamento circa l’inizio dei processi penali per reati commessi nella gestione del CPR di Torino. Le indagini furono avviate nel 2021 in seguito alla morte per suicidio del giovane Mamadou Moussa Balde. Nel marzo 2023 il centro per rimpatri di Torino è stato chiuso per inagibilità delle strutture in seguito alle rivolte dei reclusi. Da mesi se ne annuncia l’imminente riapertura. (per info sui passaggi precedenti qui e qui)

Esprimiamo totale solidarietà alle persone colpite dall’orrore dei CPR e a tutte le persone che ne hanno permesso la chiusura, così come a tutte coloro che lotteranno per impedire che questo ed altri CPR vengano aperti.

Nessun perdono, perché sanno quello che fanno_ per Moussa Balde, contro i CPR

Ci siamo: a quasi tre anni dagli eventi stanno per iniziare al tribunale di Torino i processi nati dalle indagini per la morte di Moussa Balde, il ventiduenne originario della Guinea che si era impiccato nella sezione di isolamento “ospedaletto” nel CPR di Torino nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021, dove era stato rinchiuso dopo aver subito un brutale pestaggio nelle strade di Ventimiglia pochi giorni prima. Per quella violenta aggressione a Gennaio 2023 sono stati condannati a due anni per lesioni aggravate i tre ventimigliesi che avevano preso a sprangate Moussa davanti a un supermercato in centro città.

Il secondo capitolo di questa storia di insopportabile razzismo italiano si era scritto con la peggiore delle conclusioni nel cpr di Torino, dove Moussa era stato trascinato a poche ore dal pestaggio, le ferite ancora fresche sul volto, negato il diritto di farsi testimone della sua stessa aggressione, inabissato in una sezione di isolamento abusiva persino per un posto già extra legale quale è il CPR, la sua presenza nel centro negata ripetutamente dal personale di servizio agli avvocati che lo stavano cercando. Poi il suicidio nella notte, in quelle celle definite “gabbie dello zoo” anche dalle autorità che dovrebbero esserne responsabili.

A seguito di questi eventi si è ritenuto opportuno dimostrare che qualcosa veniva pur fatto per porre rimedio. Così si sono aperte le indagini su due livelli: il primo strettamente legato al suicidio, che si profila essere, con una più corretta descrizione degli eventi, un omicidio colposo; il secondo rappresenta invece un’indagine più allargata sull’uso illecito della sezione di isolamento “ospedaletto” nel CPR di Torino, che ha portato a formulare l’accusa di sequestro di persona nei confronti di più attori legati alla gestione del centro, a danno di 14 persone recluse nella struttura tra gennaio 2020 e luglio 2021 e tenute in isolamento per giorni, settimane e in alcuni casi mesi.

Nel dettaglio: Venerdì 1 marzo 2024 alle 9:15, al tribunale di Torino, verrà discussa la richiesta di archiviazione presentata dalla procura per le accuse di sequestro di persona – con corollario variamente distribuito di abuso di potere, falso in atto pubblico, lesioni personali colpose, violazione dei doveri medici, abbandono di incapaci, falso ideologico- a carico della ex direttrice del CPR di Torino, di due medici del centro e di 4 operatori di polizia, tra i quali il dirigente dell’ufficio immigrazione di Torino e l’ispettore superiore di PS in servizio presso il CPR di corso Brunelleschi.

Mercoledì 13 marzo 2024 alle 9:30, sempre a Torino, si terrà l’udienza preliminare del procedimento per omicidio colposo a carico della ex direttrice del CPR e del medico direttore sanitario della struttura all’epoca della morte di Moussa Balde. Nello stesso procedimento è accusato anche l’ispettore capo di polizia assegnato al servizio di vigilanza presso il CPR, che deve rispondere di falso in atto pubblico per aver manomesso le relazioni di servizio richieste come prove nell’indagine per omicidio colposo.

Questi i fatti. Le conclusioni che si possono trarre fanno, se possibile, ancora più rabbia dei fatti stessi. È evidente come lo stato, tramite la procura di Torino, voglia far pagare il conto di una montagna di abusi e violenze esclusivamente ai dipendenti della Gepsa, l’ente privato che aveva in gestione il CPR, mandando loro a giudizio per omicidio colposo e tentando invece di salvare operatori, dirigenti e ispettori di polizia dall’accusa di sequestro di persona. Il procedimento penale sul caso singolo di Moussa troverà effettivamente un seguito nelle aule del tribunale di Torino, ma si cerca di insabbiare con una richiesta di archiviazione il procedimento generale sulla mala gestione del CPR, che renderebbe pubblicamente conto della portata di iniquità che rappresentano i centri per il rimpatrio.

Nel procedimento per sequestro di persona, infatti, emergono una lunga serie di abusi e illeciti operati anche dall’ente gestore ma soprattutto delle forze dell’ordine, sia sottoposti che alti dirigenti. Il ricorso illegale e continuativo all’uso dell’isolamento, in un luogo dove non è prevista per legge la possibilità di ulteriore restrizione della libertà personale -e a seguire la sfilza di falsificazioni, giustificazioni e tentativi dei vari soggetti coinvolti di salvarsi a vicenda dalle accuse- finirà con probabilità in una bolla di niente.

La richiesta di archiviazione viene motivata con una spregiudicata logica d’azzeccagarbugli: non viene affatto negato dalla procura che le persone imputate abbiano commesso il sequestro di persona e tutte le altre sotto accuse. Ma si afferma che tutto questo non può costituire reato perché, semplicemente, così han sempre fatto anche poliziotti, dirigenti, prefetture, questure e agenzie private che hanno avuto in gestione questo come gli altri CPR d’Italia. E se così fan tutti, queste specifiche soggettività finite sotto accusa per i reati commessi tra il 2020 e il 2021 non possono essere davvero colpevoli, perché non sapevano che quello che stavano facendo era illegale.

Sia chiaro: non è nostra convinzione che la giustizia possa passare dai tribunali, né è nostro interesse che un numero maggiore di persone venga portato alla sbarra o condannato per questo o quell’altro reato. Le galere sono luoghi che vanno distrutti e definitivamente aboliti, tutti, che siano le carceri penali o le gabbie della detenzione amministrativa. Allo stesso modo non è nostra intenzione affermare che operatori e operatrici della Gepsa, multinazionale della detenzione per migranti, siano sfortunate persone che meritano solidarietà in quanto destinate a diventare il capro espiatorio di un sistema profondamente marcio quale è il mondo dei centri di espulsione, avendo queste scelto di aderirvi per lucrare sulla pelle di chi è senza i giusti documenti.

Ma le leggi le scrivono loro ed è illuminante vedere l’uso creativo che ne fanno, perfettamente allineato all’ipocrisia di tutto il sistema, cercando di lavarsi dal sangue quelle mani che continuano a causare morti. Non tanto per gridare di indignazione per le capriole logiche che compiono le istituzioni e chi le rappresenta nelle aule di tribunale, atterrando comunque sempre illese e in piedi. Ma perché quegli stessi spergiuri sulla gravità di aver arrecato danno e dolore a così tante persone e sulla necessità di correggere questi soprusi dilaganti, raccontano alla fine l’unica vera storia che a questo stato interessa scrivere:

i CPR sono sbagliati ma ne costruiranno ancora di più.

I CPR sono luoghi di tortura, ma se fin qui si è sempre torturato non è poi tanto un reato continuare a farlo.

I CPR hanno violato l’integrità, la dignità e i diritti di quelle 14 persone (ma sono molte di più) tenute in isolamento per punizione, per discriminazione di credo o orientamento sessuale, per problematiche sanitarie fisiche e mentali, talvolta gravi e reali, tal’altra pure presunte. Come la psoriasi diagnosticata a Moussa, malattia non contagiosa per la quale si è comunque stabilito che dovesse finire all’ospedaletto.

Ma lo stato decide di alzare i tempi di reclusione nei CPR da 3 a 18 mesi.

I CPR hanno ucciso Moussa Balde, prima di lui troppi altri e ancora altri dopo di lui, ma lo stato non se ne ritiene responsabile.

Ultimo di una lista che non vi è alcuna intenzione di fermare è Ousmane Sylla, morto suicida nel CPR di Ponte Galeria nella notte tra il 3 e il 4 febbraio, un altro ventiduenne della Guinea, anche lui distrutto da un sistema che, senza alcuna vergogna, nei tribunali riconosce le proprie colpe e nei tribunali decide anche la propria auto assoluzione. Ousmane Sylla voleva tornare a casa ed era rinchiuso in un centro di espulsione da cui non sarebbe mai tornato a casa, proprio come Moussa, perché l’Italia non ha accordi di rimpatrio con la Guinea: un altro paradosso che racconta la vera identità criminale dello stato e del governo italiano, al di là delle sentenze e dei giochi togati nei tribunali.

Abbiamo saputo della morte di Ousmane Sylla. È davvero triste e deplorevole, possiamo vedere che le stesse cause producono gli stessi effetti. Le autorità italiane devono esaminare a fondo ciò che sta accadendo all’interno di questa prigione, alle condizioni di detenzione e tutto ciò che ne consegue, non sono buone. Altrimenti non ti alzeresti così un mattino decidendo di mettere fine a tutto questo, è difficile da credere, le ragioni devono essere cercate altrove” Thierno Balde, fratello di Moussa.

Per la memoria di Moussa Balde, di Ousmane Sylla e delle altre decine di persone che hanno subito morte e violenza nei centri per i rimpatri

Per portare solidarietà alle loro famiglie, colpite dal dolore causato dall’ingiustizia delle leggi italiane ed europee

Per la libertà di circolazione di tutte e di ciascuno

Per impedire la riapertura del CPR di Torino

Per la distruzione degli altri CPR ancora operativi in Italia

Per l’apertura di tutte le frontiere europee e l’abolizione delle politiche migratore neo-colonialiste

Gli orari degli appuntamenti al tribunale di Torino l’1 e il 13 marzo 2024 sono scritti in questo testo, così come le posizioni e i ruoli dei vari soggetti: ciascuna persona reagisca dove e come ritiene più opportuno.

Solidali di Ventimiglia

Contro il razzismo e i CPR, per Moussa Balde

Riceviamo e pubblichiamo:

Contro il razzismo e i CPR, per Moussa Balde

Il 10 gennaio saremo davanti al tribunale di Imperia per affermare ancora una volta che la morte di Moussa Balde non è stata accidentale: è l’esito diretto di una serie di azioni e di silenziose complicità da parte di soggetti diversi in un contesto dominato dall’ideologia e dalle politiche razziste che lo Stato promuove e legittima.

Le persone responsabili della discriminazione e della violenza che hanno portato Moussa Balde a morire nel centro torinese di detenzione per migranti (CPR) sono i membri della commissione che gli hanno rifiutato la protezione, i tre uomini che lo hanno preso a sprangate in pieno giorno nel centro di Ventimiglia, i numerosi testimoni che non sono intervenuti per fermare il linciaggio, la questura di Imperia che ha deciso per la sua reclusione anziché proteggerlo come testimone della violenza a lui inflitta, i rappresentanti delle istituzioni che hanno sostenuto che non si trattasse di aggressione razziale prima ancora di iniziare le indagini, i medici delle strutture sanitarie che a 24 ore dall’aggressione ne hanno firmato l’idoneità alla reclusione e successivamente all’isolamento, chi lo ha imprigionato negando per giorni la sua presenza nel CPR per impedire che Moussa potesse essere raggiunto dal suo avvocato.

Il 14 Ottobre a Imperia si è aperto il procedimento a carico dei tre uomini che hanno aggredito Moussa Balde nelle strade di Ventimiglia il 9 Maggio 2021.

Il 10 Gennaio, secondo la formula del rito abbreviato scelta dagli imputati, verrà emessa la sentenza.

È invece ancora aperta l’inchiesta per omicidio colposo avviata per accertare i fatti accaduti all’interno del CPR di Torino a seguito del presunto suicidio di Moussa Balde. L’indagine che vede indagati la direttrice del centro, il medico della struttura e nove poliziotti si allarga anche ad altri casi di procedure illegittime all’interno del CPR, dove già altre persone migranti avevano trovato la morte e dove continuamente si registrano tentativi di suicidio.

Indipendentemente dall’esito dei tribunali sappiamo che la fine di Moussa Balde è un crimine d’odio e che la responsabilità di questa morte è delle dinamiche di esclusione e razzializzazione che hanno prima schiacciato le speranze di Moussa di costruirsi una vita dignitosa in Europa per poi seppellire la verità sulla sua aggressione sotto una coltre di omertà.

! Per impedire che coloro che lo hanno ridotto al silenzio possano avere il monopolio della verità su questa storia di violenza e razzismo !

! Per l’abolizione dei CPR e di ogni forma di detenzione delle persone migranti !

! Per la libertà di circolazione e autodeterminazione di tutte le persone in viaggio, a prescindere da documenti e paese d’origine!

APPUNTAMENTO AL TRIBUNALE DI IMPERIA

10 GENNAIO ORE 9:00

IN SOLIDARIETA’ A MOUSSA BALDE E ALLA SUA FAMIGLIA

Solidali di Ventimiglia

(per ulteriori informazioni: https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-la-sua-famiglia-non-sono-soli/ ; https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-morto-di-razzismo/ )

Per contribuire alle spese legali per il processo di Imperia e per quello che si aprirà sul CPR di Torino:

IBAN: IT58H3608105138280345080353

BIC: PPAYITR1XXX

CAUSALE: solidarietà a Moussa Balde

Moussa Balde è morto di razzismo

Riceviamo e pubblichiamo (ita, eng, fra)

Per info sulla precedente udienza, vedi: Moussa Balde e la sua famiglia non sono soli

Moussa Balde è morto di razzismo

Il 14 ottobre al tribunale d’Imperia è iniziato il processo a tre italiani che il 9 maggio 2021 aggredirono brutalmente Moussa Balde a Ventimiglia. L’aggressione avvenne in pieno giorno in via Ruffini tra un supermercato e gli uffici della polizia di frontiera. 

Gli imputati sono a processo per lesioni aggravate dal numero di persone e dall’uso dell’arma, una spranga in questo caso, e sono difesi dall’avvocato Marco Bosio, noto per essere stato il difensore degli imputati nei processi contro la criminalità organizzata nel Ponente Ligure,  conosciuti come “SPI.GA” e “La Svolta”. Gli aggressori sono stati denunciati a piede libero in seguito a un video della violenza che ha fatto il giro del web, nel quale gli imputati sono riconoscibili. 

Il giorno stesso dell’aggressione il questore d’Imperia si affretta a fare dichiarazioni escludendo la matrice razziale delle violenze, che gli imputati giustificano come reazione ad un fantomatico tentato furto con una nullità di prove. 

Resta evidente il razzismo istituzionale che mette in atto un protocollo non per tutelare la vittima del linciaggio, ma piuttosto le persone italiane incriminate dal video filmato da un balcone.

Infatti in seguito all’aggressione Moussa Balde, originario della Guinea, viene portato all’ospedale per trauma facciale e lesioni, medicato e dimesso il giorno stesso, portato in commissariato viene consegnato all’ufficio immigrazione e, controllata la sua irregolarità sul territorio, viene recluso nel CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Torino in attesa d’espulsione. 

Allontanato da Ventimiglia Moussa è finito al CPR senza aver mai firmato nessuna testimonianza sulla sua aggressione e senza che gli sia stata posta alcuna domanda sullo svolgimento dei fatti. Non ha ricevuto nessuna visita psicologica ma è stato rinchiuso a Torino, dove per diversi giorni gli avvocati non sono riusciti a rintraccialo perchè Moussa era stato registrato al CPR con un nome diverso da quello segnato dalla questura di Imperia. 

In una cella dell’area d’isolamento, denominata Ospedaletto, del CPR di Torino Moussa Balde muore la notte tra il 22 e il 23 maggio. I compagni di prigionia, che hanno iniziato una protesta quando hanno saputo la notizia della sua morte, hanno raccontato che la notte del 22 maggio l’avevano sentito urlare a lungo e chiedere l’intervento di un dottore senza mai ricevere risposta. 

E’ in corso un’indagine per omicidio colposo sui fatti avvenuti all’interno del centro detentivo dov’era rinchiuso Moussa quando è deceduto.

Il 14 ottobre scorso durante la prima udienza gli imputati hanno richiesto ed ottenuto il rito abbreviato, quindi il processo andrà avanti a porte chiuse e senza l’ausilio di testimonianze. 

Grazie alla presenza in aula del fratello Amadou Thierno Balde, la famiglia di Moussa si è costituita parte civile. 

Neppure al processo è stata riconosciuta l’aggravante dell’odio razziale, infatti la stessa procura ha deciso di non contestarla, decisione sulla quale l’avvocato della famiglia si opporrà nel dibattimento.

La giudice ha inoltre respinto la richiesta di costituirsi parte civile presentata da tre associazioni operanti nel territorio di Ventimiglia.

Non potendo entrare in aula, un gruppo di solidali si è radunato davanti al tribunale di Imperia e, dopo la rapida udienza, si è spostato a Ventimiglia nel luogo dove avvenne l’aggressione razzista, insieme ad Amadou Thierno Balde. 

Le persone solidali hanno camminato lungo le vie del centro per ricordare che la morte di Moussa Balde non è stata un tragico episodio ma il risultato di un brutale razzismo, anche istituzionale, che si palesa nel trattamento subito dal sopravvissuto al violento pestaggio, il quale è passato dall’ospedale, dal commissariato, dalla questura, dal CPR di Torino, davanti al medico che lo ha valutato idoneo alla detenzione, dall’isolamento disumano senza contatti con l’esterno e senza qualsiasi tipo di cura.

“Il trattamento che ha ricevuto prima di morire nessun individuo, nessun essere umano dev’essere trattato in questa maniera” dice Thierno Balde fuori dal tribunale d’Imperia, parlando del fratello “Perchè non ci siano più ingiustizie o razzismo, perché è duro ma bisogna essere chiari, si tratta di razzismo quello che ha subito. Perché non ci siano più casi così nel mondo intero, in particolare in Italia. Che il diritto in tutto il mondo sia rispettato, il diritto umano.”

La prossima udienza del processo ai tre aggressori sarà al tribunale d’Imperia il 9 dicembre alle ore 13:00.

Per impedire che questa storia finisca nel silenzio, per contrapporsi alla violenza razzista, per la libera autodeterminazione di tutte e tutti.

Per l’abolizione e la chiusura di tutti i CPR.

Ci ritroviamo il 9 dicembre 

alle 12:00 di fronte al tribunale d’Imperia  

alle 15:00 in Piazza De Amicis a Imperia Oneglia per un presidio e un volantinaggio antirazzista

Video della giornata del 14 ottobre con Thierno Amadou Balde –
https://youtu.be/keioX07CiEI

Per contribuire alle spese legali,  sia per il processo ad Imperia, che per quello che si aprirà a Torino dopo la chiusura delle indagini.

IBAN: IT58H3608105138280345080353

CAUSALE: solidarietà a Moussa Balde

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Moussa Balde died from racism

The trial of three Italians who brutally attacked Moussa Balde in Ventimiglia on May 9, 2021, began at the court of Imperia on October 14th. The attack took place in broad daylight on Ruffini Street between a supermarket and the border police offices. 

The defendants are on trial for injuries aggravated by the number of people and the use of an iron bar. They are being defended by lawyer Marco Bosio, known for having been the defense counsel in the trials against organized crime in western Liguria known as “SPI.GA” and “La Svolta”. 

The attackers were reported because a video of the violence was taken and then spread around the web, in which the defendants are recognizable. 

On the very day of the attack, the Imperia police commissioner rushed to make statements ruling out the racial matrix of the violence, which the defendants justified as a reaction to a phantom attempted robbery without a shred of proof

Institutional racism remains evident, putting in place a protocol not to protect the lynching victim, but rather the Italian people incriminated by the video filmed from a balcony.

In fact, following the attack Moussa Balde (from Guinea) was taken to the hospital for facial trauma and injuries, medicated and discharged the same day. Taken to the police station he was handed over to the immigration office and, checked for his irregularity in the territory, he was imprisoned in the CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio, or detention center) in Turin awaiting deportation. 

Removed from VentimigliaMoussa ended up at the CPR without ever having signed any testimony about his assault and without being asked any questions about the course of events. He received no psychological examination but was locked up in Turin, where, for several days lawyers were unable to track him down because Moussa had been registered at the CPR under a name different from the one marked by the Imperia police headquarters. 

In isolation in a zone of the CPR called Ospedaletto in TurinMoussa Balde died on the night between May 22nd And 23rd. Fellow prisoners who started a protest when they knew about his death said that on the night of May 22, they had heard him screaming for a long time and calling for a doctor without ever receiving a response. 

A manslaughter investigation is under way into the events that took place inside the detention center where Moussa was confined when he died.

On October 14 during the first hearing, the defendants requested and obtained an abbreviated trial, so the trial will go on behind closed doors and without the aid of witnesses. 

Thanks to the presence of Moussa’s brother Amadou Thierno Balde in the courtroom, Moussa’s family has filed civil 

Not even at the trial was the aggravating factor of ethnic hatred recognized; in fact, the prosecutor’s office itself decided not to challenge it, a decision on which the family’s lawyer will argue in the trial.

The judge also rejected the request for civil action filed by three associations operating in the Ventimiglia area.

Unable to enter the courtroom, a group of solidarians gathered in front of the Imperia courthouse and, after the quick hearing, moved to Ventimiglia to the site where the racist attack took place, along with Amadou Thierno Balde. 

Those in solidarity walked along the streets of the city center to remember that Moussa Balde’s death was not a tragic episode but the result of brutal racism, including institutional racism. This is evident in the treatment suffered by the survivor of the violent beating, who went from the hospital to the police station, the police headquarters to the CPR in Turin, before arriving before the doctor who assessed him fit for detention, inhumane isolation without contact with the outside world and without any kind of care.

“The treatment he received before he died, no individual, no human being should be treated in this way.” says Thierno Balde outside the court in Imperia, speaking of his brother “So that there will be no more injustice or racism, because it’s harsh but you have to be clear, it’s racism what he suffered. So that there are no more cases like this in the whole world, particularly in Italy. Let the right throughout the world be respected, the human right.”

The next hearing in the trial of the three attackers will be at the Imperia court on December 9 at 1 p.m.

To prevent this story from ending in silence, to oppose racist violence, for the free self-determination of all and everyone.

For the abolition and closure of all CPRs.

We meet on December 9 

at 12 noon in front of the Imperia courthouse.  

at 3 p.m. in De Amicis Square a Imperia Oneglia for an anti-racist sit in and leafleting 

Video of October 14th with Thierno Amadou Balde –
https://youtu.be/keioX07CiEI

To contribute to the legal costs, both for the trial in Imperia and for the one that will start in Turin after the investigation closes:

IBAN: IT58H3608105138280345080353

PAYMENT DESCRIPTION : solidarity with Moussa Balde

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Moussa Balde est mort de racisme

Le 9 mai 2021, Moussa Balde, originaire de Guinée, a été brutalement agressé à Vintimille. Le procès des trois Italiens auteurs de cette attaque qui a eu lieu en plein jour rue Ruffini, entre un supermarché et les bureaux de la police aux frontières, a débuté au tribunal d’Imperia le 14 octobre 2022. 

Les accusés sont jugés pour des blessures aggravées par le nombre de personnes et l’usage d’une barre de métal. Ils sont défendus par Marco Bosio, connu pour avoir été l’avocat des accusés dans les procès “SPI.GA” et “La Svolta” contre le crime organisé en Ligurie. Des poursuites sans mesure de privation de liberté ont pu être engagées contre les agresseurs grâce à une vidéo des violences réalisée par une voisine depuis son balcon et qui a fait le tour du web.

Le jour même de l’agression, le chef de la police d’Imperia s’est empressé de faire des déclarations excluant la dimension raciste de ces violences. Les accusés ont justifié leurs actes comme étant une réaction à une prétendue tentative de vol, sans pouvoir en apporter aucune preuve.

Le racisme institutionnel reste évident, mettant en place un protocole non pas pour protéger la victime du lynchage mais plutôt les Italiens incriminés par la vidéo filmée depuis un balcon.

En effet, à la suite de son agression et après un court passage à l’hôpital pour des traumatismes et des blessures au visage, Moussa Balde a été conduit au commissariat de police, remis au bureau de l’immigration et, après qu’ait été vérifiée son irrégularité sur le territoire, il a été enfermé au CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio, équivalent des centres de rétention administrative) de Turin en attendant son expulsion. 

Éloigné de Vintimille, Moussa s’est retrouvé en détention sans jamais avoir signé de témoignage sur son agression et sans que ne lui soit posée aucune question sur le déroulement des événements. Il n’a bénéficié d’aucun examen psychologique mais a été enfermé à Turin où, pendant plusieurs jours, les avocats n’ont pas pu le retrouver car il avait été enregistré au CPR sous un nom différent de celui retenu par la préfecture de police d’Imperia.

Dans une cellule de l’Ospedaletto, le quartier d’isolement du CPR de Turin, Moussa Balde est mort dans la nuit du 22 au 23 mai 2021. Ses codétenus, qui ont commencé à protester lorsqu’ils ont appris la nouvelle de son décès, ont déclaré que cette nuit-là, ils l’avaient entendu crier pendant longtemps et demander l’intervention d’un médecin sans jamais recevoir de réponse.

Une enquête pour homicide involontaire est en cours sur les événements qui se sont déroulés à l’intérieur du centre de rétention où était enfermé Moussa lorsqu’il est décédé.

 

Ce 14 octobre, lors de la première audience concernant l’agression de Moussa, les accusés ont demandé et obtenu une procédure simplifiée. Le procès se déroulera donc plus rapidement, à huis clos et sans audition de témoins. Grâce à la présence d’Amadou Thierno Balde, le frère de Moussa, la famille a pu se porter civile. 

Déjà écartée dans les déclarations publiques officielles au moment de l’agression, la circonstance aggravante de haine raciale n’a pas été retenue lors du procès. Le procureur a décidé de ne pas la relever, une décision à laquelle l’avocat de la famille s’opposera dans les suites du procès. Le juge a également rejeté la demande de trois associations de Vintimille de se porter partie civile.

Ne pouvant entrer dans le tribunal d’Imperia, un groupe de personnes solidaires s’est rassemblé à ses portes et après la rapide audience, s’est rendu sur les lieux de l’agression raciste à Vintimille avec Amadou Thierno Balde. Ils et elles ont marché dans les rues du centre ville pour rappeler que la mort de Moussa Balde n’est pas seulement un événement tragique mais le résultat d’un racisme brutal, y compris institutionnel, qui apparaît clairement dans le traitement qu’a subi le survivant du lynchage, emmené de l’hôpital au commissariat, de la préfecture de police au centre de rétention, d’un médecin qui l’a jugé apte à la détention jusqu’à un isolement inhumain, sans contact avec le monde extérieur et sans aucun type de soins.

« Le traitement qu’il a reçu avant de mourir, aucun individu, aucun être humain ne devrait être traité de cette façon. Pour qu’il n’y ait plus d’injustice ou de racisme, parce que c’est dur mais il faut être clair, c’est du racisme qu’il a subi. Pour qu’il n’y ait plus de cas comme celui-ci dans le monde entier, et en particulier en Italie. Que l’on respecte le droit dans le monde entier, le droit humain. » a déclaré Amadou Thierno Balde à la sortie du tribunal d’Imperia, en parlant de son frère Moussa.

 

La prochaine audience dans le cadre du procès des trois agresseurs de Moussa Balde aura lieu au tribunal d’Imperia le 9 décembre à 13h.

Pour éviter que cette histoire ne termine dans le silence, pour s’opposer à la violence raciste, pour la libre autodétermination de toustes.

Pour l’abolition et la fermeture de tous les CPR.

Nous nous réunissons retrouvons nous le 9 décembre :

– à 12h00 devant le tribunal d’Imperia  

– à 15h00 sur la Piazza De Amicis à Imperia Oneglia pour un rassemblement antiraciste et une distribution de tracts

Vidéo de la journée du 14 octobre avec Thierno Amadou Balde –
https://youtu.be/keioX07CiEI

Pour contribuer aux frais de justice, tant pour le procès d’Imperia que pour celui qui s’ouvrira à Turin après la clôture de l’enquête :

IBAN : IT58H3608105138280345080353

OBJET : solidarité avec Moussa Balde

(immagine di copertina da Meltingpot.org: Pestaggio a Moussa Balde: al via il processo contro gli aggressori)

Moussa Balde e la sua famiglia non sono soli

Riceviamo e pubblichiamo (Ita, English below).


MOUSSA BALDE E LA SUA FAMIGLIA NON SONO SOLI

 

Il 14 ottobre saremo davanti al tribunale per dire che Moussa e la sua famiglia non sono soli, che a Ventimiglia c’è stato un pestaggio razzista e che il suicidio di Moussa è un omicidio di Stato.

Il 14 ottobre alle ore 9.00 si terrà presso il tribunale di Imperia la prima udienza che vede come imputati i tre italiani che il 9 Maggio 2021 a Ventimiglia aggredirono Moussa Balde con calci, pugni, tubi di plastica e una spranga. L’accusa è lesioni aggravate dall’uso di corpi contundenti.  La questura di Imperia ha voluto escludere l’aggravante dell’odio razziale.

Trasferito al pronto soccorso di Bordighera per le medicazioni urgenti, Moussa era stato dimesso con 10 giorni di prognosi. Quindi, poichè era emersa la sua irregolarità sul territorio nazionale, a sole 24 ore dall’aggressione era stato portato direttamente al centro di detenzione Cpr di Torino, nonostante le sue immaginabili condizioni di salute e
psicologiche.

Da subito era stato rinchiuso nell’area Rossa insieme ad altri detenuti, e poco dopo era stato spostato in isolamento all’interno della sezione denominata “Ospedaletto”, dove già nel 2019 un’altra persona, H.F., si era tolta la vita dopo esservi rimasta rinchiusa per 5 mesi. Ad ora non sono chiare le ragioni che hanno determinato la scelta arbitraria di spostare in isolamento una persona in già critiche condizioni psicofisiche.

Moussa è finito al CPR senza aver mai firmato nessuna testimonianza sulla sua aggressione e senza che gli sia stata posta alcuna domanda sullo svolgimento dei fatti. Non ha ricevuto nessuna visita psicologica ma è stato rinchiuso a Torino con ancora i punti in faccia, e mentre il suo avvocato l’aveva cercato per diversi giorni, nessuno era riuscito a rintracciarlo perchè Moussa era stato registrato al CPR con un nome diverso da quello segnato dalla questura di Imperia.

I suoi aggressori giravano a piede libero e lui finiva recluso. Non poteva sapere che una parte di Italia solidale si stava attivando per rintracciarlo e sostenerlo, e nemmeno che il video della sua aggressione era diventato virale su media e social network: all’interno del CPR non si possono tenere i telefoni, così da essere completamente tagliati fuori da ciò che succede all’esterno e non poter raccontare quello che accade lì dentro.

I compagni di prigionia che hanno iniziato una protesta quando hanno saputo la notizia della sua morte, hanno raccontato che la notte del 22 maggio l’avevano sentito urlare a lungo e chiedere l’intervento di un dottore senza mai ricevere risposta.  La mattina di domenica 23 maggio 2021 è stato trovato impiccato nella sua cella.
Ad oggi la causa ufficiale della morte di Moussa Balde è di suicidio, nonostante sia anche in corso un’inchiesta per omicidio colposo.

La morte di Moussa non è stata nè “fatalità” nè il frutto di una catena di inadempienze, ma la conseguenza del razzismo strutturale del sistema in cui viviamo.
Gli odiosi fatti della vicenda ci dimostrano quanti siano i livelli di discriminazione che hanno contribuito a coprire la bara di Moussa:
prima le infinite attese per il permesso di soggiorno, tempistiche che lo avevano spinto a sopravvivere ai margini di questa società da cui, con ogni sforzo, aveva tentato di farsi accettare seguendo tutto quello che il sistema dell’accoglienza gli chiedeva di fare, prendendo la licenza media, imparando l’italiano, facendo volontariato. Dopo cinque anni di peregrinazioni burocratiche e un tentativo fallito di ritentare maggior fortuna in Francia, era finito in strada senza più chance né progetti, come succede a tantissime persone.
Quindi l’aggressione di gruppo da parte di tre uomini bianchi in pieno giorno, in centro città e sotto gli occhi di numerosi passanti.
Dopo il danno la beffa, e anzichè ricevere le tutele che avrebbe dovuto come sopravvissuto a un linciaggio, è stato immediatamente portato al CPR non per ciò che aveva fatto, ma per ciò che era: un clandestino senza quei documenti che gli erano stati negati nonostante i suoi sforzi.
E poi l’ultima botta di un razzismo che gli è stato infine fatale: poichè Moussa era solo un immigrato sulla strada di tre onorevoli cittadini italiani che l’hanno massacrato, è stato spinto a pagare col silenzio quello che ha visto e subito quel pomeriggio del 9 maggio.

Perchè tanta fretta nell’allontanare Moussa da Ventimiglia dato che era il primo testimone dell’aggressione ai suoi danni? Perchè continuare a negare per giorni la sua presenza all’interno del centro, quando si domandava ripetutamente al CPR se Moussa si trovasse lì? Perchè costringerlo all’isolamento nel momento di maggiore vulnerabilità?

Sono queste e molte altre le domande alle quali non ci illudiamo verrà mai data una risposta.
I suoi aggressori sono vivi e liberi, il CPR continua a macinare vite e Mamadou Moussa Balde è morto a ventidue anni.

CONTRO TUTTI I RAZZISMI e per la  libera migrazione di tutte e tutti.

Per l’abolizione e la chiusura di tutti i Cpr.

CI VEDIAMO IL 14 OTTOBRE AD IMPERIA

Solidali di Ventimiglia

 

 

MOUSSA BALDE AND HIS FAMILY ARE NOT ALONE

On October 14th, we will stand in front of the courthouse to say that Moussa and his family are not alone, that there was a racist attack in Ventimiglia, and that Moussa’s suicide is none other than a murder by the state.

On October 14th at 9 a.m., the first hearing will be held at the Imperia courthouse involving the three Italians who, on May 9th, 2021 in Ventimiglia attacked Moussa Balde with kicks, punches, plastic pipes and an iron rod.
The charge is injury aggravated by the use of blunt instruments. The Imperia police headquarters want to rule out racial hatred as an aggravating factor.

Transferred to Bordighera’s hospital for urgent medical attention, Moussa was released with a 10-day prognosis. Then, due to his illegal status on Italian national territory, only 24 hours after the attack he had been taken directly to the Cpr detention center in Turin, despite his concevable physical and psychological condition.

Immediately he was locked up in the Red area along with other detainees, shorlty thereafter moved to solitary confinement within the section called “Ospedaletto,” where already in 2019 another person, H.F., killed himself after being locked up there for five months.
Even now, the reasons behind the arbitrary decision to move a person in an already critical mental and physical condition to solitary confinement are unclear.

Moussa ended up in the CPR without ever having signed any testimony about his assault and without being asked any questions about the course of events. He received no psychological examination but instead was locked up in Turin with stitches still on his face, and while his lawyer had been looking for him for several days, no one had been able to find him because Moussa was registered at the CPR under a different name from the one marked by the Imperia police.

His attackers were walking around free and he ended up in confinement. He could not have known that a part of Italy was taking action in solidarity to find and support him, nor that the video of his attack had gone viral on media and social networks. Inside the CPR no one is permitted to keep phones, so that one is completely cut off from what happens outside, and cannot speak out about what happens inside.

Fellow detainees who began a protest as soon as they learned the news of his death reported that on the night of May 22nd, they heard him screaming for a long time and asking for a doctor’s intervention without ever receiving a response. On the morning of Sunday, May 23rd, 2021, he was found hung in his cell.
To date, the official cause of Moussa Balde’s death is suicide, although a manslaughter investigation is also underway.

Moussa’s death was neither a random ‘fatality’ nor the result of a chain of neglect, but the consequence of the structural racism of the system in which we live.
The hateful facts of this case show us how many levels of discrimination contributed to covering Moussa’s coffin:

firstly, the endless waits for a residence permit, timelines that had pushed him to survive on the margins of this society by which, with every effort, he tried to be accepted by following everything the reception system asked him to do, taking his middle school diploma, learning Italian, volunteering. After five years of bureaucratic wanderings and a failed attempt to try his luck again in France, he had ended up on the street with no more chances or plans, as it has happened to so many others.
Second, the group attack by three white men in broad daylight, in the city center and in front of the eyes of many passersby.
After the harm came the mockery: instead of receiving the protections he should have had as a survivor of a lynching, he was immediately taken to the CPR not for what he had done, but for what he was: an illegal immigrant without the documents he had been denied despite his best efforts.
And lastly, the final blow of a racism that was ultimately fatal to him: because Moussa was just an immigrant in the face of three honorable Italian citizens who slaughtered him, he was driven to pay with his silence for that which he saw and suffered that afternoon of May 9th.

Why such a rush to remove Moussa from Ventimiglia when he was the first eye witness to the attack on himself? Why continue to deny for days his presence inside the center when it was repeatedly asked at the CPR if Moussa was there? Why force him into solitary confinement at his most vulnerable moment?

It’s these and many other questions that we are under no delusions that will ever be answered.

His attackers are alive and free, the CPR continues to grind lives, and Mamadou Moussa Balde is dead at the age of twenty-two.

AGAINST ALL RACISMS and for the free migration of everyone everywhere.

For the abolition and closure of all CPRs/retention centers/lagers.

SEE YOU ON OCTOBER 14th IN IMPERIA

Those In Solidarity from Ventimiglia

(Foto copertina tratta da Fatto Quotidiano)

Sciacalli ai confini d’Europa

Giovani uomini, ma anche famiglie, donne e minori non accompagnati provenienti da Siria, Kurdistan, Pakistan, Afghanistan, Iran, Bangladesh percorrono, da circa tre anni, la rotta balcanica attraversando la Serbia, la Bosnia, la Croazia, la Slovenia fino all’Italia. La maggior parte di essi non ha intenzione di fermarsi e fare richiesta di asilo in nessuno di questi stati. Bloccate dalla frontiera croata con un uso massiccio della forza e della tortura da parte della polizia, le persone in viaggio hanno formato enormi accampamenti informali prima in Serbia e, poi, in Bosnia. Successivamente, un mix di gruppi intergovernativi (International Organization for Migration – IOM e United Nations High Commissioner for Refugees  – UNHCR) e non governativi hanno iniziato a gestire o collaborare alla gestione di campi formali altrettanto enormi, in Bosnia.

Noi siamo medici. Negli anni scorsi abbiamo preso attivamente parte alla lotta no border in Italia e, questa volta, abbiamo partecipato a una spedizione organizzata a seguito del crescendo di notizie sulle violenze e situazioni inumane alle quali è sottoposto chi tenta questo attraversamento.

Abbiamo raggiunto Bihać, nel cantone Una-Sana, al nordovest della Bosnia, al confine con la Croazia – circondata da monti e attraversata dal fiume Una. Durante la guerra (tra il 1991 e il 1995) gli abitanti di questa zona hanno vissuto nei rifugi antiaerei, senza acqua ed elettricità, con il cibo razionato. Secondo il Centro di documentazione e ricerca di Sarajevo, a Bihać sono state uccise 4.856 persone [i].

In questo luogo senza pace, abbiamo potuto conoscere la violenza e la privazione di libertà a cui è sottoposto chi ha un passaporto che non vale nulla, in Europa e nelle sue vicinanze. Abbiamo potuto visitare: siti “di accoglienza” considerati più “dignitosi” per nuclei familiari, donne e minori non accompagnati; enormi campi informali; scheletri di edifici incompiuti o cadenti occupati nel tentativo di salvarsi dal freddo; abbiamo incontrato persone malmenate e torturate dalle diverse polizie, marchiate nei corpi da segni permanenti che molti altri, prima di noi, hanno descritto e raccontato. Esperienza nuova per noi e non comune per chi, in generale, si oppone a tale sistema, abbiamo potuto rivolgere domande dirette a chi fa parte dei grandi gruppi intergovernativi che “normalizzano”, gestiscono e legiferano il destino di chi viaggia.

Dai disegni di Emanuele Giacopetti per il reportage “Do you remember Balkan Route?” (https://www.doyourememberbalkanroute.org

Il 16 marzo 2016, dopo la chiusura della rotta Balcanica occidentale, Europa e Turchia siglarono un accordo con lo scopo di fermare la migrazione irregolare attraverso la Turchia. In base a esso, tutti i migranti irregolari e richiedenti asilo giunti alle isole greche, le cui richieste di asilo fossero state rigettate, andavano ricondotti in Turchia. Rimandiamo al sito del Parlamento Europeo per la lettura del testo dell’accordo che appare come un’improbabile e allucinatoria previsione del futuro, parzialmente smentita dai fatti. Tra le voci del trattato era previsto che la Turchia si impegnasse a migliorare le condizioni della crisi umanitaria in Siria[ii]

Tutto ciò ha portato alla deviazione dei flussi migratori attraversi la Serbia, la Bosnia, la Croazia, la Slovenia e infine l’Italia.

A partire dal 2017 e poi nel 2018 sorgono enormi accampamenti informali in Serbia e in Bosnia. Successivamente nascono in Serbia numerosi centri governativi per migranti, mentre in Bosnia i campi formalmente riconosciuti sono gestiti da International Organization for Migration (IOM, Organizzazione inter-governativa che include 173 paesi, il cui obiettivo sarebbe quello di promuovere condizioni migratorie “umane e ordinate”) e United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), fondato dopo la seconda guerra mondiale.

Da ormai molti anni, sul territorio europeo, diversi gruppi si sono organizzati per dare supporto al transito di coloro che abbiamo deciso di chiamare semplicemente “persone in viaggio”, per non sottostare al meccanismo di divisione in categorie che facilita la distanza e la de-responsabilizzazione.

Da diversi anni incontriamo, nelle nostre strade, donne e uomini sopravvissuti a violenze di ogni genere subite nel corso di questa e altre rotte[iii]

Questo testo deriva da una breve ma traumatica esperienza lungo una frontiera per noi nuova, a confine tra Bosnia e Croazia, sempre più nota per le condizioni di transito inumane, le violenze e le torture efferate perpetrate quotidianamente nei confronti di chi tenta di attraversarla.

Primo Giorno 28/10/19

Il parco dei giovani zoppi

Arriviamo a Bihać, nel cantone Una-Sana, territorio bosniaco confinante con la Croazia, intorno alle 13. Abbiamo alcune informazioni da persone che sono già state in questa zona.

Il passaggio del confine è molto difficile, tanto che il traffico, in questa zona, utilizza una figura definita “runner” che fa da apri-pista per valutare la possibilità del passaggio. I campi formali in Bosnia sono tutti gestiti da IOM che assume personale di sicurezza privata e operatori senza alcuna esperienza, (anche per lavorare con minori),  pare assunti tramite campagne su facebook. La procedura per la richiesta di asilo in Bosnia sembra sia molto complessa, ma praticamente nessuno chiede asilo qui.

Partiamo per andare al campo Borici, aperto dal gennaio di questo anno, un edificio dove sono ospitati donne, famiglie e minori e persone definite “con fragilità”. Il “campo modello” del governo. È un edificio, in un parco, la cui destinazione precedente era una casa per studenti.

Quando arriviamo ci sono molti ragazzi giovani e bambini che escono dal palazzo. Fuori c’è un operatore della sicurezza. Tre di noi hanno il permesso per entrare. Da una salita sterrata arriviamo in un piazzale. L’aspetto esterno è abbastanza diroccato. Nel piazzale ci sono 4-5 container. Ci sono bambini che giocano, molte donne e pochi uomini. Ci viene incontro la responsabile e ci dice che potrà dedicarci poco tempo a causa di problemi di sicurezza all’interno della struttura. All’interno ci sono 350 persone, soprattutto famiglie. La maggioranza delle persone viene da Pakistan, Siria, Irak, Kurdistan, Afghanistan. Attualmente non sembrano esserci minori non accompagnati. Il tempo medio di permanenza è di circa 3 mesi. Inoltre c’è un’associazione locale che lavora con le donne. Ci dicono che un medico del servizio sanitario nazionale è al campo 6 volte a settimana e c’è la possibilità di accesso all’ospedale di Bihać per i casi più urgenti. Inoltre affermano che un autobus porta i bambini tutti i giorni a scuola.

Mentre la responsabile ci spiega le caratteristiche del campo, all’improvviso un uomo nel piazzale si accascia a terra circondato da diverse donne. Sembra una crisi epilettica (vera o simulata) e, a un certo punto, arriva un giovane medico. Diverse  persone aiutano l’uomo ad alzarsi,  poi lui corre e inizia a dare dei pugni sulla parete di un container. La responsabile dice che non può più seguirci, parliamo con una giovane operatrice di IOM. Lei  racconta che ha visto gente permanere nel campo anche per un anno. Subito ci dicono di allontanarci per la nostra incolumità e, successivamente, un presunto rappresentante di una ONG arriva trafelato per annunciare che la situazione è molto pericolosa. Vediamo arrivare una macchina della polizia e un’ambulanza.

Nel frattempo il gruppo di noi rimasto all’esterno incontra delle persone di origine afghana nel parco. Tra loro F., una ragazza afghana che viveva in Iran da 21 anni, ha deciso di scappare di casa perché i genitori volevano che sposasse un cugino. Fugge con il suo compagno verso l’Europa e, a Borici, si incontrano anche con un altro parente. Tutti insieme ci dicono che il campo di Borici è molto affollato, ci sono più famiglie (8-10 persone) in una stessa stanza, il cibo non è buono. Vogliono andare in Francia o in Belgio poiché consigliati da amici che gli hanno detto che il sistema eurodac, per l’identificazione delle impronte digitali, non funziona in questi paesi, e quindi non sarebbero rispediti nel primo paese europeo di arrivo. Esprimiamo i nostri dubbi su questo fatto, ma forse con scarso successo.

Sia a F. che al suo compagno è stato rotto il telefono dalla polizia croata, ma non sono stati picchiati, come hanno visto invece accadere ad altre famiglie anche con bambini e donne anziane a cui erano stati anche bruciati i vestiti. Altri due uomini adulti sono conoscenti o familiari della coppia di ragazzi, uno più anziano ci dice che il più giovane, di 18 anni, è stato brutalmente picchiato dalla polizia croata a seguito di uno dei sei tentativi di attraversare la frontiera. Il più giovane mostra la gamba sinistra evidentemente deformata da una precedente frattura e ha visibilmente problemi a camminare.

Insieme a questi ultimi andiamo poi verso la sede di IOM e lungo questo tratto di strada l’uomo più anziano ci dice che uno dei problemi più gravi è che, oltre alla polizia croata, ora nei boschi intorno alla frontiera ci sono persone armate di coltelli che rapinano e feriscono chi passa. Alle nostre domande sulla possibile identità di questi uomini, ci dicono che alcuni di essi sono dei trafficanti.

Tornando verso il campo, passiamo nel parco, in cui camminano molte persone che vivono dentro o intorno a Borici, qualcuno porta con sé  buste della spesa.

Molti tra questi giovani zoppicano.

Passiamo di fronte a un grande edificio che pare contenga facoltà islamiche di diritto e pedagogia.

Incontriamo l’altra parte del nostro gruppo, che ci racconta di come la visita al campo di Borici si sia interrotta bruscamente.

Andiamo a vedere se c’è qualcuno in un moderno edificio diroccato, in centro, occupato, praticamente senza mura, dove pare che molti giovani tentino di rifugiarsi almeno durante la notte. Sul corso del fiume incontriamo diversi ragazzini, molti di loro minorenni. Iniziamo a parlarci, molti sono afghani e siriani, hanno quasi tutti la scabbia. Alcuni tra i siriani sono stati fermati in Croazia e in Italia nel tentativo di passare le frontiere e riportati indietro. I documenti rilasciati durante questi respingimenti illegali operati dalla polizia italiana sono stati sequestrati dalla polizia croata. Dicono che la polizia croata è Mafia.

Uno di loro, un ragazzo di 20 anni siriano, dice che anche in città la polizia bosniaca non li lascia stare seduti sugli argini del fiume. Un altro giovane siriano ha la metà destra del corpo ampiamente ustionata e un occhio gravemente lesionato. I suoi amici ci dicono che deve essere operato e ci chiedono come questo possa essere fatto, se in Bosnia o in “Europa”. Parliamo brevemente con lui, ci spiega che un anno prima, in Siria, durante un bombardamento aereo, ha riportato ampie ustioni su tutto il corpo.
Tutti dicono che l’unica acqua che bevono è quella del fiume Una.
Usiamo quasi tutta la crema anti-scabbia che abbiamo, molti antibiotici e alcuni farmaci per il dolore.

Secondo Giorno 29/10/19

La mafia è un elefante bianco

In mattinata incontriamo i rappresentanti di UNHCR. Ci parlano inizialmente dei dati sul transito di persone in Bosnia. Dicono che attualmente ci sarebbero circa 8000 persone nel paese e stimano che almeno il 20-30% in più non siano intercettati dal sistema. Intorno a 3900 si troverebbero nei centri e almeno lo stesso numero al di fuori di essi. Molte famiglie e minori non accompagnati. L’UNHCR ha gruppi definiti “out-reach” per la ricerca di soggetti sul territorio che definiscono “più vulnerabili”. In totale 672 persone, a loro dire, hanno iniziato la procedura d’asilo in Bosnia ma dicono che il sistema per la richiesta non funziona. Sottolineano il proprio impegno nel migliorare questo sistema. In totale pare siano state concesse solo 16 protezioni sussidiarie nel 2018, mentre 604 persone attendono la risoluzione della richiesta.

Imputano al contrasto tra il governo centrale e quello cantonale le colpe per il malfunzionamento del sistema d’asilo. Si insiste molto su questo tema.
Chiediamo se una eventuale richiesta di asilo in Bosnia potrebbe poi impedire il successo di una successiva procedura iniziata in un altro paese d’Europa. Una di loro dice chiaramente: “we are against onward movement, you don’t choose the place where you ask for asylum, we explain to the people that Bosnia has a system in place…”; dunque esprimendo apertamente la propria opposizione a qualsiasi prosecuzione del viaggio successivo a una eventuale richiesta di asilo in Bosnia, imputando tali movimenti all’azione di mafie e trafficanti. Proviamo a esprimere la nostra opinione sul fatto che sia possibile chiedere asilo politico in Bosnia e poi restarci davvero, e le nostre perplessità circa la posizione degli Stati di bloccare delle persone per dei tempi lunghissimi in spazi non idonei.

Continuando a soffermarsi su ciò che ritengono problematico, dicono che frequentemente i loro operatori legali si trovano in difficoltà nel sospetto di una “bogus family composition”, in quanto le persone, a loro dire, non dichiarano lo stesso numero di componenti della famiglia per tutta la durata del viaggio e quando vengono riconosciuti. Per questo si ritiene che non siano “veri” parenti, e che, anche in questo caso, si tratti di situazioni di traffico e sfruttamento, soprattutto per i minori. A nostra domanda su come intendessero gestire questo fenomeno, se volessero avvisare la polizia per iniziare un procedimento legale contro le persone sulla cui composizione familiare ci fossero stati dei dubbi, rispondono in maniera affermativa. Un segno chiaro di ciò sarebbe il fatto che una persona si dichiari zio/zia di qualcuno/qualcuna e poi si separi da esso/essa magari continuando il viaggio indipendentemente. Ci figurano la possibilità di una sorta di controllo e comunicazione delle composizioni dei nuclei familiari in diversi paesi per reprimere queste “pratiche”. Non viene assolutamente presa in considerazione la nostra obiezione che evoca un diverso concetto di famiglia che potrebbe influenzare tali dinamiche.
Una dei rappresentanti UNHCR continua a formulare metafore su degli elefanti: “C’è un’enorme elefante bianco in mezzo alla stanza di cui non ci stiamo occupando” … “se si vuole mangiare un elefante bisogna farlo a pezzi”.

Poiché continuiamo a fare discorsi sulla libertà di movimento, su come anche gli europei non restino bloccati nel primo paese nel quale migrano, eccetera, a un certo punto, iniziano a dire che forse il termine “mafia” era inappropriato. Probabilmente pensando che, in quanto italiani, il termine ci avesse offeso.

All’improvviso finisce il nostro tempo, perché gli operatori UNHCR hanno altri meeting.

Andiamo poi al campo di Sedra. Un altro campo per famiglie e minori non accompagnati, allestito in un vecchio hotel. È un vecchio edificio abbastanza cadente, al secondo piano piove all’interno. C’è poco da dire, ci sembra che i campi abbiano implementato di molto la condizione occupazionale della gioventù locale. I lavoratori che incontriamo sembrano ben disposti verso i rifugiati che vi abitano. Ci raccontano dei turni di 14 ore al giorno delle cuoche della croce rossa.

Dopo la visita, raggiungiamo l’altro gruppo che si trova di fronte al campo di Bira, un altro campo da 1200 posti gestito da IOM dove opera anche Save the children, al quale non ci è permesso l’accesso.

Fa molto freddo. Visitiamo molte persone nel parcheggio, molti ragazzi giovani (anche minorenni), tutti senza vestiti adatti per quel clima, molti con sandali. Aspettano lì fuori, al gelo, di entrare nel campo; quasi tutti hanno ferite infette e scabbia.

Dei ragazzi afghani iniziano a parlarci, è da molto tempo che aspettano di entrare, ma sembra che il campo sia pieno. Molti di loro trovano riparo in un edificio abbandonato non lontano, chiedono se vogliamo andare a vederlo. Ci accompagnano verso una grande costruzione diroccata, senza finestre e in alcuni punti anche senza pareti, sotto una pioggia che si infittisce. Salendo le scale si arriva a un secondo piano invaso dal fumo. In ogni stanza è stato acceso un fuoco, il pavimento è completamente ricoperto di carta e plastica. Ci saranno una cinquantina di persone, ma ci dicono che dormono li in 300 circa. I ragazzi hanno pochi materassi per terra e qualche coperta. Facciamo varie medicazioni e ad alcuni diamo degli antibiotici per malattie dell’apparato respiratorio. Quasi tutti hanno la scabbia, quindi avendo finito il farmaco diciamo che torneremo nel pomeriggio del giorno dopo.
Torniamo al campo di Bira, vediamo molta polizia arrivare. Raccolgono tutte le persone che stazionano nel parcheggio al di fuori del campo e le portano via.

Dopo un’ora da questa retata nuove persone al freddo e sotto la pioggia si avvicinano nuovamente al cancello del campo nella speranza di poter entrare. Tra di loro un ragazzo di provenienza afghana nato nel 2005, ha con sé un documento di identificazione. È appena arrivato da Sarajevo. Cerchiamo di mediare all’entrata del campo con un responsabile dell’IOM per capire se è possibile farlo entrare. Dopo una mezz’ora esce dal campo un funzionario di Save the children che controlla i documenti del ragazzo e gli dice di avvicinarsi alla rete di separazione. Improvvisamente, almeno una ventina di bambini compaiono dal nulla attorniando il funzionario e cercando di attirare la sua attenzione, mostrandogli i documenti sui quali è scritta la loro età.

La sera incontriamo brevemente una operatrice di una nota ONG della zona, che ci spiega l’attività dell’organizzazione. Sembra vi siano importanti limitazioni poste dal governo del cantone Una-Sana.

Ci dice di una circolare che è stata emanata dal governo locale, la quale impedisce ai cittadini di affittare casa alle persone migranti, di ospitarle o di fare qualsiasi atto che determini un assembramento in strada.

La sera apprendiamo che un cameraman solitamente filma e pubblica sui social network le operazioni di polizia.

Terzo Giorno 30/10/19

Leggende di frontiera

La mattina partiamo in auto alla volta di Velika Kladuša, a circa una 40 di km da Bihać.

Lungo il percorso, che in buona parte corre parallelo al confine con la Croazia, incontriamo diverse persone che camminano sulla carreggiata, nonostante il freddo e la pioggia. Ci fermiamo due volte nel tentativo infruttuoso di approvvigionarci presso farmacie locali di antibiotici, ormai agli sgoccioli. Alla seconda sosta avviciniamo un gruppo di persone presso un edificio in disuso, molto sporco, dove avevano riposato. Erano all’ennesimo tentativo di superare la frontiera, vittime di furti e delle consuete umiliazioni, percosse, vessazioni operate dalla polizia croata, non rare anche da parte della polizia slovena.

Li medichiamo e forniamo loro alcuni antidolorifici per i traumi. Raggiungiamo il parcheggio dell’ospedale di Velika Kladuša. Ci viene incontro una giovane attivista francese dell’associazione No name kitchen, un’organizzazione internazionale di volontari per il supporto al transito, che ci rende partecipi delle difficoltà e delle limitazioni nel poter fornire aiuto alle persone in viaggio. Per loro infatti, è necessario rinnovare mensilmente un documento con i dati anagrafici e il domicilio, cosa mai richiesta ad altre persone che sono in Bosnia con un visto turistico.

Giunge quindi una operatrice di MSF, accompagnando 2 giovani uomini, uno in sedia a rotelle e un altro che zoppica, provenienti da una casa occupata visitata da lei nel corso di un monitoraggio. Parlano di altre persone che vivono nell’occupazione e sono in condizioni pessime. I due ragazzi presentano un quadro di scabbia grave con sovra-infezione. Il giovane in sedia a rotelle appare molto debilitato e probabilmente febbrile, alza la testa solo quando la ragazza si rivolge a lui in arabo, per poi ritornare ad accasciarsi su sé stesso. Viene deciso di provare a portarlo presso il campo cittadino Miral. Seguiamo con la nostra auto il loro furgone, arrivati presso il campo ci fermiamo presso il parcheggio esterno. Veniamo dopo poco raggiunti dalle solite guardie private presenti in tutti i campi gestiti IOM che, dopo averci chiesto i documenti, ci intimano con atteggiamento irridente di allontanarci per la nostra incolumità.

Ritornati a Bihać, ci rechiamo all’edificio occupato che si trova nelle vicinanze del campo di Bira. L’aria è ancor più irrespirabile del giorno prima, piove e fa freddo e ci sono molti fuochi accesi nelle stanze. Ci fanno entrare nella stanza meno sporca e dove non c’è un fuoco, per poterli visitare. Il pavimento è ricoperto di scatole di cartone e in un angolo c’è un tappeto. È una moschea improvvisata.

Tutti si accalcano intorno chiamandoci per mostrarci le ferite infette procuratesi nel grattarsi a causa della scabbia, molti hanno la gola arrossata e le tonsille gonfie. Alcuni hanno i piedi rotti da manganellate della polizia croata con ferite aperte e vogliono disperatamente una medicazione per coprirli. Le piante dei piedi, in alcuni casi, hanno ferite poiché la polizia croata gli prende le scarpe, oltre a tutto il resto, costringendoli a camminare scalzi per chilometri. Finiamo praticamente tutti i farmaci che abbiamo e ci accompagnano fuori.

Torniamo davanti al campo di Bira, fa sempre più freddo e piove, ma lì di fronte c’è sempre una folla di giovani fantasmi con coperte in testa per ripararsi, come possibile, dal freddo. Aspettano la notte.

A qualcuno hanno detto che se riesci a resistere, ad aspettare fino a notte inoltrata, a volte, c’è un operatore anziano che ti fa entrare. Ad altri hanno detto, a Tuzla, che forse, quando arriverà la neve, ci saranno degli autobus italiani che verranno per portarli in Italia.

Un ragazzo non riesce più a sedersi per le ferite dovute alla scabbia. Gli diamo ciò che resta dei farmaci. A un altro che ha la febbre diamo un antinfiammatorio, sarebbe meglio assumerlo a stomaco pieno, ma lui non mangerà per oggi.

Giovani pakistani raccontano di essere stati picchiati selvaggiamente dalla polizia croata al confine, un loro amico diciassettenne è stato massacrato di botte da una poliziotta slovena, poiché rifiutava di firmare il foglio in cui era scritto che era maggiorenne.

Molte sono le torture di cui raccontano. Dicono che, in inverno, la polizia croata, dopo aver preso soldi, distrutto telefoni e bruciato vestiti, bagna le persone con acqua gelida e le lascia in un furgone con l’aria condizionata fredda accesa, al contrario dell’estate, quando li lasciano con l’aria condizionata calda.

Oppure, dopo avergli tolto le scarpe, usano i lacci per immobilizzarli ai polsi e poi li spingono giù per terreni scoscesi. Bastonano le persone coi manganelli per lunghissimi minuti, fino a fratturargli gli arti, poi li obbligano a tornare indietro verso la Bosnia.

Ci dicono di respingimenti operati informalmente e nottetempo dalle polizie croata, slovena e italiana, con un percorso a ritroso verso la Bosnia, e nessun documento scritto.

Quarto Giorno 31/10/19 – La città e l’incubo

Andiamo al campo di Vucjak, un enorme campo informale dove ci saranno almeno 800 persone..

Il campo si trova sulla linea di fuoco della guerra degli anni 90 e sono presenti numerosi campi minati nelle vicinanze..

All’ingresso c’è la polizia, ci chiedono i documenti e raccomandano di restare uniti. Piove, fa molto freddo, c’è fango e spazzatura ovunque, molte persone camminano tra grandi tende e tende più piccole. Molti non hanno che sandali. Le tende più ampie sono tutte fornite dalla mezzaluna rossa turca, sembra che siano state spostate qui dal campo di Bira.

Costantemente, con retate effettuate nelle città, le persone sono portate qui dalla polizia. Diversi ragazzi ci chiamano per mostrarci le tende in cui entra acqua, non hanno abbastanza vestiti e coperte, molti si sentono male. Capiamo che per loro è complicato anche solo raggiungere l’ambulatorio più vicino poiché la polizia non li fa uscire dal campo. Devono fare dei complicati percorsi per aggirare il blocco.

Il campo sembra la città di un futuro distopico o di un incubo. In mezzo al fango ci sono esercizi commerciali, una specie di bar e un mercato, e in alcune tende più grandi alcuni ragazzi impastano il pane in grandi bacinelle di plastica. In molte zone del campo ci sono fuochi, nei quali viene gettata anche la spazzatura. Ovunque c’è fumo nero e si sente odore di plastica bruciata.

Tra le tende e il fango si aggirano dei giornalisti, anche italiani, che riprendono le persone senza chiedere alcun consenso.

Ritorniamo nel parcheggio del campo Bira, dove come sempre, ci sono molti ragazzini che aspettano di poter entrare.

Alcuni pakistani ci parlano del fatto di non avere un posto dove stare e di non voler andare nella fabbrica abbandonata perché lì un ragazzo è morto di freddo. Dicono di aver visto il cadavere che veniva portato via da qualcuno venuto da fuori.

Un ragazzo di 16 anni ci mostra un’infezione diffusa a una mano e ci dice che ha bisogno di assistenza medica. Cerchiamo attraverso il cancello di parlare con persone che si occupino di minori, vediamo un ragazzo bosniaco che indossa la maglia di Save the children e gli urliamo attraverso le sbarre che fuori c’è un minore con un problema infettivo. Dice che non è sua responsabilità, ma dell’IOM e si allontana velocemente. Allora cerchiamo di chiamare una donna che invece indossa una maglia di IOM, costei ci dice che il ragazzo deve aspettare indicando un punto vicino alla recinzione. Intanto si rivolge in bosniaco a uno strano individuo di una certa età, vestito in borghese, che continua a guardarci con apparente sguardo di scherno.

Sembra che non parli inglese, dopo un po’ gli si affianca un’altra persona più giovane, alto, anch’essa in borghese che però sembra una specie di guardia del corpo. Ci chiede chi siamo e se facciamo parte di qualche associazione, diciamo di no, quindi ci dice lentamente ma decisamente che davanti al campo non si può stare, per problemi di sicurezza, e ci invita a lasciare l’area.

Più tardi scopriremo che l’individuo più anziano è il responsabile della polizia dell’ufficio stranieri.

Decidiamo di ripartire perché provati. Inoltre abbiamo finito tutti i farmaci ed evidentemente la nostra possibilità di agire è, per il momento, molto ridotta.

Tornando in macchina verso l’Italia incontriamo molte persone in cammino, nonostante il freddo e la pioggia.

Per noi il passaggio delle frontiere tra Bosnia e Croazia e tra Croazia e Slovenia è rapido. Il controllo è costituito da un rapido sguardo dentro la macchina e ai passaporti.

A un certo punto, a circa 20 km da Trieste, vediamo due ragazzi che camminano sulla carreggiata. Un centinaio di metri dopo, un cellulare della polizia fermo. Pensiamo di tornare indietro per fare qualcosa, avvertirli, prenderli con noi, ma già un’altra macchina della polizia era giunta ai ragazzi, dietro di noi, li aveva fatti sedere a terra e gli illuminava il volto con le torce. Un poliziotto che stava manovrando il cellulare per tornare indietro, si era fermato e aveva già aperto il portellone sul retro.

[i] https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2019/11/05/bosnia-migranti-rotta-balcanica-vujiak

[ii] http://www.europarl.europa.eu/legislative-train/theme-towards-a-new-policy-on-migration/file-eu-turkey-statement-action-plan(1/11/19)

[iii] Vedere ad esempio l’articolo sul sito Parole sul confine: “Malati di confine”. Analisi di un anno di report medicali alla frontiera di Ventimiglia (https://parolesulconfine.com/malati-di-frontiera-analisi-di-un-anno-di-report-medicali-alla-frontiera-di-ventimiglia/)

 

                Bosnia 28-31 novembre 2019

Di navi in balìa delle onde

Era agosto, anno 2018, una nave carica di persone aspettava penosamente un’autorizzazione, per attraccare al porto di Catania.

Adesso l’anno è quello nuovo, ma ancora ci ritroviamo a seguire le vicende di imbarcazioni – la Sea Watch e la Sea Eye 3 – che effettuano il soccorso in mare ai migranti e che vengono, quindi, rifiutate dai porti di mezza Europa. Di nuovo, una meschina contesa di potere si gioca sulla vita e la sofferenza di persone in condizioni di assoluta difficoltà.

Pubblichiamo una breve lettera: semplici parole una in fila all’altra, scritte in occasione della “crisi” relativa alla nave Diciotti.
Tornando d’attualità, queste parole ci parlano di come l’Europa continui a morire – e noi, suoi cittadini privilegiati, insieme a lei – ad ogni minuto che una di queste navi, cariche di un’umanità viva e sofferente, resta in balìa delle onde.
Forse è vero che ci si abitua a tutto. Come è vero che dimenticare è più facile che ricordare.

Scriviamo dalla Liguria, una delle regioni che più intensamente ha conosciuto e vissuto la lunga e triste stagione delle oceaniche migrazioni italiane, ma in quanti conoscono la storia del naufragio del Sirio? In quanti si emozionano alle prime battute del canto che ce lo racconta: E da Genova il Sirio partivano per l’America varcare, varcare i confin…?
Avremmo forse più chiaro che, sulle migrazioni, c’è sempre stato qualcuno pronto ad arricchirsi, mentre altre ed altri pagano, anche con la vita. Sapremmo che questa storia è anche la nostra e sentiremmo quanto l’attualità ci riguarda.

Con l’augurio che il 2019 porti quel coraggio di ribellarsi e predere posizione che finora è mancato alle nostre latitudini.


Ho una sorella per la quale, come è quasi scontato, mi butterei nel fuoco, se servisse a salvarla.

Per lei mi preoccupo nei momenti difficili, per lei mi riempio di gioia quando supera un traguardo importante.

Abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto, ci facciamo gli auguri ai compleanni e alle feste comandate, abbiamo fatto assieme delle vacanze e dei viaggi. Ora viviamo lontane e, quando ci telefoniamo, scarichiamo le batterie dei telefoni.

Ci adoriamo e litighiamo. Assieme ridiamo tantissimo e abbiamo pianto (soprattutto io). Parliamo di politica, d’amore, di lavoro, di epistemologia, di stronzate, di ideali, di altre persone, di rimedi naturali e cosmesi…parliamo di noi.

Fa il tiramisu più buono del mondo, con lei mangio il pesto e il berberé (non assieme!). Con lei ho preso sbronze colossali e ho ballato like I’ve never danced before. Cantiamo Battisti, ci batte il cuore con Gilberto Gil, abbiamo consumato un cd di musica del Mali e ultimamente impariamo vecchi canti di lotta e di lavoro.

Mia sorella è eritrea. La determinazione di qualcuno e il destino hanno fatto sì che nascesse in Italia. Se così non fosse stato, adesso, sarebbe potuta essere su una nave, al largo di Catania.

Mi fate pena, voi che non avete affetti che se ne freghino del colore della pelle, che non vi facciano sentire quello che il vostro cervello affaticato e la vostra angustia culturale e politica non vi fanno capire.

Voi che non avete il coraggio di guardare le fotografie dei migranti italiani di neanche un secolo fa. Voi che non vi ricordate del tragico naufragio del Sirio, partito da Genova…

Siete poveri d’animo ed è colpa vostra. Non vi perdonerò mai, perché la vostra meschinità, oggi, in Europa, è una scelta.

C.

Agosto 1906. Prima pagina del Corriere, con illustrazione e notizia del naufragio del piroscafo Sirio presso la costa spagnola di Capo Palos. Oltre 500 persone persero la vita: la quasi totalità dei passeggeri erano emigranti Italiani.

Corteo a Genova in Solidarietà a Idy, uomo senegalese ucciso dal razzismo a Firenze

COL FRATELLO IDY DIANE NEL CUORE! Anche Genova grida “No al RAZZISMO”!

 

Storie di ordinario razzismo.. ordinario e sempre più quotidiano, sempre più per mano non solo dello stato, cioè di chi si riempie la panza con la vita di tutti noi, o per mano di poliziotti, burattini dei governi che svolgono il loro lavoro di servi pestando, ammazzando ed imprigionando, salvo poi l’improvviso destarsi del pubblico scandalo se qualcuno gli urla forte e chiaro in faccia: “DOVETE MORIRE”.

Le mani sporche di sangue aumentano ogni giorno e sono quelle di cittadini qualunque: i fascisti si sentono più forti, gli si è lasciato spazio e questi stanno sguazzando nella merda che abbiamo lasciato accumulare, e le tentate stragi e gli omicidi continuano, sempre più difese, sempre più “scusate o capite”.

Più di una settimana fa ormai, un altro morto “ordinario”, un altro omicidio per mano razzista, un altro negro morto ammazzato.

IDY DIANE, senegalese, ucciso a Firenze da un italiano di 65 anni, Roberto Pirrone.

Si chiamava IDY DIANE, immigrato, regolare e faceva l’ambulante. Serve altro o possiamo dire che era SEMPLICEMENTE un UOMO?

Casualità, era sposato con la vedova di MODOU SAMB un altro senegalese ucciso sempre a Firenze il 13 dicembre 2011 insieme ad un paesano, DIOR MOR. Uccisi da Gianluca Casseri, un’altra mano fascista!

I giornali hanno provato come sempre a rivedere la storia: a Macerata problemi mentali, a Firenze “mancanza di coraggio nel suicidarsi”… e  quindi, scende in strada, salta  qualche donna bianca e te eccolo lì: spara a un negro.

UN UOMO!

Dopo l’omicidio molti ragazzi immigrati sono scesi nelle strade, hanno espresso la loro rabbia, hanno urlato, hanno attraversato luoghi e volti, hanno parlato e, per tutta risposta, i giornali, sostenuti dal coro dei cittadini per bene, il giorno dopo, parlavano delle fioriere rotte dal passaggio di questi giovani neri, sostenuti da quegli scansafatiche dei centri sociali… povere fiorere, troppa rabbia! È solo morto Idy, un venditore ambulante!

In diverse città sono stati fatti presidi e cortei in solidarietà alla rabbia di tutte queste persone, attraversati da gente bianca e nera, a cui ancora batte un cuore, che ancora non si è lasciata annichilire dalle ordinarie schifezze quotidiane.

“Nessuno di noi accetterà mai questa ordinaria brutale realtà!”.

Così decidiamo di riportare uno di questi pezzi di umanità che resiste e irrompe sulla scena decisa a non lasciarsi soggiogare.

Raccontiamo una delle manifestazioni contro il razzismo che ha ucciso IDY DIANE, raccontiamo alcune voci di queste strade attraversate,  fiamme di un fuoco che arde contro il gelo di un Paese sempre più cupo.

Genova – 10 marzo 2018

“SIAMO TUTTI/E ANTIRAZZISTI/E-SIAMO TUTTE/I ANTIFASCISTE/I”

Questi gli slogan che hanno attraversato i vicoli del centro storico, da via Pre a via del Campo per poi andare verso Piazza De Ferrari al grido di “SO-SO-SOLIDARITE’ AVEC LE SAN PAPIERS”. Le voci che intonavano questo grido di lotta sono state  voci di uomini e donne, bianche e nere, italiani e stranieri che hanno riempito le strade, trasformando spontaneamente il presidio indetto alla Commenda di Pré dalla comunità senegalese di Genova in un corteo. Il ricordo e la denucnia dell’assassinio di Idy  a Firenze e della tentata strage di Macerata hanno aperto il presidio, unendo la piazza con determinazione, nonostante la pioggia.

Alcuni giovani migranti nel frattempo hanno fatto uno striscione dove le parole scritte in italiano arabo e inglese urlano la voglia di riscatto e di uscire dal silenzio:

NO AL RAZZISMO” dietro a quelle morti c’è il ritorno dell’odio razziale, sostenuto e promosso da partiti di destra ed estrema destra, sovranisti e fascisti, dalla Lega a Forza Nuova, da Casa Pound a Lealtà e Azione. Proprio quest’ultima ha organizzato nello stesso pomeriggio la presentazione di un libro insieme all’organizzazione Memento nella propria sede, che doveva essere un magazzino di stockaggio di prodotti alimentari da distribuire alla popolazione bianca e che ora diventa “spazio politico”. Di questo dovranno rispondere i Padri Scolopi e tutta la comunità che si dichiara cattolica.

NO AL COLONIALISMO” dietro a quelle morti c’è un chiaro progetto coloniale che non essendo mai stato realmente né denunciato né riconosciuto continua indisturbato a mietere le sue vittime. Vittime che però oggi sono qua e che nella giornata di sabato hanno dato testimonianza di quello che i paesi neoliberalisti stanno facendo qui e nei loro paesi: sfruttamento, apartheid, disastri ecologici e ambientali, vendita di armi, consumo di risorse… LAGER IN LIBIA, UN GENOCIDIO NEL MEDITERRANEO.

Questi gli interventi passati di mano in mano, tra mani bianche e nere, attraverso megafono che è rimasto acceso per tutta la durata del presidio e durante il corteo. I ragazzi hanno dato voce al sentimento di rabbia e dolore che sentono sempre più forte, hanno dato voce alla sofferenza e all’odio che provoca il razzismo ogni giorno sulla loro pelle. Alcuni di loro parlavano di amore, fratellanza, sorellanza e bisogno di solidarietà, altri portavano più un desiderio di giustizia, non sentendo come parole proprie quelle sulla “violenza sbagliata, in cui non bisogna cadere”, sentendo invece la necessità di  rispondere all’odio che si riversa sui “diversi” sempre più frequentemente, sentendo che, in ogni caso, la violenza non è la nostra. Semmai la nostra è autodifesa e voglia di vivere in maniera degna. In quelle tre ore sono stati denunciati anche il decreto Minniti, il sistema di accoglienza, le morti per mano fascista e i partiti riconosciuti dalla democrazia che inneggiano all’odio, con il coltello in mano lasciati liberi di aprire sedi nella nostra città.

Molti dei ragazzi che hanno portato insieme i loro corpi fra i vicoli di Genova, determinati, più forti di tutti quegli sguardi di chi, dai negozi, li guardava stupito ed impaurito, avevano sul volto rabbia e dolore, sì,  ma anche gioia di essere lì, insieme, a testa alta.

Speriamo tutte e tutti che ci siano altre giornate come questa, altre voci forti, altri momenti di unione, altre strade piene di persone che non si faranno fermare da paura e repressione, dall’odio razzista e dall’indifferenza.

Quella di sabato è stata una giornata che ha dato speranza, che ha mostrato forza e determinazione nel reagire uniti, noi sfruttati, colonizzati, pronti a rivoltarci alla violenza fascista e razzista, a Genova, Firenze ed in altre città.

L’invito di fine corteo continua ad aleggiare per i vicoli della città vecchia:

“A presto nelle piazze! Per uscire dall’isolamento e contrastare i nostri nemici!”

A cura di Fight

[1] MeMento: E’ un’associazione che si occupa  della continuazione della memoria della Repubblica Sociale Italiana attraverso la pulizia e la tutela delle tombe dei repubblichini fucilatori dei loro connazionali e alleati dei nazisti. Inoltre è la diretta erede spirituale ed immobiliare della Unione Nazionale Comnbattenti della Repubblica Sociale Italiana UNCRSI.

Emergenza freddo o ulteriore passo avanti verso il nuovo nazismo?

Dopo l’emergenza-piogge, è arrivata l’emergenza-freddo a Ventimiglia.

Si sa, sono anni ormai che  paradossalmente si va avanti di emergenza in emergenza.

Eppure qualcuno potrebbe notare che un’ondata di gelo eccezionale, il Burian Siberiano in questo caso, è sì un evento insolito ma per chi ha una casa riscaldata, vestiti caldi e impermeabili è qualcosa di gestibile, qualcosa che può diventare finanche piacevole: improvvisamente la neve arriva fino al mare, il paesaggio si fa candido e i bambini, ma non solo, si divertono a tirare qualche palla di neve.

L’emergenza allora ancora una volta è stata un’emergenza selettiva: ha riguardato principalmente le centinaia di persone accampate all’aperto sotto il ponte di Via Tenda o nei tendoni del Campo della Croce Rossa a Ventimiglia… insieme alle altre migliaia di persone accampate all’aperto nel resto della Penisola.

La netta maggioranza di questi bambini, di queste donne e di questi uomini sono immigrati, non italiani.

Durante i giorni di gelo sono uscite alcune testimonianze, articoli e reportage sulla situazione di emergenza vissuta a Ventimiglia dalle persone migranti.

Ne riportiamo qualche passaggio significativo:


27/02/2018 Dalla pagina FB del Progetto 20k [1]

 Da ormai quasi tre giorni la situazione a Ventimiglia è parecchio critica per i più di 150 migranti senzatetto che si trovano sotto il ponte stradale.
Abbiamo chiesto ufficialmente al comune di attivarsi per sopperire alla mancanza di uno spazio dove queste persone possano ripararsi dal freddo e dal gelo, almeno finché non finirà l’emergenza maltempo. Fra queste persone sono presenti molti soggetti vulnerabili, soprattutto infanti, minori e persone con vari problemi di salute. Dopo aver diffuso la notizia su svariate testate giornalistiche abbiamo ricevuto sostegno da molti solidali di Imperia e dalla regione, ma anche dai vicini transfrontalieri: purtroppo non abbiamo avuto nessuna risposta dal Comune di Ventimiglia.

Con gli attori locali stiamo cercando di gestire questa situazione vergognosa: i solidali e gli attivisti, anche transfrontalieri, stanno cercando di sopperire autonomamente a queste carenze, distribuendo cibo, bevande calde, legna per i fuochi, vestiti e coperte. Le ONG locali si stanno muovendo per convincere le donne con o senza bambini e minori ad andare al campo CRI o per aiutarci ad assicurare la distribuzione di cibo serale che, a causa del maltempo, si è dovuta interrompere. Anche la Croce Rossa di Monaco si è attivata con alcune navette per trasportare i migranti al campo, che è distante e la strada per raggiungerlo pericolosa, ma queste funzionano solo per parte della giornata, in maniera poco costante.

La sospensione delle identificazioni al campo CRI è stata disposta solo per donne e minori, ma non per gli uomini. Questo fatto genera quindi diffidenza perché lasciare le impronte digitali significa essere esposti maggiormente al rischio di deportazioni, rimpatri o di un ennesimo trasferimento in un centro chissà dove in Italia, così in molti preferiscono rifugiarsi in altri posti e/o piuttosto restare al freddo.
La chiesa delle Gianchette è rimasta aperta per qualche ore e il parroco ci ha concesso uno spazio da utilizzare come magazzino temporaneo per le coperte che tanti solidali ci stanno inviando. Abbiamo ancora bisogno di trovare altri spazi per la legna che raccogliamo, dato che è l’unica fonte di riscaldamento per le persone sotto il ponte. Ci auspichiamo che la solidarietà tra le varie realtà locali possa portare a gestire con più facilità questa situazione di assoluto disagio, perché purtroppo il peggio non è ancora arrivato: nei prossimi giorni è prevista neve, pioggia e un calo drastico delle temperature.

Ieri sera la sala d’attesa della stazione avrebbe dovuto essere aperta, ma in realtà è rimasta chiusa. In tanti durante il giorno si riparano lì dal gelo e dalla neve che continua a cadere fitta, ma stamattina ci è giunta notizia della presenza sia di camionette con agenti in borghese che caricavano i migranti sulle camionette sia di pullman che, come di prassi, li deportavano forzatamente verso il sud Italia.

Riteniamo vergognoso e inaccettabile l’accanimento di queste ore nei confronti dei soggetti più vulnerabili presenti sul territorio ventimigliese. L’alta probabilità di essere intercettati dalla polizia potrebbe avere, infatti, l’effetto di incentivare i migranti a restare per strada o sotto il ponte, a costo di rimetterci la pelle. È in situazioni come questa che le istituzioni dovrebbero attivarsi per proteggere la vita di queste persone, piuttosto che dileguarsi senza risposte e facilitare l’azione poliziesca di repressione nei confronti dei transitanti.

 


28/02/2018 Da Repubblica, reportage di Pietro Barabino e Giulia De Stefanis:[2]

Ventimiglia, anche un bimbo di 3 mesi fra i migranti bloccati nel gelo. Ma il centro di accoglienza non si fa

A Ventimiglia non nevicava dal 1985 e molte delle persone – in tutto alcune centinaia – che stazionano al confine con la Francia in attesa del “grande salto” oltre la frontiera, non avevano mai visto un fiocco di neve. Tra i migranti, che stanno trascorrendo queste notti all’aperto a -7 gradi, anche tantissimi ragazzini e giovani mamme con i loro bambini di pochi mesi. Attualmente il Campo della Croce Rossa ospita trecento persone, duecento quelli che preferiscono restare fuori. La legge sui minori non accompagnati obbligherebbe ad aprire un centro dedicato ai più piccoli e alle donne, ma l’apertura – pianificata mesi fa dalla Prefettura – è stata bloccata dalla protesta di alcuni cittadini capeggiati dal sindaco della città di frontiera, che dopo aver insistito per la chiusura del campo gestito dalla Caritas, ha ostacolato in ogni modo l’apertura del centro per i minori non accompagnati.


 

Donne e uomini solidali si sono subito mobilitati per fornire aiuti e generi di conforto, per cercare di alleviare pericolo e sofferenza delle persone lasciate al gelo.

Invece nessun ente istituzionale, né Comune, né Prefettura, né Protezione civile ha preso iniziative per affrontare la situazione.

Il messaggio da parte delle istituzioni è stato molto, fin troppo, chiaro: non c’è nessuna emergenza umanitaria in atto perché quegli esseri che vivono sotto al ponte o non sono umani, oppure smettono di esserlo in quanto clandestini.

Come ha reagito la popolazione di Ventimiglia? A parte il gruppo dei solidali che attraversano il territorio – italiani, francesi, europei – la popolazione autoctona si è mossa di fronte a questa situazione così evidentemente penosa per le persone costrette a subirla?

La cittadinanza del territorio ha mostrato sdegno, disaccordo, disapprovazione nei confronti dell’abbandono riservato alle persone migranti, lasciate  all’aperto con il ghiaccio, la neve e temperature molto al di sotto dello zero, o ha taciuto, di fatto assentendo al comportamento delle istituzioni?

Lo chiediamo ad una solidale che è stata costantemente presente e attiva durante la settimana di gelo e ha vissuto in presa diretta la drammatica situazione sotto il ponte di Via Tenda, tra le persone accampate:

 

“Guarda, la situazione a Ventimiglia è molto complessa e il clima, giorno dopo giorno, si fa sempre più teso e pesante… Sarebbe troppo semplice rispondere che la stragrande maggioranza della cittadinanza di Ventimiglia vuole lo sgombero dei migranti da sotto il fiume, che non ha voluto l’apertura del centro per minori, che è favorevole alle deportazioni verso Taranto, insomma che è razzista e xenofoba, quindi d’accordo con il comportamento delle istituzioni. Questa gente esiste e non è certo una minoranza, anzi…

Però attenzione non ci sono solo loro. In realtà tantissima gente in questa settimana di gelo ha aiutato come ha potuto, soprattutto offrendo sostegno materiale. Sono arrivate tantissime donazioni di beni di prima necessità a Eufemia, tanto che è stato chiesto al parroco di mettere a disposizione il magazzino della chiesa delle Gianchette perché la roba non entrava più nello spazio di Eufemia. Per dirti, ancora, quando gli attivisti del collettivo Kesha Niya, che di solito forniscono i pasti sotto al ponte, sono rimasti bloccati nella neve, a quel punto a cucinare è stata sempre la Caritas… Ma lo sai chi ci sta in Caritas? Tantissimi volontari che prima, quando era aperta la chiesa delle Gianchette, stavano lì a organizzare l’accoglienza dal basso per i migranti. Questo per dirti che una parte di cittadinanza si è mossa, ma certamente lo ha fatto sotto traccia. In maniera assolutamente non pubblica.

Se vuoi sapere perché, io credo che il motivo sia principalmente il clima di repressione e intimidazione che si vive a Ventimiglia. La chiusura della Chiesa delle Gianchette, avvenuta per ordinanza del Comune, ha segnato un punto di non ritorno: ogni sostegno pubblico ai migranti, anche quello di tipo umanitario e non conflittuale, è stato sempre più ostacolato. Si dà appositamente massima rilevanza ad ogni rigurgito razzista e si ostacola in maniera palese o “silenziosa” qualsiasi iniziativa di solidarietà. La polizia ha intensificato i suoi atteggiamenti intimidatori, il Comune le misure repressive, i media i toni di scontro da civiltà e questo ha permesso alla cittadinanza razzista di alzare la testa e sentirsi legittimata a comportamenti orrendi. Capita spesso che i solidali girino per Ventimiglia sentendosi insultare, soprattutto le donne peraltro, con frasi tipo: “Ecco la puttana che va con i negri” “Ecco gli amici dei negri..” ecc. ecc. Lo riporto per farti capire come mai la cittadinanza solidale e antirazzista agisca sotto traccia, in maniera diciamo “invisibile” allo sguardo pubblico.

Questo ovviamente ha anche delle ripercussioni sul rapporto con le persone migranti. Vedendo questa situazione, che loro ovviamente vivendo sulla loro pelle percepiscono, hanno sempre meno fiducia nei solidali. Non si tratta della fiducia umana a mancare, ovviamente sentono la nostra amicizia e vicinanza, ma si rendono anche perfettamente conto della nostra debolezza e questo li porta ad affidarsi a chi riconoscono come dotato di strumenti più efficaci… Inoltre tutto questo clima sta accelerando il processo di ghettizzazione lungo il fiume: ti isolano, ti marchiano da reietto, ti lasciano senza nulla, nelle condizioni più disumane… beh gli effetti sociali che tutto questo può produrre, credo che non serva un professore di sociologia a spiegarli… Sembra veramente che qui in Via Tenda, tra il sotto ponte e il quartiere popolare, in atto ci sia una strategia della tensione. Ecco, direi che questa situazione fa capire quanta poca democrazia sia rimasta in questo posto ma forse non solo qui, se è vero che questo posto è uno dei laboratori dove si sperimentano pratiche che poi vediamo riprodursi velocemente in molti altri territori di questo Paese. Probabilmente tutto questo deve farci riflettere profondamente sui modi e sugli strumenti possibili per un agire politico e sulla posta in gioco in questo momento…”

Emergenza freddo – Migranti fuori dalla Chiesa delle Gianchette

Torniamo alla domanda iniziale: si è trattato dell’ennesima emergenza, oppure di un ulteriore passo nella costruzione di una politica nei confronti delle persone migranti, dei poveri, degli esclusi, che si può  definire come tanatopolitica (politica di morte)?

Michel Foucault ha coniato la categoria di “biopolitica” per indicare le pratiche e i dispositivi con cui il potere opera sulla vita della popolazione ai fini di far vivere chi è produttivo, lasciar morire chi invece non lo è, né può diventarlo. L’espressione “tanatopolitica” indica l’emergere di dispositivi diretti al far morire una parte di popolazione. Precisamente la parte delle “masse senza volto” che risulta in eccedenza. Sempre seguendo la traccia del pensiero foucaultiano, occorre chiedersi a quale scopo e per produrre cosa, oggi, il potere statuale operi in questo modo.

Con lo sguardo al sotto ponte di via Tenda a Ventimiglia, osservando le dinamiche in atto è possibile affermare che l’intenzione istituzionale sia  quella di produrre un’esclusione/ghettizzazione radicale di una parte di popolazione, della quale lo stato non si interessa in nessun modo e sulla quale mette in opera una sorta di selezione.

I più forti resisteranno, i più deboli saranno eliminati. Chi resisterà avrà sempre la chance di poter uscire dal ghetto /  passare il confine – dall’esclusione ad un’inclusione selettiva –  molto spesso (ma non sempre né necessariamente) trasformato, grazie anche ai dispositivi burocratici e alle procedure disumanizzanti per i permessi di soggiorno, in un corpo docile, totalmente disponibile allo sfruttamento.

La morsa di gelo che ha serrato l’Italia nell’ultima settimana del febbraio di quest’anno richiama cupamente alla mente la morsa che  attanaglia la maggioranza delle coscienze dei cittadini “legittimi” di un Paese sempre più vicino alla barbarie.

Un gelo difficile da sopportare, soprattutto per chi viene e per chi ama i climi caldi e meridionali.

Sotto la neve e gli strati di ghiaccio, tuttavia, la vita trova il modo di serbare le sue energie per riespodere, senza bussare, in primavera.

Anche le energie di chi ama la vita e la libertà, se ritrovate e alimentate, sanno diventare molto più potenti di qualsiasi prigione di ghiaccio.

 

a cura di g.b.

[1] https://www.facebook.com/progetto20k/posts/584120855281166

[2 ]Invitiamo a guardare il video reportage realizzato dai due giornalisti che potete trovare al seguente link  https://video.repubblica.it/edizione/genova/ventimiglia-anche-un-bimbo-di-3-mesi-fra-i-migranti-bloccati-nel-gelo-ma-il-centro-di-accoglienza-non-si-fa/298430/299055