Hotel a 5 stelle per i migranti

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I migranti negli hotel a 5 stelle e gli italiani per strada

Nelle foto, un classico esempio dei servizi extralusso ricevuti dalle persone migranti che raggiungono il confine a Ventimiglia. I migranti si accampano sul letto del fiume, esponendosi a diversi rischi, tra cui le conseguenze dei problemi idrogeologici che caratterizzano la Liguria (alluvioni, piene improvvise) e il contagio di malattie dovute all’acqua inquinata del Roja e alle pessime condizioni in cui “alloggiano”. Per leggere anche la testimonianza di un giovane migrante sudanese, clicca qui.

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fotografie: Francesca Ricciardi

 

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La Tratta delle donne al confine di Ventimiglia – Trafficking e mafia

Come si è permesso al trafficking di creare la rete di sfruttamento a Ventimiglia.

La Tratta e la Mafia, la Tratta è Mafia.

Quello a cui stiamo assistendo oggi a Ventimiglia è il consolidamento della rete del trafficking dedito alla tratta e allo sfruttamento di donne che ha iniziato a ramificarsi, intrecciandosi con la mafia locale, nell’inverno del 2016.

Proveremo in questo articolo a fornire elementi d’osservazione e alcuni spunti utili a chi legge per comprendere come, quando si agisce sul contenimento e non sulla prevenzione, quando la repressione diventa strumento della governance per eliminare gli indesiderati, quando la percezione della sicurezza si fonda sulle “categorie” che lo Stato impone come reali ma da esso stesso costruite, si lascino volutamente spazi di azione alle mafie che inspiegabilmente agiscono indisturbate. Rosarno ne è un esempio: se ripercorriamo le tappe della prima denuncia(1) grazie alla quale uscì la prima inchiesta(2) e arriviamo all’ultima morte(3) sono passati circa 10 anni. Pare incredibile vero? Non così agli occhi di chi da tempo ha chiaro che che la “distrazione di massa” sia propedeutica alla logica del pensiero di Stato come già svelato dal sociologo algerino A. Sayad che definiva il “pensée d’Etat” come «una forma di pensiero che riflette, mediante le proprie strutture (mentali), le strutture dello stato, che così prendono corpo».

Ripercorrendo le tappe della prima denuncia di una possibile gestione del traffico delle donne transitanti per Ventimiglia, da parte di alcune solidali presenti da tempo sul territorio, emergono dati allarmanti risalenti all’inverno del 2016.

Ricordiamo che la “presenza” dei migranti a Ventimiglia è iniziata a rendersi “visibile” a seguito della sospensione da parte della Francia del Trattato di Schengen nel giugno del 2015. Da allora, fino alla primavera del 2016 i migranti, passando da presidi, sgomberi e autorganizzazioni sono riusciti a trovare spazi di autogestione dove avere il tempo per pensare in autonomia il proprio percorso migratorio. Dall’ultimo sgombero del campo informale nelle ex stalle del “parco ferroviario” (agosto 2016) all’istituzione del Campo della Croce Rossa (luglio 2016) le condizioni per i migranti e soprattutto le migranti in transito sono cambiate vorticosamente. L’impossibilità di avere uno spazio di agibilità sociale e politica, le continue deportazioni dalla città rivierasca agli hotspots del sud Italia(4) hanno costretto uomini e donne a rivolgersi ai trafficanti che, come alligatori, aspettavano sulla riva del fiume le loro prede. Questi continui spostamenti al sud hanno sfiancato i migranti, non solo da un punto di vista psicologico e fisico ma anche economico, portando molti di loro a terminare le economie messe da parte per gestirsi in autonomia il viaggio verso i paesi per loro considerati più sicuri o dove già avevano una rete famigliare e/o amicale in grado di sostenere il loro percorso migratorio. Questa vulnerabilità ha permesso al racket di avere molta più agibilità e forza nell’intercettare soprattutto donne alle quali “proporre” prestiti e viaggi da rimborsare attraverso la prostituzione e lo sfruttamento. Così il trafficking si è alimentato; le donne vendute, trafficate e sfruttate; gli uomini deportati al sud e i minori respinti in Italia dalla Francia.

Da un’osservazione degli snodi più significativi del territorio, iniziata nell’inverno del 2016 fino alla data di pubblicazione di questo articolo, si percepisce una connivenza molto stretta tra alcuni uomini stranieri e alcuni personaggi noti della malavita locale.

Davanti alla stazione i passeurs agiscono indisturbati agli occhi dei militari che presidiano la “zona sensibile” e lo stesso i trafficanti che gestiscono l’arrivo delle donne in stazione. Quest’ultimi rispettano una procedura metodica e quindi facilmente osservabile nella gestione del trafficking: prelevano le donne alla stazione, le portano prima in un bar dove attendono alcune ore, poi si allontanano per dirigersi in un kebab poco distante, scelto con dovizia perché dotato di una sala superiore con bagno al piano. I trafficanti tornano in stazione, recuperano altre donne e quando hanno raggiunto un gruppo di tre/quattro di loro le trasferiscono nell’altro esercizio commerciale. Salgono al piano superiore dove nel frattempo sopraggiunge una donna nigeriana adulta, quella che in gergo si direbbe una “madam“.

E’ difficile scrivere ciò a cui si assiste. Incomincia la contrattazione: la madam sceglie le ragazze e la consapevolezza che si legge nelle “prescelte” gela il sangue: pochi minuti e il loro destino è chiaro, la destinazione la scopriranno pochi giorni a seguire. La madam e il trafficante se ne vanno via per primi, poco dopo il gruppo di giovani donne incomincia ad incamminarsi verso il Parco Roja accompagnate da altri uomini. A metà strada si fermano ed incontrano uno degli italiani di cui sopra nei pressi di un’abitazione posta in una posizione strategica perché a metà strada tra la stazione, il campo Roja e la chiesa delle gianchette che fino al 14 agosto del 2017 ospitava donne, famiglie e minori. Le donne venivano indirizzate verso la chiesa come parte del “pacchetto tratta” dove staranno giusto il tempo perché la madam organizzi il viaggio per “inserirle” nel mercato dello sfruttamento sessuale, solitamente due o tre giorni. Nei giorni di attesa le donne di giorno uscivano per incontrare i trafficanti che, all’altezza della sbarra del passaggio a livello le attendevano con dei sacchetti contenenti degli abiti che dopo qualche ora le stesse donne, prima di rientrare in chiesa, gli riconsegnavano. Neanche da dire che le donne trascorrevano le ore pomeridiane nell’appartamento descritto precedentemente.

E’ abbastanza chiaro che una parte delle donne che raggiungono Ventimiglia sono gestite dal trafficking per essere “scelte” dalle madam per lo sfruttamento sessuale in Italia o in Francia; alcune di queste vengono già fatte prostituire in loco a prezzi molto bassi per i migranti in transito – motivo della posizione strategica tra il fiume e il parco, altre negli appartamenti per la prostituzione al chiuso. Chiacchierando con alcune donne incontrate alla stazione di Ventimiglia prima che i trafficanti le intercettassero si scopre che alcune di loro sono fuoriuscite dai Cas (Napoli, Bologna, Roma) dove il racket le sfruttava. Si sono quindi affidate ad altri uomini che tramite dei contatti via Facebook le hanno indirizzate a Ventimiglia sostenendo che poteva essere un luogo sicuro.

Parlare con loro in stazione e accompagnarle fisicamente nei pressi della Chiesa chiedendo ai volontari di prestare attenzione alla loro vulnerabilità ha permesso in alcuni casi di accompagnarle nella presa di consapevolezza circa il percorso di denuncia dello sfruttamento e della tratta(5). Il rischio che si corre in questi casi è molto alto. Non solo per la presenza dei trafficanti ai quali si sottrae la “merce” ma anche per la repressione che nel territorio di Ventimiglia i solidali “ricevono” dalle forze dell’ordine.

Nell’agosto del 2017 l’ospitalità presso la chiesa è stata sospesa: tutte le famiglie, i minori e le donne sono state trasferite nel Campo Roja a gestione della Croce Rossa Italiana. Lì le donne non hanno la possibilità di chiudere la zona a loro “dedicata”, ne consegue che trascorrono la notte sveglie per timore che loro stesse o le loro figlie possano subire violenze. Il livello di promiscuità e l’assenza di misure di tutela per le donne e i minori (maschi e femmine) sono talmente evidenti da risultare impossibile che un’amministrazione possa averla solo che pensata come soluzione preferibile alla presenza dei migranti a Ventimiglia(6) al pari di chiudere un rubinetto per l’acqua potabile costringendo i migranti ad “abbeverarsi al fiume” come bestiame(7) o come l’ordinanza emessa dal sindaco Ioculano che vietava la “somministrazione” di cibo ai migranti(8).

Va da se che da agosto ad oggi non si vedono più donne uscire dal Campo Roja per dirigersi nell’appartamento posto nel crocevia tra la chiesa, il Campo e la stazione. E’ plausibile ipotizzare che lo sfruttamento avvenga direttamente all’interno del campo. La denuncia di questo crimine – perchè questo sì che che è un crimine e non è una percezione – non sarà oggetto di nessuna “distrazione”. Continueremo a monitorare, denunciare e raccontare quello che lo stato vuole occultare.

Non c’è più nulla da dire ma solo da mostrare – annotava Benjamin sulla Parigi di Boudelaire – nella città in cui “si raccolgono tutte le fibre della storia europea” (Engels), emerge una massa infinita di oggetti, luoghi e figure sociali in cui si iscrive misteriosamente il percorso futuro della modernità“.

C.J.Barbis

(1) http://www.repubblica.it/cronaca/2010/01/08/news/rivolta_dei_diseredati_a_rosarno-1873836/?ref=search
(2) http://www.youreporter.it/video_Viaggio_a_Rosarno_RC_nell_inferno_degli_immigrati_1?refresh_ce-cp
http://www.ilsussidiario.net/News/Cinema-Televisione-e-Media/2016/2/2/ROSARNO-La-rivolta-degli-immigrati-sei-anni-dopo-tutto-come-prima-Le-Iene-oggi-2-febbraio-2016-/675645/
(3) https://www.internazionale.it/opinione/alessandro-leogrande/2017/03/08/braccianti-rignano-caporalato
(4) http://openmigration.org/analisi/il-giro-delloca-dei-trasferimenti-coatti-dal-nord-italia-a-taranto/
(5) http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/11/ventimiglia-la-prefettura-chiude-la-chiesa-simbolo-dellaccoglienza-prete-migliaia-di-migranti-ospitati-senza-soldi-pubblici/3789831/
(6) http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/20/ventimiglia-bimbi-stranieri-costretti-a-vivere-per-strada-oltre-alla-chiesa-per-loro-non-esiste-un-centro-daccoglienza/3667941/
(7) https://www.asgi.it/notizia/accoglienza-difficile-ventimiglia/
(8) http://www.sanremonews.it/2017/03/26/leggi-notizia/argomenti/politica-1/articolo/ventimiglia-divieto-di-cibo-ai-migranti-il-comitato-per-gli-immigrati-e-contro-ogni-forma-di-disc.html

foto in copertina: Piccoli Schiavi Invisibili

Violazioni del diritto alla salute al confine con la Francia

Considerazioni sulla situazione sanitaria al confine di Ventimiglia

a cura dei medici volontari dell’ambulatorio Città Aperta di Genova che da più di un anno prestano servizio sul campo

Da due anni alla frontiera con la Francia si trovano centinaia di persone bloccate per le ripetute decisioni dei governi degli Stati della UE che, di fatto, in quest’ambito, negano diritti e doveri sulla carta fondanti l’Unione Europea.

La salute delle persone in viaggio ivi giunte, è stata gravemente condizionata, oltre che dalla deprivazione di libertà di movimento e personale e dalla mancanza di autodeterminazione, anche dalle carenze igienico sanitarie nei luoghi di transito e di stazionamento in cui queste donne, questi bambini e questi uomini sono costretti.

Dal 2015 ad oggi, diversi sono gli insediamenti informali dove più o meno temporaneamente le persone stazionano prima di tentare di proseguire il proprio viaggio e dove, come medici volontari e solidali, abbiamo tentato, con scarsi mezzi di visitarle e di curarle. Spesso attraverso l’ascolto e l’attenzione e fornendo indicazioni semplici di igiene, come quella di non bere l’acqua del fiume.

Da un campo informale all’altro, durante questi due anni (2015/2017) si è passati attraverso sgomberi successivi, effettuati appunto con motivazioni igienico sanitarie, ma che, non prevedendo una soluzione radicale del problema, hanno comportato, invece, un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di vita.

La maggior parte delle persone migranti hanno vissuto e vivono all’aperto su scogli, in ex stalle, sulle rive del fiume, in parcheggi, in assenza di accesso all’acqua potabile, servizi igienici, alimentazione sufficiente ed adeguata.

Le moltissime persone da noi visitate, donne e uomini di ogni età, avevano iniziato il loro viaggio in ottima salute, rappresentando spesso un investimento per le famiglie di origine. In prevalenza si è trattato di persone provenienti da Sudan e dall’Eritrea, ma anche persone di altre nazioni africane, afghani e siriani. Il passaggio attraverso paesi come il Sudan e la Libia aveva comportato praticamente per tutte e tutti carcerazione, violenza e tortura a scopo di estorsione, le cui conseguenze sulla salute fisica e psichica erano ancora evidenti al momento della nostra visita.

Il viaggio e la vita condotti in Italia, aveva determinato un ulteriore deterioramento dello stato di salute. Dopo una superficiale visita di controllo allo sbarco, nonostante l’esistenza teorica di diritti, nessuna tutela e continuità viene assicurata a potenziali richiedenti asilo che tentano di sopravvivere basandosi unicamente sulle proprie risorse.

Mancanza di informazioni, assenza di mediazione culturale, orientamento legale e socio-sanitario sono le cause determinanti dello stato di abbandono in cui versavano coloro che abbiamo visitato.

Nelle centinaia di visite eseguite tra le sponde del fiume, campi informali e la chiesa di Sant’ Antonio, dove siamo stati assai presenti, soprattutto nella fase di maggior affluenza, le malattie prevalenti sono state quelle dovute al disagio delle condizioni di vita. Epidemie di scabbia, malattie esantematiche, infezioni soprattutto delle alte vie respiratorie o delle vie urinarie, patologie gastrointestinali e traumi infatti sono le conseguenze più banali di questo accidentato percorso. Le patologie gravi che abbiamo potuto osservare, di più raro riscontro ma presenti, dato il numero di persone visitate, costituivano ovviamente un pericolo di vita, in tali situazioni.

Il nostro lavoro sarebbe stato impossibile senza l’esistenza e la resistenza di una rete di persone solidali a cui spesso ci siamo riferiti per il supporto al nostro lavoro.

Solidali, provenienti dall’Italia ma anche da altre nazioni, sono stati presenti da sempre su questo territorio. La condivisione del progetto politico per la libertà di movimento e l’autodeterminazione e della quotidianità del campo, è stata a nostro parere la risposta lucida di una parte consapevole della società civile e del variegato mondo dell’attivismo politico: essa ha contribuito a ridurre la condizione di abbandono e invisibilità in cui versavano le vite delle e dei migranti.

Purtroppo la repressione delle istituzioni ha gradualmente determinato una frammentazione tra i gruppi presenti sul territorio e l’allontanamento di molti solidali, fino alla consegna di numerosi fogli di via, ritenuti illegittimi a distanza di mesi.

E’ bene ricordare in questo periodo, in cui la memoria storica è spesso derisa ed umiliata, che questa  situazione, che sembra far ammalare chiunque viva da migrante su quel territorio, contravviene non solo ad istintivi sentimenti di umanità, uguaglianza e partecipazione sociale, ma a ben chiare legislazioni internazionali. La salute infatti è stata definita dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1946, durante la Conferenza Internazionale della Sanità, come uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”.

E’considerata un diritto inalienabile dell’individuo, appartenente all’uomo in quanto tale, derivando dall’affermazione del più universale diritto alla vita e all’integrità fisica, di cui rappresenta una delle declinazioni principali. In linea con questa dichiarazione, le principali normative internazionali a tutela della salute come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo (1948) sanciscono questo come uno dei diritti fondamentali dell’individuo e delle collettività e la sua tutela uno dei doveri degli Stati.

E’inoltre da ricordare il Commento generale n. 14 del Comitato per i diritti economici sociali e culturali delle Nazioni Unite (2000), in cui vengono riconosciuti i concetti di disponibilità, accessibilità, accettabilità e qualità dei servizi per la salute e i concetti di determinanti sociali della salute.

I determinanti sociali della salute consistono in condizioni indispensabili perché la salute sia garantita: l’accesso all’acqua potabile sicura, a servizi igienici adeguati, la disponibilità di cibo e nutrimento sufficiente, la  sicurezza e la qualità dell’abitazione, la salubrità dell’ambiente di vita e di lavoro, l’accesso alle informazioni relative alla salute, il divieto di discriminazione.

L’articolo 35 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, sotto il titolo “Protezione della Salute” afferma che “ogni individuo ha diritto di accedere alla prevenzione sanitaria e di ottenere cure mediche e che nella definizione e nell’attuazione di tutte le politiche e attività dell’Unione è garantito un livello elevato di protezione della salute umana”.

Infine, secondo la Carta Costituzionale Italiana (1948) il diritto alla salute è compreso nel nucleo irriducibile dei diritti della persona umana.  Il testo di riferimento generale rimane il Decreto Legislativo n. 286 del 1998, che in ambito sanitario sancisce l’inclusione ordinaria nel sistema di tutela sanitaria dei cittadini stranieri, presenti regolarmente o non regolarmente sul territorio nazionale (sentenze 252/2001, 299/2010).

La Corte Costituzionale ha affermato nel 2008 che lo straniero è “titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona” sentenza 248/2008.

Ancora dopo due anni centinaia di persone, si trovano nelle condizioni descritte e la situazione di Ventimiglia viene definita come emergenziale, mentre anche semplici interventi, quali potrebbero essere la fornitura di un accesso all’acqua potabile e servizi igienici, richiesti da singoli, associazioni, ONG, vengono rifiutati perché potrebbero costituire dei fattori che favoriscano la presenza di persone migranti sul territorio. Tale presenza, come già detto, è resa inevitabile, da due anni, a causa della chiusura della frontiera franco-italiana per i soli migranti. E’ oltremodo evidente come l’atteggiamento delle istituzioni, che utilizzano  spesso, per definire i propri atteggiamenti, parole proprie di una neo-lingua di orwelliana memoria come: decompressione, hotspot, decoro e degrado ecc, sia in contrasto con i concetti espressi dalla nostra Costituzione e dai quadri legislativi internazionali.

A Ventimiglia, per quanto sia a nostra conoscenza, a parte le ordinanze di sgombero sommario e di divieto di somministrazione di cibo in luoghi pubblici, non vi sono state proposte innovative da parte delle istituzioni. Le persone presenti sul territorio (abitanti e migranti, che continuiamo a considerare come un unico gruppo abitante un territorio ostile), si rendono conto della scarsità delle risposte istituzionali e questo provoca rabbia, frustrazione e la nascita di opposti schieramenti.

A nostro avviso, per rispondere al progressivo deterioramento, occorre superare l’aspetto emergenziale e proporre soluzioni coraggiose, dal breve al lungo termine. La scelta più difficile, sarebbe ovviamente quella del farsi fautori del diritto all’autodeterminazione e alla libera circolazione per tutti, in Europa.

Nell’immediato tuttavia, scelte almeno oculate delle istituzioni, avrebbero dovuto considerare a nostro parere l’ampliamento dell’offerta dei servizi pubblici nei territori di frontiera, soprattutto per tutto ciò che concerne il diritto alla salute delle persone presenti (migranti in transito, richiedenti asilo, locali) e delle attività e strutture per la prevenzione e protezione a prescindere dall’identificazione degli aventi bisogno:

– luoghi abitativi degni non gestiti in forma poliziesca, ma in accordo con i solidali, per non indurre il timore di abitarvi, l’isolamento e la frattura sociale. Abitazioni non poste a chilometri dal centro abitato e raggiungibili con strade non pericolose, dotate servizi igienici ed acqua calda, cibo a sufficienza per tutte le persone presenti.

– l’interruzione delle deportazioni sommarie e ingiustificate che a volte hanno anche separato famiglie (spesso i migranti temono di spostarsi di giorno nella città poiché sanno che possono essere deportati anche se in possesso della tessera del centro della Croce Rossa o se si spostano per raggiungere ospedali o fonti di acqua pubblica) e che inducono disagio anche psichico per la ripetizione infinita del viaggio verso Ventimiglia.

– Implementare i servizi offerti dal poli-ambulatorio di Ventimiglia o dal punto di primo intervento di Bordighera (già quasi smantellato dal 2011 e minacciato di privatizzazione, poiché tra la popolazione presente non vengono considerati le migliaia di persone che transitano sul territorio: a tal proposito è interessante leggere  le dichiarazioni di un medico a un giornale locale http://www.riviera24.it/2017/01/bordighera-ospedale-saint-charles-verso-la-privatizzazione-le-riflessioni-del-dottor-francesco-longo-245904/.

– Implementare i trasporti pubblici locali da Ventimiglia a Bordighera per evitare che gli spostamenti dei codici bianchi avvengano attraverso ambulanze quando non vi sono operatori che spontaneamente si offrono per l’accompagnamento.

Ventimiglia è probabilmente un punto di osservazione facilitato per valutare fenomeni esistenti a livello nazionale e soprattutto in territori dove poteri contrapposti e illegalità diffusa convivono e dove la mancanza di programmazione e la sperimentazione di risposte frammentarie e discontinue senza un obiettivo di lungo termine prevalgono.

Riteniamo sia giusto ampliare il più possibile la consapevolezza su ciò che accade nel nostro territorio, ritenendo che ciò aumenti la libertà di tutti, consentendo la possibilità di informarsi sulle lotte delle persone che lo attraversano, sostenerle e denunciare le violazioni dei diritti fondamentali.

Per i compagni, per le persone della socierà civile, per le nostre e i nostri colleghi medici, infermiere/i, psicologhe/i che abbiano voglia di uscire dai loro ambulatori e che condividano con noi l’idea che spesso l’accesso ai servizi sanitari è negato a chi ne ha più bisogno, siamo disponibili a spiegare più nello specifico le nostre esperienze e a condividere ciò che in questi anni abbiamo appreso da quel territorio.

 

Amelia Chiara Trombetta; Antonio Curotto

La marea razzista monta anche a Ventimiglia

Ventimiglia, la città dice “stop” a nuovi centri di accoglienza per migranti – da Riviera24

 Il 9/8/2017, il 12/8/2017 e  infine il 19/8/2017, a Ventimiglia, si sono svolte tre manifestazioni contro la presenza dei migranti.

 

Ecco una cronaca ragionata dei fatti.

9/8/2017 – Si è tenuta a Ventimiglia una manifestazione con circa 200 partecipanti contro l’apertura di un centro d’accoglienza per minori stranieri non accompagnati. I manifestanti marciavano per le vie della città di confine rivendicando il diritto di decidere in merito alla non apertura del centro perchè “esiste già il Parco Roja (centro gestito dalla Croce Rossa) come centro di accoglienza”.

Il Parco Roja è solo un nome per i molti cittadini che non l’hanno mai visto, essendo situato in un luogo isolato e lontano da ogni insediamento abitativo. Per chiarezza informativa, va detto che il centro della CRI è stato spostato più di un anno fa dal centro cittadino all’estrema periferia della città, seguendo un’ottica meramente securitaria e di controllo sociale. All’ingresso del campo del Parco Roja sono presenti camionette della Polizia; al suo interno, dentro container e tende forniti di brande, vengono alloggiati centinaia di migranti, uomini donne e bambini, che vi sostano con la speranza di riuscire ad oltrepassare il confine.

Riprendendo dalla manifestazione: in apertura vi era uno striscione con su scritto “L’accoglienza sia sostenibile! NO ad altri centri migranti in città”, con dietro un gruppetto di consapevoli manifestanti: otto bambini con un’età che andava dai 9 ai 13 anni. Una scena che mostra lo sdoganamento di un modello educativo razzista volto ad insegnare fin da bambini a non accogliere nemmeno i propri coetanei, giustificandosi dietro alla logora litania: “non sono razzista ma….”. La manifestazione è arrivata fin sotto al Comune dove i partecipanti al corteo hanno urlato slogan quali “Vergogna! Vergogna!” e “Fuori! Fuori”:  cori indirizzati al Sindaco Ioculano.

Continuava così la rappresentazione di piazza: con gli adulti a dare il la, i bambini in prima fila che li seguivano, accennando un sorriso divertito ma anche perplesso, guardandosi tra loro e intorno per cercare di capire la situazione. Passati pochi minuti, usciva il Sindaco del PD, Enrico Ioculano, scortato dalla digos ed applaudito dalla folla, affrettandosi ad affermare di essere contro l’apertura di nuovi centri d’accoglienza, precisando più volte come la sua posizione fosse già stata espressa ai giornali. Concludeva il comizio consigliando ai partecipanti di recarsi tutti insieme a parlare con la prefetta di Imperia, Silvana Tizzano, per ribadire la  posizione della “cittadinanza” intemelia. All’affermazione del sindaco di non aver nessun potere sulla decisione, la folla iniziava a scalpitare, rivendicando il fatto che il popolo debba decidere sull’accoglienza o sul rifiuto di persone che arrivano da altri continenti. Una posizione che esprime chiaramente come una certa accezione di popolo – e dunque di populismo – oggi, in un mondo dove le geografie politiche e sociali sono totalmente trasformate, non contengano più una carica di trasformazione sociale, bensì vengano usate in chiave reazionaria.

Il sindaco, con gesto che suggeriva autocommiserazione, concludeva allargando le braccia dichiarando che la gestione del problema dei migranti “è un casino”. La manifestazione finiva con esternazioni tipiche del razzismo di pancia,  inquietanti per chi rifiuta la discriminazione, l’intolleranza, la guerra tra poveri e la violenza sui più deboli.

 

12/8/2017 – Nuova protesta a Ventimiglia contro i migranti; circa 100 persone hanno manifestato davanti al Comune per richiedere l’allontanamento dei migranti dal centro città ed anche dal Parco Roja dove sorge il Centro della CRI. All’interno della manifestazione c’erano anche esponenti della Lega Nord e di Forza Nuova. Lo striscione di inizio del corteo recitava: “ I candelotti sul Roja non sono esplosi ma i ventimigliesi sì”, riferendosi all’ordigno inesploso trovato lungo il fiume di Ventimiglia qualche giorno prima della manifestazione. In questo corteo i partecipanti hanno minacciato nuove azioni contro i migranti nel caso non  venissero ascoltati dalle istituzioni.

19/8/2017 – Si svolge ancora un corteo a Ventimiglia, stavolta contro il degrado. Ma anche stavolta vengono chiamati in causa i migranti: il loro stazionare per medio e lungo tempo lungo le strade della città causerebbe una “pessima situazione igienico-sanitaria”. Il corteo arriva fin sotto al Comune chiedendo al Sindaco nuove ordinanze contro chi bivacca e consuma alcolici. Alcuni manifestanti urlano al Sindaco Ioculano di dimettersi ed inneggiano al ritorno del vecchio Sindaco appartenente a Forza Italia, Gaetano Scullino (curioso perchè durante il suo mandato il Ministro degli Interni aveva commissariato il comune di Ventimiglia per infiltrazioni mafiose, ma evidentemente questo elemento, per quei cittadini, non rientra nella categoria del “degrado”).

Dopo queste tre manifestazioni è stato girato un video dagli abitanti di Grimaldi Superiore, ultima frazione italiana prima del confine, per mostrare la spazzatura che i migranti lascerebbero quando passando dal paese per poter raggiungere la Francia.

“Tanto per chiarire subito questo video NON è contro gli immigrati” spiega un abitante di Grimaldi Superiore e continua dicendo che ci sono organizzazioni internazionali che contattano i migranti e, facendosi pagare, portano i migranti in Francia, la quale però spesso poi li rimanda in Italia; le persone che fanno parte di queste organizzazioni intimerebbero di lasciare tutti gli effetti personali e i vestiti per strada prima di raggiungere la frontiera. Per gli abitanti di Grimaldi la colpa non è quindi dei migranti in transito ma delle istituzioni che non ripuliscono l’aerea di transito. Colpisce però l’elaborazione di un discorso pubblico in cui manca qualsiasi riferimento alla dimensione politica della migrazione, introiettata e considerata come mero problema di ordine pubblico.

In questo panorama i presagi di linciaggi e il clima da caccia alle streghe si fanno sempre più palpabili: le vittime sacrificali sono i migranti e i solidali. I fatti di Ventimiglia confermano quanto si sta verificando sempre più spesso e sempre più diffusamente in giro per l’Italia. L’alleanza istituzionale tra le forze governative, trainate dal PD, e i movimenti di estrema destra, segnano l’affermazione e lo sdoganamento di pratiche, discorsi e ordini normativi di stampo fascista.

Stiamo assistendo al crescere del numero dei cittadini italiani che accettano, senza porsi domande né muovere dito, di far parte di un sistema sempre più razzista ed esclusivo. Una parte di cittadinanza scende in piazza reclamando l’esclusività dei propri diritti di cittadinanza contro chi migra nel tentativo di trovare e costruire spazi di libertà in questa Europa. I solidali e gli attivisti politici sono sempre più presi di mira da parte delle autorità con l’avallo dei cittadini catturati dalle retoriche  xenofobe e fasciste: su questo Ventimiglia è emblematica.  Una delle ultime uscite mediatiche del sindaco Ioculano è stata quella per cui nella città di frontiera “la vera sciagura non sono i migranti ma i No Borders”.

Ora che il movimento politico, identificato con il nome No borders, è stato disgregato, principalmente a causa delle misure repressive, e che in città restano gruppi di attivisti che praticano la solidarietà diretta ma non riescono ad organizzarsi  politicamente insieme ai migranti, le istituzioni hanno buon gioco a mettere definitivamente all’indice l’idea del conflitto e della rivendicazione politica  dell’uguaglianza, dei diritti di cittadinanza per tutti, della libertà di circolazione, della dignità di tutti e dei privilegi per nessuno. Il movimento No Borders, per oltre un anno, è stato capace di aprire, insieme alla frontiera, nuovi immaginari e  creare nuovi linguaggi, riuscendo anche a mobilitare e coinvolgere quella parte di cittadinanza che oggi, impaurita, resta in silenzio. Si è trattato di una parte di cittadinanza non esigua, che ha dato il suo contributo nell’accoglienza ai migranti durante questi due anni, con tanti progetti e tentativi di accoglienza dal basso. Tra tutti, va ricordato per importanza l’accoglienza offerta dai volontari nella Chiesa delle Gianchette. Per più di un anno donne, bambini, uomini sono stati accolti, curati, sfamati in un campo informale, dove la cittadinanza locale ha dato vita ad una forma di accoglienza popolare e inclusiva. Le istituzioni hanno ritenuto che tale forma di accoglienza non fosse adeguata probabilmente, pensiamo, perché sfuggiva alle maglie del controllo poliziesco, che con le sue quotidiane violenze viene esercitato sui migranti. Così, dopo mesi di trattative, il centro di accoglienza della Chiesa è stato chiuso, e tutte le persone migranti sono state inviate nel campo della Croce Rossa, lontano e isolato dalle zone abitate.

Parallelamente a questi fatti, è cominciata a montare la marea razzista di una Ventimiglia chiusa, impaurita e intollerante…

 

Manifestazione 9/8/2017

http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2017/08/09/ASMMvlmI-ventimiglia_minorenni_migranti.shtml

Manifestazione 12/8/2017

http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2017/08/12/ASAhQGqI-ventimiglia_candelotti_protesta.shtml

Manifestazione 19/8/2017

http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2017/08/19/ASzOv5xI-migranti_ventimiglia_centinaio.shtml

Ioculano e No borders

https://www.rivierapress.it/2017/08/29/ventimiglia-il-sindaco-ioculano-la-vera-sciagura-non-sono-i-migranti-ma-i-no-borders/

 

 

 

Cati; g.b

Il vento soffia e non si può arrestare

Migranti: il vento soffia e non si può arrestare

Lotte, sofferenze, ingiustizie e passioni vissute da un giovane migrante sudanese arrivato in Italia nel 2015 e rimasto per lungo tempo al confine di Ventimiglia. Un’intervista che narra una delle tante storie di chi si è reso protagonista di un importante ciclo di lotta ed ha subito sulla propria pelle la violenza dei dispositivi di governance e la repressione delle istituzioni.

 

Quando sei arrivato in Italia?

J. Sono arrivato a fine Giugno del 2015 a Lampedusa. Appena sbarcato sono stato portato al Centro gestito dalla Croce Rossa Italiana. Ero molto stanco dal viaggio in mare e non stavo capendo cosa mi stava succedendo. Nel 2015 non esistevano ancora gli Hotspot per i migranti, quindi non mi hanno preso le impronte subito dopo lo sbarco.

 

Dopo i 5 giorni all’interno della Centro della CRI cosa è successo?

J. La polizia mi ha prelevato dal centro e mi ha portato ad Agrigento all’interno di un altro Centro nel quale sono stato altri 5 giorni. Ero molto disorientato e non capivo bene perchè non potevo andare dove volevo.

 

E dopo i 5 giorni ad Agrigento?

J. Sono stato nuovamente prelevato insieme ad altre persone. Ricordo che c’erano 4 pullman pronti per noi. La polizia ci disse che la destinazione di quei pullman era differente: uno andava a Napoli, uno a Roma, un altro a Milano e l’ultimo a Padova. Sul mio pullman eravamo 25 persone: 10 sudanesi, 2 nigeriani, 3 senegalesi e 10 del Bangladesh; la nostra destinazione era Padova.

 

Quindi ti hanno portato a Padova. Ma cosa hai pensato quando ti prelevavano per portarti in altri posti?

J. Eh….. ho pensato che fosse una merda. Io pensavo che appena avessi raggiunto l’Europa io fossi libero di poter andare dove volevo, nel mio caso pensavo che potessi raggiungere mio cugino in Inghilterra e richiedere l’asilo politico lì.

 

E dopo che sei arrivato a Padova che cosa è successo? Ti hanno spostato di nuovo?

J. Arrivati a Padova abbiamo dovuto aspettare più di un’ora per entrare in Questura. Il primo ad entrare sono stato io ed in quel momento c’erano solo mediatori pakistani che sapevano un po’ l’arabo ma la polizia non ha voluto che entrassero con me.

 

Quando sei entrato nella stanza della polizia cosa è successo?

J. Mi hanno chiesto di dare le impronte così potevo fare la richiesta di asilo in Italia, ma io non volevo! Perchè, come ho spiegato prima, volevo raggiungere l’Inghilterra e richiedere l’asilo lì. Il poliziotto mi ha aggredito verbalmente ed io ho reagito. Di conseguenza sono arrivati altri tre poliziotti che mi hanno picchiato sui polsi, ma io ho resistito nascondendo le mani. Allora loro mi hanno preso con la forza, tenendomi fermo, e sono riusciti a prendere le impronte.

 

Tutto questo è successo in presenza di un mediatore? E se non c’era, in che lingua parlavate?

J. No! i mediatori non sono stati autorizzati ad entrare perchè non erano mediatori arabi, anche se un po’ l’arabo lo sapevano. Io provavo a parlare l’inglese, all’epoca non lo sapevo molto; ma i poliziotti non capivano niente e mi rispondevano urlandomi addosso in italiano. L’unica cosa che ho capito è la parola “asilo” e il loro gesticolare che si riferiva al prendermi le impronte. Per questo mi sono rifiutato.

 

E dopo che ti hanno preso le impronte?

J. Sono uscito da lì e ho trovato un mediatore arabo che mi ha chiesto cosa era successo. Ho spiegato tutto ma ormai le impronte me le avevano prese. Dopo poco sono rispuntati i poliziotti che mi hanno dato un biglietto del treno per andare a Milano al Centro della CRI. Arrivato a Milano sono stato portato al Centro, non so bene cosa era quel posto, ma ho capito che potevo starci solo 5 giorni e poi o me ne andavo oppure finivo in un centro d’accoglienza. Ma io non volevo restare in Italia, io volevo raggiungere mio cugino in Inghilterra e quindi dopo due giorni lì dentro ho deciso di andarmene. Ho preso un treno che andava a Genova per poi raggiungere Ventimiglia.

 

In tutto questo tu avevi idea dove eri? Conoscevi la geografia italiana?

J. No assolutamente, non ci capivo niente. Ma sono stato contattato da mio zio che mi ha detto di raggiungerlo a Ventimiglia e che avremmo pagato un passeurs insieme per andare in Francia e poi raggiungere l’Inghilterra. Mi sono fidato e sono andato.

 

Arrivato a Ventimiglia che hai fatto?

J. Sono arrivato in stazione e come prima cosa ho chiamato mio zio, ma lui mi ha detto che era dentro al Centro della CRI nel quale prendevano le impronte. Io ho deciso che non volevo più farmi prendere le impronte. Ma ero disorientato, non sapevo dove ero e non sapevo come superare il confine.

 

Come ne sei uscito da questa situazione?

J. In stazione ho incontrato dei solidali che mi hanno spiegato dove ero e dato delle informazioni. Mi hanno spiegato che c’era un campo autogestito con migranti e solidali. Ho deciso di seguirli e sono arrivato con loro al campo dei Balzi Rossi.

 

In che periodo sei arrivato al campo?

J. Era Luglio 2015, non ricordo bene i giorni.

 

Quando sei arrivato ai Balzi Rossi cosa hai trovato?

J. Ero molto stanco e per un paio di giorni ho voluto riposarmi per essere più lucido. Era un campo con tanti migranti e tanti solidali. Tutti aiutavano nella gestione di questo: c’era la cucina, i bagni, le docce, un info point e il magazzino con cibo e vestiti. Ognuno era libero di fare quello voleva, sempre nel rispetto degli altri. Durante il giorno c’erano pure corsi di francese o di inglese fatti dai solidali, c’erano assemblee e discussioni. Io mi sono ambientato ed ho incominciato subito a far parte dell’autogestione di quel campo trovandomi molto bene sia con i migranti e sia con i solidali.

 

Quanto sei stato al campo dei Balzi Rossi?

J. Ci sono stato fino a quando non è stato sgomberato, cioè fino a fine settembre. Lì ho imparato l’inglese, ho aiutato altri migranti perché potessero superare la frontiera, ho conosciuto i solidali che si facevano chiamare no borders ed li ho aiutati a parlare con i migranti. A fine settembre è finito il campo: io ero molto triste perchè all’interno di quello spazio io avevo trovato amici e compagni che sentivo come la mia famiglia. Sono arrivati circa 200 poliziotti alle 5 di mattina. E hanno sgomberato.

 

Ma durante lo sgombero cosa è successo? Tu cosa facevi?

J. Noi ci siamo messi sopra gli scogli, vicino al mare così la polizia non poteva raggiungerci. Noi eravamo circa 100 persone tra migranti e solidali. Siamo stati sugli scogli senza mangiare e bere fino alle 16 circa. Dopo la polizia ha deciso di incominciare a prendere le persone. Dopo poco è arrivato il Vescovo che ha cercato di mediare cercando di convincere noi migranti ad andare con la polizia a Ventimiglia per entrare al Centro della CRI. Noi ci siamo rifiutati e allora la polizia ha incominciato a prenderci con la forza.

 

Dei solidali che ne hanno fatto?

J. Anche loro sono stati presi e portati subito in commissariato, ad alcuni di loro sono stati dati dei foglio di via con l’accusa di pericolosità sociale e tutti gli altri sono stati denunciati.

 

Quindi sei stato separato dai solidali e dove ti hanno portato? Come ti sentivi?

J. Mi hanno portato al Centro della CRI; io ero molto arrabbiato perchè avevano portato via, oltre ai migranti, anche i solidali e li stavano reprimendo con denunce senza aver fatto nulla di male. Ho aspettato 2 ore dentro al Centro della CRI non sapendo cosa fare, poi ho visto che i solidali erano fuori dal Centro ed erano stati tutti rilasciati. Allora mi sono unito a loro. Successivamente ho deciso di entrare nella Chiesa che accoglieva i migranti, sono stato lì due giorni e poi sono andato a vivere con i miei compagni europei. In quei giorni c’è pure stata una manifestazione contro la frontiera ma la polizia non ci ha permesso di partire. Ad un certo punto, quando eravamo rimasti in 30, la polizia ci ha caricati: ci ha picchiato e ci ha rincorso per circa 2 km per poterci manganellare. Io per fortuna non sono stato picchiato però ho visto i miei compagni e le mie compagne venire pestati dalla polizia.

 

Finora solo brutte esperienze con la polizia italiana. Dopo questa manifestazione hai deciso di proseguire il tuo viaggio o di rimanere in Italia?

J. Ho deciso di rimanere in Italia perchè avevo trovato il mio posto, dove mi sentivo libero: a Ventimiglia, con i solidali per aiutare i migranti. Quindi ho fatto la richiesta d’asilo politico a Torino, il 10 novembre 2015 sono andato in questura, mi sono fermato una settimana da degli amici solidali e poi sono ripartito per Ventimiglia.

 

Ma a Ventimiglia vivevi sempre per strada con i migranti? C’era un campo autogestito dopo la fine dei Balzi Rossi?

J. No, non c’era nessun campo autogestito. I migranti vivevano per strada, soprattutto in stazione. Ma era inverno, era tutto molto più tranquillo: i migranti per tutto l’inverno saranno stati al massimo 80. Io vivevo a casa di un solidale nell’entroterra ligure. Andavo spesso a Ventimiglia per aiutare i migranti che arrivavano e non sapevano nulla della città; li trovavo non solo in stazione ma anche vicino al mare. Alcuni stavano dentro al Centro della CRI. In quel periodo facevamo spesso assemblee per organizzarci per trovare una soluzione più dignitosa. I solidali erano con noi.

 

Questo in autunno/inverno 2015/2016. Durante la primavera del 2016 cosa è successo?

J. Sono stato con i no borders. Dopo varie assemblee tra solidali e migranti siamo riusciti a trovare una soluzione quantomeno dignitosa: abbiamo “occupato” un pezzo di terra sotto al cavalcavia in Via Tenda. Non era il massimo ovviamente, vicino al fiume e nella terra, ma eravamo al coperto e tutti insieme. Si è creata una situazione di autogestione, c’era tutto: cibo, vestiti, tende e coperte. Spesso dovevamo dividerci le coperte e le tende perchè non erano abbastanza per tutti, i solidali ricevevano donazioni quindi bisognava arrangiarsi. Ma tutto sommato non era male. Facevamo assemblee tra migranti e poi con i solidali. Ci sono state anche varie giornate di lotta, manifestazioni contro la frontiera. Durante questo periodo la polizia non ci lasciava stare: passava spesso al campo e, guardandoci da lontano, rideva e ci prendeva in giro come se fossimo animali. Spesso i poliziotti provocavano i solidali. Nel frattempo continuavano ad arrivare migranti, continuavano le violenze e le torture sui migranti e le violenze psicologiche a chi provava a portare solidarietà. Finché un bel giorno non è arrivata l’ordinanza di sgombero del campo in Via Tenda per motivi igienici. Mi sono chiesto: “e dove dobbiamo andare noi? Non possono mettere dei bagni e delle docce invece di sgomberarci?”. La risposta dei solidali è stata chiara: “A loro non importa che noi viviamo in condizioni dignitose, a loro importa distruggere l’autorganizzazione”. E così è stato.

 

Quando è stato il giorno dello sgombero? Cosa è successo?

J. Il 29 marzo. Ma abbiamo deciso tutti insieme di andarcene prima che arrivasse la celere, non c’erano le condizioni per resistere ad uno sgombero che sembrava potesse essere violento. Mi ricordo che pioveva ma per i preparativi non era un problema perchè eravamo al coperto del cavalcavia. Ci siamo svegliati molto presto per radunare tutto quello che doveva essere portato via: tende, coperte, cucina, cibo e altro. Abbiamo pure ripulito l’aerea. Nel frattempo i solidali cercavano di gestirsi i giornalisti, insistevano a riprenderci mentre facevamo le nostre cose. Richiedevano interviste, alcuni giornalisti erano davvero fastidiosi.

 

Ma vi preparavate per andare dove?

J. Eh… da nessuna parte. Durante l’assemblea del giorno prima i solidali avevano proposto di occupare degli spazi ma molti migranti non erano convinti e allora si era deciso di attendere ancora un giorno o due per parlarne con calma, nel frattempo continuavamo a stare per strada. Ci siamo spostati verso la spiaggia, eravamo circa 400 davanti agli occhi di giornalisti, tv ed abitanti di Ventimiglia. Ma che dovevamo fare? Dove potevamo andare? Lo sgombero era un chiaro segnale da parte delle istituzioni: migranti e solidali non erano i benvenuti nella città. Appena arrivati in spiaggia mi ricordo che i solidali hanno ricevuto una notizia e si sono agitati molto; ho subito chiesto e ho capito il motivo per cui si sono allarmati: la mattina presto del giorno dopo sarebbero arrivati pullman e polizia per portare i migranti nel Sud Italia, negli hotspot, ed arrestare i solidali.

 

E con questa notizia che avete deciso di fare?

J. Abbiamo fatto un’assemblea, non c’erano molte alternative perchè il tempo era davvero poco. Tutti insieme abbiamo deciso di provare a rifugiarci in una chiesa vicino alla spiaggia. Alcuni migranti hanno deciso di nascondersi sui monti e provare a passare il confine, molti hanno accettato di entrare in chiesa. Anche i solidali erano in difficoltà, ma la situazione era pesante e non si poteva aspettare. Il parroco ha deciso di ospitarci dopo che i solidali hanno mediato e gli hanno fatto capire la situazione. Siamo andati in tanti lì dentro, forse 200, nascosti come dei criminali. I solidali hanno girato tutta la notte per provare a recuperare chi era rimasto per strada, io stavo in chiesa ed aiutavo i migranti spiegandogli bene cosa stava succedendo e tranquillizzandoli. In effetti il giorno dopo sono arrivati tanti poliziotti e dei pullman, ma non sono riusciti a prendere tante persone perchè in chiesa loro non potevano entrare. Per questo credo che si siano arrabbiati molto e quindi hanno incominciato a cercare i solidali. Due giorni dopo allo sgombero del campo in Via Tenda dei poliziotti sono entrati in chiesa mentre facevamo assemblea per decidere cosa fare, dove andare, ed hanno preso i solidali.

 

Che cosa hanno fatto ai solidali?

J. Li hanno portati in commissariato, li hanno tenuti tutta la notte e gli hanno dato dei fogli di via e la pericolosità sociale.

 

E voi migranti eravate sempre in chiesa? Eravate spaventati?

J. Noi eravamo in chiesa, non eravamo spaventati ma arrabbiati perchè avevano preso i nostri amici solidali. Abbiamo deciso di fare una manifestazione contro la frontiera. Successivamente siamo rientrati tutti in un’altra chiesa. E da quel momento a Ventimiglia è cambiato tutto: la Chiesa delle Gianchette ospitava i migranti ed è stato chiuso il Centro della CRI vicino alla stazione per aprirne uno nuovo, isolato e lontano da tutto nel Parco Roja. Io continuavo a vivere in una località vicina ma trascorrevo le giornate a Ventimiglia. Dopo poco tempo si era ricreato un campo alle vecchie stalle, vicino al Parco Roja. Ma anche lì non andava bene: la polizia veniva spesso per toglierci la cucina e per prendere i solidali ai quali davano altri fogli di via. Continuavano a reprimere i no borders senza alcuna vera motivazione.

Poi c’è stato il campeggio organizzato dai solidali, era agosto 2016. Sono arrivate tante persone da varie parti dell’Italia e da varie città dell’Europa. Stavamo a Ciaixe, un piccolo paese sopra a Ventimiglia, sui monti. Il giorno prima dell’inizio del campeggio noi migranti ed alcuni solidali abbiamo deciso di fare una dimostrazione politica contro la frontiera: siamo arrivati al confine in 400, ai Balzi Rossi e abbiamo aspettato l’arrivo della polizia proprio per focalizzare il problema alla frontiera. La polizia è arrivata e ci ha vietato di bere: era caldissimo. Alcuni solidali hanno provato a portarci l’acqua ma venivano fermati e gli veniva dato il foglio di via, ancora! Siamo rimasti sotto il sole per tante ore finché la polizia, non ho capito bene per quale motivo, ha deciso di caricarci verso la Francia. Puoi immaginare il risultato. 400 persone che sfondano il confine ed entrano in Francia occupando la spiaggia di Mentone. Io anche sono passato ma sono ritornato indietro quasi subito. Alcuni migranti sono riusciti a non farsi prendere, altri sono stati riportati al Parco Roja, cioè al Centro della CRI. I solidali invece sono stati tenuti in stato di fermo per molte ore e gli hanno dato altri fogli di via.

Il giorno dopo invece è morto d’infarto un poliziotto mentre in circa cinquanta persone cercavamo di salutare i ragazzi reclusi al Centro della CRI. La polizia è stata molto violenta! Ci hanno inseguiti con le camionette, ci hanno picchiato, ci sono stati dieci fermi e due arresti per non aver fatto niente. Nel frattempo la polizia era entrata anche al Freespot, il luogo in cui tenevamo abiti, cibo ed in cui potevamo lavarci e riposarci; era un garage e noi pagavamo l’affitto regolarmente ma alla polizia non andava bene. Hanno fatto molte perquisizioni, hanno portato i solidali in commissariato e hanno fatto chiudere quel posto. In quella giornata è morto un poliziotto, gli è venuto un infarto. Subito le istituzioni locali e la polizia hanno dato la colpa ai no borders ma in realtà questa persona è morta da sola, per il caldo e gli sforzi, i solidali erano pacifici, non hanno fatto male a nessuno.

Nel frattempo tanti solidali hanno provato a raggiungere Ventimiglia ma venivano presi e gli veniva dato subito un foglio di via, mi sembra che siamo arrivati a 60 fogli di via dal 2015 al 2016.

Continuava la repressione sui solidali, una repressione massiccia.

 

Come ti sei sentito quando hanno incominciato a reprimere i no borders?

J. Ero molto arrabbiato perchè i no borders erano la mia famiglia, i miei fratelli e le mie sorelle e non capivo il motivo per cui la polizia si accaniva così tanto. Con il passare del tempo, invece, sono riuscito a capire: per lo Stato italiano e alle istituzioni tutte i no borders sono un problema, sono pericolosi. Io sono sempre rimasto con loro, ancora oggi sono con loro. Loro stanno dalla parte dei migranti, stanno dalla parte degli esclusi, contro le ingiustizie su tutti (bianchi e neri).

Da quando sono arrivato a Ventimiglia ed ho conosciuto i no borders, ho capito che io voglio aiutare i migranti ed aiutare i solidali.

 

Grazie per questo prezioso racconto. Ma ritorniamo un attimo sulla tua domanda d’asilo. Mi racconti bene cosa è successo?

J. Allora io ho fatto richiesta d’asilo nel Novembre del 2015, ho aspettato un anno ed un mese ma non ho ricevuto nessuna risposta da parte della Questura: ogni volta che mi presentavo all’appuntamento mi rimandavano ad un’altra data senza dirmi il motivo e senza darmi nessun tipo di foglio che attestava che ero un richiedente asilo.

Dopo un anno e mezzo ho deciso di andare in Francia e chiedere l’asilo lì, visto che l’Italia non mi rispondeva. La mia idea era di prendere i documenti in territorio francese e ritornare a Ventimiglia, completamente in regola, per continuare ad aiutare i migranti.

In Francia ho continuato a lottare con i solidali, sono stato a Nizza, Marsiglia, Grenoble e tanti altri posti.

 

Che contatti avevi?

J. Avevo i contatti di solidali, no borders e migranti conosciuti a Ventimiglia o in altre situazioni di lotta.

 

Dove hai fatto richiesta d’asilo?

J. L’ho fatta a Grenoble, sono andato lì perchè avevo il contatto di un solidale. Inizialmente vivevo in una casa occupata dai solidali per i migranti, la polizia ci aveva tolto luce ed acqua per 20 giorni perchè voleva sgomberarci. Dopo tre mesi la casa è andata a fuoco perchè un sudanese al suo interno ha litigato con un altro occupante e ha deciso di dare fuoco alla sua camera dando alle fiamme tutto lo stabile. Dopo il rogo è arrivata la polizia che ci ha portato tutti in una palestra dove abbiamo vissuto per 21 giorni. Successivamente a questi giorni, chi aveva i documenti è stato portato in montagna in alcuni appartamenti, invece chi non aveva i documenti doveva stare in un hotel nel quale però non c’erano tante libertà, quel posto non favoriva l’autodeterminazione.

Io mi sono rifiutato di entrare dentro all’hotel e sono stato ospitato per un po’ da un amico. Successivamente ho vissuto qualche settimana all’interno di un centro aperto dopo lo sgombero di Calais, con amici conosciuti in Italia e in Francia.

In tutti questi mesi ho girato molto la Francia per andare a trovare amici conosciuti a Ventimiglia, solidali e migranti.

Ho aspettato 8 mesi per avere una risposta dall’Italia per colpa della legge Dublino.

 

Che cosa è la legge di Dublino?

J. È la legge per la quale il migrante deve fare richiesta d’asilo nel primo Paese in cui da le impronte digitali. Nel mio caso è l’Italia, come in tanti altri casi. Dato che ho dato le impronte per la prima volta in Italia, la Francia doveva aspettare la risposta italiana e capire se dovevano deportarmi in Italia oppure farmi continuare la richiesta d’asilo in Francia.

 

Ok. E in questi mesi di attesa che cosa dovevi fare?

J. Allora, io ho fatto domanda d’asilo in Francia nel Dicembre del 2016, a Gennaio mi hanno dato la prima risposta dicendomi che io ero un Dublino (cioè avevo già dato le impronte in Italia) e che dovevo aspettare 4 mesi e nel mentre dovevo andare a firmare una volta al mese in prefettura per certificare la mia presenza sul territorio francese.

Dopo 3 mesi è arrivata la risposta italiana: dovevo essere riportato in Italia. Allora ho fatto il ricorso con l’aiuto di un avvocato. Il Tribunale mi ha dato altri 45 giorni di tempo di attesa nei quali dovevo firmare in prefettura due volte alla settimana. Dopo questi 45 giorni mi hanno detto di attendere di nuovo altri 45 giorni e di firmare sempre due volte alla settimana. Nel frattempo è arrivata la risposta del ricorso: non potevo rimanere in Francia. Un giorno sono andato a firmare e la polizia mi ha arrestato. Mi hanno portato in carcere a Lione ed il giorno dopo sono partito alle 11 del mattino per andare in aeroporto. Sono arrivato alle 11.30 in aeroporto, scortato dalla polizia e con le manette come se fossi un criminale. Mi hanno fatto entrare nell’aereo che andava verso l’Italia; alle 13.30 sono arrivato a Cagliari ma la polizia italiana mi ha detto che non potevo restare in Italia e mi hanno messo su un altro volo verso Bastia, in Corsica, quindi di nuovo in Francia; lì la polizia francese era scocciata perchè mi avevano appena decretato l’espulsione dalla Francia, quindi mi hanno fatto prendere un altro aereo alle 16.30 e sono arrivato a Roma alle 17.30.

 

Ma in tutto questo viaggio ti hanno fatto mangiare?

J. Sì, ma poco. Mi hanno dato un po’ di pasta con il tonno, un po’ di pane ed un bicchiere d’acqua, ho mangiato solo due volte in 3 giorni. Inoltre per tutti i 3 giorni ho avuto le manette, me le hanno tolte quando sono arrivato a Roma.

 

A Roma cosa è successo?

J. Eravamo in tutto 10 persone, abbiamo aspettato un po’ per sapere cosa dovevano fare con noi. Io avevo i documenti della richiesta d’asilo in Italia, i solidali mi hanno aiutato a capire che dovessi fare e l’avvocato mi ha detto che non potevano trattenermi ma dovevano rilasciarmi. Ma così non è stato, infatti dopo qualche ora che ero in aeroporto, la polizia se n’è andata chiudendoci inizialmente dentro allo stanzino che usano per fare i controlli. C’era molto freddo perchè c’era l’aria condizionata e ci avevano detto che avremmo dormito lì. Non avevo vestiti con me perchè non avevo avuto la possibilità di prendere niente in casa e non potevo chiedere una coperta perchè ci avevano lasciati soli. Poi un uomo ci ha aperto la stanza, ma comunque non potevamo uscire dall’aeroporto, solo noi, i turisti, le persone europee entravano ed uscivano, noi non potevamo nemmeno andarci a fumare una sigaretta. Ho passato la notte lì dentro. La mattina seguente, fino alle 10.00, non si è visto nessuno. Successivamente sono arrivati dei poliziotti ai quali ho fatto vedere il mio C3 (il foglio della richiesta d’asilo si chiama così), dopo un po’ di tempo mi hanno dato un biglietto per andare a Torino, dove avevo fatto la richiesta d’asilo nel 2015; la cosa buffa è che dopo avermi trattato in modo pessimo durante la deportazione negandomi cibo, informazioni e tenendomi ammanettato, poi mi hanno pagato un biglietto da 92 euro per andare a Torino.

Sono uscito dall’aeroporto di Fiumicino e ho preso il treno per Milano e da lì dovevo prendere il treno per Torino, ma ho deciso di andare a Genova per andare a trovare degli amici solidali conosciuti a Ventimiglia.

 

In quelle giornate qualcuno ti ha aiutato ad uscire fuori da quella situazione?

J. Sì sì, tanti solidali mi hanno aiutato, mi chiamavano spesso e mi chiarivano la situazione.

 

Secondo te perchè in Italia hai aspettato tanto e stai aspettando ancora per avere l’audizione alla Commissione che deve decidere sul tuo permesso di soggiorno?

J. Secondo me perchè per un anno e mezzo io ho vissuto a Ventimiglia ed ho lottato con i no borders che sono stati criminalizzati e additati più di una volta come terroristi. Fanno sempre così, ai migranti che si ribellano alle loro condizioni, gliela fanno pagare con l’attesa per la Commissione, con la detenzione nei CIE oppure con l’espulsione dal territorio.

 

Grazie mille per aver raccontato la tua esperienza. Buona fortuna per il tuo futuro.

J. Grazie mille a voi.

 

Cati