Riceviamo e pubblichiamo il resoconto dell’udienza dell’8 settembre 2025 al tribunale di Torino, riguardante il processo per omicidio colposo di Moussa Balde contro dipendenti della GEPSA, la multinazionale francese che, all’epoca dei fatti, gestiva il CPR torinese dove Moussa ha perso la vita.
(Article en langue française en-dessous)
Scaricabarile tra Questura e GEPSA: report della prima udienza del processo per omicidio colposo di Balde.
Si è conclusa la prima udienza del processo Balde, che vede imputat* l’ex direttrice e l’ex dirigente sanitario del CPR di Torino. Durante l’udienza sono state ascoltate le testimonianze delle persone coinvolte nel caso e che avevano in carico Moussa al momento del suo decesso. Tra quest* l’infermiera, la psicologa, l’ex imputato funzionario di polizia dell’Ufficio Immigrazione di Torino (allora responsabile del dispositivo di sicurezza del CPR), il mediatore e la mediatrice culturale, la stagista dell’ufficio amministrativo della GEPSA (Ente gestore), la Garante locale per i diritti delle persone private della libertà, e altr*.
Nel maggio 2021, com’è noto, Moussa Balde, reduce da un pestaggio razzista a Ventimiglia, viene rinchiuso nella zona rossa del CPR di Torino (una delle aree comuni). Dopo pochi giorni, viene trasferito in isolamento, all’interno di una delle celle della zona chiamata “ospedaletto”. Qui, il 23 maggio, si toglie la vita. Il cuore dell’udienza riguarda le ragioni di questo trasferimento e chiavrebbe preso tale decisione. Chi ha spostato Moussa nell’ospedaletto e per quale motivo?
Secondo lo stato italiano, Moussa è stato trasferito in isolamento per via di una psoriasi diagnosticata dall’ex medico del CPR – una condizione che, viene ribadito in aula, non è affatto una malattia contagiosa. Per la GEPSA, invece, il trasferimento sarebbe avvenuto per motivi di “ordine pubblico”, a causa di una presunta “incompatibilità” tra Moussa e gli altri detenuti del CPR, con la responsabilità che ricadrebbe sulla Questura di Torino.
In merito, l’ex direttrice del CPR, durante una dichiarazione spontanea, si appella all’articolo 4 del regolamento del CPR, sostenendo che nella gestione del centro la GEPSA avesse “le mani legate”, agendo come una reception di un hotel, dove l’unico compito è “comunicare agli ospiti il numero della stanza”.
Dopo ore di udienza, appare sempre più evidente il continuo rimpallo di responsabilità tra i vari attori coinvolti nella catena di inadempienze che ha portato alla morte di Moussa. Tuttavia l’obiettivo del processo non sembra essere quello di stabilire chi abbia avuto la maggiore responsabilità tra la questura e GEPSA – anche perché questura e varie figure istituzionali ne sono già uscite indenni con un’assoluzione, tramite cavilli legali, per l’accusa di sequestro di persona che riguardava esattamente l’uso improprio della sezione ospedaletto nel cpr torinese – ma piuttosto quello di trovare un colpevole tra gli imputati rimasti, ovvero coloro che non fanno parte direttamente dell’apparato statale.
Non si mette in discussione il sistema detentivo, repressivo e letale del CPR, ma si cerca il “colpevole del misfatto”, guarda caso mai tra i rappresentanti delle istituzioni, coloro che tengono in piedi l’intero meccanismo e che scompaiono quando questo va incrisi. Questo processo, più che una vera ricerca di giustizia, sembra un teatro giustizialista alla ricerca di un capro espiatorio, mentre il sistema ed i suoi rappresentanti, ancora una volta, si auto-assolvono.
Accanto alla volontà di scaricare ogni responsabilità esclusivamente sui privati della GEPSA, emerge in maniera lampante l’assoluta inadeguatezza del sistema CPR, un po’ come la “banalità del male”.
Uno degli aspetti più gravi riguarda l’assenza di un protocollo per la prevenzione del rischio suicidario. Tuttavia, questa banalità del male permea ogni aspetto gestionale. Lo dimostra il comportamento dell’infermiera di turno, che ha dichiarato in aula di essere passata due volte davanti alla cella di Moussa per somministrargli la terapia prescritta dal medico, senza mai entrarvi e delegando infine la responsabilità a un militare in servizio. Anche il supporto psicologico, che dovrebbe essere centrale in un luogo di detenzione amministrativa, risulta del tutto insufficiente. La psicologa ha infatti riferito che il servizio si limita a sole 16 ore settimanali – da dividere con il servizio di informativa legale – per circa 120 persone. Ha inoltre ammesso che i colloqui psicologici non vengono quasi mai effettuati al momento dell’ingresso, e spesso nemmeno durante la permanenza nel CPR. In altre parole, chi entra in quel luogo può attraversarlo nella completa invisibilità, anche in condizioni di grave sofferenza
Le condizioni materiali del centro parlano da sole. Le immagini riprese dalle telecamere dei Carabinieri intervenuti dopo il suicidio, mostrano celle fatiscenti, ambienti sporchi e privi di ogni dignità. Tali erano le condizioni da spingere gli avvocati della difesa a opporsi perfino alla proiezione delle immagini in aula.
Le negligenze, le approssimazioni e il razzismo strutturale sono evidenti anche nella gestione della documentazione riguardante Moussa. E infatti, nonostante la direttrice avesse ricevuto informazioni alquanto inequivocabili dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino (che indicava Moussa come un guineano picchiato a Ventimiglia), la sua presenza non risultava nel registro del CPR. Eppure, ci si chiede: quanti guineani in quei giorni potevano essere trasferiti dalla questura di Imperia? E ancora, non sorprende la confusione negli audio ascoltati in aula, in cui l’ex direttrice parla indistintamente di Gambia e Guinea, come fossero lo stesso paese.
Infine, colpisce il fatto che nessun* tra il personale presente in quei giorni si ricordi veramente di Moussa, nessun* che abbia riscontrato alcuna traccia fisica delle aggressioni da lui subite a Ventimiglia, nonostante queste dovessero essere ben visibili.
L’udienza dell’8 settembre ci ha permesso di entrare nel merito del sistema che sorregge il lager CPR. Anche se la tendenza è stata quella di spostare la responsabilità verso i singoli individui, specialmente verso i “pesci piccoli”, piuttosto che interrogarsi sul funzionamento complessivo del sistema. Questo evidenzia una chiara volontà politica e giuridica di discolpare il sistema razzista, repressivo e detentivo in sé, e di incolpare e punire chi, nelle funzioni private, ha agito in modo difforme.
Lo stato prova a uscirne pulito attraverso l’assoluzione dei suoi rappresentanti istituzionali – e, difatto, c’è già riuscito. Ma non per questo rinuncia a infierire, scaricando ogni responsabilità su soggetti privati. I quali, a loro volta, sono comunque pienamente inseriti e complici di un sistema repressivo e violento che colpisce le persone più vulnerabili e meno privilegiate. Persone senza documenti, persone non bianche, stranier*.
Che ogni singola persona coinvolta abbia giocato un ruolo, più o meno significativo, nella morte di Moussa è innegabile. Tuttavia, dobbiamo ricordare che questa macchina di tortura rinchiude, annienta e uccide persone in movimento ogni giorno, in Italia e ovunque. E che la battaglia portata avanti dalla famiglia Balde, e da tutte le persone solidali che la sostengono, è la stessa di tante altre famiglie che piangono la morte di Ousmane Sylla e di altre vittime nei CPR d’Italia e d’Europa, morti avvenute nello stesso modo, per le stesse ragioni.
Continueremo a ripetere che questi sono omicidi di Stato, come tutte le morti alle frontiere interne ed esterne in Europa e come tali dovranno pesare sulle coscienze di chi continua ad alimentare un sistema di dominio, di sopraffazione, di violenza nei confronti delle persone in movimento, delle persone con “documenti sbagliati”. La lotta della famiglia Balde, legittima e fondamentale, continuerà insieme a quella di tutt* noi.
Il 22 settembre ci sarà un’udienza importante, in cui si ascolteranno i testimoni della parte civile, ovvero i familiari di Moussa, che arriveranno dalla Guinea. Partecipiamo in tant*, per far sentire loro tutto il nostro sostegno.
Solidali di Ventimiglia
15/09/2025
Renvoi de balle entre la Questure et GEPSA : compte rendu de la première audience du procès pour homicide involontaire de Moussa Balde
La première audience du procès Balde s’est achevée. Y sont inculpé·e·s l’ex-directrice et l’ancien responsable sanitaire du centre de rétention administrative (CPR) de Turin en Italie. Lors de l’audience, plusieurs personnes impliquées dans l’affaire et ayant eu Moussa sous leur responsabilité au moment de son décès ont été entendues. Parmi elles : l’infirmière, la psychologue, l’ancien fonctionnaire de police de l’Office de l’immigration de Turin (alors responsable du dispositif de sécurité du CPR), un médiateur et une médiatrice culturelle, une stagiaire de l’administration de la GEPSA (organisme gestionnaire), la garante locale des droits des personnes privées de liberté, et d’autres encore.
En mai 2021, Moussa Balde, victime d’une agression raciste à Vintimille, est enfermé dans la zone rouge du CPR de Turin (l’une des zones communes). Quelques jours plus tard, il est transféré en isolement, dans une cellule de la zone dite de « l’ospedaletto » (petit hôpital). C’est là, le 23 mai, qu’il se donne la mort. Le cœur de l’audience porte sur les raisons de ce transfert et sur l’identité de la personne qui aurait pris cette décision. Qui a transféré Moussa à l’ospedaletto, et pourquoi ?
Selon l’État italien, Moussa aurait été placé à l’isolement en raison d’un diagnostic de psoriasis posé par l’ancien médecin du CPR – une affection qui, comme il a été rappelé à l’audience, n’est absolument pas contagieuse. Pour la GEPSA, en revanche, le transfert aurait eu lieu pour des raisons « d’ordre public », en raison d’une supposée « incompatibilité » entre Moussa et les autres détenus du CPR, la responsabilité étant alors rejetée sur la Questure de Turin. À ce sujet, l’ancienne directrice du CPR, lors d’une déclaration spontanée, a invoqué l’article 4 du règlement du CPR, affirmant que la GEPSA avait « les mains liées » dans la gestion du centre et agissait comme la réception d’un hôtel, dont le seul rôle serait « d’indiquer aux hôtes le numéro de leur chambre ».
Après des heures d’audience, le constant renvoi de responsabilité entre les différents acteurs de la chaîne de négligences ayant conduit à la mort de Moussa devient de plus en plus évident. Pourtant, l’objectif du procès ne semble pas être de déterminer qui, entre la Questure et GEPSA, porte la plus grande responsabilité – d’autant plus que la Questure et diverses figures institutionnelles ont déjà été acquittées, par des biais juridiques, de l’accusation de séquestration de personne, accusation portant précisément sur l’utilisation abusive de l’ospedaletto dans le CPR de Turin. Il s’agit plutôt de trouver un coupable parmi les prévenus restants, à savoir ceux qui ne font pas partie directement de l’appareil étatique. Le système carcéral, répressif et mortifère des CPR n’est pas remis en question. On cherche le « coupable du forfait », qui n’est jamais, comme par hasard, un des représentants des institutions – ceux-là mêmes qui maintiennent le système en place et qui disparaissent quand il s’effondre. Ce procès ressemble donc moins à une véritable quête de justice qu’à une mise en scène justicialiste à la recherche d’un bouc émissaire, tandis que le système et ses représentants, une fois encore, échappent à toute remise en cause.
Parallèlement à cette volonté de faire porter toute la responsabilité exclusivement aux privés de la GEPSA, ressort de manière criante l’inadéquation totale du système CPR, à l’image de « la banalité du mal ». L’un des aspects les plus graves concerne l’absence de protocole pour la prévention du risque suicidaire. Mais cette banalité du mal imprègne tous les aspects de la gestion du CPR. Cela transparaît par exemple dans le comportement de l’infirmière de service, qui a déclaré à l’audience être passée deux fois devant la cellule de Moussa pour lui administrer le traitement prescrit par le médecin, sans jamais y entrer, et en déléguant finalement la responsabilité à un militaire de service. Le soutien psychologique, qui devrait être central dans un centre de rétention administrative, est lui aussi totalement insuffisant. La psychologue a en effet déclaré que le service se limite à seulement 16 heures hebdomadaires – à partager avec le service d’information juridique – pour environ 120 personnes. Elle a aussi admis que les entretiens psychologiques ne sont presque jamais réalisés à l’entrée dans le centre, et souvent même inexistants pendant toute la durée de l’enfermement. En d’autres termes, on peut traverser ce lieu dans une invisibilité totale, même en situation de grande détresse.
Les conditions matérielles du centre parlent d’elles-mêmes. Les images captées par les caméras des Carabiniers intervenus après le suicide montrent des cellules délabrées, des locaux sales, sans aucune dignité. Les conditions étaient telles que les avocats de la défense se sont opposés à la projection des images en salle d’audience.
Les négligences, l’improvisation et le racisme structurel se retrouvent aussi dans la gestion de la documentation concernant Moussa. Malgré le fait que la directrice avait reçu des informations claires de la Garante des droits des personnes privées de liberté de Turin – indiquant que Moussa était un Guinéen agressé à Vintimille –, sa présence n’apparaissait même pas dans le registre du CPR. Pourtant, on peut s’interroger : combien de Guinéens victimes d’agression ont pu être transférés ces jours-là depuis la Questure d’Imperia ? De plus, la confusion est frappante dans les enregistrements audio diffusés à l’audience, où l’ex-directrice évoque indistinctement la Gambie et la Guinée, comme s’il s’agissait d’un seul et même pays
Enfin, il est troublant de constater qu’aucun membre du personnel présent ces jours-là ne semble vraiment se souvenir de Moussa, personne n’ayant même remarqué les traces physiques de l’agression qu’il venait de subir à Vintimille – alors qu’elles devaient être visibles étant donné sa violence.
L’audience du 8 septembre a permis de pénétrer au cœur du système qui soutient le CPR. Même si la tendance a été de rejeter la faute sur des individus isolés, notamment sur les “petits poissons”, plutôt que d’interroger le fonctionnement général du système. Cela traduit une volonté politique et judiciaire claire de dédouaner le système raciste, répressif et carcéral en tant que tel, et d’en faire porter la faute à ceux qui, dans leurs fonctions privées, ont agi de manière non conforme.
L’État tente de s’en sortir blanchi par l’acquittement de ses représentants institutionnels – et, de fait, il y est déjà parvenu. Mais cela ne l’empêche pas de s’acharner, en rejetant toute responsabilité sur des acteurs privés. Ces derniers n’en demeurent pas moins complices à part entière d’un système répressif et violent qui frappe les personnes les plus vulnérables et les moins privilégiées. Des personnes sans papiers, personnes non blanches, étranger·ère·s.
Il est indéniable que chaque personne impliquée a joué un rôle plus ou moins important dans la mort de Moussa. Pourtant, il faut se rappeler que cette machine de torture enferme, broie et tue chaque jour des personnes en Italie comme ailleurs. Et que le combat mené par la famille Balde, et par toutes les personnes solidaires qui la soutiennent, est le même que celui de nombreuses autres familles qui pleurent la mort d’Ousmane Sylla et d’autres victimes dans les CPR d’Italie et d’Europe, morts de la même manière, pour les mêmes raisons.
Nous continuerons à affirmer qu’il s’agit d’homicides d’État, tout comme les morts aux frontières internes et externes de l’Europe. Et qu’elles doivent peser sur la conscience de celles et ceux qui continuent à alimenter un système de domination, d’oppression et de violence contre les personnes en mouvement, celles aux ” mauvais papiers “.
La lutte de la famille Balde, légitime et essentielle, se poursuivra avec celles que nous menons toutes et tous.
Le 22 septembre aura lieu une audience importante, au cours de laquelle les témoins de la partie civile – trois membres de la famille de Moussa venus de Guinée – seront entendu·e·s.
Soyons nombreux·ses à y participer pour leur faire sentir tout notre soutien.
Solidaires de Vintimille
15/09/2025