A processo il CPR di Torino: prosegue l’ascolto dei testimoni

Riceviamo e pubblichiamo
(Article en langue française en-dessous)

Per gli articoli sulle udienze precedenti consultare:
https://parolesulconfine.com/a-processo-il-cpr-di-torino-la-testimonianza-della-famiglia-di-moussa-balde/

https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colposo-di-balde/

https://parolesulconfine.com/per-moussa-e-ousmane-contro-tutti-i-cpr/

A processo il CPR di Torino: prosegue l’ascolto dei testimoni

Il 20 ottobre si è svolta la terza udienza del processo per la morte di Moussa Balde nel CPR di Torino. La famiglia continua tenace la sua campagna per la verità e giustizia presidiando l’udienza. Al banco testimoni convocati dalla parte civile e dalla difesa.

Le prime udienze di questo processo, che vede imputati per omicidio colposo l’ex-responsabile della struttura Annalisa Spataro e il medico Fulvio Pitanti, ci stanno mostrando ormai chiaramente un filo rosso che collega la linea difensiva dell’ex-ente gestore del CPR, la GEPSA S.p.A. con i precedenti imputati, i cinque funzionari di polizia, precedentemente indagati per falso e sequestro di persona, tra cui l’ex-vice-prefetto (anche ex-dirigente dell’Ufficio immigrazione della Questura) di Torino, questa volta chiamato al banco dei testimoni. E’ infatti proprio il palleggio delle responsabilità tra questi due enti che segna l’unica strategia della difesa.

Si sono susseguiti interventi della parte civile e della difesa. Rispettivamente:

Mauro Palma, ex garante nazionale delle persone detenute (2016 – 2024)
Un dirigente dell’Ufficio Immigrazione di Torino
Un medico precedentemente impiegato della GEPSA
L’ex vice prefetto di Torino

Di seguito una rassegna dei principali temi emersi dalle testimonianze:

Ospedaletto:la copertura sanitaria nasconde logiche punitive

In ben quattro rapporti stilati lungo il suo mandato Mauro Palma ha definito il CPR di Torino simile a vecchi zoo e l’Ospedaletto “la peggiore situazione d’Europa” tra i luoghi di detenzione amministrativa, totalmente inadeguato al trattamento sanitario, ma anche ad una detenzione ordinaria. Secondo alcuni detenuti intervistati durante dei sopralluoghi l’Ospedaletto veniva utilizzato come strumento punitivo, procedura illegale e dunque ovviamente negata dalla struttura.

L’esistenza ufficiale dell’area chiamata Ospedaletto è motivata da ragioni sanitarie. Ma l’espediente sanitario risulta fallace in principio, in quanto il regolamento prevederebbe per questo scopo un luogo di osservazione idoneo, che risulta mancare. In questo caso si tratta infatti di stanze di isolamento prive di qualsiasi comunicazione diretta con il personale medico.

La deresponsabilizzazione è a tutti i livelli

Nelle varie testimonianze appare cruciale la ricerca che Garante e avvocati avviano al fine di trovare Moussa Balde dopo la sua scomparsa a seguito del pestaggio, già mediatizzato. Ma la sua presenza nel CPR di Torino non viene ufficialmente riconosciuta prima della sua morte.

La ricostruzione dei momenti riguardanti il trasferimento di Moussa verso e nel CPR, dal passaggio in infermeria al seguente tentativo di individuarlo dovuto alle pressioni del Garante, rasenta l’assurdo: ogni versione si accavalla sull’altra in una labirintica narrazione dove le apparenti attenzioni di ciascunx sembrano imbattersi in continui ostacoli. Nonostante gli evidenti segni di pestaggio, la presenza di solo due cittadini guineani nel CPR e la presenza di cartelle cliniche in ingresso, Moussa non viene individuato. La GEPSA in un primo momento comunica alla prefettura l’isolamento di Moussa Balde per motivi sanitari, dopo la sua morte la motivazione diventa piuttosto l’ordine pubblico, ma la prefettura afferma di non aver mai verificato i documenti precedenti. Le responsabilità non solo vengono scaricate tra gli enti, ma anche lungo la stessa catena di comando, fino ad indicare nella tirocinante un elemento critico che avrebbe potuto contribuire all’identificazione di Moussa.

Ritornano anche le incongruenze tra le dichiarazioni di compatibilità di Moussa con la vita comunitaria e la decisione dell’isolamento, giustificato come prudenza verso le preoccupazioni di alcuni ospiti per presunta scabbia, pero’ già smentita dal medico. Una gran confusione appositamente inscenata per gettare fumo negli occhi e cercare di svincolarsi dalle accuse.

L’inesistente trattamento delle fragilità

Dopo che il medico ha descritto i tentativi suicidari come quasi quotidiani, per sminuire la drammaticità di ogni singolo atto l’ex-vice direttrice ha affermato che si trattava di episodi più unici che rari. Rimane un fatto l’assenza di protocolli sanitari riguardo atti anti-conservativi e rischi suicidari, descritti come tentativi dei detenuti per attirare l’attenzione e guadagnare un’ora d’aria in infermeria o dei pretesti per favorire evasioni. Il servizio di supporto psicologico è unicamente formale e non verificato da alcun ente. La presa in carico sanitaria è affidata a medici privati, invece che dal Servizio Sanitario Nazionale. Una giostra senza fine, fatta di falle normative, noncuranza e razzismo sistemico.

Il paradosso dell’ipotesi del rimpatrio

L’assenza di accordi istituzionali con la Guinea in tema di rimpatri, a cui si aggiunge l’epidemia di ebola che era in corso, privava delle possibilità materiali un’ipotetica deportazione. Questa mancanza di giustificazioni per quanto gli stava accadendo avrebbe causato in Moussa l’aumentare di scompensi e fragilità psichiche contribuendo alla sua tragica fine.
Quello che appare chiaro dall’incoerenza delle testimonianze è il ricorso al paravento delle procedure, spesso volontariamente manchevoli, per giustificare quotidianamente la violenza strutturale dello Stato.

Continueremo a portare solidarietà alla famiglia di Moussa e a tuttə i detenuti e le detenute dei CPR. La prossima udienza è fissata per il 26 novembre h 9:00 al Tribunale di Torino.

Procès du CPR de Turin : l’audition des témoins se poursuit

Le 20 octobre s’est tenue la troisième audience du procès pour la mort de Moussa Balde au CPR de Turin. La famille poursuit avec ténacité sa campagne pour la vérité et la justice en assistant à l’audience. À la barre, les témoins convoqué·e·s par la partie civile et la défense.

Les premières audiences de ce procès, qui voit l’ancienne directrice du de l’entreprise privée gestionnaire du CPR (Centre de Rétention Administratif en italien) Annalisa Spataro et le médecin Fulvio Pitanti accusé·e·s d’homicide involontaire, nous montrent désormais clairement un fil rouge : la ligne de défense de l’ancienne entreprise gestionnaire du CPR, la GEPSA S.p.A., ressemble à celle des précédents accusés, les cinq fonctionnaires de police, précédemment mis en examen pour faux et séquestration de personne, parmi lesquels l’ancien vice-préfet (également ancien directeur du bureau de l’immigration de la préfecture de police) de Turin, cette fois appelé à la barre des témoins. C’est en effet le renvoi de responsabilité entre ces deux organismes comme seule ligne de défense.

Des témoins appéle·e·s par la partie civile et la défense se sont succédé·e·s. Respectivement : Mauro Palma, ancien garant national des personnes détenues (2016-2024), et un ancien dirigeant du Serive préfectorale de l’immigration au CPR, un médecin précédemment employé par la GEPSA, l’ancien vice-préfet de Turin et l’ancienne vice-directrice de la GEPSA S.p.A.

Voici un aperçu des principaux thèmes qui sont ressortis des témoignages :

L’Ospedaletto:la couverture sanitaire cache une logique punitive

Dans quatre rapports rédigés au cours de son mandat, Mauro Palma a qualifié le CPR de Turin de « vieux zoo » et l’Ospedaletto de « pire situation en Europe » parmi les lieux de détention administrativ. Il était totalement inadapté aux soins de santé, mais aussi à une détention ordinaire. Selon certains détenus interrogés lors des visites, l’Ospedaletto était utilisé comme un instrument punitif, une procédure illégale et donc évidemment niée par la structure.

L’existence officielle de la zone appelée Ospedaletto est motivée par des raisons sanitaires. Mais l’argument sanitaire est fallacieux dès le départ, car le règlement prévoit un lieu d’observation approprié, qui fait défaut dans ce cas, puisqu’il s’agit en fait de cellules d’isolement sans aucune communication directe avec le personnel médical.

La déresponsabilisation est à tous les niveaux

Dans les différents témoignages un passage apparaît comme crucial : la recherche lancée par le Défenseur des droits et les avocat·e·s afin de retrouver Moussa Balde après sa disparition à la suite du passage à tabac, déjà médiatisé. Mais sa présence au CPR de Turin n’est pas officiellement reconnue avant sa mort.

La reconstitution des événements liés au transfert de Moussa vers et au sein du CPR, depuis son passage à l’infirmerie jusqu’à la tentative suivante de le localiser sous la pression du Défenseur des droits, frôle l’absurde : chaque version se superpose à l’autre dans un récit labyrinthique où les attentions apparentes de chacun semblent se heurter à des obstacles incessants. Malgré les signes évidents de coups, la présence de seulement deux citoyens guinéens dans les CRA à ce moment et l’existence de dossiers médicaux à l’entrée, Moussa n’est pas identifié. Dans un premier temps, la GEPSA informe la préfecture de l’isolement de Moussa Balde pour des raisons sanitaires, puis, après sa mort, la motivation devient l’ordre public, mais la préfecture affirme n’avoir jamais vérifié les documents précédents. Les responsabilités sont non seulement rejetées entre les institutions, mais aussi tout au long de la chaîne de commandement, jusqu’à désigner la stagiaire comme un élément critique qui aurait pu contribuer à l’identification de Moussa.

Les incohérences entre les déclarations de compatibilité de Moussa avec la vie communautaire et la décision d’isolement, justifiée par la prudence face aux inquiétudes de certains hôtes concernant une prétendue gale, déjà démentie par le médecin, refont surface. Une grande confusion spécialement mise en scène pour brouiller les pistes et tenter de se disculper.

L’absence de traitement des fragilités

Après que le médecin ait décrit les tentatives de suicide comme quasi quotidiennes, afin de minimiser la gravité de chaque acte, l’ancienne directrice adjointe a affirmé qu’il s’agissait d’épisodes plus exceptionnels que rares. Il n’en reste pas moins qu’il n’existe aucun protocole sanitaire concernant les actes d’auto-lésions et les risques suicidaires. Au contraire, cela sont décrits comme des tentatives des détenus pour attirer l’attention et gagner une heure d’air frais à l’infirmerie ou comme des prétextes pour favoriser les évasions. Le service de soutien psychologique est purement formel et n’est contrôlé par aucun organisme. La prise en charge sanitaire est confiée à des médecins privés, plutôt qu’au service national de santé. Un cercle vicieux sans fin, fait de lacunes réglementaires, de négligence et de racisme systémique.

Le paradoxe de l’hypothèse du rapatriement

L’absence d’accords institutionnels avec la Guinée en matière de rapatriement, à laquelle s’ajoutai l’épidémie d’Ebola, empêchait matériellement l’hypothétique expulsion. Ce manque de justifications pour sa détention aurait eu pour conséquence d’accroître les déséquilibres et la fragilité psychique, contribuant à la fin tragique de Moussa.

Ce qui ressort clairement de l’incohérence des témoignages, c’est l’utilisation de procédures, souvent volontairement lacunaires, pour justifier quotidiennement la violence structurelle de l’État.

Nous continuerons à apporter notre solidarité à la famille de Moussa et à tous les détenus et détenues des CPR. La prochaine audience est fixée au 26 novembre à 9h00 au tribunal de Turin.

A processo il CPR di Torino: la testimonianza della famiglia di Moussa Balde

Riceviamo e pubblichiamo il resoconto della seconda udienza dedicata all’ascolto delle testimonianze nel processo per la morte di Moussa Balde. Il capo d’accusa per l’ex direttrice del centro, Annalisa Spataro, e l’ex dirigente medico del centro, Fulvio Pitanti, è di omicidio colposo. Prossima udienza in programma, lunedì 20 Ottobre sempre al tribunale di Torino.

(Article en langue française en-dessous)

A processo la gestione privata del CPR di Torino: la famiglia di Moussa Balde testimonia per la verità e la giustizia

Il 22 settembre si è svolta la seconda udienza del processo per la morte di Moussa Balde nel CPR di Torino. Per la prima volta, la famiglia ha avuto modo di vedere in faccia i responsabili della morte di Moussa e raccontare la sua storia in aula.

Da numerose testimonianze tra il personale, le forze dell’ordine e l’amministrazione del CPR, invece, è emersa chiaramente l’assenza totale di una reale regolamentazione. Il personale ha riportato che nel CPR tutto è lasciato all’informalità e alla discrezionalità di chi è presente al momento. Le risorse del capitolato non sono sufficienti né per garantire tutele né per svolgere servizi essenziali. Di fronte a tali condizioni degradanti, anche il giudice ha avuto difficoltà a definire «ospiti» i detenuti del CPR.

In questo momento, il dibattito si sta concentrando sullo stabilire i responsabili dell’isolamento di Moussa nell’ospedaletto. Gli avvocatə dell’ex direttrice del CPR e dell’ex medico, gli unici imputatə, tentano di attribuire la colpa alla questura e perfino ad altri detenuti che avrebbero rifiutato di accogliere Moussa in sezione per un sospetto di scabbia (rivelatosi infondato). Un vergognoso rimbalzo di colpe che mira solo a creare confusione e a cercare di uscirne pulitə, senza assumersi la responsabilità per quanto è accaduto.

Ma sappiamo, e non ci stancheremo mai di dirlo, che la colpa della morte di Moussa e di tutte le altre morti è sistemica. Il CPR è un sistema che uccide, tortura e maltratta.

Lasciamo la parola alla famiglia di Moussa Balde, che non ha mai smesso di mobilitarsi con coraggio, dignità e determinazione fin dal giorno della perdita del loro caro figlio, fratello e amico, per onorarne la memoria e affinché nessun’altra famiglia debba mai più attraversare il dolore che hanno vissuto:

Noi, Djenabou Balde, Thierno Hamidou Balde e Mariam Baillo Balde abbiamo testimoniato in qualità di rappresentanti e membri della famiglia di Moussa Balde (pace alla sua anima) e come parte civile del processo.

La testimonianza si è articolata su tre periodi fondamentali che hanno segnato il suo percorso:

  1. Il viaggio di Moussa Balde (pace alla sua anima) dalla Guinea fino all’Italia, passando per il Mali, l’Algeria e la Libia, da dove ha attraversato il Mediterraneo per arrivare in Italia nel 2016.
  2. L’esperienza vissuta da Moussa Balde (pace alla sua anima) in Europa, in particolare in Italia, che era il suo paese di riferimento: questo periodo è caratterizzato dal tentativo di Moussa Balde (pace alla sua anima) di integrarsi in Italia attraverso un centro d’accoglienza per persone migranti. Durante questo periodo, nostro fratello conduceva una vita vivace, gioiosa, con la speranza che il suo sogno si realizzasse in Italia. Improvvisamente, quel sogno si è infranto ed è diventato un calvario, segnato da enormi difficoltà in Europa, e soprattutto in Italia. Un periodo colpito dalla disperazione di vedere il proprio sogno crollare come un castello di carte.
  3. L’incarcerazione di Moussa Balde (pace alla sua anima) nel 2021 nel CPR di Torino, dove ha trovato la morte: un breve periodo durante il quale la famiglia aveva perso ogni contatto e informazione su di lui. Successivamente, abbiamo appreso della sua morte (pace alla sua anima) tramite una telefonata di un suo amico, di nome Amadou, senza comprendere le vere circostanze che hanno portato a questa triste tragedia.

MOMENTO DELLA TESTIMONIANZA:

Durante la testimonianza, eravamo sereni, fiduciosi. Perché sentivamo un sostegno totale da parte del popolo italiano, amante della giustizia e della libertà. Attraverso una mobilitazione enorme di persone di buona volontà, che accompagnano la famiglia fin dall’inizio di questa tragedia. Le ringraziamo di cuore. E in particolare, un ringraziamento speciale al nostro avvocato Gianluca Vitale e al suo team, per il lavoro che stanno svolgendo nella ricerca della verità sulla morte di Moussa Balde (pace alla sua anima), sulle pratiche disumane all’interno dei CPR in generale, e per il ripristino della giustizia.

IL PROSEGUIMENTO DELL’UDIENZA E LE NOSTRE ASPETTATIVE:

Speriamo che alla fine di questo processo venga resa giustizia. Che la memoria di Mamadou Moussa Balde (pace alla sua anima) venga onorata. E soprattutto, che i CPR vengano aboliti in Italia e che in tutto il mondo vengano eliminati tutti i luoghi di privazione della libertà privi di un fondamento giusto. Con un pensiero positivo rivolto al popolo palestinese, che oggi subisce un’ingiustizia evidente agli occhi del mondo intero.

LA FAMIGLIA DI MAMADOU MOUSSA BALDE (PACE ALLA SUA ANIMA)

Alla prossima udienza, il 20 ottobre, saranno ascoltatə gli ex dirigenti dell’ufficio immigrazione e della questura. Continueremo a portare solidarietà alla famiglia di Moussa e a tuttə i detenuti e le detenute dei CPR davanti al tribunale.

Per un resoconto della prima udienza del processo:
https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colposo-di-balde/

Per sostenere le spese di viaggio della famiglia di Moussa Balde in Italia :
https://www.we-solidaire.com/fr/collecte/contro-i-c-p-r-giustizia-per-moussa-udienza-8-09-2025-1

Procès contre la gestion privée du CPR de Turin :
la famille de Moussa Balde témoigne pour la vérité et la justice

Le 22 septembre s’est tenue la deuxième audience du procès pour la mort de Moussa Balde au CPR (centre de rétention administrative) de Turin. Pour la première fois, la famille a pu faire face aux responsables de la mort de Moussa et raconter son histoire en salle d’audience. De nombreux témoignages, issus du personnel, des forces de l’ordre et de l’administration du CPR, ont clairement mis en évidence l’absence totale d’une réelle réglementation. Le personnel a rapporté que tout au CPR est laissé à l’informalité et à la discrétion des personnes présentes à ce moment-là. Les ressources prévues dans le cahier des charges ne sont suffisantes ni pour garantir des protections, ni pour assurer des services essentiels. Face à de telles conditions dégradantes, même le juge a eu du mal à qualifier les détenus du CPR d’« hôtes ».

À ce stade, le débat se concentre sur l’identification des responsables de l’isolement de Moussa dans la zone appelée « ospedaletto ». Les avocat·es de l’ancienne directrice du CPR et de l’ancien médecin, les seul·es accusé·es, tentent d’attribuer la faute à la questura de Turin (direction locale de la police d’état) et même à d’autres détenus qui auraient refusé de réintégrer Moussa en section à cause d’un soupçon de gale, qui s’est avéré infondé. Ce lamentable renvoi de responsabilités ne vise qu’à semer la confusion et à tenter de s’en sortir sans assumer la responsabilité de ce qui s’est passé.

Mais nous savons, et nous ne cesserons jamais de le répéter, que la responsabilité de la mort de Moussa et de toutes les autres morts est systémique. Le CPR est un système qui tue, torture et maltraite.

Laissons la parole à la famille de Moussa Balde, qui n’a jamais cessé de se mobiliser avec courage, dignité et détermination depuis le jour de la perte de leur cher fils, frère et ami, pour honorer sa mémoire et afin qu’aucune autre famille ne doive jamais plus traverser cette douleur :

Nous, Djenabou Balde, Thierno Hamidou Balde, Mariam Baillo Balde, avons témoigné en tant que représentants et membres de la famille de Moussa Balde (paix à son âme) et parties civiles du PROCÈS. 

Le témoignage portait sur trois périodes essentielles, qui ont marquées son aventure :

  1. Le parcours de Moussa Balde (paix à son âme) de la Guinée jusqu’en Italie en passant par le Mali, l’Algérie et la Libye où il a traversé la méditerranée pour arriver en Italie en 2016.
  2. Le vécu de Moussa Balde (paix à son âme) en Europe particulièrement en Italie qui était son pays de préférence. Cette période est marquée par la tentative de Moussa Balde (paix à son âme) d’intégration en Italie à travers un centre de réinsertion pour migrants. Durant cette période notre frère avait une vie vivace, joyeuse avec l’espoir que son rêve allait se réaliser en Italie. Soudainement, ce rêve s’est brisé et est devenu un calvaire, marqué par d’énormes difficultés en Europe, et surtout en Italie. Une période frappée par le désespoir de voir son rêve s’effondrer comme un château de cartes.
  3. L’emprisonnement de Moussa Balde (paix à son âme) en 2021 dans le CPR de Turin où il trouva la mort. Une courte période durant laquelle la famille avait perdu tout contact et information à son sujet. Par la suite, nous avons appris sa mort (paix à son âme) par un appel téléphonique d’un de ses amis, nommé Amadou, sans comprendre les véritables circonstances qui ont conduit à cette triste tragédie.

MOMENT DU TÉMOIGNAGE

Lors du témoignage, nous étions sereins, confiants. Parce que l’on sentait un soutien total du peuple italien épris de justice et de liberté. À travers une mobilisation énorme des personnes de bonne volonté qui accompagnent la famille depuis le début de cette tragédie. Nous les en remercions, avec une mention spéciale pour notre avocat Maître Gianluca Vitale et son équipe pour le travail qu’ils mènent à la recherche de la vérité sur la mort de Moussa Balde (paix à son âme), sur les pratiques inhumaines à l’intérieur des CPR en général et pour le rétablissement de la justice.

LA SUITE DE L’AUDIENCE ET NOS ATTENTES

Nous espérons qu’à la fin de ce procès, le droit sera dit. La mémoire de Mamadou Moussa Balde (paix à son âme) sera honorée. Et surtout nous voulons l’abolition des CPRs en Italie et de tous les lieux de privation de liberté sans fondement juste dans le monde entier. Avec une pensée positive au peuple palestinien qui subit aujourd’hui une injustice notoire aux yeux du monde entier.

LA FAMILLE DE MAMADOU MOUSSA BALDE (PAIX À SON ÂME)

La prochaine audience aura lieu le 20 octobre, les ancien·nes responsables du bureau de l’immigration et de la questura y seront entendu·es. Devant le tribunal, nous continuerons à apporter notre solidarité à la famille de Moussa et à toutes les personnes enfermées dans les CPR.

Pour un compte rendu de la première audience du procès :
https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colposo-di-balde/

Pour soutenir le voyage de la famille de Moussa Balde en Italie :
https://www.we-solidaire.com/fr/collecte/contro-i-c-p-r-giustizia-per-moussa-udienza-8-09-2025-1

Scaricabarile tra Questura e GEPSA: prima udienza per omicidio colposo di Balde.

Riceviamo e pubblichiamo il resoconto dell’udienza dell’8 settembre 2025 al tribunale di Torino, riguardante il processo per omicidio colposo di Moussa Balde contro dipendenti della GEPSA, la multinazionale francese che, all’epoca dei fatti, gestiva il CPR torinese dove Moussa ha perso la vita.

(Article en langue française en-dessous)

Scaricabarile tra Questura e GEPSA: report della prima udienza del processo per omicidio colposo di Balde.

Si è conclusa la prima udienza del processo Balde, che vede imputat* l’ex direttrice e l’ex dirigente sanitario del CPR di Torino. Durante l’udienza sono state ascoltate le testimonianze delle persone coinvolte nel caso e che avevano in carico Moussa al momento del suo decesso. Tra quest* l’infermiera, la psicologa, l’ex imputato funzionario di polizia dell’Ufficio Immigrazione di Torino (allora responsabile del dispositivo di sicurezza del CPR), il mediatore e la mediatrice culturale, la stagista dell’ufficio amministrativo della GEPSA (Ente gestore), la Garante locale per i diritti delle persone private della libertà, e altr*.

Nel maggio 2021, com’è noto, Moussa Balde, reduce da un pestaggio razzista a Ventimiglia, viene rinchiuso nella zona rossa del CPR di Torino (una delle aree comuni). Dopo pochi giorni, viene trasferito in isolamento, all’interno di una delle celle della zona chiamata “ospedaletto”. Qui, il 23 maggio, si toglie la vita. Il cuore dell’udienza riguarda le ragioni di questo trasferimento e chiavrebbe preso tale decisione. Chi ha spostato Moussa nell’ospedaletto e per quale motivo?
Secondo lo stato italiano, Moussa è stato trasferito in isolamento per via di una psoriasi diagnosticata dall’ex medico del CPR – una condizione che, viene ribadito in aula, non è affatto una malattia contagiosa. Per la GEPSA, invece, il trasferimento sarebbe avvenuto per motivi di “ordine pubblico”, a causa di una presunta “incompatibilità” tra Moussa e gli altri detenuti del CPR, con la responsabilità che ricadrebbe sulla Questura di Torino.
In merito, l’ex direttrice del CPR, durante una dichiarazione spontanea, si appella all’articolo 4 del regolamento del CPR, sostenendo che nella gestione del centro la GEPSA avesse “le mani legate”, agendo come una reception di un hotel, dove l’unico compito è “comunicare agli ospiti il numero della stanza”.

Dopo ore di udienza, appare sempre più evidente il continuo rimpallo di responsabilità tra i vari attori coinvolti nella catena di inadempienze che ha portato alla morte di Moussa. Tuttavia l’obiettivo del processo non sembra essere quello di stabilire chi abbia avuto la maggiore responsabilità tra la questura e GEPSA – anche perché questura e varie figure istituzionali ne sono già uscite indenni con un’assoluzione, tramite cavilli legali, per l’accusa di sequestro di persona che riguardava esattamente l’uso improprio della sezione ospedaletto nel cpr torinese – ma piuttosto quello di trovare un colpevole tra gli imputati rimasti, ovvero coloro che non fanno parte direttamente dell’apparato statale.
Non si mette in discussione il sistema detentivo, repressivo e letale del CPR, ma si cerca il “colpevole del misfatto”, guarda caso mai tra i rappresentanti delle istituzioni, coloro che tengono in piedi l’intero meccanismo e che scompaiono quando questo va incrisi. Questo processo, più che una vera ricerca di giustizia, sembra un teatro giustizialista alla ricerca di un capro espiatorio, mentre il sistema ed i suoi rappresentanti, ancora una volta, si auto-assolvono.

Accanto alla volontà di scaricare ogni responsabilità esclusivamente sui privati della GEPSA, emerge in maniera lampante l’assoluta inadeguatezza del sistema CPR, un po’ come la “banalità del male”.
Uno degli aspetti più gravi riguarda l’assenza di un protocollo per la prevenzione del rischio suicidario. Tuttavia, questa banalità del male permea ogni aspetto gestionale. Lo dimostra il comportamento dell’infermiera di turno, che ha dichiarato in aula di essere passata due volte davanti alla cella di Moussa per somministrargli la terapia prescritta dal medico, senza mai entrarvi e delegando infine la responsabilità a un militare in servizio. Anche il supporto psicologico, che dovrebbe essere centrale in un luogo di detenzione amministrativa, risulta del tutto insufficiente. La psicologa ha infatti riferito che il servizio si limita a sole 16 ore settimanali – da dividere con il servizio di informativa legale – per circa 120 persone. Ha inoltre ammesso che i colloqui psicologici non vengono quasi mai effettuati al momento dell’ingresso, e spesso nemmeno durante la permanenza nel CPR. In altre parole, chi entra in quel luogo può attraversarlo nella completa invisibilità, anche in condizioni di grave sofferenza

Le condizioni materiali del centro parlano da sole. Le immagini riprese dalle telecamere dei Carabinieri intervenuti dopo il suicidio, mostrano celle fatiscenti, ambienti sporchi e privi di ogni dignità. Tali erano le condizioni da spingere gli avvocati della difesa a opporsi perfino alla proiezione delle immagini in aula.
Le negligenze, le approssimazioni e il razzismo strutturale sono evidenti anche nella gestione della documentazione riguardante Moussa. E infatti, nonostante la direttrice avesse ricevuto informazioni alquanto inequivocabili dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino (che indicava Moussa come un guineano picchiato a Ventimiglia), la sua presenza non risultava nel registro del CPR. Eppure, ci si chiede: quanti guineani in quei giorni potevano essere trasferiti dalla questura di Imperia? E ancora, non sorprende la confusione negli audio ascoltati in aula, in cui l’ex direttrice parla indistintamente di Gambia e Guinea, come fossero lo stesso paese.
Infine, colpisce il fatto che nessun* tra il personale presente in quei giorni si ricordi veramente di Moussa, nessun* che abbia riscontrato alcuna traccia fisica delle aggressioni da lui subite a Ventimiglia, nonostante queste dovessero essere ben visibili.

L’udienza dell’8 settembre ci ha permesso di entrare nel merito del sistema che sorregge il lager CPR. Anche se la tendenza è stata quella di spostare la responsabilità verso i singoli individui, specialmente verso i “pesci piccoli”, piuttosto che interrogarsi sul funzionamento complessivo del sistema. Questo evidenzia una chiara volontà politica e giuridica di discolpare il sistema razzista, repressivo e detentivo in sé, e di incolpare e punire chi, nelle funzioni private, ha agito in modo difforme.
Lo stato prova a uscirne pulito attraverso l’assoluzione dei suoi rappresentanti istituzionali – e, difatto, c’è già riuscito. Ma non per questo rinuncia a infierire, scaricando ogni responsabilità su soggetti privati. I quali, a loro volta, sono comunque pienamente inseriti e complici di un sistema repressivo e violento che colpisce le persone più vulnerabili e meno privilegiate. Persone senza documenti, persone non bianche, stranier*.

Che ogni singola persona coinvolta abbia giocato un ruolo, più o meno significativo, nella morte di Moussa è innegabile. Tuttavia, dobbiamo ricordare che questa macchina di tortura rinchiude, annienta e uccide persone in movimento ogni giorno, in Italia e ovunque. E che la battaglia portata avanti dalla famiglia Balde, e da tutte le persone solidali che la sostengono, è la stessa di tante altre famiglie che piangono la morte di Ousmane Sylla e di altre vittime nei CPR d’Italia e d’Europa, morti avvenute nello stesso modo, per le stesse ragioni.

Continueremo a ripetere che questi sono omicidi di Stato, come tutte le morti alle frontiere interne ed esterne in Europa e come tali dovranno pesare sulle coscienze di chi continua ad alimentare un sistema di dominio, di sopraffazione, di violenza nei confronti delle persone in movimento, delle persone con “documenti sbagliati”. La lotta della famiglia Balde, legittima e fondamentale, continuerà insieme a quella di tutt* noi.

Il 22 settembre ci sarà un’udienza importante, in cui si ascolteranno i testimoni della parte civile, ovvero i familiari di Moussa, che arriveranno dalla Guinea. Partecipiamo in tant*, per far sentire loro tutto il nostro sostegno.


Solidali di Ventimiglia
15/09/2025

Renvoi de balle entre la Questure et GEPSA : compte rendu de la première audience du procès pour homicide involontaire de Moussa Balde

La première audience du procès Balde s’est achevée. Y sont inculpé·e·s l’ex-directrice et l’ancien responsable sanitaire du centre de rétention administrative (CPR) de Turin en Italie. Lors de l’audience, plusieurs personnes impliquées dans l’affaire et ayant eu Moussa sous leur responsabilité au moment de son décès ont été entendues. Parmi elles : l’infirmière, la psychologue, l’ancien fonctionnaire de police de l’Office de l’immigration de Turin (alors responsable du dispositif de sécurité du CPR), un médiateur et une médiatrice culturelle, une stagiaire de l’administration de la GEPSA (organisme gestionnaire), la garante locale des droits des personnes privées de liberté, et d’autres encore.

En mai 2021, Moussa Balde, victime d’une agression raciste à Vintimille, est enfermé dans la zone rouge du CPR de Turin (l’une des zones communes). Quelques jours plus tard, il est transféré en isolement, dans une cellule de la zone dite de « l’ospedaletto » (petit hôpital). C’est là, le 23 mai, qu’il se donne la mort. Le cœur de l’audience porte sur les raisons de ce transfert et sur l’identité de la personne qui aurait pris cette décision. Qui a transféré Moussa à l’ospedaletto, et pourquoi ?

Selon l’État italien, Moussa aurait été placé à l’isolement en raison d’un diagnostic de psoriasis posé par l’ancien médecin du CPR – une affection qui, comme il a été rappelé à l’audience, n’est absolument pas contagieuse. Pour la GEPSA, en revanche, le transfert aurait eu lieu pour des raisons « d’ordre public », en raison d’une supposée « incompatibilité » entre Moussa et les autres détenus du CPR, la responsabilité étant alors rejetée sur la Questure de Turin. À ce sujet, l’ancienne directrice du CPR, lors d’une déclaration spontanée, a invoqué l’article 4 du règlement du CPR, affirmant que la GEPSA avait « les mains liées » dans la gestion du centre et agissait comme la réception d’un hôtel, dont le seul rôle serait « d’indiquer aux hôtes le numéro de leur chambre ».

Après des heures d’audience, le constant renvoi de responsabilité entre les différents acteurs de la chaîne de négligences ayant conduit à la mort de Moussa devient de plus en plus évident. Pourtant, l’objectif du procès ne semble pas être de déterminer qui, entre la Questure et GEPSA, porte la plus grande responsabilité – d’autant plus que la Questure et diverses figures institutionnelles ont déjà été acquittées, par des biais juridiques, de l’accusation de séquestration de personne, accusation portant précisément sur l’utilisation abusive de l’ospedaletto dans le CPR de Turin. Il s’agit plutôt de trouver un coupable parmi les prévenus restants, à savoir ceux qui ne font pas partie directement de l’appareil étatique. Le système carcéral, répressif et mortifère des CPR n’est pas remis en question. On cherche le « coupable du forfait », qui n’est jamais, comme par hasard, un des représentants des institutions – ceux-là mêmes qui maintiennent le système en place et qui disparaissent quand il s’effondre. Ce procès ressemble donc moins à une véritable quête de justice qu’à une mise en scène justicialiste à la recherche d’un bouc émissaire, tandis que le système et ses représentants, une fois encore, échappent à toute remise en cause.

Parallèlement à cette volonté de faire porter toute la responsabilité exclusivement aux privés de la GEPSA, ressort de manière criante l’inadéquation totale du système CPR, à l’image de « la banalité du mal ». L’un des aspects les plus graves concerne l’absence de protocole pour la prévention du risque suicidaire. Mais cette banalité du mal imprègne tous les aspects de la gestion du CPR. Cela transparaît par exemple dans le comportement de l’infirmière de service, qui a déclaré à l’audience être passée deux fois devant la cellule de Moussa pour lui administrer le traitement prescrit par le médecin, sans jamais y entrer, et en déléguant finalement la responsabilité à un militaire de service. Le soutien psychologique, qui devrait être central dans un centre de rétention administrative, est lui aussi totalement insuffisant. La psychologue a en effet déclaré que le service se limite à seulement 16 heures hebdomadaires – à partager avec le service d’information juridique – pour environ 120 personnes. Elle a aussi admis que les entretiens psychologiques ne sont presque jamais réalisés à l’entrée dans le centre, et souvent même inexistants pendant toute la durée de l’enfermement. En d’autres termes, on peut traverser ce lieu dans une invisibilité totale, même en situation de grande détresse.

Les conditions matérielles du centre parlent d’elles-mêmes. Les images captées par les caméras des Carabiniers intervenus après le suicide montrent des cellules délabrées, des locaux sales, sans aucune dignité. Les conditions étaient telles que les avocats de la défense se sont opposés à la projection des images en salle d’audience.

Les négligences, l’improvisation et le racisme structurel se retrouvent aussi dans la gestion de la documentation concernant Moussa. Malgré le fait que la directrice avait reçu des informations claires de la Garante des droits des personnes privées de liberté de Turin – indiquant que Moussa était un Guinéen agressé à Vintimille –, sa présence n’apparaissait même pas dans le registre du CPR. Pourtant, on peut s’interroger : combien de Guinéens victimes d’agression ont pu être transférés ces jours-là depuis la Questure d’Imperia ? De plus, la confusion est frappante dans les enregistrements audio diffusés à l’audience, où l’ex-directrice évoque indistinctement la Gambie et la Guinée, comme s’il s’agissait d’un seul et même pays 

Enfin, il est troublant de constater qu’aucun membre du personnel présent ces jours-là ne semble vraiment se souvenir de Moussa, personne n’ayant même remarqué les traces physiques de l’agression qu’il venait de subir à Vintimille – alors qu’elles devaient être visibles étant donné sa violence.

L’audience du 8 septembre a permis de pénétrer au cœur du système qui soutient le CPR. Même si la tendance a été de rejeter la faute sur des individus isolés, notamment sur les “petits poissons”, plutôt que d’interroger le fonctionnement général du système. Cela traduit une volonté politique et judiciaire claire de dédouaner le système raciste, répressif et carcéral en tant que tel, et d’en faire porter la faute à ceux qui, dans leurs fonctions privées, ont agi de manière non conforme.

L’État tente de s’en sortir blanchi par l’acquittement de ses représentants institutionnels – et, de fait, il y est déjà parvenu. Mais cela ne l’empêche pas de s’acharner, en rejetant toute responsabilité sur des acteurs privés. Ces derniers n’en demeurent pas moins complices à part entière d’un système répressif et violent qui frappe les personnes les plus vulnérables et les moins privilégiées. Des personnes sans papiers, personnes non blanches, étranger·ère·s.

Il est indéniable que chaque personne impliquée a joué un rôle plus ou moins important dans la mort de Moussa. Pourtant, il faut se rappeler que cette machine de torture enferme, broie et tue chaque jour des personnes en Italie comme ailleurs. Et que le combat mené par la famille Balde, et par toutes les personnes solidaires qui la soutiennent, est le même que celui de nombreuses autres familles qui pleurent la mort d’Ousmane Sylla et d’autres victimes dans les CPR d’Italie et d’Europe, morts de la même manière, pour les mêmes raisons.

Nous continuerons à affirmer qu’il s’agit d’homicides d’État, tout comme les morts aux frontières internes et externes de l’Europe. Et qu’elles doivent peser sur la conscience de celles et ceux qui continuent à alimenter un système de domination, d’oppression et de violence contre les personnes en mouvement, celles aux ” mauvais papiers “.

La lutte de la famille Balde, légitime et essentielle, se poursuivra avec celles que nous menons toutes et tous.

Le 22 septembre aura lieu une audience importante, au cours de laquelle les témoins de la partie civile – trois membres de la famille de Moussa venus de Guinée – seront entendu·e·s.

Soyons nombreux·ses à y participer pour leur faire sentir tout notre soutien.

Solidaires de Vintimille
15/09/2025

Contro i CPR – Giustizia per Moussa!

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la nuova campagna di raccolta fondi per permettere ai parenti di Moussa Balde, un giovane guineano prima linciato da tre razzisti a Ventimiglia e poi morto nel CPR di Torino, di tornare in Italia per proseguire in autunno la battaglia che stanno muovendo con dignità e coraggio non solo contro il CPR torinese ma soprattutto contro il sistema dei CPR in generale.
L’appuntamento in tribunale a Torino è l’8 settembre 2025 per inziare la fase dibattimentale del processo per omicidio colposo contro l’ex direttrice e l’ex medico del lager torinese . Ma il loro impegno prosegue anche fuori dalle mura dei palazzi di giustizia, portando con convinzione la loro testimonianza ovunque riescano ad arrivare e ovunque vengano invitati a parlare.
Come solidali di Ventimiglia e come redazione di Parole sul Confine vogliamo continuare a sostenere questa importante lotta che dal lutto di una famiglia si fa grido collettivo: per Moussa Balde e per tutte le persone che continuano a finire nei lager per persone razzializzate, discriminate per la mancanza di un documento riconosciuto idoneo dal sistema, la strada è solo una.
I CPR DEVONO CHIUDERE, TUTTI!

Link per la raccolta fondi: https://www.papayoux-solidarite.com/fr/collecte/contro-i-c-p-r-giustizia-per-moussa-udienza-8-09-2025-1

Per tutte le informazioni sulla storia di Moussa, si invita a ripercorrere i precedenti articoli e comunicati presenti sul blog:
https://parolesulconfine.com/per-moussa-e-ousmane-contro-tutti-i-cpr/
https://parolesulconfine.com/nessun-perdono-perche-sanno-quello-che-fanno_-per-moussa-balde-contro-i-cpr/
https://parolesulconfine.com/aggiornamenti-processo-per-la-morte-di-moussa-balde/

RACCOLTA FONDI PER LE SPESE DI VIAGGIO DEI MEMBRI DELLA FAMIGLIA BALDE, TESTIMONI AL PROCESSO CONTRO IL CPR DI TORINO

(texte en français ci-dessous)

LE UDIENZE SI TERRANO L’8 SETTEMBRE – IL 22 SETTEMBRE – IL 6 OTTOBRE – IL 20 OTTOBRE 2025 AL TRIBUNALE DI TORINO

Per permettere la presenza dei membri della famiglia Balde al tribunale abbiamo bisogno di raccogliere soldi per le spese di viaggio (visti, biglietti aerei, ospitalità, assicurazioni, spese di permanenza per un mese e mezzo a Torino, ecc..). Il costo minimo per una persona è di 4.000 €.

Questo viaggio è totalmente organizzato dal basso e per questo ogni contributo è essenziale.

CHI ERA MOUSSA BALDE

Moussa Balde era un amico e un compagno. Lo hanno trovato morto in una cella del C.P.R. di Torino la notte tra il 22 e il 23 maggio 2021, dopo dieci giorni passati in isolamento. Dieci giorni in cui la direzione del C.P.R. negava la sua presenza all’interno della struttura agli avvocati che lo stavano cercando.

Il 9 maggio era stato picchiato a Ventimiglia da tre italiani. Questo è stato sufficiente a deportarlo a Torino, prendendo per buona la versione dei suoi aggressori e ignorando completamente le gravi condizioni fisiche e psicologiche in cui si trovava dopo il pestaggio. Moussa, originario della Guinea, è stato detenuto in quanto persona non europea e irregolare sul territorio, e per questo è morto rinchiuso in una cella. La morte di Moussa non è stata “fatalità”, o il frutto di una catena di adempienze: è stata la conseguenza del razzismo strutturale dello stato in cui viviamo.

A 4 anni dagli eventi inizia il processo ai C.P.R., il processo più importante mai fatto in Italia contro il sistema dei C.P.R., al tribunale di Torino. Il 12 febbraio di quest’anno si è tenuta l’udienza preliminare del procedimento per omicidio colposo a carico della ex direttrice del C.P.R. e del medico direttore sanitario della struttura all’epoca della morte di Moussa Balde. 

L’8 settembre si terrà la prima udienza: facciamoci sentire per sostenere la famiglia Balde nella lotta comune contro i C.P.R. La loro presenza al processo è essenziale non solo per la parte legale ma anche per rimarcare l’importanza di lottare oggi e sempre contro queste strutture. 

Perchè non se ne aprano di nuove (come sta avvenendo in Liguria) e si distruggano quelle già esistenti!

Per un trasferimento bancario diretto: 

Cassa di Solidarietà del Ponente Ligure

IBAN: IT58H3608105138280345080353

BIC:PPAYITR1XXX

Causale: MOUSSA BALDE

Per info e contatti: borderkills at riseup.net

Per leggere di più sui processi e la sua storia, si può visitare il blog ‘Parole sull confine’ alla categoria Moussa Balde, https://Parolesulconfine.com/ > Moussa Balde

—français—

CONTRE LES CRA – JUSTICE POUR MOUSSA !

RECOLTE DE FONDS POUR COUVRIR LE COÛT DU VOYAGE DES MEMBRES DE LA FAMILLE BALDE, TEMOINS AU PROCES CONTRE LE CPR DE TURIN (Centre de Rétention Administratif)

LES PROCHAINES AUDIENCES SE TIENDRONT LES 8 & 22 SEPTEMBRE ET LES 6  & 20 OCTOBRE AU TRIBUNAL DE TURIN
Pour permettre la présence des membres de la famille Balde au tribunal nous avons besoins de lever des fonds pour couvrir les dépenses du voyage (visas, billets d’avion, hospitalité, assurances, dépenses pour vivre sur Turin un mois et demi, etc.). Le coût minimum estimé pour une personne est de 4.000 €.
Ce voyage est totalement organisé par la base, donc toute contribution est essentielle.

QUI ETAIT MOUSSA BALDE
Moussa Balde était un ami et un camarade. Les autorités l’ont trouvé mort dans une cellule du CPR (équivalent d’un centre de rétention administratif en France) de Turin dans la nuit du 22 au 23 mai 2021, après 10 jours passées en isolement. Dix jours lors desquelles la direction du CPR a nié sa présence au sein de la structure alors que ses avocat.es le cherchaient, aussi au CPR.

Le 9 mai il a été aggressé à Vintimille par trois italiens. Prenant la version des ses aggresseurs pour argent comptant, les policiers qui sont intervenus sur scène ont estimé que c’était suffisant de l’arrêtait et le transféré à Turin, tout en ignorant complètement son état de santé physique et psychologique gravissime suite à l’aggression. Moussa, originaire de la Guinea-Conakry, a été détenu parce que personne non-européenne et avec une présence non-régularisée sur le territoire, et c’est pour ces raisons qu’il est mort caché dans une cellule. La mort de Moussa n’était pas une fatalité, ni le fruit d’une suite de défaillances : sa mort est la conséquence du racisme structurelle de l’état où nous vivons.

4 ans après commence le procès contre le CPR. C’est le procès le plus important jamais ouvert en Italie contre le système des CPR. Le 12 février 2025, au tribunal de Turin, il y a eu l’audience préliminaire du procès pour omicide involontaire contre l’ex-directrice du CPR et le directeur médical de la structure à l’époque de la mort de Moussa Balde.

Le 8 septembre se tiendra la première audience. Levons-nous pour soutenir la famille Balde dans notre lutte commune contre les CPR. Leur présence au procès est essentielle non seulement pour leur témoignage dans le cadre des procédés juridique, mais pour souligner l’importance de lutter aujourd’hui et pour toujours contre ces insitutions que sont les CPR.

Assurons-nous qu’ils n’en n’ouvrent plus des nouveaux (comme c’est prévu en Ligurie) e que se détruisent ceux qui existent!

Détails pour un transfert bancaire directe pour contribuer à la récolte de fonds: 
IBAN: IT58H3608105138280345080353
BIC: PPAYITR1XXX
Nom du destinataire: Cassa di Solidarietà del Ponente Ligure
Motif: MOUSSA BALDE

Pour infos et contact: borderkills at riseup.net

Pour lire des articles sur le procès et l’histoire de Moussa, vous pouvez consulter le blog “Parole sul confine” en regardant dans la catégorie “Moussa Balde”:  https://Parolesulconfine.com/ > Moussa Balde

Febbraio 2025 a Ventimiglia

Riceviamo e pubblichiamo un resoconto sulla situazione di Febbraio 2025 a Ventimiglia. Per ulteriori informazioni rispetto ai vari punti citati, invitiamo a consultare i seguenti link di approfondimento:

Commemor’Action; funerale di Yonas, l’ultima persona uccisa dalla frontiera; la lista aggiornata delle persone che hanno perso la vita a causa della frontiera; il viaggio in Italia delle famiglie di Ousmane Sylla e Moussa Balde, uccisi dal sistema CPR; infopoint Upupa di via Tenda.

Testo originale in francese. (Article en langue française en-dessous)

Febbraio 2025 a Ventimiglia

06/01: Commemor’action 2025: come ogni anno, viene chiamata a livello internazionale una giornata di commemorazione in ricordo delle persone morte o scomparse alle frontiere. Si è tenuto un presidio presso il memoriale dedicato alle vittime del confine franco-italiano, con la partecipazione di molte associazioni e gruppi che hanno risposto all’appello. La presenza e le testimonianze dei parenti di Moussa Balde e Ousmane Sylla, entrambi morti nei centri di detenzione amministrativa in Italia, sottolineano la necessità di mobilitarsi per la chiusura dei CPR esistenti (i CRA italiani) e contro l’apertura di futuri centri, in particolare in Liguria.

08/01: Funerale di Yonas H., la cinquataquattresima vittima registrata presso il il confine sud tra Italia e Francia:

L’8 febbraio 2025, Yonas H. è stato sepolto nel cimitero di Ventimiglia, alla presenza di molte persone del luogo, di un membro della sua famiglia e di padre Claudiu, che ha eseguito il rito ortodosso. Yonas aveva 26 anni, veniva dall’Eritrea e il suo viaggio si è fermato a Ventimiglia. È morto il 10 gennaio 2025, mentre tentava di attraversare il confine a Ponte San Ludovico, tra Ventimiglia e Mentone.

Tour nazionale di incontri e mobilitazioni per le famiglie Balde e Sylla:

Arrivati in Italia dalla Guinea all’inizio di febbraio, i membri della famiglia di Moussa e Ousmane hanno toccato diverse città italiane, da Milano a Palermo, per condividere la loro storia, diffondere la loro lotta e incontrare gli attori della solidarietà nei vari luoghi. Sono state organizzate serate di raccolte fondi, proiezioni di film, presentazioni di libri e conferenze stampa. Il loro viaggio è stato caratterizzato dall’intensità delle giornate che hanno affrontato e dalla determinazione che hanno sempre dimostrato nel chiedere verità e giustizia per i loro fratelli, figli e amici.

Rassegna stampa:

mentre i giornali locali di Ventimiglia elogiano gli sgomberi di alloggi occupati, i controlli sempre più frequenti sulle persone “senza documenti” e i benefici del nuovo taser recentemente aggiunto all’armamentario della polizia locale, i giornali francesi spiegano le pratiche e le abitudini degli agenti della PAF nella zona di Mentone: valutazioni affrettate rispetto alla presunta minore età, interrogatori e intimidazioni di “individui potenzialmente radicalizzati”, e alcune cifre edificanti: 15.000 persone fermate nel 2024, cioè circa 40 respingimenti al giorno, nonostante la decisione del Consiglio di Stato del febbraio dello stesso anno di vietare la pratica illegale del respingimento alla frontiera.

Upupa chiude definitivamente:

l’infopoint aperto da circa 2 anni chiude definitivamente, i disegni vengono staccati dai muri e la vernice bianca copre i disegni multicolori di upupe, bandiere e messaggi di ogni tipo. È iniziata la ricerca di un nuovo spazio, ma per il momento senza esito.

Fevrier 2025 a Vintimille

06/01: Commemor’action 2025: comme chaque année, une journée de commémoration en mémoire des personnes mortes et disparues aux frontières est appelée au niveau international. Un rassemblement à eu lieu au mémorial dédié aux victimes de la frontière franco-italienne, de nombreuses associations et collectif ont répondu à l’appel. La présence et les témoignages des proches de Moussa Balde et Ousmane Sylla, tous deux morts dans des centres de rétention administrative en Italie, mettrons l’accent sur la nécessité de se mobiliser pour la fermeture des CPR (les CRA Italiens) existants, et contre l’ouverture de futurs centres notamment en Ligurie.

08/01: Enterrement de Yonas H., 54eme victime recensée de la frontière basse entre l’Italie et la France:

Le 8 février 2025, Yonas H. a été enterré au cimetière de Vintimille, en présence de nombreuses personnes du territoire, d’un membre de sa famille et du Père Claudiu qui a célébré le rituel orthodoxe. Yonas avait 26 ans, il venait d’Érythrée et son voyage s’est arrêté à Vintimille. Il est mort le 10 janvier 2025, dans sa tentative de traverser la frontière de Pont Saint Ludovic, entre Vintimille et Menton.

Tournée nationale de rencontres et mobilisations pour les familles Baldé et Sylla: arrivés début février en Italie depuis la Guinée, des membres de la famille de Moussa et Ousmane se sont rendus dans plusieurs villes italienne allant de Milan à Palerme afin de partager leur histoire, propager leur lutte et rencontrer des acteurs,locaux de la solidarité. Soirées de soutien, projections, présentations de livres et conférences de presse, leurs voyages était marquée par l’intensité de leurs journées et la détermination qu’iels ont montré.es tout du long afin de revendiquer vérité et justice pour leur frères, enfants ou amis.

Revue de presse: alors que les journaux locaux Vintimillais font l’éloge des evacuations de lieux de vie, des contrôles de plus en plus fréquents de personnes “sans-papiers” et des bénéfices du nouveau taser fraîchement ajouté à l’armement de la police locale, les journaux français décryptent les pratiques et usages des agents de la PAF dans le Mentonnais. Évaluations de minorité présumée faites à la va vite, interrogatoires et intimidations pour les “individus potentiellement radicalisés” et des chiffres édifiants : 15.000 interpellations en 2024, soit environ 40 pushbacks par jour, et ce malgré la décision du conseil d’état datant de février de la même année visant à interdire les pratiques illégales de refoulement à la frontière

Upupa ferme définitivement: l’infopoint ouvert depuis 2 ans et quelques ferme définitivement, les dessins quittent les murs et la peinture blanche recouvre les dessins multicolores de huppes, drapeaux et messages en tout genre. La recherche d’un nouvel espace à commencé mais sans aboutir à grand chose pour le moment.