A processo il CPR di Torino: prosegue l’ascolto dei testimoni

Riceviamo e pubblichiamo
(Article en langue française en-dessous)

Per gli articoli sulle udienze precedenti consultare:
https://parolesulconfine.com/a-processo-il-cpr-di-torino-la-testimonianza-della-famiglia-di-moussa-balde/

https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colposo-di-balde/

https://parolesulconfine.com/per-moussa-e-ousmane-contro-tutti-i-cpr/

A processo il CPR di Torino: prosegue l’ascolto dei testimoni

Il 20 ottobre si è svolta la terza udienza del processo per la morte di Moussa Balde nel CPR di Torino. La famiglia continua tenace la sua campagna per la verità e giustizia presidiando l’udienza. Al banco testimoni convocati dalla parte civile e dalla difesa.

Le prime udienze di questo processo, che vede imputati per omicidio colposo l’ex-responsabile della struttura Annalisa Spataro e il medico Fulvio Pitanti, ci stanno mostrando ormai chiaramente un filo rosso che collega la linea difensiva dell’ex-ente gestore del CPR, la GEPSA S.p.A. con i precedenti imputati, i cinque funzionari di polizia, precedentemente indagati per falso e sequestro di persona, tra cui l’ex-vice-prefetto (anche ex-dirigente dell’Ufficio immigrazione della Questura) di Torino, questa volta chiamato al banco dei testimoni. E’ infatti proprio il palleggio delle responsabilità tra questi due enti che segna l’unica strategia della difesa.

Si sono susseguiti interventi della parte civile e della difesa. Rispettivamente:

Mauro Palma, ex garante nazionale delle persone detenute (2016 – 2024)
Un dirigente dell’Ufficio Immigrazione di Torino
Un medico precedentemente impiegato della GEPSA
L’ex vice prefetto di Torino

Di seguito una rassegna dei principali temi emersi dalle testimonianze:

Ospedaletto:la copertura sanitaria nasconde logiche punitive

In ben quattro rapporti stilati lungo il suo mandato Mauro Palma ha definito il CPR di Torino simile a vecchi zoo e l’Ospedaletto “la peggiore situazione d’Europa” tra i luoghi di detenzione amministrativa, totalmente inadeguato al trattamento sanitario, ma anche ad una detenzione ordinaria. Secondo alcuni detenuti intervistati durante dei sopralluoghi l’Ospedaletto veniva utilizzato come strumento punitivo, procedura illegale e dunque ovviamente negata dalla struttura.

L’esistenza ufficiale dell’area chiamata Ospedaletto è motivata da ragioni sanitarie. Ma l’espediente sanitario risulta fallace in principio, in quanto il regolamento prevederebbe per questo scopo un luogo di osservazione idoneo, che risulta mancare. In questo caso si tratta infatti di stanze di isolamento prive di qualsiasi comunicazione diretta con il personale medico.

La deresponsabilizzazione è a tutti i livelli

Nelle varie testimonianze appare cruciale la ricerca che Garante e avvocati avviano al fine di trovare Moussa Balde dopo la sua scomparsa a seguito del pestaggio, già mediatizzato. Ma la sua presenza nel CPR di Torino non viene ufficialmente riconosciuta prima della sua morte.

La ricostruzione dei momenti riguardanti il trasferimento di Moussa verso e nel CPR, dal passaggio in infermeria al seguente tentativo di individuarlo dovuto alle pressioni del Garante, rasenta l’assurdo: ogni versione si accavalla sull’altra in una labirintica narrazione dove le apparenti attenzioni di ciascunx sembrano imbattersi in continui ostacoli. Nonostante gli evidenti segni di pestaggio, la presenza di solo due cittadini guineani nel CPR e la presenza di cartelle cliniche in ingresso, Moussa non viene individuato. La GEPSA in un primo momento comunica alla prefettura l’isolamento di Moussa Balde per motivi sanitari, dopo la sua morte la motivazione diventa piuttosto l’ordine pubblico, ma la prefettura afferma di non aver mai verificato i documenti precedenti. Le responsabilità non solo vengono scaricate tra gli enti, ma anche lungo la stessa catena di comando, fino ad indicare nella tirocinante un elemento critico che avrebbe potuto contribuire all’identificazione di Moussa.

Ritornano anche le incongruenze tra le dichiarazioni di compatibilità di Moussa con la vita comunitaria e la decisione dell’isolamento, giustificato come prudenza verso le preoccupazioni di alcuni ospiti per presunta scabbia, pero’ già smentita dal medico. Una gran confusione appositamente inscenata per gettare fumo negli occhi e cercare di svincolarsi dalle accuse.

L’inesistente trattamento delle fragilità

Dopo che il medico ha descritto i tentativi suicidari come quasi quotidiani, per sminuire la drammaticità di ogni singolo atto l’ex-vice direttrice ha affermato che si trattava di episodi più unici che rari. Rimane un fatto l’assenza di protocolli sanitari riguardo atti anti-conservativi e rischi suicidari, descritti come tentativi dei detenuti per attirare l’attenzione e guadagnare un’ora d’aria in infermeria o dei pretesti per favorire evasioni. Il servizio di supporto psicologico è unicamente formale e non verificato da alcun ente. La presa in carico sanitaria è affidata a medici privati, invece che dal Servizio Sanitario Nazionale. Una giostra senza fine, fatta di falle normative, noncuranza e razzismo sistemico.

Il paradosso dell’ipotesi del rimpatrio

L’assenza di accordi istituzionali con la Guinea in tema di rimpatri, a cui si aggiunge l’epidemia di ebola che era in corso, privava delle possibilità materiali un’ipotetica deportazione. Questa mancanza di giustificazioni per quanto gli stava accadendo avrebbe causato in Moussa l’aumentare di scompensi e fragilità psichiche contribuendo alla sua tragica fine.
Quello che appare chiaro dall’incoerenza delle testimonianze è il ricorso al paravento delle procedure, spesso volontariamente manchevoli, per giustificare quotidianamente la violenza strutturale dello Stato.

Continueremo a portare solidarietà alla famiglia di Moussa e a tuttə i detenuti e le detenute dei CPR. La prossima udienza è fissata per il 26 novembre h 9:00 al Tribunale di Torino.

Procès du CPR de Turin : l’audition des témoins se poursuit

Le 20 octobre s’est tenue la troisième audience du procès pour la mort de Moussa Balde au CPR de Turin. La famille poursuit avec ténacité sa campagne pour la vérité et la justice en assistant à l’audience. À la barre, les témoins convoqué·e·s par la partie civile et la défense.

Les premières audiences de ce procès, qui voit l’ancienne directrice du de l’entreprise privée gestionnaire du CPR (Centre de Rétention Administratif en italien) Annalisa Spataro et le médecin Fulvio Pitanti accusé·e·s d’homicide involontaire, nous montrent désormais clairement un fil rouge : la ligne de défense de l’ancienne entreprise gestionnaire du CPR, la GEPSA S.p.A., ressemble à celle des précédents accusés, les cinq fonctionnaires de police, précédemment mis en examen pour faux et séquestration de personne, parmi lesquels l’ancien vice-préfet (également ancien directeur du bureau de l’immigration de la préfecture de police) de Turin, cette fois appelé à la barre des témoins. C’est en effet le renvoi de responsabilité entre ces deux organismes comme seule ligne de défense.

Des témoins appéle·e·s par la partie civile et la défense se sont succédé·e·s. Respectivement : Mauro Palma, ancien garant national des personnes détenues (2016-2024), et un ancien dirigeant du Serive préfectorale de l’immigration au CPR, un médecin précédemment employé par la GEPSA, l’ancien vice-préfet de Turin et l’ancienne vice-directrice de la GEPSA S.p.A.

Voici un aperçu des principaux thèmes qui sont ressortis des témoignages :

L’Ospedaletto:la couverture sanitaire cache une logique punitive

Dans quatre rapports rédigés au cours de son mandat, Mauro Palma a qualifié le CPR de Turin de « vieux zoo » et l’Ospedaletto de « pire situation en Europe » parmi les lieux de détention administrativ. Il était totalement inadapté aux soins de santé, mais aussi à une détention ordinaire. Selon certains détenus interrogés lors des visites, l’Ospedaletto était utilisé comme un instrument punitif, une procédure illégale et donc évidemment niée par la structure.

L’existence officielle de la zone appelée Ospedaletto est motivée par des raisons sanitaires. Mais l’argument sanitaire est fallacieux dès le départ, car le règlement prévoit un lieu d’observation approprié, qui fait défaut dans ce cas, puisqu’il s’agit en fait de cellules d’isolement sans aucune communication directe avec le personnel médical.

La déresponsabilisation est à tous les niveaux

Dans les différents témoignages un passage apparaît comme crucial : la recherche lancée par le Défenseur des droits et les avocat·e·s afin de retrouver Moussa Balde après sa disparition à la suite du passage à tabac, déjà médiatisé. Mais sa présence au CPR de Turin n’est pas officiellement reconnue avant sa mort.

La reconstitution des événements liés au transfert de Moussa vers et au sein du CPR, depuis son passage à l’infirmerie jusqu’à la tentative suivante de le localiser sous la pression du Défenseur des droits, frôle l’absurde : chaque version se superpose à l’autre dans un récit labyrinthique où les attentions apparentes de chacun semblent se heurter à des obstacles incessants. Malgré les signes évidents de coups, la présence de seulement deux citoyens guinéens dans les CRA à ce moment et l’existence de dossiers médicaux à l’entrée, Moussa n’est pas identifié. Dans un premier temps, la GEPSA informe la préfecture de l’isolement de Moussa Balde pour des raisons sanitaires, puis, après sa mort, la motivation devient l’ordre public, mais la préfecture affirme n’avoir jamais vérifié les documents précédents. Les responsabilités sont non seulement rejetées entre les institutions, mais aussi tout au long de la chaîne de commandement, jusqu’à désigner la stagiaire comme un élément critique qui aurait pu contribuer à l’identification de Moussa.

Les incohérences entre les déclarations de compatibilité de Moussa avec la vie communautaire et la décision d’isolement, justifiée par la prudence face aux inquiétudes de certains hôtes concernant une prétendue gale, déjà démentie par le médecin, refont surface. Une grande confusion spécialement mise en scène pour brouiller les pistes et tenter de se disculper.

L’absence de traitement des fragilités

Après que le médecin ait décrit les tentatives de suicide comme quasi quotidiennes, afin de minimiser la gravité de chaque acte, l’ancienne directrice adjointe a affirmé qu’il s’agissait d’épisodes plus exceptionnels que rares. Il n’en reste pas moins qu’il n’existe aucun protocole sanitaire concernant les actes d’auto-lésions et les risques suicidaires. Au contraire, cela sont décrits comme des tentatives des détenus pour attirer l’attention et gagner une heure d’air frais à l’infirmerie ou comme des prétextes pour favoriser les évasions. Le service de soutien psychologique est purement formel et n’est contrôlé par aucun organisme. La prise en charge sanitaire est confiée à des médecins privés, plutôt qu’au service national de santé. Un cercle vicieux sans fin, fait de lacunes réglementaires, de négligence et de racisme systémique.

Le paradoxe de l’hypothèse du rapatriement

L’absence d’accords institutionnels avec la Guinée en matière de rapatriement, à laquelle s’ajoutai l’épidémie d’Ebola, empêchait matériellement l’hypothétique expulsion. Ce manque de justifications pour sa détention aurait eu pour conséquence d’accroître les déséquilibres et la fragilité psychique, contribuant à la fin tragique de Moussa.

Ce qui ressort clairement de l’incohérence des témoignages, c’est l’utilisation de procédures, souvent volontairement lacunaires, pour justifier quotidiennement la violence structurelle de l’État.

Nous continuerons à apporter notre solidarité à la famille de Moussa et à tous les détenus et détenues des CPR. La prochaine audience est fixée au 26 novembre à 9h00 au tribunal de Turin.

A processo il CPR di Torino: la testimonianza della famiglia di Moussa Balde

Riceviamo e pubblichiamo il resoconto della seconda udienza dedicata all’ascolto delle testimonianze nel processo per la morte di Moussa Balde. Il capo d’accusa per l’ex direttrice del centro, Annalisa Spataro, e l’ex dirigente medico del centro, Fulvio Pitanti, è di omicidio colposo. Prossima udienza in programma, lunedì 20 Ottobre sempre al tribunale di Torino.

(Article en langue française en-dessous)

A processo la gestione privata del CPR di Torino: la famiglia di Moussa Balde testimonia per la verità e la giustizia

Il 22 settembre si è svolta la seconda udienza del processo per la morte di Moussa Balde nel CPR di Torino. Per la prima volta, la famiglia ha avuto modo di vedere in faccia i responsabili della morte di Moussa e raccontare la sua storia in aula.

Da numerose testimonianze tra il personale, le forze dell’ordine e l’amministrazione del CPR, invece, è emersa chiaramente l’assenza totale di una reale regolamentazione. Il personale ha riportato che nel CPR tutto è lasciato all’informalità e alla discrezionalità di chi è presente al momento. Le risorse del capitolato non sono sufficienti né per garantire tutele né per svolgere servizi essenziali. Di fronte a tali condizioni degradanti, anche il giudice ha avuto difficoltà a definire «ospiti» i detenuti del CPR.

In questo momento, il dibattito si sta concentrando sullo stabilire i responsabili dell’isolamento di Moussa nell’ospedaletto. Gli avvocatə dell’ex direttrice del CPR e dell’ex medico, gli unici imputatə, tentano di attribuire la colpa alla questura e perfino ad altri detenuti che avrebbero rifiutato di accogliere Moussa in sezione per un sospetto di scabbia (rivelatosi infondato). Un vergognoso rimbalzo di colpe che mira solo a creare confusione e a cercare di uscirne pulitə, senza assumersi la responsabilità per quanto è accaduto.

Ma sappiamo, e non ci stancheremo mai di dirlo, che la colpa della morte di Moussa e di tutte le altre morti è sistemica. Il CPR è un sistema che uccide, tortura e maltratta.

Lasciamo la parola alla famiglia di Moussa Balde, che non ha mai smesso di mobilitarsi con coraggio, dignità e determinazione fin dal giorno della perdita del loro caro figlio, fratello e amico, per onorarne la memoria e affinché nessun’altra famiglia debba mai più attraversare il dolore che hanno vissuto:

Noi, Djenabou Balde, Thierno Hamidou Balde e Mariam Baillo Balde abbiamo testimoniato in qualità di rappresentanti e membri della famiglia di Moussa Balde (pace alla sua anima) e come parte civile del processo.

La testimonianza si è articolata su tre periodi fondamentali che hanno segnato il suo percorso:

  1. Il viaggio di Moussa Balde (pace alla sua anima) dalla Guinea fino all’Italia, passando per il Mali, l’Algeria e la Libia, da dove ha attraversato il Mediterraneo per arrivare in Italia nel 2016.
  2. L’esperienza vissuta da Moussa Balde (pace alla sua anima) in Europa, in particolare in Italia, che era il suo paese di riferimento: questo periodo è caratterizzato dal tentativo di Moussa Balde (pace alla sua anima) di integrarsi in Italia attraverso un centro d’accoglienza per persone migranti. Durante questo periodo, nostro fratello conduceva una vita vivace, gioiosa, con la speranza che il suo sogno si realizzasse in Italia. Improvvisamente, quel sogno si è infranto ed è diventato un calvario, segnato da enormi difficoltà in Europa, e soprattutto in Italia. Un periodo colpito dalla disperazione di vedere il proprio sogno crollare come un castello di carte.
  3. L’incarcerazione di Moussa Balde (pace alla sua anima) nel 2021 nel CPR di Torino, dove ha trovato la morte: un breve periodo durante il quale la famiglia aveva perso ogni contatto e informazione su di lui. Successivamente, abbiamo appreso della sua morte (pace alla sua anima) tramite una telefonata di un suo amico, di nome Amadou, senza comprendere le vere circostanze che hanno portato a questa triste tragedia.

MOMENTO DELLA TESTIMONIANZA:

Durante la testimonianza, eravamo sereni, fiduciosi. Perché sentivamo un sostegno totale da parte del popolo italiano, amante della giustizia e della libertà. Attraverso una mobilitazione enorme di persone di buona volontà, che accompagnano la famiglia fin dall’inizio di questa tragedia. Le ringraziamo di cuore. E in particolare, un ringraziamento speciale al nostro avvocato Gianluca Vitale e al suo team, per il lavoro che stanno svolgendo nella ricerca della verità sulla morte di Moussa Balde (pace alla sua anima), sulle pratiche disumane all’interno dei CPR in generale, e per il ripristino della giustizia.

IL PROSEGUIMENTO DELL’UDIENZA E LE NOSTRE ASPETTATIVE:

Speriamo che alla fine di questo processo venga resa giustizia. Che la memoria di Mamadou Moussa Balde (pace alla sua anima) venga onorata. E soprattutto, che i CPR vengano aboliti in Italia e che in tutto il mondo vengano eliminati tutti i luoghi di privazione della libertà privi di un fondamento giusto. Con un pensiero positivo rivolto al popolo palestinese, che oggi subisce un’ingiustizia evidente agli occhi del mondo intero.

LA FAMIGLIA DI MAMADOU MOUSSA BALDE (PACE ALLA SUA ANIMA)

Alla prossima udienza, il 20 ottobre, saranno ascoltatə gli ex dirigenti dell’ufficio immigrazione e della questura. Continueremo a portare solidarietà alla famiglia di Moussa e a tuttə i detenuti e le detenute dei CPR davanti al tribunale.

Per un resoconto della prima udienza del processo:
https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colposo-di-balde/

Per sostenere le spese di viaggio della famiglia di Moussa Balde in Italia :
https://www.we-solidaire.com/fr/collecte/contro-i-c-p-r-giustizia-per-moussa-udienza-8-09-2025-1

Procès contre la gestion privée du CPR de Turin :
la famille de Moussa Balde témoigne pour la vérité et la justice

Le 22 septembre s’est tenue la deuxième audience du procès pour la mort de Moussa Balde au CPR (centre de rétention administrative) de Turin. Pour la première fois, la famille a pu faire face aux responsables de la mort de Moussa et raconter son histoire en salle d’audience. De nombreux témoignages, issus du personnel, des forces de l’ordre et de l’administration du CPR, ont clairement mis en évidence l’absence totale d’une réelle réglementation. Le personnel a rapporté que tout au CPR est laissé à l’informalité et à la discrétion des personnes présentes à ce moment-là. Les ressources prévues dans le cahier des charges ne sont suffisantes ni pour garantir des protections, ni pour assurer des services essentiels. Face à de telles conditions dégradantes, même le juge a eu du mal à qualifier les détenus du CPR d’« hôtes ».

À ce stade, le débat se concentre sur l’identification des responsables de l’isolement de Moussa dans la zone appelée « ospedaletto ». Les avocat·es de l’ancienne directrice du CPR et de l’ancien médecin, les seul·es accusé·es, tentent d’attribuer la faute à la questura de Turin (direction locale de la police d’état) et même à d’autres détenus qui auraient refusé de réintégrer Moussa en section à cause d’un soupçon de gale, qui s’est avéré infondé. Ce lamentable renvoi de responsabilités ne vise qu’à semer la confusion et à tenter de s’en sortir sans assumer la responsabilité de ce qui s’est passé.

Mais nous savons, et nous ne cesserons jamais de le répéter, que la responsabilité de la mort de Moussa et de toutes les autres morts est systémique. Le CPR est un système qui tue, torture et maltraite.

Laissons la parole à la famille de Moussa Balde, qui n’a jamais cessé de se mobiliser avec courage, dignité et détermination depuis le jour de la perte de leur cher fils, frère et ami, pour honorer sa mémoire et afin qu’aucune autre famille ne doive jamais plus traverser cette douleur :

Nous, Djenabou Balde, Thierno Hamidou Balde, Mariam Baillo Balde, avons témoigné en tant que représentants et membres de la famille de Moussa Balde (paix à son âme) et parties civiles du PROCÈS. 

Le témoignage portait sur trois périodes essentielles, qui ont marquées son aventure :

  1. Le parcours de Moussa Balde (paix à son âme) de la Guinée jusqu’en Italie en passant par le Mali, l’Algérie et la Libye où il a traversé la méditerranée pour arriver en Italie en 2016.
  2. Le vécu de Moussa Balde (paix à son âme) en Europe particulièrement en Italie qui était son pays de préférence. Cette période est marquée par la tentative de Moussa Balde (paix à son âme) d’intégration en Italie à travers un centre de réinsertion pour migrants. Durant cette période notre frère avait une vie vivace, joyeuse avec l’espoir que son rêve allait se réaliser en Italie. Soudainement, ce rêve s’est brisé et est devenu un calvaire, marqué par d’énormes difficultés en Europe, et surtout en Italie. Une période frappée par le désespoir de voir son rêve s’effondrer comme un château de cartes.
  3. L’emprisonnement de Moussa Balde (paix à son âme) en 2021 dans le CPR de Turin où il trouva la mort. Une courte période durant laquelle la famille avait perdu tout contact et information à son sujet. Par la suite, nous avons appris sa mort (paix à son âme) par un appel téléphonique d’un de ses amis, nommé Amadou, sans comprendre les véritables circonstances qui ont conduit à cette triste tragédie.

MOMENT DU TÉMOIGNAGE

Lors du témoignage, nous étions sereins, confiants. Parce que l’on sentait un soutien total du peuple italien épris de justice et de liberté. À travers une mobilisation énorme des personnes de bonne volonté qui accompagnent la famille depuis le début de cette tragédie. Nous les en remercions, avec une mention spéciale pour notre avocat Maître Gianluca Vitale et son équipe pour le travail qu’ils mènent à la recherche de la vérité sur la mort de Moussa Balde (paix à son âme), sur les pratiques inhumaines à l’intérieur des CPR en général et pour le rétablissement de la justice.

LA SUITE DE L’AUDIENCE ET NOS ATTENTES

Nous espérons qu’à la fin de ce procès, le droit sera dit. La mémoire de Mamadou Moussa Balde (paix à son âme) sera honorée. Et surtout nous voulons l’abolition des CPRs en Italie et de tous les lieux de privation de liberté sans fondement juste dans le monde entier. Avec une pensée positive au peuple palestinien qui subit aujourd’hui une injustice notoire aux yeux du monde entier.

LA FAMILLE DE MAMADOU MOUSSA BALDE (PAIX À SON ÂME)

La prochaine audience aura lieu le 20 octobre, les ancien·nes responsables du bureau de l’immigration et de la questura y seront entendu·es. Devant le tribunal, nous continuerons à apporter notre solidarité à la famille de Moussa et à toutes les personnes enfermées dans les CPR.

Pour un compte rendu de la première audience du procès :
https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colposo-di-balde/

Pour soutenir le voyage de la famille de Moussa Balde en Italie :
https://www.we-solidaire.com/fr/collecte/contro-i-c-p-r-giustizia-per-moussa-udienza-8-09-2025-1

Scaricabarile tra Questura e GEPSA: prima udienza per omicidio colposo di Balde.

Riceviamo e pubblichiamo il resoconto dell’udienza dell’8 settembre 2025 al tribunale di Torino, riguardante il processo per omicidio colposo di Moussa Balde contro dipendenti della GEPSA, la multinazionale francese che, all’epoca dei fatti, gestiva il CPR torinese dove Moussa ha perso la vita.

(Article en langue française en-dessous)

Scaricabarile tra Questura e GEPSA: report della prima udienza del processo per omicidio colposo di Balde.

Si è conclusa la prima udienza del processo Balde, che vede imputat* l’ex direttrice e l’ex dirigente sanitario del CPR di Torino. Durante l’udienza sono state ascoltate le testimonianze delle persone coinvolte nel caso e che avevano in carico Moussa al momento del suo decesso. Tra quest* l’infermiera, la psicologa, l’ex imputato funzionario di polizia dell’Ufficio Immigrazione di Torino (allora responsabile del dispositivo di sicurezza del CPR), il mediatore e la mediatrice culturale, la stagista dell’ufficio amministrativo della GEPSA (Ente gestore), la Garante locale per i diritti delle persone private della libertà, e altr*.

Nel maggio 2021, com’è noto, Moussa Balde, reduce da un pestaggio razzista a Ventimiglia, viene rinchiuso nella zona rossa del CPR di Torino (una delle aree comuni). Dopo pochi giorni, viene trasferito in isolamento, all’interno di una delle celle della zona chiamata “ospedaletto”. Qui, il 23 maggio, si toglie la vita. Il cuore dell’udienza riguarda le ragioni di questo trasferimento e chiavrebbe preso tale decisione. Chi ha spostato Moussa nell’ospedaletto e per quale motivo?
Secondo lo stato italiano, Moussa è stato trasferito in isolamento per via di una psoriasi diagnosticata dall’ex medico del CPR – una condizione che, viene ribadito in aula, non è affatto una malattia contagiosa. Per la GEPSA, invece, il trasferimento sarebbe avvenuto per motivi di “ordine pubblico”, a causa di una presunta “incompatibilità” tra Moussa e gli altri detenuti del CPR, con la responsabilità che ricadrebbe sulla Questura di Torino.
In merito, l’ex direttrice del CPR, durante una dichiarazione spontanea, si appella all’articolo 4 del regolamento del CPR, sostenendo che nella gestione del centro la GEPSA avesse “le mani legate”, agendo come una reception di un hotel, dove l’unico compito è “comunicare agli ospiti il numero della stanza”.

Dopo ore di udienza, appare sempre più evidente il continuo rimpallo di responsabilità tra i vari attori coinvolti nella catena di inadempienze che ha portato alla morte di Moussa. Tuttavia l’obiettivo del processo non sembra essere quello di stabilire chi abbia avuto la maggiore responsabilità tra la questura e GEPSA – anche perché questura e varie figure istituzionali ne sono già uscite indenni con un’assoluzione, tramite cavilli legali, per l’accusa di sequestro di persona che riguardava esattamente l’uso improprio della sezione ospedaletto nel cpr torinese – ma piuttosto quello di trovare un colpevole tra gli imputati rimasti, ovvero coloro che non fanno parte direttamente dell’apparato statale.
Non si mette in discussione il sistema detentivo, repressivo e letale del CPR, ma si cerca il “colpevole del misfatto”, guarda caso mai tra i rappresentanti delle istituzioni, coloro che tengono in piedi l’intero meccanismo e che scompaiono quando questo va incrisi. Questo processo, più che una vera ricerca di giustizia, sembra un teatro giustizialista alla ricerca di un capro espiatorio, mentre il sistema ed i suoi rappresentanti, ancora una volta, si auto-assolvono.

Accanto alla volontà di scaricare ogni responsabilità esclusivamente sui privati della GEPSA, emerge in maniera lampante l’assoluta inadeguatezza del sistema CPR, un po’ come la “banalità del male”.
Uno degli aspetti più gravi riguarda l’assenza di un protocollo per la prevenzione del rischio suicidario. Tuttavia, questa banalità del male permea ogni aspetto gestionale. Lo dimostra il comportamento dell’infermiera di turno, che ha dichiarato in aula di essere passata due volte davanti alla cella di Moussa per somministrargli la terapia prescritta dal medico, senza mai entrarvi e delegando infine la responsabilità a un militare in servizio. Anche il supporto psicologico, che dovrebbe essere centrale in un luogo di detenzione amministrativa, risulta del tutto insufficiente. La psicologa ha infatti riferito che il servizio si limita a sole 16 ore settimanali – da dividere con il servizio di informativa legale – per circa 120 persone. Ha inoltre ammesso che i colloqui psicologici non vengono quasi mai effettuati al momento dell’ingresso, e spesso nemmeno durante la permanenza nel CPR. In altre parole, chi entra in quel luogo può attraversarlo nella completa invisibilità, anche in condizioni di grave sofferenza

Le condizioni materiali del centro parlano da sole. Le immagini riprese dalle telecamere dei Carabinieri intervenuti dopo il suicidio, mostrano celle fatiscenti, ambienti sporchi e privi di ogni dignità. Tali erano le condizioni da spingere gli avvocati della difesa a opporsi perfino alla proiezione delle immagini in aula.
Le negligenze, le approssimazioni e il razzismo strutturale sono evidenti anche nella gestione della documentazione riguardante Moussa. E infatti, nonostante la direttrice avesse ricevuto informazioni alquanto inequivocabili dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino (che indicava Moussa come un guineano picchiato a Ventimiglia), la sua presenza non risultava nel registro del CPR. Eppure, ci si chiede: quanti guineani in quei giorni potevano essere trasferiti dalla questura di Imperia? E ancora, non sorprende la confusione negli audio ascoltati in aula, in cui l’ex direttrice parla indistintamente di Gambia e Guinea, come fossero lo stesso paese.
Infine, colpisce il fatto che nessun* tra il personale presente in quei giorni si ricordi veramente di Moussa, nessun* che abbia riscontrato alcuna traccia fisica delle aggressioni da lui subite a Ventimiglia, nonostante queste dovessero essere ben visibili.

L’udienza dell’8 settembre ci ha permesso di entrare nel merito del sistema che sorregge il lager CPR. Anche se la tendenza è stata quella di spostare la responsabilità verso i singoli individui, specialmente verso i “pesci piccoli”, piuttosto che interrogarsi sul funzionamento complessivo del sistema. Questo evidenzia una chiara volontà politica e giuridica di discolpare il sistema razzista, repressivo e detentivo in sé, e di incolpare e punire chi, nelle funzioni private, ha agito in modo difforme.
Lo stato prova a uscirne pulito attraverso l’assoluzione dei suoi rappresentanti istituzionali – e, difatto, c’è già riuscito. Ma non per questo rinuncia a infierire, scaricando ogni responsabilità su soggetti privati. I quali, a loro volta, sono comunque pienamente inseriti e complici di un sistema repressivo e violento che colpisce le persone più vulnerabili e meno privilegiate. Persone senza documenti, persone non bianche, stranier*.

Che ogni singola persona coinvolta abbia giocato un ruolo, più o meno significativo, nella morte di Moussa è innegabile. Tuttavia, dobbiamo ricordare che questa macchina di tortura rinchiude, annienta e uccide persone in movimento ogni giorno, in Italia e ovunque. E che la battaglia portata avanti dalla famiglia Balde, e da tutte le persone solidali che la sostengono, è la stessa di tante altre famiglie che piangono la morte di Ousmane Sylla e di altre vittime nei CPR d’Italia e d’Europa, morti avvenute nello stesso modo, per le stesse ragioni.

Continueremo a ripetere che questi sono omicidi di Stato, come tutte le morti alle frontiere interne ed esterne in Europa e come tali dovranno pesare sulle coscienze di chi continua ad alimentare un sistema di dominio, di sopraffazione, di violenza nei confronti delle persone in movimento, delle persone con “documenti sbagliati”. La lotta della famiglia Balde, legittima e fondamentale, continuerà insieme a quella di tutt* noi.

Il 22 settembre ci sarà un’udienza importante, in cui si ascolteranno i testimoni della parte civile, ovvero i familiari di Moussa, che arriveranno dalla Guinea. Partecipiamo in tant*, per far sentire loro tutto il nostro sostegno.


Solidali di Ventimiglia
15/09/2025

Renvoi de balle entre la Questure et GEPSA : compte rendu de la première audience du procès pour homicide involontaire de Moussa Balde

La première audience du procès Balde s’est achevée. Y sont inculpé·e·s l’ex-directrice et l’ancien responsable sanitaire du centre de rétention administrative (CPR) de Turin en Italie. Lors de l’audience, plusieurs personnes impliquées dans l’affaire et ayant eu Moussa sous leur responsabilité au moment de son décès ont été entendues. Parmi elles : l’infirmière, la psychologue, l’ancien fonctionnaire de police de l’Office de l’immigration de Turin (alors responsable du dispositif de sécurité du CPR), un médiateur et une médiatrice culturelle, une stagiaire de l’administration de la GEPSA (organisme gestionnaire), la garante locale des droits des personnes privées de liberté, et d’autres encore.

En mai 2021, Moussa Balde, victime d’une agression raciste à Vintimille, est enfermé dans la zone rouge du CPR de Turin (l’une des zones communes). Quelques jours plus tard, il est transféré en isolement, dans une cellule de la zone dite de « l’ospedaletto » (petit hôpital). C’est là, le 23 mai, qu’il se donne la mort. Le cœur de l’audience porte sur les raisons de ce transfert et sur l’identité de la personne qui aurait pris cette décision. Qui a transféré Moussa à l’ospedaletto, et pourquoi ?

Selon l’État italien, Moussa aurait été placé à l’isolement en raison d’un diagnostic de psoriasis posé par l’ancien médecin du CPR – une affection qui, comme il a été rappelé à l’audience, n’est absolument pas contagieuse. Pour la GEPSA, en revanche, le transfert aurait eu lieu pour des raisons « d’ordre public », en raison d’une supposée « incompatibilité » entre Moussa et les autres détenus du CPR, la responsabilité étant alors rejetée sur la Questure de Turin. À ce sujet, l’ancienne directrice du CPR, lors d’une déclaration spontanée, a invoqué l’article 4 du règlement du CPR, affirmant que la GEPSA avait « les mains liées » dans la gestion du centre et agissait comme la réception d’un hôtel, dont le seul rôle serait « d’indiquer aux hôtes le numéro de leur chambre ».

Après des heures d’audience, le constant renvoi de responsabilité entre les différents acteurs de la chaîne de négligences ayant conduit à la mort de Moussa devient de plus en plus évident. Pourtant, l’objectif du procès ne semble pas être de déterminer qui, entre la Questure et GEPSA, porte la plus grande responsabilité – d’autant plus que la Questure et diverses figures institutionnelles ont déjà été acquittées, par des biais juridiques, de l’accusation de séquestration de personne, accusation portant précisément sur l’utilisation abusive de l’ospedaletto dans le CPR de Turin. Il s’agit plutôt de trouver un coupable parmi les prévenus restants, à savoir ceux qui ne font pas partie directement de l’appareil étatique. Le système carcéral, répressif et mortifère des CPR n’est pas remis en question. On cherche le « coupable du forfait », qui n’est jamais, comme par hasard, un des représentants des institutions – ceux-là mêmes qui maintiennent le système en place et qui disparaissent quand il s’effondre. Ce procès ressemble donc moins à une véritable quête de justice qu’à une mise en scène justicialiste à la recherche d’un bouc émissaire, tandis que le système et ses représentants, une fois encore, échappent à toute remise en cause.

Parallèlement à cette volonté de faire porter toute la responsabilité exclusivement aux privés de la GEPSA, ressort de manière criante l’inadéquation totale du système CPR, à l’image de « la banalité du mal ». L’un des aspects les plus graves concerne l’absence de protocole pour la prévention du risque suicidaire. Mais cette banalité du mal imprègne tous les aspects de la gestion du CPR. Cela transparaît par exemple dans le comportement de l’infirmière de service, qui a déclaré à l’audience être passée deux fois devant la cellule de Moussa pour lui administrer le traitement prescrit par le médecin, sans jamais y entrer, et en déléguant finalement la responsabilité à un militaire de service. Le soutien psychologique, qui devrait être central dans un centre de rétention administrative, est lui aussi totalement insuffisant. La psychologue a en effet déclaré que le service se limite à seulement 16 heures hebdomadaires – à partager avec le service d’information juridique – pour environ 120 personnes. Elle a aussi admis que les entretiens psychologiques ne sont presque jamais réalisés à l’entrée dans le centre, et souvent même inexistants pendant toute la durée de l’enfermement. En d’autres termes, on peut traverser ce lieu dans une invisibilité totale, même en situation de grande détresse.

Les conditions matérielles du centre parlent d’elles-mêmes. Les images captées par les caméras des Carabiniers intervenus après le suicide montrent des cellules délabrées, des locaux sales, sans aucune dignité. Les conditions étaient telles que les avocats de la défense se sont opposés à la projection des images en salle d’audience.

Les négligences, l’improvisation et le racisme structurel se retrouvent aussi dans la gestion de la documentation concernant Moussa. Malgré le fait que la directrice avait reçu des informations claires de la Garante des droits des personnes privées de liberté de Turin – indiquant que Moussa était un Guinéen agressé à Vintimille –, sa présence n’apparaissait même pas dans le registre du CPR. Pourtant, on peut s’interroger : combien de Guinéens victimes d’agression ont pu être transférés ces jours-là depuis la Questure d’Imperia ? De plus, la confusion est frappante dans les enregistrements audio diffusés à l’audience, où l’ex-directrice évoque indistinctement la Gambie et la Guinée, comme s’il s’agissait d’un seul et même pays 

Enfin, il est troublant de constater qu’aucun membre du personnel présent ces jours-là ne semble vraiment se souvenir de Moussa, personne n’ayant même remarqué les traces physiques de l’agression qu’il venait de subir à Vintimille – alors qu’elles devaient être visibles étant donné sa violence.

L’audience du 8 septembre a permis de pénétrer au cœur du système qui soutient le CPR. Même si la tendance a été de rejeter la faute sur des individus isolés, notamment sur les “petits poissons”, plutôt que d’interroger le fonctionnement général du système. Cela traduit une volonté politique et judiciaire claire de dédouaner le système raciste, répressif et carcéral en tant que tel, et d’en faire porter la faute à ceux qui, dans leurs fonctions privées, ont agi de manière non conforme.

L’État tente de s’en sortir blanchi par l’acquittement de ses représentants institutionnels – et, de fait, il y est déjà parvenu. Mais cela ne l’empêche pas de s’acharner, en rejetant toute responsabilité sur des acteurs privés. Ces derniers n’en demeurent pas moins complices à part entière d’un système répressif et violent qui frappe les personnes les plus vulnérables et les moins privilégiées. Des personnes sans papiers, personnes non blanches, étranger·ère·s.

Il est indéniable que chaque personne impliquée a joué un rôle plus ou moins important dans la mort de Moussa. Pourtant, il faut se rappeler que cette machine de torture enferme, broie et tue chaque jour des personnes en Italie comme ailleurs. Et que le combat mené par la famille Balde, et par toutes les personnes solidaires qui la soutiennent, est le même que celui de nombreuses autres familles qui pleurent la mort d’Ousmane Sylla et d’autres victimes dans les CPR d’Italie et d’Europe, morts de la même manière, pour les mêmes raisons.

Nous continuerons à affirmer qu’il s’agit d’homicides d’État, tout comme les morts aux frontières internes et externes de l’Europe. Et qu’elles doivent peser sur la conscience de celles et ceux qui continuent à alimenter un système de domination, d’oppression et de violence contre les personnes en mouvement, celles aux ” mauvais papiers “.

La lutte de la famille Balde, légitime et essentielle, se poursuivra avec celles que nous menons toutes et tous.

Le 22 septembre aura lieu une audience importante, au cours de laquelle les témoins de la partie civile – trois membres de la famille de Moussa venus de Guinée – seront entendu·e·s.

Soyons nombreux·ses à y participer pour leur faire sentir tout notre soutien.

Solidaires de Vintimille
15/09/2025

Maggio 2025 a Ventimiglia

Riceviamo e pubblichiamo il seguente report sulla situazione nel territorio di Ventimiglia e frontiera nel mese di maggio 2025

Maggio 2025 A Ventimiglia

A Maggio il numero di presenze di persone in movimento, soprattutto di minori non accompagnati, aumenta a Ventimiglia, probabilmente sulla scia dell’aumento del numero di sbarchi in Italia negli ultimi mesi. Una sera gruppi solidali hanno distribuito fino a 130 pasti.

Verrà aperto un secondo PAD (punto d’accoglienza diffusa) per uomini soli in transito, nonostante la giunta Fdl si sia da sempre schierata contro. Le minacce di sgomberi imminenti comunque non si placano, spingendo molte persone a muoversi da sotto il ponte di via Tenda e ad accamparsi in zone della città ancor più limitrofe.

15 persone stipate in un container sono partite con un camion merci da Ventimiglia per poi essere fatte scendere e portate in questura per identificazione a Castelsangiovanni, Piacenza. Tre le persone 4 bambinx.

Il 14 Maggio una persona viene trasferita al CPR di Gradisca D’Isonzo dopo che la polizia ha fatto irruzione nella sua abitazione, sequestrando della merce contraffatta. Si conferma il canale Ventimiglia- CPR che da 3 mesi a questa rapisce e rinchiude persone nei lager CPR di tutta Italia.

Presentato il 26 maggio il progetto per il rifacimento e imbruttimento della “Piazza Italia” al valico di frontiera di Ponte San Ludovico, con la distruzione del memoriale dedicato alle persone in transito morte o sparite a causa della frontiera. Cancellare il memoriale è un viscido tentativo di cancellare un monumento scomodo, che parla della vita delle persone e della violenza della frontiera, per invece celebrare già dal suo ingresso uno stato razzista e assassino.

Il comune riceve 40000€ dal ministero dell’interno per “ripulire le aree attraversate dai migranti” che si traduce in sgomberi del greto del Roya e di via Tenda, di rimozione di vestiti e coperte lungo i sentieri di montagna che portano in Francia.

Il collettivo Ponente contro il CPR si è trovato nuovamente in assemblea per continuare ad organizzarsi ed esprimersi contro la costruzione del CPR a Diano Castello e altrove. Appuntamento in piazza per una manifestazione il 28 giugno.

Altri appuntamenti sono programmati per il 10 anniversario dalla chiusura della frontiera, a Saorge il 14 giugno per una serata con discussioni ed proiezione di un film.

Contro i CPR – Giustizia per Moussa!

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la nuova campagna di raccolta fondi per permettere ai parenti di Moussa Balde, un giovane guineano prima linciato da tre razzisti a Ventimiglia e poi morto nel CPR di Torino, di tornare in Italia per proseguire in autunno la battaglia che stanno muovendo con dignità e coraggio non solo contro il CPR torinese ma soprattutto contro il sistema dei CPR in generale.
L’appuntamento in tribunale a Torino è l’8 settembre 2025 per inziare la fase dibattimentale del processo per omicidio colposo contro l’ex direttrice e l’ex medico del lager torinese . Ma il loro impegno prosegue anche fuori dalle mura dei palazzi di giustizia, portando con convinzione la loro testimonianza ovunque riescano ad arrivare e ovunque vengano invitati a parlare.
Come solidali di Ventimiglia e come redazione di Parole sul Confine vogliamo continuare a sostenere questa importante lotta che dal lutto di una famiglia si fa grido collettivo: per Moussa Balde e per tutte le persone che continuano a finire nei lager per persone razzializzate, discriminate per la mancanza di un documento riconosciuto idoneo dal sistema, la strada è solo una.
I CPR DEVONO CHIUDERE, TUTTI!

Link per la raccolta fondi: https://www.papayoux-solidarite.com/fr/collecte/contro-i-c-p-r-giustizia-per-moussa-udienza-8-09-2025-1

Per tutte le informazioni sulla storia di Moussa, si invita a ripercorrere i precedenti articoli e comunicati presenti sul blog:
https://parolesulconfine.com/per-moussa-e-ousmane-contro-tutti-i-cpr/
https://parolesulconfine.com/nessun-perdono-perche-sanno-quello-che-fanno_-per-moussa-balde-contro-i-cpr/
https://parolesulconfine.com/aggiornamenti-processo-per-la-morte-di-moussa-balde/

RACCOLTA FONDI PER LE SPESE DI VIAGGIO DEI MEMBRI DELLA FAMIGLIA BALDE, TESTIMONI AL PROCESSO CONTRO IL CPR DI TORINO

(texte en français ci-dessous)

LE UDIENZE SI TERRANO L’8 SETTEMBRE – IL 22 SETTEMBRE – IL 6 OTTOBRE – IL 20 OTTOBRE 2025 AL TRIBUNALE DI TORINO

Per permettere la presenza dei membri della famiglia Balde al tribunale abbiamo bisogno di raccogliere soldi per le spese di viaggio (visti, biglietti aerei, ospitalità, assicurazioni, spese di permanenza per un mese e mezzo a Torino, ecc..). Il costo minimo per una persona è di 4.000 €.

Questo viaggio è totalmente organizzato dal basso e per questo ogni contributo è essenziale.

CHI ERA MOUSSA BALDE

Moussa Balde era un amico e un compagno. Lo hanno trovato morto in una cella del C.P.R. di Torino la notte tra il 22 e il 23 maggio 2021, dopo dieci giorni passati in isolamento. Dieci giorni in cui la direzione del C.P.R. negava la sua presenza all’interno della struttura agli avvocati che lo stavano cercando.

Il 9 maggio era stato picchiato a Ventimiglia da tre italiani. Questo è stato sufficiente a deportarlo a Torino, prendendo per buona la versione dei suoi aggressori e ignorando completamente le gravi condizioni fisiche e psicologiche in cui si trovava dopo il pestaggio. Moussa, originario della Guinea, è stato detenuto in quanto persona non europea e irregolare sul territorio, e per questo è morto rinchiuso in una cella. La morte di Moussa non è stata “fatalità”, o il frutto di una catena di adempienze: è stata la conseguenza del razzismo strutturale dello stato in cui viviamo.

A 4 anni dagli eventi inizia il processo ai C.P.R., il processo più importante mai fatto in Italia contro il sistema dei C.P.R., al tribunale di Torino. Il 12 febbraio di quest’anno si è tenuta l’udienza preliminare del procedimento per omicidio colposo a carico della ex direttrice del C.P.R. e del medico direttore sanitario della struttura all’epoca della morte di Moussa Balde. 

L’8 settembre si terrà la prima udienza: facciamoci sentire per sostenere la famiglia Balde nella lotta comune contro i C.P.R. La loro presenza al processo è essenziale non solo per la parte legale ma anche per rimarcare l’importanza di lottare oggi e sempre contro queste strutture. 

Perchè non se ne aprano di nuove (come sta avvenendo in Liguria) e si distruggano quelle già esistenti!

Per un trasferimento bancario diretto: 

Cassa di Solidarietà del Ponente Ligure

IBAN: IT58H3608105138280345080353

BIC:PPAYITR1XXX

Causale: MOUSSA BALDE

Per info e contatti: borderkills at riseup.net

Per leggere di più sui processi e la sua storia, si può visitare il blog ‘Parole sull confine’ alla categoria Moussa Balde, https://Parolesulconfine.com/ > Moussa Balde

—français—

CONTRE LES CRA – JUSTICE POUR MOUSSA !

RECOLTE DE FONDS POUR COUVRIR LE COÛT DU VOYAGE DES MEMBRES DE LA FAMILLE BALDE, TEMOINS AU PROCES CONTRE LE CPR DE TURIN (Centre de Rétention Administratif)

LES PROCHAINES AUDIENCES SE TIENDRONT LES 8 & 22 SEPTEMBRE ET LES 6  & 20 OCTOBRE AU TRIBUNAL DE TURIN
Pour permettre la présence des membres de la famille Balde au tribunal nous avons besoins de lever des fonds pour couvrir les dépenses du voyage (visas, billets d’avion, hospitalité, assurances, dépenses pour vivre sur Turin un mois et demi, etc.). Le coût minimum estimé pour une personne est de 4.000 €.
Ce voyage est totalement organisé par la base, donc toute contribution est essentielle.

QUI ETAIT MOUSSA BALDE
Moussa Balde était un ami et un camarade. Les autorités l’ont trouvé mort dans une cellule du CPR (équivalent d’un centre de rétention administratif en France) de Turin dans la nuit du 22 au 23 mai 2021, après 10 jours passées en isolement. Dix jours lors desquelles la direction du CPR a nié sa présence au sein de la structure alors que ses avocat.es le cherchaient, aussi au CPR.

Le 9 mai il a été aggressé à Vintimille par trois italiens. Prenant la version des ses aggresseurs pour argent comptant, les policiers qui sont intervenus sur scène ont estimé que c’était suffisant de l’arrêtait et le transféré à Turin, tout en ignorant complètement son état de santé physique et psychologique gravissime suite à l’aggression. Moussa, originaire de la Guinea-Conakry, a été détenu parce que personne non-européenne et avec une présence non-régularisée sur le territoire, et c’est pour ces raisons qu’il est mort caché dans une cellule. La mort de Moussa n’était pas une fatalité, ni le fruit d’une suite de défaillances : sa mort est la conséquence du racisme structurelle de l’état où nous vivons.

4 ans après commence le procès contre le CPR. C’est le procès le plus important jamais ouvert en Italie contre le système des CPR. Le 12 février 2025, au tribunal de Turin, il y a eu l’audience préliminaire du procès pour omicide involontaire contre l’ex-directrice du CPR et le directeur médical de la structure à l’époque de la mort de Moussa Balde.

Le 8 septembre se tiendra la première audience. Levons-nous pour soutenir la famille Balde dans notre lutte commune contre les CPR. Leur présence au procès est essentielle non seulement pour leur témoignage dans le cadre des procédés juridique, mais pour souligner l’importance de lutter aujourd’hui et pour toujours contre ces insitutions que sont les CPR.

Assurons-nous qu’ils n’en n’ouvrent plus des nouveaux (comme c’est prévu en Ligurie) e que se détruisent ceux qui existent!

Détails pour un transfert bancaire directe pour contribuer à la récolte de fonds: 
IBAN: IT58H3608105138280345080353
BIC: PPAYITR1XXX
Nom du destinataire: Cassa di Solidarietà del Ponente Ligure
Motif: MOUSSA BALDE

Pour infos et contact: borderkills at riseup.net

Pour lire des articles sur le procès et l’histoire de Moussa, vous pouvez consulter le blog “Parole sul confine” en regardant dans la catégorie “Moussa Balde”:  https://Parolesulconfine.com/ > Moussa Balde

Dal confine: monitoraggio in frontiera aprile-giugno 2025

Riceviamo e pubblichiamo il quinto resoconto dal monitoraggio in frontiera sulle violente dinamiche di controllo del confine attuate tra Ventimiglia e Mentone dalle polizie francese e italiana.
Per leggere i precedenti report sul monitoraggio in frontiera:
report marzo-aprile 2025
report febbraio-marzo 2025
report novembre-gennaio 2025
report ottobre-novembre 2024

Il testo originale è in inglese.
(English version below)

Questa breve cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi di frontiera e dai suoi agenti alla frontiera interna tra Francia e Italia, sul Mar Mediterraneo, è un resoconto incompleto e ben contestuale. Rappresenta la situazione dal punto di vista di persone che osservano (spesso bianche) con cittadinanza europea e, di conseguenza, tralascia innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che lottano e resistono per la libertà di movimento. È quindi un quadro molto parziale e limitato della situazione, che esclude le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM) e dei sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).
Anche i numeri dei respingimenti e degli episodi qui citati, rappresentano solo una panoramica momentanea della situazione alla frontiera – non riflettono i numeri dei respingimenti che osserviamo durante i monitoraggi regolari (attualmente circa 30 al giorno), né descrivono in modo adeguato tutti gli episodi di violenza che osserviamo a questa frontiera.

28 aprile

In questa giornata, otto persone vengono respinte dalla Francia all’Italia senza avere accesso a un interprete che fornisca informazioni sulla procedura a cui sono sottoposte, né informazioni sui loro diritti durante la custodia. Tra loro vi è una persona minorenne che avrebbe avuto diritto a un posto sicuro dove stare in Francia. Fino a tarda sera, altre tre persone restano in stato di fermo presso la stazione di polizia, dove vengono interrogate per ore riguardo al loro percorso di viaggio.

5 maggio

Durante tutto il mese di maggio 2025, il numero di persone in movimento che arrivano in Italia è stato il più alto degli ultimi 15 mesi. Di notte, le celle nel seminterrato della stazione di polizia di frontiera francese sono affollate di persone in attesa del respingimento. Inoltre, le autorità locali di Ventimiglia continuano ad annunciare lo sgombero dei precari luoghi di riparo delle persone in movimento e dei sans-papiers sotto il ponte.

In questa giornata, la polizia francese entra più volte in territorio italiano (anche in borghese con diverse auto civili della polizia). Inoltre, una persona in possesso di documenti di viaggio validi subisce un controllo razzista sul treno per la Francia e viene respinta in Italia.

6 maggio

Mentre nove persone in movimento vengono arrestate in Francia e respinte in Italia, la stazione di polizia francese rimane ancora affollata di persone in movimento in stato di arresto. Due di queste nove persone ricevono un decreto di espulsione dall’Italia (e dall’intera area Schengen) da parte della polizia italiana. Per poter restare in Europa in sicurezza, ora dovrebbero affrontare una lunga e logorante procedura giudiziaria, per la quale al momento non hanno né le energie né le risorse necessarie.

12 maggio

Tra le tre persone respinte dalla Francia all’Italia vi è una persona nata in Italia che, nonostante abbia vissuto lì per tutta la vita, non ha mai avuto accesso a documenti di viaggio che la proteggano dalle pratiche di respingimento della polizia di frontiera francese.

15 e 21 maggio

In entrambe queste giornate, almeno dieci persone respinte non hanno avuto accesso a un interprete durante la procedura di respingimento.

22 maggio

Tra le persone respinte dalla Francia all’Italia vi è un uomo fermato vicino alla città di Nizza in autostrada e posto in stato di fermo. Quando chiede ai poliziotti francesi informazioni sui suoi diritti (accesso alla traduzione, informazione sui diritti, verbale della procedura a cui è sottoposto – procès verbal…), gli viene semplicemente detto di firmare il foglio di espulsione (arrêt de réadmission). Quando rifiuta, gli agenti gli dicono che ora è in custodia (garde à vue). Viene poi rilasciato e respinto in Italia alcune ore dopo, con un foglio di espulsione firmato da qualcuno in caserma al posto suo.

26 maggio

Tra le 14 persone respinte in un breve lasso di tempo ci sono sette minorenni. Tutti avevano trascorso la notte in cella. Nessuno di loro parla francese, la maggior parte non capisce l’inglese. Non hanno avuto accesso a nessun interprete. Uno di loro ha un documento che attesta che è stato salvato in mare nel Mediterraneo quattro giorni prima e che ha 17 anni. Sulla carta di espulsione della polizia francese, però, è stata scritta l’età di 19 anni, che non è corretta. Racconta di aver mostrato il documento del salvataggio ai poliziotti, che hanno semplicemente deciso di ignorare lo status di protezione che gli spetterebbe come minorenne.

9 giugno

Durante un breve lasso di tempo, dieci persone vengono respinte questo giorno. Quattro di loro erano state arrestate nel centro di Mentone. Tutti e quattro si sono visti sequestrati i telefoni cellulari dalla polizia. Raccontano di aver protestato, ma sotto la pressione degli agenti non hanno avuto scelta. Hanno visto che la polizia annotava i numeri di serie dei telefoni e inseriva dei codici (senza poter vedere
cosa facevano esattamente). Non hanno ricevuto alcuna documentazione scritta della procedura, né vi è menzione della violazione della loro privacy sui fogli di espulsione, il che li priva della possibilità di presentare reclami futuri.

10 giugno

Anche in questo giorno le persone respinte dalla Francia all’Italia erano state fermate in un controllo razzista nel centro di Mentone.

11 giugno

Durante un vertice nella città di Nizza, la stazione di Nice St. Augustin è piena di polizia antisommossa (CRS) e gendarmeria che effettuano controlli razzisti sui passeggeri fermi e stretti in un imbuto. Le persone fermate, controllate e trattenute pubblicamente sono state costrette a fornire il PIN dei loro telefoni e, una volta sbloccati, la polizia ha scattato foto del contenuto dei dispositivi e li ha confiscati temporaneamente. Nessuno di loro ha ricevuto documentazione della procedura, il che li priva della possibilità di presentare denuncia per la violazione dei propri diritti.

16 giugno

Le quattro persone respinte dalla Francia all’Italia la mattina di questo giorno avevano passato la notte in cella senza riuscire a dormire a causa del caldo. La notte insonne si aggiunge allo stato di angoscia in cui si trovano al momento del respingimento in un paese dove non hanno alcun legame e dove non avevano intenzione di fermarsi.

17 giugno

Mentre l’insediamento precario sotto il ponte di Ventimiglia è ancora minacciato di sgombero, lasciando le persone senza un luogo dove riposarsi, alcune delle persone arrestate dalla polizia di frontiera francese vengono trattenute fino a due notti.
In questa giornata, tra le cinque persone respinte in breve tempo oltre la frontiera franco-italiana, una di esse racconta che la polizia francese ha preso e ispezionato il contenuto del suo telefono. Non riceve alcun documento che certifichi il respingimento o l’arresto né dalla polizia francese né da quella italiana, e si ritrova bloccato nella città di Ventimiglia, dove non era mai stato prima.

english version

This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterranean Sea is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of (often white) observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents).
Also the numbers of push backs and incidents cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularly monitoring at the border (currently about 30 per day), nor do they adequately picture all violent incidents that we observe at this border.

28th of April

On this day eight people are pushed back from France to Italy without seeing a translator providing information about the procedure they are being subjected to and without information about their rights in custody. Amongst them is one person who is underage and would have had the right to a safe place to stay in France. Until the late evening three other people are still being held in the police station where they are being interrogated about their travel route for several hours.

5th of May

During all of May 2025 the number of people on the move arriving in Italy is the highest since 15 months. At night the cells in the basement of the french border police station are crowded with people awaiting their pushback. In addition the local authorities of Ventimiglia keep announcing the expulsion of the precarious sleeping places of people on the move and people without papers under the bridge.

On this day french police is driving (also in several civil police cars) several times into the italian territory. Also one person who is in the possession of valid travel documents is being subjected to a racist police control on the train to France and pushed back to Italy.

6th of May

While nine people on the move are being arrested in France and pushed back to Italy, the french police station is still crowded with people on the move who are still under arrest. Two of the nine people on the move are being given an expulsion from Italy (and from the entire Schengen zone) by the Italian police. In order to remain safe in Europe they would now have to go through a draining juridical procedure for which they lack the necessary energy and resources at this point of their
journey.

12th of May

Amongst the three people who are being pushed back from France to Italy one person is born in Italy and despite living there all his life never had access to the travel documents that would keep him safe from the pushback practices of the french border police.

15th and 21st of May

On both of these days at least ten people who were pushed back had no access to translation during the pushback procedure.

22nd of May

Amongst the people pushed back from France to Italy is a man who was stopped near the city of Nice on the highway and taken into custody. When he asks the french police about his rights in custody (to have access to translation, to be informed about his rights, to receive a written account of the legal procedure he is being subjected to (procès verbal), …) they simply tell him to sign the expulsion paper (arrêt de readmission). As he refuses to sign he is being told by the french police officers that he is now under arrest (garde à vue). He is released from the french police station and pushed back to Italy several hours later with an expulsion paper that somebody in the police station had signed for him.

26th of May

Amongst the 14 people pushed back in a short period of time during this day are seven minors. All of them had spend the night in the police cell. None of them speak french, most of them do not speak or understand english. They had no access to translation. One of them has a paper stating that he was saved in a sea rescue operation in the Mediterranean a four days ago and that he is 17 years old. On the expulsion paper that he was given by the french border police he was assigned the age of 19 which is not true. He claims to have showed the paper from the rescue operation to the french police who simply decided then to erase the status of protection that he would have a right to as a minor.

9th of June

During a short period of time on this day ten people are being pushed back. Four of them had been arrested in the city center of Menton. All of these four people had their phones taken away from them by the police officers. They report that they disagreed with their phones being taken away from them but under the pressure exerted by the police officers they had no choice. They have witnessed that the french police noted the serial number of their phones and typed a code into their phone (they could not see what the police did exactly). They do not receive a written account of the legal procedure they have been subjected to and on their expulsion papers there is no mention of the intrusion into their privacy which is depriving them of the possibility to complain and act against this infraction in the future.

10th of June

Again, on this day the people who are being pushed back from France to Italy have been arrested in a racist police control in the city centre of Menton.

11th of June

During a summit in the city of Nice the train station of Nice St. Augustin is crowded with riot police (CRS) and gendarmerie units subjecting passengers to racist police controls in a bottleneck of the station. The people who are stopped, held and controlled in public are being put under pressure by the police to give them the PIN code of their phones and, once the phones were unblocked, the police officers proceeded to take pictures of the content of the temporarily confiscated phones. None of the persons who were subjected to this procedure in public received any documentation of this procedure which is depriving them of the possibility to complain against this infraction of their rights.

16th of June

The four people who are pushed back from France to Italy in the morning of this day had spend the night in the french police cell where none of them was able to get any sleep because of the heat. The sleepless night that they were forced into adds on to the distress in which they find themselves when being pushed back to a country in which they have absolutely to connections or ties and where they never intended to stay.

17th of June

While the precarious settlement under the bridge in Ventimiglia is still threatened to be expulsed leaving people with absolutely no place for rest, people arrested by the french border police partly experience detention up to two nights.
On this day, amongst the five people who are being pushed back across the french-italian border within a short period of time, one person reports that the french police had taken and accessed the content of his telephone. He is not given any papers documenting his pushback and arrest neither by the french nor by the italian police and is stranded in the city of Ventimiglia where he has never been to before.

Quanto pesano i fiori?

Riceviamo e pubblichiamo una preziosa testimonianza su una giornata di lavoro tipo nell’industria dei fiori nell’entroterra ventimigliese per la raccolta delle mimose che vengono vendute e regalate per l’otto marzo. Ogni ulteriore commento è superfluo: buona lettura.

Quanto pesano i fiori?

Nebulose di globi pulsanti, esplosioni vibranti, straripano da una carezza incensata in un viaggio tra cosmi e dimensioni.
[Il capo] “Metti insieme rami in mazzi da 200 grammi.”
[Io pensando] -Quanto saranno 200 grammi di mimosa?
Ecco, quasi, forse un rametto in più
Non avevo mai pensato che i fiori possano essere pesati.
[Il capo] “Ora lega insieme due mazzetti con l’elastico e poi due da cinque.
Metti il codice a barre intorno agli steli.”

[Il capo] “Tagliati la barba sabato,
se rimani con questa barba lunga fai paura,
sembri uno del tuo paese,
sembri un bangladesh.
Tu vuoi essere solo un bangladesh
o vuoi essere un italiano?”

[Il capo] “Prendi due rami belli e li metti al centro poi ne aggiungi altri scalando.
Giri dall’altro lato e fai la stessa cosa.
Ecco qui ne nascondi un paio brutti che fanno peso.
Ma non hai visto che questi sono rossi?
Butta butta.
Falli belli che se non mi pagano non ho i soldi per pagare voi.”

[L’operaia] “Dal vicino pagavano 6 euro l’ora,
quest’anno hanno aumentato a 6,50.
Il capo mandava gli operai a rubare dai vicini,
tanto erano tutti albanesi o moldavi,
e gli diceva che se fosse arrivato qualcuno
avrebbero dovuto rispondere “Io no parlare italiano”

[La moglie del capo] “Via le foglie più basse,
il manico dev’essere pulito.
Questo mazzo è un po’ abbondante,
tocca togliere qualcosa.
Attenta che i gambi siano in pari.
Non tagliare dopo aver pesato.”

[L’operaia] “Lì i contenitori il capo te li lancia
e sua moglie di prima mattina ti urla
“E muovetele quelle mani!”
E se a casa hai figli a cui dar da mangiare che cosa gli dici?
Niente. Non gli dici niente.
E se lavori dodici ore al giorno i figli non li vedi nemmeno.”

[Il capo] “Leva le foglie fino ai fiori.
Questi sono rossi. Butta butta.
Togli, butta.
Taglia, butta.
Togli, butta.
Taglia, butta, butta, butta, butta.”

[Il capo] “Sei stanca?
Hai lavorato già troppo in campagna per essere una ragazza.
Sai che cosa vuol dire belin?
La prima cosa che si impara venendo in Liguria.
La prima cosa che conoscono le ragazzine.
Le donne si scandalizzano ma intanto gli piace mangiarselo.”

Non lo sapevate che nella paga oraria è incluso l’obbligo di ascolto di opinioni vuote, volgarità urlate?

Il padrone, l’oppressore, ha bisogno di costruirsi una buona immagine da presentare al di fuori ma soprattutto dentro di sé:
è lui che paga più di chiunque altro nella zona,
è lui che pagandoci così tanto a fine giornata non gli rimane niente,
è lui che è così onesto che ha troppe tasse da versare,
è senza di lui che il povero immigrato non saprebbe che fare.
Ha bisogno di sentirsi indispensabile per l’Altro, l’inferiore, quando è proprio quell’altro ad essere indispensabile per lui.

Con ciuffi bianchi ovunque rincorre il lavoro alla disperata ricerca di un senso nella vita vuota. Si aggrappa all’illusione di sentirsi utile:
Producendo
Consumando
Consumandosi.

E poi si arrovella per comprendere la mancanza di docilità, di servilismo, in quelli che pensa inferiori. Non coglie la ribellione al sistema che custodisce, che accresce, nonostante sia incapace di nominare:
[Il capo] “Colo… Cosa?”
[Io] “C O L O N I A L I S M O”
Ma tranquillo, la ribellione arriverà.
La ribellione è già.

Chissà se, come i fiori… Secondo voi quanto pesa la coscienza? Quanto pesa l’umanità che siamo capaci di nutrire e mantenere viva dentro di noi?

Dal confine: monitoraggio in frontiera febbraio-marzo 2025

Riceviamo e pubblichiamo il terzo resoconto dal monitoraggio in frontiera delle violente dinamiche di controllo attuate al confine tra Ventimiglia e Mentone. Per i precedenti report sul monitoraggio al confine: report ottobre-novembre 2024; report novembre-gennaio 2025

Il testo originale è in inglese.

(English version below)

Introduzione:

Questa breve cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi del confine e dai suoi agenti della frontiera europea interna tra Francia e Italia sul Mar Mediterraneo …

… è un resoconto incompleto e situato. Fotografa la situazione dal punto di vista di persone osservatrici (spesso bianche) con cittadinanza europea e quindi tralascia gli innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che lottano per la propria libertà di movimento. È un’immagine molto parziale e limitata della situazione, che tralascia le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM, people on the move) e da quelle sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).

Anche i numeri dei respingimenti e degli incidenti qui descritti sono semplicemente momentanee della situazione al confine – non rappresentano il numero di respingimenti che osserviamo regolarmente durante il monitoraggio alla frontiera (attualmente circa 30 respingimenti al giorno), né rappresentano adeguatamente tutti gli episodi di violenza che osserviamo al confine.

Monitoraggio in frontiera febbraio-marzo 2025
3 febbraio

Una donna incinta che vive a Parigi stava tornando a casa dall’Italia.
Quando è arrivata a un controllo di polizia alla frontiera, ha spiegato di dover tornare a casa per una visita medica, e ha anche mostrato la sua tessera di assicurazione sanitaria francese e i documenti per la visita medica alla polizia. La polizia l’ha presa in custodia e si è tenuta tutti i documenti che lei aveva mostrato loro e che dimostravano la sua residenza in Francia. Quando la donna ha chiesto alla polizia di riavere i documenti, questi si sono rifiutati e le hanno detto che “doveva restare con il suo uomo”. La donna è stata riportata in Italia con diverse altre persone quel giorno. La polizia non le ha fornito una documentazione sul respingimento. Né le hanno dato le sue carte che si sono tenuti e han rifiutato di restituirle. La donna si è vista togliere dalla polizia ogni prova della sua residenza in Francia. Non si tratta di un singolo caso isolato, ma purtroppo è una pratica regolare della polizia al confine.

5 febbraio

Una persona tra quelle che sono state respinte in Italia dalla polizia di frontiera in quel giorno aveva trascorso due giorni nella stazione di polizia di Nizza. Non gli è stata fornita alcuna documentazione o spiegazione scritta per la sua detenzione.

11 febbraio

Due minorenni vengono respinti in Italia dalla polizia, anche se sarebbe stato loro diritto legale rimanere in Francia.

20 febbraio

Tra le persone che sono state respinte dalla Francia verso l’Italia quel giorno c’erano due amici che hanno aspettato a lungo che una terza persona, incontrata durante il viaggio, uscisse dalla stazione di polizia dopo di loro. Le persone che sono state respinte più tardi hanno solo visto il suo zaino rosso e nero alla stazione di polizia (portato da un poliziotto in un’altra stanza), ma non la persona in sé. I due amici hanno rinunciato ad aspettare dopo ore, poiché non avevano né il nome né il numero di telefono della persona che era scomparsa nella stazione di polizia. Quel giorno la persona a cui apparteneva lo zaino rosso e nero non è uscita dalla stazione di polizia.
È impossibile ricostruire ciò che la polizia ha fatto a quella persona… Questo è solo uno dei tanti esempi di persone che scompaiono violentemente nel tentativo di attraversare il confine e che troppo raramente vengono documentati.

24 febbraio

La polizia di frontiera francese insulta verbalmente le persone che ha rinchiuso in cella e che sta respingendo in Italia.

27 febbraio

Nella stazione della polizia di frontiera francese uomini, donne e altre persone che hanno dovuto passare la notte lì prima di essere rimpatriate sono state messe tutte insieme in un’unica cella. Nessuna separazione tra i generi. Inoltre la polizia ha esercitato pressioni sui detenuti durante un interrogatorio.

5 marzo

Nella stazione di polizia di Nizza una POM è stata ammanettata per per alcune ore senza alcuna spiegazione. Ha dovuto trascorrere dieci ore in diverse stazioni di polizia finché non è stata respinta sul lato italiano. Nessuno di coloro che sono stati respinti in Italia è stato informato dei propri diritti durante la detenzione quel giorno.

7 marzo

Da cosa dipende un passaggio sicuro? Per una donna arrestata dalla polizia al confine, da un involucro di plastica mancante nel suo valido permesso di viaggio. La polizia le ha detto che il documento non era valido senza l’involucro di plastica e che doveva andare in cella con loro. Qui le è stata negata l’acqua durante la permanenza nella stazione di polizia.

Un’altra persona ha detto chiaramente alla polizia di frontiera quando è stata arrestata in Francia che voleva chiedere asilo qui, ma viene semplicemente ignorata e rimandata in Italia. Non si tratta affatto di un caso isolato.

English version

This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterannean Sea …

… is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of (often white) observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents).
Also the numbers of push backs and incidents cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularily monitoring at the border (currently about 30 per day), nor do they adequately picture all violent incidents that we observe at this border.

3rd of February

A pregnant woman living in Paris was travelling back home from Italy. When she got in a police control at the border, she explained that she needs to go home for a medical appointment, even showed her French health insurance card and the documents for the medical appointment to the police. The police took her into custody and kept all the documents which proved her residency in France that she had showed to them. When she asked the police to get the documents back they refused and told her that she “should stay with her man”. The woman was bushed back to Italy with several other people on that day. The police did not provide her with any documentation about the pushback. Neither did they provide her with a documentation of her papers that they have kept and refused to give back to her. The woman had every proof of her residency in France taken off her by the police. This is not an isolated single case but sadly a regular police practice at this border.

5th of February

One person among those who were pushed back to Italy by the border police on that day had spent two days in the police station in Nice before. He was not given any documentation or written explanation for his detention.

11th of February

Two minors are pushed back to Italy by the police although it would be their legal right to stay in France.

20th of February

Amongst the people who were pushed back from France to Italy on that day are two friends who were waiting long time for a third person whom they met on their journey to come out from the police station after them. The people who were pushed back later just saw his red and black backpack in the police station (being carried by a policeman to another room) but not the person itself. The two friends gave up waiting after hours since they had neither the name nor the phone number of the person who disappeared in the police station. On that day the person to whom the red and black backpack belonged did not come out of the police station. Impossible to trace what the police has done to that person … This is only one of many examples of people violently disappearing in their attempt to cross this border that are too rarely put on the record.

24th of February

French border police is verbally insulting people they locked in a cell and are pushing back to Italy.

27th of February

In the french border police station men, women and others who had to spend the night there before being pushed back were all together put in one cell. No separation of genders. Also the police exerted pressure on detainees during an interrogation.

5th of March

In the police station in Nice a person on the move was handcuffed for some hours without any explanation. He had to spend ten hours in different police stations until he got pushed back on the Italian side. Nobody of the people pushed back to Italy was informed about their rights in custody on that day.

7th of March

What does a safe passage depend on? For a women arrested by the police at the border on a missing plastic wrapper for her valid travel permission. The police told her that the document was not valid without a platic wrapper and that she had to go to the police cell with them. Here she was denied water during her time in the police station.

Another person clearly telling the border police when arrested in France that he wants to claim asylum here, is simply ignored and pushed back to Italy. This is not a singular case at all.

Per Moussa e Ousmane, contro tutti i CPR

Moussa Balde, 22 anni, nasce nel 1998 in Guinea. Nel maggio 2021 muore in isolamento nel centro per rimpatri di Torino. Due settimane prima aveva subito un linciaggio ad opera di tre uomini italiani nelle strade di Ventimiglia, ricevendo in cambio un decreto di espulsione dall’Italia.

Ousmane Sylla, 21 anni, nasce nel 2002 in Guinea, nel 2024 muore rinchiuso nel centro per rimpatri di Roma. Due mesi prima aveva denunciato maltrattamenti e violenze nella casa famiglia presso cui era in accoglienza a Cassino, ricevendo in risposta un decreto di espulsione dall’Italia.

Ormai in tantx conoscono la storia dei due ragazzi guineani. Ma ripercorrere i loro ultimi mesi di vita in Italia ci aiuta a capire meglio dove siano collocate le colpe di queste due morti e dove indirizzare una lotta che chieda non solo verità e Giustizia per loro (non la giustizia dello stato che ha buttato Moussa in isolamento anzichè proteggerlo come testimone del suo stesso pestaggio. O quella che ha portato Ousmane dritto in un cpr anziché offrirgli sostegno per aver denunciato abusi e corruzione nel sistema dell’accoglienza) ma soprattutto che promuova lo smantellamento e la distruzione di tutti i CPR con ogni mezzo possibile e necessario. Da dentro, da fuori, da ovunque si riescano ad attaccare questi lagher.

La riapertura delle frontiere, la fine delle politiche criminali con cui la “fortezza europa” gestisce i confini e porta la gente a morire continuamente, non devono essere considerate utopie. Ma battaglie concrete che portino passo dopo passo a rimettere la solidarietà prima dello sfruttamento e le vite delle persone sopra al denaro. Chiedere il conto di queste morti, indicarne i responsabili e attaccare i dispositivi di annientamento di altri esseri umani è un percorso reale che possiamo e dobbiamo portare avanti.

Per queste ragioni le famiglie Sylla e Balde sono arrivate a Roma a inizio febbraio. La sorella e il fratello di Ousmane e la madre, il fratello e la sorella di Moussa sono qui per ripetere che non si arrenderanno ai soprusi che gli hanno ammazzato i figli. Con grande forza e determinazione hanno deciso non solo di venire a seguire nei tribunali i percorsi giuridici legati alla morte dei loro parenti, ma anche di assumersi un intenso viaggio che toccherà più città attraverso l’Italia per incontrare chiunque voglia ascoltare la loro testimonianza e proseguire una lotta contro confini e cpr.

Quando Moussa perse la vita a Torino, Thierno Balde, già in Italia per il processo contro i tre miserabili che hanno massacrato suo fratello in mezzo alla strada a Ventimiglia, disse: sono qui perchè non debba mai più succedere a nessuno quello che è successo a Moussa.

E invece è successo di nuovo.

Dobbiamo unire ancora più voci e ancora più mani per sostenere le voci e le mani di chi paga questo sistema sulla propria pelle.

Mettere in gioco i nostri privilegi e sfidare il progressivo aumento di leggi e decreti che colpiscono chiunque combatta le ingiustizie, le frontiere, le carceri, i centri di espulsione per migranti è una scelta che non può essere rimandata.

Ousmane e Moussa non sono dati virtuali nella narrazione mediatica. Sono corpi reali finiti in una bara e sogni annichiliti a vent’anni che lasciano affetti straziati e vite interrotte. Sono cappi alle sbarre per uscire da una prigionia di cui non vedevano la fine che interrogano le nostre coscienze.

Abbiamo già fatto tanto, tutte e tutti assieme, unendo gli sforzi e le energie per permettere alle famiglie di affrontare le spese dei visti, del viaggio tra Guinea e Senegal dove si trova l’ambasciata italiana, della permanenza a Dakar in attesa della partenza, dei voli per arrivare in Italia e tornare a Conakry, i costi di vitto e alloggio per l’intero mese di permanenza in Italia e tutte le spese di spostamento tra le tante città e realtà pronte ad accoglierle.

Ma la sfida non finisce sostenendo questo importante viaggio e ascoltando le parole dei familiari di Ousmane e Moussa.

Piuttosto, da qui si deve ricominciare. Dalla minaccia del nuovo decreto “sicurezza” in attesa di approvazione, dalla promessa di aprire un cpr in ogni regione (nella regione da cui scriviamo, a un’ora di distanza da Ventimiglia sono iniziati lavori di ristrutturazione nell’ex caserma Camandone di Diano Castello, dove si minaccia da un anno l’apertura di un cpr), dall’ostinazione di portare avanti centri di reclusione e tortura in territori extraeuroopei, dall’ennesimo ragazzo trovato morto a gennaio alla frontiera di Ventimiglia, caduto in mare mentre cercava di passare il confine dagli scogli dei Balzi Rossi.

Allungate voi che leggete la lista di ciò che non si può ulteriormente sopportare:

c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ci vediamo al tribunale di Torino il 12 Febbraio ore 9 per l’inizio del processo per omicidio colposo contro ex medico ed ex direttrice del cpr torinese, dipendenti privati dell’azienda multinazionale francese Gepsa.

Non confondiamoci: i colpevoli sono tanti, tanti di più.

Ma quelli che rappresentano lo stato sono abili a non rendere mai conto del sangue sulle loro mani.

Una seconda indagine parallela a quella per l’omicidio colposo di Moussa Balde, scaturite entrambe in seguito alla sua morte, ha infatti portato a un’accusa per sequestro di persona contro il personale del cpr ma soprattutto contro poliziotti e dirigenti dell’ufficio immigrazione di Torino, responsabili della vigilanza nel centro di espulsione. Il reato contestato era l’uso continuativo della sezione di isolamento denominata “ospedaletto”, in cui è morto Moussa e altri prima di lui, per aver segregato in quelle gabbie 14 persone per la durata di settimane e mesi nel biennio 2020/2021.

A Novembre 2024, la giudice ha deciso per l’archiviazione di tutte le accuse.

Non perchè effettivamente questi personaggi non abbiano commesso illeciti e abusi, infierendo sui corpi e sulla salute mentale di persone che già si trovavano recluse solo per non avere i giusti documenti. Ma perchè

uno: siccome nel cpr di Torino si era sempre fatto così anche negli anni precedenti, gli imputati in questione non potevano sapere, secondo il tribunale, che stavano compiendo un sequestro di persona.

due: siccome un cpr è terra di nessuno senza leggi o regolamenti (a differenza del carcere), a livello giuridico non si può neanche dire che lì dentro si stessero effettivamente violando delle norme, visto che la detenzione amministrativa è un non luogo dove palesemente tutto è permesso.

Non importa cosa dicono i tribunali: sappiamo benissimo che le morti di Moussa e Ousmane sono due omicidi di stato, visto che prima di morire sono passati tra accoglienze e ospedali, prefetture e questure, polizie e vigilanti, magistrati che hanno firmato decreti di espulsione e medici che ne hanno firmato l’idoneità alla reclusione.

L’appuntamento al tribunale di Torino il 12 è solo uno dei tanti passi che ci aspettano nel cammino di questa lotta: teniamoci aggiornatx. Teniamoci prontx.

Aggiornamenti sul processo per la morte di Moussa Balde

Condividiamo tre contributi rispetto alla situazione processuale per la morte di Moussa Balde, avvenuta nel cpr di Torino nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021, in cui l’ex direttrice e l’ex medico del cpr risultano imputati per omicidio colposo.

Il primo contributo è un documento audio, andato in onda alcuni mesi fa su alcune radio indipendenti, in cui si riassume la storia di Moussa e delle ingiustizie che ha subito fino a restarne ucciso. Il secondo si tratta di una chiamata per raccogliere i fondi necessari per le spese di viaggio per permettere alla famiglia Balde di essere presente alla prima udienza del processo a Torino, il 12 febbraio 2025. Il terzo testo è una lettera della sorella di Moussa, Aissatou Balde.

Per un quadro più completo delle vicende che hanno portato il giovane guineano a togliersi la vita, prima picchiato a Ventimiglia e poi rinchiuso nel cpr torinese, rimandiamo ai precedenti articoli pubblicati su questo sito:

https://parolesulconfine.com/nessun-perdono-perche-sanno-quello-che-fanno_-per-moussa-balde-contro-i-cpr/

https://parolesulconfine.com/contro-il-razzismo-e-i-cpr-per-moussa-balde/

https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-morto-di-razzismo/

https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-la-sua-famiglia-non-sono-soli/

Contributo audio sulla vicenda di Moussa:

Podcast sull’affare Moussa Balde

Testo pubblicato sulla piattaforma Papayoux_solidaritè per una campagna di crowdfunding a sostegno della famiglia Balde:

AIUTIAMO LA FAMIGLIA BALDE A PARTECIPARE AL PROCESSO DEL 12.02 E AD UNIRSI ALLA LOTTA CONTRO I CPR

Stiamo raccogliendo fondi per permettere alla sorella, al fratello e alla madre di Moussa Balde di essere presenti alla prima udienza del processo per omicidio colposo contro due dipendenti del centro per rimpatri di Torino in cui Moussa ha trovato la morte. L’udienza si terrà a Torino il 12 febbraio. 
I familiari sono rappresentati dai legali Gianluca Vitale e Laura Martinelli. 
I fondi servono per pagare le spese di viaggio dalla Guinea e i costosissimi visti per l’Italia, oltre alle spese di soggiorno.
Durante il loro periodo in Italia i familiari vorrebbero intervenire attivamente in diversi eventi di contestazione ai CPR in Pemonte e in Liguria.

CHI ERA MOUSSA BALDE?

Lui è stato un amico e un compagno, morto nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021 dopo di 10 giorni passati in una cella dell’area d’isolamento, denominata Ospedaletto, del CPR di Torino. Il 9 maggio era stato picchiato a Ventimiglia da tre italiani e dopo un breve ricovero  in ospedale è stato subito richiuso nel centro di detenzione, ignorando le sue gravi condizioni fisiche e psicologiche in conseguenza del pestaggio. Moussa, originario della Guinea, è stato detenuto in quanto persona non-europea e irregolare sul territorio, e per questo è morto rinchiuso in una cella. La morte di Moussa non è stata nè “fatalità” nè il frutto di una catena di inadempienze, ma la conseguenza del razzismo strutturale del sistema in cui viviamo.

Per leggere di piu sui processi e la sua storia, si puo visitare questo blog (in Italiano) alla categoria “Moussa Balde” https://parolesulconfine.com/ > Moussa Balde

ORA

Il 12 Febbraio a Torino, si terrà l’udienza preliminare del procedimento per omicidio colposo a carico della ex direttrice del CPR e del medico direttore sanitario della struttura all’epoca della morte di Moussa Balde. 
Nel febbraio 2023, la CPR in corso Brunelleschi è andato a fuoco ed è rimasto chiuso fino ad ora. Eppure sta per riaprire.

Tra giugno 2019 e dicembre 2022, dieci persone hanno perso la vita mentre erano tenute in detenzione amministrativa. All’inizio di febbraio 2024, il giovane Ousmane Sylla, che si rivela essere un vicino e amico della famiglia Balde, si è suicidato nel CPR di Roma.

La presenza della famiglia è essenziale non solo per questa procedura legale contro questa particolare struttura, è anche importante per dare forza a un movimento largo contro l’apertura di una di queste prigioni in Liguria (come a Diano Marina) e in ogni regione italiana.

CONTRO LA RIAPERTURA DEL CPR DI TORINO, DOVE MOUSSA BALDE E’ MORTO

CONTRO I CPR

PER LA LIBERTA DI MOVIMENTO

GIUSTIZIA PER MOUSSA

Lettera della sorella di Moussa:

Ciao a tutti. Mi chiamo Balde Aissatou, sorella maggiore di Moussa Balde. Oggi sono qui per parlarvi di mio fratello minore Moussa Balde.

Quando era molto giovane, Moussa aveva una sola ambizione: lavorare sodo per mantenere la sua famiglia fuori dalla povertà, soprattutto nostra madre. Quando era un giovane studente, ogni volta che sua madre si alzava alle 5 del mattino per andare al mercato, lui si alzava per accompagnarla al mercato e aiutarla nel lavoro al ristorante. Da lì partiva per andare a scuola. Così un giorno, mentre discutevamo in famiglia, ci ha detto: “dopo le elezioni del 2015 ho intenzione di lasciare questo paese e andare in Europa, anche se dovrò attraversare il mare. Forse lì riuscirò a guadagnarmi da vivere meglio che qui”. Ma data la sua giovane età, gli abbiamo detto di non rischiare la vita per l’Europa.

Ma lui non ci ha ascoltato e nel 2016 ha deciso di lasciare il paese, senza mai dire a nessuno del suo viaggio. Eravamo molto preoccupati e ci chiedevamo dove potesse essere. Quando abbiamo contattato i suoi amici, ci hanno detto che Moussa si trovava a Bamako, in Mali, e da lì aveva attraversato il deserto per raggiungere l’Algeria. Da aprile 2016 a settembre 2016 è riuscito a cavarsela lavorando come manovale in aziende edili, gtrazie al sostegno del fratello maggiore, Thierno Hamidou, che studiava lì.

Durante questo periodo la sua famiglia ha fatto di tutto per convincerlo a tornare in Guinea, perchè noi, la sua famiglia, non avevamo mai appoggiato il suo progetto di attraversare la Libia per raggiungere l’Italia, ma lui era determinato a farlo. Quando ho cercato di convincerlo a tornare, mi ha detto: “Diadia (sorella maggiore), prega per me. So cosa sto facendo, è l’unico modo per aiutare la mia famiglia, soprattutto mia madre. Non faccio nulla senza rifletterci, quando arriverò a destinazione, visto che ho memorizzato il tuo numero, ti contatterò. Auguratemi buona fortuna e soprattutto non parlarne con mia madre, in modo che non si preoccupi, perchè il suo stato di salute non permette troppo stress”.

Quando è arrivato in Italia mi ha contattato. All’inizio tutto andava bene, comunicava bene con noi nonostante avesse qualche difficoltà in quanto immigrato senza documenti. Infine, con l’avvicinarsi della sua aggressione a Ventimiglia, abbiamo avuto difficoltà a tenerci in contatto con lui e quindi abbiamo cercato di aumentare i contatti con i suoi amici in Italia e in Francia per avere sue notizie. Il 23 maggio 2021 uno dei suoi amici ci ha contattato per informarci che nostro fratello Moussa Balde era morto in un centro di detenzione a Torino nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021.

Grazie a voi per aver dedicato tempo ad ascoltare una parte della sotria di Moussa.

Che la sua anima riposi in pace.

Nessun perdono, perché sanno quello che fanno_ per Moussa Balde, contro i CPR

Riceviamo e pubblichiamo il seguente contributo, un aggiornamento circa l’inizio dei processi penali per reati commessi nella gestione del CPR di Torino. Le indagini furono avviate nel 2021 in seguito alla morte per suicidio del giovane Mamadou Moussa Balde. Nel marzo 2023 il centro per rimpatri di Torino è stato chiuso per inagibilità delle strutture in seguito alle rivolte dei reclusi. Da mesi se ne annuncia l’imminente riapertura. (per info sui passaggi precedenti qui e qui)

Esprimiamo totale solidarietà alle persone colpite dall’orrore dei CPR e a tutte le persone che ne hanno permesso la chiusura, così come a tutte coloro che lotteranno per impedire che questo ed altri CPR vengano aperti.

Nessun perdono, perché sanno quello che fanno_ per Moussa Balde, contro i CPR

Ci siamo: a quasi tre anni dagli eventi stanno per iniziare al tribunale di Torino i processi nati dalle indagini per la morte di Moussa Balde, il ventiduenne originario della Guinea che si era impiccato nella sezione di isolamento “ospedaletto” nel CPR di Torino nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021, dove era stato rinchiuso dopo aver subito un brutale pestaggio nelle strade di Ventimiglia pochi giorni prima. Per quella violenta aggressione a Gennaio 2023 sono stati condannati a due anni per lesioni aggravate i tre ventimigliesi che avevano preso a sprangate Moussa davanti a un supermercato in centro città.

Il secondo capitolo di questa storia di insopportabile razzismo italiano si era scritto con la peggiore delle conclusioni nel cpr di Torino, dove Moussa era stato trascinato a poche ore dal pestaggio, le ferite ancora fresche sul volto, negato il diritto di farsi testimone della sua stessa aggressione, inabissato in una sezione di isolamento abusiva persino per un posto già extra legale quale è il CPR, la sua presenza nel centro negata ripetutamente dal personale di servizio agli avvocati che lo stavano cercando. Poi il suicidio nella notte, in quelle celle definite “gabbie dello zoo” anche dalle autorità che dovrebbero esserne responsabili.

A seguito di questi eventi si è ritenuto opportuno dimostrare che qualcosa veniva pur fatto per porre rimedio. Così si sono aperte le indagini su due livelli: il primo strettamente legato al suicidio, che si profila essere, con una più corretta descrizione degli eventi, un omicidio colposo; il secondo rappresenta invece un’indagine più allargata sull’uso illecito della sezione di isolamento “ospedaletto” nel CPR di Torino, che ha portato a formulare l’accusa di sequestro di persona nei confronti di più attori legati alla gestione del centro, a danno di 14 persone recluse nella struttura tra gennaio 2020 e luglio 2021 e tenute in isolamento per giorni, settimane e in alcuni casi mesi.

Nel dettaglio: Venerdì 1 marzo 2024 alle 9:15, al tribunale di Torino, verrà discussa la richiesta di archiviazione presentata dalla procura per le accuse di sequestro di persona – con corollario variamente distribuito di abuso di potere, falso in atto pubblico, lesioni personali colpose, violazione dei doveri medici, abbandono di incapaci, falso ideologico- a carico della ex direttrice del CPR di Torino, di due medici del centro e di 4 operatori di polizia, tra i quali il dirigente dell’ufficio immigrazione di Torino e l’ispettore superiore di PS in servizio presso il CPR di corso Brunelleschi.

Mercoledì 13 marzo 2024 alle 9:30, sempre a Torino, si terrà l’udienza preliminare del procedimento per omicidio colposo a carico della ex direttrice del CPR e del medico direttore sanitario della struttura all’epoca della morte di Moussa Balde. Nello stesso procedimento è accusato anche l’ispettore capo di polizia assegnato al servizio di vigilanza presso il CPR, che deve rispondere di falso in atto pubblico per aver manomesso le relazioni di servizio richieste come prove nell’indagine per omicidio colposo.

Questi i fatti. Le conclusioni che si possono trarre fanno, se possibile, ancora più rabbia dei fatti stessi. È evidente come lo stato, tramite la procura di Torino, voglia far pagare il conto di una montagna di abusi e violenze esclusivamente ai dipendenti della Gepsa, l’ente privato che aveva in gestione il CPR, mandando loro a giudizio per omicidio colposo e tentando invece di salvare operatori, dirigenti e ispettori di polizia dall’accusa di sequestro di persona. Il procedimento penale sul caso singolo di Moussa troverà effettivamente un seguito nelle aule del tribunale di Torino, ma si cerca di insabbiare con una richiesta di archiviazione il procedimento generale sulla mala gestione del CPR, che renderebbe pubblicamente conto della portata di iniquità che rappresentano i centri per il rimpatrio.

Nel procedimento per sequestro di persona, infatti, emergono una lunga serie di abusi e illeciti operati anche dall’ente gestore ma soprattutto delle forze dell’ordine, sia sottoposti che alti dirigenti. Il ricorso illegale e continuativo all’uso dell’isolamento, in un luogo dove non è prevista per legge la possibilità di ulteriore restrizione della libertà personale -e a seguire la sfilza di falsificazioni, giustificazioni e tentativi dei vari soggetti coinvolti di salvarsi a vicenda dalle accuse- finirà con probabilità in una bolla di niente.

La richiesta di archiviazione viene motivata con una spregiudicata logica d’azzeccagarbugli: non viene affatto negato dalla procura che le persone imputate abbiano commesso il sequestro di persona e tutte le altre sotto accuse. Ma si afferma che tutto questo non può costituire reato perché, semplicemente, così han sempre fatto anche poliziotti, dirigenti, prefetture, questure e agenzie private che hanno avuto in gestione questo come gli altri CPR d’Italia. E se così fan tutti, queste specifiche soggettività finite sotto accusa per i reati commessi tra il 2020 e il 2021 non possono essere davvero colpevoli, perché non sapevano che quello che stavano facendo era illegale.

Sia chiaro: non è nostra convinzione che la giustizia possa passare dai tribunali, né è nostro interesse che un numero maggiore di persone venga portato alla sbarra o condannato per questo o quell’altro reato. Le galere sono luoghi che vanno distrutti e definitivamente aboliti, tutti, che siano le carceri penali o le gabbie della detenzione amministrativa. Allo stesso modo non è nostra intenzione affermare che operatori e operatrici della Gepsa, multinazionale della detenzione per migranti, siano sfortunate persone che meritano solidarietà in quanto destinate a diventare il capro espiatorio di un sistema profondamente marcio quale è il mondo dei centri di espulsione, avendo queste scelto di aderirvi per lucrare sulla pelle di chi è senza i giusti documenti.

Ma le leggi le scrivono loro ed è illuminante vedere l’uso creativo che ne fanno, perfettamente allineato all’ipocrisia di tutto il sistema, cercando di lavarsi dal sangue quelle mani che continuano a causare morti. Non tanto per gridare di indignazione per le capriole logiche che compiono le istituzioni e chi le rappresenta nelle aule di tribunale, atterrando comunque sempre illese e in piedi. Ma perché quegli stessi spergiuri sulla gravità di aver arrecato danno e dolore a così tante persone e sulla necessità di correggere questi soprusi dilaganti, raccontano alla fine l’unica vera storia che a questo stato interessa scrivere:

i CPR sono sbagliati ma ne costruiranno ancora di più.

I CPR sono luoghi di tortura, ma se fin qui si è sempre torturato non è poi tanto un reato continuare a farlo.

I CPR hanno violato l’integrità, la dignità e i diritti di quelle 14 persone (ma sono molte di più) tenute in isolamento per punizione, per discriminazione di credo o orientamento sessuale, per problematiche sanitarie fisiche e mentali, talvolta gravi e reali, tal’altra pure presunte. Come la psoriasi diagnosticata a Moussa, malattia non contagiosa per la quale si è comunque stabilito che dovesse finire all’ospedaletto.

Ma lo stato decide di alzare i tempi di reclusione nei CPR da 3 a 18 mesi.

I CPR hanno ucciso Moussa Balde, prima di lui troppi altri e ancora altri dopo di lui, ma lo stato non se ne ritiene responsabile.

Ultimo di una lista che non vi è alcuna intenzione di fermare è Ousmane Sylla, morto suicida nel CPR di Ponte Galeria nella notte tra il 3 e il 4 febbraio, un altro ventiduenne della Guinea, anche lui distrutto da un sistema che, senza alcuna vergogna, nei tribunali riconosce le proprie colpe e nei tribunali decide anche la propria auto assoluzione. Ousmane Sylla voleva tornare a casa ed era rinchiuso in un centro di espulsione da cui non sarebbe mai tornato a casa, proprio come Moussa, perché l’Italia non ha accordi di rimpatrio con la Guinea: un altro paradosso che racconta la vera identità criminale dello stato e del governo italiano, al di là delle sentenze e dei giochi togati nei tribunali.

Abbiamo saputo della morte di Ousmane Sylla. È davvero triste e deplorevole, possiamo vedere che le stesse cause producono gli stessi effetti. Le autorità italiane devono esaminare a fondo ciò che sta accadendo all’interno di questa prigione, alle condizioni di detenzione e tutto ciò che ne consegue, non sono buone. Altrimenti non ti alzeresti così un mattino decidendo di mettere fine a tutto questo, è difficile da credere, le ragioni devono essere cercate altrove” Thierno Balde, fratello di Moussa.

Per la memoria di Moussa Balde, di Ousmane Sylla e delle altre decine di persone che hanno subito morte e violenza nei centri per i rimpatri

Per portare solidarietà alle loro famiglie, colpite dal dolore causato dall’ingiustizia delle leggi italiane ed europee

Per la libertà di circolazione di tutte e di ciascuno

Per impedire la riapertura del CPR di Torino

Per la distruzione degli altri CPR ancora operativi in Italia

Per l’apertura di tutte le frontiere europee e l’abolizione delle politiche migratore neo-colonialiste

Gli orari degli appuntamenti al tribunale di Torino l’1 e il 13 marzo 2024 sono scritti in questo testo, così come le posizioni e i ruoli dei vari soggetti: ciascuna persona reagisca dove e come ritiene più opportuno.

Solidali di Ventimiglia

Manifestazione in memoria di Moussa Balde. Contro frontiere, razzismo e violenza istituzionale.

Riceviamo e Pubblichiamo la chiamata alla manifestazione di domenica 21 maggio promossa dal Centro sociale La Talpa e L’orologio – Imperia, Progetto 20k – Ventimiglia. 

A seguire pubblichiamo il Report dall’assemblea contro frontiere, razzismo e violenza istituzionale del 30 aprile 2023

 

Manifestazione in memoria di Moussa Balde. Contro frontiere, razzismo e violenza istituzionale.Ventimiglia, domenica 21 maggio 2023 concentramento ore 11 piazzale della stazione

Moussa Balde muore nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021 in una cella dell’area d’isolamento, denominata Ospedaletto, del CPR di Torino. Il 9 maggio era stato pestato a Ventimiglia da tre italiani e dopo essere stato in ospedale venne richiuso nel centro di detenzione, ignorando le sue gravi condizioni fisiche e psicologiche. Moussa, originario della Guinea, è stato detenuto in quanto persona non-europea e irregolare sul territorio, e per questo è morto nel chiuso di una cella. La morte di Moussa non è stata nè “fatalità” nè il frutto di una catena di inadempienze, ma la conseguenza del razzismo strutturale del sistema in cui viviamo.

A due anni di distanza la situazione a Ventimiglia è, per quanto insopportabile ammetterlo, peggiorata ulteriormente. Dopo quasi otto anni di chiusura della frontiera da parte del governo francese, che ha causato la morte diretta di almeno 42 persone e devastato la vita di altre migliaia, la violenza che subiscono le persone in transito continua ad aumentare. Solo negli ultimi due mesi è stata approvata un’ordinanza “antidegrado” che colpisce gli insediamenti informali e le persone che abitano questi luoghi, che va ad aggiungersi ad operazioni di polizia tanto scenografiche quanto violente per chi già è costretto a vivere in condizioni di estrema marginalità.

Nei primi mesi dell’anno sono più di quarantamila le persone che sono sbarcate sulle coste italiane, a dimostrare l’assoluta insostenibilità e insensatezza delle politiche di respingimento in mare volute dal governo Meloni. In questi ultimi giorni, con l’approvazione alla Camera, il cosiddetto Decreto Cutro è diventato legge e questo determinerà un ulteriore peggioramento nelle condizioni di vita e accesso ai diritti per richiedenti asilo e altra forma di protezione. Con la dichiarazione dello stato di emergenza, i finanziamenti contenuti nel PNRR e i nuovi dispositivi di questa legge infame che porta il nome di una strage, il governo Meloni e il suo ministro dell’interno Piantedosi puntano a creare un sistema detentivo di massa che calpesta le legittime aspirazioni di libertà delle persone migranti. Solo cosi’ puo’ essere interpretata la volontà di aprire un CPR in ogni regione e le trasformazioni in atto nel sistema di prima d’accoglienza.

In questo contesto lo stato francese continua a rinforzare il dispositivo di controllo e respingimento alla frontiera interna, riproducendo e dando forza alla violenza razzista e arbitraria delle forze di polizia francesi lungo tutta la linea di confine. A completare questo quadro ci sono poi gli accordi bilaterali che Italia e Francia continuano a siglare con i paesi sull’altra sponda del mediterraneo come Libia e Tunisia, rendendosi di fatto responsabili dell’aumento dei naufragi e dei respingimenti in mare ad opera di guardie costiere e border forces pagate con soldi europei.

Lo scenario per i prossimi mesi alla frontiera italofrancese, per quanto ancora pieno di incognite, non è quindi per nulla rassicurante e richiede l’attivazione di tutte le forze solidali. Non staremo a guardare il razzismo strutturale di questa europa distruggere vite umane senza far nulla! Per questo invitiamo collettivi, movimenti, organizzazioni e singol3 a scendere in piazza con noi per una manifestazione commemorativa, ma anche di rivendicazione, e che sia attraversabile da tutt3, con o senza documenti. Immaginiamo un momento che dia spazio a diverse prese di parola e invitiamo quindi tutt3 a portare le proprie testimonianze, denunce, pensieri e rivendicazioni riguardo cio’ che accade a Ventimiglia e altrove.

Per Moussa Balde e tutte le vittime della violenza razzista delle frontiere! Per la libertà di movimento per tutt3!
Contro frontiere, razzismo e violenza istituzionale!
Per l’abolizione e la chiusura di tutti i CPR!

Freedom, Hurrya, Libertà!

Centro sociale La Talpa e L’orologio – Imperia Progetto 20k – Ventimiglia

Report dall’assemblea contro frontiere, razzismo e violenza istituzionale

All’assemblea contro le frontiere, il razzismo e la violenza istituzionale convocata il 30 Aprile a Ventimiglia erano presenti una settantina di persone, con delegazioni della frontiera sud del Mediterraneo (Mem.med.) e dei diversi punti di passaggio sulla frontiera italo-francese (alta val di Susa e valle Stura), oltre che solidali del ponente ligure (Imperia, Sanremo e Ventimiglia) e delle grandi città più prossime al confine (Torino, Genova e Nizza). Le persone presenti hanno discusso ampiamente della situazione sui diversi punti della frontiera e ne è emersa una lettura e delle proposte che qui cerchiamo di riportare.

Dalla chiusura della frontiera nel 2015, mai la situazione sociale e umana delle persone migranti è stata così difficile, vulnerata dall’abbandono istituzionale, dalla repressione delle forze di polizia italiane e francesi e dalla violenza generata dalla marginalità a cui queste persone sono state condannate. In questo contesto anche la solidarietà attiva fatica a dare sostegno alle persone in transito ed è stato quindi ribadito con forza il bisogno di riprendere parola politicamente, stringere nuove alleanze e pensare nuove pratiche di fronte a quanto accade a Ventimiglia. Diventa inoltre urgente costruire una mobilitazione che ponga un argine a questa deriva, anche in vista di una stagione estiva che si annuncia drammatica.

Quali avvenimenti hanno segnato la città di frontiera negli ultimi mesi? Le decisioni prese all’interno del “Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica”, su spinta del nuovo prefetto Valerio Massimo Romeo, sembrano essere una riproposizione della linea Meloni-Piantedosi nella città di confine. Senza considerare realmente i bisogni delle persone in transito (salvo i “punti di assistenza diffusa” sulla cui natura, ad oggi, poco è dato sapere), le autorità si sono concentrate unicamente sulla repressione. Una nuova ordinanza “anti-degrado”, firmata dal Commissario straordinario al comune di Ventimiglia Samuele De Lucia, individua le aree di via Tenda e della stazione come luoghi sensibili a cui applicare una giurisdizione “speciale”, e le persone migranti che vi gravitano come oggetto di dispositivi di allontanamento quali il Daspo urbano. Subito dopo l’emanazione di questi dispositivi è seguita una spettacolare operazione di polizia con il disgustoso nome “Pantografo”, a indicare quel pezzo delle locomotrici sotto cui diverse persone hanno trovato la morte per folgorazione, nascoste sul tetto dei treni diretti in Francia. Tale operazione è servita a comunicare come anche a Ventimiglia tutti i problemi sono legati al fenomeno del passeuraggio. In realtà sono state arrestate una decina di persone accusate di essere passeur di piccolo taglio senza alcuna organizzazione alle spalle. Non sono poi mancati nelle ultime settimane interventi vessatori sulle persone in transito, con ordini di allontanamento e micro-sgomberi mirati degli insediamenti informali maggiormente visibili, come ad esempio davanti alla chiesa delle Gianchette.

Sul lato francese intanto il governo Macron, in crisi di legittimità dopo il passaggio in forza della Loi Retraite ed al momento incapace di affrontare il dibattito sul disegno di legge sull’immigrazione (che porta il nome del ministro dell’interno Darmanin), ha annunciato il rafforzamento del dispositivo di controllo con l’aggiunta di 150 effettivi, che sono entrati in funzione in questi giorni, e la creazione di una nuova border force.

Il caso del naufragio di Steccato di Cutro è stato portato come emblematico di cio’ che non si vede, prima e dopo questa strage. Naufragi e respingimenti sono in aumento e le politiche di esternalizzazione delle frontiere, fortemente volute e finanziate dai governi europei, stanno determinando nuove violenze tanto in Libia quanto in Tunisia, dove l’attacco alle popolazioni subsahariane fa il paio con la criminalizzazione dei pescatori che portano soccorso alle barche in difficoltà. All’arrivo sulle coste italiane si aggiungono ulteriori violenze per chi sopravvive, che assumono la forma di un’accoglienza indegna e del mancato accesso alle informazioni sul destino dei propri cari. A Cutro è risultata evidente l’impreparazione istituzionale di fronte a una strage di quella portata, con prassi di identificazione dei corpi confuse e l’abbandono totale tanto delle persone sopravvissute, quanto delle famiglie di quelle scomparse. Associazioni e realtà solidali si sono fatte carico dell’accompagnamento delle famiglie con le proprie sole forze, e soltanto la determinazione dei familiari delle vittime ha permesso di avere risposte sul rimpatrio dei corpi e su quanto succedeva a Cutro. La risposta governativa è invece tristemente nota, con un consiglio dei ministri che è servito unicamente a criminalizzare gli scafisti e le persone che si imbarcano, deresponsabilizzando il governo rispetto a quanto accaduto e gettando le basi per un nuovo tornante repressivo.

Vaso comunicante con Ventimiglia è la frontiera sul Monginevro.

Il grosso dei passaggi in alta val di Susa inizia infatti a partire del 2017, anno in cui si rafforzano i controlli attorno a Ventimiglia, e sono caratterizzati in un primo periodo dalla presenza di uomini provenienti dalla rotta balcanica, che pur portando sul corpo i segni del viaggio, avevano chiari progetti migratori e una certa esperienza della montagna. Oggi le persone che raggiungo Oulx sono diverse per provenienza e profilo. Uomini e donne vulnerate, con meno esperienza della montagna, trovano ancora ad accoglierle un tessuto solidale sul territorio. Ma la stanchezza dellə solidali comincia a farsi sentire, ed il passaggio per queste persone è sempre più difficile. Emerge anche da questo nodo della frontiera italo-francese il bisogno di rinsaldare le nostre reti di solidarietà dal basso. Forte anche il desiderio di mobilitazione collettiva che il presidio al colle della Maddalena, in alta valle Stura, di sabato 29 aprile ha espresso. La necessità di organizzarci insieme è urgente, su tutta la frontiera italo-francese – che infondo è unica per chi l’attraversa.

A Ventimiglia ci troviamo di fronte a un potere che ha fatto di tutto per rendere atroce una situazione già difficile, mentre in questo territorio è mancata la voce strategica della società civile, anche laddove alcune realtà del terzo settore sono impegnate nell’accoglienza istituzionale e quindi pienamente implicate con quanto accade. Abbiamo davanti agli occhi l’inadeguatezza dei servizi sociali territoriali, dei presidi sanitari e di salute mentale, mentre precipitano velocemente le condizioni critiche dell’umanità sotto il ponte di via Tenda.

Nella parte finale della discussione è stata evidenziata la volontà di rivedersi e di coordinarsi maggiormente lungo tutta la frontiera italo-francese, quindi costruire insieme proposte di mobilitazioni unitarie. Dallə solidali del territorio è stata ribadita la volontà di dare continuità all’assemblea, con una mobilitazione che riesca a visibilizzare e denunciare l’estrema violenza della situazione locale. Nella testa e nei cuori di chi è stato/a presente negli ultimi anni a Ventimiglia l’occasione per mobilitarsi è stata individuata nell’anniversario del pestaggio e della morte di Moussa Balde – morto al CPR di Torino nella notte tra il 22 ed il 23 Maggio 2021, storia emblematica della violenza razzista dei dispositivi di frontiera. Anche la famiglia di Moussa sostiene con determinazione la lotta al razzismo e alle frontiere, e ci invita ad organizzarci per un momento che sia di commemorazione ma anche di denuncia e rivendicazione.

Crediamo che questa possa essere anche un’occasione per dare continuità alla lotta contro la legge approvata in questi giorni e che porta il nome della strage di Cutro, contro il razzismo strutturale della nostra società e tutti i dispositivi che impediscono alle persone migranti una vita degna.

È fissato dunque per DOMENICA 21 MAGGIO alle ore 11:00 il concentramento in stazione a Ventimiglia, per convergere insieme in una manifestazione che attraverserà il centro della città di confine con le parole d’ordine

Per Moussa e per le vittime delle frontiere! Contro frontiere, razzismo e violenza istituzionale!”

Assemblea per la libertà di movimento, contro frontiere, razzismo e violenza istituzionale

Riceviamo e pubblichiamo

ASSEMBLEA PER LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO, CONTRO FRONTIERE, RAZZISMO E VIOLENZA ISTITUZIONALE

Domenica 30 aprile – ore 14:00
Giardinetti pubblici di Ventimiglia

Fonte: La Talpa e l’orologio 

Il governo Meloni sta provando a fare del naufragio di Cutro, frutto maturo delle politiche di morte italiane ed europee degli ultimi anni, un’occasione per peggiorare ulteriormente le condizioni di vita delle persone migranti e criminalizzarne la presenza ed il transito, scaricando cosi ogni responsabilità sull’accaduto.
Dall’inizio dell’anno il numero degli sbarchi ha reso evidente come la politica dei respingimenti in mare sia stata, oltre che mortifera, impossibile ed inutile. Il decreto Cutro, e gli emendamenti che rischiano di passare, non intendono occuparsi dei naufragi o della crisi dell’accoglienza, ma anzi riducono ulteriormente servizi e condizioni d’accesso per le persone in arrivo, rilanciando le detenzioni amministrative e le espulsioni come soluzione viabile nella quale investire risorse, e cercando facili capri espiatori nelle figure degli scafisti, dei trafficanti e dei passeur (sovrapponendo colpevolmente la tratta di esseri umani con l’aiuto al passaggio). Per finire lo stato d’emergenza, colpo di scena che farà la gioia degli affaristi per i quali basterà l’accordo con le prefetture di riferimento per andare in deroga a qualunque norma sull’accoglienza e aprire un centro.
Nel frattempo a livello europeo lo scontro sui cosiddetti movimenti secondari che contrappone paesi del sud Europa, che vorrebbero saltasse il principio del primo paese d’approdo, e paesi del nord Europa contrari a ogni trasferimento di responsabilità, non sembra trovare soluzione e pare quindi che il regolamento Dublino rimarrà il riferimento obbligato in assenza di altro accordo. L’unico punto in comune tra i paesi dell’Unione pare l’impegno nell’esternalizzazione dei confini europei, ulteriore vettore di destabilizzazione dei paesi dell’altra sponda del mediterraneo e causa di gravi violazioni dei diritti umani.
A Ventimiglia nell’ultimo mese abbiamo visto un rinnovato protagonismo da parte della prefettura su una situazione che si è scientemente lasciata incancrenire in questi anni. Dopo sette anni di chiusura della frontiera da parte del governo francese, che ha causato la morte diretta di almeno 42 persone e devastato la vita di altre migliaia, la situazione è oggettivamente disastrosa. Non essendoci luoghi di accoglienza per le persone in transito, e non solo, queste trovano riparo in insediamenti informali dove l’amministrazione pubblica ha deciso deliberatamente di non raccogliere la spazzatura, non dare accesso all’acqua potabile nè a dei bagni pubblici, delegando a umanitari e solidali il minimo vitale per queste persone. Unico intervento pubblico quello di controllo e repressione verso i/le transitanti
e le persone che avendo fatto domanda in Italia restano a Ventimiglia in attesa di un posto in accoglienza. Alcune di queste persone continueranno con coraggio e determinazione ad affrontare il loro viaggio, altre rimarranno bloccate a Ventimiglia per un tempo indeterminato, nell’attesa di capire dove andare e come farlo.
Su questa situazione già di per sé al limite la nomina di un nuovo prefetto, a quanto pare vicino al ministro Piantedosi, ci dà una dimostrazione plastica di come il governo ha intenzione di gestire la fase attuale. A fine marzo i tavoli per la sicurezza hanno predisposto cio’ che è stato deciso a Roma, cioè niente accoglienza ma un piano di assistenza per donne e bambini da appaltare alle organizzazioni umanitarie, un’ordinanza antidegrado per la zona degli insediamenti informali sotto il ponte di via Tenda (che prevede anche il DASPO urbano per quelle persone che pur coi documenti in regola o in attesa di regolarizzazione si ritrovano a vivere sotto un ponte), a cui far seguire immediatamente un’operazione di polizia in grande stile con elicottero, cani e decine di mezzi per arrestare 13 passeur di piccolo taglio che agivano perlopiù individualmente e vivevano sotto il ponte. Niente che migliori minimamente la vita di chi abita o transita a Ventimiglia. Una parte non irrilevante delle persone sbarcate in questi mesi, e che continueranno a sbarcare nei prossimi, transiteranno per Ventimiglia e troveranno la frontiera chiusa, come accade da sette anni. Mentre sotto il ponte le condizioni socio-sanitarie si aggravano, niente è predisposto al transito delle
persone salvo i mezzi delle forze di polizia da mobilitare alla bisogna, per regolari rastrellamenti (i cosiddetti “pattuglioni”) o per le operazioni in grande stile a cui il nuovo prefetto sembra volerci abituare.
Bisogna porre un argine alla deriva razzista delle politiche sulla vita delle persone in migrazione, ed è per questo che stiamo cercando un confronto ampio, con realtà locali e non. Per continuare a costruire insieme l’opposizione sociale al decreto Cutro ed ai disegni di Meloni e Piantedosi per terra e per mare. Per la chiusura di tutti i centri di detenzione e contro ogni progetto di costruzione di nuovi CPR. Per lottare ancora e di nuovo contro la chiusura della frontiera decisa dal governo francese. Per pretendere una vita degna per tutte e tutti!

Per questo invitiamo collettivi, movimenti, organizzazioni e singole/i a unirsi a noi il 30 APRILE ALLE  ORE  14:00 NEI GIARDINETTI PUBBLICI DI VENTIMIGLIA per una grande assemblea per la libertà di movimento, contro frontiere, razzismo e violenza istituzionale.
Partecipiamo numeros*!

ASSEMBLÉE POUR LA LIBERTÉ DE CIRCULATION, CONTRE LES FRONTIÈRES, LE RACISME ET LA VIOLENCE INSTITUTIONNELLE
Dimanche 30 avril – 14:00
Jardins publics de Vintimille

Le gouvernement Meloni tente de faire du naufrage de Cutro, resultat des politiques de mort italiennes et européennes de ces dernières années, une occasion d’aggraver encore les conditions de vie des migrantes et de criminaliser leur présence et leur parcours migratoire, rejetant ainsi toute responsabilité sur l’événement.
Depuis le début de l’année, le nombre d’arrivées de bateaux montre clairement que la politique de rejet en mer est non seulement mortelle, mais aussi impossible et inutile. Le décret Cutro et les amendements qui seront probablement adoptés, n’ont pas l’intention de traiter les naufrages ou la crise de l’accueil, mais plutôt de réduire davantage les services et leur conditions d’accès pour les personnes qui arrivent, en reaffirmant les détentions administratives et les expulsions comme une solution viable dans laquelle investir des ressources, et en cherchant des boucs émissaires faciles dans les figures des passeurs et des trafiquants (confondant de manière coupable la traite des êtres humains et l’aide au passage). Et pour finir, l’état d’urgence, un coup de théâtre qui ravira les affairistes pour qui un simple accord avec les préfectures suffira pour déroger à toute réglementation sur l’accueil et ouvrir un centre.
En attendant, au niveau européen, l’affrontement sur les mouvements dits secondaires, qui oppose les pays du sud de l’Europe qui voudraient que l’on dépasse le principe du premier pays d’arrivée et les pays du nord de l’Europe opposés à tout transfert de responsabilité, ne semble pas avoir trouvé de solution. Il semble donc que le règlement de Dublin restera la référence obligatoire en l’absence de tout autre accord. Le seul point commun entre les pays de l’Union semble être l’engagement en faveur de l’externalisation des frontières européennes, vecteur supplémentaire de déstabilisation pour les pays de l’autre côté de la Méditerranée et la cause de graves violations des droits de l’homme.
A Vintimille, nous avons assisté le mois dernier à un regain de protagonisme de la part de la préfecture face à une situation que l’on a sciemment laissé s’envenimer ces dernières années. Après sept ans de fermeture des frontières par le gouvernement français, qui a causé la mort directe d’au moins 42 personnes et a dévasté la vie de milliers d’autres, la situation est objectivement désastreuse. En l’absence de lieux d’accueil pour les personnes en transit (et pas seulement) celles-ci trouvent refuge dans des campements informels où l’administration publique a délibérément décidé de ne pas ramasser les ordures, de ne pas donner accès à l’eau potable ou à des toilettes publiques, déléguant aux travailleur.euses humanitaires et aux personnes solidaires le soin d’apporter le minimum vital. La seule intervention publique est celle du contrôle et de la répression à l’égard des personnes en transits et des personnes qui, ayant déposé une demande d’asile en Italie, restent à Vintimille dans l’attente d’une place d’accueil. Certaines de ces personnes continueront avec courage et détermination à affronter leur voyage, d’autres resteront bloquées à Vintimille pour une durée indéterminée en attendant de savoir où aller et comment s’y prendre.
Sur cette situation déjà limite, la nomination d’un nouveau préfet, apparemment proche du ministre Piantedosi, illustre bien la manière dont le gouvernement entend gérer la séquence actuelle. Fin mars, une table ronde sur la sécurité a mis en place ce qui avait été décidé à Rome, c’est-à-dire pas d’accueil mais un plan d’assistance pour les femmes et les enfants à confier à des organisations humanitaires, une ordonnance anti-dégradation sur la zone d’habitat informel sous le pont de la via Tenda (qui prévoit aussi un DASPO urbain pour les personnes qui, bien qu’en règle ou en attente de régularisation, se retrouvent sous un pont), immédiatement suivie d’une opération policière de grande envergure avec hélicoptères, chiens et dizaines de véhicules pour arrêter 13 petits trafiquants qui agissaient pour la plupart individuellement et vivaient sous le pont. Rien qui n’améliore le moins du monde la vie des habitant.es de Vintimille ou de celles et ceux qui passent par là.
Une partie non négligeable des personnes qui ont débarqué ces derniers mois, et qui continueront à débarquer dans les mois à venir, transiteront par Vintimille et trouveront la frontière fermée, comme c’est le cas depuis sept ans. Alors que les conditions socio-sanitaires s’aggravent sous le pont, rien n’est préparé pour le transit des personnes, à part des véhicules de police à mobiliser en fonction des besoins, pour des descentes régulières (les fameuses “patrouilles”) ou pour les opérations d’envergure auxquelles le nouveau préfet semble vouloir nous habituer.
Nous devons mettre un terme à la dérive raciste de ces politiques sur la vie des migrants, c’est pourquoi nous recherchons une réflexion large, avec les réalités d’ici et d’ailleurs. Pour continuer à construire ensemble l’opposition sociale au décret Cutro et aux plans terrestres et maritimes de Meloni et Piantedosi. Pour la fermeture de tous les centres de rétention et contre tout projet de construction de nouveaux CPR. Pour lutter encore et toujours contre la fermeture de la frontière décidée par le gouvernement français. Pour exiger une vie digne pour tous.tes !

C’est pourquoi nous invitons les collectifs, mouvements, organisations et individus à nous rejoindre le 30 AVRIL À 14 h DANS LE JARDIN PUBLIC DE VENTIMIGLIA pour une grande assemblée pour la liberté de circulation, contre les frontières, le racisme et la violence institutionnelle.
Participons nombreux.ses !

 


https://fb.me/e/YnO6YsoP

Contro il razzismo e i CPR, per Moussa Balde

Riceviamo e pubblichiamo:

Contro il razzismo e i CPR, per Moussa Balde

Il 10 gennaio saremo davanti al tribunale di Imperia per affermare ancora una volta che la morte di Moussa Balde non è stata accidentale: è l’esito diretto di una serie di azioni e di silenziose complicità da parte di soggetti diversi in un contesto dominato dall’ideologia e dalle politiche razziste che lo Stato promuove e legittima.

Le persone responsabili della discriminazione e della violenza che hanno portato Moussa Balde a morire nel centro torinese di detenzione per migranti (CPR) sono i membri della commissione che gli hanno rifiutato la protezione, i tre uomini che lo hanno preso a sprangate in pieno giorno nel centro di Ventimiglia, i numerosi testimoni che non sono intervenuti per fermare il linciaggio, la questura di Imperia che ha deciso per la sua reclusione anziché proteggerlo come testimone della violenza a lui inflitta, i rappresentanti delle istituzioni che hanno sostenuto che non si trattasse di aggressione razziale prima ancora di iniziare le indagini, i medici delle strutture sanitarie che a 24 ore dall’aggressione ne hanno firmato l’idoneità alla reclusione e successivamente all’isolamento, chi lo ha imprigionato negando per giorni la sua presenza nel CPR per impedire che Moussa potesse essere raggiunto dal suo avvocato.

Il 14 Ottobre a Imperia si è aperto il procedimento a carico dei tre uomini che hanno aggredito Moussa Balde nelle strade di Ventimiglia il 9 Maggio 2021.

Il 10 Gennaio, secondo la formula del rito abbreviato scelta dagli imputati, verrà emessa la sentenza.

È invece ancora aperta l’inchiesta per omicidio colposo avviata per accertare i fatti accaduti all’interno del CPR di Torino a seguito del presunto suicidio di Moussa Balde. L’indagine che vede indagati la direttrice del centro, il medico della struttura e nove poliziotti si allarga anche ad altri casi di procedure illegittime all’interno del CPR, dove già altre persone migranti avevano trovato la morte e dove continuamente si registrano tentativi di suicidio.

Indipendentemente dall’esito dei tribunali sappiamo che la fine di Moussa Balde è un crimine d’odio e che la responsabilità di questa morte è delle dinamiche di esclusione e razzializzazione che hanno prima schiacciato le speranze di Moussa di costruirsi una vita dignitosa in Europa per poi seppellire la verità sulla sua aggressione sotto una coltre di omertà.

! Per impedire che coloro che lo hanno ridotto al silenzio possano avere il monopolio della verità su questa storia di violenza e razzismo !

! Per l’abolizione dei CPR e di ogni forma di detenzione delle persone migranti !

! Per la libertà di circolazione e autodeterminazione di tutte le persone in viaggio, a prescindere da documenti e paese d’origine!

APPUNTAMENTO AL TRIBUNALE DI IMPERIA

10 GENNAIO ORE 9:00

IN SOLIDARIETA’ A MOUSSA BALDE E ALLA SUA FAMIGLIA

Solidali di Ventimiglia

(per ulteriori informazioni: https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-la-sua-famiglia-non-sono-soli/ ; https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-morto-di-razzismo/ )

Per contribuire alle spese legali per il processo di Imperia e per quello che si aprirà sul CPR di Torino:

IBAN: IT58H3608105138280345080353

BIC: PPAYITR1XXX

CAUSALE: solidarietà a Moussa Balde

Moussa Balde è morto di razzismo

Riceviamo e pubblichiamo (ita, eng, fra)

Per info sulla precedente udienza, vedi: Moussa Balde e la sua famiglia non sono soli

Moussa Balde è morto di razzismo

Il 14 ottobre al tribunale d’Imperia è iniziato il processo a tre italiani che il 9 maggio 2021 aggredirono brutalmente Moussa Balde a Ventimiglia. L’aggressione avvenne in pieno giorno in via Ruffini tra un supermercato e gli uffici della polizia di frontiera. 

Gli imputati sono a processo per lesioni aggravate dal numero di persone e dall’uso dell’arma, una spranga in questo caso, e sono difesi dall’avvocato Marco Bosio, noto per essere stato il difensore degli imputati nei processi contro la criminalità organizzata nel Ponente Ligure,  conosciuti come “SPI.GA” e “La Svolta”. Gli aggressori sono stati denunciati a piede libero in seguito a un video della violenza che ha fatto il giro del web, nel quale gli imputati sono riconoscibili. 

Il giorno stesso dell’aggressione il questore d’Imperia si affretta a fare dichiarazioni escludendo la matrice razziale delle violenze, che gli imputati giustificano come reazione ad un fantomatico tentato furto con una nullità di prove. 

Resta evidente il razzismo istituzionale che mette in atto un protocollo non per tutelare la vittima del linciaggio, ma piuttosto le persone italiane incriminate dal video filmato da un balcone.

Infatti in seguito all’aggressione Moussa Balde, originario della Guinea, viene portato all’ospedale per trauma facciale e lesioni, medicato e dimesso il giorno stesso, portato in commissariato viene consegnato all’ufficio immigrazione e, controllata la sua irregolarità sul territorio, viene recluso nel CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Torino in attesa d’espulsione. 

Allontanato da Ventimiglia Moussa è finito al CPR senza aver mai firmato nessuna testimonianza sulla sua aggressione e senza che gli sia stata posta alcuna domanda sullo svolgimento dei fatti. Non ha ricevuto nessuna visita psicologica ma è stato rinchiuso a Torino, dove per diversi giorni gli avvocati non sono riusciti a rintraccialo perchè Moussa era stato registrato al CPR con un nome diverso da quello segnato dalla questura di Imperia. 

In una cella dell’area d’isolamento, denominata Ospedaletto, del CPR di Torino Moussa Balde muore la notte tra il 22 e il 23 maggio. I compagni di prigionia, che hanno iniziato una protesta quando hanno saputo la notizia della sua morte, hanno raccontato che la notte del 22 maggio l’avevano sentito urlare a lungo e chiedere l’intervento di un dottore senza mai ricevere risposta. 

E’ in corso un’indagine per omicidio colposo sui fatti avvenuti all’interno del centro detentivo dov’era rinchiuso Moussa quando è deceduto.

Il 14 ottobre scorso durante la prima udienza gli imputati hanno richiesto ed ottenuto il rito abbreviato, quindi il processo andrà avanti a porte chiuse e senza l’ausilio di testimonianze. 

Grazie alla presenza in aula del fratello Amadou Thierno Balde, la famiglia di Moussa si è costituita parte civile. 

Neppure al processo è stata riconosciuta l’aggravante dell’odio razziale, infatti la stessa procura ha deciso di non contestarla, decisione sulla quale l’avvocato della famiglia si opporrà nel dibattimento.

La giudice ha inoltre respinto la richiesta di costituirsi parte civile presentata da tre associazioni operanti nel territorio di Ventimiglia.

Non potendo entrare in aula, un gruppo di solidali si è radunato davanti al tribunale di Imperia e, dopo la rapida udienza, si è spostato a Ventimiglia nel luogo dove avvenne l’aggressione razzista, insieme ad Amadou Thierno Balde. 

Le persone solidali hanno camminato lungo le vie del centro per ricordare che la morte di Moussa Balde non è stata un tragico episodio ma il risultato di un brutale razzismo, anche istituzionale, che si palesa nel trattamento subito dal sopravvissuto al violento pestaggio, il quale è passato dall’ospedale, dal commissariato, dalla questura, dal CPR di Torino, davanti al medico che lo ha valutato idoneo alla detenzione, dall’isolamento disumano senza contatti con l’esterno e senza qualsiasi tipo di cura.

“Il trattamento che ha ricevuto prima di morire nessun individuo, nessun essere umano dev’essere trattato in questa maniera” dice Thierno Balde fuori dal tribunale d’Imperia, parlando del fratello “Perchè non ci siano più ingiustizie o razzismo, perché è duro ma bisogna essere chiari, si tratta di razzismo quello che ha subito. Perché non ci siano più casi così nel mondo intero, in particolare in Italia. Che il diritto in tutto il mondo sia rispettato, il diritto umano.”

La prossima udienza del processo ai tre aggressori sarà al tribunale d’Imperia il 9 dicembre alle ore 13:00.

Per impedire che questa storia finisca nel silenzio, per contrapporsi alla violenza razzista, per la libera autodeterminazione di tutte e tutti.

Per l’abolizione e la chiusura di tutti i CPR.

Ci ritroviamo il 9 dicembre 

alle 12:00 di fronte al tribunale d’Imperia  

alle 15:00 in Piazza De Amicis a Imperia Oneglia per un presidio e un volantinaggio antirazzista

Video della giornata del 14 ottobre con Thierno Amadou Balde –
https://youtu.be/keioX07CiEI

Per contribuire alle spese legali,  sia per il processo ad Imperia, che per quello che si aprirà a Torino dopo la chiusura delle indagini.

IBAN: IT58H3608105138280345080353

CAUSALE: solidarietà a Moussa Balde

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Moussa Balde died from racism

The trial of three Italians who brutally attacked Moussa Balde in Ventimiglia on May 9, 2021, began at the court of Imperia on October 14th. The attack took place in broad daylight on Ruffini Street between a supermarket and the border police offices. 

The defendants are on trial for injuries aggravated by the number of people and the use of an iron bar. They are being defended by lawyer Marco Bosio, known for having been the defense counsel in the trials against organized crime in western Liguria known as “SPI.GA” and “La Svolta”. 

The attackers were reported because a video of the violence was taken and then spread around the web, in which the defendants are recognizable. 

On the very day of the attack, the Imperia police commissioner rushed to make statements ruling out the racial matrix of the violence, which the defendants justified as a reaction to a phantom attempted robbery without a shred of proof

Institutional racism remains evident, putting in place a protocol not to protect the lynching victim, but rather the Italian people incriminated by the video filmed from a balcony.

In fact, following the attack Moussa Balde (from Guinea) was taken to the hospital for facial trauma and injuries, medicated and discharged the same day. Taken to the police station he was handed over to the immigration office and, checked for his irregularity in the territory, he was imprisoned in the CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio, or detention center) in Turin awaiting deportation. 

Removed from VentimigliaMoussa ended up at the CPR without ever having signed any testimony about his assault and without being asked any questions about the course of events. He received no psychological examination but was locked up in Turin, where, for several days lawyers were unable to track him down because Moussa had been registered at the CPR under a name different from the one marked by the Imperia police headquarters. 

In isolation in a zone of the CPR called Ospedaletto in TurinMoussa Balde died on the night between May 22nd And 23rd. Fellow prisoners who started a protest when they knew about his death said that on the night of May 22, they had heard him screaming for a long time and calling for a doctor without ever receiving a response. 

A manslaughter investigation is under way into the events that took place inside the detention center where Moussa was confined when he died.

On October 14 during the first hearing, the defendants requested and obtained an abbreviated trial, so the trial will go on behind closed doors and without the aid of witnesses. 

Thanks to the presence of Moussa’s brother Amadou Thierno Balde in the courtroom, Moussa’s family has filed civil 

Not even at the trial was the aggravating factor of ethnic hatred recognized; in fact, the prosecutor’s office itself decided not to challenge it, a decision on which the family’s lawyer will argue in the trial.

The judge also rejected the request for civil action filed by three associations operating in the Ventimiglia area.

Unable to enter the courtroom, a group of solidarians gathered in front of the Imperia courthouse and, after the quick hearing, moved to Ventimiglia to the site where the racist attack took place, along with Amadou Thierno Balde. 

Those in solidarity walked along the streets of the city center to remember that Moussa Balde’s death was not a tragic episode but the result of brutal racism, including institutional racism. This is evident in the treatment suffered by the survivor of the violent beating, who went from the hospital to the police station, the police headquarters to the CPR in Turin, before arriving before the doctor who assessed him fit for detention, inhumane isolation without contact with the outside world and without any kind of care.

“The treatment he received before he died, no individual, no human being should be treated in this way.” says Thierno Balde outside the court in Imperia, speaking of his brother “So that there will be no more injustice or racism, because it’s harsh but you have to be clear, it’s racism what he suffered. So that there are no more cases like this in the whole world, particularly in Italy. Let the right throughout the world be respected, the human right.”

The next hearing in the trial of the three attackers will be at the Imperia court on December 9 at 1 p.m.

To prevent this story from ending in silence, to oppose racist violence, for the free self-determination of all and everyone.

For the abolition and closure of all CPRs.

We meet on December 9 

at 12 noon in front of the Imperia courthouse.  

at 3 p.m. in De Amicis Square a Imperia Oneglia for an anti-racist sit in and leafleting 

Video of October 14th with Thierno Amadou Balde –
https://youtu.be/keioX07CiEI

To contribute to the legal costs, both for the trial in Imperia and for the one that will start in Turin after the investigation closes:

IBAN: IT58H3608105138280345080353

PAYMENT DESCRIPTION : solidarity with Moussa Balde

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Moussa Balde est mort de racisme

Le 9 mai 2021, Moussa Balde, originaire de Guinée, a été brutalement agressé à Vintimille. Le procès des trois Italiens auteurs de cette attaque qui a eu lieu en plein jour rue Ruffini, entre un supermarché et les bureaux de la police aux frontières, a débuté au tribunal d’Imperia le 14 octobre 2022. 

Les accusés sont jugés pour des blessures aggravées par le nombre de personnes et l’usage d’une barre de métal. Ils sont défendus par Marco Bosio, connu pour avoir été l’avocat des accusés dans les procès “SPI.GA” et “La Svolta” contre le crime organisé en Ligurie. Des poursuites sans mesure de privation de liberté ont pu être engagées contre les agresseurs grâce à une vidéo des violences réalisée par une voisine depuis son balcon et qui a fait le tour du web.

Le jour même de l’agression, le chef de la police d’Imperia s’est empressé de faire des déclarations excluant la dimension raciste de ces violences. Les accusés ont justifié leurs actes comme étant une réaction à une prétendue tentative de vol, sans pouvoir en apporter aucune preuve.

Le racisme institutionnel reste évident, mettant en place un protocole non pas pour protéger la victime du lynchage mais plutôt les Italiens incriminés par la vidéo filmée depuis un balcon.

En effet, à la suite de son agression et après un court passage à l’hôpital pour des traumatismes et des blessures au visage, Moussa Balde a été conduit au commissariat de police, remis au bureau de l’immigration et, après qu’ait été vérifiée son irrégularité sur le territoire, il a été enfermé au CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio, équivalent des centres de rétention administrative) de Turin en attendant son expulsion. 

Éloigné de Vintimille, Moussa s’est retrouvé en détention sans jamais avoir signé de témoignage sur son agression et sans que ne lui soit posée aucune question sur le déroulement des événements. Il n’a bénéficié d’aucun examen psychologique mais a été enfermé à Turin où, pendant plusieurs jours, les avocats n’ont pas pu le retrouver car il avait été enregistré au CPR sous un nom différent de celui retenu par la préfecture de police d’Imperia.

Dans une cellule de l’Ospedaletto, le quartier d’isolement du CPR de Turin, Moussa Balde est mort dans la nuit du 22 au 23 mai 2021. Ses codétenus, qui ont commencé à protester lorsqu’ils ont appris la nouvelle de son décès, ont déclaré que cette nuit-là, ils l’avaient entendu crier pendant longtemps et demander l’intervention d’un médecin sans jamais recevoir de réponse.

Une enquête pour homicide involontaire est en cours sur les événements qui se sont déroulés à l’intérieur du centre de rétention où était enfermé Moussa lorsqu’il est décédé.

 

Ce 14 octobre, lors de la première audience concernant l’agression de Moussa, les accusés ont demandé et obtenu une procédure simplifiée. Le procès se déroulera donc plus rapidement, à huis clos et sans audition de témoins. Grâce à la présence d’Amadou Thierno Balde, le frère de Moussa, la famille a pu se porter civile. 

Déjà écartée dans les déclarations publiques officielles au moment de l’agression, la circonstance aggravante de haine raciale n’a pas été retenue lors du procès. Le procureur a décidé de ne pas la relever, une décision à laquelle l’avocat de la famille s’opposera dans les suites du procès. Le juge a également rejeté la demande de trois associations de Vintimille de se porter partie civile.

Ne pouvant entrer dans le tribunal d’Imperia, un groupe de personnes solidaires s’est rassemblé à ses portes et après la rapide audience, s’est rendu sur les lieux de l’agression raciste à Vintimille avec Amadou Thierno Balde. Ils et elles ont marché dans les rues du centre ville pour rappeler que la mort de Moussa Balde n’est pas seulement un événement tragique mais le résultat d’un racisme brutal, y compris institutionnel, qui apparaît clairement dans le traitement qu’a subi le survivant du lynchage, emmené de l’hôpital au commissariat, de la préfecture de police au centre de rétention, d’un médecin qui l’a jugé apte à la détention jusqu’à un isolement inhumain, sans contact avec le monde extérieur et sans aucun type de soins.

« Le traitement qu’il a reçu avant de mourir, aucun individu, aucun être humain ne devrait être traité de cette façon. Pour qu’il n’y ait plus d’injustice ou de racisme, parce que c’est dur mais il faut être clair, c’est du racisme qu’il a subi. Pour qu’il n’y ait plus de cas comme celui-ci dans le monde entier, et en particulier en Italie. Que l’on respecte le droit dans le monde entier, le droit humain. » a déclaré Amadou Thierno Balde à la sortie du tribunal d’Imperia, en parlant de son frère Moussa.

 

La prochaine audience dans le cadre du procès des trois agresseurs de Moussa Balde aura lieu au tribunal d’Imperia le 9 décembre à 13h.

Pour éviter que cette histoire ne termine dans le silence, pour s’opposer à la violence raciste, pour la libre autodétermination de toustes.

Pour l’abolition et la fermeture de tous les CPR.

Nous nous réunissons retrouvons nous le 9 décembre :

– à 12h00 devant le tribunal d’Imperia  

– à 15h00 sur la Piazza De Amicis à Imperia Oneglia pour un rassemblement antiraciste et une distribution de tracts

Vidéo de la journée du 14 octobre avec Thierno Amadou Balde –
https://youtu.be/keioX07CiEI

Pour contribuer aux frais de justice, tant pour le procès d’Imperia que pour celui qui s’ouvrira à Turin après la clôture de l’enquête :

IBAN : IT58H3608105138280345080353

OBJET : solidarité avec Moussa Balde

(immagine di copertina da Meltingpot.org: Pestaggio a Moussa Balde: al via il processo contro gli aggressori)

Moussa Balde e la sua famiglia non sono soli

Riceviamo e pubblichiamo (Ita, English below).


MOUSSA BALDE E LA SUA FAMIGLIA NON SONO SOLI

 

Il 14 ottobre saremo davanti al tribunale per dire che Moussa e la sua famiglia non sono soli, che a Ventimiglia c’è stato un pestaggio razzista e che il suicidio di Moussa è un omicidio di Stato.

Il 14 ottobre alle ore 9.00 si terrà presso il tribunale di Imperia la prima udienza che vede come imputati i tre italiani che il 9 Maggio 2021 a Ventimiglia aggredirono Moussa Balde con calci, pugni, tubi di plastica e una spranga. L’accusa è lesioni aggravate dall’uso di corpi contundenti.  La questura di Imperia ha voluto escludere l’aggravante dell’odio razziale.

Trasferito al pronto soccorso di Bordighera per le medicazioni urgenti, Moussa era stato dimesso con 10 giorni di prognosi. Quindi, poichè era emersa la sua irregolarità sul territorio nazionale, a sole 24 ore dall’aggressione era stato portato direttamente al centro di detenzione Cpr di Torino, nonostante le sue immaginabili condizioni di salute e
psicologiche.

Da subito era stato rinchiuso nell’area Rossa insieme ad altri detenuti, e poco dopo era stato spostato in isolamento all’interno della sezione denominata “Ospedaletto”, dove già nel 2019 un’altra persona, H.F., si era tolta la vita dopo esservi rimasta rinchiusa per 5 mesi. Ad ora non sono chiare le ragioni che hanno determinato la scelta arbitraria di spostare in isolamento una persona in già critiche condizioni psicofisiche.

Moussa è finito al CPR senza aver mai firmato nessuna testimonianza sulla sua aggressione e senza che gli sia stata posta alcuna domanda sullo svolgimento dei fatti. Non ha ricevuto nessuna visita psicologica ma è stato rinchiuso a Torino con ancora i punti in faccia, e mentre il suo avvocato l’aveva cercato per diversi giorni, nessuno era riuscito a rintracciarlo perchè Moussa era stato registrato al CPR con un nome diverso da quello segnato dalla questura di Imperia.

I suoi aggressori giravano a piede libero e lui finiva recluso. Non poteva sapere che una parte di Italia solidale si stava attivando per rintracciarlo e sostenerlo, e nemmeno che il video della sua aggressione era diventato virale su media e social network: all’interno del CPR non si possono tenere i telefoni, così da essere completamente tagliati fuori da ciò che succede all’esterno e non poter raccontare quello che accade lì dentro.

I compagni di prigionia che hanno iniziato una protesta quando hanno saputo la notizia della sua morte, hanno raccontato che la notte del 22 maggio l’avevano sentito urlare a lungo e chiedere l’intervento di un dottore senza mai ricevere risposta.  La mattina di domenica 23 maggio 2021 è stato trovato impiccato nella sua cella.
Ad oggi la causa ufficiale della morte di Moussa Balde è di suicidio, nonostante sia anche in corso un’inchiesta per omicidio colposo.

La morte di Moussa non è stata nè “fatalità” nè il frutto di una catena di inadempienze, ma la conseguenza del razzismo strutturale del sistema in cui viviamo.
Gli odiosi fatti della vicenda ci dimostrano quanti siano i livelli di discriminazione che hanno contribuito a coprire la bara di Moussa:
prima le infinite attese per il permesso di soggiorno, tempistiche che lo avevano spinto a sopravvivere ai margini di questa società da cui, con ogni sforzo, aveva tentato di farsi accettare seguendo tutto quello che il sistema dell’accoglienza gli chiedeva di fare, prendendo la licenza media, imparando l’italiano, facendo volontariato. Dopo cinque anni di peregrinazioni burocratiche e un tentativo fallito di ritentare maggior fortuna in Francia, era finito in strada senza più chance né progetti, come succede a tantissime persone.
Quindi l’aggressione di gruppo da parte di tre uomini bianchi in pieno giorno, in centro città e sotto gli occhi di numerosi passanti.
Dopo il danno la beffa, e anzichè ricevere le tutele che avrebbe dovuto come sopravvissuto a un linciaggio, è stato immediatamente portato al CPR non per ciò che aveva fatto, ma per ciò che era: un clandestino senza quei documenti che gli erano stati negati nonostante i suoi sforzi.
E poi l’ultima botta di un razzismo che gli è stato infine fatale: poichè Moussa era solo un immigrato sulla strada di tre onorevoli cittadini italiani che l’hanno massacrato, è stato spinto a pagare col silenzio quello che ha visto e subito quel pomeriggio del 9 maggio.

Perchè tanta fretta nell’allontanare Moussa da Ventimiglia dato che era il primo testimone dell’aggressione ai suoi danni? Perchè continuare a negare per giorni la sua presenza all’interno del centro, quando si domandava ripetutamente al CPR se Moussa si trovasse lì? Perchè costringerlo all’isolamento nel momento di maggiore vulnerabilità?

Sono queste e molte altre le domande alle quali non ci illudiamo verrà mai data una risposta.
I suoi aggressori sono vivi e liberi, il CPR continua a macinare vite e Mamadou Moussa Balde è morto a ventidue anni.

CONTRO TUTTI I RAZZISMI e per la  libera migrazione di tutte e tutti.

Per l’abolizione e la chiusura di tutti i Cpr.

CI VEDIAMO IL 14 OTTOBRE AD IMPERIA

Solidali di Ventimiglia

 

 

MOUSSA BALDE AND HIS FAMILY ARE NOT ALONE

On October 14th, we will stand in front of the courthouse to say that Moussa and his family are not alone, that there was a racist attack in Ventimiglia, and that Moussa’s suicide is none other than a murder by the state.

On October 14th at 9 a.m., the first hearing will be held at the Imperia courthouse involving the three Italians who, on May 9th, 2021 in Ventimiglia attacked Moussa Balde with kicks, punches, plastic pipes and an iron rod.
The charge is injury aggravated by the use of blunt instruments. The Imperia police headquarters want to rule out racial hatred as an aggravating factor.

Transferred to Bordighera’s hospital for urgent medical attention, Moussa was released with a 10-day prognosis. Then, due to his illegal status on Italian national territory, only 24 hours after the attack he had been taken directly to the Cpr detention center in Turin, despite his concevable physical and psychological condition.

Immediately he was locked up in the Red area along with other detainees, shorlty thereafter moved to solitary confinement within the section called “Ospedaletto,” where already in 2019 another person, H.F., killed himself after being locked up there for five months.
Even now, the reasons behind the arbitrary decision to move a person in an already critical mental and physical condition to solitary confinement are unclear.

Moussa ended up in the CPR without ever having signed any testimony about his assault and without being asked any questions about the course of events. He received no psychological examination but instead was locked up in Turin with stitches still on his face, and while his lawyer had been looking for him for several days, no one had been able to find him because Moussa was registered at the CPR under a different name from the one marked by the Imperia police.

His attackers were walking around free and he ended up in confinement. He could not have known that a part of Italy was taking action in solidarity to find and support him, nor that the video of his attack had gone viral on media and social networks. Inside the CPR no one is permitted to keep phones, so that one is completely cut off from what happens outside, and cannot speak out about what happens inside.

Fellow detainees who began a protest as soon as they learned the news of his death reported that on the night of May 22nd, they heard him screaming for a long time and asking for a doctor’s intervention without ever receiving a response. On the morning of Sunday, May 23rd, 2021, he was found hung in his cell.
To date, the official cause of Moussa Balde’s death is suicide, although a manslaughter investigation is also underway.

Moussa’s death was neither a random ‘fatality’ nor the result of a chain of neglect, but the consequence of the structural racism of the system in which we live.
The hateful facts of this case show us how many levels of discrimination contributed to covering Moussa’s coffin:

firstly, the endless waits for a residence permit, timelines that had pushed him to survive on the margins of this society by which, with every effort, he tried to be accepted by following everything the reception system asked him to do, taking his middle school diploma, learning Italian, volunteering. After five years of bureaucratic wanderings and a failed attempt to try his luck again in France, he had ended up on the street with no more chances or plans, as it has happened to so many others.
Second, the group attack by three white men in broad daylight, in the city center and in front of the eyes of many passersby.
After the harm came the mockery: instead of receiving the protections he should have had as a survivor of a lynching, he was immediately taken to the CPR not for what he had done, but for what he was: an illegal immigrant without the documents he had been denied despite his best efforts.
And lastly, the final blow of a racism that was ultimately fatal to him: because Moussa was just an immigrant in the face of three honorable Italian citizens who slaughtered him, he was driven to pay with his silence for that which he saw and suffered that afternoon of May 9th.

Why such a rush to remove Moussa from Ventimiglia when he was the first eye witness to the attack on himself? Why continue to deny for days his presence inside the center when it was repeatedly asked at the CPR if Moussa was there? Why force him into solitary confinement at his most vulnerable moment?

It’s these and many other questions that we are under no delusions that will ever be answered.

His attackers are alive and free, the CPR continues to grind lives, and Mamadou Moussa Balde is dead at the age of twenty-two.

AGAINST ALL RACISMS and for the free migration of everyone everywhere.

For the abolition and closure of all CPRs/retention centers/lagers.

SEE YOU ON OCTOBER 14th IN IMPERIA

Those In Solidarity from Ventimiglia

(Foto copertina tratta da Fatto Quotidiano)

La polizia di frontiera e il Covid 19, un anno dopo

Pubblichiamo la traduzione del report di marzo del collettivo Kesha Niya, attivo alla frontiera di Ventimiglia dalla primavera del 2017. Il resoconto mette in luce come la polizia di frontiera francese continui a utilizzare in modo strumentale l’emergenza Covid 19 per inasprire i controlli, mentre continua contestualmente a detenere in luoghi insalubri e affollati le persone da respingere, spesso illegalmente, in Italia. La traduzione del precedente report (febbraio 2021) è disponibile qui.

Cari amici! La situazione alla frontiera continua ad essere intollerabile. Le ultime settimane sono state caratterizzate da un buon numero di persone che ogni sera si fermano alla nostra postazione, sia per passarci la notte, sia per percorrere il Passo della Morte (sentiero per la Francia) durante la notte.

Le notti sono ancora molto fredde, cerchiamo di fornire coperte e vestiti caldi. La situazione è ulteriormente aggravata dalla pioggia.

Ci sono pochissime strutture coperte/tetto per dormire a Ventimiglia. La settimana scorsa, quasi tutti i treni per la Francia erano già controllati a Ventimiglia, quindi era quasi impossibile salire sul treno. Dato che così tante persone sono bloccate qui in questo momento, sorgono tensioni, che sentiamo anche alla postazione della colazione (postazione del colletivo Kesha Niya a qualche centinaia di metri dalla frontiera di ponte San Luigi) Tutte le persone respinte che arrivano alla nostra postazione hanno cercato di passare a piedi. Come risultato un minor numero di persone è arrivato dalla polizia di frontiera mentre il maggior numero è arrivato in autobus o a piedi da Ventimiglia.

I dati della scorsa settimana saranno pubblicati nel prossimo rapporto. La gente continua a raccontarci di insulti da parte della polizia. In diverse occasioni, le persone in movimento sono state insultate dalla polizia. Le donne sono state chiamate “puttanelle” e gli uomini “figli di puttana”. Il Covid è ancora molto presente e continua a creare problemi. Non sono solo i documenti mancanti a impedire (l’ingresso in Francia ndt), ma anche la mancanza di un test PCR impedisce l’ingresso e viene giustificato sul “refus d’entrée” (documento consegnato dalla polizia francese al momento del respingimento in Italia ndt) come “pericolo per il paese”.

Il Bar Hobbit è ancora chiuso, e non è ancora chiaro quando o se riaprirà.

Da un lato, il Covid porta a maggiori controlli con il pretesto della salute, di fatto però, solo le persone BIPOC (Black Indigenous People of Color, persone nere, indigene e e di colore ndt) vengono controllate. Il profilamento razziale è praticato qui al più alto livello. La conseguenza diretta dei controlli è la detenzione di troppe persone in container dove non si può mantenere la distanza. La condizione molto poco igienica aggrava la situazione. Come già raccontato in un precedente rapporto, il tribunale di Nizza ha definito illegale questo modo di gestire le persone alla frontiera. Ciononostante, la situazione rimane invariata. Le foto di seguito ci sono state inviate da una persona che è appena uscita dai container. Invierà queste foto anche al ministro della salute francese.

 

 

 

 

polizia di frontiera
Interno dei container di detenzione utilizzati dalla polizia francese

 

esterno dei container usati per la detenzione prima del respingimento in Italia

La settimana scorsa, un numero insolitamente grande di donne e bambini è venuto da noi. Molti di loro hanno deciso di non essere ospitati dalla Caritas in una casa per donne e famiglie. Una possibile ragione potrebbe essere che sono intrappolati nei circoli della tratta delle donne. Dormire in uno spazio sicuro potrebbe essere visto come un tentativo di fuga che potrebbe essere punito dai trafficanti e quindi è un pericolo per le donne e i loro bambini.

C’è uno squat a Ventimiglia dove i trafficanti offrono alle persone in fuga un posto per dormire in cambio di soldi. Secondo i racconti, non ci sono strutture adeguate per dormire lì, i vestiti vengono usati per fare il fuoco e la casa è piena di spazzatura e feci a causa della mancanza di servizi igienici. Scriveremo e pubblicheremo un articolo sulla situazione del traffico di donne nella zona di confine il più presto possibile.

Inoltre, un incidente ci ha accompagnato negli ultimi giorni. Un bambino di 11 anni è stato separato da sua madre mentre cercava di attraversare il confine in treno. Molto probabilmente i contrabbandieri avevano precedentemente nascosto la famiglia sul treno in luoghi diversi e solo un bambino non è stato scoperto dalla polizia. Ha viaggiato non accompagnato fino a Nizza. Nel frattempo, è stato accompagnato a Parigi da una persona conosciuta dalla madre. La madre è ancora in Italia.

Oltre alle famiglie, abbiamo incontrato molti minori non accompagnati. Alcuni di loro sono stati respinti più di 5 volte. Ci hanno anche detto che la polizia ha distrutto i documenti che provano la minore età dei minorenni.

Fino a sei mesi fa, un documento per i minori poteva essere rilasciato tramite il nostro avvocato con una procedura d’urgenza. Questo doveva essere preso in considerazione dalla polizia di frontiera e permetteva loro di attraversare la frontiera legalmente. Nel frattempo, la situazione in cui i minori sono costretti a vivere per strada è stata dichiarata come non urgente. Pertanto, le procedure urgenti non sono più attuabili e l’attraversamento legale della frontiera è quasi impossibile. Molti dei minori non hanno alcuna prova della loro età.

A causa di questo, sono privati dell’accesso ad alcune strutture come i posti letto qui sul posto (Ventimiglia ndt), poiché in molti casi questi possono essere richiesti solo con documenti ufficiali. Ecco le cifre delle ultime due settimane. Come sempre, vogliamo ricordarvi che queste cifre sono incomplete e possono dare solo una panoramica approssimativa della situazione al confine. Per il 19 marzo i numeri si sono persi.

Altri avvenimenti: 4.03.: Molte persone sono state rilasciate dopo l’ultimo autobus e hanno deciso di rimanere alla postazione della colazione per dormire. 10.03.: Alla postazione della colazione è arrivato un uomo dal Sudan che aveva lividi e ferite aperte al ginocchio. Ci ha detto che stava camminando sul sentiero di montagna (passo della morte). Quando è arrivata la polizia, voleva scappare ma un poliziotto lo ha afferrato per la caviglia e lo ha spinto a terra. E’ dovuto rimanere 15 ore nel container, senza cure mediche, cibo o acqua.

Grazie a tutti coloro che seguono continuamente i nostri reportage e si interessano alle persone che incontriamo.

Anche se siete lontanə, date nuova visibilità a tuttə coloro che sono statə lasciatə solə dal governo italiano e francese, maltrattatə e spesso oggetto di violenza da parte della polizia di frontiera francese. Per maggiori informazioni o per qualsiasi domanda contattate l’e-mail qui sotto. Siamo anche sempre felici di ricevere donazioni in denaro, per continuare il nostro lavoro e per l’arrivo di nuovi volontarə. restate ribelli! a presto – kesha niya <3

kesha-niya@riseup.net keshaniyakitchen@gmail.com Bank account:
GLS Bank Depositor: Frederik Bösing IBAN: DE32 4306 0967 2072 1059 00 BIC-Code: GENODEM1GLS

Non importa quale sia la situazione, non arrenderti

Non arrenderti. Un messaggio e un disegno raccontano il dispositivo stritolante del confine, invitando alla resistenza. Pubblichiamo la testimonianza che una delle persone in viaggio ha lasciato presso la postazione del collettivo Kesha Niya.

Il collettivo Kesha Niya è attivo alla frontiera di Ventimiglia dalla primavera del 2017 dove fornisce quotidianamente cibo e sostegno alle persone migranti che tentano di attraversarla. A questo link potete leggere l’ultima traduzione del loro report mensile.

“Se non si riesce a pianificare, si pianifica il fallimento. Nella vita non si trova tutto quello che si merita. Ci sono molti tipi di persone in questa vita. Alcune ti insegneranno. Alcune ti distruggeranno.
È molto difficile trovare dei veri amici che ti amino e si fidino di te. Non dipendere mai da nessuno. Mai amare troppo e mai fidarsi troppo.

In questo universo alcuni paesi predicano l’amore ma non lo praticano. Io rispetto l’America, l’Europa – non hanno amore per i neri.
Tenere qualcuno nel tuo paese per un numero indefinito di anni senza documenti è frustrante.
Alcuni dei miei amici sono morti per mancanza di documenti. Perdono la concentrazione. La cosa migliore che si può fare per i meno privilegiati: fare. E lasciare il resto a Dio.
Amo gli italiani – solo che vedono l’immigrato come un animale. Nell’altro mondo prego di non essere testimone degli italiani.

Sono davvero triste mentre scrivo questo dopo che mi hanno dato 2 negativi [sulla richiesta d’asilo]. Mi chiedono di lasciare il loro paese, il che non è buono. Mi sento frustrato mentre scrivo queste cose.

Non importa quale sia la situazione, non arrenderti.”  19 gennaio 2021.

Questa è una storia che qualcuno ha deciso di condividere con noi in un libro che abbiamo iniziato a tenere alla frontiera. Le persone lasciano messaggi in inglese, francese, arabo,… Altre hanno lasciato immagini che hanno disegnato.

Le ultime settimane sono state in molti modi piene di storie e di piccoli cambiamenti.

È bello stare insieme nel nostro posto di lavoro, nonostante il lungo e duro viaggio che la gente non ha mai scelto di fare. Sappiamo che tuttə attraversano questa frontiera, ci possono volere 5, 6, 7 volte o più, a seconda della strada che riescono a scegliere, ma alla fine continuano il loro cammino verso il paese dove vogliono vivere, dove vogliono ottenere documenti e stabilirsi.

Le lotte continuano: essere Dublinati (soggetti al Regolamento di Dublino ndt), spesso in Italia, in Grecia o in un paese balcanico, permette all’Europa di dire loro dove devono e non devono stare. E senza supporto legale è un’altra giungla, quella della burocrazia e della perdita delle possibilità che hanno, in un determinato lasso di tempo, per reagire sulle procedure dei documenti e fare ricorso su una decisione.

Non importa dove ti trovi: non c’è bisogno di essere alla frontiera per essere coinvoltə. In tutti i paesi europei, gruppi auto-organizzati sostengono le persone con consulenza legale e le accompagnano agli appuntamenti, per colmare principalmente il vuoto di una lingua mancante e per essere lì nel caso in cui qualcuno si perda. Per assicurarsi che i diritti delle persone siano garantiti, non ignorati o spiegati in modo non corretto, come sappiamo succede facilmente. Siamo sicurə che voi che leggete questo testo siate in un modo o nell’altro già attivi o stiate progettando di farlo, in qualsiasi modo.

Mandiamo un po’ d’amore a voi, a tuttə quellə che abbiamo incontrato qui nel loro viaggio, a tuttə quellə che arriveranno ancora. Siamo noi a creare le condizioni di vita in paesi sfruttati e politicamente condizionati, in queste condizioni altre persone trovano spesso la ragione per partire – e siamo noi a creare le condizioni di vita e la solidarietà che tuttə trovano qui.

– Ciao da Kesha Niyas!
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Fermati i bus per la frontiera: sullo sciopero di Riviera Trasporti

Sullo sciopero autisti di Riviera Trasporti: fermati i bus per la frontiera.

Nei giorni scorsi gli autisti di Riviera Trasporti hanno indetto per oggi, martedì 15 settembre, uno sciopero dei bus sulla tratta Ventimiglia/Ponte San Luigi, una linea assicurata da un numero già esiguo di corse (quattro al mattino e altrettante al pomeriggio, che si riducono a una e una di domenica), con un minibus a posti ridotti, circa una ventina, rispetto ai normali bus di linea della tratta Ventimiglia/Sanremo.

Dai giornali si apprende che una cordata di sigle sindacali aveva già raccolto e segnalato le lamentele degli autisti, inviando missive al prefetto imperiese Intini e al questore Milone.
Quali sarebbero dunque i problemi di tanta agitazione?
A leggere giornali e social, gli autisti denuncerebbero di essere quotidianamente vittime di aggressioni, minacce e insulti da parte della gente respinta dalla Francia, che violerebbe anche le regole del trasporto pubblico e delle procedure anticovid, mettendo in pericolo gli autisti e persino l’utenza.

Vediamo le parole usate per raccontare lo sciopero della linea1 di Riviera Trasporti: il comunicato di RT parla di “gravi eventi lesivi della incolumità e della sicurezza dei lavoratori e dell’utenza.” e ancora di “personale alla guida che si vede oggetto di minacce e aggressioni verbali”.
La carta stampata e i siti online amplificano l’eco: “i passeggeri della linea per Ponte San Luigi non rispettano le normative anti Covid”; “Minacce e aggressioni verbali da parte dei passeggeri che non vogliono rispettare le regole anti covid”; “Bus: troppi migranti senza mascherina, autisti in sciopero”.
Se però persino le sigle sindacali, per evitare una scivolata troppo palese nello stigma razziale, non hanno osato scrivere “migranti”, lasciando intendere il problema con la locuzione più gentile: “un gruppo di persone”, gli organi di stampa e i politici locali non si sono posti limiti, aggiungendo il fomento discriminatorio che mancava alla narrazione.

Che cosa succede lungo la linea Ventimiglia/Ponte San Luigi? È vero quanto dichiarato da giornalisti e autisti della Riviera Trasporti?
Visto il clima e i toni che istigano la caccia al capro espiatorio, è bene specificare che le persone rigettate in Italia, prima di salire sui bus, si muniscono tutte di mascherina e di regolare biglietto: entrambi gli oggetti sono infatti assicurati dal punto di distribuzione solidale in frontiera, che si premura di mettere a disposizione della gente scatoloni di mascherine chirurgiche e biglietti RT per chi voglia prendere l’autobus (chi ha i soldi lo compra, chi non li ha, ne riceve comunque uno gratis, pagato grazie alle sempre più esigue raccolte fondi fatte da persone solidali).
Al contrario, non è affatto raro incrociare qualche utente locale o francese che tiene invece la mascherina abbassata, senza che questo disturbi troppo gli autisti.

Durante tutta l’estate, con numeri variabili da qualche unità a qualche decina, le persone hanno preso l’autobus per coprire i nove chilometri di Aurelia che riportano a Ventimiglia. E così è stato anche per tutto l’anno precedente. Sono passati mesi e mesi, da quando la gente solidale, di monitoraggio lungo il confine, ha iniziato a supportare chi esce dalla doppia detenzione con acqua, cibo e informazioni, incluse quelle per tornare in città col bus, risparmiandosi ore di stanchezza e cammino, avanti e indietro tra i due paesi.

In questi anni non si sono mai verificate grosse problematiche, situazioni di pericolo per gli autisti o il resto dell’utenza, né aggressioni fisiche, verbali o alcun tipo di atto violento. Così come puntualmente, dopo la quarantena, sono state piuttosto rispettate tutte le misure sanitarie per il Covid: alla postazione solidale vicina alla frontiera viene distribuito gel disinfettante, e le persone fanno volentieri una scorta di mascherine nuove, visto che lungo il loro viaggio si trovano spesso forzate a decine in luoghi di reclusione e uffici di polizia, dove non si curano certo di assicurare a tutte e tutti corrette misure di prevenzione. E anche queste persone hanno paura di ammalarsi.

D’altronde gli stessi autisti dei mezzi, infastiditi dal numero crescente di persone migranti alle fermate, nei mesi scorsi han domandato la scorta per le corse da Ponte San Luigi, dichiarando situazioni di pericolo e violazioni delle norme. Alle fermate “critiche”, dunque, i poliziotti di scorta si assicuravano che la gente che saliva sulla navetta avesse effettivamente mascherina e biglietto (che gli veniva strappato anziché consentirne la normale obliterazione). Dopo alcune settimane di vigile vaglio poliziesco, era chiaro che le persone rispettavano tutte le regole del trasporto pubblico, e la scorta (non si sa se ufficiale o ufficiosa) si era quasi del tutto fermata.

Nonostante non ci fossero quindi particolari situazioni critiche, qualche autista ha più volte provato a saltare a piè pari le fermate dove attendono le persone respinte dalla Francia.
È capitato così che, per cercare di far accostare il bus alla regolare fermata, alcune persone si siano messe in mezzo alla strada, visto che allungare il braccio per richiedere lo stop non è sufficiente.
Capita anche che, dopo ore di attesa, le persone che non son salite sull’autobus perchè esauriti i posti, ci mettano un attimo per capire e tradurre cosa sta succedendo, e smettere di provare ad accalcarsi attorno alla porta del bus. A volte questo causa, effettivamente, un rallentamento di qualche minuto, prima che tutte le persone capiscano di doversi rimettere ad aspettare altre ore, fino all’arrivo della corsa successiva. Vedere venti, trenta persone assieme (ma dipende dai giorni e dalle stagioni, e spesso ci sono tre/cinque persone al massimo) che aspettano di salire sull’autobus e si affollano per riuscire ad aggiudicarsi uno dei pochi posti, forse, può fare impressione.
Ma questo non vuol dire che ci siano mai stati blocchi stradali, minacce o situazioni pericolose.

Bisognerebbe guardare alla realtà tenendone in considerazione complessità e contraddizioni, senza dover per forza ridurre tutto a spot mediatici e campagne elettorali.

 Flavio Di Muro, deputato leghista nonché commissario della Lega per la provincia di Imperia, non ha perso l’occasione per sfoderare le abituali armi della sua compagine politica, affilate di odio, falsità e luoghi comuni. Diffondendo la notizia dello sciopero, pubblica sulla sua pagina facebook il video di quello che viene presentato come un assalto terrificante. Nel montaggio, contornato dalle scritte “clandestini respinti dalla Francia, autista disperato” e “-ora chiamo la polizia! zero regole e lasciato solo. Solidarietà! Condividiamo!”, si ingrassa l’ansia dello spettatore grazie all’uso di una musichetta angosciosa e incalzante.
Ma se si guarda il video mettendo da parte la narrativa pregiudiziale, quello che si vede sono solo tante persone, in attesa in ordine sul marciapiede, che vorrebbero legittimamente usufruire di un servizio pubblico, per il quale hanno regolare titolo di viaggio (nonostante le malevoli supposizioni che fanno seguito nei commenti al video postato, e che si spingono a incitare l’omicidio con le frasi “ma caricali tutti e togli il freno” e ancora: “tutti sul bus e buttalo dalla scarpata“).
Si sentono voci che chiedono spiegazioni all’autista, un uomo che dice all’autista, “mi dispiace”. E poi si percepisce un’agitazione indomabile nel conducente, che inizia a minacciare di chiamare la polizia, e sbraita senza che nessun altro presente nella scena stia urlando nè intraprendendo azioni violente o aggressive.

Il problema è perciò che i clandestini-migranti sono cattivi per essenza genetica, aggrediscono la gente a caso e scroccano passaggi, oppure il problema è che tante persone vogliono solo fare nove chilometri in bus e la RT non si organizza con mezzi più grandi e corse più frequenti?
Perchè da questo punto di vista, la fonte delle tensioni non è tanto la gente riammessa dalla Francia, ma semmai l’incapacità della compagnia di trasporti di assicurare un servizio adeguato alla domanda.

Vero è che i proventi della vendita dei biglietti regolari non sono paragonabili con il guadagno incassato dalla compagnia, negli anni passati, per le deportazioni di persone migranti al sud, ma in ogni caso fruttano alcune migliaia di euro al mese (stimando, al ribasso, una media di cinquanta persone al giorno che utilizzano la corsa).

Si dovrebbe a questo punto fare una pausa, per riflettere sul paradosso di uno sciopero indetto per prendersela con la troppa utenza, anziché con una dirigenza aziendale inetta, che sta sfasciando il servizio pubblico del ponente ligure… E sul paradosso nel paradosso che trattasi della stessa utenza per la quale Riviera Trasporti faceva settimanale servizio di deportazione a Taranto, per la prefettura imperiese (servizio sospeso per covid e strutture affollate al sud a causa di sbarchi e quarantene). Pullman dedicati -e incellophanati- per trasportare migranti sì, autobus misti guai: fanno tremare i cittadini italiani e addirittura temere per la propria incolumità.

Si potrebbe perfino azzardare una riflessione ancora più ampia, e ricordarsi che il motivo per cui tante persone hanno bisogno di prendere un autobus in frontiera, riempiendo la corsa che torna indietro, è perchè tutte loro sono state catturate nel tentativo di andare avanti. E che non ci vorrebbero proprio restare, lì, tra le invettive e gli insulti della gente nostrana, ad aspettare un pulmino che nemmeno si vuol fermare per farle salire.

Ciò che dovrebbe davvero mettere angoscia, in questa storia, è quanta paura sia stata seminata nella testa delle persone. Paura ignorante e antica, quanto attuale e pericolosa, che fa risorgere richieste di apartheid sui mezzi pubblici, manco fossimo nell’Alabama degli anni ’50.

Paura che si mescola alla diffidenza; ansia per la salute che si allunga nel sospetto per le genti straniere; intolleranza verso persone considerate un po’ meno umane perchè clandestine, che si espande nell’intolleranza per persone considerate un po’ meno umane perchè attiviste e solidali.
In epoca di pandemia gli allarmismi hanno gioco facilissimo, ma suscitare lo spauracchio del contagio gettando la gente nel fango della calunnia e di accuse infondate, è un gesto di una bassezza umana che fa vergogna.

Ma bisogna pure saperla provare, questa vergogna.

La Redazione

Aumentano le persone respinte e la violenza è ormai strutturale

Pubblichiamo le immagini, registrate da alcune persone detenute nei container e diffuse dal collettivo Kesha Niya, che mostrano le condizioni in cui le persone vengono trattenute dalla polizia di frontiera francese prima di essere respinte in Italia

Sulla propria pagina facebook, il collettivo ha pubblicato due report riferiti alle giornate tra il 20 ottobre e il 2 novembre: ne pubblichiamo la traduzione qui di seguito.

Entrambi i report evidenziano il netto aumento del numero di persone migranti che tentano di lasciare l’Italia dalla frontiera di Ventimiglia. Gli ultimi due resoconti, e i dati raccolti dallo stesso collettivo nella settimana dal 3 al 9 novembre, registrano il respingimento di 1799 persone in sole 3 settimane, mentre in tutto il mese di settembre erano state 1536. Anche le presenze presso il Campo gestito dalla Croce Rossa nel Parco Roya sono evidentemente in crescita: se da oltre un anno il numero delle persone ospitate nella struttura non superava le 250 presenze, al 12 di novembre le persone registrate al campo erano 400.

Ad aggravare la situazione già difficile delle persone in viaggio si aggiungono le reazioni sempre più violente della polizia francese, ormai divenute prassi strutturale nei locali per la detenzione delle persone respinte al confine. Insulti e umiliazioni, spray al peperoncino e percosse si sommano così, con sempre maggior costanza, alle pratiche già normalizzate della privazione di cibo e acqua, della detenzione fino a 24 ore in locali insalubri e non attrezzati, del rifiuto di fornire qualsiasi forma di assistenze medica.

REPORT 20-26 Ottobre

Ciao a tutt*,

nell’ultima settimana abbiamo incontrato 553 persone al confine italo-francese a Grimaldi inferiore, che sono state fermate dalla polizia francese e poi respinte verso l’Italia. E’ il numero più grande da quando raccogliamo i dati. Il numero di persone sta aumentando molto in queste ultime settimane. Sappiamo di un totale di 578 persone respinte, abbiamo infatti visto 18 persone andare a Ventimiglia con l’autobus, la Croce Rossa o la polizia italiana, senza entrare in contatto con noi e 9 minori sono stati riportati in Francia dalla polizia italiana. Questo numero include 13 donne, tre delle quali incinte, 27 minori, 8 bambini e 4 minori accompagnati da un familiare. Non sono incluse in questo numero le circa 20 persone che sono state mandate a Taranto dalla polizia italiana il 24 ottobre.

Minori

7 minori sono stati riportati in Francia dalla polizia italiana prima di arrivare da noi.

Siamo tornati dalla polizia italiana con un quindicenne e un sedicenne che non avevano ancora dato le impronte digitali in Europa perché fossero registrati come minorenni. La polizia ha asserito che i due minori si erano dichiarati maggiorenni, fatto negato dagli interessati. La polizia italiana ha poi detto che il loro sistema di registrazione non funzionava. Ci hanno ordinato di andarcene e di non ritornare.

Questa settimana abbiamo incontrato una minore che viaggiava da sola.

Un sedicenne ci ha raccontato la sua esperienza con la PAF (Police Aux Frontières – Polizia di frontiera francese n.d.t.). Due poliziotte erano in disaccordo sull’accettarlo o meno come minore. Alla fine è stato respinto in Italia, ha dato 4 impronte digitali ed è stato registrato come ventunenne dalla polizia italiana perché questa era l’età indicata sul “refus d’entrée” (rifiuto di ingresso, documento consegnato alle persone respinte in Italia dalla polizia francese n.d.t.).

Violenza

Due quindicenni hanno detto di essere stati minacciati dalla polizia francese che sarebbero stati picchiati se avessero riprovato a passare.

7 persone che hanno attraversato il confine in montagna nella notte tra il 21 ed il 22 ottobre hanno riferito di essere state arrestate dalla Legione Straniera all’una del mattino e che alcuni militari hanno puntato loro contro il fucile. Il refus d’entrée dichiarava che erano stati arrestati a Ponte S.Ludovico (dove ci sono i controlli di confine sulla costa).

5 altre persone avevano sul loro “refus d’entrée” l’indicazione di luoghi errati in cui sono stati fermati. Sono stati fermati al primo casello dell’autostrada (La Turbie) a bordo della vettura di un trafficante. La polizia ha arrestato il conducente ma ha scritto che i passeggeri sono stati fermati mentre si trovavano su un autobus.

Una persona ha perso il controllo durante la detenzione nel container e ha rotto una finestra con la testa e le mani. Ha riferito di essere stato preso a pugni dalla polizia francese. Un’altra persona ha assistito ai fatti e ha visto anche un uomo ferirsi con i frammenti della finestra rotta. La persona ferita ha chiesto aiuto ma la polizia ha detto che non era niente e si è rifiutata di aiutarlo.

Dopo 16 ore di detenzione una persone ha chiesto di essere rilasciata. Ci ha detto che la polizia francese lo ha sollecitato ad avvicinarsi alla porta e quando lui l’ha fatto è stato prima picchiato e poi rilasciato.

Una persona ha riferito di essere stata colpita dalla polizia francese con un manganello su una gamba e sulla schiena. Il poliziotto gli avrebbe detto che lo faceva perché a causa sua non potevano andare in pausa a mangiare.

Alle 18.30 del 26 ottobre abbiamo visto più di 10 persone venire rilasciate dai container mentre la polizia francese urlava loro contro.

Ci è stato raccontato un caso di brutalità della polizia avvenuto nei container 3 mesi fa. Questo reporter ci ha detto di aver visto un poliziotto dare un calcio nei genitali ad una delle persone detenute che ha perso conoscenza per via del dolore. La polizia non ha fornito alcun supporto di primo soccorso.

Ci è stato detto da 32 persone di essere state detenute tra le 11 e le 22 ore dalla PAF.

Abbiamo continuato a incontrare un gran numero di persone con ferite infette, specialmente sulle gambe, e abbiamo praticato il primo soccorso.

REPORT 27/10-2/11

Ciao a tutt*,

questa settimana abbiamo incontrato 565 persone al confine italo-francese a Grimaldi inferiore, che sono state fermate dalla polizia francese e poi respinte verso l’Italia. E’ stato nuovamente superato il numero più alto che abbiamo registrato dall’inizio della raccolta dati. Sappiamo anche di altre 6 persone che sono state respinte ma con le quali non siamo entrati direttamente in contatto. Queste sei persone sono andate a Ventimiglia con l’autobus, la Croce Rossa o la polizia italiana. Ci sono stati quindi almeno 571 respingimenti. Il numero di persone menzionate (565/571) include 14 minori non accompagnati, 18 donne (di cui una in cinta), 5 bambin* e un minore non accompagnato che la polizia italiana ha riportato in Francia senza bisogno del nostro intervento.

                               Persone fermate dalla polizia di frontiera francese alla stazione di Menton-Garavan.

Minori

Dei 14 minori che abbiamo incontrato questa settimana, 4 casi spiccano in particolare.

Un ragazzo di quattordici anni è stato registrato dalla polizia francese come se ne avesse quaranta (data di nascita 1979 apposta sul suo refuse d’entrée) e la polizia italiana lo ha apparentemente registrato, con quattro impronte digitali, come se avesse quarant’anni. Siamo andati dalla polizia italiana con il ragazzo quattordicenne e abbiamo chiesto come sia stato possibile un errore di registrazione così ovvio. La poliziotta presente ci ha detto che non poteva farci nulla perché in quel momento non c’era la connessione con il data base di Stato. Resta il dubbio se questa informazione fosse vera dal momento che delle impronte erano stato prese un attimo prima e questo è possibile solo se l’accesso al data base è disponibile e il sistema per la registrazione è funzionante. E’ inoltre già successo in passato che, quando ci siamo recati dalla polizia italiana con dei minori, il sistema di registrazione fosse per coincidenza fuori uso.

Il giorno successivo lo stesso adolescente è stato nuovamente respinto dalla Francia ma questa volta come diciannovenne.

Un sedicenne, registrato in Italia come ventenne, aveva con se tutti i suoi documenti ufficiali della Costa d’Avorio che confermavano la sua età ma non li ha mostrati alla polizia per timore che glieli rubassero.

Ci sono stati raccontati due casi di violenza contro minori.

Un minore è stato preso a calci dalla polizia francese

Il 2 di Novembre un diciassettenne è stato colpito al naso dalla polizia francese. Aveva detto di avere vent’anni perché non voleva essere separato dai suoi amici. Durante il suo rilascio, la polizia francese lo ha spruzzato sul volto con spray al peperoncino.

         2/11/2019 Ragazzo di 17 anni colpito al naso e fatto bersaglio di spray al peperoncino dalla polizia francese.

Violenza

Il 2 di novembre siamo venuti a conoscenza di almeno 24 casi i cui la polizia francese ha usato spray al peperoncino contro le persone durante il loro rilascio. Una di queste, dopo che la polizia la ha spruzzata con lo spray al peperoncino, ha perso conoscenza, è caduta e si è ferita a un ginocchio. Il suo amico ci ha raccontato che la polizia francese lo ha preso a calci mentre si trovava a terra.

Nell’arco della settimana abbiamo ascoltato altri 17 casi in cui la polizia francese ha usato spray al peperoncino contro le persone durante il loro rilascio.

Un uomo ci ha spiegato che che alle nove di sera del 27 ottobre si trovava vicino a una galleria sulla A8, sulle montagne sopra Mentone. Era sul percorso che porta a Mentone e si è avvicinato ad una proprietà privata. Il momento dopo ha sentito qualcuno gridare “Stop”. Si è voltato ed ha iniziato a correre verso l’Italia. Durante la fuga ha sentito esplodere un colpo di pistola. E’ riuscito a tornare in Italia senza essere arrestato. Prima che accadesse tutto questo aveva visto un gruppo di cinque persone che cercavano anch’esse di attraversare il confine a piedi. Il gruppo è stato arrestato sulle montagne dai militari francese e ci ha incontrati il giorno dopo, confermando di aver sentito degli spari alle nove della sera prima.

Due persone hanno riferito di essere state picchiate dalla polizia francese dopo essere stati arrestati nella toilette del treno.

Un uomo ha detto di essere stato picchiato da cinque poliziotti francesi sul binario 1 della stazione di Menton Garavan alle 18.12 del 31 Ottobre quando è stato arrestato. Ricordava chi fossero gli aggressori ma dal momento che durante l’attacco si è protetto il capo con le mani non ha potuto darci altri dettagli.

A una persona che era detenuta nel container sono stati chiesti i documenti attraverso la porta dalla polizia francese. L’uomo ha passato i documenti attraverso la porta socchiusa e in quel momento il poliziotto l’ha sbattuta sulla mano dell’uomo. L’uomo ha riportato una ferita grave.

Un attivista per i diritti umani in Marocco è stato arrestato dalla polizia francese e detenuto nei container. Durante la detenzione ha registrato un video con il suo telefono cellulare. In questo video, ora in nostro possesso, sono registrate diverse violazioni dei diritti umani e comportamenti discutibili della polizia francese. L’uomo ha chiesto ai poliziotti francesi di presentare domanda di asilo politico, come risposta lo hanno preso in giro. Nel video si vede una persona incosciente sul pavimento. Questo è accaduto dopo che la polizia ha usato contro le persone detenute lo spray al peperoncino. Nel video si vede anche un uomo che chiede cibo alla polizia francese e si sente la polizia rispondere che non ce n’è. Il video mostra chiaramente anche la pessima condizione igienica all’interno dei container, si vede lo scarico della toilette che perde sul pavimento. L’attivista per i diritti umani ci ha detto che lui ed il suo amico hanno dovuto firmare il loro rifiuto d’ingresso prima che questo fosse compilato con i loro dati dalla polizie. Ha anche riferito che in questo giorno (29/10) la polizia è entrata nel container all’una di pomeriggio e ha usato lo spray al peperoncino su molte persone. In un altro video registrato da lui si vede un uomo incosciente che viene portato fuori dalla polizia e da alcune persone detenute in quel momento.

A due persone è stata negata assistenza medica dalla polizia francese nonostante avessero con sé documentazione medica ufficiale e l’avessero mostrata alla polizia.

Il primo caso riguarda una persona con una patologia polmonare, confermata da un medico tedesco di Colonia. La persona in questione ha chiesto medicine e acqua alla polizia francese. Sono state negate entrambe.

Il secondo caso riguarda una persone con problemi dentali confermati da un medico spagnolo . La richiesta di cure mediche fatte da questa persona sono state anch’esse negate.

In un’altra situazione un poliziotto francese ha picchiato un uomo del Mali. L’uomo ci ha raccontato che lo stesso poliziotto gli ha rubato il bankomat un momento dopo.

Una persona ci ha detto che la polizia francese gli ha sottratto il suo permesso scaduto.

Sappiamo di 10 persone detenute tra le 12 e le 23 ore dalla polizia francese. Possiamo presumere che il numero di casi sia molto più alto dal momento che ci sono persone che vengono detenute per tutta la notte ogni notte ed alcune di loro non sono le prime ad essere rilasciate e spesso neanche le ultime.

Kesha Niya Kitchen

– CUCINANDO CON E PER I RIFUGIATI –

www.keshaniya.org 

https://www.facebook.com/KeshaNiyaProject/

Il collettivo Kesha Niya è impegnato a Ventimiglia nella preparazione e distribuzione serale di pasti dalla primavera del 2017. Dall’estate del 2018 porta cibo e bibite calde sul lato italiano della frontiera di Ponte S.Luigi, dove le persone migranti respinte dalla Francia transitano per rientrare a Ventimiglia.