Commemor’action: le frontiere uccidono

onoriamo le persone morte, lottiamo con le persone vive

Riceviamo e pubblichiamo il testo del comunicato letto a Ventimiglia il 6 febbrio 2025 in occasione della mobilitazione per la chiamata internazionale Commemor’Action, presso il memoriale per le persone uccise dal confine. A seguire, testo in francese. Per ulteriori informaioni sulla Commemor’Action: pag 51 del report Resistere al Confine e in questo articolo.

Il 6 febbraio 2025, a Ponte San Ludovico, tra la Francia e l’Italia, ci siamo ritrovatə per prenderci cura del memoriale dedicato alle persone vittime della frontiera, delle politiche migratorie europee e del razzismo sul nostro territorio. Abbiamo inserito questo momento nell’ambito del movimento internazionale Commemor’action, nato dall’impegno dei familiari delle persone scomparse o decedute in migrazione, per riunirsi nel lutto ma anche per rivendicare giustizia e libertà di circolazione.

Insieme, abbiamo reso omaggio alle persone che hanno perso la vita a causa della violenza della frontiera che attraversa il nostro territorio.

Da 10 anni, questa frontiera è chiusa alle persone che non hanno i giusti documenti. Da 10 anni, pratiche illegali e razziste si svolgono quotidianamente.

Questo confine ha già ucciso in passato. Tuttavia, i decessi sono aumentati drammaticamente a causa dell’intensificazione dei rischi nel tentativo di attraversarla e del deterioramento delle condizioni di vita delle persone ostacolate dalle politiche migratorie europee.

Infatti, la violenza del confine non risiede solo nei sistemi di controllo lungo il suo tracciato geografico, ma anche nel modo in cui vengono trattate le persone in migrazione su tutto il territorio. Per questo motivo, abbiamo deciso di includere nel nostro lavoro di memoria non solo le persone decedute tentando di attraversare la frontiera, ma anche quelle che hanno perso la vita a causa di incidenti, conflitti o problemi di salute legati alle condizioni di vita indegne a cui sono state costrette.

Non dimentichiamo come questa terribile violenza si incarni nei luoghi di privazione della libertà. Quest’anno, la nostra commemorazione ha avuto l’onore di svolgersi alla presenza delle famiglie di Moussa Balde e Ousmane Sylla, entrambi deceduti nei centri di permanenza per il rimpatrio italiani.

Constatiamo che l’Europa si sta dirigendo verso un orizzonte pericoloso.

Constatiamo l’ingiustizia subita dalle persone in migrazione da decenni.

Constatiamo il disprezzo degli stati europei nei confronti delle famiglie delle vittime.

Ma vediamo anche la forza delle persone sopravvissute, la dignità delle famiglie, l’amore di coloro che le sostengono.

Vediamo la diversità e la molteplicità delle lotte.

Vediamo che siamo qui anche oggi e che non ci arrenderemo.

Il regime delle frontiere schiaccia la speranza. Non lasciamo né la vita né la morte nelle sue mani.

Appropriamoci della morte e mettiamoci dentro tutta la potenza della nostra tenerezza, per trovare insieme il coraggio di continuare a lottare con le persone vive.

Uniamo le nostre forze insieme a tutte le persone che lottano affinché le frontiere smettano di uccidere, mutilare, traumatizzare e far sparire esseri umani che esercitano la loro libertà di circolazione.

Uniamo i nostri pensieri insieme a tutte le persone che sostengono le famiglie delle vittime nella loro lotta per la verità, la giustizia e la riparazione.

Uniamo i nostri cuori insieme a tutte le persone che desiderano che le persone morte e disperse non cadano nell’oblio. Che siano riconosciute e onorate.

Abbiamo compilato un elenco dei decessi legati a questa frontiera tra Ventimiglia e Mentone. Ci sono 49 persone, tra le quali 28 hanno perso la vita nel tentative di passare il confine e 21 in altre circonstanze legate alle condizioni di vità sur territorio.

Questo elenco presenta lo stato attuale delle nostre conoscenze riguardo ai decessi legati alle conseguenze fisiche e psicologiche della chiusura del confine, delle politiche migratorie europee e del razzismo su questo territorio.

È stata realizzata incrociando informazioni provenienti da diverse fonti: abitanti, abitante, attivist’, persone in migrazione, lavoratori sociali, ricercatrici, stampa, municipalità, banche dati ufficiali…

Non avendo accesso alle fonti poliziesche e giudiziarie, non abbiamo sempre la certezza dei mezzi che hanno portato a stabilire i nomi. Supponiamo che provengano da dati che le persone hanno dovuto dichiarare alle autorità nel contesto del sistema di controllo delle frontiere, lo stesso che ha portato alla loro morte. Pertanto, nei casi in cui non ci sia una conferma da parte dei familiari, non consideriamo l’identificazione di queste persone con assoluta certezza. Tuttavia, pubblichiamo queste informazioni che possono essere un punto di partenza per ritrovare le famiglie.

D’altra parte, in questo memoriale non sono menzionate le numerose persone gravemente ferite, ma non dimentichiamo che le frontiere traumatizzano i corpi e le menti, oltre a uccidere.

Dobbiamo anche considerare che con molta probabilità non siamo a conoscenza di tutte le morti legate alla violenza di questo confine. Ma insieme, continueremo a lavorarci per iscrivere la loro esistenza nella nostra memoria.

Se desiderate maggiori informazioni o se ne avete, non esitate a contattare l’indirizzo email borderkills@riseup.net. Grazie.

Onoriamo le persone morte, lottiamo con le persone vive.


Article en langue française

Le 6 février 2025, à Pont Saint Ludovic entre la France et l’Italie, nous nous sommes retrouvé.es pour prendre soin du mémorial dédié aux personnes victimes de la frontière, des politiques migratoires européennes et du racisme sur notre territoire. Nous avons inscrit ce moment dans le cadre du mouvement international de Commemor’action né de l’engagement des proches de personnes disparues ou décédées en migration afin de se réunir dans le deuil mais aussi dans une revendication de justice et de liberté de circulation.

Ensemble, nous avons rendu hommage aux personnes qui ont perdu la vie à cause de la violence de la frontière qui traverse notre territoire.

Depuis 10 ans, cette frontière est fermée aux personnes qui n’ont pas les bons papiers. Depuis 10 ans, des pratiques illégales et racistes s’y jouent quotidiennement.

Cette frontière a tué avant. Mais les décès ont dramatiquement augmenté à cause de l’intensification des risques pour la traverser ainsi que de la dégradation des conditions de vie des personnes entravées par les politiques migratoires européennes.

En effet, la violence de la frontière ne tient pas seulement aux dispositifs de contrôles placés sur son tracé géographique mais aussi à la manière dont sont traitées les personnes en migration sur tout le territoire. C’est pourquoi nous avons décidé d’inclure dans notre travail de mémoire non seulement les personnes décédées en tentant de traverser mais aussi celles ayant perdu la vie à cause d’accidents, de conflits ou de problèmes de santé liés aux conditions de vie indignes auxquelles elles ont été contraintes.

N’oublions pas l’incarnation terrible de cette violence dans les lieux de privation de liberté. Cette année, notre commémoration a eu l’honneur de se tenir en présence des familles de Moussa Balde et d’Ousmane Sylla, qui ont tous les deux perdu la vie dans des centres de rétention en Italie.

Nous constatons que l’Europe se dirige vers un horizon dangereux.

Nous constatons l’injustice faite aux personnes migrantes depuis des décennies.

Nous constatons le mépris des états européens envers les familles des victimes.

Mais nous voyons également la force des personnes survivantes, la dignité des familles, l’amour de celles et ceux qui les soutiennent.

Nous voyons la diversité et la multiplicité des luttes.

Nous voyons que nous sommes là aujourd’hui et que nous ne nous rendrons pas.

Le régime des frontières écrase l’espoir. Ne laissons ni la vie ni la mort entre ses mains.

Saisissons nous de la mort et mettons-y toute la puissance de notre tendresse pour trouver ensemble le courage de continuer à lutter avec les personnes vivantes.

Unissons nos forces à toutes les personnes qui se battent pour que les frontières cessent de tuer, de mutiler, de traumatiser et de faire disparaître des êtres humains exerçant leur liberté de circulation.

Unissons nos pensées à toutes les personnes qui soutiennent les familles des victimes dans leur combat pour la vérité, la justice et la réparation.

Unissons nos cœurs à toutes les personnes qui désirent que les mort.es et les disparu.es ne tombent pas dans l’oubli. Qu’ils et elles soient reconnu.es et honoré.es.

Nous avons établi une liste des décès liés à cette frontière entre Vintimille et Menton. S’y trouvent 49 personnes, parmi lesquelles 28 ont perdu la vie en tentant de passer la frontière e 21 à cause des conditions de vie sur le territoire.

Cette liste présente l’état actuel de nos connaissances concernant les décès liés aux conséquences physiques et psychiques de la fermeture de la frontière, des politiques migratoires européennes et du racisme sur ce territoire.

Elle a été réalisée par le recoupement d’informations provenant de diverses sources : des habitant.es, des activistes, des personnes en migration, des travailleurs et travailleuses sociales, des chercheureuses, des journaux locaux, des municipalités, des bases de données officielles…

N’ayant pas accès aux sources policières et judiciaires, nous ne savons pas toujours par quels moyens certains noms ont été établis. Nous supposons qu’ils viennent de données que les personnes ont dû déclarer aux autorités dans le cadre du dispositif de contrôle des frontières, celui-là même qui a mené à leur décès. Ainsi, tant qu’il n’y a pas eu de confirmation par des proches, nous ne considérons pas que les personnes sont identifiées avec certitude. Cependant, nous publions ces informations qui peuvent être un point de départ pour retrouver les familles.

D’autre part, n’y sont pas mentionnées les nombreuses personnes gravement blessées mais nous n’oublions pas que les frontières traumatisent les corps et les esprits, en plus de tuer.

Il faut également considérer que nous ne sommes certainement pas au courant de toutes les morts liées à la violence de cette frontière. Mais ensemble, nous continuerons d’y travailler pour inscrire leur existence dans nos mémoires.

Honorons les mort.es, luttons avec les vivant.es

Per Moussa e Ousmane, contro tutti i CPR

Moussa Balde, 22 anni, nasce nel 1998 in Guinea. Nel maggio 2021 muore in isolamento nel centro per rimpatri di Torino. Due settimane prima aveva subito un linciaggio ad opera di tre uomini italiani nelle strade di Ventimiglia, ricevendo in cambio un decreto di espulsione dall’Italia.

Ousmane Sylla, 21 anni, nasce nel 2002 in Guinea, nel 2024 muore rinchiuso nel centro per rimpatri di Roma. Due mesi prima aveva denunciato maltrattamenti e violenze nella casa famiglia presso cui era in accoglienza a Cassino, ricevendo in risposta un decreto di espulsione dall’Italia.

Ormai in tantx conoscono la storia dei due ragazzi guineani. Ma ripercorrere i loro ultimi mesi di vita in Italia ci aiuta a capire meglio dove siano collocate le colpe di queste due morti e dove indirizzare una lotta che chieda non solo verità e Giustizia per loro (non la giustizia dello stato che ha buttato Moussa in isolamento anzichè proteggerlo come testimone del suo stesso pestaggio. O quella che ha portato Ousmane dritto in un cpr anziché offrirgli sostegno per aver denunciato abusi e corruzione nel sistema dell’accoglienza) ma soprattutto che promuova lo smantellamento e la distruzione di tutti i CPR con ogni mezzo possibile e necessario. Da dentro, da fuori, da ovunque si riescano ad attaccare questi lagher.

La riapertura delle frontiere, la fine delle politiche criminali con cui la “fortezza europa” gestisce i confini e porta la gente a morire continuamente, non devono essere considerate utopie. Ma battaglie concrete che portino passo dopo passo a rimettere la solidarietà prima dello sfruttamento e le vite delle persone sopra al denaro. Chiedere il conto di queste morti, indicarne i responsabili e attaccare i dispositivi di annientamento di altri esseri umani è un percorso reale che possiamo e dobbiamo portare avanti.

Per queste ragioni le famiglie Sylla e Balde sono arrivate a Roma a inizio febbraio. La sorella e il fratello di Ousmane e la madre, il fratello e la sorella di Moussa sono qui per ripetere che non si arrenderanno ai soprusi che gli hanno ammazzato i figli. Con grande forza e determinazione hanno deciso non solo di venire a seguire nei tribunali i percorsi giuridici legati alla morte dei loro parenti, ma anche di assumersi un intenso viaggio che toccherà più città attraverso l’Italia per incontrare chiunque voglia ascoltare la loro testimonianza e proseguire una lotta contro confini e cpr.

Quando Moussa perse la vita a Torino, Thierno Balde, già in Italia per il processo contro i tre miserabili che hanno massacrato suo fratello in mezzo alla strada a Ventimiglia, disse: sono qui perchè non debba mai più succedere a nessuno quello che è successo a Moussa.

E invece è successo di nuovo.

Dobbiamo unire ancora più voci e ancora più mani per sostenere le voci e le mani di chi paga questo sistema sulla propria pelle.

Mettere in gioco i nostri privilegi e sfidare il progressivo aumento di leggi e decreti che colpiscono chiunque combatta le ingiustizie, le frontiere, le carceri, i centri di espulsione per migranti è una scelta che non può essere rimandata.

Ousmane e Moussa non sono dati virtuali nella narrazione mediatica. Sono corpi reali finiti in una bara e sogni annichiliti a vent’anni che lasciano affetti straziati e vite interrotte. Sono cappi alle sbarre per uscire da una prigionia di cui non vedevano la fine che interrogano le nostre coscienze.

Abbiamo già fatto tanto, tutte e tutti assieme, unendo gli sforzi e le energie per permettere alle famiglie di affrontare le spese dei visti, del viaggio tra Guinea e Senegal dove si trova l’ambasciata italiana, della permanenza a Dakar in attesa della partenza, dei voli per arrivare in Italia e tornare a Conakry, i costi di vitto e alloggio per l’intero mese di permanenza in Italia e tutte le spese di spostamento tra le tante città e realtà pronte ad accoglierle.

Ma la sfida non finisce sostenendo questo importante viaggio e ascoltando le parole dei familiari di Ousmane e Moussa.

Piuttosto, da qui si deve ricominciare. Dalla minaccia del nuovo decreto “sicurezza” in attesa di approvazione, dalla promessa di aprire un cpr in ogni regione (nella regione da cui scriviamo, a un’ora di distanza da Ventimiglia sono iniziati lavori di ristrutturazione nell’ex caserma Camandone di Diano Castello, dove si minaccia da un anno l’apertura di un cpr), dall’ostinazione di portare avanti centri di reclusione e tortura in territori extraeuroopei, dall’ennesimo ragazzo trovato morto a gennaio alla frontiera di Ventimiglia, caduto in mare mentre cercava di passare il confine dagli scogli dei Balzi Rossi.

Allungate voi che leggete la lista di ciò che non si può ulteriormente sopportare:

c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ci vediamo al tribunale di Torino il 12 Febbraio ore 9 per l’inizio del processo per omicidio colposo contro ex medico ed ex direttrice del cpr torinese, dipendenti privati dell’azienda multinazionale francese Gepsa.

Non confondiamoci: i colpevoli sono tanti, tanti di più.

Ma quelli che rappresentano lo stato sono abili a non rendere mai conto del sangue sulle loro mani.

Una seconda indagine parallela a quella per l’omicidio colposo di Moussa Balde, scaturite entrambe in seguito alla sua morte, ha infatti portato a un’accusa per sequestro di persona contro il personale del cpr ma soprattutto contro poliziotti e dirigenti dell’ufficio immigrazione di Torino, responsabili della vigilanza nel centro di espulsione. Il reato contestato era l’uso continuativo della sezione di isolamento denominata “ospedaletto”, in cui è morto Moussa e altri prima di lui, per aver segregato in quelle gabbie 14 persone per la durata di settimane e mesi nel biennio 2020/2021.

A Novembre 2024, la giudice ha deciso per l’archiviazione di tutte le accuse.

Non perchè effettivamente questi personaggi non abbiano commesso illeciti e abusi, infierendo sui corpi e sulla salute mentale di persone che già si trovavano recluse solo per non avere i giusti documenti. Ma perchè

uno: siccome nel cpr di Torino si era sempre fatto così anche negli anni precedenti, gli imputati in questione non potevano sapere, secondo il tribunale, che stavano compiendo un sequestro di persona.

due: siccome un cpr è terra di nessuno senza leggi o regolamenti (a differenza del carcere), a livello giuridico non si può neanche dire che lì dentro si stessero effettivamente violando delle norme, visto che la detenzione amministrativa è un non luogo dove palesemente tutto è permesso.

Non importa cosa dicono i tribunali: sappiamo benissimo che le morti di Moussa e Ousmane sono due omicidi di stato, visto che prima di morire sono passati tra accoglienze e ospedali, prefetture e questure, polizie e vigilanti, magistrati che hanno firmato decreti di espulsione e medici che ne hanno firmato l’idoneità alla reclusione.

L’appuntamento al tribunale di Torino il 12 è solo uno dei tanti passi che ci aspettano nel cammino di questa lotta: teniamoci aggiornatx. Teniamoci prontx.

Ceuta: in marcia per la dignità

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo, resoconto della Marcha por la Dignidad, risposta alla chiamata annuale di mobilitazioni e proteste per la commemorazione della strage avvenuta per mano della Guardia Civil il 6 febbraio 2014 sulla spiaggia del Tarajal, Marocco, al confine con Ceuta.

Ringraziamo lx compagnx che hanno condiviso questa importante testimonianza.

Ceuta: in marcia per la dignità

Come ogni anno dal 2014 a Ceuta si è svolta la Marcha por la Dignidad, in commemorazione delle vittime della strage del Tarajal. Il 6 febbraio di dieci anni fa la Guardia Civil attaccò violentemente un gruppo di circa quattrocento persone che tentavano di attraversare la frontiera a nuoto. Mentre le motovedette della polizia marocchina le inseguivano, la Guardia Civil dalle imbarcazioni aprì il fuoco con proiettili di gomma, colpi a salve, candelotti fumogeni e granate stordenti. Ne uccise almeno quindici e molte delle sopravvissute riportarono gravi ferite. Nonostante la causa civile aperta dalle associazioni per i diritti umani, che ha portato sedici agenti alla convocazione davanti al tribunale di Ceuta, il caso è stato archiviato tre volte dal giudice istruttore. I più alti organi dello Stato spagnolo e i vertici delle forze di polizia hanno respinto ogni responsabilità e mistificato la realtà, negando l’utilizzo di attrezzatura antisommossa e il coinvolgimento di feriti.

L’iniziativa commemorativa si è aperta la mattina con una conferenza che ha ospitato l’intervento della ricercatrice Viviane Ogou, l’attivista Mouctar Bah, l’artista Abubakar e l’avvocatessa Patuca Fernandez. Gli interventi hanno riguardato il tema del diritto alla migrazione, il razzismo strutturale dell’economia globale e l’esternalizzazione della frontiera. In particolare ci si è soffermatə sull’importanza politica della visibilizzazione e della memoria. Dopo la strage del Tarajal i corpi non sono stati recuperati, è stato il mare a restituirli nei giorni seguenti dopo averli resi irriconoscibili. Il processo di identificazione è durato anni e non si è mai del tutto concluso. La frontiera oltre ad aver ucciso fisicamente le vittime le ha private della loro individualità, cancellandone la dignità in morte oltre che in vita. Come ha affermato l’avvocatessa Fernandez l’atto più violento fu quello di non poter riscattare i corpi, negandone quindi la possibilità di identificazione, memoria e commemorazione. Venne rifiutato inoltre alle famiglie ogni permesso di raggiungere la Spagna per rendere omaggio alle salme e intervenire in tribunale.

Giungendo nell’enclave spagnola dal Marocco, attraverso le alture del Rif, salta agli occhi nella sua interezza il muro che racchiude questa minuscola parte della fortezza Europa. Da qui si arriva alla zona del Tarajal, frontiera sud, unico punto di accesso attualmente percorribile per entrare legalmente nel territorio. E’ su questa spiaggia che si è conclusa la marcia, con un momento di raccoglimento sugli scogli. La frontiera nord è invece blindata dal 2004, sia per quanto riguarda il transito di persone che di merci. L’attraversamento da parte di persone in movimento era frequente fino al 2018, quando un accordo bilaterale ha portato l’inasprimento dei controlli, rendendola inaccessibile. La valla, recinzione in spagnolo, che racchiude completamente Ceuta tagliandola da costa a costa, fu innalzata da tre a sei metri nel 2006. In seguito ad un finanziamento europeo fu portata all’altezza di dieci metri. I nove km del perimetro frontaliero sono costantemente sorvegliati su entrambi i lati. L’esercito marocchino è stanziato in diversi punti con piccole caserme, su terreni che furono espropriati ai precedenti abitanti. Oltre a torrette per l’avvistamento e telecamere, c’è il filo spinato concertina. In seguito a pressioni di associazioni per i diritti umani queste recinzioni provviste di lame furono tolte dal lato spagnolo nel 2018, spostandole però su lato marocchino, finanziate con soldi europei. Questo processo di esternalizzazione delle frontiere comporta anche una presenza capillare di polizia nell’area che precede la frontiera, con funzione di filtro e rastrellamento delle persone in movimento. Dall’altro lato la Guardia Civil pattuglia Ceuta dall’interno, attraverso strade riservate al solo utilizzo militare e tramite appostamenti con sensori termici notturni.

Alcune associazioni attive in loco supportano le persone in transito, la lotta per il diritto a migrare e per l’abbattimento delle profonde disuguaglianze sociali della città. Tra le altre Elin si occupa principalmente dei corsi di spagnolo per le persone presenti al CETI (Centros de Estancia Temporal de Inmigrantes); No Name Kitchen presta sostegno alle persone in strada, per la maggior parte marocchine; Luna Blanca distribuisce gratuitamente i pasti quotidianamente. Sta inoltre nascendo un nuovo centro: ASCS (Agenzia Scalabriniana Cooperazione e Sviluppo) ha avviato un progetto sulle frontiere e investito su Ceuta. Nel centro dove già è attivo uno spazio diurno ricreativo, in cui si svolgono lezioni di spagnolo, sarà aperta una zona abitativa in cui poter offrire ospitalità.

A Ceuta vige un regime normativo speciale, la città ha uno statuto autonomo che prevede la sospensione di Schengen, maggiori restrizioni nell’accesso a servizi pubblici, difficoltà ad ottenere un domicilio e contratto di lavoro. Sono visibili enormi disuguaglianze tra i diversi quartieri, nei quali vige una netta separazione su base razziale, religiosa e disponibilità di risorse economiche. Percorrendone le vie è forte la sensazione di essere chiusə dentro una recinzione. Oltre lo Stretto è intravisibile il continente, apparentemente vicino, ma ancora fuori portata. Attualmente la maggior parte delle persone prova a superare la frontiera a nuoto attraverso la zona costiera del Tarajal. Per quanto il tratto marittimo possa sembrare breve, è estremamente pericoloso a causa delle forti correnti dello Stretto, oltre ad essere costantemente presidiato. L’1 febbraio più di venti minori e una decina di maggiorenni sono riusciti a raggiungere la spiaggia su territorio spagnolo approfittando del maltempo, quando pare esserci meno sorveglianza. I giornali locali affermano che il Governo di Ceuta ha domandato un ulteriore piano di contingenza per poter trasferire i minori, che per ora sono accolti dal centro La Esperanza. Mentre i maggiorenni sono stati rimpatriati in Marocco.

In quanto territorio europeo, su suolo africano, Ceuta rappresenta una rotta migratoria di interesse. Una volta raggiunta è possibile presentare domanda per regolarizzare la propria posizione e avviare la procedura per ottenere documenti europei.  Queste procedure vengono avviate in seguito all’inserimento al CETI. Per coloro che provengono da paesi considerati a rischio è prevista la possibilità di fare richiesta di protezione internazionale, si tratta principalmente di persone originarie dell’area subsahariana, che vengono prese in carico dal CETI. Sono invece escluse da questo servizio le persone del Maghreb, che rimangono quindi tagliate fuori dalla possibilità di presentare domanda e relegate ad un’ulteriore marginalizzazione, in virtù di criteri arbitrari poichè non dettati da alcuna legge. Per queste persone è stato istituito un apposito sportello informatizzato dove poter presentare domanda. Per ragioni tecniche legate alle modalità di prenotazione digitale la maggior parte delle persone non riesce ad accedervi, e si è sviluppato un sistema di compra-vendita delle prenotazioni, a partire da mille euro. Questa esclusione costringe alla vita di strada, e le lunghe attese ne aggravano le condizioni. A Melilla dove la situazione era simile, in seguito ad azioni legali si è riuscito a far accedere al CETI anche persone provenienti dall’area del Maghreb.

Le minorenni e i minorenni secondo la legge europea hanno diritto all’accoglienza a prescindere dalla provenienza. In città sono situati due centri, distinti per genere, nei quali sono costrettə a rimanere fino al raggiungimento della maggiore età. Solo dopo aver compiuto diciotto anni, infatti, potranno spostarsi nel continente con un permesso temporaneo della durata di sei mesi. Durante questo periodo devono regolarizzarsi sul territorio, attraverso contratti lavorativi e abitativi, per poter rinnovare i documenti. A causa di queste rigide condizioni la maggior parte preferisce quindi tentare la traversata. Le persone minorenni hanno come zona di riferimento la scogliera accanto al porto, qui trovano riparo tra gli spazi concavi delle rocce. Di notte chi prova la partenza cerca un nascondiglio per imbarcarsi, questo in gergo viene chiamato risky, data la nota pericolosità del tentativo. Il livello di violenza e mortalità della frontiera è altissimo: il monitoraggio di Caminando fronteras riporta 6.618 vittime nella rotta di accesso alla Spagna nel 2023. Sono 147 le persone uccise nell’ultimo anno nella zona dello stretto, la maggior parte nel tentativo di raggiungere Ceuta a nuoto.

Anche a Melilla nel 2022 si è verificato un terribile massacro. Oltre quaranta persone morirono nel tentativo di superare l’enorme recinzione. L’associazione marocchina per i diritti umani AMDH dichiara che il bilancio delle vittime è destinato a salire poiché sessantaquattro persone risultano disperse da quel giorno. Ong marocchine e spagnole denunciano un accanimento giudiziario contro le persone in movimento arrestate, che hanno ricevuto condanne detentive e sanzioni pecuniarie. A giugno, in occasione dell’anniversario, si terrà la prima manifestazione per chiedere giustizia, verità e riparazione.

Chiara e Timo

Aumentano le persone respinte e la violenza è ormai strutturale

Pubblichiamo le immagini, registrate da alcune persone detenute nei container e diffuse dal collettivo Kesha Niya, che mostrano le condizioni in cui le persone vengono trattenute dalla polizia di frontiera francese prima di essere respinte in Italia

Sulla propria pagina facebook, il collettivo ha pubblicato due report riferiti alle giornate tra il 20 ottobre e il 2 novembre: ne pubblichiamo la traduzione qui di seguito.

Entrambi i report evidenziano il netto aumento del numero di persone migranti che tentano di lasciare l’Italia dalla frontiera di Ventimiglia. Gli ultimi due resoconti, e i dati raccolti dallo stesso collettivo nella settimana dal 3 al 9 novembre, registrano il respingimento di 1799 persone in sole 3 settimane, mentre in tutto il mese di settembre erano state 1536. Anche le presenze presso il Campo gestito dalla Croce Rossa nel Parco Roya sono evidentemente in crescita: se da oltre un anno il numero delle persone ospitate nella struttura non superava le 250 presenze, al 12 di novembre le persone registrate al campo erano 400.

Ad aggravare la situazione già difficile delle persone in viaggio si aggiungono le reazioni sempre più violente della polizia francese, ormai divenute prassi strutturale nei locali per la detenzione delle persone respinte al confine. Insulti e umiliazioni, spray al peperoncino e percosse si sommano così, con sempre maggior costanza, alle pratiche già normalizzate della privazione di cibo e acqua, della detenzione fino a 24 ore in locali insalubri e non attrezzati, del rifiuto di fornire qualsiasi forma di assistenze medica.

REPORT 20-26 Ottobre

Ciao a tutt*,

nell’ultima settimana abbiamo incontrato 553 persone al confine italo-francese a Grimaldi inferiore, che sono state fermate dalla polizia francese e poi respinte verso l’Italia. E’ il numero più grande da quando raccogliamo i dati. Il numero di persone sta aumentando molto in queste ultime settimane. Sappiamo di un totale di 578 persone respinte, abbiamo infatti visto 18 persone andare a Ventimiglia con l’autobus, la Croce Rossa o la polizia italiana, senza entrare in contatto con noi e 9 minori sono stati riportati in Francia dalla polizia italiana. Questo numero include 13 donne, tre delle quali incinte, 27 minori, 8 bambini e 4 minori accompagnati da un familiare. Non sono incluse in questo numero le circa 20 persone che sono state mandate a Taranto dalla polizia italiana il 24 ottobre.

Minori

7 minori sono stati riportati in Francia dalla polizia italiana prima di arrivare da noi.

Siamo tornati dalla polizia italiana con un quindicenne e un sedicenne che non avevano ancora dato le impronte digitali in Europa perché fossero registrati come minorenni. La polizia ha asserito che i due minori si erano dichiarati maggiorenni, fatto negato dagli interessati. La polizia italiana ha poi detto che il loro sistema di registrazione non funzionava. Ci hanno ordinato di andarcene e di non ritornare.

Questa settimana abbiamo incontrato una minore che viaggiava da sola.

Un sedicenne ci ha raccontato la sua esperienza con la PAF (Police Aux Frontières – Polizia di frontiera francese n.d.t.). Due poliziotte erano in disaccordo sull’accettarlo o meno come minore. Alla fine è stato respinto in Italia, ha dato 4 impronte digitali ed è stato registrato come ventunenne dalla polizia italiana perché questa era l’età indicata sul “refus d’entrée” (rifiuto di ingresso, documento consegnato alle persone respinte in Italia dalla polizia francese n.d.t.).

Violenza

Due quindicenni hanno detto di essere stati minacciati dalla polizia francese che sarebbero stati picchiati se avessero riprovato a passare.

7 persone che hanno attraversato il confine in montagna nella notte tra il 21 ed il 22 ottobre hanno riferito di essere state arrestate dalla Legione Straniera all’una del mattino e che alcuni militari hanno puntato loro contro il fucile. Il refus d’entrée dichiarava che erano stati arrestati a Ponte S.Ludovico (dove ci sono i controlli di confine sulla costa).

5 altre persone avevano sul loro “refus d’entrée” l’indicazione di luoghi errati in cui sono stati fermati. Sono stati fermati al primo casello dell’autostrada (La Turbie) a bordo della vettura di un trafficante. La polizia ha arrestato il conducente ma ha scritto che i passeggeri sono stati fermati mentre si trovavano su un autobus.

Una persona ha perso il controllo durante la detenzione nel container e ha rotto una finestra con la testa e le mani. Ha riferito di essere stato preso a pugni dalla polizia francese. Un’altra persona ha assistito ai fatti e ha visto anche un uomo ferirsi con i frammenti della finestra rotta. La persona ferita ha chiesto aiuto ma la polizia ha detto che non era niente e si è rifiutata di aiutarlo.

Dopo 16 ore di detenzione una persone ha chiesto di essere rilasciata. Ci ha detto che la polizia francese lo ha sollecitato ad avvicinarsi alla porta e quando lui l’ha fatto è stato prima picchiato e poi rilasciato.

Una persona ha riferito di essere stata colpita dalla polizia francese con un manganello su una gamba e sulla schiena. Il poliziotto gli avrebbe detto che lo faceva perché a causa sua non potevano andare in pausa a mangiare.

Alle 18.30 del 26 ottobre abbiamo visto più di 10 persone venire rilasciate dai container mentre la polizia francese urlava loro contro.

Ci è stato raccontato un caso di brutalità della polizia avvenuto nei container 3 mesi fa. Questo reporter ci ha detto di aver visto un poliziotto dare un calcio nei genitali ad una delle persone detenute che ha perso conoscenza per via del dolore. La polizia non ha fornito alcun supporto di primo soccorso.

Ci è stato detto da 32 persone di essere state detenute tra le 11 e le 22 ore dalla PAF.

Abbiamo continuato a incontrare un gran numero di persone con ferite infette, specialmente sulle gambe, e abbiamo praticato il primo soccorso.

REPORT 27/10-2/11

Ciao a tutt*,

questa settimana abbiamo incontrato 565 persone al confine italo-francese a Grimaldi inferiore, che sono state fermate dalla polizia francese e poi respinte verso l’Italia. E’ stato nuovamente superato il numero più alto che abbiamo registrato dall’inizio della raccolta dati. Sappiamo anche di altre 6 persone che sono state respinte ma con le quali non siamo entrati direttamente in contatto. Queste sei persone sono andate a Ventimiglia con l’autobus, la Croce Rossa o la polizia italiana. Ci sono stati quindi almeno 571 respingimenti. Il numero di persone menzionate (565/571) include 14 minori non accompagnati, 18 donne (di cui una in cinta), 5 bambin* e un minore non accompagnato che la polizia italiana ha riportato in Francia senza bisogno del nostro intervento.

                               Persone fermate dalla polizia di frontiera francese alla stazione di Menton-Garavan.

Minori

Dei 14 minori che abbiamo incontrato questa settimana, 4 casi spiccano in particolare.

Un ragazzo di quattordici anni è stato registrato dalla polizia francese come se ne avesse quaranta (data di nascita 1979 apposta sul suo refuse d’entrée) e la polizia italiana lo ha apparentemente registrato, con quattro impronte digitali, come se avesse quarant’anni. Siamo andati dalla polizia italiana con il ragazzo quattordicenne e abbiamo chiesto come sia stato possibile un errore di registrazione così ovvio. La poliziotta presente ci ha detto che non poteva farci nulla perché in quel momento non c’era la connessione con il data base di Stato. Resta il dubbio se questa informazione fosse vera dal momento che delle impronte erano stato prese un attimo prima e questo è possibile solo se l’accesso al data base è disponibile e il sistema per la registrazione è funzionante. E’ inoltre già successo in passato che, quando ci siamo recati dalla polizia italiana con dei minori, il sistema di registrazione fosse per coincidenza fuori uso.

Il giorno successivo lo stesso adolescente è stato nuovamente respinto dalla Francia ma questa volta come diciannovenne.

Un sedicenne, registrato in Italia come ventenne, aveva con se tutti i suoi documenti ufficiali della Costa d’Avorio che confermavano la sua età ma non li ha mostrati alla polizia per timore che glieli rubassero.

Ci sono stati raccontati due casi di violenza contro minori.

Un minore è stato preso a calci dalla polizia francese

Il 2 di Novembre un diciassettenne è stato colpito al naso dalla polizia francese. Aveva detto di avere vent’anni perché non voleva essere separato dai suoi amici. Durante il suo rilascio, la polizia francese lo ha spruzzato sul volto con spray al peperoncino.

         2/11/2019 Ragazzo di 17 anni colpito al naso e fatto bersaglio di spray al peperoncino dalla polizia francese.

Violenza

Il 2 di novembre siamo venuti a conoscenza di almeno 24 casi i cui la polizia francese ha usato spray al peperoncino contro le persone durante il loro rilascio. Una di queste, dopo che la polizia la ha spruzzata con lo spray al peperoncino, ha perso conoscenza, è caduta e si è ferita a un ginocchio. Il suo amico ci ha raccontato che la polizia francese lo ha preso a calci mentre si trovava a terra.

Nell’arco della settimana abbiamo ascoltato altri 17 casi in cui la polizia francese ha usato spray al peperoncino contro le persone durante il loro rilascio.

Un uomo ci ha spiegato che che alle nove di sera del 27 ottobre si trovava vicino a una galleria sulla A8, sulle montagne sopra Mentone. Era sul percorso che porta a Mentone e si è avvicinato ad una proprietà privata. Il momento dopo ha sentito qualcuno gridare “Stop”. Si è voltato ed ha iniziato a correre verso l’Italia. Durante la fuga ha sentito esplodere un colpo di pistola. E’ riuscito a tornare in Italia senza essere arrestato. Prima che accadesse tutto questo aveva visto un gruppo di cinque persone che cercavano anch’esse di attraversare il confine a piedi. Il gruppo è stato arrestato sulle montagne dai militari francese e ci ha incontrati il giorno dopo, confermando di aver sentito degli spari alle nove della sera prima.

Due persone hanno riferito di essere state picchiate dalla polizia francese dopo essere stati arrestati nella toilette del treno.

Un uomo ha detto di essere stato picchiato da cinque poliziotti francesi sul binario 1 della stazione di Menton Garavan alle 18.12 del 31 Ottobre quando è stato arrestato. Ricordava chi fossero gli aggressori ma dal momento che durante l’attacco si è protetto il capo con le mani non ha potuto darci altri dettagli.

A una persona che era detenuta nel container sono stati chiesti i documenti attraverso la porta dalla polizia francese. L’uomo ha passato i documenti attraverso la porta socchiusa e in quel momento il poliziotto l’ha sbattuta sulla mano dell’uomo. L’uomo ha riportato una ferita grave.

Un attivista per i diritti umani in Marocco è stato arrestato dalla polizia francese e detenuto nei container. Durante la detenzione ha registrato un video con il suo telefono cellulare. In questo video, ora in nostro possesso, sono registrate diverse violazioni dei diritti umani e comportamenti discutibili della polizia francese. L’uomo ha chiesto ai poliziotti francesi di presentare domanda di asilo politico, come risposta lo hanno preso in giro. Nel video si vede una persona incosciente sul pavimento. Questo è accaduto dopo che la polizia ha usato contro le persone detenute lo spray al peperoncino. Nel video si vede anche un uomo che chiede cibo alla polizia francese e si sente la polizia rispondere che non ce n’è. Il video mostra chiaramente anche la pessima condizione igienica all’interno dei container, si vede lo scarico della toilette che perde sul pavimento. L’attivista per i diritti umani ci ha detto che lui ed il suo amico hanno dovuto firmare il loro rifiuto d’ingresso prima che questo fosse compilato con i loro dati dalla polizie. Ha anche riferito che in questo giorno (29/10) la polizia è entrata nel container all’una di pomeriggio e ha usato lo spray al peperoncino su molte persone. In un altro video registrato da lui si vede un uomo incosciente che viene portato fuori dalla polizia e da alcune persone detenute in quel momento.

A due persone è stata negata assistenza medica dalla polizia francese nonostante avessero con sé documentazione medica ufficiale e l’avessero mostrata alla polizia.

Il primo caso riguarda una persona con una patologia polmonare, confermata da un medico tedesco di Colonia. La persona in questione ha chiesto medicine e acqua alla polizia francese. Sono state negate entrambe.

Il secondo caso riguarda una persone con problemi dentali confermati da un medico spagnolo . La richiesta di cure mediche fatte da questa persona sono state anch’esse negate.

In un’altra situazione un poliziotto francese ha picchiato un uomo del Mali. L’uomo ci ha raccontato che lo stesso poliziotto gli ha rubato il bankomat un momento dopo.

Una persona ci ha detto che la polizia francese gli ha sottratto il suo permesso scaduto.

Sappiamo di 10 persone detenute tra le 12 e le 23 ore dalla polizia francese. Possiamo presumere che il numero di casi sia molto più alto dal momento che ci sono persone che vengono detenute per tutta la notte ogni notte ed alcune di loro non sono le prime ad essere rilasciate e spesso neanche le ultime.

Kesha Niya Kitchen

– CUCINANDO CON E PER I RIFUGIATI –

www.keshaniya.org 

https://www.facebook.com/KeshaNiyaProject/

Il collettivo Kesha Niya è impegnato a Ventimiglia nella preparazione e distribuzione serale di pasti dalla primavera del 2017. Dall’estate del 2018 porta cibo e bibite calde sul lato italiano della frontiera di Ponte S.Luigi, dove le persone migranti respinte dalla Francia transitano per rientrare a Ventimiglia.

 

Sciacalli ai confini d’Europa

Giovani uomini, ma anche famiglie, donne e minori non accompagnati provenienti da Siria, Kurdistan, Pakistan, Afghanistan, Iran, Bangladesh percorrono, da circa tre anni, la rotta balcanica attraversando la Serbia, la Bosnia, la Croazia, la Slovenia fino all’Italia. La maggior parte di essi non ha intenzione di fermarsi e fare richiesta di asilo in nessuno di questi stati. Bloccate dalla frontiera croata con un uso massiccio della forza e della tortura da parte della polizia, le persone in viaggio hanno formato enormi accampamenti informali prima in Serbia e, poi, in Bosnia. Successivamente, un mix di gruppi intergovernativi (International Organization for Migration – IOM e United Nations High Commissioner for Refugees  – UNHCR) e non governativi hanno iniziato a gestire o collaborare alla gestione di campi formali altrettanto enormi, in Bosnia.

Noi siamo medici. Negli anni scorsi abbiamo preso attivamente parte alla lotta no border in Italia e, questa volta, abbiamo partecipato a una spedizione organizzata a seguito del crescendo di notizie sulle violenze e situazioni inumane alle quali è sottoposto chi tenta questo attraversamento.

Abbiamo raggiunto Bihać, nel cantone Una-Sana, al nordovest della Bosnia, al confine con la Croazia – circondata da monti e attraversata dal fiume Una. Durante la guerra (tra il 1991 e il 1995) gli abitanti di questa zona hanno vissuto nei rifugi antiaerei, senza acqua ed elettricità, con il cibo razionato. Secondo il Centro di documentazione e ricerca di Sarajevo, a Bihać sono state uccise 4.856 persone [i].

In questo luogo senza pace, abbiamo potuto conoscere la violenza e la privazione di libertà a cui è sottoposto chi ha un passaporto che non vale nulla, in Europa e nelle sue vicinanze. Abbiamo potuto visitare: siti “di accoglienza” considerati più “dignitosi” per nuclei familiari, donne e minori non accompagnati; enormi campi informali; scheletri di edifici incompiuti o cadenti occupati nel tentativo di salvarsi dal freddo; abbiamo incontrato persone malmenate e torturate dalle diverse polizie, marchiate nei corpi da segni permanenti che molti altri, prima di noi, hanno descritto e raccontato. Esperienza nuova per noi e non comune per chi, in generale, si oppone a tale sistema, abbiamo potuto rivolgere domande dirette a chi fa parte dei grandi gruppi intergovernativi che “normalizzano”, gestiscono e legiferano il destino di chi viaggia.

Dai disegni di Emanuele Giacopetti per il reportage “Do you remember Balkan Route?” (https://www.doyourememberbalkanroute.org

Il 16 marzo 2016, dopo la chiusura della rotta Balcanica occidentale, Europa e Turchia siglarono un accordo con lo scopo di fermare la migrazione irregolare attraverso la Turchia. In base a esso, tutti i migranti irregolari e richiedenti asilo giunti alle isole greche, le cui richieste di asilo fossero state rigettate, andavano ricondotti in Turchia. Rimandiamo al sito del Parlamento Europeo per la lettura del testo dell’accordo che appare come un’improbabile e allucinatoria previsione del futuro, parzialmente smentita dai fatti. Tra le voci del trattato era previsto che la Turchia si impegnasse a migliorare le condizioni della crisi umanitaria in Siria[ii]

Tutto ciò ha portato alla deviazione dei flussi migratori attraversi la Serbia, la Bosnia, la Croazia, la Slovenia e infine l’Italia.

A partire dal 2017 e poi nel 2018 sorgono enormi accampamenti informali in Serbia e in Bosnia. Successivamente nascono in Serbia numerosi centri governativi per migranti, mentre in Bosnia i campi formalmente riconosciuti sono gestiti da International Organization for Migration (IOM, Organizzazione inter-governativa che include 173 paesi, il cui obiettivo sarebbe quello di promuovere condizioni migratorie “umane e ordinate”) e United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), fondato dopo la seconda guerra mondiale.

Da ormai molti anni, sul territorio europeo, diversi gruppi si sono organizzati per dare supporto al transito di coloro che abbiamo deciso di chiamare semplicemente “persone in viaggio”, per non sottostare al meccanismo di divisione in categorie che facilita la distanza e la de-responsabilizzazione.

Da diversi anni incontriamo, nelle nostre strade, donne e uomini sopravvissuti a violenze di ogni genere subite nel corso di questa e altre rotte[iii]

Questo testo deriva da una breve ma traumatica esperienza lungo una frontiera per noi nuova, a confine tra Bosnia e Croazia, sempre più nota per le condizioni di transito inumane, le violenze e le torture efferate perpetrate quotidianamente nei confronti di chi tenta di attraversarla.

Primo Giorno 28/10/19

Il parco dei giovani zoppi

Arriviamo a Bihać, nel cantone Una-Sana, territorio bosniaco confinante con la Croazia, intorno alle 13. Abbiamo alcune informazioni da persone che sono già state in questa zona.

Il passaggio del confine è molto difficile, tanto che il traffico, in questa zona, utilizza una figura definita “runner” che fa da apri-pista per valutare la possibilità del passaggio. I campi formali in Bosnia sono tutti gestiti da IOM che assume personale di sicurezza privata e operatori senza alcuna esperienza, (anche per lavorare con minori),  pare assunti tramite campagne su facebook. La procedura per la richiesta di asilo in Bosnia sembra sia molto complessa, ma praticamente nessuno chiede asilo qui.

Partiamo per andare al campo Borici, aperto dal gennaio di questo anno, un edificio dove sono ospitati donne, famiglie e minori e persone definite “con fragilità”. Il “campo modello” del governo. È un edificio, in un parco, la cui destinazione precedente era una casa per studenti.

Quando arriviamo ci sono molti ragazzi giovani e bambini che escono dal palazzo. Fuori c’è un operatore della sicurezza. Tre di noi hanno il permesso per entrare. Da una salita sterrata arriviamo in un piazzale. L’aspetto esterno è abbastanza diroccato. Nel piazzale ci sono 4-5 container. Ci sono bambini che giocano, molte donne e pochi uomini. Ci viene incontro la responsabile e ci dice che potrà dedicarci poco tempo a causa di problemi di sicurezza all’interno della struttura. All’interno ci sono 350 persone, soprattutto famiglie. La maggioranza delle persone viene da Pakistan, Siria, Irak, Kurdistan, Afghanistan. Attualmente non sembrano esserci minori non accompagnati. Il tempo medio di permanenza è di circa 3 mesi. Inoltre c’è un’associazione locale che lavora con le donne. Ci dicono che un medico del servizio sanitario nazionale è al campo 6 volte a settimana e c’è la possibilità di accesso all’ospedale di Bihać per i casi più urgenti. Inoltre affermano che un autobus porta i bambini tutti i giorni a scuola.

Mentre la responsabile ci spiega le caratteristiche del campo, all’improvviso un uomo nel piazzale si accascia a terra circondato da diverse donne. Sembra una crisi epilettica (vera o simulata) e, a un certo punto, arriva un giovane medico. Diverse  persone aiutano l’uomo ad alzarsi,  poi lui corre e inizia a dare dei pugni sulla parete di un container. La responsabile dice che non può più seguirci, parliamo con una giovane operatrice di IOM. Lei  racconta che ha visto gente permanere nel campo anche per un anno. Subito ci dicono di allontanarci per la nostra incolumità e, successivamente, un presunto rappresentante di una ONG arriva trafelato per annunciare che la situazione è molto pericolosa. Vediamo arrivare una macchina della polizia e un’ambulanza.

Nel frattempo il gruppo di noi rimasto all’esterno incontra delle persone di origine afghana nel parco. Tra loro F., una ragazza afghana che viveva in Iran da 21 anni, ha deciso di scappare di casa perché i genitori volevano che sposasse un cugino. Fugge con il suo compagno verso l’Europa e, a Borici, si incontrano anche con un altro parente. Tutti insieme ci dicono che il campo di Borici è molto affollato, ci sono più famiglie (8-10 persone) in una stessa stanza, il cibo non è buono. Vogliono andare in Francia o in Belgio poiché consigliati da amici che gli hanno detto che il sistema eurodac, per l’identificazione delle impronte digitali, non funziona in questi paesi, e quindi non sarebbero rispediti nel primo paese europeo di arrivo. Esprimiamo i nostri dubbi su questo fatto, ma forse con scarso successo.

Sia a F. che al suo compagno è stato rotto il telefono dalla polizia croata, ma non sono stati picchiati, come hanno visto invece accadere ad altre famiglie anche con bambini e donne anziane a cui erano stati anche bruciati i vestiti. Altri due uomini adulti sono conoscenti o familiari della coppia di ragazzi, uno più anziano ci dice che il più giovane, di 18 anni, è stato brutalmente picchiato dalla polizia croata a seguito di uno dei sei tentativi di attraversare la frontiera. Il più giovane mostra la gamba sinistra evidentemente deformata da una precedente frattura e ha visibilmente problemi a camminare.

Insieme a questi ultimi andiamo poi verso la sede di IOM e lungo questo tratto di strada l’uomo più anziano ci dice che uno dei problemi più gravi è che, oltre alla polizia croata, ora nei boschi intorno alla frontiera ci sono persone armate di coltelli che rapinano e feriscono chi passa. Alle nostre domande sulla possibile identità di questi uomini, ci dicono che alcuni di essi sono dei trafficanti.

Tornando verso il campo, passiamo nel parco, in cui camminano molte persone che vivono dentro o intorno a Borici, qualcuno porta con sé  buste della spesa.

Molti tra questi giovani zoppicano.

Passiamo di fronte a un grande edificio che pare contenga facoltà islamiche di diritto e pedagogia.

Incontriamo l’altra parte del nostro gruppo, che ci racconta di come la visita al campo di Borici si sia interrotta bruscamente.

Andiamo a vedere se c’è qualcuno in un moderno edificio diroccato, in centro, occupato, praticamente senza mura, dove pare che molti giovani tentino di rifugiarsi almeno durante la notte. Sul corso del fiume incontriamo diversi ragazzini, molti di loro minorenni. Iniziamo a parlarci, molti sono afghani e siriani, hanno quasi tutti la scabbia. Alcuni tra i siriani sono stati fermati in Croazia e in Italia nel tentativo di passare le frontiere e riportati indietro. I documenti rilasciati durante questi respingimenti illegali operati dalla polizia italiana sono stati sequestrati dalla polizia croata. Dicono che la polizia croata è Mafia.

Uno di loro, un ragazzo di 20 anni siriano, dice che anche in città la polizia bosniaca non li lascia stare seduti sugli argini del fiume. Un altro giovane siriano ha la metà destra del corpo ampiamente ustionata e un occhio gravemente lesionato. I suoi amici ci dicono che deve essere operato e ci chiedono come questo possa essere fatto, se in Bosnia o in “Europa”. Parliamo brevemente con lui, ci spiega che un anno prima, in Siria, durante un bombardamento aereo, ha riportato ampie ustioni su tutto il corpo.
Tutti dicono che l’unica acqua che bevono è quella del fiume Una.
Usiamo quasi tutta la crema anti-scabbia che abbiamo, molti antibiotici e alcuni farmaci per il dolore.

Secondo Giorno 29/10/19

La mafia è un elefante bianco

In mattinata incontriamo i rappresentanti di UNHCR. Ci parlano inizialmente dei dati sul transito di persone in Bosnia. Dicono che attualmente ci sarebbero circa 8000 persone nel paese e stimano che almeno il 20-30% in più non siano intercettati dal sistema. Intorno a 3900 si troverebbero nei centri e almeno lo stesso numero al di fuori di essi. Molte famiglie e minori non accompagnati. L’UNHCR ha gruppi definiti “out-reach” per la ricerca di soggetti sul territorio che definiscono “più vulnerabili”. In totale 672 persone, a loro dire, hanno iniziato la procedura d’asilo in Bosnia ma dicono che il sistema per la richiesta non funziona. Sottolineano il proprio impegno nel migliorare questo sistema. In totale pare siano state concesse solo 16 protezioni sussidiarie nel 2018, mentre 604 persone attendono la risoluzione della richiesta.

Imputano al contrasto tra il governo centrale e quello cantonale le colpe per il malfunzionamento del sistema d’asilo. Si insiste molto su questo tema.
Chiediamo se una eventuale richiesta di asilo in Bosnia potrebbe poi impedire il successo di una successiva procedura iniziata in un altro paese d’Europa. Una di loro dice chiaramente: “we are against onward movement, you don’t choose the place where you ask for asylum, we explain to the people that Bosnia has a system in place…”; dunque esprimendo apertamente la propria opposizione a qualsiasi prosecuzione del viaggio successivo a una eventuale richiesta di asilo in Bosnia, imputando tali movimenti all’azione di mafie e trafficanti. Proviamo a esprimere la nostra opinione sul fatto che sia possibile chiedere asilo politico in Bosnia e poi restarci davvero, e le nostre perplessità circa la posizione degli Stati di bloccare delle persone per dei tempi lunghissimi in spazi non idonei.

Continuando a soffermarsi su ciò che ritengono problematico, dicono che frequentemente i loro operatori legali si trovano in difficoltà nel sospetto di una “bogus family composition”, in quanto le persone, a loro dire, non dichiarano lo stesso numero di componenti della famiglia per tutta la durata del viaggio e quando vengono riconosciuti. Per questo si ritiene che non siano “veri” parenti, e che, anche in questo caso, si tratti di situazioni di traffico e sfruttamento, soprattutto per i minori. A nostra domanda su come intendessero gestire questo fenomeno, se volessero avvisare la polizia per iniziare un procedimento legale contro le persone sulla cui composizione familiare ci fossero stati dei dubbi, rispondono in maniera affermativa. Un segno chiaro di ciò sarebbe il fatto che una persona si dichiari zio/zia di qualcuno/qualcuna e poi si separi da esso/essa magari continuando il viaggio indipendentemente. Ci figurano la possibilità di una sorta di controllo e comunicazione delle composizioni dei nuclei familiari in diversi paesi per reprimere queste “pratiche”. Non viene assolutamente presa in considerazione la nostra obiezione che evoca un diverso concetto di famiglia che potrebbe influenzare tali dinamiche.
Una dei rappresentanti UNHCR continua a formulare metafore su degli elefanti: “C’è un’enorme elefante bianco in mezzo alla stanza di cui non ci stiamo occupando” … “se si vuole mangiare un elefante bisogna farlo a pezzi”.

Poiché continuiamo a fare discorsi sulla libertà di movimento, su come anche gli europei non restino bloccati nel primo paese nel quale migrano, eccetera, a un certo punto, iniziano a dire che forse il termine “mafia” era inappropriato. Probabilmente pensando che, in quanto italiani, il termine ci avesse offeso.

All’improvviso finisce il nostro tempo, perché gli operatori UNHCR hanno altri meeting.

Andiamo poi al campo di Sedra. Un altro campo per famiglie e minori non accompagnati, allestito in un vecchio hotel. È un vecchio edificio abbastanza cadente, al secondo piano piove all’interno. C’è poco da dire, ci sembra che i campi abbiano implementato di molto la condizione occupazionale della gioventù locale. I lavoratori che incontriamo sembrano ben disposti verso i rifugiati che vi abitano. Ci raccontano dei turni di 14 ore al giorno delle cuoche della croce rossa.

Dopo la visita, raggiungiamo l’altro gruppo che si trova di fronte al campo di Bira, un altro campo da 1200 posti gestito da IOM dove opera anche Save the children, al quale non ci è permesso l’accesso.

Fa molto freddo. Visitiamo molte persone nel parcheggio, molti ragazzi giovani (anche minorenni), tutti senza vestiti adatti per quel clima, molti con sandali. Aspettano lì fuori, al gelo, di entrare nel campo; quasi tutti hanno ferite infette e scabbia.

Dei ragazzi afghani iniziano a parlarci, è da molto tempo che aspettano di entrare, ma sembra che il campo sia pieno. Molti di loro trovano riparo in un edificio abbandonato non lontano, chiedono se vogliamo andare a vederlo. Ci accompagnano verso una grande costruzione diroccata, senza finestre e in alcuni punti anche senza pareti, sotto una pioggia che si infittisce. Salendo le scale si arriva a un secondo piano invaso dal fumo. In ogni stanza è stato acceso un fuoco, il pavimento è completamente ricoperto di carta e plastica. Ci saranno una cinquantina di persone, ma ci dicono che dormono li in 300 circa. I ragazzi hanno pochi materassi per terra e qualche coperta. Facciamo varie medicazioni e ad alcuni diamo degli antibiotici per malattie dell’apparato respiratorio. Quasi tutti hanno la scabbia, quindi avendo finito il farmaco diciamo che torneremo nel pomeriggio del giorno dopo.
Torniamo al campo di Bira, vediamo molta polizia arrivare. Raccolgono tutte le persone che stazionano nel parcheggio al di fuori del campo e le portano via.

Dopo un’ora da questa retata nuove persone al freddo e sotto la pioggia si avvicinano nuovamente al cancello del campo nella speranza di poter entrare. Tra di loro un ragazzo di provenienza afghana nato nel 2005, ha con sé un documento di identificazione. È appena arrivato da Sarajevo. Cerchiamo di mediare all’entrata del campo con un responsabile dell’IOM per capire se è possibile farlo entrare. Dopo una mezz’ora esce dal campo un funzionario di Save the children che controlla i documenti del ragazzo e gli dice di avvicinarsi alla rete di separazione. Improvvisamente, almeno una ventina di bambini compaiono dal nulla attorniando il funzionario e cercando di attirare la sua attenzione, mostrandogli i documenti sui quali è scritta la loro età.

La sera incontriamo brevemente una operatrice di una nota ONG della zona, che ci spiega l’attività dell’organizzazione. Sembra vi siano importanti limitazioni poste dal governo del cantone Una-Sana.

Ci dice di una circolare che è stata emanata dal governo locale, la quale impedisce ai cittadini di affittare casa alle persone migranti, di ospitarle o di fare qualsiasi atto che determini un assembramento in strada.

La sera apprendiamo che un cameraman solitamente filma e pubblica sui social network le operazioni di polizia.

Terzo Giorno 30/10/19

Leggende di frontiera

La mattina partiamo in auto alla volta di Velika Kladuša, a circa una 40 di km da Bihać.

Lungo il percorso, che in buona parte corre parallelo al confine con la Croazia, incontriamo diverse persone che camminano sulla carreggiata, nonostante il freddo e la pioggia. Ci fermiamo due volte nel tentativo infruttuoso di approvvigionarci presso farmacie locali di antibiotici, ormai agli sgoccioli. Alla seconda sosta avviciniamo un gruppo di persone presso un edificio in disuso, molto sporco, dove avevano riposato. Erano all’ennesimo tentativo di superare la frontiera, vittime di furti e delle consuete umiliazioni, percosse, vessazioni operate dalla polizia croata, non rare anche da parte della polizia slovena.

Li medichiamo e forniamo loro alcuni antidolorifici per i traumi. Raggiungiamo il parcheggio dell’ospedale di Velika Kladuša. Ci viene incontro una giovane attivista francese dell’associazione No name kitchen, un’organizzazione internazionale di volontari per il supporto al transito, che ci rende partecipi delle difficoltà e delle limitazioni nel poter fornire aiuto alle persone in viaggio. Per loro infatti, è necessario rinnovare mensilmente un documento con i dati anagrafici e il domicilio, cosa mai richiesta ad altre persone che sono in Bosnia con un visto turistico.

Giunge quindi una operatrice di MSF, accompagnando 2 giovani uomini, uno in sedia a rotelle e un altro che zoppica, provenienti da una casa occupata visitata da lei nel corso di un monitoraggio. Parlano di altre persone che vivono nell’occupazione e sono in condizioni pessime. I due ragazzi presentano un quadro di scabbia grave con sovra-infezione. Il giovane in sedia a rotelle appare molto debilitato e probabilmente febbrile, alza la testa solo quando la ragazza si rivolge a lui in arabo, per poi ritornare ad accasciarsi su sé stesso. Viene deciso di provare a portarlo presso il campo cittadino Miral. Seguiamo con la nostra auto il loro furgone, arrivati presso il campo ci fermiamo presso il parcheggio esterno. Veniamo dopo poco raggiunti dalle solite guardie private presenti in tutti i campi gestiti IOM che, dopo averci chiesto i documenti, ci intimano con atteggiamento irridente di allontanarci per la nostra incolumità.

Ritornati a Bihać, ci rechiamo all’edificio occupato che si trova nelle vicinanze del campo di Bira. L’aria è ancor più irrespirabile del giorno prima, piove e fa freddo e ci sono molti fuochi accesi nelle stanze. Ci fanno entrare nella stanza meno sporca e dove non c’è un fuoco, per poterli visitare. Il pavimento è ricoperto di scatole di cartone e in un angolo c’è un tappeto. È una moschea improvvisata.

Tutti si accalcano intorno chiamandoci per mostrarci le ferite infette procuratesi nel grattarsi a causa della scabbia, molti hanno la gola arrossata e le tonsille gonfie. Alcuni hanno i piedi rotti da manganellate della polizia croata con ferite aperte e vogliono disperatamente una medicazione per coprirli. Le piante dei piedi, in alcuni casi, hanno ferite poiché la polizia croata gli prende le scarpe, oltre a tutto il resto, costringendoli a camminare scalzi per chilometri. Finiamo praticamente tutti i farmaci che abbiamo e ci accompagnano fuori.

Torniamo davanti al campo di Bira, fa sempre più freddo e piove, ma lì di fronte c’è sempre una folla di giovani fantasmi con coperte in testa per ripararsi, come possibile, dal freddo. Aspettano la notte.

A qualcuno hanno detto che se riesci a resistere, ad aspettare fino a notte inoltrata, a volte, c’è un operatore anziano che ti fa entrare. Ad altri hanno detto, a Tuzla, che forse, quando arriverà la neve, ci saranno degli autobus italiani che verranno per portarli in Italia.

Un ragazzo non riesce più a sedersi per le ferite dovute alla scabbia. Gli diamo ciò che resta dei farmaci. A un altro che ha la febbre diamo un antinfiammatorio, sarebbe meglio assumerlo a stomaco pieno, ma lui non mangerà per oggi.

Giovani pakistani raccontano di essere stati picchiati selvaggiamente dalla polizia croata al confine, un loro amico diciassettenne è stato massacrato di botte da una poliziotta slovena, poiché rifiutava di firmare il foglio in cui era scritto che era maggiorenne.

Molte sono le torture di cui raccontano. Dicono che, in inverno, la polizia croata, dopo aver preso soldi, distrutto telefoni e bruciato vestiti, bagna le persone con acqua gelida e le lascia in un furgone con l’aria condizionata fredda accesa, al contrario dell’estate, quando li lasciano con l’aria condizionata calda.

Oppure, dopo avergli tolto le scarpe, usano i lacci per immobilizzarli ai polsi e poi li spingono giù per terreni scoscesi. Bastonano le persone coi manganelli per lunghissimi minuti, fino a fratturargli gli arti, poi li obbligano a tornare indietro verso la Bosnia.

Ci dicono di respingimenti operati informalmente e nottetempo dalle polizie croata, slovena e italiana, con un percorso a ritroso verso la Bosnia, e nessun documento scritto.

Quarto Giorno 31/10/19 – La città e l’incubo

Andiamo al campo di Vucjak, un enorme campo informale dove ci saranno almeno 800 persone..

Il campo si trova sulla linea di fuoco della guerra degli anni 90 e sono presenti numerosi campi minati nelle vicinanze..

All’ingresso c’è la polizia, ci chiedono i documenti e raccomandano di restare uniti. Piove, fa molto freddo, c’è fango e spazzatura ovunque, molte persone camminano tra grandi tende e tende più piccole. Molti non hanno che sandali. Le tende più ampie sono tutte fornite dalla mezzaluna rossa turca, sembra che siano state spostate qui dal campo di Bira.

Costantemente, con retate effettuate nelle città, le persone sono portate qui dalla polizia. Diversi ragazzi ci chiamano per mostrarci le tende in cui entra acqua, non hanno abbastanza vestiti e coperte, molti si sentono male. Capiamo che per loro è complicato anche solo raggiungere l’ambulatorio più vicino poiché la polizia non li fa uscire dal campo. Devono fare dei complicati percorsi per aggirare il blocco.

Il campo sembra la città di un futuro distopico o di un incubo. In mezzo al fango ci sono esercizi commerciali, una specie di bar e un mercato, e in alcune tende più grandi alcuni ragazzi impastano il pane in grandi bacinelle di plastica. In molte zone del campo ci sono fuochi, nei quali viene gettata anche la spazzatura. Ovunque c’è fumo nero e si sente odore di plastica bruciata.

Tra le tende e il fango si aggirano dei giornalisti, anche italiani, che riprendono le persone senza chiedere alcun consenso.

Ritorniamo nel parcheggio del campo Bira, dove come sempre, ci sono molti ragazzini che aspettano di poter entrare.

Alcuni pakistani ci parlano del fatto di non avere un posto dove stare e di non voler andare nella fabbrica abbandonata perché lì un ragazzo è morto di freddo. Dicono di aver visto il cadavere che veniva portato via da qualcuno venuto da fuori.

Un ragazzo di 16 anni ci mostra un’infezione diffusa a una mano e ci dice che ha bisogno di assistenza medica. Cerchiamo attraverso il cancello di parlare con persone che si occupino di minori, vediamo un ragazzo bosniaco che indossa la maglia di Save the children e gli urliamo attraverso le sbarre che fuori c’è un minore con un problema infettivo. Dice che non è sua responsabilità, ma dell’IOM e si allontana velocemente. Allora cerchiamo di chiamare una donna che invece indossa una maglia di IOM, costei ci dice che il ragazzo deve aspettare indicando un punto vicino alla recinzione. Intanto si rivolge in bosniaco a uno strano individuo di una certa età, vestito in borghese, che continua a guardarci con apparente sguardo di scherno.

Sembra che non parli inglese, dopo un po’ gli si affianca un’altra persona più giovane, alto, anch’essa in borghese che però sembra una specie di guardia del corpo. Ci chiede chi siamo e se facciamo parte di qualche associazione, diciamo di no, quindi ci dice lentamente ma decisamente che davanti al campo non si può stare, per problemi di sicurezza, e ci invita a lasciare l’area.

Più tardi scopriremo che l’individuo più anziano è il responsabile della polizia dell’ufficio stranieri.

Decidiamo di ripartire perché provati. Inoltre abbiamo finito tutti i farmaci ed evidentemente la nostra possibilità di agire è, per il momento, molto ridotta.

Tornando in macchina verso l’Italia incontriamo molte persone in cammino, nonostante il freddo e la pioggia.

Per noi il passaggio delle frontiere tra Bosnia e Croazia e tra Croazia e Slovenia è rapido. Il controllo è costituito da un rapido sguardo dentro la macchina e ai passaporti.

A un certo punto, a circa 20 km da Trieste, vediamo due ragazzi che camminano sulla carreggiata. Un centinaio di metri dopo, un cellulare della polizia fermo. Pensiamo di tornare indietro per fare qualcosa, avvertirli, prenderli con noi, ma già un’altra macchina della polizia era giunta ai ragazzi, dietro di noi, li aveva fatti sedere a terra e gli illuminava il volto con le torce. Un poliziotto che stava manovrando il cellulare per tornare indietro, si era fermato e aveva già aperto il portellone sul retro.

[i] https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2019/11/05/bosnia-migranti-rotta-balcanica-vujiak

[ii] http://www.europarl.europa.eu/legislative-train/theme-towards-a-new-policy-on-migration/file-eu-turkey-statement-action-plan(1/11/19)

[iii] Vedere ad esempio l’articolo sul sito Parole sul confine: “Malati di confine”. Analisi di un anno di report medicali alla frontiera di Ventimiglia (https://parolesulconfine.com/malati-di-frontiera-analisi-di-un-anno-di-report-medicali-alla-frontiera-di-ventimiglia/)

 

                Bosnia 28-31 novembre 2019

Accoglienza Svizzera: bunker militari e deportazioni. Intervista a R-esistiamo

Nell’articolo che segue, presentiamo un’intervista al collettivo R-esistiamo, attivo da un paio di anni nella lotta contro le politiche migratorie svizzere e, in particolare, contro la reclusione delle persone cosiddette migranti all’interno dell’ex bunker militare di Camorino. Parliamo quindi della frontiera tra Svizzera e Italia, e delle dinamiche repressive operate dal paese elvetico contro chi cerca di raggiungere l’Europa svalicando dai confini italiani a nord, anziché dall’estremo ponente ligure. Eppure parliamo sempre delle stesse politiche discriminatorie ed escludenti, che condannano le persone provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente a progetti esistenziali precari e spezzati, sospesi nel vuoto dei continui dinieghi, della privazione di dignità e libertà, intrappolandole negli infiniti “giochi dell’oca” disseminati di pericoli, minacce, violenze, ricatti e non-sensi.
Che sia la frontiera all’altezza di Ventimiglia, Mentone e Val Roya; che sia quella più a nord, da Bardonecchia, Claviere e Oulx; o quella ancora più in su, che attraversa le città di Como e Chiasso, il progetto della Fortezza Europa non cambia. Non cambiano gli effetti che gli ingranaggi di controllo e gestione delle persone in viaggio hanno sulle vite di migliaia di esseri umani. A Ventimiglia è comune incontrare persone che abbiano tentato già altrove di raggiungere la propria meta, prima di finire rinchiuse e gasate nei container a Mentone. Sono comuni le storie di respingimenti dalla Svizzera, soprattutto per chi proveniva dalle frontiere est della rotta balcanica: queste storie raccontano sempre degli stessi dispositivi, degli stessi attori e degli stessi abusi. Che si parli di Francia, Germania, Svizzera o Italia, più che le insignificanti differenze tra i meccanismi punitivi, sono gli elementi ricorrenti ad essere rivelatori della logica del dominio delle frontiere: la retorica della sicurezza, il lucroso business dei respingimenti e la corsa all’armamento dei confini. I responsabili sono i vari governi ed i loro esecutori: polizie, eserciti, Croce Rossa, agenzie di security e ditte private che vincono appalti milionari per gestire le gabbie dei reclusi e delle recluse.
Ringraziamo il collettivo R-esistiamo per aver condiviso la loro esperienza di lotta.

 

L’intervista

Cominciamo dalla cornice generale: in quale situazione si trovano le persone migranti in Canton Ticino? Com’è organizzata, a livello federale e cantonale, la politica migratoria della Svizzera?

Partiamo dal presupposto che, in Svizzera, è piuttosto difficile avere accesso a informazioni puntuali e veritiere circa decisioni e leggi riguardanti le politiche migratorie. Non si trovano documenti scritti ufficiali e si parla il meno possibile di migranti e frontiere. Per le istituzioni, l’obiettivo è mantenere la quiete sociale e insabbiare ogni testimonianza e notizia di abusi e ingiustizie. Per il governo federale, l’unico aspetto importante è non concedere affatto permessi alle persone, concentrandosi completamente su respingimenti e rimpatri.

Il Collettivo R-esistiamo è nato nella primavera del 2018: il nostro obiettivo è anzitutto rompere questo isolamento informativo, far circolare la verità sui fatti e sui maltrattamenti a cui sono sottoposte le persone, e chiedere la chiusura dei bunker militari in cui vengono messe per mesi e, talvolta, per anni. Le informazioni che riusciamo a raccogliere sono frutto della conoscenza diretta con loro, nonostante l’incontro e la comunicazione tra i e le migranti e persone attiviste e solidali sia scoraggiato in ogni modo dalle istituzioni. In questo senso, anche l’uso dei bunker è strategico: luoghi isolati, sotto terra, il cui accesso è vietato ai civili.

La politica migratoria, in Svizzera, è infatti una macchina ben organizzata, il cui unico scopo è non ammettere per nulla le persone e non dare la possibilità di ottenere permessi sul territorio. È inaccettabile l’ostinazione con la quale i vari responsabili dei percorsi per la richiesta d’asilo e per l’accoglienza, la Segreteria di Stato della Migrazione (SEM), i Cantoni, la Croce Rossa Svizzera, la ORS2 (ditta privata che si occupa della logistica nei centri per migranti, ndr) non riconoscano l’umanità e l’individualità di ciascuna Persona. Non vengono mai presi in considerazione i loro bisogni, la volontà, le competenze, e vengono invece viste solo come un peso, un problema da espellere il più velocemente possibile.

Da sempre, a tutela del proprio sistema economico, la Svizzera porta avanti una politica di selezione differenziale tra chi può restare per contribuire all’incremento delle ricchezze, e chi viene spinto a lasciare il paese o addirittura viene espulso coattamente. Questo vale sia per gli immigrati di ieri, come spagnoli, italiani, portoghesi, e tanto più per le nuove immigrazioni dall’Africa e dal Medio Oriente. Eppure, a livello di opinione pubblica mondiale, si sente parlare di “Svizzera umanitaria”, basti pensare alla retorica sulla nascita della Croce Rossa proprio in questo paese.

Nell’ultimo anno, è partito un progetto di costruzione di sette centri federali per la raccolta e l’identificazione delle persone migranti. Nonostante sia in ancora in fase di rodaggio e potrebbe volerci ancora qualche tempo, l’idea è quella di accentrare il controllo delle persone in questi luoghi, per poi smistarle nei vari centri cantonali, metterle nei bunker, o, ancora, per respingerle nei primi paesi d’ingresso (soprattutto l’Italia) o direttamente destinarle a un volo di rimpatrio. È stato anche proposto di organizzare delle scuole differenziali per i figli delle persone che si trovano stoccate nei centri federali: si vuole negare l’inserimento nei percorsi scolastici svizzeri a bambini e bambine le cui famiglie vengono spinte con forza a lasciare il paese e vengono, spesso, infine rimpatriate coattivamente.

In Canton Ticino, al momento, abbiamo tre centri federali: Stabio (distretto di Mendrisio), Biasca e Chiasso, che probabilmente saranno però sostituiti da un unico centro federale dei sette in costruzione su tutto il territorio elvetico. A Rancate, sempre nel Ticino, è stato allestito un centro respingimenti, dove le persone passano la notte in attesa che, il mattino successivo, riapra la dogana italiana1  e possa completarsi il respingimento. Il costo per mantenere il centro si aggira sui 670.000 franchi all’anno: a quante persone si potrebbe offrire una chance di vita dignitosa, se questi soldi fossero usati diversamente? Ci sono inoltre, ancora operativi, i centri a gestione cantonale: Paradiso, Cadro, Castione e Camorino

Veniamo quindi allo specifico del’impegno del collettivo R-esistiamo: la lotta per la chiusura del bunker di Camorino. Che cos’è questa struttura? Come viene utilizzata?

Durante la Guerra Fredda, per paura di un possibile attacco atomico, vennero costruiti dei bunker a scopo militare e di protezione civile. Rimasti inutilizzati, salvo che per alcune esercitazioni militari, questi luoghi sono stati “presi in prestito” negli ultimi anni dalla SEM, la Segreteria di Stato della Migrazione, che ha pensato di destinarli alla gestione delle persone migranti. Il bunker di Camorino (Bellinzona), che è aperto dal 2014, si trova fuori dal centro abitato, in un luogo isolato tra l’ingresso autostradale e la centrale di polizia. Per la gente costretta a vivere lì è impossibile allontanarsi, non avendo un abbonamento ai trasporti né soldi sufficienti a comprare un biglietto.

I locali in cemento armato sono sottoterra e privi di un’adeguata areazione, gelidi d’inverno e oltre i trenta gradi d’estate; l’acqua dai rubinetti esce sporca, durante la scorsa estate ci sono state gravi infestazioni da cimici nei materassi, non vi sono spazi adeguati nè possibilità di privacy. Da agosto 2019, per il cibo, che in passato era comunque insufficiente e di scarsa qualità, i vestiti, scarpe, le necessità personali di qualsiasi genere, le persone ricevono 10 franchi svizzeri al giorno, denaro insufficiente per coprire tutti i propri bisogni, visto il costo molto alto della vita nel paese. Il coprifuoco serale, l’obbligo di pernottamento, le perquisizioni, i ricatti e il controllo costante della polizia cantonale unito alle ronde della Securitas (ditta privata di vigilanza) rendono il luogo paragonabile a una prigione più che a un centro di accoglienza.

Per chi si trova nel centro, gestito prima dalla dalla Croce Rossa, che ha rinunciato dopo lo sciopero di luglio, e attualmente dal Dipartimento Sanità e Socialità del Cantone, viene ostacolato l’accesso alle cure mediche (salvo iperdosaggi di antidolorifici e psicofarmaci) e alla tutela legale; non vi è alcun programma di attività, corsi di lingua o percorsi di inserimento: decine di persone, semplicemente, sono costrette a restare lì mesi, aspettando il proprio turno di rimpatrio, quando la polizia viene a prenderli in piena notte per caricarli su un aereo.

Non si vuole riconoscere di chi sia la responsabilità di questo posto e di quello che vi accade: se si chiede al Cantone, dicono che la responsabilità è della SEM e quindi federale. Se chiedi alla SEM, rispondono che il referente è il Cantone, in un gioco di rimpalli dove non esiste nessun tipo di trasparenza rispetto alla struttura.

ingresso del Bunker a Camorino (fonte immagine).

 

Il bunker è, a tutti gli effetti, l’ultima spiaggia delle persone indesiderate, quelle per le quali non c’è altra via di uscita né alcuna volontà del governo di concedere dei permessi. È un posto talmente malsano e abbrutente che la minaccia di un trasferimento a Camorino viene utilizzata come avvertimento per coloro che fanno problemi negli altri centri, e per scoraggiare qualsiasi protesta o rivendicazione di istanze.

Alcune delle persone che sono a Camorino non possono nemmeno essere espulse, sebbene il governo non abbia in ogni caso intenzione di rilasciare loro un documento: si tratta, per esempio, di uomini con lo status di apolidi, oppure il cui paese che sarebbe meta del rimpatrio non ne riconosce l’identità. È il caso di un uomo che si identifica come tibetano e a cui la Cina rifiuta la possibilità di rimpatrio. O, ancora, sono persone il cui paese di provenienza non ha firmato accordi di rimpatrio con la Svizzera, come l’Algeria, che accetta solamente rimpatri volontari. La maggior parte della gente rinchiusa a Camorino si trova in un limbo, senza possibilità di sbloccare la propria condizione. Tra l’altro, il sistema di rilascio dei permessi è assai controverso: non ci sono leggi precise in proposito alla valutazione dello status dei richiedenti asilo. Non esiste nemmeno una lista ufficiale di paesi d’origine considerati “sicuri”, così che la decisione spetta di volta in volta all’arbitrio della Segreteria di Stato della Migrazione.

Una parte delle politiche viene decisa a livello federale a Berna, ma una parte delle decisioni è presa a livello cantonale: la situazione è così nebulosa, che è molto difficile anche per gli stessi avvocati capire come agire. A pagine e pagine di ricorsi, spesso, viene semplicemente risposto un “non entriamo nel merito della questione del ricorso”: un no e basta insomma, senza ulteriori spiegazioni.

Come siete riusciti, visto il contesto ostile, ad entrare in contatto con le persone nel bunker? Com’è adesso la situazione a Camorino e quante persone vi sono rinchiuse?

Momenti di protesta al bunker di Camorino (fonte immagine)

L’incontro è cominciato nella primavera del 2018, grazie ad una prima conoscenza avviata con alcune di queste persone, che banalmente provavano a seguire un percorso di inserimento nel tessuto sociale, per esempio durante partite di calcio in cui partecipavano anche dei solidali (in seguito la Croce Rossa ha smesso di accompagnarle per sport e visite mediche, sostenendo di non avere personale sufficiente). Dai primi racconti sulle difficoltà che vivevano, è nata la voglia di conoscersi meglio, di capire che cosa stava succedendo e cosa fossero questi bunker in cui veniva messa la gente. Sono troppe le persone che aspettano in Svizzera come fantasmi, senza diritti e senza speranze di ottene davvero un regolare permesso, depositate nei centri per anni e infine espulse.

La nostra linea d’azione è quindi diventata la volontà di rompere l’isolamento, di informarci e di informare. Di costruire delle relazioni che possano portare un po’ di sollievo: parlare con qualcuno che ti considera una persona, e che prova a darti una mano per quanto possibile.

Abbiamo organizzato delle “merende” fuori dal bunker di Camorino, costruendo dei momenti e degli spazi per incontrare e conoscere chi stava lì dentro. L’intenzione dei presidi era anzitutto quella di far sentire meno sole le persone, raccogliere i loro racconti e le testimonianze di quello che subiscono. Ma, appena qualcuno si dimostrava interessato e partecipava, il giorno dopo veniva spostato lontanissimo, facendoci perdere il contatto reciproco.

Ovviamente per le istituzioni il punto è ostacolare la creazione di relazioni e spaccare i legami che nascono. Alle persone solidali sono state fatte pressioni sul posto di lavoro da parte delle autorità, diffondendo informazioni e articoli diffamanti. Per chi invece sta nel bunker, la strategia è quella di esercitare continuamente pressioni psicologiche e minacce. Alcuni funzionari cantonali, in visita a Camorino, avrebbero detto agli uomini che si trovano lì che è meglio se stanno zitti, che se stanno buoni prima o poi le cose cambiano, e che è meglio che non diano ascolto a noi e che non si uniscano ai momenti di manifestazione e ai presìdi.

Le persone, nel tempo, hanno comunque capito che gli vengono date solo false illusioni: anche se la loro situazione è sempre difficile, talvolta scoppiano delle proteste.

Quest’estate, il 2 luglio, i circa trenta uomini che stavano a Camorino hanno fatto uno sciopero della fame, per protestare contro la terribile situazione in cui vivono e perché, con la motivazione di dover areare le stanze, la direzione del bunker li obbligava ad uscire dai locali il mattino e a non potervi far ritorno fino alla sera. Questo senza soldi per potersi spostare, senza nulla da fare, senza un riparo dalla canicola estiva, con un panino e una bottiglietta d’acqua per tutto il giorno. La reazione immediata è stata quella di silenziare la protesta: nel giro di 24 ore, coloro che avevano un permesso anche solo provvisorio sono stati spostati. Sostenendo tra l’altro che i trasferimenti fossero già decisi da tempo e che la protesta non c’entrasse nulla.

A nessuno dei responsabili del bunker, dalla SEM, alla polizia, alla Croce Rossa, conviene che si parli della situazione a Camorino, quindi ogni voce di dissenso deve prontamente essere scoraggiata. Per tenere buone le persone si fa vedere che vengono concessi piccoli miglioramenti, o si promettono vantaggi in futuro (che poi vengono comunque disattesi) per i migranti che si comportano “bene”, seguendo la strategia di dividere le persone tra buone e cattive, con lo scopo di sedare gli animi e fiaccare le resistenze.

Dopo le proteste, nel bunker di Camorino sono rimaste al momento una decina di persone, prive di qualsiasi permesso e in attesa di espulsione o di finire in prigione.

Molti di loro, infatti, hanno già subito anche periodi di detenzione amministrativa (che prevede fino a 18 mesi di reclusione), con la sola accusa di non possedere documenti “utili”. Principalmente gli arrestati vengono messi nel carcere di Realta, nel Canton Grigioni, dove un intero piano del carcere è dedicato proprio ai sans papiers, che hanno minori diritti dei detenuti comuni. Un ragazzo ci ha raccontato che per un mese di fila non gli è stato concesso di uscire dalla sua cella, e, per questo motivo, ha cominciato a praticare gesti di autolesionismo. Adesso è tornato proprio a Camorino e sta peggio che mai. Un’altra ragione per essere imprigionati è se il governo federale pensa che tu possa allontanarti prima dell’esecuzione di espulsione: un uomo si è recato a trovare il fratello in un cantone della Svizzera interna, pur non avendo un permesso per spostarsi, è finito in un controllo di polizia (che si basano sempre sul racial profiling, visto che vengono fermate le persone in base al colore della carnagione) e, solo per questo, è stato imprigionato.

Alla luce di questo stato di cose, quali sono le richieste e gli obiettivi di lotta che portate avanti come collettivo R-esistiamo?

Quello che chiediamo è che luoghi come questo, e in particolare il bunker di Camorino, vengano definitivamente chiusi.

Siamo consapevoli che, quando cala l’attenzione, ricominciano invece a portare lì le persone. Vogliamo che il bunker venga chiuso e che venga data una possibilità di vita a queste persone, condannate ad un’esistenza sotto terra senza nessuna prospettiva.

Nel 2014 uscì un rapporto ufficiale della Commissione Federale Contro la Tortura, in cui si affermava che le persone non possono essere tenute nei bunker per oltre tre settimane, per ragioni igienico sanitarie. Nonostante non sia cambiata la loro situazione, nel report del 2018 della stessa Commissione non si fa più nessuna menzione a questo ammonimento, e nessun ente ufficiale federale si è più espresso in merito al fatto che, alcune persone, siano sottoterra da anni.

Da Marzo 2019 è entrata in vigore una nuova legge sulla migrazione, che avrebbe dovuto evitare alle persone di rimanere in attesa per anni, e velocizzare l’iter di valutazione delle richieste di asilo. Dopo pochi mesi, vediamo già come questa legge non funzioni affatto: la gente non riceve mai assistenza legale, la polizia cambia a proprio piacimento, sui moduli, dati, età e provenienza delle persone, per metterle nella condizione di poter essere espulse o respinte.

Nonostante le immense risorse di uno dei paesi più ricchi del mondo, che potrebbe con estrema facilità assorbire il numero esiguo di persone che arrivano in Svizzera, a prevalere sono in ogni caso gli interessi economici, che preferiscono nutrirsi del fruttuoso business legato alla repressione, alla militarizzazione delle frontiere, alle deportazioni e allo sfruttamento della manodopera in nero delle persone senza documenti giusti.

Sappiamo che sarà molto difficile farsi ascoltare e che abbiamo a che fare con il muro di gomma delle istituzioni, ma non si può proprio mollare.


Sembra che nel 2020 il centro di Rancate verrà chiuso: gli arrivi in Svizzera nell’ultimo anno, a fronte di un’ingente spesa di mantenimento della struttura, sono andati diminuendo in maniera consistente. La proposta del consigliere leghista Norman Gobbi, tuttavia, non è di eliminare un punto di riferimento per i respingimenti, ma semplicemente quella di spostarlo a Stabio o a Chiasso, sul confine con l’Italia, dove alcuni magazzini delle ferrovie FFS sarebbero già stati allestiti da tempo come dormitori, senza tuttavia mai essere utilizzati.
La ORS Service AG è una società privata svizzera che gestisce alloggi per l’asilo per conto del governo federale, ed è uno dei maggiori attori in questo campo. In seguito alla diminuzione degli arrivi in Svizzera, la società è entrata in una fase di crisi che l’ha portato a cercare di espandere il proprio mercato nei paesi sul Mediterraneo, in primis l’Italia. Nel luglio 2018 è stata fondata quindi a Roma la nuova filiale ORS Italia S.r.l., che mira ad aggiudicarsi la cospicua fetta di investimenti piovuti sul settore degli hotspot e dei centri di detenzione e rimpatrio, grazie ai decreti legge Salvini e all’imminente apertura dei nuovi CPR, come il Corelli di Milano.

 

Esterno bunker di Camorino (fonte immagine)

Si apre il processo per l’occupazione ai Balzi Rossi, estate 2015

Lunedì 17 Giugno 2019, nelle aule del Tribunale di Imperia, si è tenuta la prima udienza del processo per occupazione nel 2015 della pineta dei Balzi Rossi (un’area adibita a parcheggio). A un passo dal confine, il campo chiamato “presidio permanente no borders” fu un’esperienza attraversata dalle più diverse realtà sociali e politiche, da attivist* e volontar* accors* da tutta Italia e non solo, per sostenere la protesta contro la chiusura del confine italo-francese iniziata da un gruppo di persone migranti che si trovarono la strada sbarrata.

 

Così scrivono, in un comunicato che annuncia l’inizio del processo, alcune delle persone che in quell’estate cercarono assieme di costruire un’alternativa alla chiusura e alla violenza dell’Europa:
Lunedì 17 si apre la prima pagina giudiziaria del processo al campo autogestito dei balzi rossi. Presidio permanente no border era il nome in cui persone in viaggio, solidali, donne e uomini che lo hanno partecipato si sono riconosciute. Centinaia, forse migliaia, in quell’estate del 2015 hanno fatto l’esperienza storica di scavare una bolla all’interno delle rotte migratorie e del tessuto sociale; una bolla dentro la quale si è cercato di praticare partecipazione, lotta e orizzontalità. Trentuno di loro saranno a processo. Processano loro, processano le lotte, la libertà di movimento, la solidarietà. Processano tutto quello che siamo stati e che saremmo voluti essere. Abbiamo commesso un reato forse: quello di creare un luogo dove si provava a stare assieme, ad ostacolare gli organismi repressivi, a provvedere ai nostri bisogni, a rivendicare un’altra rotta, più umana, per chi voleva muoversi attraverso le strade del mondo. Non volevamo confini, non volevamo lager, non volevamo violenze, non usavamo guanti di lattice, non volevamo che nessuno rimanesse indietro; forse più che imputarci i crimini che abbiamo commesso dovrebbero evidenziare quelli che non abbiamo voluto commettere. Quell’estate siamo stati tutto.

 

Un passo indietro: Nel giugno 2015, in occasione del G7, lo stato francese decise la sospensione del trattato di shengen, a svantaggio delle migliaia di persone in fuga dai paesi dell’Africa e del Medio Oriente per i più disparati motivi. L’empasse che si generò tra le diplomazie italiana e francese, poi il braccio di ferro su cui iniziarono a cimentarsi tutte le potenze europee nelle settimane seguenti, scatenarono quella che fu chiamata “l’emergenza migranti”. Improvvisamente scoppiò il caso mediatico: si gridò all’invasione e i media di tutta Europa si riversarono su quel pezzetto di scogli tra Ventimiglia e Mentone per documentare la protesta intrapresa alle soglie del vecchio continente.

Uno dei momenti di protesta delle persone migranti bloccate alla frontiera franco italiana, Balzi Rossi, estate 2015

 

Un gruppo di uomini provenienti principalmente da Sudan e Corno d’Africa, determinati a far valere i propri diritti e a far ascoltare le proprie rivendicazioni, decisero di piazzarsi sulla scogliera adiacente al valico di frontiera, così da evitare cariche e sgomberi da parte delle polizie. Di bocca in bocca, si diffuse un grido che rimbalzò sulle principali testate nazionali ed estere: we are not going back. Open the border.
Un numero variabile e crescente di persone italiane ed europee giunsero a Ventimiglia per unirsi alle richieste della gente bloccata al confine e portare loro supporto materiale, solidarietà umana e forza politica. Ne nacque un campo di resistenza e protesta contro le politiche di respingimento europee e, in particolare, contro gli accordi con cui Italia e Francia hanno continuato e continuano tutt’ora a rimbalzarsi avanti e indietro queste persone che nessuno vuole tenere sul proprio suolo nazionale.
Gli italiani brava gente assieme ai cugini d’oltralpe misero in piedi un meccanismo di selezione etnica alla frontiera che venne chiamato dalle persone solidali, dalle persone migranti e da chi si fece eco per quella protesta, “il ping pong” della frontiera. Le vessazioni e le umiliazioni iniziarono ad essere la prassi per le persone extraeuropee in viaggio che venivano e vengono tuttora sottoposte alla procedura: arrivarono i primi container in cui stoccare la gente catturata nel tentativo di attraversare il confine; poi le prime testimonianze di trattamenti degradanti, detenzioni arbitrarie, angherie.

Dopo alcune settimane di stallo, si delineò quella che divenne la politica ufficiale delle istituzioni nazionali e locali (amministrazione ventimigliese allora in quota pd): ordinanze contro la distribuzione del cibo ai migranti; persecuzione della solidarietà e reiterate richieste di sgomberi; una pioggia di fogli di via da Ventimiglia e provincia per le persone solidali; la distruzione a ruspate del campo all’inizio di quell’autunno.

I poteri istituzionali nostrani fecero tutto il possibile per stroncare qualsiasi contatto, condivisione di informazioni e prospettive di cambiamento tra la gente in arrivo da Africa e Medio Oriente e le persone europee in disaccordo con la chiusura dei confini e il proliferare di pratiche discriminanti. Sullo sfondo, la pressione di un’unione europea che si rivelava un mostruoso buco nero di egoismo, neocolonialismo, violenza, razzismo e sciovinismo nazionalista, scegliendo di auto rappresentarsi come fortezza.

 

Ora, giugno 2019, sta iniziando la quinta estate di controllo del confine: allora come oggi ad essere fermate sono solo le persone di colore, quelle che portano sulla fronte l’etichetta discriminatoria di “migrante”. Diciamocelo: la Francia non ha mai sospeso un bel niente per chi indossa pelle bianca e vestiti sufficientemente costosi e puliti.

E lunedì 17 è iniziato anche il processo per gli eventi di quel 2015, con oltre quattro ore di ritardo sulla mattinata: passano davanti due processi per direttissima a un presunto passeur e a due uomini di origine tunisina colpiti da decreto di espulsione. È condanna per tutti. Non si sa dove verranno portati (in un carcere? In un cpr?).

Quando ormai è pomeriggio si apre l’udienza: 31 persone imputate per occupazione in concorso di edifici e terreni, qualcuna anche di aggressione nei confronti di un giornalista che si infilò al campo. Molte le persone che si sono presentate al tribunale in solidarietà con gli imputati e le imputate.
Il processo inizia con alcuni teste per l’accusa: il giornalista che ripropone la sua versione della presunta aggressione, agenti della digos, polizia scientifica. Bastano poche battute ed è subito evidente la pressapochezza con cui l’accusa ha costruito il suo teorema. Goffi e imbarazzanti alcuni passaggi nella ricostruzione degli eventi e nella ricerca di una manciata di responsabili a cui accollare i fatti di quell’estate, tra le migliaia di persone che vissero e diedero forza a quel campo. Due dei testimoni dell’accusa si sono dati giustificati, non presentandosi. L’effetto complessivo è di assistere a una tragicommedia in color seppia di un film antico e quasi dimenticato

Mentre gli inquirenti e gli esecutori del sistema attaccano, banalizzano e riassumono per sommi capi le centinaia di sfide e di idee che mossero le rivendicazioni e le lotte al confine nell’estate del 2015, tra chi ancora è nemico e nemica delle frontiere non ci si può accontentare di riassumere gli accadimenti dei circa cento giorni di campo in una celebrazione di quello che è stato. Nemmeno è sufficiente avere il coraggio di soffermarsi anche sulle critiche e sulle riflessioni per quello che invece andò storto.

Se parlare della lotta dell’estate 2015 ai Balzi Rossi oggi ha un senso, lo ha non solo nel tenere viva la memoria di un passaggio storico che, lungi dall’essersi concluso, si è rivelato la prima pagina di una nuova epoca di orrori. Ma soprattutto perchè il paragone tra gli eventi e le risposte repressive di ieri e di oggi (oggi ben peggiori che nel 2015) contro le persone -migranti e solidali- che non accettano questo stato di cose, ci dice tantissimo sul cambiamento dei tempi. È avanzata a velocità spaventosa la normalizzazione di un sistema che, per essere tenuto in vita, necessita del capro espiatorio della storia contemporanea: il clandestino all’arrembaggio che sconquassa la nostra “pace” e interroga le nostre coscienze e che quindi va affogato, umiliato, sfruttato, annientato.

 

Quello contro cui si cercò di lottare quell’estate oggi è realtà normata. Si moltiplicano le prigioni etniche, i fili spinati e le cacce all’uomo. Eppure la gente non si è arresa e continua a migrare. Le frontiere continuano a uccidere, mentre dilagano i crociati a difesa di una presunta purezza identitaria europea (ma soprattutto in difesa della propria privilegiata posizione nel sistema economico globale).

Il processo iniziato lunedì 17 giugno porterà a sentenza una battaglia che sarebbe incompleto raccontare solo tramite i fatti di allora. Il ricordo di ciò che fu l’esperienza del campo dei Balzi Rossi a Ventimiglia non dovrebbe rispolverare soltanto la nostalgia per ciò che si fece e per come lo si fece, quanto accendere una rinnovata rabbia e determinazione per quello che si dovrebbe ancora combattere oggi. E per come non lo si stia facendo ancora abbastanza.

La prossima udienza è fissata per il 17 febbraio 2020, con ulteriori 4 teste dell’accusa e primi 5 teste per la difesa.

Si srotolano i mesi e si annacqua la memoria, ma il tempo non è un palliativo allo schifo che dilaga e che raschia le coscienze di tutte e tutti noi.

 

Tribunale di Iperia, striscioni appesi da alcune persone solidali poco prima dell’inizio del processo per l’occupazione dei Balzi Rossi.

alcune persone solidali hanno indossato una maglietta con la scritta “la Bolla a processo-io c’ero”, a sostegno delle 31 persone imputate per occupazione.

 

(Immagine di copertina: la locandina per l’inizio del processo, ispirata al lavoro La Bolla che raccontò i giorni del presidio ai Balzi Rossi.)

Con i pescatori di Zarzis, contro la criminalizzazione del soccorso in mare

Diffondiamo una petizione transnazionale, pubblicata in cinque lingue, a sostegno dei sei pescatori di Zarzis arrestati a fine agosto nelle acque antistanti Lampedusa, per aver soccorso in mare dei migranti in avaria:

https://ftdes.net/pecheurstunisiens/

Dalla pagina della petizione transnazionale

Il reato imputato è quello di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, ma i fatti, ricostruiti anche grazie ai filmati di un drone dell’agenzia Frontex, raccontano di una realtà ben diversa : un barchino in avaria, con a bordo quattordici persone (tra cui tre minori), l’equipaggio di una barca da pesca che interrompe il proprio lavoro e un’operazione di soccorso in mare [1]. Dalle testimonianze si evince che dei tentativi di mettersi in contatto con le autorità italiane ci fossero stati, che non fossero andati a buon fine e che le condizioni metereologiche stessero peggiorando. Davanti al rifiuto di essere riportati in Tunisia, a Zarzis, l’equipaggio di Chamseddine Bourassine ha deciso di trainare il barchino verso una zona dove il mare fosse più calmo e i soccorsi più facili da attuare.

I pm di Agrigento, che hanno validato i fermi, parlano invece della possibilità che non si tratti di altro che di una messa in scena, per coprire un’operazione pianificata fin dalle coste tunisine. Poco importa che un drone governativo avesse filmato il barchino in avaria, aprendo alla possibilità di contestare un reato di mancato soccorso : non sarebbe che l’ennesimo. Pare conti ancora meno il fatto che, da anni oramai, incontrare imbarcazioni o natanti fatiscenti in difficoltà sia la quotidianità dei pescatori del Mediterraneo meridionale : banale la conta dei morti a mezzo stampa, banale salpare delle reti nelle quali si incagliano i corpi di chi non ce l’ha fatta.

Allora, chi non si arrende alla banalizzazione dell’ingiustizia diventa pericoloso. L’umanità di chi è incapace di gettare qualcosa da bere e da mangiare a chi si rifiuta di essere riportato in Maghreb, disposto a sfidare la concreta possibilità che quel viaggio si trasformi intragedia, per poi riportare la prua verso il porto come niente fosse stato, diventa un crimine e, come tale, va perseguito.

Ma, se per le autorità il fatto che, al netto della riduzione delle partenze dalla Libia, la percentuale di morti tra chi affronta quel tratto di mare sia passata da 1 su 38 nel 2017 a 1 su 7 nel mese di giugno di quest’anno [3] non è altro che una constatazione statistica, per fortuna c’è ancora chi non ha intenzione di entrare a far parte della larga schiera dei colpevoli e dei cinici.

Chamseddine Bourassine è uno di questi. E’ il présidente di un’associazione molto attiva e conosciuta, ‘‘Le pecheur’’ de Zarzis pour le développement et l’environnement, che da anni anima dibattiti e azioni su vari fronti, dalla sensibilizzazione dei giovani rispetto ai rischi della migrazione clandestina, alla necessità di difendere la piccola pesca artigianale. La loro è una voce politicamente schierata, fondata sul rigore e la forza di chi le proprie idee le forgia ogni giorno, nella durezza della realtà, nelle immagini che gli occhi vedono non filtrate da schermi e pixel. L’estate scorsa hanno impedito l’ingresso nel loro porto alla C-Star, la nave di Generazione Identitaria, impegnata in patetiche operazioni da cane da guardia in nome della difesa del suolo europeo [2], e questa primavera hanno organizzato una manifestazione per denunciare la criminalizzazione del soccorso in mare (a questo link è possibile visionare un estratto video della manifestazione, filmato dal colletivo marsigliese Primitivi: https://vimeo.com/265557170).

Sono stati arrestati, in sei, dalle autorità italiane, e la notizia ha fatto a malapena il giro delle redazioni locali. Nel frattempo, aspettando l’esito dell’udienza di oggi (21 settembre), a Tunisi, a Zarzis e anche ad Agrigento, centinaia di persone hanno manifestato per chiedere la scarcerazione dei pescatori.

Proviamo rabbia e vergogna per chi blatera di porti chiusi, respingimenti e Ong colluse con i trafficanti : se avessero il coraggio di passare una notte a bordo del peschereccio di Chamseddine, forse, i termini della discussione sarebbero diversi.

[1] https://www.lecourrierdelatlas.com/tunisie-mobilisation-pour-la-liberation-de-six-pecheurs-detenus-en-italie-20566

[2] http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/tunisia-la-protesta-dei-pescatori-blocca-la-nave-nera-anti-migranti_3087931-201702a.shtml

[3] Dal rapporto dell’UNHCR: l’evoluzione del trend di mortalità durante le traversate è da 1/38 nella prima metà del 2017 a 1/19 nello stesso periodo del 2018, con un picco di 1/9 nel mese di giugno 2019. https://www.unhcr.it/news/calo-degli-arrivi-aumento-dei-tassi-mortalita-nel-mar-mediterraneo-lunhcr-chiede-un-rafforzamento-delle-operazioni-ricerca-soccorso.html

Cancellati. Ventimiglia, città imprigionata

Ventimiglia. Lunedì 31 agosto

Tra il piazzale di Via Tenda  in cui tutte le sere viene fatta la distribuzione del cibo e la parte del  sottoponte, dove ancora si riunivano le persone migranti per scambiare due chiacchiere all’ombra e dove vi era la possibilità di trovare dell’acqua potabile, subito dopo la manifestazione del 14 luglio è stato costruito  un muretto; poi tra domenica 29 e lunedì 30 luglio sopra al muretto è stata eretta una spessa rete metallica. Ovviamente il committenteè  il Comune.

 

Muretto costruito subito dopo il corteo del 14/07, prima della costruzione della rete

 

Di fatto, l’accesso al sottoponte dal piazzale di fronte al cimitero è ora impedito ed è stato smantellato il tavolino su cui veniva lasciato il contenitore per l’acqua. Da Via Tenda l’unico accesso  rimasto  per raggiungere il sottoponte si trova  ad una cinquantina di metri dal passaggio a livello.

 

Punto del sottoponte con rifornimento di acqua potabile prima della costruzione della rete

 

Molte persone trovano riparo tra i canneti e la vegetazione che occupano parte del letto del fiume Roya: il sottoponte era lo spazio riparato che permetteva di raggiungere velocemente la strada.

 

Sottoponte il giorno prima della costruzione della rete

 

La chiusura con una rete metallica di un accesso all’area, proprio in corrispondenza del luogo in cui le persone migranti si riunivano per consumare il pasto serale e per dei momenti di socialità, oltre ad avere un significato altamente simbolico, ha delle pesanti conseguenze materiali.

 

Rete

Con questa azione il Comune ribadisce e rafforza la politica di invisibilizzazione delle persone migranti. O queste accettano di entrare nel campo della Croce Rossa, situato nel Parco Roya (a diversi km dalla città, per raggiungere il quale si è costretti a percorrere a piedi una strada molto pericolosa) accettando di fatto la segregazione dalla vita sociale del territorio, oppure sono costrette a nascondersi nella vegetazione che circonda il fiume avendo un unico punto di entrata e uscita, distante dai luoghi di accampamento.

Cosa accada alle persone costrette ad accamparsi nel letto del Roya evidentemente allo Stato italiano non interessa, l’importante è che la società legittima sia separata anche fisicamente dal mondo dei marginalizzati e degli esclusi. Invisibili, privati di ogni diritto, finanche del riconoscimento della loro umanità.

 

sottoponte, oggetti abbandonati

 

Pensare a quando tre anni fa le persone migranti occupavano i Balzi Rossi – la scogliera sotto la frontiera francese – per lottare per i propri diritti a spostarsi e a poter vivere liberamente in Europa, dando così inizio ad un’esperienza di lotta e di autogestione eccezionale e guardare a dove si è arrivati oggi, fa riflettere e molto sui passaggi politici avvenuti e in atto e sulle sconfitte subite dalle lotte. Questi tre anni sono stati un percorso fatto di tappe scandite da repressione, da sgomberi continui, dall’affinamento di dispositivi di controllo e disciplinamento. Un percorso di violenza materiale e simbolica inaudita da parte degli Stati e di poteri extrastatali.

Anche Ventimiglia oggi ha il suo “muro” interno , il suo “filo spinato”, la sua piccola “striscia di Gaza”.  I dispositivi di confinamento sono globali, sono la cifra del capitalismo neoliberale e globale odierno.

Il 14 luglio la manifestazione di quasi 10000 persone che ha attraversato la città intemelia si intitolava “Ventimiglia città aperta”. Un auspicio che appare lontano a realizzarsi.

Guardando altre esperienze nate nei campi profughi come in Siria del Nord, in Libano , nei ghetti coloniali nordamericani , nei  territori occupati palestinesi, viene in mente che forse è da dentro, stando in mezzo e vivendo insieme agli invisibilizzati, agli esclusi, ai nuovi colonizzati che possono nascere le esperienze più efficaci di resistenza. Lottando insieme e sfidando l’invisibilità a cui ci condannano, disarticolando il confine concretamente, e non semplicemente rovesciandolo simbolicamente.

Sta di fatto che dal vortice di inumanità che ci sta risucchiando, di cui la rete di Via Tenda è simbolo chiaro e terribile,  dobbiamo provare a venire fuori in qualche modo.

Prima proviamo a farlo e meglio è, il tempo non è “galantuomo”.

 

A cura di g.b..

 

 

 

Ventimiglia, Trenta giugno 2018: costretti a nascondersi

Trenta Giugno, zona di confine. Alle 10.00 di sabato 30 Giugno 2018, di nuovo, dopo l’ultimo sgombero, troviamo aumentate le persone che dormono sotto il ponte in via Tenda.

Vediamo circa una quarantina di giacigli. Alcuni uomini in piedi, altri ancora sotto le coperte. Chiediamo loro se hanno qualche problema di salute e ne visitiamo un paio. 

Ci aiuta per la traduzione un ragazzo sudanese dall’aria molto tesa. La maggior parte di coloro che si sono fermati per passare la notte sull’argine del fiume sono giovani sudanesi. Decidiamo di salire l’argine fin dove è possibile. L’ambiente è ancora cambiato. Molti territori sono diventati paludosi e dopo il ponte dell’autostrada è difficile proseguire. Ritorniamo indietro guadando le insenature del fiume.                                                                                                                                                                                                                    

Durante questo percorso riconosciamo e fotografiamo diversi segni di presenza di persone in viaggio: carte da gioco che insegnano i pericoli delle ferrovie, detersivi per lavare i piatti appoggiati vicino all’argine del fiume, lamette riposte ordinatamente in modo da poterle riutilizzare, saponi.

Ci rendiamo conto che esseri umani in viaggio sul nostro territorio sono sempre più costretti a nascondersi e ad adattarsi a condizioni di vita assurde.

Coloro che incontriamo ci dicono che il campo della croce rossa è affollato, con circa 500 persone e che continuano le deportazioni al sud nei giorni feriali, con autobus della Riviera Trasporti. Molte persone, nell’impossibilità di fermarsi sull’argine del fiume durante il giorno, sono costretti a percorrere a piedi varie zone della città, senza una meta.

Andiamo in riva al mare. Anche lungo questo percorso riconosciamo luoghi di pernottamento.

Sulla spiaggia vediamo famiglie e giovani. Il dispiegamento di forze dell’ordine è ingente, anche perché in serata ci sarà una festa patronale che comporterà la chiusura al traffico. Dopo aver pranzato e parlato con Delia, ritorniamo verso via Tenda. Nel pomeriggio tardi passiamo all’infopoint Eufemia. Ci sono persone che conosciamo e tanti ragazzi che sono in attesa di vedere insieme i mondiali di calcio in streaming.

In effetti il calcio è anche il gioco più diffuso tra i giovani maschi in viaggio – ricordiamo ormai centinaia di partite (anche in ciabatte) sotto il sole a picco o al freddo pungente, sull’asfalto di un parcheggio.

All’infopoint visitiamo alcune persone e medichiamo ferite. Sulla porta ci si avvicina un ragazzo. Richiede farmaci antidolorifici come ossicodone e paracetamolo. Il ragazzo è magro, ha il viso tirato e occhi tristi. Chiediamo per quale motivo assuma questi farmaci. Si alza il pantalone e vediamo che c’è un evidente disallineamento delle ossa della gamba destra.

                                                                                                               

In Libia gli hanno fratturato la tibia ed il perone a scopo di tortura e l’hanno lasciato senza alcuna assistenza. La saldatura tra i capi delle ossa fratturate si è compiuta in modo incongruo, dando luogo ad un danno permanente e solo la chirurgia potrebbe migliorare la situazione. Ci dice che ovviamente camminare in questa condizione provoca dolori importanti su tutto l’arto inferiore dall’anca al piede. E’ già arrivato in Francia e per due volte è stato rimandato indietro alla frontiera.

Gli forniamo degli antidolorifici e cerchiamo di spiegargli che l’assistenza sanitaria in Italia è ancora universale e gratuita per chi non ha mezzi per pagare, che necessita di un intervento chirurgico e che a seguito di questo potrebbe camminare molto meglio.

Rifiuta questa idea, continuando a dirci che prima dovrà raggiungere la sua destinazione.

Ci rimane l’immagine della frattura, pensiamo a come sia possibile che continui a camminare con quel dolore, a tutte le persone torturate e danneggiate permanentemente che sono in viaggio, vittime di violenza dei nuovi campi di concentramento che il nostro Governo finanzia, in accordo con le strutture di potere europee.

Facciamo un giro con l’auto prestataci da una solidale. Arriviamo ai balzi rossi, passiamo la frontiera, sempre molto controllata.

Poi torniamo al parcheggio davanti al cimitero, dove volontari portano la cena. C’è un gruppo di cittadini della Val Roja che fornisce tavoli, fogli e colori per disegnare. Alcuni ragazzi sono impegnati, diversi disegni sono appesi alle grate che circondano il parcheggio. Un ragazzo sudanese disegna la bandiera della Palestina.

Arriva la cena. Ci saranno un’ottantina di persone. Pochi chiedono il nostro aiuto.
Si percepisce negli atteggiamenti e dagli sguardi dei giovani uomini che incontriamo, un malessere sempre maggiore. Immaginiamo che la durezza del viaggio, l’impossibilità anche di fermarsi un attimo per riposare, il fatto di essere costantemente in fuga, li esasperi.

La domenica mattina ritorniamo al parcheggio davanti al cimitero.

Assistiamo alla sveglia da parte della polizia delle persone che si trovano sotto il ponte. Ci avviciniamo loro e cerchiamo di parlare, ma la stanchezza e la tensione che si percepiscono rendono ormai la comunicazione molto difficile.

Alcuni ragazzi mangiano qualcosa su un pezzo di carta, per terra. Ci continuano ad offrire la colazione che si divino in sei o sette.

Dopo aver fatto diversi giri, semplicemente ci sediamo per terra nel parcheggio con loro. Ancora l’immagine irreale di un gruppo di ragazzi che gioca a pallone in un parcheggio. Sulla sinistra, un campo di calcetto sempre chiuso e vuoto, davanti il cimitero, a destra, l’inizio di un quartiere popolare abitato da immigrati calabresi il cui viaggio è ormai troppo distante perché possano venire a confrontarsi con i giovani che ci troviamo davanti.

Arriva un’auto rossa, un uomo molto grasso scende, arriva nei pressi dei ragazzi e offre a tutti sigarette. Rimane a parlare con diversi di loro per un po’, poi torna in macchina e resta a guardarli

Lia Trombetta, Antonio Curotto

Migranti: il riaffiorare del fiume carsico delle politiche eliminazioniste occidentali

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un testo denso , che mette a tema la politica eliminazionista dei migranti in atto nell’odierna Europa. Un testo che a nostro parere  merita di essere letto con calma e discusso. Contiene infatti una riflessione storica e politica complessiva sulle politiche e sui dispositivi che  governano il fenomeno delle migrazioni verso l’Europa di questi ultimi quindici anni.

L’autore del testo che segue, un uomo con una storia importante e particolare [1], oggi membro del Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos [2], non esita a definire queste ultime come “politiche eliminazioniste”. Non è bello ma è reale: se vogliamo riferirci all’agghiacciante conta delle persone decedute nel tentativo di attraversare il Mediterraneo le stime ci parlano di oltre 30000 morti, una media di 6  morti al giorno, dal 2003 a oggi. A questo numero vanno aggiunti coloro che sono morti nel tentativo di attraversare le frontiere interne dell’Europa: Ventimiglia, per esempio, ha visto tante donne e uomini fulminati sui treni, nascosti nelle cabine elettriche dei convogli, caduti dalle scarpate nel tentativo di passare la frontiera attraverso i sentieri montani, investiti dalle auto in corsa mentre camminavano sul ciglio della strada che congiunge l’Italia alla Francia. E poi i morti lungo la rotta balcanica, e poi tutti gli scomparsi nel nulla lungo le rotte migratorie africane, nei lager in Libia, in Niger… i cui corpi e le cui identità si sono perse nell’oblio di questa violenza inaudita. E’ un testo importante quello che segue, perché arendtianamente prova a “comprendere” senza giustificare, ossia ripercorre l’attualità sulla scorta della riflessione storica e dell’analisi politica, e propone una verità che molto pochi in Europa oggi sono disposti ad ammettere e cioè che ciò a cui stiamo assistendo non è diverso, per quanto riguarda i modi e le finalità delle politiche governamentali, dalla politica di sterminio nazista o da quella della desaparicion applicata in Argentina tra il ’76 e l’ ’83 sotto il regime della giunta militare di Videla.
E’ un testo  che ci chiama in causa tutti, chiama in causa la nostra responsabilità di fronte alla storia di cui siamo attori e non semplici spettatori; ci parla della necessità di ripoliticizzare quella parte di società cui apparteniamo e che oggi è preda dell’alienazione mediatica e politica che le classi dominanti impongono. Molte sono gli stimoli che un testo di questo tipo propone, molte anche le questioni discutibili. Non su tutto ovviamente ci troviamo d’accordo. Ma come lettrici e lettori ci sentiamo chiamat* non solo a riflettervi ma a trovare le vie per una risposta collettiva, la cui mancanza determina che i numeri di questo massacro, quotidiano e irreversibile, continuino ad aumentare. Numeri dietro ai quali ci sono le vite di esseri umani.

Situazione attuale dei flussi migratori sotto il profilo dei Diritti Umani

L’Assemblea del Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos ci offre l’occasione per fare il punto sulla catastrofe umanitaria in corso sotto i nostri occhi, senza che l’opinione pubblica  – vittima di una sindrome da “Lettera rubata “ collettiva – riesca a vederla e tanto meno a tentare di porvi rimedio.

Si tratta di riflessioni dettate da un senso di estrema urgenza, nella speranza di incoraggiare un dibattito  sulle possibili vie da seguire per porre finalmente fine allo stillicidio quotidiano di morti che da troppo ormai ci accompagna e che non possono essere considerate casuali.

Nel tentativo di leggere il problema, occorre premettere che è possibile inquadrare quanto sta accadendo oggi intorno a noi come il riapparire del fiume carsico delle politiche eliminazioniste proprie del mondo occidentale, come la Soluzione finale o quanto accaduto in Argentina sotto la dittatura militare, avvenimenti che ben poco hanno a che vedere, nelle modalità di esecuzione, con quanto portato a termine in Cambogia dai Khmer Rossi, nel Cile di Pinochet, o negli anni ’90 in Ruanda, o con lo stesso genocidio degli armeni, emblematico della capacità di uccidere un gruppo etnico a partire dai primi del ‘900.

Per quanto riguarda la Soluzione finale, appare interessante richiamare l’interrogativo posto dall’indifferenza dell’opinione pubblica nei Paesi occupati dal nazifascismo,  nei confronti della sorte riservata agli ebrei. Possibili spiegazioni hanno a che vedere con il fatto che si trattava di una minoranza transnazionale che mai si era piegata al cristianesimo, vissuta come diversa dalla maggioranza delle popolazioni nell’affermarsi di un sempre più forte nazionalismo identitario, quindi bollabile come Altro in tutti gli Stati europei.

A ciò va aggiunto il segreto con cui era stato custodito tutto quanto riguardava la Soluzione finale, dalla sua ideazione alle decisioni adottate per implementarla, il silenzio stampa che ne conseguiva, l’enormità di quanto programmato che lo rendeva impensabile e quindi negabile, l’inesistenza di un reato che ne prevedesse la fattispecie.

Risultava da tutto ciò nell’opinione pubblica, consapevole di essere tagliata fuori dagli arcana imperii, una diffusa acquiescenza  e, nelle alte sfere, la convinzione dell’impunità che avrebbe accompagnato la vittoria dell’Asse nella II guerra mondiale, su cui tutto si giocava.

Ciò tuttavia non spiega come mai i nuclei rurali che convivevano con i campi di sterminio – e quindi con  i reticolati e il filo spinato, la sorveglianza da parte delle SS con cani inferociti, il fumo dal crematorio con il pungente odore che lo accompagnava –  potessero dirsi e dire di non sapere quello che in quei luoghi veniva portato a termine. Come se, al di fuori dalla logica aristotelica, l’uomo potesse allo stesso tempo sapere e non sapere, o per meglio dire sapere e negare a se stesso di sapere, specie in una situazione di diffuso terrore e nel silenzio dei media che plasmano l’opinione pubblica.

Il ruolo dei media è centrale. Negli anni ’70 del secolo scorso, l’affermarsi della televisione nel mondo occidentale appare mettere in crisi la possibilità stessa del ricorso all’uso della forza da parte dei governi. Due esempi sono emblematici: primo, l’esito finale della guerra in Vietnam, che vede la superpotenza occidentale piegarsi di fronte alla capacità di resistenza di un piccolo stato asiatico, data l’indignata mobilitazione con cui l’opinione pubblica occidentale rispondeva alle atrocità commesse da parte americana, che immagini televisive da giornalisti non embedded rendevano indimenticabili, allora come oggi. Secondo, quanto accade l’11 settembre 1973  a Santiago del Cile, dove i militari decidono di utilizzare la televisione per confrontare la popolazione con la percezione immediata della violenza di cui sono capaci, in modo da soffocare sul nascere qualunque tentativo di opposizione armata. In effetti, il bombardamento del palazzo presidenziale con la tragica morte del Presidente Allende, i carri armati nelle strade della capitale, i combattimenti contro le poche sacche di resistenza ben presto travolte, lo stadio pieno di detenuti torturati e passati per le armi, le ambasciate stesse invase da disperati alla ricerca di una qualunque via di fuga,  spazzano via, a livello interno, qualunque tentativo di lotta armata. Ma, a livello internazionale, provocano un’unanime ondata di indignazione e condanna da parte dell’opinione pubblica occidentale che non accetta né la violenza né la violazione delle più elementari prassi democratiche. In tal modo, Pinochet s’impadronisce del potere, ma a livello internazionale resta condannato all’ostracismo come un vescovo lebbroso.

Si sarebbe detto insomma in quegli anni che la televisione con la sua pervasività e la capacità di scatenare reazioni improntate al senso di etica politica prevalente nelle masse occidentali, avrebbe d’allora in poi vanificato i tentativi degli Stati di fare ricorso alla violenza.

Tre anni dopo, i militari argentini dimostrano che tutto il contrario è analogamente possibile,  purché si riesca a formulare strategie eliminazioniste che, da una parte, tengano buona la popolazione, dall’altra non attirino l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale.

Il ricorso alla desaparición soddisfa entrambe queste esigenze e permette la decimazione , nei suoi elementi migliori, di   una generazione di giovani impegnati e generosi, destinati a diventare la classe dirigente del futuro e decisi a portare avanti un progetto di giustizia sociale e democratica inconciliabile con il neoliberismo  che, dopo il Cile, si voleva a quel punto imporre all’Argentina. La politica ufficiale li bollava come sovversivi che avevano spinto il Paese sull’orlo del caos,  la gerarchia ecclesiastica cattolica non esitava a definirli come cancro da estirpare dal corpo sociale, la maggioranza silenziosa appariva timorosa dell’esito che avrebbe potuto avere una fuga in avanti.

In estrema sintesi, è possibile affermare che in un sistema di informazione ormai prevalentemente televisivo o iconografico, si dà per scontato che tutto quanto accade viene rappresentato e che quanto non è rappresentato non accade. Anche in questo caso, poi, l’enormità della desaparición di massa la rendeva impensabile, come lo era stata la Soluzione finale, non soltanto in quanto ancora non prevista come crimine e quindi non riconosciuta dal sistema giuridico,  ma soprattutto in quanto non rientrante nelle categorie storicamente stratificate nella mente umana o nel cosiddetto inconscio collettivo.

Dalla mancata rappresentazione dei cadaveri conseguiva che non c’erano morti e la speranza di ritrovare in vita il giovane improvvisamente scomparso  smorzava qualunque tentativo di rivolta da parte dei familiari, che d’altronde venivano emarginati dalla maggioranza dei non direttamente colpiti. Qualcosa di analogo appariva a livello internazionale, dove la mancanza di immagini di violenza e di morte impediva all’opinione pubblica, ancora focalizzata sul caso cileno, di intuire e mobilizzarsi contro la ben più vasta caccia all’uomo in corso in Argentina.

I militari argentini avevano capito che nel sistema di informazione mediatica  prevalente, esisteva un cono d’ombra in cui poter agire con le mani libere dai lacci e laccioli dei sistemi democratici, sempre che si potesse fare affidamento sul silenzio dei media e su complicità o almeno acquiescenza a livello internazionale.

Gli Stati non potevano non sapere, ovviamente, attraverso le loro ambasciate a Buenos Aires. Ma, più che la tanto sbandierata tutela dei diritti umani,  a contare era la convinzione che l’opinione pubblica occidentale non si sarebbe potuta mobilitare per qualcosa che ignorava.

Soprattutto, erano i parametri della Realpolitik – vale a dire la politica estera tesa a perseguire gli interessi nazionali in materia economica, geostrategica e di stabilità interna, come interpretati dalla classe dirigente di ogni Paese – a guidare il procedere degli Stati, anche democratici, al di fuori di qualunque considerazione etica.

Prima di arrivare alla contemporaneità, tentiamo di evidenziare adesso i punti in comune tra Shoah e desaparición.

Malgrado la prima sia emblematica del genocidio e la seconda rientri, piuttosto, nella fattispecie del politicidio, entrambe sono manifestazioni delle politiche eliminazioniste, che anche i Governi occidentali ritengono di poter attuare, quando ne ravvisano la convenienza e si sentono ragionevolmente sicuri dell’impunità.

Sia pure maturate  nell’ambito di sistemi totalitari, entrambe le tecniche di eliminazione di massa appaiono far affidamento sull’inerzia dell’opinione pubblica a partire dai seguenti fattori:  il segreto e il silenzio stampa o comunque l’inadeguatezza di quest’ultima a dar conto di quanto sta accadendo;  il carattere di minoranza e/o differenziabilità del gruppo preso di mira che non sembra mettere in pericolo il quieto vivere della maggioranza silenziosa;  quella che abbiamo definito l’impensabilità di entrambi i progetti, che non sono all’epoca neanche previsti come crimine, e l’indimostrabilità della loro attuazione mentre la stessa è in corso; la progressiva diffusione del pregiudizio contro gli integranti del gruppo fino alla loro etichettatura come subumani;  l’adozione di leggi discriminatorie e/o razziali;   la criminalizzazione di coloro che cercano di proteggere il gruppo preso di mira;   la responsabilizzazione del gruppo stesso per una congiuntura particolarmente difficile.

Le atrocità attuate dai militari argentini diventano di pubblico dominio alla caduta della dittatura, nel 1983. La relazione finale della commissione nazionale argentina per le persone scomparse (CONADEP) , istituita al ritorno della democrazia, verrà intitolata “Nunca Màs” , a significare che mai più l’umanità dovrà permettere il ripetersi di simili pratiche . Il governo argentino, insieme a quello francese, darà vita in ambito Nazioni Unite alla Convenzione Internazionale Contro la Sparizione Forzata delle Persone, ma la desaparición non sparirà.

Nel dopo guerra fredda, quello che Bush Senior definisce Nuovo Ordine Mondiale sarà caratterizzato dall’asimmetria scientifico/tecnologica, in primo luogo, ma quindi anche militare, economica e culturale, tra un Occidente che si ricompatta e allarga intorno all’iperpotenza sopravvissuta e il resto del mondo. La guerra torna a essere uno strumento praticabile e praticato, anche da parte di Stati la cui costituzione la ripudia. L’ ideologia della non ideologia neoliberista antepone l’economia alla politica e all’etica, valuta le masse come materiale per la produzione, l’individuo in quanto consumatore – che è l’altra faccia della sua attività lavorativa –  e non in quanto titolare di diritti umani. Più che di globalizzazione sarebbe il caso di parlare di neocolonialismo globale.

L’Occidente continua a vivere confortabilmente la sua età del petrolio, peraltro non suo. L’accaparramento delle risorse, specie energetiche, dei paesi che non si dimostrano in grado di difendere la propria sovranità, permette il mantenimento di livelli di vita e di spreco cui si accompagnano nel resto del mondo sfruttamento della mano d’opera e miseria endemica, disastri ecologici, guerre che sono il mercato necessario per le  nostre industrie e tentativi di proliferazione nucleare,  dittature e Stati falliti, Stati canaglia e vaganti transnazionalità  criminal/terroristiche di origine incerto, capaci di conquistarsi milioni di followers  mostrando nel web cruenti rituali da Medio Evo prossimo venturo.  Ma l’arrivo di nuovi giocatori non deve ingannarci: è il ritorno del Great Game su scala globale, in cui l’Occidente tutto insieme prende il posto dell’Impero Britannico e ancora una volta cerca di ridisegnare Medio Oriente ed Africa a proprio vantaggio, prima che la Russia post sovietica ritrovi il ruolo di superpotenza, che a sua volta la Cina si appresta a svolgere.  Ed è un mondo di cui le masse di migranti e richiedenti asilo sono il portato strutturale, ma non per questo ben visti, anzi spesso non visti per niente,  nella valanga d’informazione dal sistema mediatico, che diventa martellante intrattenimento e baluginante cacofonia autoreferenziale, tutto equiparando in un messaggio subliminale di irresponsabilità, apatia e acquiescenza.

E’ un fatto che dai primi anni 2000 Unione europea e NATO hanno incluso tra i pericoli da affrontare gli effetti destabilizzanti che possono derivare da un arrivo in  massa di migranti e richiedenti asilo, anche se provenienti da  scenari di guerra,  alla pari con il terrorismo e l’interruzione dei flussi energetici, la proliferazione nucleare e la cyber war, ecc. Si tratta, sia detto tra parentesi,  di  contraccolpi  destabilizzanti che  possono aver luogo soltanto in un contesto neoliberista di drastica e costante riduzione della spesa pubblica, quale quello che stiamo vivendo. Basterebbe cambiare le politiche di bilancio per smorzare IL contraccolpo e contrastare  sul nascere le guerre tra poveri.

Resta che, quando l’area economica più ricca  e l’alleanza militare più forte al mondo definiscono come destabilizzante un gruppo umano, quest’ultimo non potrà che diventare bersaglio di politiche di deterrenza.

Sia chiaro, gli Stati hanno  il diritto/dovere di difendere frontiere, coste e acque territoriali, specie in congiunture come quella attuale, caratterizzata da venti di guerra in Medio Oriente e ai confini dell’ex Unione Sovietica,  così come hanno  il diritto di dotarsi di  leggi finalizzate al controllo dell’immigrazione e quello di stabilire accordi bilaterali con paesi di dubbia democraticità.

Da un punto di vista formale, senza entrare nel merito dei singoli contenuti, ciascuna di queste attività normative o pattizie è lecita. Il problema sta nelle ricadute che il combinato disposto di tali attività comporta sui non cittadini, che, sia in quanto richiedenti asilo che in quanto migranti, hanno pur sempre titolo al rispetto dei loro diritti fondamentali e, in primis, del diritto alla vita.  Stiamo parlando dell’operato – anche omissivo – degli Stati europei, della stessa Unione Europea e della stessa NATO, da una parte, degli Stati  africani di attraversamento, dall’altra. E più precisamente degli accordi di Malta (novembre 2015), del patto con la Turchia (marzo 2016), dell’accordo ricatto  con l’Afghanistan (ottobre 2016), del memorandum con la Libia (febbraio 2017),  dei Processi di Rabat e  di Khartoum, che altro non sono che alleanze finalizzate a garantire  sostegno finanziario e militare a regimi non democratici, corrotti e dittatoriali, IN cambio dell’intensificarsi da parte loro della persecuzione ai potenziali “clandestini”, che tentano di arrivare al Mediterraneo. Si sta mettendo a punto un sistema concentrazionario,  sparpagliato ma rispondente a un disegno unitario, in tutto l’enorme bacino africano e mediorientale che fa capo al Mediterraneo, nel quale le torture, i massacri, i trattamenti inumani e degradanti sono da tempo all’ordine del giorno e che se non bloccato  potrebbe diventare  il più complesso sistema eliminazionista della storia dell’umanità.

Lo sbarramento di ogni via d’uscita legale riduce  questi disperati a res nullius , non diversamente dagli ebrei nell’Europa occupata dai nazifascisti o dei desaparecidos nelle mani dei militari argentini, mettendoli  alla mercé dei Diavoli a  cavallo che, dopo essersi macchiati di genocidio in Sud Sudan, adesso sono stati arruolati dal governo sudanese per dar loro la caccia, o delle bande che in Libia li sottopongono a tortura, stupri, lavori forzati o esecuzioni extragiudiziali, vendita come schiavi  o  espianto di organi,  e  infine  in mano agli scafisti, se e quando riescono ad arrivare al Mediterraneo.  Anzi è tutto questo a produrre il lavoro sporco degli scafisti, che tra l’altro finisce per finanziare il terrorismo e altro non è che il sintomo di un’immensa tragedia umanitaria scientemente provocata a monte.

Ma non basta. Non possiamo non dirci che è estremamente improbabile che un barcone possa sfuggire ai controlli incrociati continuamente in atto da parte di aerei,  droni, satelliti, elicotteri, sofisticate apparecchiature radar , ecc. e che lo stesso accada per i gruppi che si avventurano nella traversata del deserto nella speranza di raggiungere  il Mediterraneo o vi sono costretti in direzione contraria, dopo il respingimento. Non mancano testimonianze ad avvalorare l’ipotesi  che i medesimi vengano inquadrati, seguiti fin dall’inizio e lasciati a percorrere fino in fondo il loro calvario,  nell’ambito di una strategia di deterrenza finalizzata a minimizzarne il numero, nell’impossibilità di sradicare del tutto il fenomeno. Non mancano testimonianze su gravissime omissioni di soccorso che di certo costituiscono un illecito internazionale.

Ma loro continuano a tentare di arrivare perché privi di alternative, in fuga come sono da crisi  troppo spesso da noi stessi provocate. E allora,  ecco che le frontiere vengono spinte sempre più in là, oltre la Libia stessa, in Niger adesso,  fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento,  invisibili perché dispersi nel nulla mediatico,  quindi impensabili e alla fine inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo. E si tenta di criminalizzare  le ONG che accorrono a soccorrere i barconi in pericolo di naufragio, affinché il massacro possa andare avanti senza ostacoli e senza testimoni scomodi.

Sistematicamente respinti nell’invisibilità, sono i desaparecidos nell’Europa di oggi, perché, dobbiamo ripeterlo,  la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita nel cono d’ombra reso possibile da  qualunque sistema mediatico, anche l’attuale, in cui l’iconografia televisiva si somma ai lati oscuramente manipolatori di Internet,  come lo scandalo Facebook da ultimo dimostra,  in maniera che  l’opinione pubblica non riesca a prenderne la dovuta consapevolezza, o possa almeno dire di non sapere,  come successo sia nella Germania nazista che nell’Argentina dei militari.  Permettete che lo dica: tutto questo ricorda la normalità apparente e in realtà spietata che vedevo intorno a me nel centro di Buenos Aires, in mezzo alla tragedia umanitaria scatenata dai militari argentini.

Come nel caso della Shoah e dei Desaparecidos, ci troviamo di nuovo confrontati a un crimine senza nome, che il Diritto Internazionale penale fatica a riconoscere e non può al momento perseguire. E’ la cifra stessa dei morti, 30mila circa dai primi anni 2000 ad oggi, a dimostrare, a mio avviso, che siamo ancora una volta di fronte a un crimine di lesa umanità.

Eppure, qualcosa si sta muovendo. Negli ultimi tempi, la Corte europea dei Diritti Umani ha scritto al Ministro italiano dell’Interno a proposito dei respingimenti in Libia, che nell’ottobre 2017 una sentenza della Corte d’Assise di Milano ha dichiarato illegittimi, per via delle atrocità cui i migranti vi vengono sottoposti, il Tribunale Permanente dei Popoli nella sua sentenza del dicembre 2017 a Palermo ha ritenuto di poter affermare l’esistenza di un popolo migrante, cui sono applicabili le norme a tutela dei diritti umani previste dal diritto internazionale. E quanto più dà speranza forse sono i giovani che accorrono a frotte nelle isole greche, riscoprono i sentieri della resistenza contro il nazifascismo ai confini interni all’Ue, si sottopongono a persecuzioni giudiziarie in nome della dignità e della solidarietà, rischiano anche la vita nelle acque internazionali per salvare i disperati sui barconi che affondano. La stessa procura di Roma ha dovuto avviare pur con tutti i limiti possibili immaginabili, un procedimento penale contro i responsabili del ritardo di 5 ore con cui l’11 ottobre 2013 la nave della Marina Militare italiana Libra  è arrivata a soccorrere le vittime di un naufragio nelle acque internazionali delle stretto di Sicilia, causando l’annegamento di 140 persone circa, di cui 60 minori. E’ il cosiddetto naufragio dei bambini, che non sembra peraltro aver suscitato nell’ ondivaga opinione pubblica, oggi sostanzialmente apatica se non ostile,  la contagiosa commozione scatenata dalla foto di un bambino annegato sulla spiaggia turca, fatta rimbalzare, questa sì, per giorni e giorni, sulle televisioni di tutto il mondo.

Le analogie tra quanto sta accadendo oggi – o per meglio dire si sta facendo, perché di un fare si tratta – e quanto accaduto sia nell’Europa occupata dal nazifascismo che nell’Argentina dei militari sono evidenti:
dalle crescenti manifestazioni di intolleranza, xenofobia e razzismo, incoraggiate nell’elettorato e quindi nell’opinione pubblica, da partiti e politici a caccia di consenso, a leggi razziali, come quella che toglie un grado di giudizio nei procedimenti per ottenere lo status di rifugiato, dal segreto sul contenuto degli accordi con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo,  al ricorso alla logica economica a giustificazione dell’asserita impossibilità di salvare e accogliere tutti, da quel siete troppi, mantra continuamente ripetuto e addirittura pubblicamente sfuggito come un lapsus alla stessa Cancelliera Merkel, alla visibilità negata ai morti in mare, ridotti a cifre non dissimili da quelle stampate a fuoco sulle braccia degli internati nei campi di sterminio, in un astratto presente numerico che cancella le migliaia di storie umane travolte, alla già citata criminalizzazione delle ONG che tentano di salvare vite umane nel Mediterraneo, non dissimile da quanto accaduto in Argentina ai pochi avvocati che osarono difendere i diritti umani dei detenuti politici.

Ma più che continuare ad enumerare similitudini,  è il senso di urgenza di fronte alla catastrofe umanitaria oggi in corso intorno a noi a causa delle politiche dell’Unione Europea, della NATO e degli Stati membri che occorre evidenziare, nella speranza di sollecitare un dibattito che possa contribuire a cercare il modo di porre fine al massacro in corso,  portando a giudizio i responsabili individuali e politici di quanto sta accadendo.

Enrico Calamai

[1] http://www.famigliacristiana.it/articolo/enrico-calamai-lo-schindler-dell-argentina.aspx

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/enrico-calamai/774/default.aspx

[2] http://nuovidesaparecidos.net/

 

 

Pensavamo all’Europa come un sogno, ora siamo qui: Europa…e non c’è niente

Ventimiglia, dopo l’ennesimo sgombero, 18 e 19 Maggio 2018

È la seconda volta nell’ultimo mese che ci rechiamo a Ventimiglia, dopo lo sgombero del campo informale sotto il ponte di Via Tenda.

All’arrivo in città, nelle strade principali, persiste inalterato il passaggio quasi continuo di giovani migranti a piccoli gruppi. Inoltre, balzano agli occhi i cellulari delle forze dell’ordine con la cospicua presenza di polizia/finanza/carabinieri che si alternano nei piazzali antistante la chiesa si San Antonio.

Parcheggio davanti al cimitero

Proseguendo il cammino raggiungiamo il parcheggio davanti all’entrata del cimitero.

Qui staziona il camper di kesha niya che fornisce su un tavolino acqua e the un po’ di cibo. Ci sono una decina di ragazzi, prevalentemente sudanesi. Parliamo con loro e visitiamo alcune persone: due sono affette da scabbia, forniamo e spieghiamo come effettuare il trattamento, indicando l’infopoint Eufemia come possibile luogo di approvvigionamento di vestiti e coperte. Arriva un ragazzo sudanese in bicicletta, che più volte ci ha aiutato nelle traduzioni. Ci informa che il giorno prima c’è stata una retata della polizia che ha riempito 3 pullman, quindi circa 140 persone trovate in giro per la città o sulla spiaggia o espulsi dalla Francia. I pullman avevano come destinazione l’hotspot di Crotone. A lui chiediamo come sono distribuite le persone in città. Come ci era stato già detto nell’ultima visita la prevalenza si era recata presso il centro della croce rossa che raccoglie circa 300 persone, comprese una decina di famiglie con bambini.

Spiaggia

Poiché sembra che altre persone dormano in spiaggia, andiamo li, ma questa volta non incontriamo nessuno, nonostante siano ben riconoscibili vari giacigli di fortuna utilizzati per la notte.

Nella visita precedente avevamo incontrato in spiaggia un folto gruppo di ragazzi curdi, con evidenti eritemi cutanei da irradiazione solare, per i quali avevamo aiutato a trovare il modo, non essendo in possesso di documenti e con l’ausilio degli attivisti di Eufemia, di poter ricevere soldi dalla famiglia.

Bar Hobbit

Pranziamo presso il Bar Hobbit di Delia. Con lei parliamo della situazione generale e del particolare stato di crisi del suo locale che tanto ha dato in termini di aiuti materiali e di calore umano alle persone in viaggio. Qui incontriamo un gruppo di attiviste amiche che stanno facendo riprese per un documentario sulla storia di Ventimiglia.

Parcheggio davanti al cimitero

Nel pomeriggio torniamo verso il piazzale antistante al cimitero. Ci accorgiamo con sconforto che il tormentato accesso di fortuna all’acqua potabile, messo in funzione con caparbietà da un amico solidale, è stato nuovamente interrotto.

La volta precedente avevamo percorso l’argine del fiume fino al ponte dell’autostrada senza incontrare alcuno. Questa volta ci sediamo al bordo del piazzale, con alcune persone. Visitiamo un ragazzo per un’estesa micosi alla pianta dei piedi, banale patologia, ma che in queste condizioni dove il poter camminare è fondamentale ed urgente diventa importante. Ricordiamo a tutti di non bere l’acqua del fiume e di informare costantemente i nuovi arrivi sulla necessità di recarsi agli accessi d’acqua potabile, anche se lontani. Assistiamo ad una piccola partita di calcio, a cui partecipa anche un ragazzo bianco. Al termine, ci racconta che è uno che vive a Sanremo, ha fatto una tesi per la laurea magistrale in sociologia presso l’Università di Napoli su interviste eseguite a Ventimiglia riguardo alle ragioni delle migrazioni dal continente africano, in particolare sulla situazione sudanese.

La storia di Musa

Un altro ragazzo, Musa, di 25 anni, ci indica un suo amico per un problema di salute. Iniziamo a parlare e ci racconta del suo “sogno” di studiare – dice di se stesso di essere “educated”. A suo parere se non si ha questa possibilità, non ci sono speranze. A 25 anni si sente già vecchio e sente come se il suo sogno gli stesse sfuggendo di mano.

Il Sudan

Sentendo che ha voglia di parlare, gli chiediamo come abbia deciso di partire. Racconta che in Sudan, le persone del suo villaggio vengono considerate molto forti, per questo la “milizia” le obbliga spesso a lavorare gratuitamente. Per lungo tempo infatti aveva lavorato per loro. Tagliava la legna che poi veniva usata per produrre carbone per la vendita a Khartoum. Dopo molti mesi era riuscito a fuggire e a rifugiarsi a casa di uno zio, che ritenendo che fosse in pericolo, gli aveva consigliato di fuggire in Egitto.

L’Egitto

In Egitto era riuscito a sopravvivere e anche a inviare dei soldi alla famiglia grazie a vari lavori, ma rimaneva il sogno in lui di andare all’Università. In Egitto tuttavia i costi erano eccessivi, avrebbe dovuto pagare circa 450 dollari, che per lui avrebbe significato lavorare una vita.

Decide dunque, benché consapevole del rischio, delle torture a scopo di estorsione nei campi in Libia, dei morti in mare, di affrontare il viaggio per raggiungere l’Europa.

La Libia

Poco dopo essere arrivato in Libia, gli viene proposto da un locale di lavorare per lui. Non conoscendo bene la situazione e avendo bisogno di soldi, accetta. Tuttavia, l’uomo si rivelerà una persona pericolosa e crudele. Ogni notte lo chiude a chiave in una piccola stanza e ogni mattina apre la porta per dargli dei lavori pesanti da fare, minacciandolo di morte e di lasciarlo senza cibo e senza acqua se Musa non farà ciò che lui gli ordina. Musa spiega che tutti in Libia hanno armi in casa. L’uomo ha una moglie e un figlio piccolo. La donna si mostra più umana e ogni volta che suo marito esce, porta a Musa del cibo e dell’acqua. Un giorno però il marito, accorgendosi di ciò, reagisce violentemente e lancia il cibo addosso alla moglie. Da quel giorno Musa rifiuta qualsiasi aiuto dalla donna, dicendole che non vuole che lei venga uccisa da suo marito, troverà da solo il modo di sopravvivere. Dopo due mesi e a seguito di uno studio approfondito dei tempi della vita del libico, riesce a portare un grosso ramo nella stanza e a usarlo per rompere la finestra.

Fugge in strada e riesce a raggiungere un campo informale di sudanesi. Questi gli spiegano che non può rimanere li, perché il suo carceriere potrebbe arrivare e potrebbe anche uccidere tutti. Lo portano in macchina in un altro campo, dove vivono altri sudanesi, da molto tempo. Dice che molti di questi vivono in Libia da più di 20 anni, ci sono anche persone anziane. Loro conoscono il territorio e possono consigliargli dove andare e per chi lavorare (dice: “chi paga e chi no”), chi sono le brave persone e chi è pericoloso.

Vive così alcuni mesi, ma purtroppo un giorno viene scoperto da gruppi paramilitari, che lo portano in un campo di prigionia. Starà lì altri mesi, sarà soggetto a torture e vedrà molte persone torturate. Soprattutto racconta della tortura con l’acqua bollente gettata sulla pelle nuda. A suo parere questa volta i carcerieri sono paramilitari, ma hanno accordi con i militari libici. Nel campo ci sono centinaia di uomini, donne e bambini. Dopo giorni e giorni di tortura, alcuni uomini (dice soprattutto nigeriani), impazziscono. I torturatori gli fanno bere e gli forniscono droghe, successivamente li prendono a lavorare per loro, convincendoli a perpetrare violenze su prigionieri inermi a scopo di estorcergli più denaro possibile. Ad un certo punto, improvvisamente, i prigionieri vengono portati al porto dai loro stessi carcerieri, e gli viene detto: “now, go to Italy”.

“Sogno” e realtà

Alla fine Musa dice soltanto: “pensavamo all’Europa come un sogno, ora siamo quì: Europa…e non c’è niente”. Nella sua vita ha visto tanti campi, anche con donne e bambini, in condizioni terribili. Ha sempre pensato che avrebbe dovuto fare qualcosa per loro, ma senza riuscire a capire cosa, o come.

Questa storia è troppo forte. Non ce la sentiamo di fare altre domande sul viaggio in mare, o su come sia arrivato a Ventimiglia.

Cerchiamo anche noi di appigliarci all’idea del sogno di studiare, anche perchè Musa chiede avidamente cosa sarebbe meglio fare: tentare ancora e ancora il passaggio in Francia? Chiedere i documenti in Italia? Quando potrà avere una casa, andare a scuola e imparare l’italiano, se chiede asilo in Italia?

Lia Trombetta
Antonio Curotto

Attacco fascista a Richiedenti Asilo Politico – Isola di Lesbo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una testimonianza diretta su quanto avvenuto nell’isola di Lesbo tre giorni fa. L’azione  violenta di un gruppo organizzato fascista, legato ad Alba Dorata, contro i rifugiati in lotta, richiama immediatamente una lunga fila di episodi recenti: come l’azione di blocco della frontiera da parte del gruppo neofascista di Génération Identitaire sul Colle della Scala, la tentata strage di Macerata ad opera del fascio-leghista Traini, il pattugliamento delle coste italiane con la nave C-Star nell’ambito della campagna “Defend Europe” promossa dalla galassia di gruppi legati al format di Génération Identitaire durante la scorsa estate, le numerose manifestazioni organizzate  da diverse sigle politiche contro i centri di accoglienza per richiedenti asilo…

I gruppi promotori, appartenenti tutti alla galassia neofascista e con legami più o meno espliciti tra di loro, hanno evidentemente elaborato una strategia comune. Attaccare i migranti e le persone richiedenti asilo, direttamente e in maniera violenta, arrivando a  prevederne il ferimento e  l’uccisione.

Non sorprendentemente, nonostante la gravità e l’efferatezza degli episodi, questi gruppi vengono lasciati agire indisturbati dai governi europei. Di fatto vengono tollerati attacchi armati  contro civili – compresi i bambini – disarmati, senza protezione alcuna, in condizione di estrema debolezza e vulnerabilità.

Senza sorpresa, si diceva, perché questi gruppi vanno ad agire in situazioni dove, proprio per decisione dei governi europei, la violenza e il mancato rispetto dei diritti fondamentali sono già all’ordine del giorno.

A Lesbo, il campo Moria assomiglia più a un campo di detenzione che ad un centro di accoglienza (così come avviene in Italia per i CPSA e i CARA ), il confine italo-francese da Ventimiglia a Bardonecchia è già, quotidianamente, bloccato e setacciato su base razziale senza nessun bisogno delle sceneggiate fasciste; infine durante i fermi, i controlli, gli sgomberi le persone migranti sono già vittime di numerosi abusi da parte delle forze dell’ordine.

Anche a Ventimiglia, come abbiamo raccontato su questo blog, i fascisti di Casapound e Forza Nuova [1], hanno tentato qualche sortita. Non è da escludere che anche qui tenteranno ancora di sfruttare a fini propagandistici la situazione di forte tensione e di totale vulnerabilità vissuta dai migranti.

Certamente alcuni fatti vanno assunti come indicazioni: i gruppi fascisti non potrebbero agire se non trovassero una situazione estremamente favorevole per poterlo fare e non sarebbero certo lasciati fare se il loro agire fosse di segno politico opposto a quello di chi governa gli Stati europei. Le forze neo – fasciste con la loro ideologia  sovranista e  il loro razzismo violento portano avanti un’opzione neocoloniale non di segno opposto ma solo in competizione con quella ugualmente neocoloniale delle élite europee che governano l’Unione sulla base di un’ideologia tecnocratica e di un razzismo “biopolitico”.

Tuttavia, come i fatti di Lesbo dimostrano, e come la storia dei Balzi Rossi e dell’esperienza politica ventimigliese fino almeno al 2016 sta lì a ricordare, i migranti e le persone in viaggio non assumono solo il ruolo vittime di queste politiche, ma spesso incarnano soggetti politici capaci di produrre forme di resistenza e di conflittualità, in grado di spaventare e mettere in guardia il potere in maniera direttamente proporzionale alla violenza con la quale vengono represse. 


23 APRILE 2018, ISOLA DI LESBO, MITILENE, SAFFOUS SQUARE, ATTACCO FASCISTA AI DANNI DI RICHIEDENTI ASILO IN PROTESTA PACIFICA

Nella giornata di ieri, verso le 7 del pomeriggio, un gruppo di fascisti e nazionalisti greci, circa 200 unità, riconducibili senza dubbio alla tristemente nota organizzazione fascista greca, Alba Dorata, diversi dei quali giunti appositamente da Atene in giornata, attaccava un sit- in pacifico di richiedenti asilo, da giorni in protesta pacifica nella piazza principale della città di Mitilene, sull’isola di Lesbo, hotspot per richiedenti asilo.

I fatti:

Circa una settimana fa, un ragazzo di 27 anni, afghano e residente nel campo Moria perdeva la vita per negligenza delle autorità presenti nel campo, le quali trattavano il suo caso con superficialità, non consentendogli di ricevere le dovute cure e disponendo per il trasporto in ospedale quando era ormai troppo tardi.

In segno di protesta, da martedì 17 aprile circa 200 uomini, donne e bambini, prevalentemente di nazionalità afgana, portavano tende e coperte nella pizza principale della città di Mitilene, occupandola pacificamente fino a ieri sera.

Le loro rivendicazioni erano legate alle loro condizioni di vita nel tristemente noto campo Moria (campo principale sull’isola, dove al momento risiedono più di 6000 persone a fronte di una capienza di circa 3000), alle procedure per le richieste di asilo che richiedono anche anni per molti di loro (12 mesi in media) e alle condizioni igieniche, alimentari e di sicurezza generale del campo, totalmente al di sotto gli standard internazionali.

Ieri pomeriggio un gruppo organizzato di estrema destra composto da persone provenienti da Lesbo, Atene e altre isole arrivava in Sappho Square, diversi dei quali appartenenti a tifoserie organizzate di destra e membri di alba dorata, raggiungeva la piazza ove si trovava il sit- in di protesta, insultandone gli appartenenti e cercando in ogni modo lo scontro fisico per ottenere lo sgombero della piazza.

Il gruppo di aggressori iniziava, dopo un’ora circa di cori e urla ad avanzare verso il gruppo di richiedenti asilo, il quale, senza rispondere alle provocazioni, si posizionava in cerchio cercando di proteggere, formando una barriera, donne e bambini, seduti al centro della piazza.

La polizia, in assetto antisommossa, non interveniva in alcun modo, neppure quando il gruppo di fascisti iniziava un fitto lancio di bottiglie, pietre, fumogeni e bengala contro richiedenti asilo, antifascisti e volontari giunti in supporto.

Donne e bambini venivano protetti, pertanto, da coperte e scatole di cartone, mentre rimanevano al centro della piazza sedute, per scelta dei leader della comunità afgana, i quali non avevano intenzione né di reagire né di lasciare la piazza, protette dalla barriera umana formata dagli uomini del gruppo.

Anche dopo gli attacchi fatti con fumogeni e bengala, non vi era alcun tipo di risposta violenta da parte dei richiedenti asilo, i quali restavano fedeli al loro slogan “we want peace not violence”. Ai compagni e alle compagne giunti sul posto in aiuto veniva, inoltre, chiesto di non reagire alle azioni fasciste dagli stessi leader della protesta.

Successivamente, la tensione aumentava quando bottiglie di vetro iniziavano a volare e cassonetti dell’immonidizia venivano dati alle fiamme dal gruppo di estrema destra. Una molotov veniva lanciata all’indirizzo dei richiedenti, fortunatamente impattava contro uno dei furgoni della polizia, polizia complice dei fascisti, che continuava a non respingere i continui assalti fascisti ai danni di donne e bambini, mentre invece era sempre attenta a sparare lacrimogeni in direzione dei migranti e dei solidali intervenuti.

Molte persone restavano, purtroppo, ferite, e diverse di loro restavano intossicate dal fumo sprigionato dai lacrimogeni, inverosimilmente sparati dalla polizia locale ai danni del gruppo di inermi richiedenti asilo, quando avrebbero dovuto, invece, essere rivolti nei confronti del gruppo di estrema destra. Donne e bambini venivano a quel punto messi in sicurezza con l’aiuto numerosi volontari ed antifascisti locali, i quali sostenevano i richiedenti asilo fino alla fine della nottata. Una decina di persone venivano portate, inoltre, in ospedale in quanto ferite o intossicate.

Verso le ore 4 e 30 del mattino la polizia, utilizzando la scusa del voler proteggere la piazza, circondava il gruppo di richiedenti asilo e, dopo averli costretti in un spazio piuttosto ridotto, usando la forza, e un’ingente quantità di spray al peperoncino, sgomberava la piazza, sotto gli occhi compiaciuti dei militanti di estrema destra, portando i migranti uno per uno su diversi autobus, dei quali al momento non si conosce la destinazione.

A quanto risulta circa 35 appartenenti al gruppo di richiedenti asilo presenti nella piazza risultano essere stati posti in stato di fermo senza alcuna accusa formale.

Non si conosce la destinazione della restante parte del gruppo.

La polizia per l’ennesima volta confermava la propria vicinanza agli ambienti di alba dorata utilizzando ogni mezzo a propria disposizione per annichilire qualsiasi forma di protesta portata avanti dai richiedenti asilo, sempre più considerati come l’ultimo gradino della società.

Dopo gli arresti avvenuti nel campo moria lo scorso anno, la polizia greca continua imperterrita ad utilizzare la forza in maniera arbitraria solo ai danni di chi fa parte dell’ultimo gradino della società, fascisti e nazionalisti continuano in Grecia e in tutta Europa, con la protezione delle varie polizie, ad agire indisturbati, mentre compagni e compagne vengono duramente repressi nelle piazze e nei tribunali.

I volontari anonimi presenti sull’isola di Lesbo manifestano la loro solidarietà con i richiedenti asilo arrestati e condannano le azioni fasciste della polizia greca complice dei fascisti greci.

“Pagherete caro, pagherete tutto”.

A.C. volontario presso l’hot spot di Lesbo

[1] https://parolesulconfine.com/casapound-e-salvini-a-ventimiglia-sdoganano-fascisti-e-razzisti/

https://parolesulconfine.com/sullemergere-dei-comitati-cittadini-anti-migranti/

Cronaca di una morte annunciata

Un articolo di El Pais diffonde il comunicato della rete Interlavapiés sulla morte del cittadino senegalese Mame Mbaye Ndiay

 

Mame Mbaye Ndiay, cittadino senegalese trentacinquenne che esercitava la professione di venditore ambulante, è morto il 15 Marzo 2018 a Madrid, in Calle del Oso, nel quartiere Lavapiès, per un arresto cardiaco verificatosi nel corso di un intervento della polizia municipale.

 

Il fatto ha determinato l’indignazione e la ribellione della comunità senegalese e in generale degli abitanti del quartiere.

Durante la serata del giovedì stesso e la mattina del giorno dopo, si sono verificati forti agitazioni.

Durante i disordini, ai quali la polizia ha risposto violentemente [1], un altro cittadino senegalese di Lavapiés, Ousseynou Mbaye, di 54 anni, è morto a seguito di un ictus cerebrale [2] e Arona Diakhate, di 38 anni, è stato ricoverato per trauma cranioencefalico all’ospedale Fundación Jiménez Díaz di Madrid. Il referto medico mostra che è stato trattato con quindici punti sulla testa e presenta due lividi. Trauma cranioencefalico, con ematomi interni, ma senza rischio di danno neuronale. Diakhate ha una ferita alla testa a seguito di trauma inferto con “un oggetto duro e sconosciuto” [3].

 

Una morte molto simile si è verificata, a Maggio 2017, a Roma. Niam Maguette, un cinquantaquattrenne senegalese, è deceduto nel corso di una operazione di polizia definita “anti-abusivismo”.

Secondo gli agenti, la morte si sarebbe verificata a seguito di un malore, mentre la comunità senegalese ha dato vita a intense manifestazioni di protesta, affermando che fosse stato ucciso e chiedendo l’interruzione delle ripetute operazioni di rastrellamento operate dalla polizia locale di Roma. [4, 5].

A seguito di questi eventi, ritenendo che l’unica certezza sia che a livello europeo si assiste ad un inasprimento della repressione verso donne e uomini già posti in condizioni di sfruttamento dalla mancanza di riconoscimento giuridico, pubblichiamo un articolo che riporta il comunicato della rete interlavapiés, che si definisce “una rete in movimento per la libera circolazione delle persone, perché nessun essere umano è illegale” [6].

Cronaca di una morte annunciata

DAVID FLORES E TERESA ÁLVAREZ-GARCILLÁN (RETE INTERLAVAPIÉS)

La morte di Mame Mbayee non è un fatto casuale, ma la conseguenza del razzismo radicato in alcuni settori della società e delle istituzioni a Madrid.

Ieri pomeriggio Mame Mbayee è morto a causa di un arresto cardiaco. Questo abitante di Madrid stava esercitando la vendita ambulante poco prima a Puerta del Sol.

Ci sono molte versioni degli eventi accaduti prima e dopo la sua morte. La confusione e i disordini ci fanno perdere la concentrazione: chi ha ucciso Mame? Cosa ha ucciso Mame? Nella differenza di queste due domande giace la chiave: Mame è morto per un attacco di cuore ma, nel motivo della sua tragica fine, c’è un lungo filo da seguire che trascende e attraversa tutta la nostra società, con le sue politiche, le sue leggi e le sue istituzioni.

Non possiamo solo pensare che quello che è successo ieri sia stato un incidente. Non è stato un evento isolato. C’è un serio problema strutturale che ha causato la morte di una persona. Mame, senegalese di 35 anni, non aveva documenti nonostante fosse da 12 anni in Spagna. Ha lavorato come ambulante perché non poteva lasciare una cerchia di esclusione. Ad una estremità del cerchio, la premessa che senza un contratto di lavoro non ti danno i documenti; nell’altro, che senza documenti, non puoi avere alcun lavoro. Nel frattempo, l’ultima riforma del codice penale, che ha trasformato le precedenti mancanze in crimini e, con essa, il venditore ambulante in un criminale. Avendo dei precedenti, nessuna offerta di lavoro ti aiuterà a regolarizzare la tua situazione.

Le persone che lavorano in strada e le persone prive di documenti sono spaventate da queste strutture in cui la tensione e la minaccia sono elementi costanti, al livello della strada e al livello della Legge. La persecuzione, i raid, i CIE, il Codice Penale e la mancanza di opportunità sono mattoni di alte mura, forse invisibili a molti, ma molto reali per gli altri. Ripetiamo: ieri non è stato un evento isolato, ma un riflesso di un problema strutturale, in ambito giuridico e politico. Una questione di razzismo e discriminazione.

Gridiamo nelle strade “Sopravvivere non è un crimine!”, Ma con le leggi attuali lo è. Molti come Mame sono venuti qui attraverso mare e deserto con la morte alle calcagna, per poter vivere con dignità e sostenere le loro famiglie. Le regole del gioco sono quelle che sono e, dato che non hanno documenti o lavoro, comprano un sacco di scarpe – o occhiali, profumi o borse – in qualsiasi magazzino all’ingrosso e poi lo rivendono in strada. E questo è considerato un crimine, ma non hanno scelta.

Molti come Mame corrono davanti ai distintivi. E guardano con sguardi sfrenati le orde di persone della Puerta del Sol, sempre all’erta, giorno dopo giorno. Vivono con il cuore in un pugno, finché non scoppia.

La tensione per il timore di essere denunciati non è poca, ma hanno più paura della violenza quotidiana. I gruppi di Lavapiés sono in contatto con il Comune per denunciare la brutalità della polizia. In questi casi è difficile condurre un processo ordinario di denuncia: si tratta di accusare, senza documenti o con il timore di non rinnovarli, niente di più e niente di meno della polizia. E il giorno dopo tornare in strada per vendere, con quegli agenti che cercano di fermarti. In breve, le aggressioni terrorizzano, c’è la paura. La paura serve a rendere la violenza invisibile, confinata nella sfera quasi privata.

Nel centro di Madrid, da agosto 2016, i collettivi hanno documentato in un formato concordato con l’amministrazione cittadina per circa 20 aggressioni fisiche con fratture e contusioni di diversa gravità. Nel luglio del 2017, ad esempio, hanno spinto un ragazzo buttato in un furgone riportando lesioni a diverse vertebre. Al di fuori di questo registro formale, che accetta solo casi con indicazioni fisiche di violenza visibile, vi sono costanti abusi verbali e intimidazioni di ogni tipo.

Lo scopo di questo lavoro sistematico è aprire un percorso sicuro contro l’impunità ma le istituzioni, ribadiscono le loro buone intenzioni senza concretizzarle in mezzi per porre fine al problema. Invece, ci rimandano al Difensore Civico, che è già a conoscenza della violenza e suggerisce lo sviluppo di un programma di identificazione efficace, per garantire azioni non discriminatorie.

Tuttavia, il problema non è limitato a queste azioni. Esiste una dimensione giuridica, legata al codice penale e alla legge sull’immigrazione. I collettivi lavorano su una Proposta di legge per modificare l’articolo 270.4, che classifica la vendita nelle strade come reato. Questa proposta è stata approvata dalla Commissione per la giustizia del Congresso con il sostegno di Unidos Podemos, PSOE, PdeCat, ERC e PNV nel marzo dello scorso anno. Stiamo attualmente prendendo provvedimenti per rendere effettive le modifiche nella legislazione.

No, la persecuzione da parte di due poliziotti in moto non ha ucciso Mame, ma forse il silenzio istituzionale lo ha ucciso. O non è stato il silenzio istituzionale che ha ucciso Mame ma le leggi che lo hanno ucciso. O forse né la polizia né le leggi lo hanno ucciso, ma il razzismo ha ucciso Mame. Sì, Mame è morto. Le circostanze di questa morte sono state tragiche. Le circostanze della sua vita non lo erano meno. Ed è nella vita e nella dignità di tutti i residenti della città ciò su cui vogliamo concentrarci. Ora non solo è necessario svolgere un’indagine per chiarire i fatti, ma il Municipio deve assumersi la responsabilità politica per quanto è successo. L’ambivalenza non è possibile.

Quello che è successo ieri non è una fatalità, è una conseguenza di un problema che esiste in città. Un problema di razzismo strutturale, mancanza di responsabilità e abbandono di una popolazione vulnerabile [6]

1)http://www.publico.es/sociedad/protestas-lavapies-muerte-mantero-perseguido.html

2)http://www.eldiario.es/desalambre/senegales-ictus-muerte-lavapies_0_751025056.html

3)http://www.eldiario.es/desalambre/servicios-emergencia-desplomo-porrazo-Policia_0_750675282.html

4)http://elpais.com/elpais/2018/03/16/3500_millones/1521210124_575744.html

5)http://www.publico.es/sociedad/protestas-lavapies-muerte-mantero-perseguido.html

6)http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/03/roma-ambulante-fugge-durante-i-controlli-e-muore-dopo-caduta-investito-dai-vigili-no-e-stato-un-malore/3560326/

 

Traduzione di Lia Trombetta

 

Riflessioni dagli arcipelaghi di confine

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo, inviato alla redazione assieme all’espressivo reportage fotografico che fa seguito al testo. La lettrice ci propone una riflessione sul concetto di confine, sui molteplici spazi che esso genera ed investe e, soprattutto, sulle dinamiche di potere e gerarchia che questo sistema alimenta tutto attorno a sè.  Si tratta di aspetti ormai arcinoti… oppure no?
Il regime confinario, nella sua profonda ingiustizia e nei meccanismi brutali che mette in atto, tende a sviare da se stesso l’attenzione, tende a diffondere strati di ovatta tra gli occhi e la coscienza, come raccontato dalla lettrice.
E infondo non vedere è più semplice e voltarsi altrove è meno doloroso. Ma lasciarsi accecare per la comodità e la quiete delle coscienze non è una giustificazione: distogliere lo guardo è diventare complici di ciò che non si vuol vedere.
Allora rimuovere questi strati, sollevare il velo, è solo un gesto di volontà. Un gesto che, oggi più che mai, diventa un dovere.

Riflessioni dagli arcipelaghi di confine

Questa volta sono arrivata a Ventimiglia da Trieste. Diretta autostradale dal confine Est a quello Ovest, dal Mare Adriatico al mar Tirreno, in mezzo solo terra. Ad Est i viaggiatori migranti provano ad entrare, ad Ovest provano ad uscire e scoprono di essere intrappolati.

Di volumi con tante definizioni di confine si potrebbero riempire scaffali e librerie. Forse ogni confine è diverso, o forse il confine è diverso a seconda di chi lo attraversa.
I confini sono disegnati con una linea, con un segmento per la precisione, con un inizio e una fine. In realtà sono più spesso delle fasce o addirittura delle geografie “a macchia”, arcipelaghi.

Chi non ha la faccia e il documento giusto per passare occupa gli spazi da cui non viene cacciato: solo quelli gli restano. Gli spazi invisibili e lo spazio del proprio corpo, ma il corpo, se non hai la pelle giusta, non puoi lavarlo, non puoi appoggiarlo su un letto per dormire, non puoi vestirlo o nutrirlo in modo indipendente. Del tuo corpo non disponi, non interamente.
Sei obbligato a chiedere: la tortura dell’incapacitazione, al confine, viene costantemente inferta. Al confine questa tortura ti ricorda che non sei più tu a disporre di te stesso e che devi accettare di essere assoggettato e  sottomesso; e se non cedi alla tortura, se queste “regole” non sembrano accettabili… sei solo un altro numero da mandare via. Espulso.

Il confine che io trovo a Ventimiglia è fatto di persone sballottate da una parte all’altra del mondo, che come palline rimbalzano contro una rete costruita e costituita da altri uomini.
Il confine che vedo a Ventimiglia è fatto di poteri e della loro sedimentazione. Poteri che si fermano, tra la terra che è chiamata Italia e quella che è chiamata Francia, come i sassi più grossi portati dal fiume Roja, che rimangono fermi ad ostruirne il corso quando la corrente diminuisce
I poteri che si sedimentano al confine impediscono ai piedi delle donne e degli uomini di camminare verso l’orizzonte che loro stessi hanno scelto, piuttosto che quello che altri gli vogliono imporre. Poteri che impediscono ai piedi di fare ciò per cui sono stati creati.

I segmenti del potere sono tanti: ci sono quelli degli stati che mascherano il loro fallimento dietro le “emergenze”; ci sono quelli dei poliziotti che quando indossano la divisa si dimenticano che sono persone come gli altri, dimenticano che respirano ossigeno e idrogeno anche loro; ci sono quelli dei passeur che creano nuovi confini nell’imparare a passare quelli precostituiti.
Ci sono i poteri inferti dalla possessione, o dal non possedere.

Il confine di Ventimiglia è fatto dalla stazione, dai sentieri, da ciò che rimane nella memoria del campo ai “Balzi Rossi”, dal cavalcavia lungo via Tenda, dal parcheggio accanto al LIDL, dalla spiaggia dove si possono raccogliere legni da bruciare per riscaldarsi. Il confine di Ventimiglia è fatto di donne e uomini, perché senza chi immagina quella linea e senza chi prova ad attraversarla esso semplicemente cesserebbe di esistere.

Potrei scrivere delle donne che arrivano sole, a volte incinte o con bambini, che in Libia hanno visto tanti morire e che nell’attraversare il Mediterraneo sono state quasi prese dalle acque… per poi essere pescate, come pesci all’amo, da una politica schizofrenica e bipolare, che prima si rende complice e causa della tragedia e poi si mette la maschera e il costume del paese “civilizzato”.

Potrei raccontare degli uomini che, mandati indietro dal confine alto di Mentone, si accovacciano disperati lungo la strada che riporta all’Italia; oppure dei condomini di Via Tenda che escono di casa guardinghi e infastiditi dalla presenza delle persone sotto al ponte; dei gendarmi che chiedono i documenti; dei bambini che sanno ridere, sempre.

Tutte queste sono facce di confine. Ognuna di queste, se lo vorrà, si racconterà: non sarò io a parlare in nome loro.

Io racconto che ogni volta che mi avvicino a quella linea, che in realtà è fatta a macchie, l’ovatta che avvolge i miei occhi e le mie orecchie va in fumo perché sbatto contro un sistema che si palesa nella sua finzione: che in nome della parola “protezione” lascia tanti nella disperazione, che in nome della parola “sicurezza” uccide, che in nome della parola “identità” mente.

Ogni volta che da questa linea mi allontano, piano piano l’ovatta ricresce come un rovo invasivo. L’ovatta, il rovo, è la vittoria di un sistema che acceca e che è nato, cresciuto e continua ad essere implementato per affinare tecniche di accecamento.

Ventimiglia è uno dei luoghi dove il sistema rischia di fallire perché la sua maschera crolla, e gli occhi potrebbero vedere…

Vedere è però un atto di volontà.

(immagini e testo di)

Daniela M.

 

Espulsioni arbitrarie e diniego delle decisioni di giustizia: il diritto d’asilo secondo le prefetture francesi

La Francia accelera le politiche di espulsione dei “Dublinati”. In concomitanza dell’accrescersi delle mobilitazioni dei residenti nei PRAHDA (vedi: Levarsi i sassi dalle scarpe per marciare contro il Regolamento di Dublino, da Parole sul Confine), le prefetture passano sopra alle sentenze e mettono in atto delle espulsioni forzate violente e illegali. Una testimonianza di quel che è successo qualche giorno fa nella regione marsigliese: traduzione della redazione di una nota del collettivo El Manba. Contestualmente, diffondiamo l’appello dei richiedenti asilo in procedura Dublino di Marsiglia che, in un’azione coordinata con altre città francesi (Montpellier, Toulon, Pau e altre), invitano a manifestare davanti alle prefetture, lunedì 18 alle 12,30. Un’azione che segue di una settimana l’accampamento di due giorni davanti alla prefettura di Marsiglia.
Nuove espulsioni arbitrarie dai PRAHDA di Marsiglia : quando la PAF e la Prefettura si fanno giustizia da sole.

(Link all’originale: https://www.facebook.com/notes/collectif-soutien-migrants-13-el-manba/nouvelles-expulsions-sauvages-aux-prahda-de-marseille-quand-la-paf-et-la-pr%C3%A9f-se/1738978046408272/ )

Martedi’ 12 dicembre, alle 9 del mattino, Mohamed è il primo ad essere arrestato durante l’ appuntamento settimanale al commissariato di Vitrolles. Ibrahim lo segue poco dopo, verso le 10,30. Alle 11, veniamo a sapere di altri tre arresti, particolarmente violenti, al PRAHDA di Gémenos.

Dal commissariato, gli arrestati sono stati condotti, in manette, fino alle loro camere al PRADHA per recuperare i loro effetti personali. Per i loro compagni, tutto cio’ suona come un avvertimento. Sono impietriti dalla violenza degli arresti: “si direbbe che siamo dei criminali!?”. C’è paura.

A mezzogiorno arriva la conferma: tutti e cinque sono detenuti al Centro di detenzione (CRA) di Nîmes, con un volo di espulsione annunciato per il giorno seguente, a destinazione Venezia. L’orario non è ancora deciso, o non lo si vuole specificare. Neanche i compagni detenuti ne sono al corrente.

Ancora arresti, illegali sotto vari punti di vista, per assicurarsi della riuscita delle espulsioni. Gli amici marsigliesi e gli avvocati si mobilitano e viene depositata una richiesta d’urgenza. Riescono ad ottenere un’udienza eccezionale per il giorno seguente, alle 9 del mattino, davanti al Giudice delle libertà e della detenzione (JLD). Sappiamo che non si riuscirà a sospendere l’espulsione, è una corsa contro il tempo, prima che siano scortati all’aereo.

La sera, chiamiamo gli amici che sono in cella al CRA, qualche consiglio, incoraggiamenti, informazioni su quel che puo’ succedere, siate forti, faremo tutto il possibile per farvi uscire. Con il JDL non c’è niente di garantito, conosciamo bene il ritornello (gli sbirri faranno il possibile per eludere l’udienza). Ma c’è ancora una possibilità, una minima possibilità. Ma perchè sono qui, ho già detto che non voglio andarci, in Italia…

Mercoledì 13 dicembre, alle 9, la polizia gioca il suo colpo basso e i cinque ragazzi vengono condotti di forza all’aeroporto di Nîmes Garons, qualche minuto prima dell’inizio dell’udienza! Passano varie ore nei locali della PAF (Police aux Frontières), all’aeroporto. Al diavolo l’udienza! L’erba tagliata sotto ai piedi!

10,00: Nuovo colpo di scena, la giudice ha mantenuto l’udienza, nonostante l’assenza dei cinque detenuti. Dei solidali arrivano all’appuntamento, dalle Cévennes, da Nîmes, Montpellier e Avignone. E, è quasi certo, si tratterà di verdetti di liberazione. Non resta che attenderli. E’ solo … una questione di tempo. Si gioca sul filo del rasoio, tratteniamo il respiro.

Ibrahim ci parla al telefono dai locali della PAF. I telefoni dei compagni si spengono uno dopo l’altro, con le batterie scariche. Anche le loro voci, sempre più lontane, tremano nell’eco dell’aeroporto. Cerchiamo di restare in contatto, nonostante i minuti che passano e ci allontanano.

11,00: L’attesa dei verdetti, che ancora non sono passati in cancelleria, si fa insostenibile. Cosa sta facendo la giudice? Finalmente la giudice chiama la PAF, due volte, per comunicare la sua decisione ed esigere l’interruzione dell’espulsione. Ma gli sbirri le fanno una risata in faccia. La Prefettura, che era presente all’udienza, non da alcun contrordine: guadagna tempo, sfregandosi le mani.

11,50 : Una prima decisione è trasmessa! Ma il volo parte a breve. Bisogna facsare la decisione alla PAF centrale il più rapidamente possibile. E gli altri? Sbrigati, merda!

12, 15: Una persona viene liberata in pista. Non possiamo crederci, non sappiamo di chi si tratti, forse non vogliamo neanche saperlo. E gli altri, dai! Non è possibile liberarli tutti e cinque!?

12,40: Ci siamo, abbiamo gli altri quattro verdetti, yallah! I solidali corrono all’aeroporto per consegnare i vedetti agli accompagnatori di mano propria, mentre i fax sono già stati inviati alla Prefettura.

Ma sul posto non ci sono aerei, non ci sono i compagni, non c’è la PAF … all’accoglienza dell’aeroporto: non possiamo dirvi niente, chiamate la sede centrale della PAF. Si, l’aereo è decollato. Alle 12,20.

Cani!

In serata, i telefoni di Ibrahim e Kabir suonano ancora a vuoto: “Welcome to Lyca Mobile…” … la voce gelida di una segreteria e il vuoto nel cuore. Da ripetersi, per tutta la notte: forza, resistiamo … on lâche rien.

E la rabbia, la più cieca, che parla: quando gli sbirri si fanno beffa di una decisione di giustizia … come si dice? Spesso si ha paura delle parole. Di un ribaltamento?
STOP DUBLINO! STOP ALLE ESPULSIONI!

Per domani, lunedì 18 dicembre, sono state organizzate manifestazioni davanti alle prefetture di varie città di Francia. Diffondiamo l’appello dei “Dublinati” marsigliesi e forniamo qualche link per aggiornarsi sul percorso di lotta che stanno intraprendendo.

“Bufera sul diritto d’asilo e gli/le esiliati/e! Presidio davanti a tutte le prefetture per urlare la nostra rabbia con i richiedenti asilo in lotta, prigionieri del regolamento Dublino, perseguitate/i, chiuse/i nei campi, imprigionate/i, ammanettati/e e adesso espulse/i dai Prahda e dai centri di detenzione. Costruiremo un muro davanti alla prefettura, come lo faranno, lo stesso giorno, i richiedenti asilo di Montpellier, Toulon, Pau etc, tutti uniti nella stessa battaglia. SIATE PRESENTI! IMPEDIAMO LE ESPULSIONI! PER UN’ACCOGLIENZA INCONDIZIONATA!”

https://www.facebook.com/events/917461228430591/

Per informazioni rispetto al percorso di lotta intrapreso dai richiedenti asilo in procedura Dublino di Marsiglia, rinviamo alla pagina Facebook del collettivo El Manba (Collectif Soutien Migrants 13). Tra domenica e lunedì scorsi, un accampamento ha occupato la piazza antistante la prefettura di Marsiglia, per chiedere al prefetto di applicare la clausola discrezionale che permette di annullare la procedura. Qui il link al loro comunicato:

https://www.facebook.com/notes/collectif-soutien-migrants-13-el-manba/communiqu%C3%A9-de-demandeurs-dasile-place-felix-baret-pr%C3%A9fecture/1737876246518452/

Altra rotta migratoria: una strada tra morte e libertà

Tra la Val di Susa e la Valle della Clarée da circa un anno si è aperta un’altra rotta migratoria.

Negli ultimi mesi, il numero delle persone migranti che tentano il passaggio di confine attraversando il Colle della Scala è andato aumentando a causa dell’inasprirsi dei controlli e della violenza nella zona di frontiera di Ventimiglia, una rotta resa sempre più pericolosa e difficile da percorrere.

Pubblichiamo una serie di articoli (tradotti dal francese all’italiano dalla nostra redazione), che aiutano a comprendere la situazione migratoria in questa più recente zona di confine, nonché il comunicato di presentazione di una realtà solidale – Briser les Frontières – nata recentemente in Val di Susa.

Il primo articolo di cui proponiamo la traduzione è uscito il 24/11/2017 su La Depeche.fr, nella sezione Attualità sulla salute pubblica.

Gli articoli che seguono raccontano del replicarsi, anche lungo il confine delle Hautes-Alpes, della stessa politica fatta di violenza, respingimenti e militarizzazione, messa in atto ormai da quasi tre anni alla frontiera di Ventimiglia. Di fronte all’aprirsi dell’ennesima rotta migratoria – che dimostra come le politiche repressive non solo siano inumane ma anche sostanzialmente inutili – il Governo francese, in palese difficoltà, arriva a negare la libertà di stampa.

Concludiamo con la presentazione di Briser les Frontières e con l’invito alla loro prima iniziativa, domani 15/12, a San Didero, Val Susa.

La frontiera, la montagna e la caccia al migrante: l’appello delle guide alpine.

“Migranti : le guide alpine lanciano l’allerta sui pericoli dell’attraversamento in montagna.” (https://www.ladepeche.fr/article/2017/11/24/2691350-migrants-guides-alpins-alertent-dangers-traversee-montagne.html)

Dopo aver attraversato il Mediterraneo, un numero crescente di migranti originari dell’Africa dell’ovest cerca di oltrepassare le Alpi per raggiungere la Francia. Mettendo in pericolo la loro vita. Senza equipaggiamento e nel timore delle forze dell’ordine appostate in montagna, presto si confronteranno con la rigidità dell’inverno ad alta quota. Numerose associazioni di ‘montanari’ fanno appello alle autorità perchè salvino questi richiedenti asilo. Facciamo il punto con Yannick Vallençant, presidente del sindacato professionale della montagna e vice-presidente fondatore di Guide senza frontiere.

Durante lo scorso agosto, due migranti sono precipitati al col de l’Echelle (Hautes Alpes), nel tentativo di evitare la polizia, che perlustra la montagna lungo le rotte di migrazione dei rifugiati africani. Altri migranti hanno subito amputazioni alle dita di mani e piedi a causa dei congelamenti. La mancanza di equipaggiamento, la persecuzione poliziesca, le condizioni meteorologiche particolarmente dure in montagna mettono in pericolo la salute e la vita di questi richiedenti asilo.

Alla vigilia dell’entrata nel periodo invernale e di fronte a questa inquietante situazione di carattere umanitario, un gruppo di professionisti della montagna ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. Nella lettera, denunciano “ la situazione drammatica vissuta dai gruppi di migranti durante il passaggio delle frontiere alpine nel settore del Mercantour, di Brainçon e di Modane”. Il freddo, l’altitudine … “alle difficoltà e ai rischi propri alla montagna si aggiungono la paura di incrociare le forze di polizia e la volontà di sfuggirgli in ogni modo”, continuano i firmatari.

Congelamenti, ipotermie, incidenti, la montagna è pericolosa tutto l’anno: “ anche quando si è dotati di 4 strati di abbigliamento, di calzature tecniche, e si è allenati, resta pericolosa. E in inverno tutto si complica”, sottolinea Yannick Vallençant. Oltre al mal di montagna, che puo’ colpire alcune persone, il freddo aumenta a quelle altitudini. Il col de l’Echelle si trova a 1.700 m d’altitudine. In montagna, “si cala facilmente di 1° C ogni 100 m”, precisa.

“Ultimamante abbiamo registrato attorno ai -7°C, ma si puo’ tranquillamente scendere a -15°C e a volte -20° C durante l’inverno”. Il rischio di congelamenti, che puo’ condurre all’amputazione degli arti coinvolti, è reale. Per non parlare dell’ipotermia che puo’ provocare la morte. I migranti, assolutamente non equipaggiati (alcuni attraversano il passo in espadrillas) soffrono di un affaticamento ulteriore, dovuto allo stato di salute già deteriorato durante il loro percorso e a causa delle condizioni nelle quali lo hanno affrontato. Inoltre, la maggior parte di loro viene da paesi caldi …

Lo spirito di cordata

Animati dallo ‘spirito di cordata’, sinonimo di missioni di sicurezza, di soccorso e solidarietà, i firmatari della lettera giudicano “impensabile lasciare i migranti al loro destino”. E’ “il senso piu’ profondo del nostro mestiere di guide quello di assicurare la sicurezza di tutti in montagna, senza discriminazioni”. “Ci auguriamo che i responsabili politici prendano coscienza della realtà”, prosegue. A questo scopo, “proponiamo loro di venire personalmente, per rendersi conto sul posto dei rischi concreti”.

Il 17 dicembre prossimo, un camper di soccorso sarà installato nella valle della Clarée. Aperto a tutte e tutti, “permetterà di avere una visione chiara delle realtà di uno di questi percorsi ad alto rischio”.

 

Liberté Fraternité Egalité: ulteriori passaggi verso il nuovo fascismo di Stato, anche in Francia.

 

Il 17 novembre scorso, appariva sul giornale svizzero Le Temps,  a firma della giornalista Caroline Christinaz un reportage (https://www.letemps.ch/monde/2017/11/17/col-lechelle-jeunes-migrants-pieges-froid-renvoyes-france?utm_source=amp) sulla situazione al confine italo – francese tra la Val di Susa e la Valle della Clarée divenuto recentemente zona di transito dei migranti diretti in Francia.

Presso il Colle della Scala, alcuni giovani migranti piegati dal freddo e respinti dalla Francia. La valle della Clarée, situata nel dipartimento delle Hautes-Alpes, è teatro della crisi migratoria. I migranti che attraversano il Colle della Scala sono in maggioranza minorenni – una condizione che, secondo le associazioni, non è presa in considerazione dalle autorità.”  – questa la traduzione italiana del  titolo del suddetto articolo.

Immagine ripresa da: https://www.letemps.ch/monde/2017/11/17/col-lechelle-jeunes-migrants-pieges-froid-renvoyes-france?utm_source=amp

L’articolo racconta in presa diretta il tentativo di attraversamento del confine da parte di giovanissimi migranti, quasi tutti minorenni, con il sostegno di un solidale francese incontrato lungo la strada:

“Le prime nevi erano cadute all’inizio della settimana. Sabato sera  scorso, sulla strada del Colle della Scala, a 1762 metri di altitudine, non lontano dalla frontiere franco-italiana, Alain è inquieto. Fa freddo e il vento soffia attraverso i larici. La luna non è ancora spuntata ma malgrado l’oscurità, lui riesce a vedere.

Sono le 23 e lui non è solo. Grandi fari accesi, numerosi veicoli della gendarmerie risalgono la sua stessa strada. Alain, guida di montagna in pensione, sa che queste cime, per quanto belle siano, nascondono delle trappole. Ma loro lo ignorano.

Un rumore. Il Briançonese accende la sua torcia. Dietro un tronco, un sacco rosso, poi un viso. La figura non si muove. “Non abbiate paura”, apostrofa Alain. Loro si erano seduti con la schiena alla strada, dietro un tronco. Uno dopo l’altro escono dall’oscurità. Sono quattro. Tacciono. Uno di loro porta un piumino, gli altri si accontentano di una giacca che hanno abbottonato fino al collo. Ai loro piedi degli zainetti. “Avete freddo?” “Sì”. “Sete? Fame?” “Sì”. “Quanti anni avete?” Il ragazzo col piumino risponde: “16 anni, signore. Sono nato il 10 ottobre 2001”. I suoi tra compagni dicono lo stesso. Affermano tutti di avere meno di 18 anni e accettano il tè caldo e delle galettes al cioccolato che gli offre il pensionato.”

L’articolo continua descrivendo come, da circa un anno, la Valle della Clarée sia interessata da questo fenomeno che aumenta di mese in mese. Nel 2017, secondo le stime ufficiali, circa 1600 migranti sono riusciti ad attraversare il confine passando per questa zona e di questi 900 erano minorenni. All’aprirsi della nuova  rotta migratoria è seguita la militarizzazione del confine, con l’aumento dei controlli, dei posti di blocco e ovviamente degli arresti, delle multe e delle denunce per tutti coloro che hanno cominciato a offrire solidarietà concreta alle persone in viaggio. Nonostante questo, una parte non esigua di abitanti delle valli ha deciso di non abbassare la testa e di non girare lo sguardo di fronte a quanto accade lungo i sentieri delle proprie montagne.

“L’ultima tappa di una lunga peripezia”

“Fa molto fresco qui”, sottolinea a suo modo uno dei quattro giovani migranti. Si chiama Lansana e viene dalla Guinea- Conakry. Prima di arrivare su questa strada che serve da pista di sci di fondo in inverno, ha attraversato un continente, un mare e una penisola. Le carceri libiche, le torture, così come il Mediterraneo e le imbarcazioni a motore precarie, sono alcune delle prove che lui ha affrontato.

I suoi tre compagni, ugualmente. Se desiderano arrivare in Francia è per scappare alla strada in Italia. In Francia abbiamo delle conoscenze e parliamo il francese, spiegano mentre sorvegliano la strada. In qualsiasi momento una volante della gendarmerie li può intercettare. “Sistematicamente vengono rinviati in Italia” spiega Alain.

L’uomo è cosciente di trovarsi in una situazione delicata poiché la sfumatura tra lo statuto di trafficante e di solidale è poco chiara per dei semplici cittadini. Questa incertezza giuridica ricade sulle azioni intraprese dagli abitanti della regione.

(…)

Già nel 2015 avevano avuto un assaggio del contesto migratorio. A causa dello smantellamento del campo di Calais, il Comune di Briançon si era proposto volontario per accogliere una parte dei migranti provenienti dal Nord della Francia. Ma molto velocemente, la città del dipartimento delle Hautes-Alpes si era sentita invasa. Ad oggi il CRS (Cordinamento rifugio solidale) , uno spazio messo a disposizione dalla comunità cittadina, oltre a Chez Marcel, una casa occupata da un collettivo, fanno parte di quei luoghi che offrono rifugio ai migranti.

“ Al momento dei controlli, il rifiuto di ingresso è sistematico. Non se ne considera né l’età, né la domanda d’asilo. E’ totalmente illegale e criminale”, denuncia Michel Rousseau, tesoriere dell’associazione Tous Migrants. Nel 2015, la foto del piccolo Aylan trovato morto annegato su una spiaggia turca aveva creato un movimento di indignazione a Briançon. “Noi non ci riconosciamo nella politica europea in materia di immigrazione. Che il Mediterraneo si trasformi in un cimitero ci è insopportabile”, dichiara ancora. “Noi non vogliamo che le nostre montagne divengano un secondo Mediterraneo. La reazione del prefetto che vuole respingere queste persone ci lascia scioccati. Noi abbiamo deciso di organizzare quello che lo Stato non fa: l’accoglienza.”

“Questa situazione è insostenibile”

“Ritorniamo sul Colle della Scala. Alain ha chiamato un amico in aiuto. Tutti e due vogliono portare i quattro minori al centro di accoglienza di Briançon. Prendono la situazione in mano e scendono lungo la valle. Non c’è tempo per l’esitazione. Cosa rischiano? Al volante, l’amico si sfoga: “Non ci importano i nostri rischi, questa situazione è insostenibile. Noi viviamo in un equilibrio instabile. Se noi non gli offriamo un aiuto, questi ragazzi restano in mezzo alla strada”.

All’entrata del paese di Val-des- Prés, la strada si insinua tra le abitazioni. La gendarmerie blocca la strada. “Documenti di identità”, esclama il rappresentante delle forze dell’ordine. L’operazione è interrotta. I giovani migranti devono salire sulla macchina della polizia. Quanto ad Alain e al suo compagno, ritornano a casa loro con una convocazione, per il giorno dopo, in commissariato. Prima di separarsi, i due francesi domandano i nomi ai quattro ragazzi incontrati sul Colle. Si chiamano: Rosé, Thierno, Mamadou e Lansana.

Sulla montagna, lungo la strada che passa tra  il Colle della Scala e la stazione sciistica di Bardonecchia, un cippo di pietra marca la frontiera.  E’ qui che la polizia francese li ha lasciati dopo l’interrogatorio, a l’una del mattino di domenica, indicando l’Italia e invitandoli a tornarci.”

L’articolo che abbiamo parzialmente tradotto e commentato è stato il frutto di un reportage che ha determinato il fermo e la denuncia da parte della polizia francese dei due giornalisti che lo stavano realizzando. Una pagina buia di negazione della libertà di stampa che segnala, se ce ne fosse ulteriore bisogno, come lo stato di diritto, considerato la base delle società democratiche occidentali, sia da tempo soggetto a un radicale smantellamento in direzione di una pratica di esercizio del potere palesemente improntata alla discriminazione e alla violenza.
Questo il comunicato pubblicato da Reporters sans frontières il 14 novembre 2017 (link all’originale: https://rsf.org/…/deux-journalistes-interpelles-par-la…) riguardo la suddetta vicenda:

“Due giornalisti fermati dalla polizia francese durante la realizzazione di un reportage sui migranti
In seguito al fermo di due giornalisti che stavano realizzando un reportage sui migranti che, dall’Italia, entrano clandestinamente in Francia, Reporters sans frontières (RSF) ricorda che la pratica del giornalismo non è un crimine e che la protezione delle fonti è un diritto.

La giornalista svizzera Caroline Christinaz, che lavora per Le Temps, e il giornalista francese Raphaël Krafft, in missione per il Magazine della redazione di France Culture, sono stati fermati, nella notte tra sabato e domenica, mentre realizzavano un reportage sui migranti che entrano clandestinamente in Francia, attraverso il passo dell’Echelle, nelle Hautes-Alpes, in provenienza dall’Italia. Sono stati fermati ad un posto di blocco, mentre erano a bordo di automobili guidate da alcuni abitanti della zona di Briançon, che avevano soccorso quatro migranti minori non accompagnati. I due giornalisti sono stati convocati, il giorno seguente, alla gendarmerie di Briançon.

Nel corso dell’ interrogatorio, Caroline Christinaz ha scoperto di essere convolta in una denuncia per “aiuto all’entrata, alla circolazione o al soggiorno irregolare di stranieri sul territorio francese”. Fatti che possono generare pene pecuniarie pesanti e detenzioni fino a cinque anni di prigione. La giornalista svizzera ha presentato il proprio tesserino da giornalista, ha spiegato che stava realizzando un reportage. «Per due ore, la maggior parte delle domande che mi sono state rivolte miravano all’ottenimento di informazioni sulle mie fonti e sulle persone con le quali mi trovavo », spiega Caroline Christinaz, che specifica di non aver smesso di ripetere ai gendarmi che, in quanto giornalista, desiderava far valere il proprio diritto a proteggere le fonti. I gendarmi hanno inoltre reclamato l’acquisizione del suo telefono portatile e dei codici d’accesso relativi. La giornalista ha dichiarato di essere stata interrogata a proposito della propria vita privata, per poter valutare le sue capacità finanziarie e stabilire l’ammontare della multa, prima di essere fotografata e obbligata a depositare le proprie impronte.

« Realizzare un reportage sui migranti o su coloro che vanno in loro soccorso non puo’ essere considerato un crimine», ricorda Catherine Monnet, redattrice capo di RSF. «Trattare un giornalista come un sospetto, quando non fa che esercitare la propria professione è un ostacolo al libero esercizio del giornalismo. Reporters sans frontières ricorda inoltre che un giornalista non puo’ essere costretto a rivelare l’identità delle proprie fonti, stando al fatto che la protezione delle fonti giornalistiche è un diritto previsto dalla legge del 1881 » .

Convocato qualche ora piu’ tardi, nel pomerigio, Raphaël Krafft è stato ascoltato in qualità di testimone. Per il momento i due giornalisti non hanno alcuna idea delle possibili conseguenze della faccenda.

La Francia risulta al 39° posto nel Classement de la liberté de la presse (classifica della libertà di stampa) stabilito da Reporters sans frontières (RSF).”

Briser les Frontières – iniziativa

Pubblichiamo infine il comunicato di presentazione del gruppo solidale nato in Val di Susa, Briser les Frontières, che domani sera terrà la sua prima iniziativa di presentazione.

Nell’ ambito dell’ ultimo anno la frontiera di Ventimiglia è stata completamente militarizzata, costringendo di fatto i migranti a cercare più a nord dei valichi per la Francia.
Storicamente la Valsusa è stata sempre territorio di passaggio per chi aveva necessità di oltrepassare le Alpi, la scorsa estate però i numeri di coloro che hanno tentato la traversata sono di gran lunga aumentati rispetto agli anni precedenti.

Negli ultimi mesi, la stazione dei treni di Bardonecchia, ha visto tra i 15 e i 50 passaggi giornalieri.
La voce di una possibilità è corsa di bocca in bocca ed oggi, nonostante il gelo che è sceso sul Colle della Scala e sul Monginevro, ci sono all’ incirca una decina di persone che scarsamente equipaggiate  tentano la traversata ogni giorno, molte delle quali non hanno mai visto la neve.

Il comune di Bardonecchia, estremamente preoccupato di fare una brutta figura con chi ha la fortuna di essere chiamato turista, ha deciso di chiudere la stazione dei treni alle 21 buttando letteralmente in mezzo alla strada coloro che cercano un riparo per la notte.

Si getta la polvere sotto al tappeto, aspettando la tragedia nell’ indifferenza.
Ancora è ben chiaro in noi, il ricordo di Mamadou, il ragazzo di 27 anni trovato in stato di ipotermia sul Colle della Scala l’ inverno passato, cui hanno dovuto amputare entrambe i piedi e quest’ anno i passaggi sono aumentati di molto.
Tra la Valsusa ed il Brianzonese è nata una rete di persone che hanno scelto la solidarietà all’ indifferenza, una rete che abbiamo deciso di chiamare Briser les Frontières.

Abbattere le frontiere, un obiettivo comune per chi lotta contro coloro che devastano la natura per movimentare merce e turisti su treni ad alta velocità, chiudendo al contempo tutti gli spazi a coloro che non gli rendono il giusto profitto e preparando il terreno per quello che rischia di  diventare l’ ennesimo cimitero a cielo aperto.

L’ indifferenza è complicità!

Mail: briserlesfrontieres@gmail.com
Cel: +393485542295

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Levarsi i sassi dalle scarpe per marciare contro il Regolamento Dublino

Notizie dalla Francia : attorno ai PRAHDA (centri di smistamento dei richiedenti asilo, funzionali ai respingimenti dei cosiddetti “dublinati” verso il primo paese europeo nel quale sono stati identificati), si organizza un movimento di protesta e solidarietà, contro le espulsioni, contro la trasformazione dei dispositivi di accoglienza in strutture semi carcerarie e l’impoverimento dell’istituto del diritto d’asilo, determinati dalle politiche europee e dal regolamento detto “Dublino”.

Un articolo scritto grazie all’aiuto dei partecipanti alla marcia, alla disponibilità dei solidali del Manba e al lavoro delle fotografe Peggy e Delphine e del collettivo Primitivi .

Partenza dal F1 di Vitrolles, Peggy

Domenica 29 ottobre.

Una chiamata delle/gli esiliati/e raggruppate/i nei PRAHDA di Vitrolles e Gémenos.

Da alcuni mesi, lo Stato ha bloccato l’accettazione di domande d’asilo!

Da alcuni mesi, le prefetture francesi attuano in maniera sempre più sistematica le procedure dette “Dublino”, nei confronti dei nuovi arrivati : poichè avrebbero attraversato altri paesi europei prima di arrivare in Francia, le prefetture rifiutano la registrazione delle loro domande d’asilo e programmano la loro espulsione verso i paesi di entrata in Europa (Italia, Grecia, Bulgaria …), ai quali delegano l’esame delle domande d’asilo. Ora, non soltanto le procedure d’asilo non sono più garantite in Italia, in Grecia o in Bulgaria, ma tali Stati hanno effettuato delle espulsioni verso i paesi d’origine, in Sudan, in Tchad, Niger, Guinea … Si tratta di una politica che ha come scopo quello di impedire l’accesso all’asilo per la stragrande maggioranza delle popolazioni migranti in Francia e costituisce un segnale negativo nei confronti delle/i nuovi/e rifugiate/i, provenienti dall’Africa e dall’Asia e intenzionati a raggiungere l’Europa.

Dietro le porte dei “centri d’accoglienza” dello Stato: smistamento degli/lle stranieri/e, isolamento e accelerazione delle espulsioni!

Come altrove in Europa, si moltiplicano le sperimentazioni di nuove formule e non si tratta più soltanto per lo Stato di rispondere ai propri obblighi di accoglienza d’urgenza. Quest’estate, 62 nuovi centri sono spuntati in giro per la Francia sotto l’acronimo di PRAHDA (programma d’accoglienza e ospitalità d’emergenza dei richiedenti asilo), all’interno di hotel Formule 1 dati in gestione all’associazione ADOMA (precedentemente Sonacotra).

Sgomberati da Parigi e Calais, ma accolti da mesi dagli abitanti delle città e dei paesi della nostra regione, centinaia di esiliati/e in procedura “Dublino” sono stati/e brutalmente trasferiti/e in centri situati a Gémenos, Vitrolles et Villeneuve les Maguelone… in attesa dell’espulsione! Lontano da ogni possibilità di contatto con la popolazione, in zone “idealmente” situate in prossimità delle piste degli aeroporti o della prigione (come a Montpelier): le prime espulsioni non hanno tardato a venire.

Con queste 62 anticamere della politica del respingimento di Stato, viene accelerato in Francia l’insieme del meccanismo di espulsione dei/lle “dublinati/e”.

PRAHDA = PRIGIONE

Le tecniche di sorveglianza e repressione nei confronti degli occupanti confermano il carattere repressivo dei PRAHDA. La polizia è sistematicamente presente. Coloro che vi risiedono hanno l’obbligo di dimora. I lavoratori sociali assumono il ruolo di secondini, agitano la minaccia di un regolamento interno particolarmente repressivo e segnalano alla prefettura ogni sgarro. Per quelli che resistono, le sanzioni consistono in una segnalazione come “persona in fuga”, che permette alla prefettura di espellere dal diritto d’asilo e di rendere irregolare nel lungo termine la situazione di chiunque venga segnalato.

Concepito come un’alternativa alla detenzione, questo dispositivo perverso non ha niente da invidiarle: ha come scopo l’efficacia delle espulsioni “volontarie”, agitando la minaccia della clandestinità e della privazione dei diritti che questa significa. I/le“dublinati/e”, d’altra parte, sono invitati a recarsi all’aeroporto autonomamente!

Rifiuto di accesso alle cure e ai diritti di interpretariato, apertura sistematica della corrispondenza amministrativa dei residenti da parte della direttrice locale: tutte pratiche ricorrenti che ricordano la prigione!

Nei PRAHDA e non solo, gli/le esiliati/e si mobilitano contro questi nuovi

dispositivi di repressione:

– contro DUBLINO e lo smantellamento del diritto d’asilo

– contro i centri d’isolamento e detenzione

– contro le espulsioni e i trasferimenti forzati

– contro le frontiere che ci vengono chiuse davanti alla faccia

– contro il razzismo di Stato e il suo mondo

UNITEVI ALLA MARCIA!

MASSIMA SOLIDARIETA!”

Questo il testo dell’appello che invitava ad una grande marcia regionale, domenica 29 ottobre. Una marcia di 27 chilometri all’incirca: quelli che separano il PRAHDA di Vitrolles dalla prefettura di Marsiglia.

I PRAHDA: novità e continuità nella “gestione degli stranieri” in Francia

Se ritrovare Marsiglia su una mappa non darà problemi a nessuno, puntare il dito su Vitrolles, e per la precisione sul luogo dell’appuntamento scelto dagli organizzatori, potrebbe rivelarsi un’impresa piuttosto ardua: l’hôtel Formule 1, all’indirizzo 2, Draille des Tribales, è una struttura ricettiva low cost, costruita in una zona industriale, tra capannoni semi-abbandonati e cantieri, affianco ad una super strada … e a pochi minuti dall’aeroporto Marseille-Provence.

PRAHDA, invece, sta per “programme d’accueil et d’hebergement d’urgence pour demandeurs d’asile”: programma di accoglienza e ospitalità d’emergenza dei richiedenti asilo. Assonanze e significato edulcorano cinicamente quel che rappresenta questa nuova tipologia di centri d’accoglienza francesi, entrati in funzione a partire dal mese di agosto 2017, ma dei quali si sentiva parlare da quasi un anno[1]. Si tratta di dispositivi dedicati ad una tipologia particolare di migrante: colui o colei che è stato identificato, tramite registrazione delle impronte, in un paese che non corrisponde alla Francia. Cioè coloro sui quali ricade la procedura regolamentati dagli accordi europei di Dublino, che stabiliscono che le domande d’asilo possano essere inoltrate esclusivamente nel primo paese di entrata in Europa. Un regolamento i cui effetti perversi sono ormai noti, primo tra tutti la “consuetudine” delle forze dell’ordine di obbligare i migranti, anche con la violenza, a depositare le proprie impronte. Impronte che restano valide per un numero variabile di mesi (al massimo 18), passati i quali si può depositare domanda d’asilo altrove: lo Stato francese si organizza per non sprecare neanche un minuto di questo conto alla rovescia!

A chi entra nel programma PRAHDA viene chiesto di firmare un contratto nel quale è scritto nero su bianco che la permanenza nel centro ha fine al momento del trasferimento verso un altro Stato. Il regolamento interno prevede l’obbligo di residenza nella struttura, ciò che equivale ad un obbligo di firma in commissariato una volta a settimana. Ogni assenza di 24 ore deve essere segnalata, mentre ogni allontanamento di una settimana deve essere sottoposto all’approvazione della direzione. Il firmatario si impegna a presenziare a tutti gli appuntamenti relativi alla prosecuzione della procedura d’asilo e concede alla direzione il diritto di diffondere alle autorità che ne richiedessero visione tutte le informazioni a suo riguardo. Il rispetto dei locali è l’oggetto di un ulteriore punto del regolamento. Si specifica che ogni infrazione darà adito alla rottura del contratto e all’allontanamento senza preavviso.

Nella gara d’appalto per l’assegnazione dei PRAHDA si legge che, oltre alle obbligazioni comuni ai dispositivi di accoglienza – come garantire un alloggio e seguire le procedure giuridiche degli ospiti-, chi si aggiudicherà la gestione dei PRAHDA dovrà anche preparare il trasferimento dei “dublinati” e comunicare a OFII[2] e prefetti ogni defezione al regolamento.

A guadagnarsi l’onore di gestire strutture per più di 5000 posti, dislocati su 12 lotti territoriali corrispondenti alle regioni francesi – Corsica esclusa -, è stata Adoma, una società “di economia mista” pubblica e privata nell’ambito del “logément social”, vecchia conoscenza dei lavoratori stranieri in Francia. Prima di ritracciarne i nobili natali, va notato che la formulazione stessa dell’appalto ha di fato escluso qualunque attore del settore che non fosse un gigante (data la ripartizione in grossi lotti regionali). E di giganti, su una stessa piazza, pare evidente non ce ne possano stare molti: Adoma ha ottenuto la totalità dei lotti!

Adoma nasce nel 1956 come SONACOTRAL: società nazionale di costruzione per i lavoratori algerini. Lo scopo, all’epoca, era quello di far uscire dalle bidonvilles le masse di lavoratori algerini giunti in Francia a seguito di accordi bilaterali tra i due paesi. I campi informali erano di fatto incontrollabili per le autorità e si imponeva la necessità di costruire degli alloggi funzionali. A partire dagli anni ’60, oltre a costruire e manutenere, SONACOTRAL inizia anche a gestire gli alloggi per lavoratori, imponendo regolamenti durissimi e repressivi. Proprio a causa di un suo cavallo di battaglia, il non concedere la residenza a chi viveva nelle proprie strutture, negli anni ’70 SONACOTRA, che nel frattempo ha perso una L guadagnando pero’ il diritto di alloggiare lavoratori di tutte le nazionalità, fu bersaglio di importanti proteste e contestazioni.

Nel 2007 cambia nome, diventa Adoma ed estende le proprie competenze a vari settori dell’alloggio sociale, diventando una filiale della SNI (società nazionale immobiliare, controllata dalla Caisse de Dépots et consignations) ed entrando, quindi, in un’era di gestione orientata al profitto finanziario[3].

Una volta vinto l’appalto, Adoma ha proceduto all’acquisto di 62 hotel, di proprietà del mega gruppo Accor, della tipologia detta “Formule 1”: un’invenzione dei ruggenti anni ’80: strutture prefabbricate situate in zone di transito, nelle vicinanze di aeroporti e autostrade. Stanze minuscole, bagni in comune, assenza di qualsiasi servizio, prezzi assolutamente low cost. Ma negli ultimi anni il mercato della ricettività si è rivoluzionato e i F1 hanno subito un crollo disastroso … e allora perché non collettivizzare le perdite con un bell’acquisto da parte di una società semi-pubblica?[4]

Chi si ritrova a risiedere in questi luoghi lunari, parliamo di un minimo di 40 persone[5], non ha a disposizione alcuno spazio comune e nessuna connessione ad internet. Le cucine sono inesistenti, al massimo delle stanzette con un microonde. A Gémenos e Vitrolles molti dei bagni sono inutilizzabili : sono stati promessi dei lavori, ma non si è ancora visto nulla. La diaria è di circa 200 euro al mese, ma l’erogazione non è regolare. In più, in alcuni centri le spese di trasporto sono a carico del richiedente asilo e non sempre è garantito l’accesso alle cure sanitarie.

La polizia passa costantemente, per far firmare le notifiche di residenza o per effettuare controlli. Ci sono stati casi di fuga, che si sono conclusi con arresti e detenzione nei CRA[6].

I lavoratori sono pochissimi e, nei PRAHDA di provenienza degli organizzatori della marcia, ci sono già stati due licenziamenti per motivi disciplinari (pare che la motivazione avesse a che fare con l’aver dimostrato troppa vicinanza con i migranti). Rimangono uno o due lavoratori per centro, più la direttrice: viene da sé che l’assistenza giuridica sia pressoché inesistente[7].

Gli inizi della mobilitazione contro il regolamento di Dublino.

Quando, agli inizi di agosto, i primi PRAHDA hanno aperto i battenti, a Marsiglia i membri del collettivo El Mamba hanno iniziato a ricevere telefonate dai solidali organizzati attorno ai CAO[8] della regione. Erano telefonate di allarme: vedendo sparire le persone da un giorno all’altro, ci si chiedeva che cosa ne fosse di loro.

La macchina solidale ha, quindi, iniziato il proprio percorso di mobilitazione. Innanzitutto fornendo supporto legale ai molti che iniziavano a ricevere delle convocazioni in prefettura, durante le quali veniva consegnato un biglietto d’aereo, quasi sempre a destinazione Italia.

Una prima azione collettiva ha avuto luogo il 12 settembre, quando un folto gruppo di richiedenti asilo e solidali è andato in prefettura, per depositare domanda d’asilo per i molti per i quali si avvicinava la scadenza dei 18 mesi. Un’azione pensata anche in vista del fatto che, essendo stati trasferiti improvvisamente da altre città, l’avanzamento dei dossier era in panne. Il risultato non è stato quello sperato: qualche domanda d’asilo è stata accettata, ma la maggior parte ha visto allungarsi i tempi della conclusione della procedura Dublino (motivazione addotta: avrebbero fatto registrare 2 assenze ad appuntamenti con la prefettura durante i primi 6 mesi della procedura). Addirittura, una persona è stata incarcerata nel CRA di Marsiglia, con la scusante di un mancato ritiro di corrispondenza a suo nome e la scarcerazione è avvenuta grazie all’azione di alcuni avvocati.

A questo punto la necessità di mobilitarsi si faceva sempre più pressante, anche perché in tantissimi si ritrovavano nella stessa situazione.

L’occasione per concretizzare si è data ad un coordinamento dei collettivi del sud est francese, durante il quale si sono incontrati in molti, persone residenti nei vari PRAHDA e collettivi solidali. Si inizia a concordare e sincronizzare le azioni, a partire dal pranzo davanti al PRAHDA di Montpellier in contemporanea ad un’azione a Briançon, e si inizia anche a parlare di una marcia regionale.

L’intento comune era, ed è, quello di dar vita ad un’azione e, possibilmente, ad un percorso di lotta nei confronti delle direttive europee, sintetizzate negli accordi di Dublino, che impediscono qualsiasi possibilità di autodeterminazione nelle scelte che riguardano il proprio percorso migratorio e i propri iter giuridici. Imponendo logiche burocratiche e coercitive, spesso contraddittorie, l’Europa e gli stati che ne fanno parte, di fatto, impediscono, o comunque compromettono irrimediabilmente, il pieno esercizio del diritto alla protezione internazionale. Giustamente, in molti decidono di non voler sottostare a questo regime, ritrovandosi, costretti in clandestinità, a percorrere e ripercorrere le medesime rotte. Le traiettorie si fanno sempre più contorte e aumentano i casi di persone che hanno subito espulsioni plurime o che, rientrati in Italia, non possono riaprire le procedure d’asilo, a causa delle assenze durante il periodo passato in Francia[9].

Dall’Italia, inoltre, si registrano numerosi casi di persone che si ritrovano con una richiesta d’asilo depositata contro il loro volere : le impronte vengono prese con la forza e, contestualmente, si procede con la redazione di una domanda d’asilo, della quale, però, il diretto interessato non è a conoscenza: spesso non compare la sua firma e non è riportata nessuna testimonianza.

Ulteriore problematica: poiché l’Italia, durante l’estate 2016, ha espulso verso il loro paese d’origine 48 sudanesi[10], come può la Francia, che considera il Sudan “paese non sicuro”, operare in direzione dell’espulsione dei sudanesi verso l’Italia? Un esempio, che però funziona anche rispetto ad altre triangolazioni tra Stati.

La marcia del 29 ottobre

La testa del corteo, Peggy

Avendo come obiettivo l’organizzazione di un appuntamento il più vasto possibile, si era pensato a scadenze più dilatate. Dai residenti nei PRAHDA, però, è stata avanzata la richiesta di non rimandare oltre la fine di ottobre: in molti avevano ricevuto convocazioni in prefettura per i primi di novembre e il timore era che si potesse trattare di consegne di biglietti aerei o anche di deportazioni tout court. Si trattava di timori pienamente giustificati dai fatti: il 24 ottobre, 3 richiedenti asilo residenti nel PRAHDA di Vitrolles, ai quali se ne è poi aggiunto un quarto, sono stati trasportati e trattenuti in una cella del commissariato di Avignone, per essere poi espulsi in Italia il giorno seguente. Il tutto senza alcun preavviso, nessuna notifica e nessun colloquio con un legale, quindi in violazione della normativa. La direzione del PRAHDA è assolutamente collusa con la prefettura : la direttrice dei due centri ha addirittura accompagnato personalmente in commissariato, con il furgone della comunità, le persone che sono poi state espulse[11].

La Grande Marcia Regionale contro il Regolamento Dublino parte dal cortile del PRAHDA di Vitrolles.

Una trentina di persone arrivano da Marsiglia, in treno, altri in macchina, alla spicciolata.

E’ ancora presto : manca all’incirca un’ora all’orario di partenza, previsto per le 9, 30. Il Mistral ha iniziato a farsi sentire e nei dintorni non c’è traccia di vita : qualche casa circondata da muri e inferriate, qualche capannone abbandonato, presidiato da cani alla catena. La strada che porta al PRAHDA, dalla piccola stazione di Vitrolles, è interrotta da cantieri stradali, ai quali si è costretti a passare nel mezzo. Gli ospiti del PRAHDA ci invitano ad entrare e preparano te e caffè. Comunque restiamo nel cortile : gli unici due grandi tavoli del centro sono all’aperto, mentre l’interno della struttura si sviluppa attorno a corridoi contorti e angusti, sui quali affacciano le piccole stanzette, marchio di fabbrica degli Hotel F1, e i gabinetti.

Quando arrivano i furgoni sui quali viaggiano i “dublinati” del PRAHDA di Gémenos – altro centro di questo tipo nella regione Provence-Alpes-Côte d’Azur- ci si mette in strada. Molti nascondo il volto dietro una maschera che riproduce le linee di un’impronta digitale, materializzazione della violenza che, nella freddezza della visione burocratica, cancella le storie che le stanno dietro, i chilometri di strada percorsi.

La strada nazionale, Peggy

Siamo 120 e, una volta imboccata la super strada, iniziamo a camminare a buon ritmo, seguiti da alcuni giornalisti e scortati da qualche macchina della polizia. Cammineremo a questo ritmo per più di 5 ore, decisi ad arrivare in orario, o comunque con un ritardo ragionevole, a Bougainville, nella periferia nord di Marsiglia, dove ci aspettano le compagne e i compagni che si uniranno agli ultimi chilometri del percorso.

Lungo la strada e nei centri abitati che attraversiamo, vengono distribuiti volantini per spiegare le ragioni di questa insolita e ingombrante presenza domenicale: in molti rallentano e abbassano i finestrini, o si affacciano dalle case, per raccoglierli.

A ritmare e sostenere la marcia, slogan e interventi. Si grida, per innumerevoli volte, « Stop Dublin » e « Non aux expulsions ». E poi : « La France à tout le monde, La place à tout le monde ».

Chi parla al microfono si interroga sul perché del rifiuto netto e senza appello che ricevono dalle autorità francesi. Ci si chiede come sia possibile essere rifiutati da un paese che per molti non è affatto sconosciuto : « siamo tutti francesi , in tanti hanno parenti che hanno vissuto qui a lungo, un nonno che ha fatto il soldato per la Francia ». Ed è vero anche il discorso inverso : « per quanto tempo i francesi sono stati nei nostri paesi ? … e ci sono ancora ! Ma noi non li scacciamo ! ». Un rifiuto che non si può comprendere ed accettare, « pensando alla Francia, un paese di diritti, il paese dell’uguaglianza … ma questa uguaglianza non esiste ! Per noi non esiste ! ».

Ingresso a Marsiglia, Peggy

Gli ultimi chilometri prima della tappa intermedia, quelli fatti attraverso le periferie marsigliesi, li trascorriamo in una strana dimensione, tra entusiasmo e stanchezza. Adesso si inizia a gridare « Nous sommes pas fatigués, noi non siamo stanchi ! ». Chiedo ad un ragazzo che mi cammina affianco : « come va ? Sei stanco ? », la risposta : « Dubliné, pas fatigué ! » … e la risata è impossibile da trattenere per entrambi.

Ingresso a Marsiglia, Peggy

Alla stazione della metro di Bougainville ci aspettano in 200. Arriviamo cantando e gridando e l’accoglienza è altrettanto calorosa. Dopo aver mangiato qualcosa, si riparte, rinfoltiti. Siamo circa 400 all’arrivo, davanti allo sfarzoso palazzo della prefettura di Marsiglia[12].

Arrivo a Bougainville, Peggy

Il corteo in città, Delphine

Tramonto al Vieux Port, Peggy

 

«I sassi nelle scarpe»

Ritratti, Primitivi

Sono le 19 circa. Nella piazza della prefettura fa freddo, il Mistral è ancora con noi. Mentre si “imbandisce” la cena, il microfono resta aperto per chi ha voglia di dire qualcosa. Contenti, infreddoliti, stanchi e soddisfatti. C’è un po’ di tempo per parlare con alcune delle persone al fianco delle quali si è camminato per l’intera giornata.

M.[13] è in Francia da un anno. E’ rimasto 9 mesi nel CAO di Barcellonete e poi, quest’estate, il trasferimento al PRAHDA di Gémenos, che definisce un « ghetto per i dublinati ». Racconta di come, attraverso i contatti del collettivo El Manba, hanno incontrato i residenti dell’altro centro, quello di Vitrolles : entrambi sono lontani da tutto, il collegamento con Marsiglia è stato fondamentale per entrare in contatto. Per adesso è riuscito ad evitare di salire sull’aereo, ma un fatto lo preoccupa : circa un mese fa è stato intervistato da un giornalista del giornale locale La Provence : nell’articolo si parla dei PRAHDA e il titolo recita « Nuova prigione per gli esiliati ». Il problema è che il giornalista ha ritenuto opportuno riportare nome e età di M., il quale ora teme ritorsioni e conseguenze, dato che, a seguito dell’uscita dell’articolo, durante un colloquio in prefettura, è stato sequestrato l’originale del documento che attesta la sua condizione di richiedente asilo. Ma le ostilità nei loro confronti vengono anche dal personale e dalla direzione dei PRAHDA : « in teoria dovrebbero lavorare con noi, invece le strutture sono fatiscenti, i bagni non funzionano … e soprattutto il capo è meschino … cioè, è tranquillo, possiamo uscire, rientrare senza troppi problemi di orari … tranquillo, tranquillo e poi : biglietto d’aereo ! Delle persone sono già state espulse ! » M. si dice soddisfatto della marcia, della partecipazione e soprattutto della disponibilità ad ascoltare e leggere i motivi della protesta da parte di tutte le persone incontrate lungo il percorso e che hanno accettato i volantini. Arrivare fino a qui, nel centro di Marsiglia, era importante per rompere l’isolamento nel quale sono costretti e per far sì che si sappia dell’esistenza di questi nuovi centri. Da Gémenos sono venuti tutti quanti.

B. parla delle problematicità del servizio di assistenza giuridica, che dovrebbe essere garantito dalla direzione dei centri : « i PRAHDA sono pensati contro gli interessi dei migranti. Come sempre, cercano continuamente nuove soluzioni per bloccare e appesantire i dossier e le situazioni delle persone ». Come esempio, spiega cosa gli è successo qualche tempo fa : « Avevo fatto domanda di ricorso contro una notifica del prefetto. Adoma la ha consegnata in ritardo e così non è stata presa in conto ! Succede spesso che tengano nascosto quel che potrebbe esserci utile … il loro ruolo è metterci “il sassolino nella scarpa” ».

L’arrivo in prefettura, Peggy

 

Venerdì 10 novembre: a pranzo in prefettura

Pranzo in prefettura, Primitivi

A conferma del fatto che la volontà è quella di dar vita ad un percorso di lotta che non si esaurisca con la data del 29 ottobre, venerdì 10 novembre ci ritroviamo nella piazza della prefettura di Marsiglia per un pranzo collettivo contro le espulsioni[14]. Il morale è alto e le idee per futuri appuntamenti non mancano. Dal microfono F. dice : « Parlo francese, eppure fino a qualche tempo fa non lo parlavo. Se, dopo essere stati espulsi, ritorniamo 2, 3 volte, è perché abbiamo deciso di stare qui ! Stiamo bene qui e non capiamo perché ci respingano in questa maniera ! ». Domenica 29, all’arrivo della marcia, la prefettura era vuota. Adesso sappiamo che, dietro la facciata decorata da decine di bandiere tricolore per l’anniversario della fine della prima guerra mondiale, qualcuno c’è. Prima di andare via, una delegazione porta al prefetto una lettera. Di seguito il testo tradotto in italiano :

« Popoli di Francia, signor prefetto,

Abbiamo scelto la Francia per la sua reputazione mondiale in quanto a diritti dell’essere umano e accoglienza dei rifugiati.

Per raggiungere la Francia, abbiamo attraversato dei paesi dell’Unione Europea dove stiamo stati obbligati a lasciare le impronte digitali. Abbiamo deciso di depositare domanda d’asilo presso la Repubblica francese ma le nostre procedure sono state bloccate a causa del regolamento « Dublino ». Non possiamo tornare nel paese dove siamo stati obbligati a lasciare le impronte per differenti motivi ; tra noi :

– Alcuni hanno ricevuto dei rifiuti, e sono quindi esclusi dal diritto d’asilo nel primo paese coinvolto.

– Alcuni vi hanno subito atti razzisti e indegni.

– Alcuni sono stati lasciati per strada, a causa dell’insufficienza dei dispositivi d’accoglienza.

Contrariamente al motto della Repubblica, il governo ha messo in atto dei metodi per mettere dei sassi nelle scarpe (dei bastoni nelle ruote) alle persone in procedura « Dublino » e facilitare le espulsioni. Prendiamo come esempio il dispositivo detto PRAHDA, gestito da Adoma, che opera contro gli interessi dei richiedenti asilo in procedura « Dublino » :

– Deposizioni di domande di ricorso oltre scadenza.

– Complicità di Adoma e prefettura nell’attuazione di espulsioni forzate, senza preavviso e in violazione dei diritti.

– Privazione delle condizioni di vita degne di un essere umano.

Per questi motivi, signor prefetto, sollecitiamo la vostra attenzione, al fine di :
– Annullare le nostre procedure « Dublino ».

– Fermare le espulsioni.

– Accettare le nostre domande d’asilo.

– Farla finita con il mostro Adoma-Prahda.

– Permettere l’accesso all’educazione, agli studi e alla formazione professionale.

Sollecitiamo la Repubblica francese e il suo popolo ad avere uno sguardo misericordioso sulle nostre situazioni di rifugiati, che hanno lasciato dietro di loro delle nazioni, delle famiglie.

Dei rifugiati stanchi per un viaggio pieno di pericoli.

Dei/Delle « Dublinati/e »

Marsiglia, 10 novembre 2017 »

Al momento dei saluti, M. mi dice : « ho un biglietto per lunedì (13/11, n.d.a.), ma non partirò ! ».

… nella speranza di camminare ancora affianco a M., a tutti gli altri e a tutte le altre.

C.P.

[1] L’apertura dei PRAHDA era prevista per la primavera 2017, quando le strutture ospitanti i CAO (centri d’accoglienza e orientamento), aperti in moltissime località francesi a seguito dello sgombero della Jungle di Calais, avrebbero dovuto ritrovare le loro funzioni abituali, principalmente quelle di colonie estive per ragazzi. https://passeursdhospitalites.wordpress.com/2016/11/26/des-cao-au-prahda/.

[2] Office Français de l’immigration et de l’intégration.

[3] Lo stesso finanziamento dei PRAHDA fa riferimento alla messa in opera di un fondo d’investimento. Per approfondire la storia di ADOMA, anche attraverso filmati d’epoca: http://iaata.info/Adoma-remporte-le-marche-PRAHDA-et-prepare-l-apres-CAO-2034.html.

[4] La possibilità di colmare le perdite, entrando nel mondo dorato dell’allogio sociale, era già stata intuita dai proprietari di questo tipo di strutture, ben prima dell’acquisto da parte di Adoma : http://abonnes.lemonde.fr/m-perso/article/2017/10/02/les-hotels-formule-1-dans-une-voie-de-garage_5195109_4497916.html?xtmc=formule1&xtcr=8.

[5] Per i PRAHDA nelle Bouches du Rhône : 40 persone a Gémenos e una sessantina a Vitrolles.

[6] Centre de rétention administrative.

[7] Un articolo che spiega lo scopo e il funzionamento dei PRAHDA, riportando testimonianze di donne e uomini costretti in dispositivi di questo tipo in varie parti di Francia. Le problematiche sono simili a quel che abbiamo sentito raccontare e visto a Vitrolles e Gémenos. La sostanza è sempre la stessa : isolare, invisibilizzare, espellere. https://blogs.mediapart.fr/agathe-senna/blog/091117/les-prahda-isoler-invisibiliser-expulser?utm_source=facebook&utm_medium=social&utm_campaign=Sharing&xtor=CS3-66.

[8] Centre d’accueil et orientation.

[9] Una nota del colletivo solidale di Marsiglia El Manba, per riportare le vicende di un richiedente asilo « rimbalzato » tra Italia e Francia.

[10] https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/24/migranti-prima-espulsione-di-gruppo-48-presi-a-ventimiglia-e-rispediti-in-sudan-ma-khartoum-viola-diritti-umani/2993664/.

[11] https://mars-infos.org/prahda-de-vitrolles-expulsion-2682.

[12] Un articolo sulla marcia di domenica 29, nel quale si ritrovano anche stralci di interviste audio ad alcuni residenti dei PRAHDA : https://reporterre.net/Un-an-apres-Calais-la-France-traite-toujours-plus-mal-les-migrants.

[13] Le iniziali si riferiscono a nomi d’invenzione.

[14] Una restituzione video del pranzo, da parte del collettivo marsigliese Primitivi, che si occupa di produzioni video “di strada” per documentare lotte e iniziative dal basso: https://player.vimeo.com/video/243157295.

Immigrazione: degrado sono le strade pulite e l’umanità ridotta a rifiuto

Pensa alla chiave che gira nella toppa, al familiare profumo di casa tua. Al frigo pieno, alla facilità con cui apri un’anta e scegli cosa cucinare questa sera. Al riscaldamento che accidenti se va acceso, l’inverno sta arrivando e ci sono solo 25 gradi, non so se mi spiego.

Pensa alla tua camera. Al mobile con i tuoi libri, ai ricordi, a quegli oggettini inutili che non riesci mai ad abbandonare perchè in un modo o nell’altro raccontano tutta la tua vita. Pensa al tuo armadio, alle ore passate a scegliere quale tonalità di blu si intoni meglio con i tuoi occhi e mi sta meglio il cardigan o quel vestito a tubino che dove cavolo è in mezzo a tutta questa roba?

Pensa al letto morbido che ti accoglie ogni sera, in cui puoi sprofondare nel sonno, al caldo, per poi ricominciare daccapo le tue giornate.

E adesso, se hai bene a mente queste piccole routine quotidiane di cui a malapena ti accorgi perchè nessuno ti ha mai impedito di viverle, immagina di perderle.

Immagina di non avere più niente, nessuna casa, niente abiti, niente cose a cui tenere, nessun oggetto che ti riporti al passato, nessuna traccia che ti possa far sperare di costruire un futuro.

Immagina di avere solo i vestiti che indossi: qualcuno ti donerà una giacca, un paio di calze, indumenti di ottava mano che tanto non potrai tenere, dopotutto dove posso metterli se con me non ho nemmeno uno zaino?, una coperta che in poche ore cambierà colore, imbrattandosi della terra e della spazzatura su cui sei costretto a dormire, sotto un ponte, al freddo.

Immagina che per ogni sguardo traboccante di solidarietà e gentilezza ce ne siano almeno mille di odio e diffidenza, che poi cos’hai fatto per meritare questo disprezzo ancora non lo sai.

Immagina di non avere più la libertà di fare una passeggiata, un’escursione con gli amici, un semplice giro dove vuoi tu. Di essere trattato come un criminale. Sei solo un numero e una provenienza geografica e, soprattutto, un problema.

Non possiedi più niente, nemmeno la tua vita.

Novembre 2017, Ventimiglia: le condizioni di vita dei migranti non sono migliorate, ancora oggi centinaia di persone vivono accampate sul letto del fiume Roja, nonostante le temperature sempre più basse e l’intensificarsi delle piogge. Alimentata dalle dichiarazioni cariche d’odio dei politicanti vari e da un giornalismo d’accatto e irresponsabile, crescono in una parte della cittadinanza italiana l’indifferenza, il cinismo e l’insofferenza verso il “degrado lasciato dai migranti”. Ma cos’è davvero il degrado? E’ nei resti di un accampamento di fortuna, nei pochi averi abbandonati sul ciglio della strada mentre si tenta la salvezza oltre confine, in questa miseria che spinge migliaia di esseri umani a rischiare (e spesso perdere) la vita… Oppure nelle politiche di accoglienza e negli interessi senza scrupoli di pochi, che di umano non hanno nulla? Il degrado non è forse nei cuori e nelle teste di chi tratta una parte di umanità come un rifiuto gettato ai bordi della strada?

parolesulconfine immigrazione e degrado (1)

fotografie: Francesca Ricciardi
vedi anche: le immagini di luglio dal fiume Roja

Da Ventimiglia a Calais: notizie dall’Europa dei confini

 

Pubblichiamo due articoli, tradotti in italiano, dal blog Passeurs d’Hospitalité [1] , in testimonianza dell’attacco ai diritti fondamentali in atto a Calais. Come a Ventimiglia da parte delle istituzioni italiane, nella zona di confine di Calais lo Stato francese adotta misure per impedire l’accesso all’acqua, ai servizi igienici e a qualsiasi forma di supporto ai/alle migranti. Il primo articolo contiene una petizione promossa da un gruppo di abitanti della cittadina sulla Manica, fortemente polemici nei confronti delle posizioni espresse dalla municipalità; il secondo testimonia delle trasformazioni dei dispositivi di “accoglienza” e di controllo delle persone migranti  in Francia.

 

“Noi, abitanti di Calais, non ci riconosciamo in questa retorica del rifiuto”

(dal Blog Passeurs d’Hospitalité, pubblicato lunedì 24 luglio 2017)

A partire dall’autunno 2016, momento dell’evacuazione della più grande bidonville d’Europa, Calais ha assistito al ritorno di centinaia di persone desiderose, per la maggior parte, di andare in Inghilterra. Bambini, donne e uomini che si trovano in una situazione di precarietà estrema. Quotidianamente braccate/i dalle forze dell’ordine, non hanno accesso ai loro diritti.

Il Difensore dei Diritti ne ha preso atto e, il 14 giugno scorso, con un comunicato ha denunciato “attacchi ai diritti fondamentali” delle persone migranti “di una gravità eccezionale ed inedita” nel litorale Nord Pas-de-Calais.

Il 16 giugno, delle persone esiliate e delle associazioni, stanche di non ricevere dallo Stato alcuna risposta ai loro appelli, hanno interpellato il tribunale amministrativo chiedendo di imporre allo Stato stesso di apprestare dei dispositivi che permettano agli/alle esiliati/e di accedere ai diritti fondamentali. Un’udienza, alla quale ha assistito la sindaca di Calais, si è tenuta al TA di Lille il 21 giugno.

Il 26 giugno, il tribunale ha ordinato la messa in opera di dispositivi quali l’accesso a dei punti d’acqua, docce e latrine, a delle unità di strada per le/i minori, e la sospensione delle misure intralcianti il lavoro delle associazioni (violenze poliziesche, controllo dei volontari). La sindaca di Calais, sostenuta dalla maggioranza del consiglio municipale, ha risposto il giorno stesso annunciando che, per lei, le esigenze formulate erano inaccettabili. Il Comune di Calais e la Prefettura, il 6 luglio 2017 hanno presentato un appello al Consiglio di Stato.

Delle/i cittadine/i di Calais hanno deciso di rispondere…

“Siamo abitanti di Calais, siamo indignati/e dalle dichiarazioni della Signora Bouchart, che pretende di parlare a nome di tutti/e gli/le abitanti di Calais. La sua retorica non è intrisa d’altro che disprezzo per l’umano. Noi non ci riconosciamo in questa retorica di separazione e rifiuto.

Mercoledì 21 giugno, anche alcuni/e di noi erano presenti all’udienza del Tribunale amministrativo, per testimoniare dei traumatismi ricorrenti subiti dalle persone in esilio nella nostra città.

Non accettiamo di vedere queste persone, che hanno fuggito la guerra o la misera, in una tale situazione indegna di precarietà e maltrattamento. Abbiamo un cuore e una coscienza. Non accettiamo che dormano per strada, nei boschi. Vogliamo che questa caccia all’Uomo termini. Vogliamo che queste persone possano essere informate dei loro diritti, che chi lo desidera possa essere preso in carico, possa passare legalmente la Manica, allorché questo sia il loro obiettivo, o possa chiedere l’asilo. Vogliamo che l’articolo 13 della dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo e i diritti fondamentali siano rispettati.

Pensiamo agli/alle abitanti che devono, anche loro, subire la violenza delle politiche di non-accoglienza messe in pratica negli ultimi 20 anni, e che obbligano migliaia di persone a sopportare l’insopportabile e gli/le abitanti di Calais a esserne testimoni.

Invocando il traumatismo vissuto dagli/dalle abitanti di Calais e l’economia in difficoltà, Natacha Bouchart punta il dito sui danni che essa stessa ha causato, scegliendo una politica non ospitale.

La causa reale del declino dell’economia e dell’immaginario negativo che condizionano Calais, è la disinformazione: Calais non è in guerra, malgrado quel che la municipalità, il governo e certi media provano a farvi credere.

La Giustizia ha deciso che lo Stato e il Comune debbano mettere in campo misure minime per gli/le esiliati/e presenti nella zona di Calais: dei punti d’acqua, l’accesso alle docce, a dei servizi igienici. Ha chiesto alle autorità di non ostacolare il lavoro delle associazioni. Adesso, la Signora Bouchart afferma che non rispetterà questa decisione, che giudica “inaccettabile”! Che bell’esempio dato ai/alle cittadini/e di Calais e d’altrove!

Quel che è inaccettabile, è la violenza creata da questa frontiera, le barriere e il filo spinato, l’onnipresenza poliziesca.

Pensiamo anche ai morti, troppo numerosi, e agli incidenti, compresi tutti quelli provocati dalla chiusura della frontiera sulla tangenziale autostradale.

La Signora Bouchart lo sa, Calais rappresenta un luogo strategico, data la sua posizione geografica. Calais sarà sempre un punto di passaggio, nessuno può spostarla. Questo significa che le persone che vogliono andare in Inghilterra, con o senza documenti che siano, arriveranno sempre a Calais, ignorarlo è un non-sens.

Chiediamo che il diritto alla libertà di circolazione per tutti e tutte, garantito dall’articolo 13 della dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, sia finalmente applicato.

Vogliamo che il governo e la municipalità trovino delle soluzioni, affinché Calais non sia più un’impasse, per eliminare quelle reti che deturpano la città, per smettere di spendere invano centinaia di milioni di Euro in forze di polizia, barriere, telecamere, riflettori, droni, elicotteri, vigili, reti, per consacrarli, invece, all’accoglienza e alle spese utili alla città di Calais e ai/alle suoi/e cittadini/e.”

 

Verso un’accelerazione dello “smistamento” delle persone

(dal Blog Passeurs d’Hospitalité, pubblicato venerdì 1 settembre 2017)

Il sole è tornato. Asciuga gli indumenti fradici, quelli che non sono stati gettati dalla ruspa municipale mercoledì 31 Agosto, al momento dell’operazione sotto il ponte Mollien. La sera stessa, alcuni esiliati erano già tornati dal luogo dove erano stati condotti: una destinazione a loro sconosciuta, a 2 ore da Calais. Dicono: “non è una città, è un luogo in mezzo al niente”.

In effetti si tratta di un CAES: un Centro d’Accoglienza e Studio delle Situazioni amministrative, alla periferia di Bailleul o di Belval. Questo nuovo dispositivo di Stato costituisce una prima tappa nello “smistamento”degli esiliati con esame accelerato della loro situazione amministrativa. Un soggiorno dalla durata limitata, prima di un trasferimento verso un CAO o un PRAHDA. Lo Stato non è chiaro sui motivi che condizionano l’attribuzione negli uni o negli altri.

Attorno ai CAO esistevano già delle mobilitazioni. Attorno ai PRAHDA si stanno formando numerose inquietudini: dei centri semi-aperti destinati ai dublinati che potrebbero esservi assegnati in residenza con controllo coatto degli spostamenti, facilitando così i rinvii verso altri paesi europei o verso i loro paesi d’origine. [2]

In continuità con il presidente Macron, il Prefetto di Calais ha annunciato venerdì 25 agosto che non ci saranno più esiliati per strada quest’inverno. A settembre, lo Stato sembra pronto a sfoderare qualche sorpresa.

Ci si può quindi aspettare un’accelerazione delle retate e delle procedure di “smistamento”.

E pensare che agli esiliati catturati durante le retate era stata offerta la scelta tra i CAES e il centro di detenzione. L’altro ieri sera, erano almeno una decina ad aver lasciato il dispositivo, per tornare a dormire per strada, senza neanche un sacco a pelo, essendogli stati confiscati dalla polizia.

Sembra chiaro che non sia la prospettiva di depositare una domanda d’asilo in Francia che motiva i nostri viaggiatori, ma piuttosto il fatto di poter prendere una doccia a #Calais. #Douchespourtous #appeldair

[1] https://passeursdhospitalites.wordpress.com/

[2] Per approfondire riguardo ai CAO e ai PRAHDA, diverse forme di centri di transito e accoglienza per persone migranti in Francia, si vedano questi due articoli rispettivamente dal blog Passeurs d’hospitalites e dal sito La Cimade:

https://passeursdhospitalites.wordpress.com/2016/11/26/des-cao-au-prahda/ ; http://www.lacimade.org/dublin-vers-un-durcissement/