Ventimiglia e il diritto alla salute: l’ambulatorio volante dei Medici volontari e dei Solidali del Ponente

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato dei medici volontari del Ponente Ligure e del gruppo Solidali del Ponente. I medici fornivano precedentemente prestazioni sanitarie presso l’accoglienza sotto la chiesa delle Gianchette, dedicata alle famiglie, donne e bambini, soppressa dal mese di agosto e tuttora nell’ambulatorio della Caritas. Dal mese di febbraio di quest’anno, come raccontano, hanno allestito per alcune ore la settimana un “ambulatorio volante” nel campo informale sotto il ponte di via Tenda. Anche loro, come più volte descritto nei report medici pubblicati sul sito, evidenziano l’assenza completa del diritto alla salute per le persone che transitano per questi luoghi.

Ventimiglia sotto al ponte

Dalla scorsa estate la situazione dei migranti a Ventimiglia è peggiorata in maniera esponenziale: la chiusura del centro di accoglienza volontario delle Gianchette, contrariamente a quanto auspicato dalle autorità, non ha spinto le persone in viaggio a cercare ospitalità presso il campo della CRI “alleggerendo” la situazione nel quartiere; al contrario ha prodotto la creazione di un “campo informale” di considerevoli dimensioni sotto al ponte.

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (1)

E’ difficile capire perché così tante persone “preferiscano” la precarietà di questo campo, il freddo, la scarsa igiene, i ratti, al ben più lindo e controllato Campo Roja, gestito dalla CRI e ancor più come questa scelta sia fatta anche da tante giovani donne, da madri con i loro figlioletti al seguito.

…potrebbero essere i blindati della polizia posti all’entrata, il recinto attorno, la distanza dal centro città, il timore di poter essere facilmente rispediti indietro, il timore di essere più controllati e avere maggiori difficoltà ad attraversare il confine….potrebbe essere tutto ciò oppure altro, non sta a noi dare risposte sociologiche o politiche per spiegarne genesi e dinamiche.

Noi siamo Medici e come tali ci basta l’evidenza del dato: esiste un campo informale che ospita centinaia di persone e tra essi tantissimi soggetti vulnerabili, donne, bambini piccoli, minori, e tutti, oltre a vivere in condizioni estreme, sono assolutamente invisibili, non hanno nessun tipo di tutela, men che meno quella sanitaria.

Per questo motivo, ci siamo organizzati, assieme ad altri volontari e con mediatori culturali e linguistici, per dare un minimo di assistenza medica alle persone migranti che rimangono fuori dal circuito dell’accoglienza ufficiale. Abbiamo così iniziato, nel mese di Febbraio, ad allestire un gazebo sotto al ponte, una sorta di “ambulatorio volante”, precario anch’esso come le loro tende, in cui visitiamo, facciamo medicazioni, diamo consigli, forniamo le prime cure. Dagli inizi di febbraio ad oggi, siamo riusciti a garantire una presenza costante di due turni ambulatoriali a settimana e abbiamo avuto modo di visitare centinaia di persone.

Niente di risolutivo purtroppo, una piccola goccia di solidarietà in un mare di indifferenza che vorremmo fosse però un segnale chiaro. Vorremmo che non servisse a coprire in qualche modo le manchevolezze di un sistema che di “accoglienza” ha solo il nome, ma fungesse da segnale politico chiaro per evidenziare che di altro c’è bisogno e che altro, molto altro bisogna fare per “rimanere umani”

Medici Volontari – Solidali del Ponente

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (2)

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (3)

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (4)

Dall’altra parte della frontiera: i ferrovieri francesi in sciopero pronti a bloccare il paese

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un testo riguardante lo sciopero dei ferrovieri francesi in merito alla nuova riforma che vede l’avvio della privatizzazione della SNCF, compagnia ferroviaria francese.

Da diversi mesi, gli stessi ferrovieri che lavorano sulla tratta frontaliera tra Italia e Francia, ribadiscono con determinazione di essere stanchi di dover assistere, o peggio, di essere chiamati a prendere parte ai controlli giornalieri che le Forze dell’ordine francesi eseguono nei confronti dei migranti, ovvero di tutti coloro che hanno la pelle più scura. I ferrovieri stanno dalla parte di chi viaggia, si rifiutano di chiedere i documenti ai migranti e di continuare a collaborare con la polizia nelle invasive e pericolose dinamiche di controllo differenziale sul confine,  che squalifica e condanna le persone migranti in viaggio: questo non è il loro lavoro. Il loro lavoro è garantire un servizio di trasporto accessibile a tutte e tutti, sicuro, efficiente e rispettoso dei diritti dei viaggiatori come di quelli dei lavoratori.

Determinati a lottare contro l’erosione di questi diritti e contro una progressiva manovra di privatizzazione della rete dei trasporti francesi, i ferrovieri sono pronti a inaugurare un intenso periodo di scioperi e chiare rivendicazioni politiche.

Dall’altra parte della frontiera: i ferrovieri francesi in sciopero pronti a bloccare il paese

 

“L’interfederale dei sindacati CGT, SUD-rail e CFDT, prende atto che il governo non ha nessuna intenzione di aprire delle reali trattative e che non ha tenuto minimamente conto delle proposte e delle criticità espresse dalle organizzazioni sindacali in seguito alla presentazione del primo rapporto di riforma.
Dopo aver utilizzato tre volte il “passage en force”
[legge approvata tramite decreto, bypassando la discussione e la votazione in Parlamento, ndr], il governo si assume la responsabilità del malcontento e dello scontro.
I sindacati verificano un’adesione massiccia alla mobilitazione dei ferrovieri del 22 marzo, con una stima al ribasso di 25 000 manifestanti.
Per spirito di responsabilità, le organizzazioni sindacali prendono atto che, di fronte ad un governo autoritario, bisognerà essere in grado di mantenere una lotta dura su un periodo di lunga durata.
Per questo l’interfederale dei sindacati ha stabilito un calendario di scioperi prolungabili di due giorni, ogni 5 giorni, a partire dal 3 e 4 aprile 2018.
Una nuova riunione che si terrà il 21 marzo,definirà più precisamente la mobilitazione.

Comunicato unitario delle organizzazioni sindacali,16 marzo 2018

In Francia, i lavoratori delle ferrovie sono ai primi passi di una lotta che si preannuncia dura e senza sconti : in gioco c’è il futuro del servizio pubblico ferroviario francese, minacciato dalla riforma di SNCF che prevede la fine dell’applicazione dello Statuto dei lavoratori delle ferrovie per i nuovi assunti e un’apertura alla concorrenza che spianerebbe la strada verso la privatizzazione del servizio di trasporto passeggeri su rotaia.

Il 12 marzo la celebrazione degli 80 anni di SNCF è stata interrotta da un gruppo di lavoratori determinati e arrabbiati ,che hanno deciso di presentarsi senza invito al cocktail dei manager della compagnia, occupando il tetto dell’edificio e il salone dove si svolgeva la kermesse, per ribadire che gli cheminots (i ferrovieri d’oltralpe) non resteranno a guardare in silenzio governo e dirigenti sfasciare il servizio pubblico.

Gli annunciati tagli alle linee minori e a tante piccole stazioni sparse sul territorio nazionale sembrano accantonati (solo momentaneamente) dopo le proteste degli abitanti e degli amministratori locali delle zone rurali e in molti vedono in questa mossa un tentativo di divisione fra utenti e ferrovieri, cercando di presentare come invece urgenti e necessarie le modifiche ai contratti e alle condizioni di lavoro degli cheminots.
Nelle ultime settimane i lavoratori sono stati oggetto di una campagna mediatica squallida e diffamatoria circa i presunti privilegi di cui godrebbe la loro categoria.

I diritti dei lavoratori che svolgono le tante mansioni collegate al funzionamento della rete ferroviaria non possono essere definiti privilegi : le contropartite in termini salariali e previdenziali delle quali gli cheminots sono accusati di godere, sono i riconoscimenti percepiti per il lavoro usurante, i turni notturni e festivi, la responsabilità della sicurezza di milioni di passeggeri. Sono stati conquistati con le lotte, gli scioperi e il sangue di tanti lavoratori e lavoratrici, meriterebbero anzi di essere estesi ad altre categorie di salariati, che invece politici e giornalisti delle grandi testate cercano di aizzare contro i ferrovieri ancor prima che la loro lotta inizi.

In un braccio di ferro che dura da settimane, il governo si è detto pronto a poter resistere “ad un mese di sciopero”, mentre giornalisti come François de Closets hanno dichiarato che gli utenti delle ferrovie saranno “presi in ostaggio” dagli scioperanti.
L’adesione potrebbe sfiorare il 95% dei lavoratori.

Le intenzioni del governo sono di approvare la riforma prima dell’estate e per questo farà il ricorso al “passage en force”, il famigerato 49.3, il decreto legge approvato senza discussione in parlamento già usato da Valls per approvare la Loi Travail. La riforma che nel 2016 ha stravolto il diritto al lavoro incontrò una grande opposizione,con gli studenti alla testa di una lotta contagiosa e di lunga durata capace di coinvolgere però solo parte dei lavoratori del paese,senza arrivare ad un fronte unitario di tutte le parti della società come avvenne invece nel 1995.

sciopero ferrovieri sncf, 1995

E’ proprio lo spettro del 1995, anno in cui i ferrovieri si unirono agli studenti universitari in lotta contro i tagli del piano Juppè, trascinando tutte le categorie nello sciopero e arrivando a bloccare il paese in maniera vera e propria, a spingere ora il governo a creare divisioni tra lavoratori pubblici e privati, tra addetti al servizio e passeggeri.
Quello a cui puntano i sindacati è invece fare appello a tutti i lavoratori e le lavoratrici in difesa del servizio pubblico e del diritto al lavoro, sotto attacco già con i precedenti governi “socialisti”.
A redarre il rapporto su cui si basa la riforma è stato non a caso Cyrill Spinetta, ex AD di Air France e responsabile della crisi della compagnia di bandiera dopo l’apertura alla concorrenza privata i cui effetti nefasti sono già stati sperimentati sulla pelle dei lavoratori di Telecom France e EDF (gestori rispettivamente della rete telefonica e di quella elettrica).

Tutto in linea con i provvedimenti siglati nel 2015 da Macron, in veste di ministro dell’economia, un “uberizzazione” del mondo del lavoro che ha arricchito in primis le compagnie private low-cost di bus a scapito proprio del servizio pubblico ferroviario.

Adesso però,il governo dei padroni “smart” dovrà fare i conti con una categoria combattiva e realmente in grado di mettere in ginocchio le attività del paese.
Per continuare sulla strada delle liberalizzazioni è fondamentale per Eduarde Philippe mettere fine allo Statuto dei ferrovieri, che sancisce la “missione sociale” della categoria , quella di garantire un accesso sicuro al trasporto pubblico da parte di ogni utente tanto sulle linee più trafficate (e più redditizie per i profitti aziendali) quanto nelle zone rurali o periferiche. Missione che gli cheminots hanno dimostrato di saper svolgere con coraggio e determinazione anche di fronte a situazioni estreme,come la vergognosa caccia al migrante che si svolge sui treni, nelle stazioni e nei territori di frontiera.

In particolare diversi sindacalisti della CGT si sono fatti portavoce dell’indignazione di lavoratori e utenti del servizio di fronte agli effetti tragici della chiusura delle frontiere e della caccia all’uomo portata avanti dalla polizia italiana e da quella francese. I ferrovieri, con lettere alla dirigenza, manifestazioni, interviste e soprattutto tanti piccoli e grandi gesti di solidarietà, hanno preso posizione in favore di chi rischia la vita o la deportazione nel tentativo di attraversare il confine italo-francese.
(https://www.internazionale.it/notizie/louise-fessard/2017/01/23/ferrovieri-migranti-ventimiglia)

I dirigenti della CGT hanno denunciato che non è un caso che sempre più persone trovino la morte nei tentativi disperati di nascondersi o di evitare i controlli, che un dispositivo di rastrellamenti su base etnica è stato messo in piedi, che l’azienda SNCF si rende complice di tutto questo tra lo sdegno dei lavoratori, che hanno spesso subito minacce e ritorsioni da parte della polizia perché si erano rifiutati di collaborare o avevano osato protestare di fronte ai numerosi episodi di razzismo e disumanità verso uomini, donne o bambini.
SNCF, ignorando gli addetti ai lavori e la loro richiesta di porre fine ai rastrellamenti e ai respingimenti in frontiera per fermare gli incidenti mortali, si è limitata a esporre dei cartelli multi-lingue che dovrebbero servire a scoraggiare i migranti a viaggiare in condizioni di pericolo,come se la loro fosse una semplice scelta e non il tentativo disperato di persone perseguitate e braccate a causa del colore della loro pelle o della loro nazionalità.

A febbraio di quest’anno, lavoratori della linea di Bordeaux hanno denunciato le politiche razziste di SNCF che con una circolare chiedeva di identificare ogni gruppo di migranti in viaggio e di raccogliere generalità, età e informazioni su provenienza e destinazione. (http://www.infos-bordeaux.fr/2018/breves/bordeaux-la-cgt-cheminots-ne-veut-pas-controler-les-migrants-9770)

La direzione ha ritirato la circolare con tanto di scuse dopo che i dipendenti avevano paragonato la politica aziendale al collaborazionismo di Vichy con il regime Nazista.

Risale al 2015 invece la richiesta fatta dai ferrovieri e accolta da SNCF (oggetto di una polemica triste e strumentale da parte dei fascisti del Front National e non solo) di poter introdurre eccezionalmente e occasionalmente tratte ferroviarie al prezzo di 0 € per permettere ai controllori di far viaggiare in maniera regolare famiglie con bambini e altri soggetti a rischio,sfollati e in viaggio a causa delle disastrose politiche migratorie europee. (https://www.francetvinfo.fr/monde/europe/migrants/des-billets-gratuits-pour-les-migrants-la-sncf-explique-sa-politique-d-humanite_1126219.html)

I ferrovieri chiedono insomma di poter svolgere la loro missione, quella cioè di garantire il diritto ad un viaggio sicuro dalla partenza all’arrivo per chiunque si trovi in possesso di regolare titolo di viaggio e considerano un disonore la collaborazione con i respingimenti e le deportazioni di SNCF, rivendicando il sacrificio dei tanti appartenenti alla categoria nella resistenza al nazismo.

L’opposizione dei ferrovieri francesi alla caccia ai migranti è un importante esempio di dignità e umanità che rende esplicito uno degli obbiettivi che una lotta che punta alla vittoria deve porsi : coinvolgere ampi e diversi settori di persone che abitano e lavorano sul territorio.
Anche per questo la lunga battaglia che i sindacati stanno per intraprendere in difesa dello statuto della categoria e del servizio pubblico riguarda da vicino chi si dichiara nemico delle frontiere o semplicemente abita in prossimità del confine o viaggia oltralpe per motivi personali e lavorativi.

E’ una battaglia che per vincere ha bisogno dell’appoggio degli utenti del servizio e di tutta la società civile, le adesioni degli studenti e degli altri settori del servizio pubblico alla giornata di sciopero e alla manifestazione che si terrà a Parigi il 22 marzo sono un importante segnale in questo senso.
E’ nato inoltre un comitato di “utenti SNCF per lo sciopero illimitato” (su Facebook: Collectif des usagers de la SNCF pour la grève générale illimitée) per coinvolgere gli utenti in una lotta che potrebbe paralizzare il paese e che proprio per questo potrebbe contagiare tante altre categorie ed essere un’occasione per rivendicazioni comuni piuttosto che una guerra tra poveri tra chi sciopererà e chi si troverà impossibilitato a raggiungere il suo posto di lavoro.
La speranza di Macron di portare avanti indisturbato le sue politiche contro i lavoratori e le classi meno abbienti sembra vacillare.

Mentre gli intellettuali di sinistra si preparano a commemorare i 50 anni dal maggio ’68, un attualissimo conflitto sociale potrebbe oscurare la celebrazione fine a sé stessa di chi vorrebbe rendere vintage l’opposizione sociale per meglio reprimere le lotte presenti e le future.
La mobilitazione degli cheminots non potrà passare inosservata e, se riuscisse ad unire studenti e lavoratori già prima del grande corteo unitario internazionalista previsto per il primo maggio nella capitale, potrebbe davvero far deragliare la riforma presentata dai dirigenti della compagnia e dal governo.

Contributo di un lettore

(a cura di Cati, Owl)

Per ulteriori informazioni, vedi anche:

https://www.internazionale.it/notizie/louise-fessard/2017/01/23/ferrovieri-migranti-ventimiglia

parolesulconfine “Lotte al confine”

 

Emergenza freddo o ulteriore passo avanti verso il nuovo nazismo?

Dopo l’emergenza-piogge, è arrivata l’emergenza-freddo a Ventimiglia.

Si sa, sono anni ormai che  paradossalmente si va avanti di emergenza in emergenza.

Eppure qualcuno potrebbe notare che un’ondata di gelo eccezionale, il Burian Siberiano in questo caso, è sì un evento insolito ma per chi ha una casa riscaldata, vestiti caldi e impermeabili è qualcosa di gestibile, qualcosa che può diventare finanche piacevole: improvvisamente la neve arriva fino al mare, il paesaggio si fa candido e i bambini, ma non solo, si divertono a tirare qualche palla di neve.

L’emergenza allora ancora una volta è stata un’emergenza selettiva: ha riguardato principalmente le centinaia di persone accampate all’aperto sotto il ponte di Via Tenda o nei tendoni del Campo della Croce Rossa a Ventimiglia… insieme alle altre migliaia di persone accampate all’aperto nel resto della Penisola.

La netta maggioranza di questi bambini, di queste donne e di questi uomini sono immigrati, non italiani.

Durante i giorni di gelo sono uscite alcune testimonianze, articoli e reportage sulla situazione di emergenza vissuta a Ventimiglia dalle persone migranti.

Ne riportiamo qualche passaggio significativo:


27/02/2018 Dalla pagina FB del Progetto 20k [1]

 Da ormai quasi tre giorni la situazione a Ventimiglia è parecchio critica per i più di 150 migranti senzatetto che si trovano sotto il ponte stradale.
Abbiamo chiesto ufficialmente al comune di attivarsi per sopperire alla mancanza di uno spazio dove queste persone possano ripararsi dal freddo e dal gelo, almeno finché non finirà l’emergenza maltempo. Fra queste persone sono presenti molti soggetti vulnerabili, soprattutto infanti, minori e persone con vari problemi di salute. Dopo aver diffuso la notizia su svariate testate giornalistiche abbiamo ricevuto sostegno da molti solidali di Imperia e dalla regione, ma anche dai vicini transfrontalieri: purtroppo non abbiamo avuto nessuna risposta dal Comune di Ventimiglia.

Con gli attori locali stiamo cercando di gestire questa situazione vergognosa: i solidali e gli attivisti, anche transfrontalieri, stanno cercando di sopperire autonomamente a queste carenze, distribuendo cibo, bevande calde, legna per i fuochi, vestiti e coperte. Le ONG locali si stanno muovendo per convincere le donne con o senza bambini e minori ad andare al campo CRI o per aiutarci ad assicurare la distribuzione di cibo serale che, a causa del maltempo, si è dovuta interrompere. Anche la Croce Rossa di Monaco si è attivata con alcune navette per trasportare i migranti al campo, che è distante e la strada per raggiungerlo pericolosa, ma queste funzionano solo per parte della giornata, in maniera poco costante.

La sospensione delle identificazioni al campo CRI è stata disposta solo per donne e minori, ma non per gli uomini. Questo fatto genera quindi diffidenza perché lasciare le impronte digitali significa essere esposti maggiormente al rischio di deportazioni, rimpatri o di un ennesimo trasferimento in un centro chissà dove in Italia, così in molti preferiscono rifugiarsi in altri posti e/o piuttosto restare al freddo.
La chiesa delle Gianchette è rimasta aperta per qualche ore e il parroco ci ha concesso uno spazio da utilizzare come magazzino temporaneo per le coperte che tanti solidali ci stanno inviando. Abbiamo ancora bisogno di trovare altri spazi per la legna che raccogliamo, dato che è l’unica fonte di riscaldamento per le persone sotto il ponte. Ci auspichiamo che la solidarietà tra le varie realtà locali possa portare a gestire con più facilità questa situazione di assoluto disagio, perché purtroppo il peggio non è ancora arrivato: nei prossimi giorni è prevista neve, pioggia e un calo drastico delle temperature.

Ieri sera la sala d’attesa della stazione avrebbe dovuto essere aperta, ma in realtà è rimasta chiusa. In tanti durante il giorno si riparano lì dal gelo e dalla neve che continua a cadere fitta, ma stamattina ci è giunta notizia della presenza sia di camionette con agenti in borghese che caricavano i migranti sulle camionette sia di pullman che, come di prassi, li deportavano forzatamente verso il sud Italia.

Riteniamo vergognoso e inaccettabile l’accanimento di queste ore nei confronti dei soggetti più vulnerabili presenti sul territorio ventimigliese. L’alta probabilità di essere intercettati dalla polizia potrebbe avere, infatti, l’effetto di incentivare i migranti a restare per strada o sotto il ponte, a costo di rimetterci la pelle. È in situazioni come questa che le istituzioni dovrebbero attivarsi per proteggere la vita di queste persone, piuttosto che dileguarsi senza risposte e facilitare l’azione poliziesca di repressione nei confronti dei transitanti.

 


28/02/2018 Da Repubblica, reportage di Pietro Barabino e Giulia De Stefanis:[2]

Ventimiglia, anche un bimbo di 3 mesi fra i migranti bloccati nel gelo. Ma il centro di accoglienza non si fa

A Ventimiglia non nevicava dal 1985 e molte delle persone – in tutto alcune centinaia – che stazionano al confine con la Francia in attesa del “grande salto” oltre la frontiera, non avevano mai visto un fiocco di neve. Tra i migranti, che stanno trascorrendo queste notti all’aperto a -7 gradi, anche tantissimi ragazzini e giovani mamme con i loro bambini di pochi mesi. Attualmente il Campo della Croce Rossa ospita trecento persone, duecento quelli che preferiscono restare fuori. La legge sui minori non accompagnati obbligherebbe ad aprire un centro dedicato ai più piccoli e alle donne, ma l’apertura – pianificata mesi fa dalla Prefettura – è stata bloccata dalla protesta di alcuni cittadini capeggiati dal sindaco della città di frontiera, che dopo aver insistito per la chiusura del campo gestito dalla Caritas, ha ostacolato in ogni modo l’apertura del centro per i minori non accompagnati.


 

Donne e uomini solidali si sono subito mobilitati per fornire aiuti e generi di conforto, per cercare di alleviare pericolo e sofferenza delle persone lasciate al gelo.

Invece nessun ente istituzionale, né Comune, né Prefettura, né Protezione civile ha preso iniziative per affrontare la situazione.

Il messaggio da parte delle istituzioni è stato molto, fin troppo, chiaro: non c’è nessuna emergenza umanitaria in atto perché quegli esseri che vivono sotto al ponte o non sono umani, oppure smettono di esserlo in quanto clandestini.

Come ha reagito la popolazione di Ventimiglia? A parte il gruppo dei solidali che attraversano il territorio – italiani, francesi, europei – la popolazione autoctona si è mossa di fronte a questa situazione così evidentemente penosa per le persone costrette a subirla?

La cittadinanza del territorio ha mostrato sdegno, disaccordo, disapprovazione nei confronti dell’abbandono riservato alle persone migranti, lasciate  all’aperto con il ghiaccio, la neve e temperature molto al di sotto dello zero, o ha taciuto, di fatto assentendo al comportamento delle istituzioni?

Lo chiediamo ad una solidale che è stata costantemente presente e attiva durante la settimana di gelo e ha vissuto in presa diretta la drammatica situazione sotto il ponte di Via Tenda, tra le persone accampate:

 

“Guarda, la situazione a Ventimiglia è molto complessa e il clima, giorno dopo giorno, si fa sempre più teso e pesante… Sarebbe troppo semplice rispondere che la stragrande maggioranza della cittadinanza di Ventimiglia vuole lo sgombero dei migranti da sotto il fiume, che non ha voluto l’apertura del centro per minori, che è favorevole alle deportazioni verso Taranto, insomma che è razzista e xenofoba, quindi d’accordo con il comportamento delle istituzioni. Questa gente esiste e non è certo una minoranza, anzi…

Però attenzione non ci sono solo loro. In realtà tantissima gente in questa settimana di gelo ha aiutato come ha potuto, soprattutto offrendo sostegno materiale. Sono arrivate tantissime donazioni di beni di prima necessità a Eufemia, tanto che è stato chiesto al parroco di mettere a disposizione il magazzino della chiesa delle Gianchette perché la roba non entrava più nello spazio di Eufemia. Per dirti, ancora, quando gli attivisti del collettivo Kesha Niya, che di solito forniscono i pasti sotto al ponte, sono rimasti bloccati nella neve, a quel punto a cucinare è stata sempre la Caritas… Ma lo sai chi ci sta in Caritas? Tantissimi volontari che prima, quando era aperta la chiesa delle Gianchette, stavano lì a organizzare l’accoglienza dal basso per i migranti. Questo per dirti che una parte di cittadinanza si è mossa, ma certamente lo ha fatto sotto traccia. In maniera assolutamente non pubblica.

Se vuoi sapere perché, io credo che il motivo sia principalmente il clima di repressione e intimidazione che si vive a Ventimiglia. La chiusura della Chiesa delle Gianchette, avvenuta per ordinanza del Comune, ha segnato un punto di non ritorno: ogni sostegno pubblico ai migranti, anche quello di tipo umanitario e non conflittuale, è stato sempre più ostacolato. Si dà appositamente massima rilevanza ad ogni rigurgito razzista e si ostacola in maniera palese o “silenziosa” qualsiasi iniziativa di solidarietà. La polizia ha intensificato i suoi atteggiamenti intimidatori, il Comune le misure repressive, i media i toni di scontro da civiltà e questo ha permesso alla cittadinanza razzista di alzare la testa e sentirsi legittimata a comportamenti orrendi. Capita spesso che i solidali girino per Ventimiglia sentendosi insultare, soprattutto le donne peraltro, con frasi tipo: “Ecco la puttana che va con i negri” “Ecco gli amici dei negri..” ecc. ecc. Lo riporto per farti capire come mai la cittadinanza solidale e antirazzista agisca sotto traccia, in maniera diciamo “invisibile” allo sguardo pubblico.

Questo ovviamente ha anche delle ripercussioni sul rapporto con le persone migranti. Vedendo questa situazione, che loro ovviamente vivendo sulla loro pelle percepiscono, hanno sempre meno fiducia nei solidali. Non si tratta della fiducia umana a mancare, ovviamente sentono la nostra amicizia e vicinanza, ma si rendono anche perfettamente conto della nostra debolezza e questo li porta ad affidarsi a chi riconoscono come dotato di strumenti più efficaci… Inoltre tutto questo clima sta accelerando il processo di ghettizzazione lungo il fiume: ti isolano, ti marchiano da reietto, ti lasciano senza nulla, nelle condizioni più disumane… beh gli effetti sociali che tutto questo può produrre, credo che non serva un professore di sociologia a spiegarli… Sembra veramente che qui in Via Tenda, tra il sotto ponte e il quartiere popolare, in atto ci sia una strategia della tensione. Ecco, direi che questa situazione fa capire quanta poca democrazia sia rimasta in questo posto ma forse non solo qui, se è vero che questo posto è uno dei laboratori dove si sperimentano pratiche che poi vediamo riprodursi velocemente in molti altri territori di questo Paese. Probabilmente tutto questo deve farci riflettere profondamente sui modi e sugli strumenti possibili per un agire politico e sulla posta in gioco in questo momento…”

Emergenza freddo – Migranti fuori dalla Chiesa delle Gianchette

Torniamo alla domanda iniziale: si è trattato dell’ennesima emergenza, oppure di un ulteriore passo nella costruzione di una politica nei confronti delle persone migranti, dei poveri, degli esclusi, che si può  definire come tanatopolitica (politica di morte)?

Michel Foucault ha coniato la categoria di “biopolitica” per indicare le pratiche e i dispositivi con cui il potere opera sulla vita della popolazione ai fini di far vivere chi è produttivo, lasciar morire chi invece non lo è, né può diventarlo. L’espressione “tanatopolitica” indica l’emergere di dispositivi diretti al far morire una parte di popolazione. Precisamente la parte delle “masse senza volto” che risulta in eccedenza. Sempre seguendo la traccia del pensiero foucaultiano, occorre chiedersi a quale scopo e per produrre cosa, oggi, il potere statuale operi in questo modo.

Con lo sguardo al sotto ponte di via Tenda a Ventimiglia, osservando le dinamiche in atto è possibile affermare che l’intenzione istituzionale sia  quella di produrre un’esclusione/ghettizzazione radicale di una parte di popolazione, della quale lo stato non si interessa in nessun modo e sulla quale mette in opera una sorta di selezione.

I più forti resisteranno, i più deboli saranno eliminati. Chi resisterà avrà sempre la chance di poter uscire dal ghetto /  passare il confine – dall’esclusione ad un’inclusione selettiva –  molto spesso (ma non sempre né necessariamente) trasformato, grazie anche ai dispositivi burocratici e alle procedure disumanizzanti per i permessi di soggiorno, in un corpo docile, totalmente disponibile allo sfruttamento.

La morsa di gelo che ha serrato l’Italia nell’ultima settimana del febbraio di quest’anno richiama cupamente alla mente la morsa che  attanaglia la maggioranza delle coscienze dei cittadini “legittimi” di un Paese sempre più vicino alla barbarie.

Un gelo difficile da sopportare, soprattutto per chi viene e per chi ama i climi caldi e meridionali.

Sotto la neve e gli strati di ghiaccio, tuttavia, la vita trova il modo di serbare le sue energie per riespodere, senza bussare, in primavera.

Anche le energie di chi ama la vita e la libertà, se ritrovate e alimentate, sanno diventare molto più potenti di qualsiasi prigione di ghiaccio.

 

a cura di g.b.

[1] https://www.facebook.com/progetto20k/posts/584120855281166

[2 ]Invitiamo a guardare il video reportage realizzato dai due giornalisti che potete trovare al seguente link  https://video.repubblica.it/edizione/genova/ventimiglia-anche-un-bimbo-di-3-mesi-fra-i-migranti-bloccati-nel-gelo-ma-il-centro-di-accoglienza-non-si-fa/298430/299055   

 

 

Prima della neve

Sabato 27 febbraio è stata una giornata di lavoro intenso sotto al ponte di via Tenda.

Avremmo fatto almeno 40 visite.

Rispetto alla scorsa estate ci sono più persone che vivono sotto al ponte del cavalcavia lungo al fiume, con un numero senza precedenti di donne e bambini anche molto piccoli.

L’insediamento sembra sempre più stabile, con baracche costruite con pezzi di legno e teli di plastica. Le persone che vivono lì sono prevalentemente eritree e sudanesi. Al momento, tutte le donne sole e le madri sono eritree.

Le persone che abbiamo visitato erano giovanissime. Tantissime affette da scabbia. Spesso con sovra-infezioni molto importanti. Grazie alla nostra disponibilità di farmaci e grazie alle scorte di indumenti stivati presso l’infopoint Eufemia abbiamo potuto somministrare il trattamento antiscabbia a molte persone, dopo esserci assicurati che avessero compreso come eseguire correttamente tutta la procedura.

Molti ragazzi avevano l’influenza, alcuni di loro sembravano avere la polmonite. Per questi ultimi, avvalendoci dell’aiuto nella traduzione di compagni di viaggio o di persone solidali, abbiamo scritto delle lettere di invio al pronto soccorso, perché eseguissero una radiografia del torace.

Moltissime persone presentavano ferite infette, difficili da tenere pulite per le pessime condizioni igieniche della vita sotto al ponte e per l’impossibilità di lavarsi.

Le persone erano molte e la difficoltà di comunicazione, associata alla precarietà del luogo e alla mancanza di un minimo di riservatezza, creavano difficoltà per tutti.

Per il pomeriggio di sabato avevamo in programma un incontro con alcune donne solidali del territorio, per fare chiarezza in merito al diritto all’assistenza sanitaria per le persone senza documenti in Italia e per spiegare le patologie più comunemente da noi osservate nel corso di questi anni a Ventimiglia. L’incontro è andato molto bene, e durante questo molte solidali hanno espresso la preoccupazione per la condizione della gente sotto al ponte, visto l’arrivo del freddo intenso:  più volte si sono tentate telefonate alle autorità della zona per capire cosa fosse possibile fare in proposito.

In serata siamo rimasti a Ventimiglia per un aperitivo organizzato per sostenere il bar Hobbit di Delia. Delia è una delle pochissime persone (se non l’unica) che gestisce un’attività commerciale ad essere sempre stata accogliente con chi viaggia, diventando, nei mesi, un punto di riferimento per tutti coloro che si impegnano in attività di solidarietà diretta e concreta con le persone in viaggio. Prima dell’inizio dell’aperitivo, Delia ha parlato a lungo con un gruppo di boy-scout giunti per la prima volta a Ventimiglia, con l’obiettivo di comprendere meglio la situazione e maturare una consapevolezza rispetto alla chiusura delle frontiere e alle storie delle persone migranti che rimangono bloccate a Ventimiglia. Delia ha raccontato loro i fatti salienti di questi due anni e mezzo e ha espresso anche molte lungimiranti considerazioni su come la convivenza con persone giovani e con storie diverse potrebbe costituire un elemento di stimolo e un arricchimento per tutti nella città di Ventimiglia.

A riprova del suo, fondamentale, ruolo di riferimento per le persone in transito, siamo stati chiamati da lei per visitare una giovanissima mamma eritrea di circa 16 anni con una bimba di pochi mesi: ambedue con la scabbia. E’ stato estremamente difficile comunicare con la ragazza, nonostante ci fosse qualcuno che tentava di fare da traduttore. Appariva spaventata, voleva andare al più presto a prendere il treno. Non capivamo se avesse fatto o meno il trattamento per la scabbia. Infine si è defilata velocemente, seguita da alcuni solidali che in seguito ci hanno informato che, salita sul treno, pare avesse poi anche superato Mentone.

La mattina seguente, per favorire il dialogo con le persone che avessero problemi di salute, abbiamo deciso di montare sotto al ponte un gazebo che alcuni solidali, medici e non, hanno procurato appositamente per questo scopo e che viene conservato presso l’info-point Eufemia.

Le temperature, intanto, si stavano abbassando. Abbiamo visitato diverse persone, alcune con i segni mai completamente guariti delle torture subite in Libia, come dolori persistenti nelle sedi di diverse bruciature sul tronco. Un giovane sudanese aveva un danno corneale evidente, risultato di un colpo in faccia infertogli in Libia con il calcio di un fucile. Gli abbiamo detto che chiaramente non potevamo fare nulla in quelle condizioni e gli abbiamo consigliato di farsi visitare una volta raggiunto il paese di arrivo. Abbiamo poi visto ancora molte persone affette da scabbia. Una solidale ci raggiunge accompagnata dalla giovane madre eritrea visitata il giorno prima su segnalazione di Delia e da un suo connazionale. Veniamo così a sapere che la polizia francese l’aveva, nel frattempo, identificata a Cannes e nonostante si trattasse di una persona di minore età con una figlia di tre mesi, l’aveva rispedita in Italia. 

Era di nuovo a Ventimiglia sotto il ponte, più confusa che mai. Siamo almeno riusciti a convincerla, questa volta, a sottoporre sé stessa e la piccola al trattamento per la scabbia.  È stata dunque accompagnata da una amica solidale all’infopoint e qui aiutata nella la procedura del trattamento antiscabbia per sé stessa e per sua figlia.

Nel pomeriggio siamo partiti per Genova mentre iniziava a nevicare forte e a fare molto freddo.

È difficile accettare che, in tutta Europa, anche nelle situazioni climatiche più estreme, la scelta sia stata di impedire il libero movimento di esseri umani in virtù della re-istituzione dei confini, anche se il rischio per la salute delle persone che rimangono intrappolate  è così grave.

Nel caso italiano, e nello specifico a Ventimiglia, era  noto da giorni che il gelo sarebbe giunto anche a basse quote dove in genere non arriva, ovvero anche lì sotto quel ponte dove bambine e bambini, donne e uomini vivono già in condizioni estreme.

Sotto quel ponte, dove già da anni ormai i diritti a condizioni igieniche decenti, al cibo, all’acqua, sono stati negati.

Falsamente di queste politiche inumane si è arrivati ad accusare proprio le vittime , facendosi scudo della presenza di un centro di accoglienza della croce rossa, molto difficile da raggiungere a piedi senza rischiare la vita, vista la strada molto percolosa, nonché illegale secondo le leggi dello Stato in quanto donne e uomini, bambine e bambini, anche non accompagnati, sono costretti a vivere promiscuamente in container.

Tra CasaPound e Salvini, a Ventimiglia si sdoganano fascisti e razzisti

All’apice di una campagna elettorale interamente incentrata sull’immigrazione, alienarsi i consensi del crescente elettorato xenofobo italiano rappresenta un rischio che le autorità non hanno alcuna intenzione di correre. In quest’ottica, il discorso fascista ormai ampiamente sdoganato, viene protetto arrivando a vietare qualsiasi espressione di dissenso, che sia davanti a un gazebo di CasaPound o in occasione di un comizio elettorale di Salvini, all’indomani delle sue inaccettabili affermazioni rispetto ai fatti di Macerata.

 

Il 14 ottobre 2017 il partito fascista CasaPound ha installato un gazebo informativo a Ventimiglia per illustrare il proprio programma politico e parlare in termini razzisti e xenofobi del loro punto di vista riguardo l’immigrazione.

Un gruppo di donne e uomini europee ha cercato di avvicinarsi con strumenti musicali e striscioni. Sono stati trasferiti alla stazione di Polizia e tenuti in stato di fermo fino a 5 ore senza che fosse loro fornito né un interprete né la traduzione dei documenti che veniva loro chiesto di firmare.

Il 9 febbraio 2018 il Teatro Comunale della città di confine ha ricevuto la visita del candidato premier della Lega Nord Matteo Salvini. L’obiettivo della giornata era quello di presentare alla cittadinanza il programma leghista che il partito delle ruspe porterà alle elezioni in Marzo.

Alla domanda di un giornalista di Sanremonews su cosa farebbe lui a Ventimiglia, Salvini ha risposto: “Qui bisogna fare come i francesi!”  Questi si distinguono per violare numerose norme di diritto internazionale con respingimenti arbitrari da parte della polizia di frontiera e della gendarmeria, che non espletano le verifiche del caso per accertare lo status giuridico della persona respinta, come prevederebbe invece il trattato di Dublino. Rimandano quotidianamente in Italia i minorenni, anche non accompagnati, che tornano a stare in strada privi di qualsiasi tutela.

Non soddisfatto, il leader della Lega ha proseguito dicendo “tornerò a Ventimiglia da Presidente del Consiglio e posso garantirvi fin d’ora che non ci sarà più nessun clandestino. “Mentre all’interno del teatro ventimigliese c’erano circa 500 persone, fuori uno schieramento di poliziotti in borghese e antisommossa, unitamente ad agenti della digos, si premuravano di allontanare chiunque potesse sollevare contestazioni rispetto ad una campagna elettorale giocata sullo sdoganamento di una sempre più allarmante xenofobia e di prospettive fasciste e razziste spacciate come soluzioni a tutti i mali del paese.

Mentre il centro di Ventimiglia riceveva le attenzioni di Salvini e della stampa, in via Tenda, nel quartiere popolare di Roverino dove trovano riparo centinaia di uomini e donne migranti, veniva rimosso da agenti di polizia in borghese uno striscione recante le parole “Da Ventimiglia a Macerata solidarietà, razzisti fascisti leghisti sono i veri terroristi”.

La motivazione addotta, è stata che il contenuto della striscione avrebbe potuto infastidire qualcuno.

In entrambi i casi il comportamento delle forze dell’ordine è stato il medesimo: vietare qualsiasi contestazione pacifica da parte di chi voleva manifestare il giusto dissenso verso la presenza di forze apertamente fasciste, xenofobe e incitanti all’odio razziale in un territorio delicato come quello di Ventimiglia.

Rilanciare l’attenzione sulla violenza della frontiera: domenica 18 febbraio “Calpestiamo il Confine”

Pubblichiamo un’intervista al CAZ – Collettivo Alpino Zapatista di Genova – che insieme ad Ape – Associazione Proletari Escursionisti di Milano domenica 18 febbraio organizza una gita sociale attraverso i sentieri che collegano Ventimiglia a Mentone.
L’iniziativa “Calpestiamo il Confine” viene organizzata dopo un lungo periodo di assenza (per lo meno dal lato italiano) di iniziative pubbliche riguardanti la situazione nella zona di confine di Ventimiglia organizzate da solidali con le persone migranti.
Un silenzio dovuto principalmente alle grandi difficoltà di agibilità politica incontrate dai solidali e dagli attivisti antirazzisti in quel territorio. La repressione poliziesca di ogni manifestazione di dissenso verso le politiche di discriminazione e cattiva accoglienza, messa in atto dalle istituzioni italiane, ha reso particolarmente difficile l’organizzazione di momenti collettivi sia di denuncia che di solidarietà.[1]
Al contrario, negli ultimi mesi le istituzioni hanno tollerato e spesso incentivato l’organizzazione di manifestazioni xenofobe da parte di forze politiche  o comitati di cittadini razzisti.[2]
In questo scenario, la passeggiata sociale organizzata dai compagni del Caz e dell’Ape, come momento di riflessione collettiva, è un piccolo ma decisamente importante passo per ricominciare a contrastare, anche pubblicamente, la banalità del male che permea Ventimiglia e la sua frontiera.

Il 18 febbraio si terrà l’iniziativa “Calpestiamo il confine”, organizzata dal vostro gruppo, il Caz (Collettivo Alpino Zapatista) e da Ape (Associazione Proletari Escursionisti) Milano. Potete darci qualche informazione pratica sull’iniziativa?

 

Sarà una gita sociale, volta a sensibilizzare su quello che sta avvenendo nel territorio del confine ventimigliese.
L’appuntamento è a Genova alle 8 in Piazza Dante; a Milano alle 6,30 in via Confalonieri 3, di fronte a Piano Terra, oppure direttamente a Ventimiglia alle 10.20 davanti alla chiesa delle Gianchette, in via Tenda. Il sentiero è abbastanza semplice, adatto a tutte\i. Ricordiamo comunque di portare abbigliamento adeguato, acqua e pranzo al sacco.
Per qualunque informazione si può scrivere a caz.info@insiberia.net oppure milanoape@gmail.com oppure tramite l’evento fb o alla pagina Collettivo Alpino Zapatista.[3]

 

Non è la prima volta che il vostro collettivo organizza delle escursioni sulle montagne che segnano il confine italo-francese tra Ventimiglia e Mentone. Da cosa nasce il vostro interesse per questo territorio?

 

Questo confine (come gli altri) rappresenta una contraddizione enorme dentro la comunità Europea: permeabile ai bianchi ed alle merci, è invece assolutamente chiuso e respingente, spesso in maniera violenta, per le persone non bianche. Il risultato è che i migranti e le migranti provano a passare dai monti: spesso senza attrezzatura adatta, di notte per non farsi scoprire dalla polizia. Senza conoscere la strada da percorrere ogni sentiero diventa pericoloso, in particolare quello che è divenuto tristemente famoso come “sentiero della morte”, uno dei più utilizzati per comodità e vicinanza ai centri abitati. Ad oggi sono almeno 16 le morti accertate nel tentativo di passare il confine italo-francese a Ventimiglia, di queste molte sono avvenute proprio sul sentiero che proponiamo per la gita di domenica 18. Questa concezione delle Alpi come barriera riemerge ciclicamente nella storia. Per noi che viviamo la montagna come spazio di incontro e di libertà è una concezione odiosa, pericolosa ed errata. Pensiamo che ognuna\o abbia diritto a muoversi come meglio crede.

Gli abitanti della Val di Susa, attivisti e militanti No Tav, da un po’ di tempo si stanno confrontando con l’apertura di una nuova rotta migratoria che attraversando la loro valle porta in Francia scavallando il Col de l’Échelle. E’ da poco nato un collettivo, Briser les Frontière, che si propone di organizzare la solidarietà attiva alle persone migranti e che il 14 gennaio scorso ha organizzato una ciaspolata solidale per portare l’attenzione sulla violenza della frontiera. [4] Qualcuno di voi ha partecipato, volete raccontarci qualcosa di quell’iniziativa?

Foto della marcia del 14 gennaio organizzata al confine italo-francese tra la Val di Susa e la Val de la Clarée

Siamo salite\i un paio di volte in Val Susa oltre al 14 Gennaio. L’iniziativa è andata bene e la situazione in valle è per certi versi simile a quella che sta vivendo Ventimiglia anche se c’è una determinante differenza: i valichi sono più in alto, c’è la neve e questo rende le cose ancora più difficili e pericolose per chi vuole passare. Si affrontano condizioni davvero estreme con il rischio di perdersi, congelarsi o il pericolo delle valanghe. Le\gli attiviste\i e le \i solidali al di qua e al di la del confine si stanno organizzando dal basso, e la comunità di quelle valli sta dando una prova di umanità e resistenza notevole. I tentativi di attraversamento dei valichi sono decine quotidianamente. Lo Stato Francese risponde con ferocia braccando, cacciando, respingendo anche i minori e lasciando le persone respinte ai valichi alpini di notte e in situazioni di serio pericolo. Si sono registrati dei casi di congelamento con amputazione degli arti e delle morti di persone in fuga dalla polizia. Le istituzioni italiane non sono comunque da meno,  all’indifferenza e al controllo hanno aggiunto la politica della dissuasione: in diversi comuni le amministrazioni hanno ordinato di chiudere nelle ore notturne le sale d’aspetto delle stazioni, unico ricovero possibile per chi viaggia nell’inverno alpino.

 

L’amore per la montagna, l’alpinismo, l’escursionismo parlano di libertà, di connessione profonda e rispettosa dell’uomo con la natura, di recupero di un tempo diverso rispetto a quello alienato delle metropoli globali. Questa dimensione che voi coltivate con il vostro collettivo ha un legame con il fenomeno attuale della migrazione che interessa da vicino i luoghi che abitiamo? E se sì di che tipo?

 

Nel nostro modo di andare in montagna c’è un concetto di base che è fondamentale: si va tra pari, senza discriminazioni, nel rispetto e nella messa a valore delle differenze. La montagna è un luogo di incontro, scambio e arricchimento, una cerniera e non una barriera, un luogo dove non è assolutamente accettabile negare un aiuto a chi ne ha bisogno. In montagna si va rispettando tutto quello che ti circonda, persone e paesaggio, si va al passo del più lento, magari anche rinunciando al proprio personale interesse per il benessere del gruppo o del singolo e della singola in difficoltà. Questo concetto è chiaro a chiunque vada in montagna: se c’è bisogno devo aiutare, è umano. In questo pensiamo siano molte le connessioni con chi, persone in transito e non, oggi si trova ad agire una vera e propria resistenza contro la disumanizzazione sul confine di Ventimiglia.

 

Quali sono gli obiettivi dell’iniziativa del 18 gennaio?

 

Ciò che ci auguriamo in ogni nostra gita: ossia che gente diversa si possa incontrare sui sentieri, che camminando lentamente si chiacchieri meglio e si condivida quello che ognuna\o si porta nello zaino.
Quando siamo saliti per la prima volta sul “sentiero della morte” abbiamo vissuto una sensazione strana, molto profonda: resti di giacigli, scatolette di cibo, le scritte sui muri dei ruderi usati come bivacco aspettando la notte, spazzatura, una borsa proprio sul confine con un accendino, qualche sigaretta ed un messaggio. In quel giorno i fatti da telegiornale, i dati, le cifre, i flussi, i decreti sono diventati corpi, storie ed occhi lucidi. Si respira un’aria strana sui sentieri sopra Ventimiglia. Proveremo anche ad operare una raccolta dei materiali smarriti o abbandonati lungo il sentiero, in modo da radunarli in una mostra che possa, nei prossimi mesi, raccontare anche a valle quello che succede alle persone lassù.

Ci piacerebbe che tanta gente vivesse quell’esperienza, provare ad aprire gli occhi sul fatto che tra due cimiteri per migranti come il Mediterraneo e le Alpi c’è l’Italia.

 

Intervista al CAZ, a cura di g.b.

 

 


[1] Recentemente abbiamo pubblicato un’intervista ad una solidale incappata nelle maglie della repressione, nella quale viene descritto efficacemente il ruolo delle istituzioni nelle vicende politiche degli ultimi due anni e mezzo nella zona di confine di Ventimiglia: https://parolesulconfine.com/ioculano-e-rosella-repressione-e-solidarieta/

[2] Su questo abbiamo recentemente pubblicato un post: https://parolesulconfine.com/sullemergere-dei-comitati-cittadini-anti-migranti/

[3] https://www.facebook.com/events/147098019258000/

[4] Su questo blog abbiamo parlato di questa nuova rotta migratoria e dell’iniziativa del  collettivo Briser les frontières in questo post https://parolesulconfine.com/rotta-migratoria-tra-morte-e-liberta/

 

Riflessioni dagli arcipelaghi di confine

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo, inviato alla redazione assieme all’espressivo reportage fotografico che fa seguito al testo. La lettrice ci propone una riflessione sul concetto di confine, sui molteplici spazi che esso genera ed investe e, soprattutto, sulle dinamiche di potere e gerarchia che questo sistema alimenta tutto attorno a sè.  Si tratta di aspetti ormai arcinoti… oppure no?
Il regime confinario, nella sua profonda ingiustizia e nei meccanismi brutali che mette in atto, tende a sviare da se stesso l’attenzione, tende a diffondere strati di ovatta tra gli occhi e la coscienza, come raccontato dalla lettrice.
E infondo non vedere è più semplice e voltarsi altrove è meno doloroso. Ma lasciarsi accecare per la comodità e la quiete delle coscienze non è una giustificazione: distogliere lo guardo è diventare complici di ciò che non si vuol vedere.
Allora rimuovere questi strati, sollevare il velo, è solo un gesto di volontà. Un gesto che, oggi più che mai, diventa un dovere.

Riflessioni dagli arcipelaghi di confine

Questa volta sono arrivata a Ventimiglia da Trieste. Diretta autostradale dal confine Est a quello Ovest, dal Mare Adriatico al mar Tirreno, in mezzo solo terra. Ad Est i viaggiatori migranti provano ad entrare, ad Ovest provano ad uscire e scoprono di essere intrappolati.

Di volumi con tante definizioni di confine si potrebbero riempire scaffali e librerie. Forse ogni confine è diverso, o forse il confine è diverso a seconda di chi lo attraversa.
I confini sono disegnati con una linea, con un segmento per la precisione, con un inizio e una fine. In realtà sono più spesso delle fasce o addirittura delle geografie “a macchia”, arcipelaghi.

Chi non ha la faccia e il documento giusto per passare occupa gli spazi da cui non viene cacciato: solo quelli gli restano. Gli spazi invisibili e lo spazio del proprio corpo, ma il corpo, se non hai la pelle giusta, non puoi lavarlo, non puoi appoggiarlo su un letto per dormire, non puoi vestirlo o nutrirlo in modo indipendente. Del tuo corpo non disponi, non interamente.
Sei obbligato a chiedere: la tortura dell’incapacitazione, al confine, viene costantemente inferta. Al confine questa tortura ti ricorda che non sei più tu a disporre di te stesso e che devi accettare di essere assoggettato e  sottomesso; e se non cedi alla tortura, se queste “regole” non sembrano accettabili… sei solo un altro numero da mandare via. Espulso.

Il confine che io trovo a Ventimiglia è fatto di persone sballottate da una parte all’altra del mondo, che come palline rimbalzano contro una rete costruita e costituita da altri uomini.
Il confine che vedo a Ventimiglia è fatto di poteri e della loro sedimentazione. Poteri che si fermano, tra la terra che è chiamata Italia e quella che è chiamata Francia, come i sassi più grossi portati dal fiume Roja, che rimangono fermi ad ostruirne il corso quando la corrente diminuisce
I poteri che si sedimentano al confine impediscono ai piedi delle donne e degli uomini di camminare verso l’orizzonte che loro stessi hanno scelto, piuttosto che quello che altri gli vogliono imporre. Poteri che impediscono ai piedi di fare ciò per cui sono stati creati.

I segmenti del potere sono tanti: ci sono quelli degli stati che mascherano il loro fallimento dietro le “emergenze”; ci sono quelli dei poliziotti che quando indossano la divisa si dimenticano che sono persone come gli altri, dimenticano che respirano ossigeno e idrogeno anche loro; ci sono quelli dei passeur che creano nuovi confini nell’imparare a passare quelli precostituiti.
Ci sono i poteri inferti dalla possessione, o dal non possedere.

Il confine di Ventimiglia è fatto dalla stazione, dai sentieri, da ciò che rimane nella memoria del campo ai “Balzi Rossi”, dal cavalcavia lungo via Tenda, dal parcheggio accanto al LIDL, dalla spiaggia dove si possono raccogliere legni da bruciare per riscaldarsi. Il confine di Ventimiglia è fatto di donne e uomini, perché senza chi immagina quella linea e senza chi prova ad attraversarla esso semplicemente cesserebbe di esistere.

Potrei scrivere delle donne che arrivano sole, a volte incinte o con bambini, che in Libia hanno visto tanti morire e che nell’attraversare il Mediterraneo sono state quasi prese dalle acque… per poi essere pescate, come pesci all’amo, da una politica schizofrenica e bipolare, che prima si rende complice e causa della tragedia e poi si mette la maschera e il costume del paese “civilizzato”.

Potrei raccontare degli uomini che, mandati indietro dal confine alto di Mentone, si accovacciano disperati lungo la strada che riporta all’Italia; oppure dei condomini di Via Tenda che escono di casa guardinghi e infastiditi dalla presenza delle persone sotto al ponte; dei gendarmi che chiedono i documenti; dei bambini che sanno ridere, sempre.

Tutte queste sono facce di confine. Ognuna di queste, se lo vorrà, si racconterà: non sarò io a parlare in nome loro.

Io racconto che ogni volta che mi avvicino a quella linea, che in realtà è fatta a macchie, l’ovatta che avvolge i miei occhi e le mie orecchie va in fumo perché sbatto contro un sistema che si palesa nella sua finzione: che in nome della parola “protezione” lascia tanti nella disperazione, che in nome della parola “sicurezza” uccide, che in nome della parola “identità” mente.

Ogni volta che da questa linea mi allontano, piano piano l’ovatta ricresce come un rovo invasivo. L’ovatta, il rovo, è la vittoria di un sistema che acceca e che è nato, cresciuto e continua ad essere implementato per affinare tecniche di accecamento.

Ventimiglia è uno dei luoghi dove il sistema rischia di fallire perché la sua maschera crolla, e gli occhi potrebbero vedere…

Vedere è però un atto di volontà.

(immagini e testo di)

Daniela M.

 

Sull’emergere dei comitati cittadini anti-migranti

[immagine in evidenza: repertorio Riverapress.it]

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, un articolo che ripercorre come il fenomeno delle proteste anti-migranti, così frequente negli ultimi tempi, si sia declinato a Ventimiglia.
La Cronaca italiana, da un paio d’anni a questa parte, ci ha fatto conoscere un nuovo tipo di soggetto sociale : il comitato, di cittadini, di quartiere, di abitanti, ecc. ecc. che si mobilita contro l’istallazione, nei dintorni delle proprie abitazioni, di centri e strutture di accoglienza ai/alle migranti. Il più delle volte, si constateranno il supporto (o la sobillazione) da parte di gruppi facenti riferimento ad aree politiche di estrema destra e l’ingigantimento strumentale della problematica, sia che l’accento venga messo sulla ‘piaga’ del degrado, sia che si paventino scenari di violenza e insicurezza.
Alcuni casi, di vere e proprie azioni organizzate o raid, hanno conquistato le prime pagine dei giornali, dando voce ad un’ansia securitaria che lascia impietriti, tanto è irragionevole : minori accusati di aggressioni mai avvenute a Tor Sapienza[1], una quindicina tra donne e bambini a Gorino[2], qualche famiglia in un palazzo di Via XX Settembre a Genova[3] … si potrebbe continuare a lungo ad elencare i ‘nuovi mostri’ che hanno scatenato fobie e isterismo da un estremo all’altro della penisola. A Multedo, quartiere del ponente genovese, si è arrivati a costruire una narrazione falsata, secondo la quale l’asilo di quartiere sarebbe stato chiuso per far spazio ai migranti[4]: il fumo negli occhi storpia la realtà, fino a far dimenticare che quell’asilo privato è stato chiuso per questioni di budget, poichè le rette non bastavano più a mandarlo avanti, secondo quanto dichiarato dalle Suore della Neve che lo gestivano. Per quale bizzarra traiettoria il problema trasla dal taglio indiscriminato allo stato sociale all’accoglienza di qualche decina di richiedenti asilo?
Nonostante la brutalità del confine, della repressione poliziesca, dell’assenza di un supporto istituzionale degno alle persone in viaggio, anche a Ventimiglia la rabbia si scatena nei confronti di chi questo sistema lo subisce e cerca di combatterlo. Quando la rabbia è cieca, diventa odio indiscriminato, quindi di facile strumentalizzazione. Il gioco è pericoloso e chi lo istiga non merita alcuna agibilità politica.
immagine repertorio La Riviera.it

Negli ultimi anni stiamo assistendo in Italia all’emergere con forza di sedicenti gruppi / comitati cittadini spesso accomunati dai seguenti elementi:

– vertenze, presidi e cortei anti-migranti, contro il “degrado” e per la “sicurezza”, in larga parte espressioni di razzismo “di pancia”: quest’ultimo può essere collegato all’incomprensione dei fenomeni sociali in corso e all’incapacità frustrante di non sapere come agire politicamente, e quindi attraverso quale modalità interfacciarsi con le decisioni istituzionali;

– infiltrazione e/o guida di questi gruppi o comitati da parte dei movimenti di estrema destra (Lega Nord, Forza Nuova, CasaPound, oltre a specifiche associazioni ad essi collegate) con conseguente radicalizzazione delle pratiche (emblematici i casi di incendi / danneggiamenti alle strutture adibite all’ospitalità dei richiedenti asilo e delle barricate anti-profughi);diffusione di gruppi facebook intolleranti utilizzati per il coordinamento pratico e ideologico attraverso il tipico modello “Sei di (nome città) se”[5];

– concessione di agibilità politica da parte delle istituzioni locali nell’ottica della funzionale e deresponsabilizzante – per loro – “guerra tra poveri” (emersa in maniera evidente con l’esplosione della crisi del 2008).

[Questa riflessione tuttavia non deve portare a generalizzazioni riguardo al ruolo dei comitati cittadini che in molti casi nascono invece per opporsi a grandi opere inutili e/o alle discriminazioni dilaganti.]

Anche a Ventimiglia, da un anno a questa parte, si è sviluppato lo stesso fenomeno: sul territorio è infatti nato un movimento cittadino autodefinitosi prima “Adesso Basta” e poi “Ventimiglia Libera”, espressione di una rabbia viscerale e in larga parte disorganizzata, che però ha già all’attivo quattro manifestazioni di intolleranza nei confronti dei transitanti. Come già raccontato dal blog Parole sul Confine[6], nel corso di questi cortei sono stati individuati personaggi riconducibili a Forza Nuova e Lega Nord e sono stati urlati slogans palesemente razzisti (“Bruciate i loro bambini!”), oltre che commenti a sostegno di Gaetano Scullino (Forza Italia), sindaco della precedente amministrazione comunale sciolta per infiltrazioni mafiose un paio di anni fa. Come se non bastasse, infatti, a Ventimiglia la presenza della ‘ndrangheta calabrese è ancora molto forte e determinante nelle scelte della vita cittadina[7].

L’11 novembre 2017[8] abbiamo assistito all’ultimo episodio di questa trafila: circa un centinaio di cittadini ventimigliesi, tra cui alcuni esponenti della Lega Nord locale, si sono mossi in corteo per protestare contro la presenza dei migranti in città e per richiederne l’allontanamento dal territorio. Hanno mostrato alcuni striscioni con scritto: “Rivogliamo la nostra città”, “Ventimiglia dice basta”, “Tutti uniti per Ventimiglia” e “Ventimiglia: accoglienza, no delinquenza”. Passando da via Tenda, i manifestanti hanno insultato i/le solidali dell’info-legal point Eufemia, che da quest’estate si occupa di fornire gratuitamente servizi minimi ai ragazzi in viaggio (materiale informativo, ricarica cellulari, connessione internet, sportello legale). I volontari hanno scelto di non rispondere alle provocazioni, optando invece per la tutela collettiva dello spazio e dei ragazzi lì presenti[9]. Al termine della manifestazione, conclusasi di fronte al palazzo comunale, è stato letto il testo della “petizione anti-migranti” da inviare al prefetto di Imperia, con allegate alcune firme dei cittadini.

Risulta sostanzialmente chiaro come il tiro si stia indirizzando verso i soggetti più vulnerabili e attaccabili localmente, ovvero migranti e solidali.

L’illusione di avere un minimo di potere reale su quanto le circonda (purtroppo in senso reazionario), infatti, spinge queste persone a scendere in piazza denunciando l’abbandono “da parte dello Stato” e riuscendo immediatamente ad identificare il “nemico” da combattere: sembra proprio che la xenofobica divisione tra noi (“bianchi”) e loro (“neri”) stia tenendo banco, aprendo la possibilità di pericolose derive razziste.

Il tema del “degrado cittadino” risulta inoltre presente in questa populistica analisi: il problema non è una linea immaginaria chiamata frontiera, il problema non è l’atteggiamento dell’UE, degli Stati italiano e francese e delle istituzioni locali nei confronti delle migrazioni, il problema non è il Comune che lascia delle persone in condizioni igienico-sanitarie precarie e pericolose e che non attrezza la zona del greto del fiume almeno con bagni chimici, fontanelle e cestini dei rifiuti (questo chiaramente nell’ottica di impedire assembramenti informali, che tuttavia, nonostante gli sgomberi estivi avvenuti con le ruspe targate Pd, continuano ad esistere e resistere): il problema, per alcuni cittadini ventimigliesi, sono i ragazzi che sporcano, strumentalizzando i quali possono dunque esprimere il loro legalitarismo, utile per mascherare e giustificare il razzismo di fondo che li anima. E nulla sembra valere il fatto che ogni mercoledì scout Agesci, volontari e migranti si impegnino nel ripulire la zona del Roja cercando di renderla meno invivibile. È anche vero che la questione sta a monte: «Cos’è davvero il degrado? E’ nei resti di un accampamento di fortuna, nei pochi averi abbandonati sul ciglio della strada mentre si tenta la salvezza oltre confine, in questa miseria che spinge migliaia di esseri umani a rischiare (e spesso perdere) la vita… Oppure nelle politiche di accoglienza e negli interessi senza scrupoli di pochi, che di umano non hanno nulla? Il degrado non è forse nei cuori e nelle teste di chi tratta una parte di umanità come un rifiuto gettato ai bordi della strada?»[10].

Le politiche di espulsione, marginalizzazione e invisibilizzazione del “diverso”, già palesemente in atto per esempio con la presenza del centro della Croce Rossa situato all’estrema periferia di Ventimiglia[11] e con la pratica criminale delle deportazioni, vengono dunque incoraggiate da questa parte della popolazione locale, che addirittura ne vorrebbe un’ulteriore implementazione.

Ricette preconfezionate e pronte all’uso non esistono, ma risulta chiaro che occorre pensare a come opporsi, con fermezza e nella pratica concreta, a questa parte di popolazione intollerante. In primo luogo è necessario sottolinearne l’esistenza, evitando banalizzazioni del fenomeno e sottovalutazioni del potenziale che questo può avere: insomma, inutile far finta che le persone in questione non esistano. Utile, invece, smontarne le deliranti narrazioni con criterio, cioè tramite una controinformazione mirata e costante, e quindi denunciarne politicamente le opinioni e le azioni xenofobe. Nonostante l’apparente paradosso, infatti, dimostrarsi intolleranti verso gli intolleranti risulta essere il mattone fondamentale per costruire una vera società della tolleranza.

Alcuni solidali di Ventimiglia

immagine repertorio Sanremonews.it

Note:

[1] http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/14_novembre_13/tumulti-tor-sapienza-stranieri-redistribuiti-6fba45f0-6b08-11e4-8c60-d3608edf065a.shtml

[2] http://www.corriere.it/cronache/16_ottobre_26/dicono-undici-donne-2d911842-9af0-11e6-97ec-60bd8f16d4a5.shtml

[3] http://genova.repubblica.it/cronaca/2016/11/12/news/migranti_in_via_xx_settembre_a_genova_la_prefettura_cita_i_condomini_che_negarono_l_acqua-151845973/

[4] http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/10/09/foto/multedo_l_arrivo_dei_migranti_fa_riscoprire_la_voglia_di_asilo_-177793356/1/; http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/10/26/ASKX9iIK-multedo_difesa_martino.shtml

[5] https://news.vice.com/it/article/gruppi-cittadini-facebook-estrema-destra

[6] https://parolesulconfine.com/marea-razzista-ventimiglia-no-borders/

[7] http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2017/06/25/ASPDJt4H-ndrangheta_spuntano_business.shtml

[8] https://parolesulconfine.com/ventimiglia-libera/

[9] Comunicato sui fatti dell’11/11/17: https://www.facebook.com/progetto20k/posts/535242253502360

[10] https://parolesulconfine.com/immigrazione-e-degrado/

[11] https://parolesulconfine.com/parco-roja-minaccia-la-sicurezza/

Tra sgomberi, pulizia e ruspe: l’abitudine è la notizia

La notizia: Giovedì 18 e Venerdì 19 Gennaio, è stato eseguito un intervento straordinario di pulizia del lungofiume Roja e dei buchi sotto al ponte ferroviario (le feritoie che servono a far defluire le acque in caso di piena del fiume, così che non crollino i pilastri che reggono la ferrovia).

La storia è sempre la stessa, ormai, dall’inverno 2015/2016: le persone in viaggio si sono costruite nel tempo prima dei giacigli, poi delle piccole baracche isolate, ed attualmente una sorta di accampamento per la sopravvivenza. Con uno spazio per la lettura, uno per la preghiera, passeggini, giochi di società e un “punto barbiere”.
Lungo il fiume non ci sono soltanto le persone che tentano il primo giro di attraversamento della frontiera: molti uomini e molte donne sono al secondo, terzo, decimo tentativo. Altre ed altri, invece, avevano raggiunto da mesi il nord Europa, e adesso sono di nuovo qui perchè dublinati dagli altri paesi, sono stati rimandati al punto di partenza.1

Ci sono persone che hanno perso il posto in accoglienza, o che sono in attesa del ricorso per la richiesta d’asilo, o che hanno già ricevuto un diniego ma aspettano l’appello, o che non riescono a rinnovare il permesso. Ci sono anche quelle persone che hanno ricevuto il documento ma, non potendo trovare una casa e un lavoro in Italia, tentano fortuna altrove. Ci sono persone che, semplicemente, ormai stanno qui.2

A centinaia, nei mesi, si sono riparate tra i cartoni e i pilastri del cemento, riorganizzando le proprie vite lungo le sponde di un fiume inquinato, in una cittadina di frontiera divenuta ostile e pericolosa, a ridosso di un confine sempre più violento e blindato.

Ma passare, comunque, si passa. Si paga in molti modi diversi, con convinzioni e paure diverse, con vantaggi e privilegi diversi, con conseguenze diverse. A volte si muore. A volte si scappa.
Il più delle volte si torna indietro, e si ricomincia.3 4 5  6 7

Molte sono le vite che hanno abitato ed abitano tutt’ora l’alveo del fiume Roja, l’ultimo corso d’acqua del ponente ligure che scorre anche in Francia, che è divenuto così un protagonista mediatico delle vicende frontaliere legate all’”emergenza migranti”.
Vicende che però hanno origini precedenti rispetto alle “pulizie straordinarie” lungo al fiume.

All’inizio dell’inverno 2016, ritenutasi conclusa l’”emergenza” estiva, venne decisa la chiusura del centro di Croce Rossa Italiana che si trovava allora in Piazza Cesare Battisti, accanto alla stazione e quindi in pieno centro. L’allora ministro dell’Interno Alfano, in visita alla città di frontiera, il 7 maggio 2016, dichiarò che i migranti non sarebbero più arrivati e che il centro era ormai quasi vuoto.9 10 11 12 13 14 15

Solamente pochi mesi dopo si ordinava un’apertura d’urgenza del nuovo campo CRI, preparato in fretta e furia nella desolata periferia ventimigliese per dirottare fuori città l’arrivo ininterrotto di gente che cercava ristoro alla chiesa di Sant’Antonio delle Gianchette. Questa, dal giugno 2016, era divenuto infatti l’unico punto d’accoglienza disponibile.
Nel passaggio che intercorre tra la chiusura del piccolo centro CRI in stazione e il nuovo campo CRI in periferia, quindi nell’arco dell’inverno/primavera 2016, le persone in viaggio hanno subìto una progressiva messa al bando dagli spazi del centro cittadino.
Alfano aveva promesso che non ci sarebbero più stati migranti, e quindi si iniziarono a mandare le prime ruspe per fare repulisti dei ripari di fortuna che stavano sorgendo in stazione e alla foce del Roja, nelle fasce di sabbia dove il fiume raggiunge il mare.

Nella mattinata dell’11 maggio 2016, quando le ruspe arrivarono assieme ai vigili urbani, la maggior parte delle persone, preavvisate dall’affissione delle ordinanze e dal passaparola dei solidali, decisero di spostarsi più a monte lungo l’argine sinistro del fiume, andando ad occupare con coperte e bagagli lo spazio che risulta protetto dalle piogge sotto al ponte del cavalcavia.16 17

Per quasi tre mesi la gente in viaggio, supportata dalla solidarietà di attivisti, volontari, commercianti della via adiacente al fiume (Via Tenda), era riuscita qui a trovare un posto relativamente sicuro in cui prendersi il tempo per capire il passo successivo nel proprio percorso.
Tutt’intorno infuriavano le operazioni di rastrellamento delle forze dell’ordine, che pattugliavano la città dragando le strade e organizzando retate e inseguimenti nell’area della stazione, per catturare i clandestini. 18 19 20 21 22 23
Il governo del PD, il sindaco Ioculano, il ministo Alfano ed il capo della polizia Gabrielli, avevano promesso che i migranti sarebbero spariti dalle strade della città. Perciò per non perdere voti e faccia, nello stesso periodo delle ruspe lungo il mare e dello smantellamento del campo CRI in stazione, scattò quindi la pratica cittadina della caccia all’uomo nero.
L’obiettivo di questi interventi, che nei mesi hanno implicato anche l’uso di violenza e tortura (24 25 26 27), era catturare il numero giusto di migranti rispetto ai quotidiani posti disponibili per mandarli altrove, preferibilmente nel sud Italia, spostandoli con pullman della rete locale dei trasporti (e per tutto il 2016 anche con aerei e traghetti). Da allora non si è più smesso di farlo.28 29 30

La situazione di intolleranza rispetto alla presenza delle persone migranti in città portò al braccio di ferro tra sindaco e prefettura conclusosi, il 27 maggio 2016, dopo saltimbanchi politici e riti di convenienza, con la firma della prima ordinanza di pulizia e sgombero del lungo fiume Roja. 31 32 33 34 35

Le risposte che da allora si sono susseguite, dall’accoglienza momentanea in Caritas per un paio di giorni, ai mesi di ospitalità nelle sale parrocchiali della chiesa di Sant’Antonio, fino all’apertura del campo CRI nell’ex parco ferroviario di Trenitalia, non hanno mai convinto le persone a rinunciare alla propria volontà di decidere dove e come dormire, a che ora mangiare, a che ora andare a letto.36 37

La gente ha sempre preferito le sponde del fiume: un luogo difficile e malsano, in cui tuttavia è possibile costruirsi un microcosmo di autonomia, fatto di relazioni e di suggerimenti, di prassi da campo, condivisione e strategie della sopravvivenza, di servizi utili, anche se a pagamento. La gente ha preferito restare sul ciglio della strada perchè non è arrivata fino a qui per stare nei container recintati da inferriate e polizie.
Ma per organizzarsi e tentare, di notte e di giorno, di superare il confine.
Se la vita tra topi e scabbia non è confortevole, per moltissimi restano preferibili queste piaghe al  farsi toccare da mani coperte con i guanti di lattice di operatori CRI e forze dell’ordine. E al farsi identificare ancora e ancora e ancora. I giornalisti, da anni e fino agli ultimi servizi circa la pulizia del fiume in questione, continuano a scrivere che la gente non vuole lasciare le impronte.38

Ma la verità è che la quasi totalità delle persone che transitano in Italia sono già state identificate. Una due, mille volte. E che si sono semplicemente stancate di essere spostate e trattate e comandate come massa di corpi da gestire.
Non solo il campo istituzionale della CRI è sempre stato inadatto e comunque insufficiente a garantire minimi standard di dignità. Senza bisogno di ricordare la promiscuità tra gli spazi per le donne, le bambine e i bambini e quelli per gli uomini. Senza bisogno di ripetere che per raggiungere il campo si devono fare chilometri dove sfrecciano automobili.39 40

Con uno sguardo diverso dall’ottusità della retorica emergenziale e assistenzialista, appare davvero bizzarra la reazione continua di stupore e fastidio delle istituzioni nei confronti delle persone che decidono di vivere nella plastica lungo un fiume: queste persone, scegliendo il ponte del cavalcavia, scelgono di auto determinare i propri percorsi e le proprie esistenze in maniera indipendente.
Perchè devono andare avanti. Perchè creano reti di informazioni e di comunità, reincontrando gli amici e i parenti che hanno provato prima di loro a passare il confine. Perchè lì incontrano i lavoranti che ti fanno arrivare in Francia. Perchè lì possono vivere senza coprifuoco e senza l’umiliazione di sfilare continuamente sotto agli occhi di blindati e scanner per impronte digitali, che gli ricordano quotidianamente come qui siano considerati: criminali.

Nello scorrere dei mesi e  con il crescere di un’intolleranza razziale che mette radici sempre più profonde, sono arrivate altre ruspe, altre ordinanze d’urgenza, altri divieti di portare cibo alla gente. Le polizie hanno proceduto nell’identificazione dei solidali ma anche degli operatori delle associazioni, che, di volta in volta, portavano assistenza medica, compagnia, supporto legale, giacconi, sostegno, sacchi a pelo, un saluto.41 42 43 44 45 46

Dove all’inizio scattavano orrore e allarme, è subentrata l’assuefazione.


È diventato consueto vedere baracche ruspate e ascoltare ciclici proclami comunali a proposito di gran repulisti. Non molti mesi addietro le istituzioni avevano proposto persino di murare i buchi del ponte  per far sloggiare la gente, ma la verità è che le feritoie non possono essere chiuse (anche se negli ultimi giorni si vocifera circa una possibile installazione di grate mobili, removibili in caso di piena ) o il ponte rischia di crollare se il fiume si ingrossa. Così come la verità è che la gente, per quanto la si colpisca e la si umili, non rinuncia facilmente a decidere da sola cosa sia meglio per sé.

Le persone sono tornate e ritornate sotto al ponte. In una situazione certamente sconfortante dal punto di vista sanitario, che però è inevitabile vista la precarietà in cui sono obbligati a vivere quelli che da lì passano, e visto che ogni soluzione differente è stata annientata nel tempo.
Ci sono stati ripetuti passaggi tra le istituzioni e le varie ONG (arrivate sul territorio della frontiera ventimigliese a partire dall’estate 2016).
Le associazioni hanno proposto molte strutture alternative al campo ipermilitarizzato della Croce Rossa: hanno chiesto centri per minorenni e donne, hanno avanzato suggerimenti che la prefettura ha fatto cadere nel vuoto. Volontari e operatori, dalla chiesa agli scout, da medici a psicologi, hanno chiesto che la chiesa di Sant’Antonio delle Gianchette, una risposta informale e organizzata dalla spontaneità dei volontari per la tutela delle cosiddette categorie vulnerabili, venisse risparmiata dalla chiusura. 47 48 49 50 51 52

L’avanzamento della falce repressiva, che mette la gente in viaggio in situazioni di volta in volta sempre più estreme, provanti, mortificanti, sta spingendo migliaia di donne e uomini, migliaia di storie e possibilità, nell’angolo della ghettizzazione.
Un processo concreto (lo spostamento di tutta l’”emergenza migranti” verso aree sempre più esterne della città) e simbolico (il linguaggio ed i toni con i quali si parla di uomini e donne che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente: clandestini, profughi, gli invisibili 53), che rende molto più facile dimenticarsi di avere a che fare con esseri umani.
E rende facile metabolizzare la sospensione dell’apertura a Ventimiglia di venti posti in accoglienza per bambini, a seguito di un corteo di pancia della parte intollerante della cittadinanza, quella convinta dalla campagna della paura e dall’odio razziale.

Gli umori della città si sono fatti via via sempre più ostili e sembra ormai lontano il tempo in cui Ioculano si faceva scrupoli nel dover mettere in atto provvedimenti di sgombero, perchè “viviamo difficoltà che non riguardano la mia pelle: tra uno o due giorni non mandano via me, mandiamo via questa gente”. 54 Nel maggio del 2016 il sindaco ci tenne a ricordare che l’ordinanza di sgombero era dovuta e che era una questione che riguardava la questura ma che era dispiaciuto per la grave situazione umanitaria in cui versavano le persone. Oggi, questo stesso sindaco, vorrebbe istituire dei presidi militari fissi lungo il fiume Roja, mentre si invoca un aumento delle risorse armate dell’operazione “strade sicure”.

Mentre i mesi passano e il confine si fa sempre più potente e opprimente, tutto diventa ordinario e ci si abitua a “soluzioni” mano a mano più odiose.
Che soluzioni non saranno mai, finché restano presidiati i valichi di frontiera e negata la libertà di circolazione delle persone. Finché si vuole decidere per loro, e non assieme.
Si ordina senza tregua a volontari e operatori delle associazioni di andare a dire alla gente di levarsi dalle sponde del Roja per mille motivi: perchè ci sono gli attivisti, perchè ci sono le piogge, perchè c’è troppo caldo, perchè ci sono le malattie, perchè fa troppo freddo…e così via a seconda delle stagioni. Un tentativo ininterrotto di escludere queste persone dalla visuale dell’elettorato, per spostarle nella periferia della città e delle coscienze.
Nessuno si preoccupa di domandare alle persone che scelgono quegli spazi perchè stiano lì, perchè preferiscano l’acqua gelata del Roja all’acqua gelata delle docce al campo.

All’ultimo consiglio dell’amministrazione comunale, il 21 novembre 2017, si è stabilito di far diventare regolamento di polizia urbana il divieto di dare il cibo in strada, che fin’ora era stato in vigore solo come ordinanza sindacale: una misura per sua natura emergenziale e quindi transitoria (letteralmente: “contingibile ed urgente”).
Come risposta al consesso comunale la macchina si mette in moto: Martedì 16 Gennaio viene firmata l’ennesima ordinanza di pulizia del fiume. ordinanza sgombero16-01-2018 Controversa nei contenuti perchè preannunciava le pulizie dei fornici del ponte (i tunnel nei pilastri ferroviari), ma parlava anche degli accampamenti lungo il fiume.55 56 57 58

Il clima è teso nelle ultime settimane: anche se il natale e la fine dell’anno appena passata hanno distratto i manifestanti più xenofobi dai proclami “alla Salvini” (59 60 61), Ioculano e il PD non si scordano che le elezioni del 4 marzo si stanno avvicinando.
Il sindaco passeggia lungo via Tenda, visita il centro della Croce Rossa, sentenzia contro attivisti e volontari, invoca presidi militari nel mezzo della città. E manda le ruspe.

Giovedì 18 mattina, la giornata prevista per l’inizio delle pulizie, un numero importante di giornalisti è arrivato sotto al ponte, aspettandosi uno sgombero mediaticamente succulento sul quale costruire uno scoop che “tirasse” l’audience. Tra reporter, associazioni, polizia, volontari, solidali e operatori ecologici, lo spettacolo ha avuto inizio circondato da ruspe, autovetture con lampeggianti, container per i rifiuti: alle otto del mattino, non mancava nessuno. Soprattutto, erano ben vigili tutte le donne e gli uomini che vivono nella tendopoli, tesi nell’ansia di capire se le fantomatiche “pulizie” sarebbero rimaste tali o se invece era in arrivo uno smantellamento di tutti i rifugi.

Nonostante la folta schiera dei media si aspettasse probabilmente di rimediare lo scoop di un altro tentativo di attraversamento di massa della frontiera (62 63 64 65), la verità che hanno potuto raccogliere è quella dello squallore e della violenza del confine, inferta ogni giorno a questo territorio e a chi lo attraversa senza il documento giusto.
Non è successo nulla, insomma. Nulla che non stia succedendo da mesi.
I giornalisti erano quasi delusi e dopo un paio d’ore di riprese di ruspate se ne sono andati. L’unica cosa effettivamente sgomberata sono stati i buchi in cui vivevano alcune persone che al mattino sono state fatte allontanare: hanno recuperato zaini e fagotti e se ne sono scese inveendo contro chi stava arrivando a demolire i ripari e a gettare via oggetti e materassi. Ruspare beni di conforto e ristoro insomma. Per favorire la sicurezza e il decoro.

Per il resto, lo schieramento di operatori e mezzi della Docks Lanterna ha recuperato spazzature e rimasugli di bagagli delle persone che son transitate lungo l’argine sinistro del fiume.
L’obiettivo nell’indurre un peggioramento del disagio e dell’incertezza è scoraggiare le persone dal continuare ad accamparsi lungo il cavalcavia.
Venerdì mattina, con i tunnel del ponte ormai evacuati, la pulizia è proseguita nell’indifferenza, ormai spento l’interesse mediatico e passato l’ennesimo al lupo al lupo della “questione migranti”.
Di tutto il calderone che si era sollevato nei giorni precedenti alle pulizie/sgombero, sono usciti un paio di servizi nemmeno del tutto precisi, giovedì dopo pranzo, e tutto è rientrato nella routine frontaliera.

Forse arriveranno operazioni più mirate e invasive di smantellamento della tendopoli. Sicuramente ci saranno altre ruspe, per queste persone, altri balletti di giornalisti e polizia, altre ordinanze urgenti… che stavolta si sono pure dimenticati di affiggere, nonostante sia obbligatorio: la faccenda della ruspa quadrimestrale è ormai diventata ordinaria amministrazione.
Sono state spese un mucchio di parole e di pubblici gesti per quella che alla fine è una non notizia: la notizia che la città sta scivolando nell’assuefazione alle proprie inadempienze ad alla propria intolleranza. La notizia che la gente che vive per strada si arrangia tra scatoloni e lattine vuote.
Le coscienze si rilassano e l’indignazione si spegne.
Niente che valga la pena di essere scritto e raccontato insomma: un trafiletto sui locali circa le “pulizie”, e si volta la pagina.

I giornalisti si sono dimenticati di raccontare che, nel frattempo, mentre l’attenzione era chiamata dal protagonista ponte, in frontiera l’ennesimo pullman per le deportazioni verso Taranto veniva caricato con i soliti respingimenti di persone dalla Francia.
Un cinquantenne bengalese con richiesta d’asilo a Parigi era stato catturato il giorno prima sul treno nel nord della Francia e spedito agli uffici di frontiera italiani dopo una notte nelle celle francesi.
I militari in italiano intimavano ai ragazzi rimandati indietro dalla polizia francese di mostrare un documento: “documento…. documento!!!… IL DOCUEMENTOOOO!”.
Ma loro non lo capiscono l’italiano. Nemmeno se si urla o si parla facendo smorfie esplicative.
Il bengalese poteva tornare legalmente in Francia, ma non sapeva in che direzione doveva dirigersi e a chi e con che lingua domandarlo, perchè i carabinieri che lo stavano guardando non capivano l’inglese. Poco dopo, un ragazzo ha avuto una crisi epilettica ed è andato lungo disteso mentre lo caricavano sul pullman. La stanchezza…la paura… chissà…

Quindi: la troupe RAI stava sotto al ponte sperando nel pezzaccio sullo sgombero straziante; le deportazioni sono proseguite; la Caritas si è organizzata per far arrivare il cibo alle persone sotto al ponte troppo preoccupate per allontanarsi dalle loro cose e dai loro bagagli; i ventimigliesi del quartiere hanno regolarmente portato i propri cagnetti a defecare in mezzo alle tende delle persone, passeggiando come ogni giorno con indifferenza tra ruspe, volanti, telecamere, rifiuti.
Una realtà quotidiana che sta diventando banale.

La notizia, per una volta, potrebbe essere un campanaccio d’allarme per il fatto che tra allarmismi, emergenze umanitarie, appelli contro le violazioni dei diritti, richiami alla morale ed alla “legge”, conte e statistiche sul numero dei “migranti” (i passati, i morti, i respinti, i ritornati, i deportati), stia diventando banale persino il dover ricorrere continuamente al concetto di Banalità del Male per provare a spiegare la situazione (66).
La notizia potrebbe essere che non c’è niente che faccia più notizia.
Che materassi caricati sulle ruspe passino indenni sulla coscienza collettiva e che, meno di tre giorni prima dello sgombero sbandierato come notiziona, un’altra persona era stata trovata carbonizzata sul tetto di un treno, e la cosa, due giorni dopo, era già diventata stantia.
La notizia potrebbe essere che nessuno sa più nemmeno dire con precisione quanti siano gli uomini e le donne morte a causa del confine.
Non solo perchè si dimenticano le conte, le statistiche e i numeri, ma anche perchè non si sa con certezza quanta gente sia davvero caduta nei monti. Sono stati tutti trovati e soccorsi? Le autorità ci raccontano quanti corpi raccolgono nei dirupi? I giornali ci informano sulle sorti di coloro che cadendo e scappando dalla polizia e dai cani riportano gambe e braccia spezzate, che rimangono disabili o menomati? La notizia è quanto questo NON sia considerato interessante.

La notizia è che di giornalisti e associazioni, il giorno seguente, non ci fosse più nemmeno l’ombra: lo spazio terroso tra la strada e il fiume era deserto. Solo le tende e le ruspe, le persone in viaggio e le pattuglie. Non un volontario, non un giornalista.
Non un testimone della Storia che diventa routine di apartheid.
Forse nemmeno perchè in malafede, ma perchè, ancora più grave, gli strilloni dell’emergenza e della straordinarietà stanno diventando il ronzio dell’abitudine.

Owl

Lotte al confine

In questo post proponiamo la traduzione di un’articolo uscito sul giornale francese online L’Autre Quotidien [1] dopo la manifestazione per l’apertura delle frontiere e la libertà di transito per i migranti tenutasi a Mentone il 16 dicembre scorso.

La giornalista ha realizzato un reportage di quelli ormai sempre più rari sulla stampa nostrana [2] , intervistando molte  e molti dei partecipanti al corteo e riuscendo in questo modo a dare voce ad una fetta dell’attivismo politico che continua a indirizzare i suoi sforzi contro i nuovi dispositivi di confinamento che si rafforzano all’interno dell’Unione Europea. Il reportage è arricchito con una serie di considerazioni morali e politiche che rendono esplicito il posizionamento di chi scrive: non ci sembra che questo interferisca sul valore giornalistico del pezzo in questione e in generale dei lavori che condividono questa impostazione.

E’ interessante notare che lo stesso giorno – il 16 dicembre 2017 – in cui si è tenuta la manifestazione da Mentone verso la frontiera franco-italiana, a Roma si svolgeva il corteo dei migranti intitolato “Diritti senza confini” che tra le parole d’ordine, come prima,  aveva: “ libertà di circolazione e di residenza per tutti”.

Le 15000 persone scese in piazza a Roma erano dunque legate da una forte affinità politica con i più di mille manifestanti di Mentone. Attraversare le strade, occuparle fisicamente con quei corpi “migranti” divenuti simbolo delle nuove pratiche di internamento, confinamento e apartheid volute dalle forze neoliberali europee, ha sicuramente oggi un forte significato simbolico.

D’altra parte va riscontrato il pressoché unanime disinteresse mostrato dalla stampa istituzionale italiana per questi eventi. Pochissimi articoli dedicati a queste manifestazioni, per lo più qualche riga sulla cronaca locale e altrettanto scarni e veloci servizi sui telegiornali.

Certamente dietro il piano simbolico dei cortei, esiste quello reale: una realtà fatta di resistenze quotidiane che permettono a molte delle persone migranti di abitare e lottare nei territori in cui decidono di fermarsi e di partecipare a momenti pubblici di rivendicazione. Tuttavia oggi le resistenze sembrano ben lontane da riuscire a trasformarsi in lotte in grado di fronteggiare la violenza razzista sempre più pervasiva e inumana esercitata dai governi europei, così come le manifestazioni pubbliche sembrano lasciare il tempo che trovano, riscuotendo ben poco ascolto all’interno dei Palazzi dove vengono prese le decisioni politiche.

Foto della Manifestazione Diritti senza Confini

 

Il 2017 ci lascia con immagini di oppressione e violenza difficilmente dimenticabili: come lo sgombero dell’occupazione dei richiedenti asilo di Piazza Indipendenza a Roma, i pullman sempre più carichi di migranti deportati settimanalmente da Ventimiglia a Taranto, i sacchi neri negli obitori siciliani che avvolgono le migliaia di annegati nel Mediterraneo, i roghi appiccati nelle future strutture per l’accoglienza, le fotografie delle mani che sporgono dalle grate delle prigioni libiche, cioè quei campi di internamento legittimati dagli accordi del governo italiano con il sedicente governo libico. Di fronte a tutta questa barbarie, assordante è stato il silenzio politico: la stagione di conflitto che dal 2015 al 2016 aveva visto attivisti, militanti e solidali europei appoggiare i migranti nelle lotte contro le politiche di confinamento appare oggi un ricordo.

Nel frattempo molto è cambiato: l’approvazione del decreto Minniti- Orlando ha rappresentato un salto di qualità nel progressivo inasprimento delle politiche di segregazione, sfruttamento e disumanizzazione attuate dalle istituzioni italiane contro i migranti, legittimate attraverso la sistematica diffusione di retoriche razziste tra la popolazione autoctona, dimostratasi prontamente recettiva e facilmente strumentalizzabile.
Capire oggi, quali siano stati i motivi della sconfitta politica che ha segnato il tramonto di una stagione conflittuale intensa e dura, provare a raccontarla e farne oggetto di riflessione collettiva, ci sembra possa essere un modo per trovare delle chiavi utili a riaprire degli spiragli di luce dentro le ombre lunghe che avvolgono il presente.
Un tentativo che cercheremo di portare avanti anche sulle pagine di questo blog, provando a restituire la memoria e le riflessioni di chi è stato protagonista della calda estate del 2015 e di tutto quello che ne è seguito per circa un anno e mezzo nella zona di Ventimiglia e non solo.

La traduzione che segue di alcune parti dell’articolo uscito su L’Autre Quotidien dopo la manifestazione di Mentone, inserendosi nel progetto di traduzione di articoli e documenti politici provenienti dalla Francia, aiuta ad allargare lo sguardo alla dimensione internazionale delle lotte, che oggi sembra essere l’unica dimensione reale in un mondo ormai attualmente e concretamente globale, con buona pace dei nostalgici della lunga epopea degli Stati nazionali…

g.b.


Manifestazione in sostegno ai migranti a Mentone: I morti torneranno a tirarci per i piedi?[3]

Sabato 16 dicembre, alcune centinaia di persone – francesi e migranti – hanno marciato dalla stazione di Menton-Garavan alla frontiera franco-italiana. Venuti da tutta la Francia, hanno reclamato il rispetto della dignità umana per tutte le persone migranti e la fine dei procedimenti giudiziari contro coloro che le sostengono. L’ombra delle persone decedute nel tentativo di passare la frontiera è calata su questa manifestazione, che ha simbolicamente deposto una stele in memoria di tutti questi morti anonimi.

– E poi, io ho paura..
– Paura.. Ma di cosa?
– Quando le persone sono morte, ritornano di notte e ci tirano molto forte per i piedi.
– Che idiozia! Chi ti ha raccontato questa cosa?
– E’ stato Bertrand, mio fratello.
– Che imbecille! Non bisogna credergli! Ti ha detto questo per prendersi gioco di te!
– No, aveva l’aria seria! Ditemi, è vero che ritornano a tirarci per i piedi?

Félix Levy, brano tratto da Canti e disincanti, librairie Eyrolles, 2008.

 

Questa manifestazione a Mentone la si era presentata come un appuntamento importante. Quanti eravamo sabato 16 dicembre a Mentone? 500 persone secondo France 3, 1040 secondo il conto effettuato dagli organizzatori. Un numero che può apparire poco elevato, ma riunire svariate centinaia di persone provenienti da tutta la Francia, davanti alla piccola stazione di Menton-Garavan, all’estemità del Paese, rappresenta un exploit che va al di la delle cifre citate.

L’altro punto da sottolineare è che, del migliaio di persone che si è radunato a Mentone sabato 16 dicembre, una buona parte erano persone migranti o sans-papiers. Il Coordinamento di Sans-Papiers di Parigi (CSP 75) era ben rappresentato, anche da alcune donne, con l’obiettivo di superare la differenza legata allo statuto amministrativo tra sans-papiers e richiedenti asilo, puntando a una solidarietà tra tutti gli immigrati per reclamare un’altra politica sulla migrazione, fondata sul rispetto della dignità umana e il rispetto dei valori di cui si fregiano le facciate dei nostri comuni.

Partito da place de la République alle 21, l’autobus parigino da 49 posti è pieno. Tra i passeggeri numerosi militanti che lavorano in solidarietà con i migranti, membri di collettivi parigini, ma anche militanti della CSP 75, tra cui il loro leader che tutti chiamano Diallo. Dopo l’occupazione della chiesa di Saint-Bernard nel 1996 , lui ha partecipato a tutte le battaglie e continua a organizzare presidi settimanali a Parigi. Presenti poi, anche, numerosi richiedenti asilo, per lo più giovani, che non intendono essere più solamente l’oggetto delle politiche che la Francia gli impone, ma soggetti che rivendicano i diritti che gli vengono rifiutati.

All’arrivo a Mentone, verso le 10 del mattino, il pullman si ferma nel parcheggio del supermercato U Express, a qualche metro dal campo di calcio vicino al porto di Garavan. Dal campo possiamo osservare il viadotto di Saint-Agnès dove molti migranti sono morti, alcuni gettandosi nel vuoto per evitare i controlli della polizia. Più lontano ancora si vede il tunnel che passa sotto la montagna, dove altri sono stati investiti da un treno o da una macchina.

Scambiamo delle chiacchiere, seduti per terra o allungati su dei cartoni al sole, aspettando il pranzo: un saporito misto di legumi accompagnato da riso allo zafferano, preparato dal collettivo Kesha Niya. René dell’associazione Roya Solidaire ci raggiunge a bordo di un camion con l’amplificazione, che aprirà il percorso del corteo. Per finanziare l’organizzazione della manifestazione, siamo invitati a lasciare un euro accanto alla sagoma di grandezza naturale a colori del prefetto della regione, incollata sulla porta del camion.

Ha un aspetto pretenzioso il prefetto, nominato nel 2016, nella sua veste prefettizia… eppure non fa ridere nessuno quanto da lui dichiarato il 4 dicembre scorso sulle frequenze di France Bleu Azur, ossia che “il dispositivo di frontiera è efficace, cooperativo e umano (…), le forze dell’ordine rispettano scrupolosamente la legge e i fermi vengono condotti con cura particolare”. Una menzogna, secondo le associazioni locali, che ricordano come i minori siano rimandati in Italia, violando il diritto per l’infanzia. Le stesse ricordano che il prefetto è stato già condannato a più riprese per mancato rispetto del diritto d’asilo e criticato per aver creato dei luoghi di detenzione illegale.

Uno di questi luoghi di detenzione illegale era proprio al primo piano della stazione di Menton-Garavan, da dove partirà il corteo. Lo stesso Georges-François Leclerc ha promesso di arrivare a 50000 respingimenti di migranti da qui alla fine dell’anno. Senza dubbio dotato di prescienza, ha spiegato, prima ancora che la domanda d’asilo sia esaminata, che “si tratta di persone provenienti da tutta l’Africa che provano a stabilirsi in Occidente”. “Noi li rimandiamo in Italia”, ha aggiunto Georges-François Leclerc, vantandosi anche di aver fermato circa 350 passeur, “cioè circa uno al giorno”.

Mentre parliamo di questa intervista al prefetto con alcune persone di Roya Citoyenne, arrivano degli altri autobus: da Montpellier, da Lione, dal dipartimento della Drôme e dell’Ardèche. Alcuni hanno addirittura fatto il viaggio dalla Normandia o dalla Bretagna. Record assoluto un militante è venuto da Saint-Malo che si trova a 1300 km da Menton. Emerge come le questioni legate ai migranti uniscano, superando le divisioni politiche, associative e sindacali. (…) E come nelle lotte in sostegno dei migranti si organizzino delle forme di solidarietà nuova come questo collettivo intereuropeo chiamato Kisha Niya, che serve ogni giorno due o trecento pasti ai rifugiati di Ventimiglia e che ha assicurato il pranzo per i manifestanti arrivati in pullman a Mentone.

Alle 14 raggiungiamo il luogo del concentramento davanti alla stazione di Mentone-Garavan. “ A basso le Frontiere!” “A basso lo stato, gli sbirri, le frontiere!” “Regolarizzazione per tutti!” o ancora “ Pietra per pietra, muro per muro, noi distruggeremo i centri di detenzione”, come anche un ammiccante “Tous le monde, deteste les frontières”, sono alcune delle parole d’ordine cantate in coro da questo corteo variegato che riunisce numerosi partiti, collettivi, associazioni. A partire dalla spiaggia circondata dagli scogli, fino alla stazione, siamo scortati da polizia municipale e CRS, chiamati numerosi dal sindaco repubblicano della città, Jean-Claude Guibal.

Più tardi, ridiscendendo verso la strada che costeggia il mare, si eviterà per poco un tafferuglio con dei militanti di estrema destra in cerca di scontro. La frontiera, che chiude la strada e sfigura l’orizzonte, si trova a meno di un kilometro. Dietro le grate anti sommossa, ci sono i CRS appesantiti dai loro giubbotti antiproiettili, dalle armi imbracciate così come dagli svariati chili di equipaggiamento. A tre kilometri da lì, appena, dietro il cordone dei CRS, c’è la frazione di Mortola Inferiore, che fa parte di Ventimiglia. Davanti alla frontiera i manifestanti si sdraiano per terra.

Le bandiere del NPA (Nuovo partito anticapitalista) sono ben presenti, come quelle, rosse e nere dei giovani anarco-sindacalisti della regione, quelle del movimento Ensemble, movimento membro del Front de gauche, e anche una bandiera arcobaleno LGBT, che sventola fieramente sul corteo. I militanti dell’azione ebraica francese per la pace, quelli di Attac e anche qualcuno di France Insoumise sono lì. François, della Fasti (federazione delle associazioni di solidarietà con i migranti) si incontra con degli attivisti locali. Con un discorso emozionante, un ferroviere della regione spiega che lui e alcuni colleghi difendono un comportamento di disobbedienza civile di fronte alla SNFC (le ferrovie francesi) che gli domanda di segnalare i migranti e di riportarli in Italia. Philippe Poutou sarà il solo responsabile nazionale a prendere la parola.

Si ascolterà anche la presa di parola da parte di migranti grazie all’aiuto del collettivo La Chapelle debout! che assicura le traduzioni. Hamid Mouhammad, un giovane sudanese che ha lasciato il paese a causa dei problemi creatigli dalle milizie armate, spiegherà che ci ha messo tre anni per raggiungere l’Europa dopo aver vissuto l’inimmaginabile. Mentre attraversava le montagne, racconta di essere stato picchiato dalla polizia che gli ha rotto il naso e un braccio. Il collettivo invita la folla a riprendere con gli slogans in arabo, bambara et pachtoune. Questo collettivo turbolento lotta per un’uguaglianza reale, qui ed ora, tra francesi e immigrati e perché questi ultimi diventino “soggetti attivi e non meri oggetti delle politiche che li riguardano”. “Noi vogliamo abbattere le differenze tra autoctoni e immigrati”, spiega Houssam, “perché l’uguaglianza si prova nella realtà delle azioni di tutti i giorni”. Lui consiglia per esempio di rifiutarsi di partecipare a delle riunioni che riguardano gli immigrati, dove questi non siano presenti.

Vedere il video :https://www.facebook.com/1983581038544143/videos/2034777480091165/

Il collettivo chiede anche che la diversità linguistica sia tenuta in conto e rispettata, “visto che quando i migranti raccontano la propria storia nella propria lingua, non raccontano la stessa storia” “E’ in questa maniera che siamo riusciti a rendere pubblico l’utilizzo delle scariche elettriche per costringere i rifugiati ad accettare di farsi prendere le impronte i Italia, per esempio“, aggiunge Chrystèle. Fatto confermato da Amnesty nel 2016 [4]. Il collettivo denuncia “l’accanimento contro i migranti e le migranti e i discorsi razzisti e securitari che avvelenano la nostra società”.

Come tutti quelli che hanno partecipato a questo concentramento, anche loro rifiutano la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo. Di fronte all’urgenza che vede migliaia di persone, di cui molti bambini, perseguitati, infermi, o ridotti a vivere per strada, questi militanti richiedono misure incisive come l’occupazione di case e la mobilitazione contro le retate. Houssam, Paul, Chrystèle et Mohamed, senza paura rivendicano un approccio politico, al di là del mero piano giuridico, perché « i corpi dei migranti sono annientati da un diritto ostile ».

A questo punto della storia, incontriamo Youssouf, che ha trovato la manifestazione “ meravigliosa” e Jule Allen della Guinea e  Issa dal Marocco, che hanno passato diversi anni per strada a la Chapelle. Durante il ritorno, Hassan Zacharia del Soudan, ci racconta la sua storia : un padre ucciso in Soudan, una madre che lo ha portato in Libia dove è stata uccisa, la traversata nel Mediteranneo, poi un centro per migranti vicino Napoli dove le autorità italiane lo hanno rimandato finché non è riuscito a passare in Francia. Accettiamo con gioia l’invito di Ismaëla, che ci invita a un concerto, visto che sta lavorando a una canzone a favore del CSP 75.

Tutti hanno partecipato con entusiasmo alla manifestazione che reclamava l’apertura delle frontiere, la libertà di circolazione e di soggiorno, così come la completa solidarietà alle persone migranti, qualsiasi sia la loro condizione amministrativa. Molti sono i “Dublinati”, dal nome del regolamento di Dublino, che stabilisce il loro rinvio nel paese dove sono state registrate le loro impronte, indipendentemente dalla situazione personale, della lingua che parlano o del luogo in cui si trovino le loro famiglie. Misure repressive che il governo, che ha annunciato un progetto di legge per gennaio, intende intensificare.

Abbiamo anche una conversazione con Martine Landry, una pensionata di 73 anni, che ha lavorato in Amnesty international France dal 2002 e membro di Anafé (associazione nazionale per l’assistenza degli stranieri alle frontiere). La Responsabile nizzarda comparirà in tribunale l’8 gennaio del 2008 per aver « facilitato l’entrata sul territorio di due minori stranieri in situazione irregolare » [5]. Incaricata di una missione di osservazione alla frontiera franco-italiana, ora rischia cinque anni di prigione e 30000 euro di multa. Il 28 luglio scorso, aveva recuperato due adolescenti della Guinea di 15 anni che la polizia italiana stava riconducendo in Francia a piedi. La responsabile di Amnesty li ha presi in carico al posto di frontiera di Mentone/ Ventimiglia, dal lato francese, e accompagnati nella sua auto fino al posto di polizia della frontiera. Era per di più munita dei documenti che attestavano la presa in carico dei due ragazzi da parte dell’ufficio per l’aiuto sociale all’infanzia, dal quale poi per altro sono stati accolti. Disgustata dall’ipocrisia della politica migratoria e dagli attacchi al diritto di questi giovani minori non accompagnati, ci racconta l’assurdo gioco del gatto e del topo al quale si dedicano i poliziotti francesi e italiani. Arrestati dal lato italiano, i giovani sono rinviati in Francia che a sua volta li rimanda in Italia. “Alcuni hanno oltrepassato la frontiera quattro o cinque volte, racconta la responsabile di Amnesty, che descrive un gioco a ping pong tra le polizie dei due paesi.”

Sono presenti anche delle infermiere del Centro di accoglienza, cura e orientamento (Caso) di Nizza, che assicurano dei consulti nei locali della Caritas di Ventimiglia. Il centro della Croce Rossa italiana, situato nella città di frontiera italiana, accoglie circa 500 persone, ma dalle 200 alle 300 persone migranti dormono sotto i ponti, ci raccontano queste. Tre volte alla settimana, le infermiere assicurano anche delle incursioni nella città italiana per fornire aiuto sanitario ai migranti.

Tutte le generazioni sono rappresentate e ci diciamo che sarebbe necessario scrivere questa storia della lotta degli immigrati, dei sans-papier, dei richiedenti asilo in Francia e di coloro che gli sono solidali. Odile, 76 anni, è venuta da Valence sur Rhône. Veterana del movimento ASTI (associazione di solidarietà con tutti i migranti) ci racconta la rivolta degli operai tunisini, che avevano ottenuto i documenti, dopo 11 giorni di sciopero della fame nei locali della curia della chiesa di Notre-Dame di Valence. Una storia sconosciuta che risale al dicembre del 1972.

Abbiamo poi anche incontrato Loïc, 27 anni, che vive in Val Roya e dice di essersi « sensibilizzato alla questione dei migranti fin da piccolo ». E’ venuto a conoscenza del campo creatosi dopo la chiusura della frontiera nel giugno del 2015 e poi sgomberato nell’ottobre dello stesso anno. “ I migranti avevano occupato gli scogli che delimitano il litorale, all’altezza della frontiera, pronti a gettarsi nel mare”, ci spiega il ragazzo, che fa risalire a quell’episodio l’inizio del suo impegno politico. “ Noi eravamo ancora pochi all’epoca a mobilitarci”, racconta Loïc, che si ricorda di aver portato degli aiuti alimentari a Ventimiglia.
« Il processo a Cédric Herrou ci ha fatto passare da un’azione umanitaria a una presa di coscienza politica”, ci spiega Loïc, “e i collettivi si moltiplicano”. Si ricorda anche delle azioni organizzate con gli attivisti italiani, che sono cessate quando questi ultimi sono stati brutalmente repressi dalle autorità del loro Paese. Loïc fa parte del Collectif Roya Solidaire (CRS) che realizza dei video sulla situazione della valle della Roya. E’ questo collettivo che ha realizzato, grazie ad una telecamera nascosta, un video il 30 giugno del 2017 alla stazione di Menton-Garavan [6]. Nel video si vedono i poliziotti che fermano dei giovani minori portandoli nei locali della stazione giusto il tempo di rimetterli sul treno, direzione Italia, senza alcun rispetto della legge. Una coppia di cui la donna è incinta, subirà la stessa sorte.

Tutti qui hanno una storia da raccontare. Come Gibi, di Roya Solidaire, che spiega che le denunce e i processi hanno inasprito il clima. Le azioni continuano ma con discrezione. Gibi fa parte dei quattro pensionati che hanno visto la condanna confermata in appello per aver dato un passaggio in macchina a delle persone migranti [7]. Si trattava di migranti che, dopo essersi fermati presso Cédric Herrou, avevano ripreso il viaggio e si erano trovati bloccati a 1000 metri di altitudine, su un sentiero pericoloso. Cédric Herrou è controllato dalla polizia. « Ci sono tre posti di blocco con le tende a 200 metri da casa sua ». Il terreno dove abita è anche delimitato da un muro, costruito da uno dei suoi vicini. Come gli altri anche Gibi ricorrerà in cassazione, “ per una questione di principio”. Poiché il reato di solidarietà non è stato abrogato così come domandavano le associazioni. Malgrado le promesse, Valls non fa che elargire eccezioni. Se dare alloggio, nutrire o curare delle persone migranti non è più un reato, offrirgli un trasporto conduce direttamente in tribunale. Tuttavia la legge prevede che se il gesto non ha dato luogo a nessuna contropartita, la persona non possa essere perseguita. Salvo che per condannare i militanti della regione, i giudici hanno dovuto triturare il diritto. Questi hanno stabilito che Cédric Herrou e gli altri attivisti condannati abbiano ricevuto un beneficio morale dalle loro azioni e possano dunque essere considerati come dei passeur. Un’interpretazione perversa della legge, sempre più beffeggiata e strumentalizzata non solamente ai danni di chi porta aiuto ai migranti ma soprattutto ai danni di questi ultimi che per questo motivo ormai scelgono di passare per Briançon, anche in pieno inverno.

Tutte le persone presenti qui al corteo sanno che le frontiere uccidono. Che non si fermeranno mai delle persone pronte a rischiare ogni pericolo – la traversata del deserto, l’inferno libico, il passaggio del Mediterraneo a bordo di barche sovraccariche, l’attraversamento dei valichi alpini in pieno inverno – per lasciare dei paesi sconvolti dalla guerra, dalla corruzione, da un’economia neocoloniale predatrice e venire qui da noi. Sanno che dal momento in cui si è pronti a tollerare l’inumanità a casa propria e si fabbrica un « sotto » diritto per coloro che si considerano come dei « flussi », è il proprio stesso inferno che si sta costruendo. Sanno che a forza di rendere fasulli i nostri valori, di generalizzare i controlli, le misure di detenzione e le violenze, è la nostra stessa libertà che distruggiamo. Sanno che dal momento in cui si comincia questa discesa pericolosa che nega l’umanità dell’altro, la storia finisce sempre male. E che le morti prodotte dalle nostre frontiere a migliaia torneranno a farci visita, per tutti quelli tra noi che non fanno nulla o troppo poco o troppo tardi.

Le parole della lapide simbolicamente deposta sull’asfalto della strada, a due passi dalla frontiera, riporta : « In memoria di tutte le persone migranti uccise da questa frontiera mentre erano alla ricerca di un rifugio lungo il cammino dell’esilio, Menton, il 16/12/2017 ». Questa frontiera qui davanti e tutte le altre, di mare e di terra.

Mentre il sole scende sul mare e il concentramento si disperde, pensiamo a questa giornata in cui da tutta la Francia sono arrivati uomini e donne che hanno compreso che la libertà di circolazione e di soggiorno è il prossimo diritto dell’uomo da conquistare. Ci ricordiamo, infine, di aver incontrato Laura Genz, circa un anno fa, e i suoi disegni dei rifugiati [8] . Una delle sue riflessioni ci aveva molto colpito. Ci spiegava come i confini blocchino le situazioni delle persone e le complichino. Negando la fluidità della vita e dei percorsi umani, essi si trasformano in “ trappole per migranti”.

Nell’epoca in cui circolano liberamente i capitali e le merci, gli Stati europei giocano questa sinistra commedia di fronte alle proprie opinioni pubbliche, sapendo bene che non potranno espellere tutte queste persone venute a domandare asilo o a tentare la fortuna qui, e che seppure espulse, esse ritorneranno. Questa menzogna generalizzata sulla quale riposano le politiche migratorie europee produce dei sotto-uomini, un non-diritto e crudeltà – quale altra parola può essere usata quando la polizia è spinta a lacerare le tende o buttare via le scarpe dei migranti? Si pensa veramente di dissuaderli in questo modo? E di fronte a questo, cosa succede a delle società che accettano che divenga normale che degli uomini, delle donne, dei bambini vivano per la strada, siano perseguitati e arrestati? L’inferno che costruiamo per le persone migranti sarà immancabilmente il nostro. I governi giustificano le proprie politiche inumane attraverso il giudizio delle proprie opinioni pubbliche. Le stesse opinioni pubbliche di cui aizzano i peggiori istinti, al rischio di essere loro stessi travolti dall’onda bruna che incombe su tutta l’Europa. Può essere che a quel punto si renderanno conto che non si condanna impunemente a morte il proprio simile, fosse pure in maniera indiretta, sotto la copertura della gestione di flussi migratori disumanizzanti e di un diritto internazionale pervertito.

Perché c’è una certezza: questi morti torneranno un giorno a tirarci per i piedi.

di Véronique Valentino

 

[1] http://www.lautrequotidien.fr/blog/2017/12/17/manifestation-la-frontire-franco-italienne-est-ce-que-les-morts-reviennent-nous-tirer-par-les-pieds-

[2] Rispetto all’informazione su quanto avviene al confine di Ventimiglia va segnalata l’eccezione degli articoli e reportage del giornalista Pietro Barabino, di cui segnaliamo  l’ultimo pezzo sull’argomento uscito sul Fatto Quotidiano: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/24/minorenni-allinferno-tra-i-migranti-sul-greto-del-fiume-roja-a-ventimiglia-e-litalia-viola-le-sue-stesse-norme/4051273/

[3] La traduzione in italiano dell’articolo di V. Valentino ” Manifestation à la frontière franco-italienne. Est-ce-que le morts reviennent nous tirer par les pieds?” , uscito sul giornale francese L’Autre Quotidien il 24/12/2017 è opera della redazione del blog Parole sul confine.

[4] https://www.amnesty.fr/refugies-et-migrants/actualites/italie-coups-decharges-electriques-et-humiliations-sexuelles-contre-les-refugies

[5]https://www.amnesty.fr/refugies-et-migrants/actualites/une-de-nos-membres-poursuivie-pour-delit-de-solidarite

[6] https://www.youtube.com/watch?v=gV8cxdoegEs

[7] http://www.sudouest.fr/2017/12/13/quatre-retraites-condamnes-en-appel-pour-avoir-aide-des-migrants-4030926-6116.php

[8] http://www.lemonde.fr/arts/portfolio/2015/09/10/dessins-de-refugies-par-laura-genz_4751690_1655012.html

“Aspettiamo altre vittime di Frontiera per parlarne?”

Segnaliamo volentieri il documento di denuncia della situazione e di appello alla cittadinanza solidale, inviatoci dal gruppo Solidali del Ponente e già pubblicato dalle testate locali di Sanremo News e Riviera24, sulle quali è possibile leggerne la versione integrale.

https://www.riviera24.it/2017/12/i-solidali-del-ponente-a-ventimiglia-tra-opportunismi-e-reticenze-arriva-il-gelo-aspettiamo-altre-vittime-di-frontiera-per-parlarne-272755/

In un primo momento la testata online Sanremo News aveva erroneamente attribuito l’appello dei Solidali del Ponente alla redazione di Parole sul confine. Risolto tale fraintendimento, cogliamo l’occasione per specificare che il presente blog nasce come strumento di inchiesta e di informazione indipendente, e non appartiene ad alcuno specifico gruppo o movimento politico presente sul territorio frontaliero. Ciononostante, dare risalto a contributi come questo dei Solidali del Ponente è esattamente l’obiettivo editoriale di questo progetto, che ambisce a raccogliere e diffondere tutte le testimonianze, le notizie e le informazioni “di parte” che vengono taciute dai mass media e nascoste dalle istituzioni.
Di quale parte parliamo? Di quella ostacolata e delegittimata da un sistema di potere che impedisce di trovare spazio e prendere la parola nel dibattito pubblico alle molteplici realtà, collettivi, gruppi ed individui che vogliano esprimere un punto di vista critico e di denuncia dell’attuale operato dei governi europei e, nel dettaglio, di quello italiano e delle istituzioni preposte alla gestione della frontiera franco-italiana. 

Il comunicato dei Solidali del Ponente si conclude con un appello che chiede alla cittadinanza solidale di non rimanere indifferente spettatrice di fronte alle violenze e al dramma umano vissuto quotidianamente dalle persone migranti che arrivano a Ventimiglia:

A Ventimiglia il Centro CRI è praticamente full, sono ospitate circa 500 persone di cui alcune nelle tende. Altre , circa 250 cercano di sopravvivere tra accampamenti improvvisati sotto il ponte, ripari di fortuna, fuochi, anfratti vari; tra loro molti minori e famiglie con bimbi e tutti, chi più, chi meno con problemi sanitari determinati dalle durissime condizioni di vita all’addiaccio e da malnutrizione.

Le condizioni meteorologiche stanno precipitando in queste ore, sono previste gelate anche sulla costa con minime attorno allo 0°.

Non è una situazione di emergenza questa?
Non dovrebbe attivarsi l’Amministrazione, la Protezione Civile , la Prefettura, la Diocesi stessa per far fronte a questa Emergenza Umanitaria.

Non si venga a proporre , come da qualcuno già suggerito, uno sgombero umanitario…. Li abbiamo già visti, gli sgomberi, aggiungono solamente nuova violenza su soggetti già provati da innumerevoli sofferenze.

Riapriamo Gianchette, riapriamo almeno temporaneamente spazi protetti alla stazione, facciamo qualcosa prima che succeda l’ennesimo, irreparabile “Omicidio di Frontiera” perché come ci insegna Ioculano “Non sono i centri d’accoglienza che attirano le persone, ma le frontiere.”

Non si tratta di una presa di posizione ideologica o utopica, bensì, come si evince leggendo l’articolo, è il frutto di un’analisi precisa delle dinamiche politiche messe in atto dalle Istituzioni negli ultimi mesi. Come correttamente ricostruito, a metà agosto l’amministrazione cittadina ventimigliese, supportata dalla Prefettura di Imperia, faceva chiudere il centro di accoglienza volontario e non istituzionale della Chiesa  delle Gianchette, sulla base dell’allargamento del Campo della Croce Rossa sito nel Parco Roya. [1]

L’effetto di queste operazioni è stato quello di far aumentare il numero delle persone accampate sulle sponde del fiume Roya, sotto al cavalcavia di Via Tenda. Inoltre, nonostante la riduzione dei flussi migratori dall’Africa, dovuta agli accordi del governo Italiano con il  “governo” libico di Serraj e alla conseguenze istituzione di campi di detenzione per migranti in Libia, durante l’autunno il numero dei migranti presenti a Ventimiglia è costantemente aumentato. Come riportato nell’articolo, è stata la stessa Prefettura di Imperia a svelare l’arcano: a Ventimiglia arrivano persone che hanno fatto richiesta d’asilo in Italia e che fuggono dal circuito dell’accoglienza italiana, quando non ne vengono comunque dimesse o rifiutate (ma soprattutto, aggiungiamo noi sulla base di molte testimonianze raccolte nell’ultimo periodo, a causa della progressiva  trasformazione del sistema d’accoglienza in un allarmante sistema di sfruttamento e segregazione).

Di fronte al complicarsi della situazione e all’aumento dei respingimenti dalla Francia, l’amministrazione comunale di Ventimiglia, in palese difficoltà, ha cominciato a parlare di una chiusura dello stesso campo della Croce Rossa che solo pochi mesi fa era stato presentato come fiore all’occhiello della politica comunale ed addirittura come auspicato esempio per le altre regioni frontaliere che vivono una simile pressione migratoria, dovuta alla chiusura dei confini da parte dei paesi del nord Europa.

 Così sintetizzano la situazione i Solidali del Ponente nel loro comunicato:

E allora è interessante chiederci dove si vuole andare, quale sia la strategia e l’obiettivo delle esternazioni e dell’agire dell’Amministrazione Comunale di Ventimiglia, ma più in generale delle Istituzioni, in particolare della Prefettura di Imperia. Piacerebbe sapere insomma che cosa dovrebbe succedere a quelle 700/750 persone migranti presenti a Ventimiglia se vogliamo andare ad “una progressiva chiusura del parco Roja”?….stiamo forse pensando ad una “soluzione finale”?

Questo è il quadro di insieme della situazione Ventimigliese caratterizzato da incongruenze e schizofrenie che vengono probabilmente dilatate oltremisura dalla complessità del fenomeno ma soprattutto da opportunismi politici e da “opportunità” di sviluppo commerciale: la “Zona Franca Urbana” e la sua pioggia di milioni, la sdemanializzazione dell’area FS, la ricerca del consenso in funzione elettorale….

Ecco, quindi, che appare chiaro come la situazione attuale  che vede la barbarie diventare legge non sia il frutto di casi fortuiti o di fenomeni andati fuori controllo, bensì il prodotto delle politiche attuate consapevolmente dalle istituzioni in questi mesi.

Di conseguenza, a partire dalla lettura degli eventi e dalla consapevolezza delle cause, appare sempre più urgente un ritorno di presa di parola e di iniziativa da parte di tutte le persone  (e si auspica possano essere sempre di più) che negli ultimi due anni hanno dimostrato che è possibile contrastare l’ingiustizia e il dilagare di politiche disumane.

g.b.

 

[1]  Sulle numerose criticità del Campo della Croce Rossa rimandiamo ad alcuni articoli già pubblicati su questo blog : https://parolesulconfine.com/parco-roja-minaccia-la-sicurezza/ ; https://parolesulconfine.com/migranti-al-gelo-a-ventimiglia/ ; https://parolesulconfine.com/trafficking-al-confine-di-ventimiglia/

Gelo

Partiamo a ora di pranzo. Non c’è molto tempo questa volta ma abbiamo appena ricevuto una donazione di farmaci.

Soprattutto vogliamo andare a verificare se, con l’arrivo delle temperature invernali, ci sono persone abbandonate al gelo e quante sono

Purtroppo, la realtà supera ampiamente le nostre previsioni. Giunti in prossimità della ferrovia in via Tenda, osserviamo dall’alto un gran numero di persone in piccoli gruppi, alcuni vicini ad un fuoco, altri che entrano negli anfratti del ponte. Accanto a noi passa un ragazzo in maglietta e pantaloni corti. Sono le 16.30, il sole sta per tramontare e la temperatura si sta abbassando rapidamente.

Ci avviciniamo al primo gruppo di persone a livello della chiesa di Sant’ Antonio ormai silenziosa e spenta. Chiediamo se hanno bisogno di aiuto e informiamo che siamo medici: sono un gruppo di persone sudanesi, presentano malattie evidenti dell’apparato respiratorio, scabbia e traumi da percorsi accidentati in montagna.

Visitiamo circa una trentina di persone, in prevalenza assoluta, come già detto, affette da problemi respiratori, che nelle condizioni attuali non possono che complicarsi nonostante.

Il problema è evidente, a chi abbia occhi e cuore, circa 300 persone sono abbandonate all’addiaccio con temperature che al momento della nostra partenza sono di circa 5 gradi e nella notte saranno ulteriormente più rigide.

Le persone, in prevalenza sudanesi, eritrei spesso minorenni, ma con la presenza anche di pakistani e di persone provenienti dall’Africa Sub Sahariana, si aggirano con vestiti inadatti, avvolti in coperte e intorno a bracieri di fortuna.Incontriamo, anch’essa sdraiata ed avvolta da coperte una ragazza eritrea al quinto mese di gravidanza che si rifiuta assolutamente di recarsi nel campo della Croce Rossa. La ragazza Eritrea non parla inglese, persone che ha conosciuto a Ventimiglia ci dicono che ha 17 anni, ha finito i soldi ed è sola.

Peraltro, un ragazzo eritreo “ospite” del campo della Croce Rossa, con una ferita al piede, ci dice che, anche lì, nel campo Roia, dorme in una tenda e quindi ha ugualmente molto freddo.

Parliamo con molti minorenni. Un ragazzino di 15 anni eritreo e un altro di 17. Gli diciamo di cercare di parlare con l’avvocatessa spesso presente presso l’infopoint Eufemia. Per il più piccolo, cerchiamo di capire se abbia qualche parente che vuole raggiungere in Europa, ma ci risponde che non ha nessuno: no family. Vuole andare in Inghilterra.Un altro ragazzo eritreo ci chiede se parliamo inglese. Non vuole assistenza sanitaria. Vuole dirci soltanto che quel posto è terribile e che lui ha soltanto bisogno di andare a scuola, di lavorare, di mandare soldi alla sua famiglia, ha 22 anni.

Dopo aver chiesto a varie persone se hanno bisogno di noi e visitato dapprima un gruppo di pakistani e quindi un numeroso gruppo di persone sudanesi, aiutati nella traduzione da un ragazzo sudanese che parla inglese molto bene, ci accorgiamo della presenza di una famiglia con 2 bambini.La madre vestita con una giacca leggera, i bambini saltellanti ci salutano stringendoci le mani con le loro manine gelate. Vengono raggiunti da un volontario dell’organizzazione francese e si allontanano per andare a cercare nel loro furgone qualche vestito più pesante.

Incontriamo sulla via del ritorno un amico solidale sudanese. Ci conferma che da quando la chiesa di S Antonio ha chiuso, le donne e le famiglie ormai dormono lungo il fiume. Afferma di aver più volte tentato di indurre queste persone con bambini a trovare rifugio nel campo della Croce Rossa. Almeno per coloro già identificati tramite le impronte digitali nel luogo di sbarco. Il campo Roia, come più volte denunciato è inadeguato ed illegale nella gestione ed accoglienza soprattutto dei minori e delle donne, ma se non altro in questa situazione di urgenza può fornire almeno un luogo coperto. Comunque la diffidenza è troppa, il diniego è assoluto.

Ritornando in via Tenda troviamo aperta la saracinesca dell’infopoint Eufemia. Ci sono due giovani solidali spagnoli. Li informiamo che abbiamo indicato a diverse persone di recarsi domani da loro per il cambio di abiti e per il freddo intenso. Ci informano di avere un po’ di abiti, non molti.

Durante il viaggio di ritorno l’angoscia è grande.

Poco riusciamo a fare e ci chiediamo se sia possibile una presa di coscienza della società civile, almeno ora. In questa situazione di vera urgenza, le istituzioni latitano completamente, anzi la nuova ordinanza del sindaco che vieta la somministrazione del cibo ai migranti, emessa per la terza volta, cristallizza l’indecente espressione del potere.

Antonio Gerardo Curotto
Amelia Chiara Trombetta

Ventimiglia libera

Partiamo al mattino da Genova per Ventimiglia, portiamo con noi una confezione da 1 kg di anti-scabbia galenico fornitoci gratuitamente da una farmacia di Genova.

Dopo un breve ma caldo incontro con Delia nel suo locale, ci rechiamo in bici presso l’info-point Eufemia, in via Tenda.

Mentre ci accordiamo con loro per eventuali consulti a distanza, rumori e voci dall’esterno dell’info-point ci informano che una manifestazione anti migranti sta percorrendo la via su cui si affaccia.

Il gruppo di manifestanti è composto da una cinquantina di persone prevalentemente di mezza età, espressione di questo territorio assai provato, periferia nella periferia. Urlano improperi e minacce in un forte accento calabrese e fanno gesti volgari nella direzione dei solidali. Gli striscioni recitano “Ventimiglia libera”, “vogliamo indietro la nostra città” e frasi simili. Questo breve video rende l’idea della scena che ci si è parata davanti.

Tentiamo di rispondere alle provocazioni ricordando che siamo tutti un po’ emigrati, ma le nostre parole vengono ignorate.

Dopo questo triste spettacolo, ci rechiamo, come sempre, verso il ponte, accompagnati da un giornalista free-lance e da un’infermiera milanese. Appena discesi nell’area dell’argine del fium,e antistante alla chiesa di San Antonio, incontriamo i primi gruppi di ragazzi. Vediamo una distesa di sacchi a pelo e coperte, saranno almeno duecento. Fa freddo, alcune persone sono coricate lì e cercano di scaldarsi con le coperte. Quasi tutti quelli che visitiamo hanno influenza o bronchite. Ancora diversi casi di scabbia. Forniamo il farmaco e li indirizziamo presso l’info-point per il cambio degli abiti.

Vediamo su un divano un gruppo di uomini e una donna. Cerchiamo di parlarle per capire la sua situazione, ha evidentemente avuto dei traumi al volto. È ipovedente, ci spiega che cade spesso accidentalmente riportando diverse ferite. È incinta al terzo mese, ma non vuole stare al centro della croce rossa perché è troppo lontano. Quando cerchiamo di indagare ulteriormente e si rifiuta di parlare.

Dopo poco, un ragazzo apparentemente sudanese accompagna da noi una giovane ragazza eritrea che presenta dolori all’addome e diarrea per aver bevuto quotidianamente l’acqua del fiume. Le diamo una terapia antibiotica, con difficoltà per la barriera linguistica e cerchiamo, nonostante questa, di indirizzarla verso l’info-point Eufemia, dicendole che ci sono avvocati e persone che possono aiutarla.

Diversi, tra questi gruppi, hanno bottiglie di plastica tagliate a metà, che usano come bicchieri per bere del vino. Ne parlano con noi abbastanza tranquillamente, dicendo che è quel posto che li induce a bere. Uno di loro è un ingegnere, parla diverse lingue ed è molto interessato a partecipare alle nostre visite. Ci racconta di avere una sensazione come di “acqua nell’orecchio”, da quando lo hanno colpito con il calcio di un fucile in Libia. Chiaramente per una cosa del genere possiamo solo dare qualche spiegazione o consiglio.

Mentre continuiamo a visitare gente con influenza, bronchite e scabbia prevalentemente, arriva un ragazzo ghanese. Parla sia italiano che inglese. È appena arrivato da Lecce, dove vive in un centro di accoglienza straordinaria. È molto sorpreso della situazione, ci chiede come sia possibile che tutte queste persone stiano nella strada. Dice che tutti nel suo paese gli hanno detto di andare in Francia, per cui era partito con questa convinzione, che credeva giusta. La vista della situazione di Ventimiglia gli ha fatto immediatamente cambiare idea. Ci racconta che anche nel centro dove vive a Lecce c’erano dei problemi, ma che i ragazzi residenti si erano organizzati, avevano manifestato, ottenendo come risultato un importante miglioramento delle condizioni di vita.
Parliamo del problema delle impronte digitali e dell’imposizione del regolamento di Dublino. Scherza dicendo che un africano dovrebbe lasciare le mani in Africa e venire in Europa senza.

Dice, che differenza c’è tra questo posto e l’Africa?

Quindi ci lascia dicendo che Lecce è una bella e grande città e che ci sono molti migranti, sarebbe tornato subito alla stazione a prendere il treno.

Per fortuna, dopo questa giornata angosciante, possiamo andare a rifugiarci a casa di persone solidali e amiche che ci ospitano spesso.

Il giorno dopo, insieme a queste persone solidali, ci rechiamo nuovamente a Eufemia e da li, ancora con l’infermiera, ricominciamo il giro. Ci sono da fare molte medicazioni, il solito problema dei chilometri percorsi con scarpe di taglia sbagliata.

Percorriamo anche tutto il corso del fiume e re-incontriamo la ragazza eritrea con il gruppo degli uomini con cui era il giorno prima. Sembra stare meglio. Preparano tutti insieme da mangiare con una padella su un piccolo fuoco.

Pensiamo di chiedere aiuto telefonicamente a una persona eritrea che conosciamo, per capire se la ragazza si senta in pericolo o sia accompagnata da qualcuno di sua fiducia. Mandiamo dei messaggi a questa persona amica spiegando la situazione della ragazza.

Passano molto tempo al telefono, la ragazza si allontana, poi ci chiama. Riusciamo a capire che è con suo marito, che chiaramente non vorrebbe rimanere in quel posto, ma non può andare via da sola. Ha avuto un forte trauma alla testa, per cui è preoccupata, durante il naufragio e l’incendio della barca con cui ha attraversato il mare. Riconfermiamo la terapia e che stia meglio dopo averla iniziata, e le raccomandiamo nuovamente di cercare le persone solidali in caso di bisogno.

Come spesso accade in questa zona, le persone presenti ci offrono il poco che hanno da mangiare. Anche se gli siamo molto grati per la proposta, dobbiamo continuare il nostro giro lungo il fiume.

Ritornando nel piazzale del cimitero, visitiamo un gruppo di afghani, anche loro con problemi respiratori e gastrici.

Amelia Chiara Trombetta
Antonio Gerardo Curotto

Pubblicato anche su http://effimera.org/ventimiglia-libera-amelia-chiara-trombetta-antonio-g-curotto/

Immigrazione: degrado sono le strade pulite e l’umanità ridotta a rifiuto

Pensa alla chiave che gira nella toppa, al familiare profumo di casa tua. Al frigo pieno, alla facilità con cui apri un’anta e scegli cosa cucinare questa sera. Al riscaldamento che accidenti se va acceso, l’inverno sta arrivando e ci sono solo 25 gradi, non so se mi spiego.

Pensa alla tua camera. Al mobile con i tuoi libri, ai ricordi, a quegli oggettini inutili che non riesci mai ad abbandonare perchè in un modo o nell’altro raccontano tutta la tua vita. Pensa al tuo armadio, alle ore passate a scegliere quale tonalità di blu si intoni meglio con i tuoi occhi e mi sta meglio il cardigan o quel vestito a tubino che dove cavolo è in mezzo a tutta questa roba?

Pensa al letto morbido che ti accoglie ogni sera, in cui puoi sprofondare nel sonno, al caldo, per poi ricominciare daccapo le tue giornate.

E adesso, se hai bene a mente queste piccole routine quotidiane di cui a malapena ti accorgi perchè nessuno ti ha mai impedito di viverle, immagina di perderle.

Immagina di non avere più niente, nessuna casa, niente abiti, niente cose a cui tenere, nessun oggetto che ti riporti al passato, nessuna traccia che ti possa far sperare di costruire un futuro.

Immagina di avere solo i vestiti che indossi: qualcuno ti donerà una giacca, un paio di calze, indumenti di ottava mano che tanto non potrai tenere, dopotutto dove posso metterli se con me non ho nemmeno uno zaino?, una coperta che in poche ore cambierà colore, imbrattandosi della terra e della spazzatura su cui sei costretto a dormire, sotto un ponte, al freddo.

Immagina che per ogni sguardo traboccante di solidarietà e gentilezza ce ne siano almeno mille di odio e diffidenza, che poi cos’hai fatto per meritare questo disprezzo ancora non lo sai.

Immagina di non avere più la libertà di fare una passeggiata, un’escursione con gli amici, un semplice giro dove vuoi tu. Di essere trattato come un criminale. Sei solo un numero e una provenienza geografica e, soprattutto, un problema.

Non possiedi più niente, nemmeno la tua vita.

Novembre 2017, Ventimiglia: le condizioni di vita dei migranti non sono migliorate, ancora oggi centinaia di persone vivono accampate sul letto del fiume Roja, nonostante le temperature sempre più basse e l’intensificarsi delle piogge. Alimentata dalle dichiarazioni cariche d’odio dei politicanti vari e da un giornalismo d’accatto e irresponsabile, crescono in una parte della cittadinanza italiana l’indifferenza, il cinismo e l’insofferenza verso il “degrado lasciato dai migranti”. Ma cos’è davvero il degrado? E’ nei resti di un accampamento di fortuna, nei pochi averi abbandonati sul ciglio della strada mentre si tenta la salvezza oltre confine, in questa miseria che spinge migliaia di esseri umani a rischiare (e spesso perdere) la vita… Oppure nelle politiche di accoglienza e negli interessi senza scrupoli di pochi, che di umano non hanno nulla? Il degrado non è forse nei cuori e nelle teste di chi tratta una parte di umanità come un rifiuto gettato ai bordi della strada?

parolesulconfine immigrazione e degrado (1)

fotografie: Francesca Ricciardi
vedi anche: le immagini di luglio dal fiume Roja

“Je m’appelle Ahmed. J’ai seize ans…”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa testimonianza che racconta uno dei tanti incontri e delle tante storie di vita che si incrociano per le strade di Ventimiglia e vengono attraversate e segnate duramente dal dispositivo del confine.
Un racconto che ci viene inviato dal Progetto 20K [1], un progetto messo in piedi nel 2016 da un gruppo di attivisti di Bergamo, che ormai da un anno e mezzo svolge un’intensa e generosa attività nell’area di confine di Ventimiglia, fornendo supporto materiale, informativo, logistico e umano ai migranti in viaggio. Nonostante questa testimonianza fosse già stata pubblicata sulla rivista Pequod [2] e non si tratti quindi di un inedito, ci sembra importante ripubblicarla per darle diffusione. Sono storie che come sassolini nel mare si perdono velocemente nell’oscurità e nella profondità delle acque di una Storia sempre più feroce e concitata ma allo stesso tempo producono sulla superificie una catena di cerchi concentrici in grado di trasformare l’immagine e la nostra idea di società e delle identità culturali che la sostengono.

“Domani ci riprovo!” – Storia di Ahmed

Siamo seduti in tranquillità attorno a un tavolino e Ahmed decide di raccontarci per filo e per segno la sua storia. Viene dal sud della Somalia, e la sua città di origine si trova a una manciata di kilometri da Etiopia e Kenya. La sua famiglia –padre e madre, due sorelle e un fratellino – è ancora lì e sta aspettando che Ahmed riesca a raggiungere il suo obiettivo. Lui è il figlio maggiore, e ha sedici anni. Parla sollevando gli occhi grandi e scandendo le frasi con un inglese tagliente. Indossa il suo nuovo cappellino rosso, quello dei momenti speciali, quello che non metti quando dormi la notte sul pavimento di una stazione in attesa di andare oltre il confine.

Ascoltiamo un flebile sottofondo musicale dal telefono, mentre Ahmed si immerge nei suoi ricordi. Prima andava a scuola in Kenya, poi il confine è stato chiuso e militarizzato, e così gli è stata preclusa la possibilità d’istruirsi. Ha quindi frequentato per due-tre anni una scuola non regolamentare – peraltro non condivisa dalla maggior parte della sua comunità (“ma un giorno i miei amici per strada mi hanno detto: Vieni a lezione, il maestro è bravo, molto bravo!”) – creata da un uomo che pagava personalmente l’affitto delle aule utilizzate per le lezioni.

Le aule scolastiche erano dislocate in diversi punti della città per non essere rintracciate, ma almeno garantivano l’accessibilità allo studio. Questa persona, che credeva fortemente nell’educazione per poter strappare i ragazzi alla guerra, è diventata il suo insegnante: c’erano due classi in base al livello di scolarizzazione di partenza (“piccoli” e “grandi”) e venivano spiegate varie materie (inglese, arabo, matematica, chimica, informatica…).

Ogni tanto Ahmed dava una mano all’insegnante, facendo lezione agli allievi di livello inferiore, nonostante alcuni fossero d’età più grandi di lui.

Da tempo però i terroristi del gruppo jihadista Al-Shabaab minacciavano il professore perché, oltre ad insegnare ai ragazzi discipline “inammissibili” (come ad esempio la lingua Inglese), li strappava al loro addestramento militare. Ad un certo punto l’insegnante ha scelto di condividere con Ahmed le sue preoccupazioni, l’ha messo in guardia rispetto al pericolo che stava correndo, e la situazione è andata avanti così per circa un anno: telefonate minatorie, messaggi di morte, intimidazioni sempre più serie. Come Ahmed ci racconta, la principale difficoltà nella sua cittadina sta nel fatto che i terroristi sono ovunque ma non sono riconoscibili. “Sono parte integrante della popolazione. Capitava che tu stessi parlando con una donna, e questa cadeva uccisa davanti a te senza che si capisse come né da per mano di chi. Spesso c’erano proiettili vaganti e sassaiole improvvise”.

Un giorno il professore ha chiesto ad Ahmed di tenere la classe di livello inferiore, mentre lui sarebbe andato a insegnare in un’altra aula. La sera prima i terroristi l’avevano minacciato al telefono per l’ennesima volta.

Ahmed ha portato a termine ciò che l’insegnante gli aveva chiesto, d’altronde l’aveva già fatto in passato. Questa volta però i terroristi sono entrati nell’aula del professore e l’hanno ucciso a sangue freddo davanti ai suoi allievi. “Sapevo che il prossimo sarei stato io… Ero nel mirino, e sarebbero venuti a prendere anche me”. Ahmed, appena ricevuta la notizia, si è organizzato grazie al pieno supporto di parenti e amici, e nel giro di tre giorni ha raccolto 3000$. E’ scappato dalla sua comunità dirigendosi verso il confine. Ha aggirato un posto di blocco e, dopo aver evitato i soldati, si è trovato in Kenya. Tutto ciò avveniva nel marzo 2016.

“Arrivato in Kenya ho solo dovuto cercare un trafficante che mi avrebbe garantito una serie di passaggi attraverso tutti i confini africani fino all’arrivo in Libia. Ci sono volute poche ore per trovarlo, ho mostrato di avere i soldi e lui mi ha detto che avrei dovuto pagare alla fine del viaggio”.

Ha quindi attraversato l’Uganda come unico passeggero a bordo di un pick-up Toyota.“Ad ogni confine cambiavamo autista e aumentavamo di numero”. Nel Sud-Sudan sono infatti ripartiti in sei, in Sudan si sono aggiunte altre persone e poi si sono diretti verso il deserto del Sahara.

Il viaggio nel deserto è durato otto giorni: erano in 24 e solamente il quarto giorno hanno fatto una vera e propria pausa. “E’ stata molto dura. Faceva caldissimo e solo ogni tanto ci davano un goccio d’acqua da spartirci; a volte ci fermavamo qualche ora a dormire sul ciglio della strada.”

In seguito ad altri cinque giorni di cammino – era ormai maggio – è arrivato in Libia, dove è stato subito portato in una prigione alla periferia di una città non ben specificata. “Mi hanno introdotto insieme a tante e tanti in un corridoio.. Mi hanno detto <<Sei somalo, sono 6000 dollari. Hai i soldi?>> Ho risposto che avevo solo 3000 dollari, ma loro insistevano e io:  <<Non ho 6000 dollari>> e allora mi hanno detto <<Chiedili alla tua famiglia! Abbiamo un uomo di fiducia vicino a loro e potrebbero consegnarci i soldi per salvarti dalle carceri>>. E io ho risposto <<Conosco la mia famiglia, non li hanno. Fai ciò che vuoi, picchiami, uccidimi, ma io né loro abbiamo quei soldi>>. Ci riporta questo discorso agghiacciante con una naturalezza incredibile.

Le condizioni erano durissime e l’acqua davvero poca (“ce ne davano una volta al mattino e una alla sera, perché dicevano che altrimenti pisciavamo troppo e le guardie avrebbero perso tempo a controllarci”). Lì è rimasto per quattro mesi subendo vessazioni continue (“venivano ogni giorno a chiederci i soldi e io ogni giorno gli rispondevo che non li avevo”), finché non è stato rilasciato senza spiegazioni. Ahmed ci spiega che in Libia esistono moltissimi campi per rifugiati controllati dalle diverse milizie armate locali, in base a chi appartiene il controllo territoriale. Lui in un campo di quel tipo ci è rimasto per alcuni mesi, appena uscito dalla prigione. Sicuramente si stava meglio, ma anche qui le guardie minacciavano i rifugiati con le pistole. “C’erano tanta gente, ragazzi, uomini e anche donne incinte o con i bambini piccoli.”

A questo punto ha aspettato che gli dicessero quando partire per attraversare il mare (“<<Tu! Alzati. E’ ora di andare>>. E io, con un fucile puntato addosso, mi sono alzato e sono andato così com’ero.”). Era il mese di novembre.

In circa 200 hanno raggiunto il pontile, per poi aumentare enormemente di numero e arrivare ad essere tra le 600 e le 800 persone. I trafficanti hanno stipato tutti e tre i piani dell’imbarcazione, indicando ai “passeggeri” dove e come sedersi. “Eravamo impacchettati come biscotti in una scatola. Uno perfettamente accanto all’altro, in modo che non ci potessimo muovere. Io ero seduto con le ginocchia tra le braccia. Come biscotti in una scatola.”. Ripete più volte questa metafora, mimando con le mani questo particolare incastro, e ci assicura che sono rimasti tutti nella stessa posizione per più di sei ore. Ahmed era nella zona posteriore della barca, al livello inferiore, in uno dei punti più rischiosi. Racconta dell’inquietudine, delle preghiere sottovoce e dei pianti sommessi. Questo stato di cose è durato fino all’arrivo della squadra di Medici Senza Frontiere, quando sono esplose le grida di gioia, dopo un lungo ed assordante silenzio: “We are safe! We are safe!”. Quando il primo soccorritore è sceso al suo livello, Ahmed ha scoperto dove si trovavano e quale fosse la loro direzione: “Non sapevamo dove fossimo diretti, tantomeno la città. In quel momento ho capito che la meta era l’Italia, e che stavo per arrivare a Trapani”. Il viaggio sulla nave di MSF è durato due giorni e mezzo, durante i quali i migranti hanno ricevuto assistenza medico-legale e supporto psicologico, oltre all’avviso che una volta sbarcati il personale di accoglienza avrebbe inevitabilmente richiesto loro le impronte digitali, in base alla Convenzione di Dublino.

Così è stato: trasferito in una struttura di accoglienza a Trapani, Ahmed ha dato le impronte ed è stato foto-segnalato. Lì è rimasto una sola notte e il giorno seguente è stato portato a Chianciano Terme, nel senese. Ha scoperto di avere la scabbia sulle mani e, dopo essere stato visitato da un medico, gli è stato somministrato un trattamento consistente soprattutto in creme e pomate.

Una volta guarito è stato inserito in una comunità, ma dopo due settimane ha ricominciato il suo viaggio: dopo varie peripezie è arrivato a Ventimiglia. Dice di avere un amico in Francia, non sa precisamente dove perché non sono più in contatto, e spera di ritrovarlo, presto o tardi che sia “Per me arrivare in Francia è importante. Avete sentito del sistema educativo che danno ai ragazzi rifugiati? Me ne hanno parlato molto bene. […] Il lavoro dei miei sogni è fare l’informatico.. o il programmatore.. oppure l’ingegnere informatico, insomma, qualsiasi cosa riguardi la tecnologia!”.

Da quando si trova qui, Ahmed ha cercato di passare la frontiera per ben due volte: è minorenne e sarebbe suo diritto chiedere protezione umanitaria in Francia. Non sono di quest’opinione i poliziotti francesi, che la seconda volta l’hanno rimandato indietro addirittura con un decreto di espulsione infarcito di dati falsi. “Hanno scritto un nome diverso dal mio, io insistevo dicendo loro che non erano quelle le mie generalità ma non hanno voluto sentire ragioni e mi hanno rispedito a Ventimiglia. Uno dei poliziotti mi ha detto che se mi avesse rivisto, che se anche solo ci avessi riprovato, mi avrebbe gonfiato di botte. Un altro invece mi ha suggerito a bassa voce come provare a farcela”. Dorme alla stazione, quando lo incontriamo per la prima volta. Gli lasciamo qualche coperta e il nostro contatto telefonico, con la promessa di risentirci.

Ragazzi migranti dormono in stazione a Ventimiglia. Foto di redazione

 

Il giorno dopo ci vediamo lungo la spiaggia, fa piuttosto caldo per essere dicembre inoltrato.

Parliamo della sua storia, di come è appassionato di informatica e di lingue (infatti ne parla sette in maniera fluida). Mangiamo assieme e scherziamo un po’ lanciando sassolini in acqua. Ahmed è convinto, vuole tentare nuovamente di varcare la frontiera. Scriviamo con lui qualche riga in francese: “Je m’appelle Ahmed. J’ai seize ans et j’ai le droit de demander asile en France”: benché probabilmente inutile, almeno potrà mostrare qualcosa di cartaceo la prossima volta che proveranno a fermare lui e il suo desiderio di attraversare una linea immaginaria.

Decidiamo di farlo restare da noi perché si rimetta in forze, prepariamo un super risotto e ridiamo, cantiamo. Ci rilassiamo un po’ in modo che possa affrontare tranquillo il viaggio che vuole intraprendere il giorno dopo. Gli spieghiamo che la tratta verso Parigi è parecchio rischiosa: con lo sgombero della “Jungle” di Calais migliaia di migranti si sono riversati per le strade della capitale e la repressione è altissima. E’ proprio quella tratta che vuole tentare. “Il poliziotto francese mi ha detto nell’orecchio: Prendi un autobus! ed è quello che farò. Ho un paio di contatti, posso farmi venire a prendere alla stazione”. Acquistiamo quindi un biglietto del pullman, visto che ad Ahmed sono rimasti in tasca solo 20€.

Controlli in frontiera. Foto di redazione

Al momento di partire sembra raggiante con il suo cappellino rosso in testa, lascia in casa tutte le cose che potrebbero appesantirlo durante il viaggio e riparte. Aspettiamo trepidanti che ci faccia sapere qualcosa. Ci chiama alla sera, dopo molte ore, ma purtroppo non si tratta di buone notizie. Anche questa volta non ce l’ha fatta: a Nizza, lungo l’autostrada, c’era un posto di blocco ed è stato scoperto subito. Ha mostrato il foglietto in francese ai poliziotti ma non è stato minimamente considerato e l’hanno rispedito di nuovo a Ventimiglia. Quando ci telefona è alla stazione, e dandogli indicazioni al cellulare riusciamo ad indirizzarlo verso un posto accogliente: anche per questa notte non dormirà all’addiaccio, ma è stanco di aspettare e afferma sicuro:

“Domani ci riprovo!”.

[Al quarto tentativo Ahmed è finalmente riuscito nel suo intento: ora si trova in una città della Francia, dove ha avviato le pratiche per fare richiesta di asilo politico. Ha raggiunto il suo obiettivo, e ora sta cercando di rintracciare il suo amico, mentre stringe nuove relazioni. Di storie simili alla sua ne abbiamo sentite a decine, e tutte hanno in comune ricordi grotteschi, dinamiche coercitive, situazioni rischiose dalle quali allontanarsi il più in fretta possibile. Non possiamo che augurarti il meglio, Ahmed, convinti che condividere con te una piccola parte del viaggio sia stata un’importante occasione di crescita personale e collettiva. Buona strada!]

 

I/le solidali di Progetto20k

Dicembre 2016

 

[1] Sul Progetto20K rimandiamo alle informazioni presenti sulla loro pagina facebook https://www.facebook.com/pg/progetto20k/about/?ref=page_internal e all’intervista ad uno dei suoi fondatori qui: http://www.pequodrivista.com/2017/02/13/progetto-20k-diritto-alla-solidarieta/

[2] http://www.pequodrivista.com/2017/02/09/domani-ci-riprovo-la-storia-di-ahmed/

CasaPound Not Welcome. I fascisti scortati a Ventimiglia

Ventimiglia, sabato 14 ottobre 2017. Casapound installa un gazebo informativo in Via Roma per “presentare il movimento e parlare di immigrazione”(1).
Un gruppo di donne e uomini europei ha provato ad avvicinarsi con striscioni e strumenti musicali.
Immediatamente bloccati dai poliziotti che presidiavano il gazebo, sono stati identificati, trasferiti alla stazione di polizia e tenuti in stato di fermo per 5 ore senza che fosse fornito loro un interprete né tradotto il contenuto dei documenti che gli è stato chiesto di firmare.
Di seguito la testimonianza di una delle donne presenti. Al più presto seguirà anche un video.

Alle 2.45 circa nove di noi sono arrivati con alcuni cartelli e strumenti musicali. I militanti di Casapound era ancora alle prese con il montaggio del gazebo e c’erano più di una decina di poliziotti nella loro tenuta migliore.

Abbiamo aspettato che si sistemassero poi alcuni di noi sono andati a fare delle domande a quelli di Casapound. I poliziotti si sono mostrati subito insospettiti.

Quando abbiamo iniziato a muoverci per andare tutti insieme, i poliziotti ci hanno subito fermato, ci hanno confiscato gli striscioni e ci hanno chiesto i documenti.

Nonostante ci avessero preso gli striscioni e ci fosse impossibile manifestare, ci è stato detto ripetutamente “siete solo in cerca di guai”, “dovete parlare in Italiano perché siete in Italia” e che stavamo resistendo all’arresto (l’accusa era di aver manifestato illegalmente, cosa che in realtà non siamo riusciti a fare).

Tutti tranne me hanno consegnato i propri documenti (quello che li ha chiesti a me era clandestino (2) e non voleva mostrarmi i suoi prima). Per tutto il tempo ho detto ad alta voce in Italiano e Inglese che avevamo diritto di parlare e che stavano bloccando il nostro diritto alla libertà di parola mentre proteggevano i fascisti. Abbiamo anche cantato “ siamo tutti antifascisti” accompagnati da tamburo.

Sia quelli di Casapound che i poliziotti ci filmavano così io ed un’altra persona abbiamo tirato fuori i nostri telefoni per fare altrettanto. La polizia ci ha vietato di filmare (3) è ha cercato di prenderci i telefoni (non ci sono riusciti). Nel frattempo Marc ha cercato di uscire in modo nonviolento dal cerchio di poliziotti che si era chiuso intorno a noi, gli anno torto il polso dietro la schiena e lo hanno spinto nell’androne della banca, lontano dalla vista del pubblico, poi contro un muro e infine in una macchina della polizia.

Dopo hanno preso Elle, nonostante avesse seguito le loro istruzioni e non avesse fatto nulla di male. Ho cercato di afferrarla ma poco dopo venivo spinta anch’io in una macchina. Avevo gli strumenti sulla schiena e intorno al collo, all’inizio hanno cercato stupidamente di strapparli via, ma essendo ben fissati non ci sono riusciti e alla fine hanno dovuto farmi uscire di nuovo dalla macchia per togliermeli.
Sulla stessa macchina c’era anche Michelle. La macchina della polizia con la quale hanno portata via Elle è partita ad alta velocità per la stazione di polizia che si trova a un chilometro e mezzo e ha fatto un’incidente con un’altra vettura.
Una volta alla stazione le donne sono state separate dagli uomini. Le donne sono state sottoposte a perquisizione personale. Ci hanno preso le impronte digitali, ci hanno fotografato e hanno preso tutti i nostri effetti personali.
Due tedeschi sono stati accusati di essere nazisti durante la perquisizione. Si sono sentiti chiedere se “gli piace gasare le persone”, atti immotivati di aggressione e violenza.

Abbiamo atteso cinque ore mentre loro non facevano nulla (letteralmente nulla, dove potevamo vederli). Quando alla fine ci hanno dato i fogli da firmare non ci hanno fornito un vero traduttore, solo un tizio della Croce Rossa che appariva molto confuso e non sapeva parlare né Inglese né Italiano. Il mio italiano era meglio del suo, walla.

Alla fine abbiamo firmato tutti anche se sapevamo che erano solo cavolate.

Hanno cercato di far firmare a Vincent un foglio solo in Italiano con accuse di traffico di persone risalenti a giugno senza spiegargli nulla del suo contenuto, per fortuna è stato sufficientemente intelligente da non firmare.

Hanno separato i francesi fra noi da tutti gli altri e hanno detto che la polizia doveva scortarli al confine. Sono stati scortati da una macchina della polizia fino a Mentone.

Poi ci hanno rilasciato restituendoci le nostre cose e senza più conferire parola.

Sembra che, a un certo punto, potremmo ricevere posta da un tribunale.

Secondo i giornali italiani siamo lo staff di una cucina “no border”.

Testo originale:

9 of us with some banners and musical instruments arrived around 2.45 p.m. Casapound was still struggling to put up their gazebo and there were many police in their finest costumes, maybe 10 or 15.
We waited until they were set up then a few of us went to ask Casapound some questions. Already i poliziotti were suspicious of them.In the end we all started to move together.

I poliziotti stopped us subito before we could do anything, and they confiscated our banners and demanded documents. Even after they had taken our banners and there was no way we could “manifest” in any case, they told us repeatedly just to shut up, that we were “just looking for trouble”, that we “need to speak Italian because we’re in Italy” and that we were resisting arrest (based on ‘illegal manifestation’ which we never accomplished in the first place.)

Everyone except me gave documents (because the one asking for mine was clandestino and wouldn’t show me his documents first). This whole time I was screaming in Italian and English that we had the right to speak and that they were blocking our right to speak freely while protecting fascists, and we were also chanting ‘siamo tutti antifascisti’ with the drum.

Both people from Casapound and poliziotti were filming us so I and another took out our phones to film, but the police told us we weren’ t allowed to film police and tried to take our phones (they did not succeed). Meanwhile, one of us Marc tried to nonviolently walk out of a circle of cops and they twisted his wrist behind his back and dragged him into a bank, out of sight of the public, and shoved him against a wall, then put him in a police car. After they took Elle (though she complied completely and did nothing wrong). I tried to grab but soon they were also shoving me into a car (with instruments on my back and around my neck which they stupidly tried to tear off me even though they were strapped to me so in the end they had to take me back out of the car to take them off, cretini). In my car was also Michelle.

In the car Elle was taken they smashed another car speeding to the station that was a kilometer and a half away. Once there the women and men were separated, strip searched the women, our finger prints and pictures were taken along with all our possessions. Two of our German comrades during the perquisizione were accused of being nazis and asked if they “like to gas people”, unmotivated acts of aggression to illicit violence.
We were there waiting for about five hours while they did nothing (literally, where we could see them.) When they finally gave us the papers to sign, they provided no real translator, just some guy from Red cross who seemed very confused and could not speak English nor italian. My italian was better than his.

We all signed in the end, even though we all knew it was bullshit.

They tried to get Vincent to sign a paper on smuggling charges from June (which he was clever enough not to sign even though of course they explained nothing of what the papers said.)

They separated the French from everyone else and said the police had to escort them to the border. We tried to convince our french not to comply with this but they were just told it was the procedure, wouldn’t say anything about what the procedure was for foreigners, and we just told to “shut up if they can’t speak italian” they did it anyway and drove to Menton with poliziotti following. Then they released us and returned our stuff without another word.

Apparently we will receive some post about a tribunale at some point.

According to local newspaper we are of “no borders” kitchen.

 

1 http://www.sanremonews.it/2017/10/12/leggi-notizia/argomenti/politica-1/articolo/ventimiglia-sabato-pomeriggio-gazebo-di-casapound-in-via-roma-presenteremo-il-movimento-e-parle.html
2 Ndr si trattava di un poliziotto in borghese. I diritti nel caso di controllo documenti,
identificazione e fermo di accompagnamento (ART. 11 L. 191/1978 E ART. 349 C.P.P.) “Nel caso in cui tu sia fermato da un ufficiale-agente in borghese: hai diritto a chiedergli di identificarsi ovvero a chiedere il corpo di appartenenza e a mostrare il tesserino di riconoscimento.Qualora l’ufficiale-agente in borghese si rifiuti a dare le sue generalità in modo corretto: non sei tenuto a eseguire i suoi ordini.”  Know Your Rights, breve guida ai tuoi diritti di fronte alle forze di polizia. Associazione Antigone http://www.associazioneantigone.it/news/antigone-news/3051-know-your-rights-breve-guida-ai-tuoi-diritti-davanti-alle-forze-di-polizia
3 https://www.laleggepertutti.it/48722_e-lecito-fotografare-o-filmare-la-polizia-e-gli-altri-pubblici-ufficiali

Verso la militarizzazione del Mediterraneo

Dalla “securizzazione” delle città come Ventimiglia, allo spiegamento di forze militari in mare. Italia, UE e Nato affrontano con mezzi militari “la crisi dei rifugiati”, prendendo il controllo del Mediterraneo.

 

Fonte: Sito web Parlamento del Regno Unito, Rapporto su Operation Sophia del maggio 2016 https://publications.parliament.uk/pa/ld201516/ldselect/ldeucom/144/14407.html

Il 28 luglio 2017, con delibera del Consiglio dei ministri, il governo italiano ha dato il via ad una nuova missione militare nel sud del Mediterraneo, questa volta all’interno delle acque territoriali libiche.

L’Italia è infatti già militarmente presente nel Mediterraneo. E’ alla guida dell’operazione europea EUNAVFOR MED dal 2015, partecipa alla missione Nato Operation Sea Guardian dal 2011 (prima con il nome di Operation Active Endeavour) ed è attualmente impegnata nelle operazioni Frontex Triton, Poseidon (mar Egeo) e Indalo.

La nuova missione, che si basa su di un accordo tra il primo ministro italiano Gentiloni e Fayez al Sarraj, premier del Governo di Accordo Nazionale (GNA), voluto dalle Nazioni Unite, consente alle navi italiane di entrare nelle acque territoriali libiche. Il fatto che Al Serraj, dopo aver smentito che accordi prevedessero tanto (2) , sia stato contraddetto dal suo stesso ministro degli esteri (3) e infine superato dal generale Haftar che il 2 agosto ha ordinato alla guardia costiera di attaccare qualsiasi nave militare entrasse nelle acque nazionali senza l’autorizzazione dell’esercito (4) , è solo un indizio di quello che è già stato denominato “il pantano libico”.

Il governo di Al Serraj, con sede a Tripoli, controlla solo un terzo del territorio libico, l’altro governo, con sede a Tobruk sostiene il generale Khalifa Haftar, capo del Esercito Nazionale Libico (LNA) che controlla la Libia orientale. Oltre ai governi di Tripoli e Tobruk sul territorio libico operano Daesh, le milizie islamiche, Fajr, la Brigata Battar, gli Islamici di Ansar al Sharia, gli uomini del Consiglio rivoluzionario, Ali Qiem Al Garga’i, emissari di al-Baghdadi, i Fratelli musulmani di Al Sahib, gli ex membri del Gruppo combattente libico pro al Qaeda, Omar al Hassi, i mujaheddin del Wilayat Trabulus, le milizie di Zintan, 200 altre organizzazioni e oltre un centinaio tribù.(5)

Fonte: Al Jazeera English

Gli obbiettivi della missione navale e le similitudini con EUNAVFOR MED

“La missione ha l’obiettivo di fornire supporto per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani, con compiti che si aggiungono a quelli già svolti per la sorveglianza e la sicurezza nell’area del Mediterraneo centrale” (6), è quanto si legge nel Comunicato stampa relativo alla riunione del Consiglio dei ministri del 28 luglio.

L’obiettivo risulta molto simile al principale mandato di EUNAVFOR MED, alias Operation Sophia, la missione navale europea a guida italiana attiva nel Sud del Mediterraneo dal 22 giugno 2015. Questo consiste infatti nell’ “intraprendere sforzi sistematici per identificare, acquisire e disporre delle imbarcazioni e dei mezzi utilizzati, o sospettati di esserlo, dai contrabbandieri o trafficanti di migranti, al fine di contribuire ai più ampi sforzi dell’UE per interrompere il modello di business delle reti di contrabbando e tratta di esseri umani nell’area centro-meridionale del Mediterraneo e prevenire l’ulteriore perdita di vite umane in mare.” (7)

Secondo diverse analisi (8) tuttavia EUNAVFOR MED non si è neppure avvicinata al suo obiettivo e questo nonostante dal settembre 2016 sia impegnata anche in operazioni all’interno delle acque territoriali libiche per l’addestramento di Guardia costiera e marina militare.

Due diversi report del parlamento del Regno Unito, che partecipa alla missione. hanno messo in luce le criticità legate all’operazione militare. Nel resoconto del maggio 2016 si legge “gli arresti effettuati riguardano target di basso livello e la distruzione delle imbarcazioni ha semplicemente spinto i trafficanti a utilizzare canotti di gomma, che sono ancora più insicuri delle imbarcazioni di legno.” (9) A questo proposito vale la pena notare come l’adozione di imbarcazioni meno sicure da parte dei trafficanti sia stata addebitata in Italia al “pull factor” (fattore di attrazione) che avrebbero costituito le operazioni di ricerca e soccorso effettuate da diverse ONG nel Mediterraneo (10).

Il nuovo report del 12 luglio 2017 infine definisce Operation Sophia una missione fallita e individua tra le cause la mancanza di un governo unificato con cui contrastare il traffico di essere umani che avviene in territorio libico (11) . Secondo il resoconto la missione non dovrebbe essere rinnovata dal momento che “il traffico comincia sulla terra ferma, una missione navale rappresenta quindi lo strumento sbagliato per affrontare questo business pericoloso, inumano e senza scrupoli. Nel momento in cui le navi iniziano la navigazione è troppo tardi.” Sono infatti ormai anni che i trafficanti non si trovano più a bordo delle imbarcazioni che trasportano i migranti e nessuno dei punti di partenza delle stesse, Zuara, Sabratha, Sourman e Zanzue, Tagiura e Tarabuli, si trova sotto il controllo del governo di Serraj (12).

Anche la marina militare libica ha mosso pesanti accuse alla missione europea. Nel maggio 2016 il suo portavoce Ayoub Qasim, ha dichiarato che essa non aveva ancora aiutato la guardia costiera libica nel controllo delle acque territoriali, denunciandone anche la passività nei casi di traffico di petrolio da parte di imbarcazioni che poi facevano rotta verso l’Europa (13). Nell’agosto dello stesso anno, Qasim ha poi accusato Operation Sophia di essere mera propaganda e di consentire il traffico di carburante e delle altre risorse libiche, oltre a non fermare i trafficanti (14).

Nonostante questo il 25 luglio 2017 il Consiglio Europeo ha esteso il mandato di EUNAVFOR MED al 31 dicembre 2018.

Sia la missione europea che quella italiana condividono l’obbiettivo del contrasto al traffico di esseri umani, così come le scarse possibilità di realizzarlo. Entrambe scaturiscono inoltre dall’approccio che sta andando per la maggiore tra i governi europei: la migrazione è una minaccia alla sicurezza e va affrontata con mezzi militari  (15).

A livello dei singoli stati, questa politica si è concretizzata in muri, blocchi delle frontiere, militarizzazione delle città e trasferimenti coatti, mentre a livello sovranazionale si è tradotta nel rafforzamento delle operazioni di Frontex, con l’aumento delle risorse finanziarie e l’estensione della loro area d’intervento (16), e nell’istituzione della missione navale europea EUNAVFOR MED.

Perfettamente coerente con questa logica risulta anche la criminalizzazione delle ONG impegnate in azioni di ricerca e soccorso (SAR) nel Mediterraneo (17), che hanno svolto nel 2017, il 35% delle azioni di soccorso in mare. L’imposizione del codice di condotta, volto a limitarne l’operatività, è stato infatti imposto indiscriminatamente a tutte le organizzazioni, nonostante la maggioranza di esse non destasse sospetti riguardo a contatti con i trafficanti o all’ingresso nelle acque libiche.

Il contrasto dell’immigrazione illegale, che la missione navale italiana antepone al traffico di essere umani, ha come unico target realizzabile i migranti stessi. Per quanto cerchi di trovare legittimazione nel nobile scopo di salvare vite umane dalla morte in mare, appare sorda e cieca se quelle stesse vite si perdono in centri di detenzione in Libia, lontano dagli occhi di testimoni diretti e miopi giornalisti nostrani.

L’area coperta dalle missioni militari a cui si aggiunge quella italiana e l’interdizione de facto all’ingresso delle organizzazione non governative nelle zone limitrofe alle acque territoriali libiche, delinea uno scenario, o meglio un teatro delle operazioni, esclusivamente militare in cui, se si escludono i mercantili di passaggio, gli unici civili sono i migranti.

Ma nel Mar Mediterraneo, ufficialmente, non c’è nessuna guerra.

Grage

 

 

1 http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/07/28/cdm-vara-missione-italiana-in-libia-navi-aerei-700-militari-_82cfdb5f-f546-4cd0-91f1-315fcee5b703.html
2 http://www.corriere.it/politica/17_luglio_28/missione-libia-maggioranza-variabile-si-fi-dubbi-mdp-b6dbdb68-7304-11e7-be4a-3ab7f672a608.shtml
3 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-07-28/si-cdm-missione-libia-gentiloni-e-supporto-non-enorme-invio-flotte-e-aerei–131931.shtml?uuid=AEWZOK5B
4 http://www.bbc.com/news/world-africa-40812304
5 http://www.huffingtonpost.it/2017/07/28/tutti-i-rischi-delle-navi-italiane-nel-pantano-libico_a_23054388/
6 Comunicato stampa del Consiglio dei ministri n°40 del 28/07/2017 http://www.governo.it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-40/7891
7 https://eeas.europa.eu/csdp-missions-operations/eunavfor-med/36/about-eunavfor-med-operation-sophia_en
8 Centre for European Political Studies: https://www.ceps.eu/system/files/Thrust%20to%20CSDP%20S%20Blockmans%20CEPS%20Special%20Report.pdf
State Watch: http://www.statewatch.org/analyses/no-302-operation-sophia-deterrent-effect.pdf
9 https://publications.parliament.uk/pa/ld201516/ldselect/ldeucom
/144/14402.htm
10 http://www.valigiablu.it/ong-migranti-trafficanti-inchieste/
11 https://www.parliament.uk/business/committees/committees-a-z/lords-select/eu-external-affairs-subcommittee/news-parliament-2017/operation-sophia-follow-up-publication/
12 http://www.huffingtonpost.it/2017/07/28/tutti-i-rischi-delle-navi-italiane-nel-pantano-libico_a_23054388/
13 http://www.libyanexpress.com/libyan-navy-force-eu-naval-mission-looks-away-from-oil-smuggling-ships/
14 http://www.libyaobserver.ly/news/navy-spokesman-operation-sophia-propaganda-italy-wants-have-more-time-continue-stealing-libya%E2%80%99s
15 https://www.iss.europa.eu/content/operation-sophia-tackling-refugee-crisis-military-means
16 http://europa.eu/rapid/press-release_IP-15-4813_en.htm
17 http://www.a-dif.org/2017/03/09/perche-danno-fastidio-le-ong-che-salvano-i-migranti-in-mare/

Poesie dal confine: coriandoli di mondo

 

Poesie dal confine: coriandoli di mondo

Riceviamo da un lettore e volentieri pubblichiamo.

 

Coriandoli di mondo

Come pastore in transumanza
scollino su un ennesimo sentiero
nella mano destra un sacchetto di nostalgia
nella sinistra il coraggio
ben stretto dentro il pugno

Ho imparato a temere il mare
la sua bellezza la lascio allo sguardo dei pescatori
alle sfumature dell’acquamarina
all’ossido sui vostri passamano

Scivolando verso i lussureggianti giardini di Mentone
mi imbatto in scogli affioranti
scogli di plexiglas e manganelli

Rinchiuso e respinto.
Barca alla deriva
torturata dalla risacca
stuprata dal maestrale
soffocata d’olio di ricino

Rigettato a sud.
Rifiuto tossico
pronto ad essere interrato dal caporalato
più a Sud della terra dei fuochi
al riparo dagli occhi dell’italica brava gente

Ritornerò
ritorneremo
come il poeta aspetta la sua musa
noi aspetteremo la prossima fase lunare
saliremo con l’alta marea

Nuoterete nelle nostre anime
vi specchierete nelle nostre coscienze
ci asciugheremo lacrime a vicenda.

Quando la marea cesserà d’abbracciarci
resteremo soltanto noi
coriandoli di mondo
ballerini di carta innamorati del vento

 

Alessandro Fanari

Deportazione dei migranti da Ventimiglia: come “alleggerire il confine”

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Deportazione dei migranti da Ventimiglia: come “alleggerire il confine”

 Retate, pullman e trasferimenti di massa: la strategia di controllo nel territorio di frontiera

 

deportare: v. tr. [dal lat. Deportare (…). – Condannare alla pena della deportazione; più com., trasportare, accompagnare il condannato nel luogo stabilito per la deportazione (…) trasferire coattivamente in campi di lavoro o di concentramento (talora anche di sterminio) lontani dalla madrepatria gruppi o masse di cittadini, perché invisi o sospetti, o come misura di carattere politico o militare, in periodo bellico o d’occupazione”. 1

 

12 Maggio 2016 – giornata di rastrellamenti per le strade di Ventimiglia: per la prima volta cinquanta persone migranti vengono catturate e, senza alcuna accusa formale, sono costrette a salire su un pullman della locale Riviera Trasporti, verso ignota destinazione (solo il giorno seguente si scoprirà che il pullman era diretto a Trapani ). 2

L’obiettivo è “alleggerire” la città dalla presenza indesiderata delle persone che tentano di varcare il confine, attraverso quotidiani trasferimenti di massa diretti prevalentemente al sud Italia. 3

Settembre 2017: dal 12 maggio 2016 non si è più arrestata la pratica degradante dei trasferimenti di massa, con la sua portata di violenza e umiliazioni inflitte alle persone migranti. Oggi, dopo 16 mesi di pullman e identificazioni coatte, nemmeno le principali testate giornalistiche si fanno più scrupolo a sollevare il tabù, chiamando queste procedure così come attivisti e solidali le chiamano da oltre un anno: “deportazioni”. 4

Le persone destinate alla deportazione devono essere “sottoposte al trattamento” (così definito dalle forze dell’ordine): identificazione, anche imposta con l’uso di violenza in caso di resistenza; screening medico; perquisizione; video-ripresa integrale del corpo del condannato; imbarco coatto; trasferimento. 5

Nei mesi, la pratica si è raffinata: l’hotspot di Taranto è diventato la principale meta dei trasferimenti forzati; è stato raddoppiato su ogni convoglio il numero di deportati, dimezzandone la scorta; i sedili dei pullman vengono adesso fasciati con sacchi di plastica, mentre le FF.OO. sono state munite di guanti e mascherine anti-contagio. Le operazioni di rastrellamento in città vengono ormai effettuate principalmente nelle ore serali, notturne e all’alba, così da renderle meno evidenti allo sguardo di cittadini e turisti. Sono stati ampliati gli uffici di frontiera a Ponte san Luigi, per poter meglio gestire l’aumento di persone migranti catturate in Italia o respinte dalla Francia e in attesa del “trattamento”.

Sono passati sedici mesi dal primo pullman e ancora c’è chi si preoccupa di redarguire i toni, sventolando il famoso dito che indica la luna: caccia al nero e deportazione di massa? Assolutamente no: solo questione di obbedire agli ordini; solo ordinaria amministrazione.

Owl

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Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e il rispetto dei diritti umani dei migranti

Genova 8 settembre 2017. Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti è alla Festa dell’Unità per un incontro pubblico, che non prevede domande da parte dell’audience.

L’intervista, condotta da Carlo Rognoni è iniziata con il resoconto del ritratto che di lei ha fatto il Giornale, chiosato poi dalla compiaciuta constatazione che questo non sia certo un giornale di sinistra. Svariati poi i temi toccati dal Ministro, dal rilancio della città tramite accordi tra Ministero della Difesa, Facoltà di Ingegneria navale e Fincantieri per la costruzioni di navi (militari, ma non è bello dirlo), al nuovo modello di difesa europeo, passando velocemente anche per la Libia e la questione dei migranti. A questo proposito il Ministro ha sottolineato il buon risultato prodotto dall’esecutivo, l’86% in meno di sbarchi a luglio, ed ha tenuto a precisare che la difesa dei diritti umani dei migranti è una priorità per il governo.

Grage

Per approfondimenti: 

L’inchiesta dell’Associated Press,  alcune delle testate che l’hanno ripresa o ne hanno condotto di simili

www.apnews.com/9e808574a4d04eb38fa8c688d110a23d

www.nytimes.com/2017/09/17/world/europe/italy-libya-migrant-crisis.html

www.reuters.com/article/us-europe-migrants-libya-italy-exclusive/exclusive-armed-group-stopping-migrant-boats-leaving-libya-idUSKCN1B11XC

www.businessinsider.com/ap-the-latest-italy-makes-deals-in-libya-to-halt-trafficking-2017-9?IR=T

www.apnews.com/9e808574a4d04eb38fa8c688d110a23d

www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2017/Aug-30/417673-backed-by-italy-libya-enlists-militias-to-stop-migrants.ashx

Le dichiarazioni della Farnesina in merito alla denuncia dell’AP. 

www.ansa.it/english/news/2017/08/30/italy-does-not-deal-with-libya-traffickers-foreign-min-2_a610d5d2-adb7-4883-9c27-5fdc3dbe9d12.html

www.ansa.it/english/news/politics/2017/08/30/italy-does-not-deal-with-traffickers-2_ec96fd82-9361-4daa-8199-feda46df9040.html

Aumento delle missioni militari

www.difesa.it/OperazioniMilitari/Pagine/RiepilogoMissioni.aspx

Luglio 2016. L’Italia è impegnata in 25 missioni militari. 

Ottobre 2017. Le missioni italiane sono aumentate del 52% salendo a 38 mentre  i paesi in cui siamo presenti militarmente solo saliti a 23.