“Aspettiamo altre vittime di Frontiera per parlarne?”

Segnaliamo volentieri il documento di denuncia della situazione e di appello alla cittadinanza solidale, inviatoci dal gruppo Solidali del Ponente e già pubblicato dalle testate locali di Sanremo News e Riviera24, sulle quali è possibile leggerne la versione integrale.

https://www.riviera24.it/2017/12/i-solidali-del-ponente-a-ventimiglia-tra-opportunismi-e-reticenze-arriva-il-gelo-aspettiamo-altre-vittime-di-frontiera-per-parlarne-272755/

In un primo momento la testata online Sanremo News aveva erroneamente attribuito l’appello dei Solidali del Ponente alla redazione di Parole sul confine. Risolto tale fraintendimento, cogliamo l’occasione per specificare che il presente blog nasce come strumento di inchiesta e di informazione indipendente, e non appartiene ad alcuno specifico gruppo o movimento politico presente sul territorio frontaliero. Ciononostante, dare risalto a contributi come questo dei Solidali del Ponente è esattamente l’obiettivo editoriale di questo progetto, che ambisce a raccogliere e diffondere tutte le testimonianze, le notizie e le informazioni “di parte” che vengono taciute dai mass media e nascoste dalle istituzioni.
Di quale parte parliamo? Di quella ostacolata e delegittimata da un sistema di potere che impedisce di trovare spazio e prendere la parola nel dibattito pubblico alle molteplici realtà, collettivi, gruppi ed individui che vogliano esprimere un punto di vista critico e di denuncia dell’attuale operato dei governi europei e, nel dettaglio, di quello italiano e delle istituzioni preposte alla gestione della frontiera franco-italiana. 

Il comunicato dei Solidali del Ponente si conclude con un appello che chiede alla cittadinanza solidale di non rimanere indifferente spettatrice di fronte alle violenze e al dramma umano vissuto quotidianamente dalle persone migranti che arrivano a Ventimiglia:

A Ventimiglia il Centro CRI è praticamente full, sono ospitate circa 500 persone di cui alcune nelle tende. Altre , circa 250 cercano di sopravvivere tra accampamenti improvvisati sotto il ponte, ripari di fortuna, fuochi, anfratti vari; tra loro molti minori e famiglie con bimbi e tutti, chi più, chi meno con problemi sanitari determinati dalle durissime condizioni di vita all’addiaccio e da malnutrizione.

Le condizioni meteorologiche stanno precipitando in queste ore, sono previste gelate anche sulla costa con minime attorno allo 0°.

Non è una situazione di emergenza questa?
Non dovrebbe attivarsi l’Amministrazione, la Protezione Civile , la Prefettura, la Diocesi stessa per far fronte a questa Emergenza Umanitaria.

Non si venga a proporre , come da qualcuno già suggerito, uno sgombero umanitario…. Li abbiamo già visti, gli sgomberi, aggiungono solamente nuova violenza su soggetti già provati da innumerevoli sofferenze.

Riapriamo Gianchette, riapriamo almeno temporaneamente spazi protetti alla stazione, facciamo qualcosa prima che succeda l’ennesimo, irreparabile “Omicidio di Frontiera” perché come ci insegna Ioculano “Non sono i centri d’accoglienza che attirano le persone, ma le frontiere.”

Non si tratta di una presa di posizione ideologica o utopica, bensì, come si evince leggendo l’articolo, è il frutto di un’analisi precisa delle dinamiche politiche messe in atto dalle Istituzioni negli ultimi mesi. Come correttamente ricostruito, a metà agosto l’amministrazione cittadina ventimigliese, supportata dalla Prefettura di Imperia, faceva chiudere il centro di accoglienza volontario e non istituzionale della Chiesa  delle Gianchette, sulla base dell’allargamento del Campo della Croce Rossa sito nel Parco Roya. [1]

L’effetto di queste operazioni è stato quello di far aumentare il numero delle persone accampate sulle sponde del fiume Roya, sotto al cavalcavia di Via Tenda. Inoltre, nonostante la riduzione dei flussi migratori dall’Africa, dovuta agli accordi del governo Italiano con il  “governo” libico di Serraj e alla conseguenze istituzione di campi di detenzione per migranti in Libia, durante l’autunno il numero dei migranti presenti a Ventimiglia è costantemente aumentato. Come riportato nell’articolo, è stata la stessa Prefettura di Imperia a svelare l’arcano: a Ventimiglia arrivano persone che hanno fatto richiesta d’asilo in Italia e che fuggono dal circuito dell’accoglienza italiana, quando non ne vengono comunque dimesse o rifiutate (ma soprattutto, aggiungiamo noi sulla base di molte testimonianze raccolte nell’ultimo periodo, a causa della progressiva  trasformazione del sistema d’accoglienza in un allarmante sistema di sfruttamento e segregazione).

Di fronte al complicarsi della situazione e all’aumento dei respingimenti dalla Francia, l’amministrazione comunale di Ventimiglia, in palese difficoltà, ha cominciato a parlare di una chiusura dello stesso campo della Croce Rossa che solo pochi mesi fa era stato presentato come fiore all’occhiello della politica comunale ed addirittura come auspicato esempio per le altre regioni frontaliere che vivono una simile pressione migratoria, dovuta alla chiusura dei confini da parte dei paesi del nord Europa.

 Così sintetizzano la situazione i Solidali del Ponente nel loro comunicato:

E allora è interessante chiederci dove si vuole andare, quale sia la strategia e l’obiettivo delle esternazioni e dell’agire dell’Amministrazione Comunale di Ventimiglia, ma più in generale delle Istituzioni, in particolare della Prefettura di Imperia. Piacerebbe sapere insomma che cosa dovrebbe succedere a quelle 700/750 persone migranti presenti a Ventimiglia se vogliamo andare ad “una progressiva chiusura del parco Roja”?….stiamo forse pensando ad una “soluzione finale”?

Questo è il quadro di insieme della situazione Ventimigliese caratterizzato da incongruenze e schizofrenie che vengono probabilmente dilatate oltremisura dalla complessità del fenomeno ma soprattutto da opportunismi politici e da “opportunità” di sviluppo commerciale: la “Zona Franca Urbana” e la sua pioggia di milioni, la sdemanializzazione dell’area FS, la ricerca del consenso in funzione elettorale….

Ecco, quindi, che appare chiaro come la situazione attuale  che vede la barbarie diventare legge non sia il frutto di casi fortuiti o di fenomeni andati fuori controllo, bensì il prodotto delle politiche attuate consapevolmente dalle istituzioni in questi mesi.

Di conseguenza, a partire dalla lettura degli eventi e dalla consapevolezza delle cause, appare sempre più urgente un ritorno di presa di parola e di iniziativa da parte di tutte le persone  (e si auspica possano essere sempre di più) che negli ultimi due anni hanno dimostrato che è possibile contrastare l’ingiustizia e il dilagare di politiche disumane.

g.b.

 

[1]  Sulle numerose criticità del Campo della Croce Rossa rimandiamo ad alcuni articoli già pubblicati su questo blog : https://parolesulconfine.com/parco-roja-minaccia-la-sicurezza/ ; https://parolesulconfine.com/migranti-al-gelo-a-ventimiglia/ ; https://parolesulconfine.com/trafficking-al-confine-di-ventimiglia/

Gelo

Partiamo a ora di pranzo. Non c’è molto tempo questa volta ma abbiamo appena ricevuto una donazione di farmaci.

Soprattutto vogliamo andare a verificare se, con l’arrivo delle temperature invernali, ci sono persone abbandonate al gelo e quante sono

Purtroppo, la realtà supera ampiamente le nostre previsioni. Giunti in prossimità della ferrovia in via Tenda, osserviamo dall’alto un gran numero di persone in piccoli gruppi, alcuni vicini ad un fuoco, altri che entrano negli anfratti del ponte. Accanto a noi passa un ragazzo in maglietta e pantaloni corti. Sono le 16.30, il sole sta per tramontare e la temperatura si sta abbassando rapidamente.

Ci avviciniamo al primo gruppo di persone a livello della chiesa di Sant’ Antonio ormai silenziosa e spenta. Chiediamo se hanno bisogno di aiuto e informiamo che siamo medici: sono un gruppo di persone sudanesi, presentano malattie evidenti dell’apparato respiratorio, scabbia e traumi da percorsi accidentati in montagna.

Visitiamo circa una trentina di persone, in prevalenza assoluta, come già detto, affette da problemi respiratori, che nelle condizioni attuali non possono che complicarsi nonostante.

Il problema è evidente, a chi abbia occhi e cuore, circa 300 persone sono abbandonate all’addiaccio con temperature che al momento della nostra partenza sono di circa 5 gradi e nella notte saranno ulteriormente più rigide.

Le persone, in prevalenza sudanesi, eritrei spesso minorenni, ma con la presenza anche di pakistani e di persone provenienti dall’Africa Sub Sahariana, si aggirano con vestiti inadatti, avvolti in coperte e intorno a bracieri di fortuna.Incontriamo, anch’essa sdraiata ed avvolta da coperte una ragazza eritrea al quinto mese di gravidanza che si rifiuta assolutamente di recarsi nel campo della Croce Rossa. La ragazza Eritrea non parla inglese, persone che ha conosciuto a Ventimiglia ci dicono che ha 17 anni, ha finito i soldi ed è sola.

Peraltro, un ragazzo eritreo “ospite” del campo della Croce Rossa, con una ferita al piede, ci dice che, anche lì, nel campo Roia, dorme in una tenda e quindi ha ugualmente molto freddo.

Parliamo con molti minorenni. Un ragazzino di 15 anni eritreo e un altro di 17. Gli diciamo di cercare di parlare con l’avvocatessa spesso presente presso l’infopoint Eufemia. Per il più piccolo, cerchiamo di capire se abbia qualche parente che vuole raggiungere in Europa, ma ci risponde che non ha nessuno: no family. Vuole andare in Inghilterra.Un altro ragazzo eritreo ci chiede se parliamo inglese. Non vuole assistenza sanitaria. Vuole dirci soltanto che quel posto è terribile e che lui ha soltanto bisogno di andare a scuola, di lavorare, di mandare soldi alla sua famiglia, ha 22 anni.

Dopo aver chiesto a varie persone se hanno bisogno di noi e visitato dapprima un gruppo di pakistani e quindi un numeroso gruppo di persone sudanesi, aiutati nella traduzione da un ragazzo sudanese che parla inglese molto bene, ci accorgiamo della presenza di una famiglia con 2 bambini.La madre vestita con una giacca leggera, i bambini saltellanti ci salutano stringendoci le mani con le loro manine gelate. Vengono raggiunti da un volontario dell’organizzazione francese e si allontanano per andare a cercare nel loro furgone qualche vestito più pesante.

Incontriamo sulla via del ritorno un amico solidale sudanese. Ci conferma che da quando la chiesa di S Antonio ha chiuso, le donne e le famiglie ormai dormono lungo il fiume. Afferma di aver più volte tentato di indurre queste persone con bambini a trovare rifugio nel campo della Croce Rossa. Almeno per coloro già identificati tramite le impronte digitali nel luogo di sbarco. Il campo Roia, come più volte denunciato è inadeguato ed illegale nella gestione ed accoglienza soprattutto dei minori e delle donne, ma se non altro in questa situazione di urgenza può fornire almeno un luogo coperto. Comunque la diffidenza è troppa, il diniego è assoluto.

Ritornando in via Tenda troviamo aperta la saracinesca dell’infopoint Eufemia. Ci sono due giovani solidali spagnoli. Li informiamo che abbiamo indicato a diverse persone di recarsi domani da loro per il cambio di abiti e per il freddo intenso. Ci informano di avere un po’ di abiti, non molti.

Durante il viaggio di ritorno l’angoscia è grande.

Poco riusciamo a fare e ci chiediamo se sia possibile una presa di coscienza della società civile, almeno ora. In questa situazione di vera urgenza, le istituzioni latitano completamente, anzi la nuova ordinanza del sindaco che vieta la somministrazione del cibo ai migranti, emessa per la terza volta, cristallizza l’indecente espressione del potere.

Antonio Gerardo Curotto
Amelia Chiara Trombetta

Ventimiglia libera

Partiamo al mattino da Genova per Ventimiglia, portiamo con noi una confezione da 1 kg di anti-scabbia galenico fornitoci gratuitamente da una farmacia di Genova.

Dopo un breve ma caldo incontro con Delia nel suo locale, ci rechiamo in bici presso l’info-point Eufemia, in via Tenda.

Mentre ci accordiamo con loro per eventuali consulti a distanza, rumori e voci dall’esterno dell’info-point ci informano che una manifestazione anti migranti sta percorrendo la via su cui si affaccia.

Il gruppo di manifestanti è composto da una cinquantina di persone prevalentemente di mezza età, espressione di questo territorio assai provato, periferia nella periferia. Urlano improperi e minacce in un forte accento calabrese e fanno gesti volgari nella direzione dei solidali. Gli striscioni recitano “Ventimiglia libera”, “vogliamo indietro la nostra città” e frasi simili. Questo breve video rende l’idea della scena che ci si è parata davanti.

Tentiamo di rispondere alle provocazioni ricordando che siamo tutti un po’ emigrati, ma le nostre parole vengono ignorate.

Dopo questo triste spettacolo, ci rechiamo, come sempre, verso il ponte, accompagnati da un giornalista free-lance e da un’infermiera milanese. Appena discesi nell’area dell’argine del fium,e antistante alla chiesa di San Antonio, incontriamo i primi gruppi di ragazzi. Vediamo una distesa di sacchi a pelo e coperte, saranno almeno duecento. Fa freddo, alcune persone sono coricate lì e cercano di scaldarsi con le coperte. Quasi tutti quelli che visitiamo hanno influenza o bronchite. Ancora diversi casi di scabbia. Forniamo il farmaco e li indirizziamo presso l’info-point per il cambio degli abiti.

Vediamo su un divano un gruppo di uomini e una donna. Cerchiamo di parlarle per capire la sua situazione, ha evidentemente avuto dei traumi al volto. È ipovedente, ci spiega che cade spesso accidentalmente riportando diverse ferite. È incinta al terzo mese, ma non vuole stare al centro della croce rossa perché è troppo lontano. Quando cerchiamo di indagare ulteriormente e si rifiuta di parlare.

Dopo poco, un ragazzo apparentemente sudanese accompagna da noi una giovane ragazza eritrea che presenta dolori all’addome e diarrea per aver bevuto quotidianamente l’acqua del fiume. Le diamo una terapia antibiotica, con difficoltà per la barriera linguistica e cerchiamo, nonostante questa, di indirizzarla verso l’info-point Eufemia, dicendole che ci sono avvocati e persone che possono aiutarla.

Diversi, tra questi gruppi, hanno bottiglie di plastica tagliate a metà, che usano come bicchieri per bere del vino. Ne parlano con noi abbastanza tranquillamente, dicendo che è quel posto che li induce a bere. Uno di loro è un ingegnere, parla diverse lingue ed è molto interessato a partecipare alle nostre visite. Ci racconta di avere una sensazione come di “acqua nell’orecchio”, da quando lo hanno colpito con il calcio di un fucile in Libia. Chiaramente per una cosa del genere possiamo solo dare qualche spiegazione o consiglio.

Mentre continuiamo a visitare gente con influenza, bronchite e scabbia prevalentemente, arriva un ragazzo ghanese. Parla sia italiano che inglese. È appena arrivato da Lecce, dove vive in un centro di accoglienza straordinaria. È molto sorpreso della situazione, ci chiede come sia possibile che tutte queste persone stiano nella strada. Dice che tutti nel suo paese gli hanno detto di andare in Francia, per cui era partito con questa convinzione, che credeva giusta. La vista della situazione di Ventimiglia gli ha fatto immediatamente cambiare idea. Ci racconta che anche nel centro dove vive a Lecce c’erano dei problemi, ma che i ragazzi residenti si erano organizzati, avevano manifestato, ottenendo come risultato un importante miglioramento delle condizioni di vita.
Parliamo del problema delle impronte digitali e dell’imposizione del regolamento di Dublino. Scherza dicendo che un africano dovrebbe lasciare le mani in Africa e venire in Europa senza.

Dice, che differenza c’è tra questo posto e l’Africa?

Quindi ci lascia dicendo che Lecce è una bella e grande città e che ci sono molti migranti, sarebbe tornato subito alla stazione a prendere il treno.

Per fortuna, dopo questa giornata angosciante, possiamo andare a rifugiarci a casa di persone solidali e amiche che ci ospitano spesso.

Il giorno dopo, insieme a queste persone solidali, ci rechiamo nuovamente a Eufemia e da li, ancora con l’infermiera, ricominciamo il giro. Ci sono da fare molte medicazioni, il solito problema dei chilometri percorsi con scarpe di taglia sbagliata.

Percorriamo anche tutto il corso del fiume e re-incontriamo la ragazza eritrea con il gruppo degli uomini con cui era il giorno prima. Sembra stare meglio. Preparano tutti insieme da mangiare con una padella su un piccolo fuoco.

Pensiamo di chiedere aiuto telefonicamente a una persona eritrea che conosciamo, per capire se la ragazza si senta in pericolo o sia accompagnata da qualcuno di sua fiducia. Mandiamo dei messaggi a questa persona amica spiegando la situazione della ragazza.

Passano molto tempo al telefono, la ragazza si allontana, poi ci chiama. Riusciamo a capire che è con suo marito, che chiaramente non vorrebbe rimanere in quel posto, ma non può andare via da sola. Ha avuto un forte trauma alla testa, per cui è preoccupata, durante il naufragio e l’incendio della barca con cui ha attraversato il mare. Riconfermiamo la terapia e che stia meglio dopo averla iniziata, e le raccomandiamo nuovamente di cercare le persone solidali in caso di bisogno.

Come spesso accade in questa zona, le persone presenti ci offrono il poco che hanno da mangiare. Anche se gli siamo molto grati per la proposta, dobbiamo continuare il nostro giro lungo il fiume.

Ritornando nel piazzale del cimitero, visitiamo un gruppo di afghani, anche loro con problemi respiratori e gastrici.

Amelia Chiara Trombetta
Antonio Gerardo Curotto

Pubblicato anche su http://effimera.org/ventimiglia-libera-amelia-chiara-trombetta-antonio-g-curotto/

Parco Roya – Ventimiglia, una minaccia per la sicurezza

3 km e mezzo è la distanza che i migranti in transito a Ventimiglia devono percorrere a piedi per raggiungere la città di frontiera dal Campo gestito dalla Croce Rossa Italiana.

Il percorso si snoda su una superstrada in cui le macchine procedono a grande velocità e lo spazio per il camminamento risulta insufficiente se non addirittura assente per lunghi tratti.

La decisione di allontanare i migranti spostandoli dalla città di confine verso l’interno, è stata fortemente voluta dalle istituzioni e pubblicizzata come essenziale per garantire la sicurezza dei residenti. L’imperativo è diventato decongestionare la città da cartolina, oggi diventata tristemente nota per essere vetrina dello scontro tra gli sbandierati ideali europei ed il vero volto di un Unione fasulla.

Il Campo della Croce Rossa sorge nel Parco ferroviario Roja nella frazione di Bevera.

Nel luglio 2016 tutti i migranti ospitati alla Parrocchia di Sant’Antonio nel quartiere delle Gianchette, a eccezione di donne, minori e famiglie, sono stati trasferiti all’interno del campo e ogni nuovo arrivo è stato qui indirizzato.

Ad agosto 2017, nonostante le rimostranze e le criticità sollevate dalle volontarie delle Gianchette (1) e dal personale delle ONG presenti sul territorio, la Prefettura ha avviato il trasferimento al Parco Roja anche di donne e bambini (2).

L’accesso al campo è subordinato alla registrazione delle impronte digitali che vincola i migranti alla richiesta d’asilo in Italia. Questo fattore, unito alla lontananza del campo dai servizi della città e alla mancanza di sicurezza sul percorso necessario per raggiungerla, hanno determinato un incremento delle persone che decidono di trovare riparo sotto alla superstrada, in condizioni igienico sanitarie critiche(3).

Nel corso del 2017 lungo il percorso dal campo alla città di confine sono state investite 3 persone e 2 hanno perso la vita, un giovane di 27 anni e il conducente dello scooter che lo ha investito, un uomo di 66 anni.

                                                                                                                                                                                                                               Grage

1 https://www.riviera24.it/2017/08/ventimiglia-lacrime-e-rabbia-il-difficile-addio-delle-famiglie-di-migranti-ai-volontari-delle-gianchette-262300/
2 https://www.riviera24.it/2017/08/ventimiglia-rabbia-e-frustrazione-alle-gianchette-per-il-primo-trasferimento-di-donne-e-bambini-al-parco-roja-262285/
3 https://parolesulconfine.com/violazioni-diritto-alla-salute-confine

Oltre le paure: il progetto della Scuola Media di Dolceacqua

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il video racconto del progetto di arteterapia “Oltre le paure” nato dall’unione delle competenze e creatività di due insegnanti della Scuola Media di Dolceacqua, 9 chilometri da Ventimiglia.

Progetti dal basso come questo, in grado di interagire e mettere in comunicazione tra loro coloro che abitano i territori, costituiscono importanti strumenti per combattere la xenofobia e il dilagare del consenso alle politiche razziste. La loro importanza è inoltre fondamentale in una zona come quella intorno a Ventimiglia, fortemente segnata dalla violenza del confine.

Oltre le paure… si può andare, (se si vuole!)

Alle Medie di Dolceacqua il mondo entra nella scuola e la scuola nel mondo. Come? Vi domanderete! Attraverso l’incontro dei ragazzi con alcuni migranti ospiti del Seminario di Bordighera. Da questa straordinaria esperienza è nato il video Oltre le paure.

Non inganni la breve durata del filmato; la sua realizzazione ha richiesto mesi di lavoro sia a scuola, con ore di riprese, sia da parte del video-maker Diego Diaz Morales, già autore di Una vita, cortometraggio su un richiedente asilo diffuso dalla rivista Internazionale, che ha distillato con un sapiente montaggio il materiale girato.

Tutto è iniziato a novembre quando 4 giovani migranti hanno varcato la soglia della scuola media per incontrare i ragazzi e lavorare insieme sulle paure rappresentandole graficamente, stimolati dall’osservazione dell’Urlo di Munch. Per i migranti, tali paure, si sono dimostrate più legate al rischio di morire o di essere costretti a tornare indietro, per i ragazzi si sono invece rivelate più fondate sulla scarsa conoscenza dell’altro e dei pericoli di cui può essere portatore.

Disegnare le proprie paure senza doverle necessariamente esprimere a parole ha favorito il processo di presa di coscienza e di incontro senza pregiudizi. Ousmanou, camerunense, a tal proposito, ha affermato “Attraverso il disegno abbiamo preso contatto con i ragazzi, ho potuto far capire loro che in Africa ci sono molte ricchezze (Oro, Cacao, Caffè, Uranio ecc) ed il motivo per il quale siamo stati costretti a scappare”. Visto il felice esito dell’esperienza si è pensato di girare un video, non solo per documentare il lavoro fatto ma anche, e soprattutto, per ampliare il processo di sensibilizzazione.

Le paure, che a novembre erano state rappresentate individualmente, sono state condivise su un grande lenzuolo dove sono diventate foglie di un Baobab. Ma ogni paura può essere superata e infatti, grazie alla sagoma di un bellissimo ulivo disegnato da Marius Soffiotti, le paure si sono trasformate in opportunità, in foglie di pace.

Grazie a questo percorso gli studenti hanno potuto capire le dinamiche del fenomeno migrazione, cambiare criticamente opinione sui migranti e scoprire che l’ignoranza e il pregiudizio sono la vera fonte di ogni paura.

Il progetto, nato dalla collaborazione delle insegnanti Monica Di Rocco, arteterapeuta e docente di Arte e Immagine, e Maddalena Vernia, docente di sostegno, ha ricevuto il supporto dei colleghi della scuola e il sostegno di Caritas Intemelia, Arci Imperia e della Diocesi di Ventimiglia Sanremo, che hanno contribuito alle spese.

Immigrazione: degrado sono le strade pulite e l’umanità ridotta a rifiuto

Pensa alla chiave che gira nella toppa, al familiare profumo di casa tua. Al frigo pieno, alla facilità con cui apri un’anta e scegli cosa cucinare questa sera. Al riscaldamento che accidenti se va acceso, l’inverno sta arrivando e ci sono solo 25 gradi, non so se mi spiego.

Pensa alla tua camera. Al mobile con i tuoi libri, ai ricordi, a quegli oggettini inutili che non riesci mai ad abbandonare perchè in un modo o nell’altro raccontano tutta la tua vita. Pensa al tuo armadio, alle ore passate a scegliere quale tonalità di blu si intoni meglio con i tuoi occhi e mi sta meglio il cardigan o quel vestito a tubino che dove cavolo è in mezzo a tutta questa roba?

Pensa al letto morbido che ti accoglie ogni sera, in cui puoi sprofondare nel sonno, al caldo, per poi ricominciare daccapo le tue giornate.

E adesso, se hai bene a mente queste piccole routine quotidiane di cui a malapena ti accorgi perchè nessuno ti ha mai impedito di viverle, immagina di perderle.

Immagina di non avere più niente, nessuna casa, niente abiti, niente cose a cui tenere, nessun oggetto che ti riporti al passato, nessuna traccia che ti possa far sperare di costruire un futuro.

Immagina di avere solo i vestiti che indossi: qualcuno ti donerà una giacca, un paio di calze, indumenti di ottava mano che tanto non potrai tenere, dopotutto dove posso metterli se con me non ho nemmeno uno zaino?, una coperta che in poche ore cambierà colore, imbrattandosi della terra e della spazzatura su cui sei costretto a dormire, sotto un ponte, al freddo.

Immagina che per ogni sguardo traboccante di solidarietà e gentilezza ce ne siano almeno mille di odio e diffidenza, che poi cos’hai fatto per meritare questo disprezzo ancora non lo sai.

Immagina di non avere più la libertà di fare una passeggiata, un’escursione con gli amici, un semplice giro dove vuoi tu. Di essere trattato come un criminale. Sei solo un numero e una provenienza geografica e, soprattutto, un problema.

Non possiedi più niente, nemmeno la tua vita.

Novembre 2017, Ventimiglia: le condizioni di vita dei migranti non sono migliorate, ancora oggi centinaia di persone vivono accampate sul letto del fiume Roja, nonostante le temperature sempre più basse e l’intensificarsi delle piogge. Alimentata dalle dichiarazioni cariche d’odio dei politicanti vari e da un giornalismo d’accatto e irresponsabile, crescono in una parte della cittadinanza italiana l’indifferenza, il cinismo e l’insofferenza verso il “degrado lasciato dai migranti”. Ma cos’è davvero il degrado? E’ nei resti di un accampamento di fortuna, nei pochi averi abbandonati sul ciglio della strada mentre si tenta la salvezza oltre confine, in questa miseria che spinge migliaia di esseri umani a rischiare (e spesso perdere) la vita… Oppure nelle politiche di accoglienza e negli interessi senza scrupoli di pochi, che di umano non hanno nulla? Il degrado non è forse nei cuori e nelle teste di chi tratta una parte di umanità come un rifiuto gettato ai bordi della strada?

parolesulconfine immigrazione e degrado (1)

fotografie: Francesca Ricciardi
vedi anche: le immagini di luglio dal fiume Roja

Report 21-22/10/17 – Ferite Infette

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Questa volta siamo arrivati a Ventimiglia a ora di pranzo il 21/10/17.

Avevamo già avuto qualche notizia relativa alla presenza di un gran numero di persone sul fiume (230-240 persone in tutto, circa 50-60 arrivi a notte) da solidali presenti sul campo. Il cambiamento delle rotte ha fatto sì che molte persone provengano ora da paesi diversi dal solito, come la Tunisia. La presenza del centro della croce rossa rende possibile che chiunque in Italia si trovi in una situazione più o meno disperata, pensi di andare a dormire lì per qualche giorno.

Ci avevano anche avvisato che molti sono affetti da scabbia e che diverse persone presentavano ferite infette ai piedi e non avevano nessun accesso ad alcun genere di terapia.

Era per noi anche molto importante verificare se ancora fosse presente l’accesso di fortuna all’acqua potabile installato solo grazie a persone solidali.

Riusciamo ancora una volta a sostenere le spese per il viaggio e per l’acquisto di farmaci d’urgenza grazie all’aiuto dei volontari dell’associazione ambulatorio città aperta e del collettivo genovese AUTAUT.

Giunti alla stazione, vediamo che permane un gran numero di persone all’esterno della stessa, anche donne e bambini. Ci rechiamo al bar di Delia dove in numero delle persone che sono sedute dentro è diminuito, ma persiste un certo via-vai. Richiedono il suo aiuto per caricare la batteria del cellulare o per usare il bagno. La sua ferma disponibilità non cambia, nonostante le molte vicissitudini che ha attraversato da quando la conosciamo. Multe, lutti, malattie. Continua ad essere anche disponibile per aiutarci nel nostro lavoro in diversi modi e interessata a come stiano le persone che visitiamo. Inoltre è evidentemente turbata dall’assenza di un centro per madri e bambini che continuano comunque a passare dal suo locale.

Una ragazza nigeriana da sola, molto giovane, si guarda intorno come se aspettasse qualcuno.

Salutandola e chiedendole come stia ci rendiamo conto che parla italiano e inglese. Dice che si recherà in Francia da suo marito, che andrà in treno. Dopo alcune raccomandazioni, le diciamo che resteremo da quelle parti per due giorni e di contattarci se avesse bisogno di aiuto.

Raggiungiamo il fiume, sul cui greto evidentemente soggiornano molte più persone di quelle presenti quando arriviamo. C’è una distesa quasi continua di coperte. I primi che incontriamo sono un gruppo di sudanesi, alcuni di loro sono stesi e quando ci vedono arrivare ci offrono dei panni per coprirci, poiché dicono che fa molto freddo. Molti sembravano avere delle infezioni delle vie respiratorie, qualche gastroenterite, scabbia. Alcuni hanno camminato per molti giorni con scarpe troppo piccole e hanno degli ascessi delle dita dei piedi.

Un ragazzo dice di avere molto dolore alla schiena da quando ha subito torture in Libia, dove lo hanno bastonato ripetutamente. Ha molte cicatrici lungo la colonna vertebrale.

Un altro ragazzo con una gamba più gonfia dice di avere difficoltà quando cammina. In Libia gli hanno sparato in una coscia e il proiettile è fuoriuscito posteriormente. Visitandolo si sente chiaramente che a quel livello c’è un alterato flusso di sangue, come se dei vasi fossero stati interrotti e si fossero poi ripristinati in maniera anomala. Gli spieghiamo che dovrebbe fare delle visite approfondite e diversi esami diagnostici al più presto per capire cosa è successo. Come tutti vuole partire al più presto, teme anche che avere un documento proveniente dall’Italia potrebbe comportargli dei problemi in futuro, per cui si allontana.

Verso sera raggiungiamo un’altra zona del fiume, dove si trovano giovani ragazzi provenienti dall’Afghanistan. Molti di loro hanno vissuto in Italia e parlano italiano molto bene. Solidali presenti sul territorio ci dicono che temono di uscire dall’area del fiume perché pensano che potrebbero essere portati via dalla polizia. Per questo motivo non si recano nemmeno in ospedale e sono in una situazione peggiore degli altri. Quasi tutti hanno la scabbia e sovra-infezioni batteriche. Noi abbiamo comprato altri antibiotici ma naturalmente non bastano per tutti. Inoltre non basterebbe comunque avere solo gli antibiotici per migliorare realmente la situazione di queste persone e nemmeno per curarle. Lo stato in cui vivono rende praticamente impossibile la guarigione anche per una semplice infezione cutanea. Non possono lavare adeguatamente se stessi o i propri abiti, ne dormono in luoghi idonei o puliti, continuano a lavarsi utilizzando solo l’acqua del fiume. Fortunatamente in qualche modo riescono ad avere accesso all’acqua potabile, nonostante continui ad essergli negata dalle istituzioni.

Quando è già completamente buio, incontriamo due ragazze solidali del collettivo internazionake Kesha Niya che, oltre a portare pasti quotidianamente da Aprile 2017, ora cercano di portare anche un minimo di assistenza alle persone sul fiume data la scarsezza di personale sanitario, solo pulendo le ferite e facendo qualche medicazione. Dicono che hanno dei farmaci provenienti da donazioni, ma che non avendo medici non li usano. Ci scambiamo i contatti poiché potrebbero darli a noi, ma la prossima volta, essendo ormai sera inoltrata.

Andiamo a cercare se sono rimasti altri farmaci all’info-point Eufemia. Gli operatori legali e i solidali sono ancora al lavoro.

Andiamo a riposare da solidali a noi molto vicini.

La mattina dopo andiamo a fare un lungo giro sulla riva del fiume per capire che tipo di persone vi soggiornino e se ci siano donne e bambini.

Incontriamo due giovani sudanesi che parlano molto bene inglese e ci dicono che presto andranno uno in Francia e uno in Inghilterra. Dicono di essere stati accompagnati già da qualcuno per sessanta euro solo fino alla vicina montagna e di essere stati poi lasciati lì con vaghe indicazioni sul percorso. Dicono quindi che la prossima volta pagheranno di più per andare in macchina.

Giunti al parcheggio davanti al cimitero notiamo subito una famiglia con un bambino molto piccolo. Sono Sudanesi appena arrivati da Milano. Il bambino sta per prendere in mano una lametta abbandonata su un muro e il padre per fortuna se ne accorge subito e la butta via. Sembrano aver incontrato persone che li conoscevano e comunque tutti i ragazzi presenti sembrano felici di giocare e di aiutarli col bambino. Il bambino (D.) ha un anno e mezzo e mostra inizialmente un evidente diffidenza nei confronti delle persone bianche.

Esprimono il desiderio di partire al più presto. Non vogliono assolutamente andare al campo della croce rossa, né dormire all’esterno perché sarebbe pericoloso per il bambino. La madre è molto giovane ma anche evidentemente una persona molto brillante. Viaggiando tre settimane in Italia ha già imparato un po’ di Italiano e parla bene inglese. Hanno evidentemente bisogno tutti e tre di vestiti puliti. Li accompagniamo all’info-point Eufemia dove rimarranno molto a parlare con l’operatrice legale. Purtroppo hanno una procedura di asilo iniziata in Italia e la notizia che quasi sicuramente saranno rimandati indietro dalla Francia provoca in loro un grande dispiacere.

Nel frattempo D. ha perso gran parte del suo timore e gioca con qualsiasi cosa sia presente all’ingresso dell’info-point, riuscendo a comunicare con tutti i presenti in maniera straordinariamente efficace.

Amelia Chiara Trombetta e Antonio Curotto

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Poesie dal confine: coriandoli di mondo

 

Poesie dal confine: coriandoli di mondo

Riceviamo da un lettore e volentieri pubblichiamo.

 

Coriandoli di mondo

Come pastore in transumanza
scollino su un ennesimo sentiero
nella mano destra un sacchetto di nostalgia
nella sinistra il coraggio
ben stretto dentro il pugno

Ho imparato a temere il mare
la sua bellezza la lascio allo sguardo dei pescatori
alle sfumature dell’acquamarina
all’ossido sui vostri passamano

Scivolando verso i lussureggianti giardini di Mentone
mi imbatto in scogli affioranti
scogli di plexiglas e manganelli

Rinchiuso e respinto.
Barca alla deriva
torturata dalla risacca
stuprata dal maestrale
soffocata d’olio di ricino

Rigettato a sud.
Rifiuto tossico
pronto ad essere interrato dal caporalato
più a Sud della terra dei fuochi
al riparo dagli occhi dell’italica brava gente

Ritornerò
ritorneremo
come il poeta aspetta la sua musa
noi aspetteremo la prossima fase lunare
saliremo con l’alta marea

Nuoterete nelle nostre anime
vi specchierete nelle nostre coscienze
ci asciugheremo lacrime a vicenda.

Quando la marea cesserà d’abbracciarci
resteremo soltanto noi
coriandoli di mondo
ballerini di carta innamorati del vento

 

Alessandro Fanari

Deportazione dei migranti da Ventimiglia: come “alleggerire il confine”

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Deportazione dei migranti da Ventimiglia: come “alleggerire il confine”

 Retate, pullman e trasferimenti di massa: la strategia di controllo nel territorio di frontiera

 

deportare: v. tr. [dal lat. Deportare (…). – Condannare alla pena della deportazione; più com., trasportare, accompagnare il condannato nel luogo stabilito per la deportazione (…) trasferire coattivamente in campi di lavoro o di concentramento (talora anche di sterminio) lontani dalla madrepatria gruppi o masse di cittadini, perché invisi o sospetti, o come misura di carattere politico o militare, in periodo bellico o d’occupazione”. 1

 

12 Maggio 2016 – giornata di rastrellamenti per le strade di Ventimiglia: per la prima volta cinquanta persone migranti vengono catturate e, senza alcuna accusa formale, sono costrette a salire su un pullman della locale Riviera Trasporti, verso ignota destinazione (solo il giorno seguente si scoprirà che il pullman era diretto a Trapani ). 2

L’obiettivo è “alleggerire” la città dalla presenza indesiderata delle persone che tentano di varcare il confine, attraverso quotidiani trasferimenti di massa diretti prevalentemente al sud Italia. 3

Settembre 2017: dal 12 maggio 2016 non si è più arrestata la pratica degradante dei trasferimenti di massa, con la sua portata di violenza e umiliazioni inflitte alle persone migranti. Oggi, dopo 16 mesi di pullman e identificazioni coatte, nemmeno le principali testate giornalistiche si fanno più scrupolo a sollevare il tabù, chiamando queste procedure così come attivisti e solidali le chiamano da oltre un anno: “deportazioni”. 4

Le persone destinate alla deportazione devono essere “sottoposte al trattamento” (così definito dalle forze dell’ordine): identificazione, anche imposta con l’uso di violenza in caso di resistenza; screening medico; perquisizione; video-ripresa integrale del corpo del condannato; imbarco coatto; trasferimento. 5

Nei mesi, la pratica si è raffinata: l’hotspot di Taranto è diventato la principale meta dei trasferimenti forzati; è stato raddoppiato su ogni convoglio il numero di deportati, dimezzandone la scorta; i sedili dei pullman vengono adesso fasciati con sacchi di plastica, mentre le FF.OO. sono state munite di guanti e mascherine anti-contagio. Le operazioni di rastrellamento in città vengono ormai effettuate principalmente nelle ore serali, notturne e all’alba, così da renderle meno evidenti allo sguardo di cittadini e turisti. Sono stati ampliati gli uffici di frontiera a Ponte san Luigi, per poter meglio gestire l’aumento di persone migranti catturate in Italia o respinte dalla Francia e in attesa del “trattamento”.

Sono passati sedici mesi dal primo pullman e ancora c’è chi si preoccupa di redarguire i toni, sventolando il famoso dito che indica la luna: caccia al nero e deportazione di massa? Assolutamente no: solo questione di obbedire agli ordini; solo ordinaria amministrazione.

Owl

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Hotel a 5 stelle per i migranti

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I migranti negli hotel a 5 stelle e gli italiani per strada

Nelle foto, un classico esempio dei servizi extralusso ricevuti dalle persone migranti che raggiungono il confine a Ventimiglia. I migranti si accampano sul letto del fiume, esponendosi a diversi rischi, tra cui le conseguenze dei problemi idrogeologici che caratterizzano la Liguria (alluvioni, piene improvvise) e il contagio di malattie dovute all’acqua inquinata del Roja e alle pessime condizioni in cui “alloggiano”. Per leggere anche la testimonianza di un giovane migrante sudanese, clicca qui.

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fotografie: Francesca Ricciardi

 

migranti italia[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

La Tratta delle donne al confine di Ventimiglia – Trafficking e mafia

Come si è permesso al trafficking di creare la rete di sfruttamento a Ventimiglia.

La Tratta e la Mafia, la Tratta è Mafia.

Quello a cui stiamo assistendo oggi a Ventimiglia è il consolidamento della rete del trafficking dedito alla tratta e allo sfruttamento di donne che ha iniziato a ramificarsi, intrecciandosi con la mafia locale, nell’inverno del 2016.

Proveremo in questo articolo a fornire elementi d’osservazione e alcuni spunti utili a chi legge per comprendere come, quando si agisce sul contenimento e non sulla prevenzione, quando la repressione diventa strumento della governance per eliminare gli indesiderati, quando la percezione della sicurezza si fonda sulle “categorie” che lo Stato impone come reali ma da esso stesso costruite, si lascino volutamente spazi di azione alle mafie che inspiegabilmente agiscono indisturbate. Rosarno ne è un esempio: se ripercorriamo le tappe della prima denuncia(1) grazie alla quale uscì la prima inchiesta(2) e arriviamo all’ultima morte(3) sono passati circa 10 anni. Pare incredibile vero? Non così agli occhi di chi da tempo ha chiaro che che la “distrazione di massa” sia propedeutica alla logica del pensiero di Stato come già svelato dal sociologo algerino A. Sayad che definiva il “pensée d’Etat” come «una forma di pensiero che riflette, mediante le proprie strutture (mentali), le strutture dello stato, che così prendono corpo».

Ripercorrendo le tappe della prima denuncia di una possibile gestione del traffico delle donne transitanti per Ventimiglia, da parte di alcune solidali presenti da tempo sul territorio, emergono dati allarmanti risalenti all’inverno del 2016.

Ricordiamo che la “presenza” dei migranti a Ventimiglia è iniziata a rendersi “visibile” a seguito della sospensione da parte della Francia del Trattato di Schengen nel giugno del 2015. Da allora, fino alla primavera del 2016 i migranti, passando da presidi, sgomberi e autorganizzazioni sono riusciti a trovare spazi di autogestione dove avere il tempo per pensare in autonomia il proprio percorso migratorio. Dall’ultimo sgombero del campo informale nelle ex stalle del “parco ferroviario” (agosto 2016) all’istituzione del Campo della Croce Rossa (luglio 2016) le condizioni per i migranti e soprattutto le migranti in transito sono cambiate vorticosamente. L’impossibilità di avere uno spazio di agibilità sociale e politica, le continue deportazioni dalla città rivierasca agli hotspots del sud Italia(4) hanno costretto uomini e donne a rivolgersi ai trafficanti che, come alligatori, aspettavano sulla riva del fiume le loro prede. Questi continui spostamenti al sud hanno sfiancato i migranti, non solo da un punto di vista psicologico e fisico ma anche economico, portando molti di loro a terminare le economie messe da parte per gestirsi in autonomia il viaggio verso i paesi per loro considerati più sicuri o dove già avevano una rete famigliare e/o amicale in grado di sostenere il loro percorso migratorio. Questa vulnerabilità ha permesso al racket di avere molta più agibilità e forza nell’intercettare soprattutto donne alle quali “proporre” prestiti e viaggi da rimborsare attraverso la prostituzione e lo sfruttamento. Così il trafficking si è alimentato; le donne vendute, trafficate e sfruttate; gli uomini deportati al sud e i minori respinti in Italia dalla Francia.

Da un’osservazione degli snodi più significativi del territorio, iniziata nell’inverno del 2016 fino alla data di pubblicazione di questo articolo, si percepisce una connivenza molto stretta tra alcuni uomini stranieri e alcuni personaggi noti della malavita locale.

Davanti alla stazione i passeurs agiscono indisturbati agli occhi dei militari che presidiano la “zona sensibile” e lo stesso i trafficanti che gestiscono l’arrivo delle donne in stazione. Quest’ultimi rispettano una procedura metodica e quindi facilmente osservabile nella gestione del trafficking: prelevano le donne alla stazione, le portano prima in un bar dove attendono alcune ore, poi si allontanano per dirigersi in un kebab poco distante, scelto con dovizia perché dotato di una sala superiore con bagno al piano. I trafficanti tornano in stazione, recuperano altre donne e quando hanno raggiunto un gruppo di tre/quattro di loro le trasferiscono nell’altro esercizio commerciale. Salgono al piano superiore dove nel frattempo sopraggiunge una donna nigeriana adulta, quella che in gergo si direbbe una “madam“.

E’ difficile scrivere ciò a cui si assiste. Incomincia la contrattazione: la madam sceglie le ragazze e la consapevolezza che si legge nelle “prescelte” gela il sangue: pochi minuti e il loro destino è chiaro, la destinazione la scopriranno pochi giorni a seguire. La madam e il trafficante se ne vanno via per primi, poco dopo il gruppo di giovani donne incomincia ad incamminarsi verso il Parco Roja accompagnate da altri uomini. A metà strada si fermano ed incontrano uno degli italiani di cui sopra nei pressi di un’abitazione posta in una posizione strategica perché a metà strada tra la stazione, il campo Roja e la chiesa delle gianchette che fino al 14 agosto del 2017 ospitava donne, famiglie e minori. Le donne venivano indirizzate verso la chiesa come parte del “pacchetto tratta” dove staranno giusto il tempo perché la madam organizzi il viaggio per “inserirle” nel mercato dello sfruttamento sessuale, solitamente due o tre giorni. Nei giorni di attesa le donne di giorno uscivano per incontrare i trafficanti che, all’altezza della sbarra del passaggio a livello le attendevano con dei sacchetti contenenti degli abiti che dopo qualche ora le stesse donne, prima di rientrare in chiesa, gli riconsegnavano. Neanche da dire che le donne trascorrevano le ore pomeridiane nell’appartamento descritto precedentemente.

E’ abbastanza chiaro che una parte delle donne che raggiungono Ventimiglia sono gestite dal trafficking per essere “scelte” dalle madam per lo sfruttamento sessuale in Italia o in Francia; alcune di queste vengono già fatte prostituire in loco a prezzi molto bassi per i migranti in transito – motivo della posizione strategica tra il fiume e il parco, altre negli appartamenti per la prostituzione al chiuso. Chiacchierando con alcune donne incontrate alla stazione di Ventimiglia prima che i trafficanti le intercettassero si scopre che alcune di loro sono fuoriuscite dai Cas (Napoli, Bologna, Roma) dove il racket le sfruttava. Si sono quindi affidate ad altri uomini che tramite dei contatti via Facebook le hanno indirizzate a Ventimiglia sostenendo che poteva essere un luogo sicuro.

Parlare con loro in stazione e accompagnarle fisicamente nei pressi della Chiesa chiedendo ai volontari di prestare attenzione alla loro vulnerabilità ha permesso in alcuni casi di accompagnarle nella presa di consapevolezza circa il percorso di denuncia dello sfruttamento e della tratta(5). Il rischio che si corre in questi casi è molto alto. Non solo per la presenza dei trafficanti ai quali si sottrae la “merce” ma anche per la repressione che nel territorio di Ventimiglia i solidali “ricevono” dalle forze dell’ordine.

Nell’agosto del 2017 l’ospitalità presso la chiesa è stata sospesa: tutte le famiglie, i minori e le donne sono state trasferite nel Campo Roja a gestione della Croce Rossa Italiana. Lì le donne non hanno la possibilità di chiudere la zona a loro “dedicata”, ne consegue che trascorrono la notte sveglie per timore che loro stesse o le loro figlie possano subire violenze. Il livello di promiscuità e l’assenza di misure di tutela per le donne e i minori (maschi e femmine) sono talmente evidenti da risultare impossibile che un’amministrazione possa averla solo che pensata come soluzione preferibile alla presenza dei migranti a Ventimiglia(6) al pari di chiudere un rubinetto per l’acqua potabile costringendo i migranti ad “abbeverarsi al fiume” come bestiame(7) o come l’ordinanza emessa dal sindaco Ioculano che vietava la “somministrazione” di cibo ai migranti(8).

Va da se che da agosto ad oggi non si vedono più donne uscire dal Campo Roja per dirigersi nell’appartamento posto nel crocevia tra la chiesa, il Campo e la stazione. E’ plausibile ipotizzare che lo sfruttamento avvenga direttamente all’interno del campo. La denuncia di questo crimine – perchè questo sì che che è un crimine e non è una percezione – non sarà oggetto di nessuna “distrazione”. Continueremo a monitorare, denunciare e raccontare quello che lo stato vuole occultare.

Non c’è più nulla da dire ma solo da mostrare – annotava Benjamin sulla Parigi di Boudelaire – nella città in cui “si raccolgono tutte le fibre della storia europea” (Engels), emerge una massa infinita di oggetti, luoghi e figure sociali in cui si iscrive misteriosamente il percorso futuro della modernità“.

C.J.Barbis

(1) http://www.repubblica.it/cronaca/2010/01/08/news/rivolta_dei_diseredati_a_rosarno-1873836/?ref=search
(2) http://www.youreporter.it/video_Viaggio_a_Rosarno_RC_nell_inferno_degli_immigrati_1?refresh_ce-cp
http://www.ilsussidiario.net/News/Cinema-Televisione-e-Media/2016/2/2/ROSARNO-La-rivolta-degli-immigrati-sei-anni-dopo-tutto-come-prima-Le-Iene-oggi-2-febbraio-2016-/675645/
(3) https://www.internazionale.it/opinione/alessandro-leogrande/2017/03/08/braccianti-rignano-caporalato
(4) http://openmigration.org/analisi/il-giro-delloca-dei-trasferimenti-coatti-dal-nord-italia-a-taranto/
(5) http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/11/ventimiglia-la-prefettura-chiude-la-chiesa-simbolo-dellaccoglienza-prete-migliaia-di-migranti-ospitati-senza-soldi-pubblici/3789831/
(6) http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/20/ventimiglia-bimbi-stranieri-costretti-a-vivere-per-strada-oltre-alla-chiesa-per-loro-non-esiste-un-centro-daccoglienza/3667941/
(7) https://www.asgi.it/notizia/accoglienza-difficile-ventimiglia/
(8) http://www.sanremonews.it/2017/03/26/leggi-notizia/argomenti/politica-1/articolo/ventimiglia-divieto-di-cibo-ai-migranti-il-comitato-per-gli-immigrati-e-contro-ogni-forma-di-disc.html

foto in copertina: Piccoli Schiavi Invisibili

Violazioni del diritto alla salute al confine con la Francia

Considerazioni sulla situazione sanitaria al confine di Ventimiglia

a cura dei medici volontari dell’ambulatorio Città Aperta di Genova che da più di un anno prestano servizio sul campo

Da due anni alla frontiera con la Francia si trovano centinaia di persone bloccate per le ripetute decisioni dei governi degli Stati della UE che, di fatto, in quest’ambito, negano diritti e doveri sulla carta fondanti l’Unione Europea.

La salute delle persone in viaggio ivi giunte, è stata gravemente condizionata, oltre che dalla deprivazione di libertà di movimento e personale e dalla mancanza di autodeterminazione, anche dalle carenze igienico sanitarie nei luoghi di transito e di stazionamento in cui queste donne, questi bambini e questi uomini sono costretti.

Dal 2015 ad oggi, diversi sono gli insediamenti informali dove più o meno temporaneamente le persone stazionano prima di tentare di proseguire il proprio viaggio e dove, come medici volontari e solidali, abbiamo tentato, con scarsi mezzi di visitarle e di curarle. Spesso attraverso l’ascolto e l’attenzione e fornendo indicazioni semplici di igiene, come quella di non bere l’acqua del fiume.

Da un campo informale all’altro, durante questi due anni (2015/2017) si è passati attraverso sgomberi successivi, effettuati appunto con motivazioni igienico sanitarie, ma che, non prevedendo una soluzione radicale del problema, hanno comportato, invece, un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di vita.

La maggior parte delle persone migranti hanno vissuto e vivono all’aperto su scogli, in ex stalle, sulle rive del fiume, in parcheggi, in assenza di accesso all’acqua potabile, servizi igienici, alimentazione sufficiente ed adeguata.

Le moltissime persone da noi visitate, donne e uomini di ogni età, avevano iniziato il loro viaggio in ottima salute, rappresentando spesso un investimento per le famiglie di origine. In prevalenza si è trattato di persone provenienti da Sudan e dall’Eritrea, ma anche persone di altre nazioni africane, afghani e siriani. Il passaggio attraverso paesi come il Sudan e la Libia aveva comportato praticamente per tutte e tutti carcerazione, violenza e tortura a scopo di estorsione, le cui conseguenze sulla salute fisica e psichica erano ancora evidenti al momento della nostra visita.

Il viaggio e la vita condotti in Italia, aveva determinato un ulteriore deterioramento dello stato di salute. Dopo una superficiale visita di controllo allo sbarco, nonostante l’esistenza teorica di diritti, nessuna tutela e continuità viene assicurata a potenziali richiedenti asilo che tentano di sopravvivere basandosi unicamente sulle proprie risorse.

Mancanza di informazioni, assenza di mediazione culturale, orientamento legale e socio-sanitario sono le cause determinanti dello stato di abbandono in cui versavano coloro che abbiamo visitato.

Nelle centinaia di visite eseguite tra le sponde del fiume, campi informali e la chiesa di Sant’ Antonio, dove siamo stati assai presenti, soprattutto nella fase di maggior affluenza, le malattie prevalenti sono state quelle dovute al disagio delle condizioni di vita. Epidemie di scabbia, malattie esantematiche, infezioni soprattutto delle alte vie respiratorie o delle vie urinarie, patologie gastrointestinali e traumi infatti sono le conseguenze più banali di questo accidentato percorso. Le patologie gravi che abbiamo potuto osservare, di più raro riscontro ma presenti, dato il numero di persone visitate, costituivano ovviamente un pericolo di vita, in tali situazioni.

Il nostro lavoro sarebbe stato impossibile senza l’esistenza e la resistenza di una rete di persone solidali a cui spesso ci siamo riferiti per il supporto al nostro lavoro.

Solidali, provenienti dall’Italia ma anche da altre nazioni, sono stati presenti da sempre su questo territorio. La condivisione del progetto politico per la libertà di movimento e l’autodeterminazione e della quotidianità del campo, è stata a nostro parere la risposta lucida di una parte consapevole della società civile e del variegato mondo dell’attivismo politico: essa ha contribuito a ridurre la condizione di abbandono e invisibilità in cui versavano le vite delle e dei migranti.

Purtroppo la repressione delle istituzioni ha gradualmente determinato una frammentazione tra i gruppi presenti sul territorio e l’allontanamento di molti solidali, fino alla consegna di numerosi fogli di via, ritenuti illegittimi a distanza di mesi.

E’ bene ricordare in questo periodo, in cui la memoria storica è spesso derisa ed umiliata, che questa  situazione, che sembra far ammalare chiunque viva da migrante su quel territorio, contravviene non solo ad istintivi sentimenti di umanità, uguaglianza e partecipazione sociale, ma a ben chiare legislazioni internazionali. La salute infatti è stata definita dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1946, durante la Conferenza Internazionale della Sanità, come uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”.

E’considerata un diritto inalienabile dell’individuo, appartenente all’uomo in quanto tale, derivando dall’affermazione del più universale diritto alla vita e all’integrità fisica, di cui rappresenta una delle declinazioni principali. In linea con questa dichiarazione, le principali normative internazionali a tutela della salute come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo (1948) sanciscono questo come uno dei diritti fondamentali dell’individuo e delle collettività e la sua tutela uno dei doveri degli Stati.

E’inoltre da ricordare il Commento generale n. 14 del Comitato per i diritti economici sociali e culturali delle Nazioni Unite (2000), in cui vengono riconosciuti i concetti di disponibilità, accessibilità, accettabilità e qualità dei servizi per la salute e i concetti di determinanti sociali della salute.

I determinanti sociali della salute consistono in condizioni indispensabili perché la salute sia garantita: l’accesso all’acqua potabile sicura, a servizi igienici adeguati, la disponibilità di cibo e nutrimento sufficiente, la  sicurezza e la qualità dell’abitazione, la salubrità dell’ambiente di vita e di lavoro, l’accesso alle informazioni relative alla salute, il divieto di discriminazione.

L’articolo 35 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, sotto il titolo “Protezione della Salute” afferma che “ogni individuo ha diritto di accedere alla prevenzione sanitaria e di ottenere cure mediche e che nella definizione e nell’attuazione di tutte le politiche e attività dell’Unione è garantito un livello elevato di protezione della salute umana”.

Infine, secondo la Carta Costituzionale Italiana (1948) il diritto alla salute è compreso nel nucleo irriducibile dei diritti della persona umana.  Il testo di riferimento generale rimane il Decreto Legislativo n. 286 del 1998, che in ambito sanitario sancisce l’inclusione ordinaria nel sistema di tutela sanitaria dei cittadini stranieri, presenti regolarmente o non regolarmente sul territorio nazionale (sentenze 252/2001, 299/2010).

La Corte Costituzionale ha affermato nel 2008 che lo straniero è “titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona” sentenza 248/2008.

Ancora dopo due anni centinaia di persone, si trovano nelle condizioni descritte e la situazione di Ventimiglia viene definita come emergenziale, mentre anche semplici interventi, quali potrebbero essere la fornitura di un accesso all’acqua potabile e servizi igienici, richiesti da singoli, associazioni, ONG, vengono rifiutati perché potrebbero costituire dei fattori che favoriscano la presenza di persone migranti sul territorio. Tale presenza, come già detto, è resa inevitabile, da due anni, a causa della chiusura della frontiera franco-italiana per i soli migranti. E’ oltremodo evidente come l’atteggiamento delle istituzioni, che utilizzano  spesso, per definire i propri atteggiamenti, parole proprie di una neo-lingua di orwelliana memoria come: decompressione, hotspot, decoro e degrado ecc, sia in contrasto con i concetti espressi dalla nostra Costituzione e dai quadri legislativi internazionali.

A Ventimiglia, per quanto sia a nostra conoscenza, a parte le ordinanze di sgombero sommario e di divieto di somministrazione di cibo in luoghi pubblici, non vi sono state proposte innovative da parte delle istituzioni. Le persone presenti sul territorio (abitanti e migranti, che continuiamo a considerare come un unico gruppo abitante un territorio ostile), si rendono conto della scarsità delle risposte istituzionali e questo provoca rabbia, frustrazione e la nascita di opposti schieramenti.

A nostro avviso, per rispondere al progressivo deterioramento, occorre superare l’aspetto emergenziale e proporre soluzioni coraggiose, dal breve al lungo termine. La scelta più difficile, sarebbe ovviamente quella del farsi fautori del diritto all’autodeterminazione e alla libera circolazione per tutti, in Europa.

Nell’immediato tuttavia, scelte almeno oculate delle istituzioni, avrebbero dovuto considerare a nostro parere l’ampliamento dell’offerta dei servizi pubblici nei territori di frontiera, soprattutto per tutto ciò che concerne il diritto alla salute delle persone presenti (migranti in transito, richiedenti asilo, locali) e delle attività e strutture per la prevenzione e protezione a prescindere dall’identificazione degli aventi bisogno:

– luoghi abitativi degni non gestiti in forma poliziesca, ma in accordo con i solidali, per non indurre il timore di abitarvi, l’isolamento e la frattura sociale. Abitazioni non poste a chilometri dal centro abitato e raggiungibili con strade non pericolose, dotate servizi igienici ed acqua calda, cibo a sufficienza per tutte le persone presenti.

– l’interruzione delle deportazioni sommarie e ingiustificate che a volte hanno anche separato famiglie (spesso i migranti temono di spostarsi di giorno nella città poiché sanno che possono essere deportati anche se in possesso della tessera del centro della Croce Rossa o se si spostano per raggiungere ospedali o fonti di acqua pubblica) e che inducono disagio anche psichico per la ripetizione infinita del viaggio verso Ventimiglia.

– Implementare i servizi offerti dal poli-ambulatorio di Ventimiglia o dal punto di primo intervento di Bordighera (già quasi smantellato dal 2011 e minacciato di privatizzazione, poiché tra la popolazione presente non vengono considerati le migliaia di persone che transitano sul territorio: a tal proposito è interessante leggere  le dichiarazioni di un medico a un giornale locale http://www.riviera24.it/2017/01/bordighera-ospedale-saint-charles-verso-la-privatizzazione-le-riflessioni-del-dottor-francesco-longo-245904/.

– Implementare i trasporti pubblici locali da Ventimiglia a Bordighera per evitare che gli spostamenti dei codici bianchi avvengano attraverso ambulanze quando non vi sono operatori che spontaneamente si offrono per l’accompagnamento.

Ventimiglia è probabilmente un punto di osservazione facilitato per valutare fenomeni esistenti a livello nazionale e soprattutto in territori dove poteri contrapposti e illegalità diffusa convivono e dove la mancanza di programmazione e la sperimentazione di risposte frammentarie e discontinue senza un obiettivo di lungo termine prevalgono.

Riteniamo sia giusto ampliare il più possibile la consapevolezza su ciò che accade nel nostro territorio, ritenendo che ciò aumenti la libertà di tutti, consentendo la possibilità di informarsi sulle lotte delle persone che lo attraversano, sostenerle e denunciare le violazioni dei diritti fondamentali.

Per i compagni, per le persone della socierà civile, per le nostre e i nostri colleghi medici, infermiere/i, psicologhe/i che abbiano voglia di uscire dai loro ambulatori e che condividano con noi l’idea che spesso l’accesso ai servizi sanitari è negato a chi ne ha più bisogno, siamo disponibili a spiegare più nello specifico le nostre esperienze e a condividere ciò che in questi anni abbiamo appreso da quel territorio.

 

Amelia Chiara Trombetta; Antonio Curotto

‘Ndrangheta, spuntano nuovi “business” nel Ponente ligure (dal Secolo XIX, 25-06.2017)

‘Ndrangheta, spuntano nuovi “business” nel Ponente ligure

DAL SECOLO XIX DEL 25 GIUGNO 2017

leggi l’articolo

 

Il 25 Giugno 2017 è uscito sul Secolo XIX un articolo che parlava dei nuovi “business” della ‘ndrangheta nel Ponente Ligure. Affari di ogni genere come ad esempio «edilizia, trasporti, giochi e scommesse, raccolta e smaltimento rifiuti» nei comuni di Bordighera, Sanremo, Taggia e Diano Marina. L’articolo cita pure Ventimiglia, affermando che nella città di confine esiste “un’associazione a delinquere di stampo mafioso”: addirittura “la camera di controllo di Ventimiglia” viene definita. Certo non è una novità per chi attraversa quel territorio. E nemmeno, andrebbe detto, la mafia si occupa solamente di edilizia, trasporti, scommesse, raccolta e smaltimento rifiuti.

A Ventimiglia c’è un grosso traffico che riguarda gli esseri umani: dai passeurs che speculano sui migranti facendosi pagare per passare il confine (non sempre questa operazione va a buon fine), ai trafficanti che avviano alla prostituzione donne di tutte le età, anche con figli, costringendole a vendere il proprio corpo per attraversare il confine ed arrivare nel posto desiderato.
La mafia agisce anche così nel territorio di Ventimiglia, ma sembra che le istituzioni e le autorità, nonostante le ripetute segnalazioni di operatori e volontari, non facciano caso al crescente businnes di esseri umani, alimentato dalla presenza del confine.
Anche i giornalisti del Secolo, come quelli delle altre testate, possono pertanto permettersi di ignorare un fenomeno che collega mafia, ‘ndrangheta e malavita di vario livello: il traffico di esseri umani, che, grazie alla chiusura della frontiera da parte della Francia, sta dilagando in tutto il territorio ventimigliese e si sta rafforzando anno dopo anno.

La vergognosa assenza di un serio lavoro d’inchiesta sullo sfruttamento economico e sessuale delle persone migranti che transitano da Ventimiglia, purtroppo, fa da contraltare ad alcune scelte istituzionali che, consapevoli o meno che siano, vanno a incentivare la creazione di un contesto favorevole alla tratta degli esseri umani e quindi anche agli affari delle varie mafie presenti sul territorio. Una decisione scellerata e assolutamente criminogena, ad esempio, è stato l’ordine di spostare anche donne e bambini all’interno del campo della Croce Rossa Italiana, nella zona del parco Roja: un’area isolata, pericolosa e già segnata dal fenomeno della prostituzione e dalla folta presenza di trafficanti a caccia di affari.

Non dovrebbe essere una novità, insomma, il fatto che il territorio frontaliero italo-francese veda una strutturata azione mafiosa, operativa non soltanto nelle scommesse, trasporti e smaltimento rifiuti, ma impegnata anche nell’ampia fetta di affari legati alla presenza di centinaia di persone che vogliono oltrepassare un confine chiuso. Eppure l’articolo in questione rivela la scoperta dell’estate: a Ventimiglia, e in tutta la Costa Azzurra, “spuntano” la ‘ndrangheta e la camorra, infiltratesi finanche nella criminalità marsigliese. Uno scoop!

Il pressapochismo delle informazioni e la mancanza di approfondimenti concreti, sono un’ennesima occasione persa dalla pregevole stampa italiana di raccontare e documentare anche i pezzi più scomodi e torbidi, e quindi taciuti, della realtà di frontiera. Andando possibilmente anche al di là dello scontato e arcinoto: forse gli inquirenti e i validi giornalisti nostrani si documentano leggendo bei noir come Duri a Marsiglia, ambientato negli anni ’30 del secolo scorso… nel libro, il protagonista in fuga dall’oppressione dell’Italia fascista, giunge a Marsiglia e viene preso a servizio… indovinate da chi? Dai Calabresi, che a Marsiglia e in Costa Azzurra si contendono il controllo del territorio con i Marsigliesi e i Catalani… Niente di nuovo sotto al sole quindi, almeno da qualche decennio.

D’altronde, l’accuratezza del lavoro giornalistico fa ancora luce nella conclusione dell’articolo: «I magistrati hanno anche “attenzionato” le realtà legate alla galassia anarchica, riscontrando presenze nell’attività di volontariato legata all’assistenza dei migranti a Ventimiglia. Hanno inoltre individuato la presenza, ma non radicata sul territorio, di gruppi criminali albanesi, senegalesi e nigeriani». Giulio Gavino, il giornalista che ha scritto questo pezzo, dopo aver snocciolato informazioni approssimative e superficiali sulle mafie agenti nel territorio del Ponente Ligure, conclude quindi l’articolo con estrema pertinenza d’argomenti, tirando in ballo i solidali presenti a Ventimiglia.
Un ennesimo e pacchiano tentativo volto screditare qualsiasi opposizione politica, affiancando in modo vergognoso la realtà della criminalità mafiosa alla presenza di solidali socialmente e politicamente impegnati nel territorio: la chiusa fa piombare “ad arte” sulle teste della fantomatica “galassia anarchica” un’aura oscura di pericolosità sociale e colpevolezza. Illazioni campate per aria che inseguono gli anarchici fin dai tempi di Sacco e Vanzetti: si vede che il nostro giornalista è un cultore degli anni ’20 e ’30 del secolo passato….

Ci sarebbero da farsi quattro risate, se dietro queste righe maldestre non si celasse un’inquietante volontà di spostamento dell’attenzione e falsificazione (o insabbiamento) della realtà, ad uso e consumo di istituzioni che costruiscono continuamente capri espiatori per non ammettere le proprie responsabilità. I vari poteri istituzionali che tollerano, fingono di ignorare, o addirittura favoreggiano il traffico di esseri umani gestito da ’ndrangheta e dai vari gruppi della criminalità italo francese – gli stessi poteri che poi demonizzano i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo, per giustificare gli interventi militari in Libia – costruiscono una retorica pelosa, che criminalizza e accusa, non si sa bene di che cosa, il mondo dell’attivismo e della solidarietà ai migranti in transito.
Un impegno diffamatorio e meschino, volto a colpire proprio coloro che lottano concretamente anche contro l’assalto di mafia e trafficanti al contesto migratorio. I solidali, i volontari, gli attivisti, sono gli unici, assieme ai migranti, ad essere criticamente presenti e attenti sul territorio, a vedere e quindi denunciare quanto accade.

Già nell’estate del 2016 i media, le istituzioni e le autorità locali hanno avuto buon gioco criminalizzando un gruppo estremamente eterogeneo e numeroso di attivisti, adoperando nei loro confronti l’appellativo di terroristi ed accusandoli di eversione. Addirittura i giornali scrissero di campi estivi d’addestramento alle armi e sciabole portate alle manifestazioni: stupidaggini senza riscontro nella realtà, calunnie per gettare discredito sulle voci che si levarono per contestare il blocco delle frontiere e la privazione della libertà e dignità di centinaia di persone. Nessun giornalista ha dato di conto per quelle bugie.

Il tempo passa, ma le strategie restano uguali: giornali locali e scribacchini conniventi, evidentemente, continuano quest’anno la pantomima contro coloro che si spendono e impegnano in prima persona al fianco delle persone migranti, pur non appartenendo a nessuna associazione, ong o gruppo istituzionale.
Sul secolo XIX l’attivismo finisce equiparato alle sacche mafiose che a Ventimiglia gestiscono, tra le tante altre cose, anche il traffico di esseri umani: come sempre il giornalismo italiano si adegua, con serenità, al ruolo di cane da guardia del potere costituito.

 

 Cati, g.b

 

Il vento soffia e non si può arrestare

Migranti: il vento soffia e non si può arrestare

Lotte, sofferenze, ingiustizie e passioni vissute da un giovane migrante sudanese arrivato in Italia nel 2015 e rimasto per lungo tempo al confine di Ventimiglia. Un’intervista che narra una delle tante storie di chi si è reso protagonista di un importante ciclo di lotta ed ha subito sulla propria pelle la violenza dei dispositivi di governance e la repressione delle istituzioni.

 

Quando sei arrivato in Italia?

J. Sono arrivato a fine Giugno del 2015 a Lampedusa. Appena sbarcato sono stato portato al Centro gestito dalla Croce Rossa Italiana. Ero molto stanco dal viaggio in mare e non stavo capendo cosa mi stava succedendo. Nel 2015 non esistevano ancora gli Hotspot per i migranti, quindi non mi hanno preso le impronte subito dopo lo sbarco.

 

Dopo i 5 giorni all’interno della Centro della CRI cosa è successo?

J. La polizia mi ha prelevato dal centro e mi ha portato ad Agrigento all’interno di un altro Centro nel quale sono stato altri 5 giorni. Ero molto disorientato e non capivo bene perchè non potevo andare dove volevo.

 

E dopo i 5 giorni ad Agrigento?

J. Sono stato nuovamente prelevato insieme ad altre persone. Ricordo che c’erano 4 pullman pronti per noi. La polizia ci disse che la destinazione di quei pullman era differente: uno andava a Napoli, uno a Roma, un altro a Milano e l’ultimo a Padova. Sul mio pullman eravamo 25 persone: 10 sudanesi, 2 nigeriani, 3 senegalesi e 10 del Bangladesh; la nostra destinazione era Padova.

 

Quindi ti hanno portato a Padova. Ma cosa hai pensato quando ti prelevavano per portarti in altri posti?

J. Eh….. ho pensato che fosse una merda. Io pensavo che appena avessi raggiunto l’Europa io fossi libero di poter andare dove volevo, nel mio caso pensavo che potessi raggiungere mio cugino in Inghilterra e richiedere l’asilo politico lì.

 

E dopo che sei arrivato a Padova che cosa è successo? Ti hanno spostato di nuovo?

J. Arrivati a Padova abbiamo dovuto aspettare più di un’ora per entrare in Questura. Il primo ad entrare sono stato io ed in quel momento c’erano solo mediatori pakistani che sapevano un po’ l’arabo ma la polizia non ha voluto che entrassero con me.

 

Quando sei entrato nella stanza della polizia cosa è successo?

J. Mi hanno chiesto di dare le impronte così potevo fare la richiesta di asilo in Italia, ma io non volevo! Perchè, come ho spiegato prima, volevo raggiungere l’Inghilterra e richiedere l’asilo lì. Il poliziotto mi ha aggredito verbalmente ed io ho reagito. Di conseguenza sono arrivati altri tre poliziotti che mi hanno picchiato sui polsi, ma io ho resistito nascondendo le mani. Allora loro mi hanno preso con la forza, tenendomi fermo, e sono riusciti a prendere le impronte.

 

Tutto questo è successo in presenza di un mediatore? E se non c’era, in che lingua parlavate?

J. No! i mediatori non sono stati autorizzati ad entrare perchè non erano mediatori arabi, anche se un po’ l’arabo lo sapevano. Io provavo a parlare l’inglese, all’epoca non lo sapevo molto; ma i poliziotti non capivano niente e mi rispondevano urlandomi addosso in italiano. L’unica cosa che ho capito è la parola “asilo” e il loro gesticolare che si riferiva al prendermi le impronte. Per questo mi sono rifiutato.

 

E dopo che ti hanno preso le impronte?

J. Sono uscito da lì e ho trovato un mediatore arabo che mi ha chiesto cosa era successo. Ho spiegato tutto ma ormai le impronte me le avevano prese. Dopo poco sono rispuntati i poliziotti che mi hanno dato un biglietto del treno per andare a Milano al Centro della CRI. Arrivato a Milano sono stato portato al Centro, non so bene cosa era quel posto, ma ho capito che potevo starci solo 5 giorni e poi o me ne andavo oppure finivo in un centro d’accoglienza. Ma io non volevo restare in Italia, io volevo raggiungere mio cugino in Inghilterra e quindi dopo due giorni lì dentro ho deciso di andarmene. Ho preso un treno che andava a Genova per poi raggiungere Ventimiglia.

 

In tutto questo tu avevi idea dove eri? Conoscevi la geografia italiana?

J. No assolutamente, non ci capivo niente. Ma sono stato contattato da mio zio che mi ha detto di raggiungerlo a Ventimiglia e che avremmo pagato un passeurs insieme per andare in Francia e poi raggiungere l’Inghilterra. Mi sono fidato e sono andato.

 

Arrivato a Ventimiglia che hai fatto?

J. Sono arrivato in stazione e come prima cosa ho chiamato mio zio, ma lui mi ha detto che era dentro al Centro della CRI nel quale prendevano le impronte. Io ho deciso che non volevo più farmi prendere le impronte. Ma ero disorientato, non sapevo dove ero e non sapevo come superare il confine.

 

Come ne sei uscito da questa situazione?

J. In stazione ho incontrato dei solidali che mi hanno spiegato dove ero e dato delle informazioni. Mi hanno spiegato che c’era un campo autogestito con migranti e solidali. Ho deciso di seguirli e sono arrivato con loro al campo dei Balzi Rossi.

 

In che periodo sei arrivato al campo?

J. Era Luglio 2015, non ricordo bene i giorni.

 

Quando sei arrivato ai Balzi Rossi cosa hai trovato?

J. Ero molto stanco e per un paio di giorni ho voluto riposarmi per essere più lucido. Era un campo con tanti migranti e tanti solidali. Tutti aiutavano nella gestione di questo: c’era la cucina, i bagni, le docce, un info point e il magazzino con cibo e vestiti. Ognuno era libero di fare quello voleva, sempre nel rispetto degli altri. Durante il giorno c’erano pure corsi di francese o di inglese fatti dai solidali, c’erano assemblee e discussioni. Io mi sono ambientato ed ho incominciato subito a far parte dell’autogestione di quel campo trovandomi molto bene sia con i migranti e sia con i solidali.

 

Quanto sei stato al campo dei Balzi Rossi?

J. Ci sono stato fino a quando non è stato sgomberato, cioè fino a fine settembre. Lì ho imparato l’inglese, ho aiutato altri migranti perché potessero superare la frontiera, ho conosciuto i solidali che si facevano chiamare no borders ed li ho aiutati a parlare con i migranti. A fine settembre è finito il campo: io ero molto triste perchè all’interno di quello spazio io avevo trovato amici e compagni che sentivo come la mia famiglia. Sono arrivati circa 200 poliziotti alle 5 di mattina. E hanno sgomberato.

 

Ma durante lo sgombero cosa è successo? Tu cosa facevi?

J. Noi ci siamo messi sopra gli scogli, vicino al mare così la polizia non poteva raggiungerci. Noi eravamo circa 100 persone tra migranti e solidali. Siamo stati sugli scogli senza mangiare e bere fino alle 16 circa. Dopo la polizia ha deciso di incominciare a prendere le persone. Dopo poco è arrivato il Vescovo che ha cercato di mediare cercando di convincere noi migranti ad andare con la polizia a Ventimiglia per entrare al Centro della CRI. Noi ci siamo rifiutati e allora la polizia ha incominciato a prenderci con la forza.

 

Dei solidali che ne hanno fatto?

J. Anche loro sono stati presi e portati subito in commissariato, ad alcuni di loro sono stati dati dei foglio di via con l’accusa di pericolosità sociale e tutti gli altri sono stati denunciati.

 

Quindi sei stato separato dai solidali e dove ti hanno portato? Come ti sentivi?

J. Mi hanno portato al Centro della CRI; io ero molto arrabbiato perchè avevano portato via, oltre ai migranti, anche i solidali e li stavano reprimendo con denunce senza aver fatto nulla di male. Ho aspettato 2 ore dentro al Centro della CRI non sapendo cosa fare, poi ho visto che i solidali erano fuori dal Centro ed erano stati tutti rilasciati. Allora mi sono unito a loro. Successivamente ho deciso di entrare nella Chiesa che accoglieva i migranti, sono stato lì due giorni e poi sono andato a vivere con i miei compagni europei. In quei giorni c’è pure stata una manifestazione contro la frontiera ma la polizia non ci ha permesso di partire. Ad un certo punto, quando eravamo rimasti in 30, la polizia ci ha caricati: ci ha picchiato e ci ha rincorso per circa 2 km per poterci manganellare. Io per fortuna non sono stato picchiato però ho visto i miei compagni e le mie compagne venire pestati dalla polizia.

 

Finora solo brutte esperienze con la polizia italiana. Dopo questa manifestazione hai deciso di proseguire il tuo viaggio o di rimanere in Italia?

J. Ho deciso di rimanere in Italia perchè avevo trovato il mio posto, dove mi sentivo libero: a Ventimiglia, con i solidali per aiutare i migranti. Quindi ho fatto la richiesta d’asilo politico a Torino, il 10 novembre 2015 sono andato in questura, mi sono fermato una settimana da degli amici solidali e poi sono ripartito per Ventimiglia.

 

Ma a Ventimiglia vivevi sempre per strada con i migranti? C’era un campo autogestito dopo la fine dei Balzi Rossi?

J. No, non c’era nessun campo autogestito. I migranti vivevano per strada, soprattutto in stazione. Ma era inverno, era tutto molto più tranquillo: i migranti per tutto l’inverno saranno stati al massimo 80. Io vivevo a casa di un solidale nell’entroterra ligure. Andavo spesso a Ventimiglia per aiutare i migranti che arrivavano e non sapevano nulla della città; li trovavo non solo in stazione ma anche vicino al mare. Alcuni stavano dentro al Centro della CRI. In quel periodo facevamo spesso assemblee per organizzarci per trovare una soluzione più dignitosa. I solidali erano con noi.

 

Questo in autunno/inverno 2015/2016. Durante la primavera del 2016 cosa è successo?

J. Sono stato con i no borders. Dopo varie assemblee tra solidali e migranti siamo riusciti a trovare una soluzione quantomeno dignitosa: abbiamo “occupato” un pezzo di terra sotto al cavalcavia in Via Tenda. Non era il massimo ovviamente, vicino al fiume e nella terra, ma eravamo al coperto e tutti insieme. Si è creata una situazione di autogestione, c’era tutto: cibo, vestiti, tende e coperte. Spesso dovevamo dividerci le coperte e le tende perchè non erano abbastanza per tutti, i solidali ricevevano donazioni quindi bisognava arrangiarsi. Ma tutto sommato non era male. Facevamo assemblee tra migranti e poi con i solidali. Ci sono state anche varie giornate di lotta, manifestazioni contro la frontiera. Durante questo periodo la polizia non ci lasciava stare: passava spesso al campo e, guardandoci da lontano, rideva e ci prendeva in giro come se fossimo animali. Spesso i poliziotti provocavano i solidali. Nel frattempo continuavano ad arrivare migranti, continuavano le violenze e le torture sui migranti e le violenze psicologiche a chi provava a portare solidarietà. Finché un bel giorno non è arrivata l’ordinanza di sgombero del campo in Via Tenda per motivi igienici. Mi sono chiesto: “e dove dobbiamo andare noi? Non possono mettere dei bagni e delle docce invece di sgomberarci?”. La risposta dei solidali è stata chiara: “A loro non importa che noi viviamo in condizioni dignitose, a loro importa distruggere l’autorganizzazione”. E così è stato.

 

Quando è stato il giorno dello sgombero? Cosa è successo?

J. Il 29 marzo. Ma abbiamo deciso tutti insieme di andarcene prima che arrivasse la celere, non c’erano le condizioni per resistere ad uno sgombero che sembrava potesse essere violento. Mi ricordo che pioveva ma per i preparativi non era un problema perchè eravamo al coperto del cavalcavia. Ci siamo svegliati molto presto per radunare tutto quello che doveva essere portato via: tende, coperte, cucina, cibo e altro. Abbiamo pure ripulito l’aerea. Nel frattempo i solidali cercavano di gestirsi i giornalisti, insistevano a riprenderci mentre facevamo le nostre cose. Richiedevano interviste, alcuni giornalisti erano davvero fastidiosi.

 

Ma vi preparavate per andare dove?

J. Eh… da nessuna parte. Durante l’assemblea del giorno prima i solidali avevano proposto di occupare degli spazi ma molti migranti non erano convinti e allora si era deciso di attendere ancora un giorno o due per parlarne con calma, nel frattempo continuavamo a stare per strada. Ci siamo spostati verso la spiaggia, eravamo circa 400 davanti agli occhi di giornalisti, tv ed abitanti di Ventimiglia. Ma che dovevamo fare? Dove potevamo andare? Lo sgombero era un chiaro segnale da parte delle istituzioni: migranti e solidali non erano i benvenuti nella città. Appena arrivati in spiaggia mi ricordo che i solidali hanno ricevuto una notizia e si sono agitati molto; ho subito chiesto e ho capito il motivo per cui si sono allarmati: la mattina presto del giorno dopo sarebbero arrivati pullman e polizia per portare i migranti nel Sud Italia, negli hotspot, ed arrestare i solidali.

 

E con questa notizia che avete deciso di fare?

J. Abbiamo fatto un’assemblea, non c’erano molte alternative perchè il tempo era davvero poco. Tutti insieme abbiamo deciso di provare a rifugiarci in una chiesa vicino alla spiaggia. Alcuni migranti hanno deciso di nascondersi sui monti e provare a passare il confine, molti hanno accettato di entrare in chiesa. Anche i solidali erano in difficoltà, ma la situazione era pesante e non si poteva aspettare. Il parroco ha deciso di ospitarci dopo che i solidali hanno mediato e gli hanno fatto capire la situazione. Siamo andati in tanti lì dentro, forse 200, nascosti come dei criminali. I solidali hanno girato tutta la notte per provare a recuperare chi era rimasto per strada, io stavo in chiesa ed aiutavo i migranti spiegandogli bene cosa stava succedendo e tranquillizzandoli. In effetti il giorno dopo sono arrivati tanti poliziotti e dei pullman, ma non sono riusciti a prendere tante persone perchè in chiesa loro non potevano entrare. Per questo credo che si siano arrabbiati molto e quindi hanno incominciato a cercare i solidali. Due giorni dopo allo sgombero del campo in Via Tenda dei poliziotti sono entrati in chiesa mentre facevamo assemblea per decidere cosa fare, dove andare, ed hanno preso i solidali.

 

Che cosa hanno fatto ai solidali?

J. Li hanno portati in commissariato, li hanno tenuti tutta la notte e gli hanno dato dei fogli di via e la pericolosità sociale.

 

E voi migranti eravate sempre in chiesa? Eravate spaventati?

J. Noi eravamo in chiesa, non eravamo spaventati ma arrabbiati perchè avevano preso i nostri amici solidali. Abbiamo deciso di fare una manifestazione contro la frontiera. Successivamente siamo rientrati tutti in un’altra chiesa. E da quel momento a Ventimiglia è cambiato tutto: la Chiesa delle Gianchette ospitava i migranti ed è stato chiuso il Centro della CRI vicino alla stazione per aprirne uno nuovo, isolato e lontano da tutto nel Parco Roja. Io continuavo a vivere in una località vicina ma trascorrevo le giornate a Ventimiglia. Dopo poco tempo si era ricreato un campo alle vecchie stalle, vicino al Parco Roja. Ma anche lì non andava bene: la polizia veniva spesso per toglierci la cucina e per prendere i solidali ai quali davano altri fogli di via. Continuavano a reprimere i no borders senza alcuna vera motivazione.

Poi c’è stato il campeggio organizzato dai solidali, era agosto 2016. Sono arrivate tante persone da varie parti dell’Italia e da varie città dell’Europa. Stavamo a Ciaixe, un piccolo paese sopra a Ventimiglia, sui monti. Il giorno prima dell’inizio del campeggio noi migranti ed alcuni solidali abbiamo deciso di fare una dimostrazione politica contro la frontiera: siamo arrivati al confine in 400, ai Balzi Rossi e abbiamo aspettato l’arrivo della polizia proprio per focalizzare il problema alla frontiera. La polizia è arrivata e ci ha vietato di bere: era caldissimo. Alcuni solidali hanno provato a portarci l’acqua ma venivano fermati e gli veniva dato il foglio di via, ancora! Siamo rimasti sotto il sole per tante ore finché la polizia, non ho capito bene per quale motivo, ha deciso di caricarci verso la Francia. Puoi immaginare il risultato. 400 persone che sfondano il confine ed entrano in Francia occupando la spiaggia di Mentone. Io anche sono passato ma sono ritornato indietro quasi subito. Alcuni migranti sono riusciti a non farsi prendere, altri sono stati riportati al Parco Roja, cioè al Centro della CRI. I solidali invece sono stati tenuti in stato di fermo per molte ore e gli hanno dato altri fogli di via.

Il giorno dopo invece è morto d’infarto un poliziotto mentre in circa cinquanta persone cercavamo di salutare i ragazzi reclusi al Centro della CRI. La polizia è stata molto violenta! Ci hanno inseguiti con le camionette, ci hanno picchiato, ci sono stati dieci fermi e due arresti per non aver fatto niente. Nel frattempo la polizia era entrata anche al Freespot, il luogo in cui tenevamo abiti, cibo ed in cui potevamo lavarci e riposarci; era un garage e noi pagavamo l’affitto regolarmente ma alla polizia non andava bene. Hanno fatto molte perquisizioni, hanno portato i solidali in commissariato e hanno fatto chiudere quel posto. In quella giornata è morto un poliziotto, gli è venuto un infarto. Subito le istituzioni locali e la polizia hanno dato la colpa ai no borders ma in realtà questa persona è morta da sola, per il caldo e gli sforzi, i solidali erano pacifici, non hanno fatto male a nessuno.

Nel frattempo tanti solidali hanno provato a raggiungere Ventimiglia ma venivano presi e gli veniva dato subito un foglio di via, mi sembra che siamo arrivati a 60 fogli di via dal 2015 al 2016.

Continuava la repressione sui solidali, una repressione massiccia.

 

Come ti sei sentito quando hanno incominciato a reprimere i no borders?

J. Ero molto arrabbiato perchè i no borders erano la mia famiglia, i miei fratelli e le mie sorelle e non capivo il motivo per cui la polizia si accaniva così tanto. Con il passare del tempo, invece, sono riuscito a capire: per lo Stato italiano e alle istituzioni tutte i no borders sono un problema, sono pericolosi. Io sono sempre rimasto con loro, ancora oggi sono con loro. Loro stanno dalla parte dei migranti, stanno dalla parte degli esclusi, contro le ingiustizie su tutti (bianchi e neri).

Da quando sono arrivato a Ventimiglia ed ho conosciuto i no borders, ho capito che io voglio aiutare i migranti ed aiutare i solidali.

 

Grazie per questo prezioso racconto. Ma ritorniamo un attimo sulla tua domanda d’asilo. Mi racconti bene cosa è successo?

J. Allora io ho fatto richiesta d’asilo nel Novembre del 2015, ho aspettato un anno ed un mese ma non ho ricevuto nessuna risposta da parte della Questura: ogni volta che mi presentavo all’appuntamento mi rimandavano ad un’altra data senza dirmi il motivo e senza darmi nessun tipo di foglio che attestava che ero un richiedente asilo.

Dopo un anno e mezzo ho deciso di andare in Francia e chiedere l’asilo lì, visto che l’Italia non mi rispondeva. La mia idea era di prendere i documenti in territorio francese e ritornare a Ventimiglia, completamente in regola, per continuare ad aiutare i migranti.

In Francia ho continuato a lottare con i solidali, sono stato a Nizza, Marsiglia, Grenoble e tanti altri posti.

 

Che contatti avevi?

J. Avevo i contatti di solidali, no borders e migranti conosciuti a Ventimiglia o in altre situazioni di lotta.

 

Dove hai fatto richiesta d’asilo?

J. L’ho fatta a Grenoble, sono andato lì perchè avevo il contatto di un solidale. Inizialmente vivevo in una casa occupata dai solidali per i migranti, la polizia ci aveva tolto luce ed acqua per 20 giorni perchè voleva sgomberarci. Dopo tre mesi la casa è andata a fuoco perchè un sudanese al suo interno ha litigato con un altro occupante e ha deciso di dare fuoco alla sua camera dando alle fiamme tutto lo stabile. Dopo il rogo è arrivata la polizia che ci ha portato tutti in una palestra dove abbiamo vissuto per 21 giorni. Successivamente a questi giorni, chi aveva i documenti è stato portato in montagna in alcuni appartamenti, invece chi non aveva i documenti doveva stare in un hotel nel quale però non c’erano tante libertà, quel posto non favoriva l’autodeterminazione.

Io mi sono rifiutato di entrare dentro all’hotel e sono stato ospitato per un po’ da un amico. Successivamente ho vissuto qualche settimana all’interno di un centro aperto dopo lo sgombero di Calais, con amici conosciuti in Italia e in Francia.

In tutti questi mesi ho girato molto la Francia per andare a trovare amici conosciuti a Ventimiglia, solidali e migranti.

Ho aspettato 8 mesi per avere una risposta dall’Italia per colpa della legge Dublino.

 

Che cosa è la legge di Dublino?

J. È la legge per la quale il migrante deve fare richiesta d’asilo nel primo Paese in cui da le impronte digitali. Nel mio caso è l’Italia, come in tanti altri casi. Dato che ho dato le impronte per la prima volta in Italia, la Francia doveva aspettare la risposta italiana e capire se dovevano deportarmi in Italia oppure farmi continuare la richiesta d’asilo in Francia.

 

Ok. E in questi mesi di attesa che cosa dovevi fare?

J. Allora, io ho fatto domanda d’asilo in Francia nel Dicembre del 2016, a Gennaio mi hanno dato la prima risposta dicendomi che io ero un Dublino (cioè avevo già dato le impronte in Italia) e che dovevo aspettare 4 mesi e nel mentre dovevo andare a firmare una volta al mese in prefettura per certificare la mia presenza sul territorio francese.

Dopo 3 mesi è arrivata la risposta italiana: dovevo essere riportato in Italia. Allora ho fatto il ricorso con l’aiuto di un avvocato. Il Tribunale mi ha dato altri 45 giorni di tempo di attesa nei quali dovevo firmare in prefettura due volte alla settimana. Dopo questi 45 giorni mi hanno detto di attendere di nuovo altri 45 giorni e di firmare sempre due volte alla settimana. Nel frattempo è arrivata la risposta del ricorso: non potevo rimanere in Francia. Un giorno sono andato a firmare e la polizia mi ha arrestato. Mi hanno portato in carcere a Lione ed il giorno dopo sono partito alle 11 del mattino per andare in aeroporto. Sono arrivato alle 11.30 in aeroporto, scortato dalla polizia e con le manette come se fossi un criminale. Mi hanno fatto entrare nell’aereo che andava verso l’Italia; alle 13.30 sono arrivato a Cagliari ma la polizia italiana mi ha detto che non potevo restare in Italia e mi hanno messo su un altro volo verso Bastia, in Corsica, quindi di nuovo in Francia; lì la polizia francese era scocciata perchè mi avevano appena decretato l’espulsione dalla Francia, quindi mi hanno fatto prendere un altro aereo alle 16.30 e sono arrivato a Roma alle 17.30.

 

Ma in tutto questo viaggio ti hanno fatto mangiare?

J. Sì, ma poco. Mi hanno dato un po’ di pasta con il tonno, un po’ di pane ed un bicchiere d’acqua, ho mangiato solo due volte in 3 giorni. Inoltre per tutti i 3 giorni ho avuto le manette, me le hanno tolte quando sono arrivato a Roma.

 

A Roma cosa è successo?

J. Eravamo in tutto 10 persone, abbiamo aspettato un po’ per sapere cosa dovevano fare con noi. Io avevo i documenti della richiesta d’asilo in Italia, i solidali mi hanno aiutato a capire che dovessi fare e l’avvocato mi ha detto che non potevano trattenermi ma dovevano rilasciarmi. Ma così non è stato, infatti dopo qualche ora che ero in aeroporto, la polizia se n’è andata chiudendoci inizialmente dentro allo stanzino che usano per fare i controlli. C’era molto freddo perchè c’era l’aria condizionata e ci avevano detto che avremmo dormito lì. Non avevo vestiti con me perchè non avevo avuto la possibilità di prendere niente in casa e non potevo chiedere una coperta perchè ci avevano lasciati soli. Poi un uomo ci ha aperto la stanza, ma comunque non potevamo uscire dall’aeroporto, solo noi, i turisti, le persone europee entravano ed uscivano, noi non potevamo nemmeno andarci a fumare una sigaretta. Ho passato la notte lì dentro. La mattina seguente, fino alle 10.00, non si è visto nessuno. Successivamente sono arrivati dei poliziotti ai quali ho fatto vedere il mio C3 (il foglio della richiesta d’asilo si chiama così), dopo un po’ di tempo mi hanno dato un biglietto per andare a Torino, dove avevo fatto la richiesta d’asilo nel 2015; la cosa buffa è che dopo avermi trattato in modo pessimo durante la deportazione negandomi cibo, informazioni e tenendomi ammanettato, poi mi hanno pagato un biglietto da 92 euro per andare a Torino.

Sono uscito dall’aeroporto di Fiumicino e ho preso il treno per Milano e da lì dovevo prendere il treno per Torino, ma ho deciso di andare a Genova per andare a trovare degli amici solidali conosciuti a Ventimiglia.

 

In quelle giornate qualcuno ti ha aiutato ad uscire fuori da quella situazione?

J. Sì sì, tanti solidali mi hanno aiutato, mi chiamavano spesso e mi chiarivano la situazione.

 

Secondo te perchè in Italia hai aspettato tanto e stai aspettando ancora per avere l’audizione alla Commissione che deve decidere sul tuo permesso di soggiorno?

J. Secondo me perchè per un anno e mezzo io ho vissuto a Ventimiglia ed ho lottato con i no borders che sono stati criminalizzati e additati più di una volta come terroristi. Fanno sempre così, ai migranti che si ribellano alle loro condizioni, gliela fanno pagare con l’attesa per la Commissione, con la detenzione nei CIE oppure con l’espulsione dal territorio.

 

Grazie mille per aver raccontato la tua esperienza. Buona fortuna per il tuo futuro.

J. Grazie mille a voi.

 

Cati

Le onde come il filo spinato

Mediterraneo : dieci giorni in mare a bordo della Aquarius

Le onde come il filo spinato

Apparso su CQFD n°156 (luglio-agosto 2017), rubrica Attualità, di Marie Nennès, illustrato da Suzanne Friedel / SOS Méditerranée; messo in linea il 10/07/2017. Tradotto dal francese su libera iniziativa da Federico de Salvo e Cecilia Paradiso.

Dal febbraio 2016, l’Aquarius solca le acque internazionali al largo della Libia per portare soccorso ai migranti che tentano la traversata verso l’Europa. Una delle rotte più mortali al mondo: più di duemila persone sono già annegate percorrendola nel 2017. Noleggiata da SOS-Meéditerranée, l’Aquarius è una delle navi di soccorso presenti nella zona – la sola a pattugliarla tutto l’anno. CQFD si è potuto imbarcare sull’Aquarius per una decina di giorni.

A est, i primi barlumi si fanno più precisi. Sono le h 5,30. Dalla plancia, Basile scruta l’orizzonte al binocolo già da un’ora buona. Invano. L’Aquarius è di ritorno nella SAR zonei dopo quindici giorni tirata a secco. Tutti sono nervosi. Per un po’, ci si è sentiti in colpa per essere stati assenti. Da qualche parte là davanti, un punto nero nella notte potrebbe attendere disperatamente di essere soccorso. Un canotto pneumatico grigio, senza luci, invisibile ai radar a meno di cinque miglia, con a bordo centinaia di persone, senza acqua, e sempre più spesso senza motore. Il mare è brutto, il vento soffia da nord. «Non succederà niente oggi, valuta Andreas, il secondo. I canotti non possono lasciare le coste con questo tempo, non riescono a superare le prime onde.»

«Non restare con le braccia conserte»

Volontario di SOS-Méditerranée, Basile continua comunque la sua guardia, presto sostituito da James, poi da Svenja. E così di seguito, ogni due ore, fino a notte. «Quello che era vero anche solo l’anno scorso lo è di meno in meno adesso, spiega Alain, robusto, proveniente dalla Martinica, con alle spalle già una decina di turni a bordo. Prima, i trafficanti aspettavano che il mare fosse in buone condizioni per mandare i canotti. E alcuni passeggeri erano dotati di giubbotti salvagente. Oggi, i gommoni comprati a 130 euro su Alibabaii hanno rimpiazzato le barche da pesca. E prendono il largo anche con il cattivo tempo. A quelli che non vogliono salire a bordo viene sparato nella macchia vicino alle spiagge. I passeurs dicono agli altri: “l’Italia è dritto davanti a voi, ci sarete in tre ore!” I motori marci spesso si bloccano nel giro di qualche ora, per mancanza di carburante. Oppure, altri malviventi arrivano per rubare il motore e lasciano i migranti alla deriva.»

Per la decina di volontari di SOS-Méditerranée, la giornata trascorre in esercitazioni di salvataggio: bisogna rodare i nuoviiii, fargli acquisire gli automatismi. Non si tratta di novizi, la maggior parte di loro ha già esperienza da marinaio, ma questo lavoro è particolare. Davanti a delle persone in preda al panico e alle proprie emozioni, devono saper reagire, calmare, rassicurare. «Mi ricorderò per sempre del mio primo salvataggio, racconta Stéphane Broc’h, ho preso uno schiaffone.» Questo bretone un filo taciturno coordina i soccorsi in acqua. E’ la prima mano che afferra il naufrago. Sono già diversi mesi che ha lasciato il suo lavoro di meccanico di marina nel Pacifico per imbarcarsi con SOS. «Non potevo restare con le braccia conserte, avevo bisogno di agire, per dormire in pace, potermi guardare allo specchio. Avevo le competenze e quindi sono venuto.» Più tardi nel pomeriggio, è l’equipe di Medici senza frontiere (MSF) che garantirà la formazione in primo soccorso, spiegando come prendersi carico dei rifugiati a bordo e a quali sintomi prestare attenzione.

Quello che li ossessiona

Mezzogiorno, il giorno seguente. Dalla plancia, Alexandre Moroz, il capitano bielorusso, avvisa: ha appena ricevuto una chiamata del MRCCiv. Un canotto è alla deriva a cinque ore di navigazione a est. L’Aquarius è l’imbarcazione di salvataggio più vicina, bisogna andare. La tensione sale – arriveremo in tempo? Poi si riabbassa leggermente: un cargo turco è vicino, raccoglierà i naufraghi che saranno in seguito trasferiti sulla nostra nave.

E’ notte quando il trasbordo inizia. Per due ore, il gommone di salvataggio moltiplica le andate e ritorno da una nave all’altra, trasportando quindici persone per volta. Stravolti, i primi superstiti posano un piede esitante sul ponte, sostenuti dalle braccia e i sorrisi di Charly e Christina: «Benvenuto, fratello, Welcome, Salam aleikoum.» Una sola donna, incinta, in mezzo a 117 uomini. Per la maggior parte maliani, ma anche ghanesi, gambiani, senegalesi: quasi tutta l’Africa dell’ovest è rappresentata. Tutti sono a piedi nudi, alcuni hanno anche il torso nudo. I loro abiti puzzano di gasolio, merda, sudore e paura. Li si fa spogliare, lavare e cambiare. Tutti ricevono il medesimo kit: vestiti puliti, una coperta, acqua e biscotti ipercalorici. I medici individuano i feriti, organizzano le prime cure. Alcuni crollano dalla fatica, altri tremano sulle loro gambe. Poco a poco, i visi si distendono. Dopo qualche ora iniziano a raccontare. La paura durante la traversata, quella di annegare su quella barchetta sovraccarica. Ma non è questa paura che tende i visi, infossa le orbite. No, quel che li ossessiona è la Libia.

«Venduto come una capra»

Bouba, un gambiano robusto di una trentina d’anni, berretto di lana calato sulla testa e sorriso inossidabile, si lancia: «Sono venuto in Libia per lavorare. Pensavo di poterci trovare un futuro, ma è stata una cattiva idea. Ci sono restato un anno. E’ poco, un anno, ma laggiù mi è sembrato lunghissimo: la vita era difficilissima.» Il sorriso sparisce. «Sono stato rapito non appena giunto a Sabhav. Il passeur libico incontrato ad Agadès mi aveva venduto ad una banda di Beni Walivi. Mi hanno rinchiuso con più di un centinaio di persone, uomini e donne, giovani e vecchi. Non so se si trattasse di una prigione ufficiale, c’erano dei prigionieri con i documenti in regola, permesso di lavoro e tutto. Non mi è stata data nessuna spiegazione.»

Il racconto si fa difficile, Bouba deglutisce a fatica: «La loro unica motivazione sono i soldi. Ti prendono tutto quello che hai, addirittura ti spogliano per vedere se nascondi qualcosa. Poi ti chiedono di chiamare la tua famiglia perché mandino dei soldi. Se non ne hai, ti picchiano. Se ne hai, ti picchiano comunque, per far sì che i tuoi parenti sentano le grida al telefono. Io, sono solo, non ho nessuno, quindi ho dovuto lavorare in schiavitù. Volevano 3.500 dollari per la mia libertà! E poi, un giorno, mi hanno fatto partire senza che io sappia perché

Omar, giovane senegalese di 19 anni, racconta una storia simile: «Volevo andare in Europa, ma mi hanno venduto. Come una capra! Ho riacquistato la libertà in cambio di denaro, ma sono stato catturato di nuovo dopo qualche giorno. Mi picchiavano tutti i giorni, non mi davano da mangiare e mi hanno obbligato a chiamare la mia famiglia. E anche dopo il versamento di un riscatto, non mi hanno liberato. Una notte ho rotto la porta e sono scappato.»

Detenzione spaventosa

Le storie si seguono e si assomigliano, con più o meno violenza, più o meno fortuna. Molti esibiscono delle brutte cicatrici, provocate da manette troppo strette ai polsi e alle caviglie. Alcuni soffrono di piaghe infette e bruciature, altri di malattie della pelle contratte nella promiscuità dei centri di detenzione. All’incirca una metà di loro, in partenza, non aveva alcuna intenzione di passare in Europa, ma non hanno avuto altra possibilità che imbarcarsi per fuggire il caos libico e salvarsi la pelle.

Secondo MSF, esistono 42 centri di detenzione ufficiali in Libia, dove sono rinchiusi gli immigrati clandestini. L’ONG non ha accesso che a 8 di questi. «non ci sono registri, né di entrata, né di uscita, racconta un’incaricata di missione di MSF in Libiavii, in visita sulla nave. Non si possono fare dei veri monitoraggi. Un mattino arrivi e mancano 300 persone rispetto al giorno prima… impossibile sapere cosa ne è stato, se sono state uccise, liberate, trasferite in un altro centro o messe su delle imbarcazioni. I prigionieri non si lamentano, per non essere picchiati, ma le condizioni di detenzione sono spaventose.» Spiega anche che nessuno sa dire quante prigioni clandestine si sommino a quelle ufficiali.

Avvolti nelle loro coperte, i rifugiati dormono in sicurezza per la prima volta dopo lungo tempo. Tutta la notte, dei volontari vegliano, parlano con chi non riesce a dormire, posano una mano benevola su una spalla, offrono un sorriso. Domani mattina, i rifugiati saranno trasferiti sulla nave di un’altra ONG che rientra in Italia.

Ibrahim, 40 chili

L’Aquarius ha rimontato la guardia ad ovest di Tripoli, in acque internazionali. Il maggior numero di partenze avvengono da questa parte di costa, al largo di Sabratha. Questa volta la radio gracchia un appello, parlando di tre imbarcazioni. Un’altra nave è già sul posto, ma ha bisogno di rinforzi.

Quando arriviamo un’imbarcazione manca all’appello. I passeggeri delle altre barche dicono che il motore ha avuto un problema e che l’hanno persa di vista. Son tornati indietro, sono annegati, sono alla deriva? Come saperlo? Dobbiamo concentrarci su quelli che sono qui, ammucchiati in una barca di legno e in un canotto mezzo sgonfio. La ronda dei canotti di salvataggio ricomincia. Stavolta ci sono donne, bambini, un neonato di un mese. Pakistani, bengalesi, etiopi, sudanesi, marocchini… Molti minori non accompagnati. E Ibrahim.

Quando sale a bordo si fa il silenzio. È alto, circa due metri. E d’una magrezza irreale, appena 40 kg. Si direbbe uscito da un campo di concentramento. Ha la febbre, riesce appena a camminare, parla in un sussurro. Il medico Craig Spencer lo conduce alla clinica. Ci dirà più tardi che il giovane è del Gambia, ha sedici anni e una setticemia. Sta morendo di fame. Detenuto per sette mesi in una prigione clandestina di Sabratha s’è ammalato dopo aver dovuto stare per una settimana rinchiuso accanto al cadavere in decomposizione di un suo compagno di disavventure. Due volte ha pagato per salire su un canotto, due fallimenti. La terza volta è stato il trafficante stesso, vedendo che stava per morire, che l’ha gettato sulla barca che l’Aquarius ha soccorso.

«Ho vinto una donna»

A bordo le donne sono raggruppate nello Shelterviii. Possono uscire sul ponte, ma nessun uomo ha il diritto di entrare nel loro rifugio. È il regno di Alice, l’ostetrica. Come succede spesso, la maggior parte delle donne sono nigeriane, destinate alle reti della prostituzione europee. A volte la «madame»ix viaggia con loro. Certe sanno cosa le attende, altre sono convinte che saranno parrucchiere o stiliste. Nessuna ha più di 25 anni.

Ciò che succede alle donne africane in Libia è Koubra, una Togolese che viaggia col marito, a raccontarcelo: «basta che un Libico ti trovi per strada, ti prende e ti carica in macchina, poi ti porta da lui e ti rinchiude. Chiama gli amici e dice “ho vinto una donna!”. Che tu sia incinta o meno, che tu sia sola o abbia i bambini in braccio, se ne fregano. Vengono in 5 o 6, ti minacciano con un fucile e poi ti violentano uno alla volta. Quando hanno finito ti dicono di chiamare tuo marito perché paghi un riscatto. Se manca qualche dinaro o se il marito non è puntuale ti trattengono ancora.» Koubra descrive un inferno in terra. «Non puoi fidarti di nessuno. Certi tassisti ti obbligano a succhiarglielo e poi ti abbandonano in mezzo alla strada. E le donne in Libia non si comportano meglio. Ho lavorato per una madre di famiglia che dopo avermi pagato quanto mi doveva ha inviato suo figlio a tagliarmi la strada. Mi ha ripreso tutto.» Dopo tutto quello che ha vissuto, come chiedere a Koubra di fare attenzione alle sfumature? «Un Libico buono non esiste. Un Libico buono è quello che ti lascia vivere, che si accontenta di torturarti

Respirare, infine

L’Aquarius ha ricevuto l’ordine di sbarcare i suoi naufraghi a Pozzallo, in Sicilia. Due giorni di navigazione, con 267 persone a bordo, è aberrante in termini di costi, ma è la MRCC che decide. L’Italia vuole mantenere il controllo sulla gestione di questa marea ininterrotta di rifugiati.

Sul ponte posteriore Alice mette della musica. Un contest di danza si improvvisa tra un giovane Bengalese e un Marocchino per la gioia di essere salvi. Molti ridono, battono le mani, accennano qualche passo di danza. Ma molti altri hanno lo sguardo perso e tacciono, cupi in volto. Tra qualche ora saranno in Europa, come saranno accolti? «Li avvertiamo che non sarà facile, ma non spezziamo le loro speranze. I tre giorni che passano sulla nave devono essere una pausa. Possono respirare, riprendere le forze. Non possiamo dirgli brutalmente quello che li aspetta» dice Marcella Kraay, chef de mission per MSF.

Un traffico troppo redditizio

Tutti sulla nave, volontari di MSF e di SOS-Mediterranée sono coscienti di combattere i sintomi e non le cause. Che le soluzioni sono nelle mani dei politici che distolgono lo sguardo. Quanti annegati ci vorranno ancora? «Non capisco perché gli Stati europei non prendano in considerazione ciò che succede nel Mediterraneo e si ostinino a finanziare un sedicente Stato Libicox, s’innervosisce Stephane. Visto che questo Stato non esiste finanziano i passeurs, le milizie che organizzano il traffico di esseri umani. Perché il traffico dovrebbe arrestarsi? È troppo redditizio. La gente paga tra i 500 e i 2500 euro un passaggio sulle navi della morte.» il volontario non si calma «Noi ONGs siamo finanziati al 99% dalla società civile. Facciamo il lavoro che dovrebbero fare i governi e ci sputano in faccia accusandoci di essere in combutta coi passeurs. I paesi europei fingono di curarsi dei diritti umani, di sostenere valori di umanità, ma li calpestano allegramente».

Alla fine le coste siciliane. Quasi più nessuno parla. Le operazioni di sbarco prendono diverse ore, sotto un sole di piombo. Accolti sul molo da figure in tute bianche, mascherate, i rifugiati saranno selezionati, numerati, passati al metal detector, condotti in bus nei centri di detenzione. Sulla nave tutti gli stringeranno un’ultima volta la mano. Alice si nasconderà per piangere. Le nocche di James sbiancheranno stringendo il parapetto. Anton digrignerà i denti per l’impotenza. Poi si rimetteranno al lavoro, puliranno la nave, si prenderanno una sbronza e il giorno dopo partiranno. Con in testa questa frase di Albert Einstein: «il mondo non sarà distrutto da quelli che fanno del male, ma da chi li guarda senza fare nulla

Note

i La Search and Rescue Zone inizia a 12 miglia dalle coste libiche al limite delle acque internazionali.

ii Concorrente cinese di Amazon.

iii I volontari di SOS-Méditerrané si impegnano per tre turni da tre settimane ciascuno. Dopo di che, devono fare una pausa. Alcuni riprendono l’operatività, altri no.

iv Il Maritime Rescue Coordination Center è l’organismo italiano che coordina le azioni delle navi di soccorso presenti in zone. Niente si può fare senza il suo accordo.

v Oasi situata a 600 Km a sud di Tripoli, porta d’ingresso per quelli che arrivano dal deserto e centro nevralgico del traffico umano.

vi Tribù libica.

vii Per delle ragioni di sicurezza, non faremo menzione del suo nome.

viii Rifugio, spazio riservato alle donne.

ix La tenutaria, la madama.

x 3 governi si disputano il potere in Libia, più diverse milizie indipendenti.