Ventimiglia, Trenta giugno 2018: costretti a nascondersi

Trenta Giugno, zona di confine. Alle 10.00 di sabato 30 Giugno 2018, di nuovo, dopo l’ultimo sgombero, troviamo aumentate le persone che dormono sotto il ponte in via Tenda.

Vediamo circa una quarantina di giacigli. Alcuni uomini in piedi, altri ancora sotto le coperte. Chiediamo loro se hanno qualche problema di salute e ne visitiamo un paio. 

Ci aiuta per la traduzione un ragazzo sudanese dall’aria molto tesa. La maggior parte di coloro che si sono fermati per passare la notte sull’argine del fiume sono giovani sudanesi. Decidiamo di salire l’argine fin dove è possibile. L’ambiente è ancora cambiato. Molti territori sono diventati paludosi e dopo il ponte dell’autostrada è difficile proseguire. Ritorniamo indietro guadando le insenature del fiume.                                                                                                                                                                                                                    

Durante questo percorso riconosciamo e fotografiamo diversi segni di presenza di persone in viaggio: carte da gioco che insegnano i pericoli delle ferrovie, detersivi per lavare i piatti appoggiati vicino all’argine del fiume, lamette riposte ordinatamente in modo da poterle riutilizzare, saponi.

Ci rendiamo conto che esseri umani in viaggio sul nostro territorio sono sempre più costretti a nascondersi e ad adattarsi a condizioni di vita assurde.

Coloro che incontriamo ci dicono che il campo della croce rossa è affollato, con circa 500 persone e che continuano le deportazioni al sud nei giorni feriali, con autobus della Riviera Trasporti. Molte persone, nell’impossibilità di fermarsi sull’argine del fiume durante il giorno, sono costretti a percorrere a piedi varie zone della città, senza una meta.

Andiamo in riva al mare. Anche lungo questo percorso riconosciamo luoghi di pernottamento.

Sulla spiaggia vediamo famiglie e giovani. Il dispiegamento di forze dell’ordine è ingente, anche perché in serata ci sarà una festa patronale che comporterà la chiusura al traffico. Dopo aver pranzato e parlato con Delia, ritorniamo verso via Tenda. Nel pomeriggio tardi passiamo all’infopoint Eufemia. Ci sono persone che conosciamo e tanti ragazzi che sono in attesa di vedere insieme i mondiali di calcio in streaming.

In effetti il calcio è anche il gioco più diffuso tra i giovani maschi in viaggio – ricordiamo ormai centinaia di partite (anche in ciabatte) sotto il sole a picco o al freddo pungente, sull’asfalto di un parcheggio.

All’infopoint visitiamo alcune persone e medichiamo ferite. Sulla porta ci si avvicina un ragazzo. Richiede farmaci antidolorifici come ossicodone e paracetamolo. Il ragazzo è magro, ha il viso tirato e occhi tristi. Chiediamo per quale motivo assuma questi farmaci. Si alza il pantalone e vediamo che c’è un evidente disallineamento delle ossa della gamba destra.

                                                                                                               

In Libia gli hanno fratturato la tibia ed il perone a scopo di tortura e l’hanno lasciato senza alcuna assistenza. La saldatura tra i capi delle ossa fratturate si è compiuta in modo incongruo, dando luogo ad un danno permanente e solo la chirurgia potrebbe migliorare la situazione. Ci dice che ovviamente camminare in questa condizione provoca dolori importanti su tutto l’arto inferiore dall’anca al piede. E’ già arrivato in Francia e per due volte è stato rimandato indietro alla frontiera.

Gli forniamo degli antidolorifici e cerchiamo di spiegargli che l’assistenza sanitaria in Italia è ancora universale e gratuita per chi non ha mezzi per pagare, che necessita di un intervento chirurgico e che a seguito di questo potrebbe camminare molto meglio.

Rifiuta questa idea, continuando a dirci che prima dovrà raggiungere la sua destinazione.

Ci rimane l’immagine della frattura, pensiamo a come sia possibile che continui a camminare con quel dolore, a tutte le persone torturate e danneggiate permanentemente che sono in viaggio, vittime di violenza dei nuovi campi di concentramento che il nostro Governo finanzia, in accordo con le strutture di potere europee.

Facciamo un giro con l’auto prestataci da una solidale. Arriviamo ai balzi rossi, passiamo la frontiera, sempre molto controllata.

Poi torniamo al parcheggio davanti al cimitero, dove volontari portano la cena. C’è un gruppo di cittadini della Val Roja che fornisce tavoli, fogli e colori per disegnare. Alcuni ragazzi sono impegnati, diversi disegni sono appesi alle grate che circondano il parcheggio. Un ragazzo sudanese disegna la bandiera della Palestina.

Arriva la cena. Ci saranno un’ottantina di persone. Pochi chiedono il nostro aiuto.
Si percepisce negli atteggiamenti e dagli sguardi dei giovani uomini che incontriamo, un malessere sempre maggiore. Immaginiamo che la durezza del viaggio, l’impossibilità anche di fermarsi un attimo per riposare, il fatto di essere costantemente in fuga, li esasperi.

La domenica mattina ritorniamo al parcheggio davanti al cimitero.

Assistiamo alla sveglia da parte della polizia delle persone che si trovano sotto il ponte. Ci avviciniamo loro e cerchiamo di parlare, ma la stanchezza e la tensione che si percepiscono rendono ormai la comunicazione molto difficile.

Alcuni ragazzi mangiano qualcosa su un pezzo di carta, per terra. Ci continuano ad offrire la colazione che si divino in sei o sette.

Dopo aver fatto diversi giri, semplicemente ci sediamo per terra nel parcheggio con loro. Ancora l’immagine irreale di un gruppo di ragazzi che gioca a pallone in un parcheggio. Sulla sinistra, un campo di calcetto sempre chiuso e vuoto, davanti il cimitero, a destra, l’inizio di un quartiere popolare abitato da immigrati calabresi il cui viaggio è ormai troppo distante perché possano venire a confrontarsi con i giovani che ci troviamo davanti.

Arriva un’auto rossa, un uomo molto grasso scende, arriva nei pressi dei ragazzi e offre a tutti sigarette. Rimane a parlare con diversi di loro per un po’, poi torna in macchina e resta a guardarli

Lia Trombetta, Antonio Curotto

Ventimiglia: Uomo in mare

A Ventimiglia, il 21 giugno alcuni bagnanti hanno visto affiorare, poco distante dalla riva, il cadavere di un uomo. Il volto sfigurato dalla lunga permanenza in acqua, il corpo ancora vestito: un migrante quasi sicuramente. Queste le poche informazioni che si possono leggere sull’ansa e sulle  testate locali che hanno diffuso la notizia. [1]

 Quest’uomo senza volto, senza identità, va ad aggiungersi al tremendo numero dei morti per mano della violenza delle frontiere. Per mano del capitalismo che impone che la vita degli esseri umani si riduca a merce, per mano degli Stati che sono gli esecutori politici di questo sistema di morte e di tutti quei poteri che cooperano nel funzionamento di questo sistema.

Un uomo senza volto. Un volto sfigurato dalla violenza che si infiltra in ogni angolo di questo sistema, si insinua dentro ogni recesso. Una violenza che sta dentro di noi. Che di questo sistema siamo attori ma troppo spesso ci figuriamo come spettatori.

Se anche quest’uomo avesse avuto ancora il suo volto, il silenzio a cui la sua morte sarebbe stata condannata, glielo avrebbe sottratto.

L’assenza di un volto che, chi combatte ogni giorno la frontiera, nei tanti modi in cui questo è possibile, non potrà dimenticare.

In un mare estivo, celeste e scintillante, in un mare bello, nel mare nostrum, alcuni bagnanti hanno recuperato un corpo. Da dove arriva? Difficile arrivi dalla Francia: le correnti non spingono quasi mai in direzione Italia… dicono i locali. Potrebbe arrivare dal fiume Roya, magari una fuga dai militari francesi appostati nella valle per catturare i migranti che tentano di passare la frontiera, e fuggendo una caduta e poi il fiume… giù a valle fino al mare. Oppure chissà. Chi è? Qual è la sua storia di uomo?

E’ solo un numero. Uno dei tanti numeri dei desaparecidos contemporanei.[2]

Si insinua il dubbio amaro, se abbia senso scriverne, se esistano delle parole con cui rendere giustizia a tanto dolore e a questo male.

Viene in mente un altro corpo, ritrovato nel porto di Genova circa un anno e mezzo fa. [3] Un ragazzo, entrato nel circuito dell'”accoglienza” e finito in fondo al mare, affogato da un dispositivo disumanizzante. Allora più di un centinaio di persone si era riunito per ricordarlo e per ricordarsi che non si può e non ci si deve abituare alla banalità del male e soprattutto che occorre resistere e reagire.

Genova – manifestazione per John Kenedy

Per quest’uomo, ancora e forse per sempre senza nome e senza volto. Per John e per tutte le altre sorelle e fratelli morti ammazzati dalle frontiere con cui si difende il privilegio di pochi e il diritto allo sfruttamento di troppi: è ora di non farsi più sconti!

Le vite delle sorelle e dei fratelli in viaggio contano tanto quanto le nostre.

Dobbiamo cominciare difenderle come difendiamo le nostre e quelle dei nostri car*. Dobbiamo difenderci insieme.

g.b.

[1] http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/06/21/migrante-morto-in-mare-a-ventimiglia_a3cc32a4-ecea-49b5-adb7-e719adf5f174.html 

http://genova.repubblica.it/cronaca/2018/06/21/news/migrante_muore_nel_mare_di_ventimiglia-199661940/

http://www.sanremonews.it/2018/06/21/leggi-notizia/argomenti/cronaca/articolo/ventimiglia-migrante-morto-trovato-in-mare-da-alcuni-bagnanti-intervento-della-guardia-costiera.html

http://la-riviera.it/cronaca/migrante-trovato-morto-in-mare-a-ventimiglia/

[2] https://parolesulconfine.com/migranti-riappare-il-fiume-carsico-delle-politiche-eliminazioniste-proprie-del-mondo-occindentale/

[3]http://www.genovatoday.it/cronaca/foce-identificato-cadavere.html

http://effimera.org/john-kenedy-al-presidente-nero-enne-operatori-x-rete-no-borders-genova/

“L’accoglienza ai migranti è indegna”. Diffuso in Francia un rapporto ufficiale sulle pratiche della Polizia di frontiera a Mentone.

Il 5 giugno, il quotidiano Nice Matin (cosi’ come altri giornali francesi) ha pubblicato la notizia dell’avvenuta consegna, nelle mani del ministro degli interni Gérard Collomb, di un rapporto redatto dal Contrôleur général des lieux de détention et de privation de la liberté (controllore generale dei luoghi di detenzione e privazione della libertà). Questa autorità indipendente, creata nel 2007, si è recata a Mentone, per la seconda volta dal 2015, per osservare le pratiche di “accoglienza” ai migranti da parte del SPAFT, il servizio di polizia alle frontiere terrestri. I fatti constatati e le conclusioni del rapporto sono gravissimi: l’accoglienza ai migranti è “indegna”, per la violazione ricorrente e continua dei loro diritti, e per le condizioni materiali dei locali troppo piccoli, nei quali le persone fermate sono costrette a passare ore, nottate intere, nella quasi totale assenza di arredo. Inoltre, sono stati osservati direttamente atti di violenza e respingimenti illegali di minori … l’impunità è tale che, neanche sotto gli occhi di un organo di controllo, i poliziotti si preoccupano di modificare la loro condotta. I numeri forniti sono da capogiro: tra gennaio e agosto 2017, a questo posto di frontiera sono stati respinti 29 144 adulti e 10 434 minori non accompagnati. Di questi ultimi, nello stesso periodo, solo 27, lo 0,3 %, sono stati affidati ai servizi sociali competenti. Abbiamo sotto gli occhi un crimine palese e enorme: come ogni paese europeo, la Francia ha l’obbligo di garantire la presa in carico di ogni minore migrante reperito sul proprio territorio. Da anni militanti, attivisti e soggetti vari, attenti alle dinamiche di frontiera, denunciano queste violenze e soprusi. Nessuna presa di posizione. E neanche davanti ad un rapporto come questo il Ministero dell’interno ha proferito parola: sono da poco scaduti i termini per la presentazione delle osservazioni e non un fiato sulla vicenda. La direzione regionale della polizia delle Alpi Marittime ha risposto in termini burocratici elencando tutte quelle convenzioni e quei protocolli ai quali teoricamente si attiene, ma che nei fatti non rispetta, e difendendo a spada tratta la condotta dei poliziotti. Si è sentita anche qualche voce politica, come succede spesso, ideologicamente troppo schierata su posizioni reazionarie e razziste, per preoccuparsi di rispondere nel merito dei contenuti.

Questo rapporto, e le mancate reazioni che ne sono seguite, sono il ritratto della frontiera: un’ingiustizia perpetrata quotidianamente nell’indifferenza e nell’accettazione.

 

Sui poliziotti alla frontiera di Mentone piomba un rapporto … ed è severo.

http://www.nicematin.com/faits-de-societe/un-rapport-est-tombe-sur-les-policiers-aux-frontieres-de-menton-et-il-est-severe-235847

(link all’originale, da Nice Matin, edizione in linea, pubblicato il 05/06/2018)

A Mentone, l’accoglienza ai migranti da parte della polizia di frontiera è stata giudicata “indegna”.

La visita era imprevista. Quattro persone, dipendenti del controllore generale dei luoghi di privazione di libertà –un’autorità indipendente creata dalla Francia in 2007-, hanno voluto verificare, ad inizio settembre, come fossero prese in carico a Mentone le persone straniere fermate dal servizio della polizia alle frontiere terrestri. La conclusione è secca: controlli a bordo dei treni “au faciès”(leteralmente “alla faccia”, espressione per indicare la discriminatorietà di controlli polizieschi motivati da caratteristiche fisiche), pratiche di respingimento “consistenti nell’invitare dei minori non accompagnati e delle famiglie a riprendere un treno verso l’Italia senza che alcuna procedura sia attivata”, locali “troppo esigui” quando non sono considerati “indegni”, “tensione”, o anche “atto di violenza nei confronti di un giovane migrante” sotto gli occhi dei controllori.

L’accusa principale: i diritti dei migranti, secondo il rapporto, non sono rispettati. “In nessun momento , durante la loro missione, i controllori hanno visto dei poliziotti leggere alle persone le decisioni che li riguardavano o spiegargli nel dettaglio la portata di tali decisioni”.

Infine, “I controllori hanno constatato che dei minori non accompagnati fermati sul territorio (nazionale francese, n.d.r.) sono stati ricondotti in Italia, quando in nessun caso possono essere oggetto di misure di allontanamento”. L’integralità del rapporto si evince da una frase: “la presa in carico quotidiana delle perosne straniere si effettua in condizioni indegne et irrispetose nei confronti dei loro diritti”.

Il ministero degli interni, al quale era destinanto il rapporto, non ha fatto alcuna osservazione da quando lo ha ricevuto.

Eric Ciotti, deputato della prima circoscrizione delle Alpi-Marittime, ha denunciato “un rapporto non oggettivo e diffamatorio nei confronti dei poliziotti”.

Sul sito del Contrôleur général des lieux de privation de liberté è possibile scaricare il rapporto integrale (81 pagine):

http://www.cglpl.fr/2018/rapport-de-la-deuxieme-visite-des-services-de-la-police-aux-frontieres-de-menton-alpes-maritimes/

“Malati di confine”. Analisi di un anno di report medicali alla frontiera di Ventimiglia

Proponiamo un’analisi dei report redatti dai medici volontari che, da qualche anno, svolgono un’attività di cura e monitoraggio indipendente alla frontiera di Ventimiglia. Lo scopo è quello di individuare e mettere in prospettiva le problematiche sanitarie che si materializzano lungo il confine, cercando di risalire, quando possibile, alle cause politiche e istituzionali, più o meno dirette, che le determinano. La scelta di analizzare un “campione” di report che copra all’incirca un anno è motivata dalla volontà di avere uno sguardo il più possibile complessivo, tenendo conto dei mutamenti della situazione socio-politica e delle variazioni stagionali. Matteo Fano e Cecilia Paradiso sono dottorandi in antropologia all’ EHESS di Marsiglia.

Per prima cosa, vorremmo precisare che i nostri ambiti di ricerca non riguardano direttamente Ventimiglia, tuttavia si tratta di una situazione che conosciamo perché ne seguiamo gli sviluppi da qualche anno. Attraverso questo articolo, in particolare, vogliamo presentare le conseguenze sanitarie della chiusura della vicina frontiera con la Francia, al fine di mostrare l’insensatezza di tale misura che, non solo non risolve il problema della presenza di popolazioni migranti numerose e in condizioni di vita precarie, ma lo aggrava mettendo a rischio l’intera popolazione.
Svolgeremo tale compito attraverso lo sguardo di due medici italiani: Lia, ricercatrice in immunologia (che felicitiamo per il suo recente PhD), e Antonio, medico ospedaliero con 40 anni di esperienza. Entrambi erano impegnati in percorsi politici sull’accesso alle cure per le persone senza documenti già prima che, circa due anni orsono, cominciassero a recarsi a Ventimiglia regolarmente, una o più volte al mese, per curare i-le migranti in transito.

Quest’attività è resa ancora più importante e preziosa dal loro impegno politico: infatti l’esperienza diretta sul campo li ha portati a andare al di là delle semplici pratiche di cura, per portare uno sguardo critico della relazione tra le condizioni sanitarie riscontrate di volta in volta, le scelte politiche che le determinano e il loro ruolo di medici volontari. Tali analisi prendono la forma di report dettagliati che vengono redatti al termine di ognuna delle loro visite e poi diffusi su dei blog d’informazione e riflessione politica, come Parole sul Confine e Effimera.

In particolare, abbiamo deciso di concentrarci sui testi scritti tra novembre 2016 e dicembre 2017, per poter presentare qualche elemento di riflessione, rispetto all’evoluzione della situazione dall’estate 2015: a seguito, quindi, dell’implementazione dei regolamenti di Dublino. L’evento è significativo perché tale misura ha determinato la reintroduzione di controlli militarizzati alle frontiere interne dell’Unione Europea e il respingimento verso l’Italia di un numero sempre più elevato di migranti. Già solo nell’arco della prima settimana, a metà giugno 2015, centinaia di persone si sono ammassate a Ventimiglia: era l’inizio di una successione di eventi, dei quali stiamo ancora osservando gli sviluppi.

Ci sembra opportuno, in incipit, fornire un minimo quadro spaziale, rispetto ai vari campi e luoghi d’accoglienza approntati in città a partire dall’estate 2015:

Il campo della Croce Rossa: inizialmente situato in prossimità della stazione ferroviaria e poi spostato in una zona industriale a 3 chilometri dal centro. Circolano poche informazioni ufficiali su di esso, ma, grazie alle testimonianze dei-delle migranti, sappiamo che i posti disponibili nei container sono all’incirca 300, mentre il numero delle persone può variare tra 200 e 900: nei momenti di massima affluenza, indipendentemente dalla stagione, si ricorre a delle tende.

Tre campi informali, autogestiti da assemblee di migranti e solidali, succedutisi temporalmente, tra la fine dell’estate 2015 e la primavera 2016, e quindi sgomberati, uno dopo l’altro, dalla polizia italiana.

– Dei luoghi d’accoglienza gestiti dalla comunità cattolica, locale e non. In particolare, la chiesa di Sant’Antonio, lungo il fiume Roya, nella quale sono stati accolti famiglie, donne e minori, fino al luglio 2017, quando le autorità ne hanno imposto la chiusura, nell’intento di concentrare la totalità della popolazione migrante nel campo della Croce Rossa.

– Infine il campo informale e spontaneo, installato lungo il letto del Roya e a tutt’oggi abitato[1]. Questo si sviluppa principalmente nelle zone riparate dai ponti ferroviari e autostradali, ma si estende anche oltre, in quelle zone del letto del fiume, dove più fitta è la vegetazione. Si calcola che ci vivano in media 200 persone, anche se il calcolo non può che essere approssimativo.

Attorno ai vari campi, e in città, si concentra l’azione di vari attori:

– Gli operatori della Croce Rossa.

– I volontari delle associazioni cattoliche e della CARITAS.

– Il personale delle grandi ONG (Come MSF, INTERSOS, AMNESTY INTERNATIONAL e ANAFE) che, dal canto loro, non hanno investito fondi considerevoli in loco e hanno, fino ad ora, condotto principalmente un lavoro di documentazione e redazione di rapporti.

– Infine, attivisti e militanti solidali, locali e non, presenti in città fin dall’estate 2015. Questi, sebbene organizzati in più gruppi a seconda degli orientamenti politici, sono legati da una dinamica di collaborazione finalizzata al sostegno ai migranti. Tale sostegno, come in ogni contesto di lotta “no border”, si esprime sia attraverso rivendicazioni politiche, che attraverso pratiche di solidarietà diretta. Tale rete è stata duramente colpita dalla repressione poliziesca e giudiziaria che si è materializzata in obblighi a lasciare il territorio (fogli di via), in altri provvedimenti giudiziari, ma anche in pressioni e divieti di altro tipo (un esempio su tutti: l’ultimo punto d’informazione e distribuzione di beni di prima necessità dedicato ai-alle migranti è a rischio di sfratto, nonostante in possesso di un regolare contratto di locazione).

E’ proprio tra questi solidali che ritroviamo Lia e Antonio, i due medici che, come abbiamo accennato, da due anni intervengono a Ventimiglia, in quelle zone in cui le istituzioni latitano: inizialmente nei campi autogestiti poi, in seguito agli sgomberi, nella chiesa di Sant’Antonio e infine, quando anche questa è stata chiusa, lungo il letto del fiume.

Vogliamo ancora una volta ringraziarli per il loro lavoro instancabile di cura e di documentazione che ci ha permesso di individuare alcuni nodi attorno ai quali si strutturano delle questioni sanitarie specifiche, in cui fattori di natura differente (amministrativa, politica, sanitaria, personale) si rafforzano vicendevolmente, minando la salute (e la dignità umana) di quei migranti che restano restano bloccati, sospesi in uno spazio tra “due paesi”.

La prima constatazione ha a che vedere con le condizioni materiali di vita alla frontiera: dai report di Lia e Antonio emerge un contesto del quotidiano che si dimostra fonte di problematiche sanitarie, in sé e a causa dello stile di vita a cui conduce, con conseguenze sul piano fisico e psicologico.

Nel frattempo varie persone dall’aspetto quanto meno losco si avvicinano ai ragazzi per parlargli, uno si allontana con due di loro che stanno portando l’acqua. Ci accorgiamo che il tipo losco ha comprato una bottiglia di whiskey e sono già mezzi ubriachi quando arrivano al campo.

Proviamo a parlare con loro del fatto che molti soggetti pericolosi tenteranno di approfittarsi della loro situazione e che bere molto non li aiuterà di certo, il nostro quasi collega ci risponde: “Is this place, my brain is lost”.

«Is this place, my brain is lost 14 maggio 2016»

http://effimera.org/6344-2/

Si può citare, per prima cosa, l’insalubrità di tutti i luoghi di vita, compreso il campo della croce rossa. Questo, da quando la chiesa ha chiuso le sue porte, rimane l’unica struttura ufficiale ancora in funzione ma le condizioni di vita al suo interno non sembrano essere qualitativamente migliori rispetto a quelle lungo il fiume: vi si incontra la stessa promiscuità e, come afferma questo giovane, vi si sente lo stesso freddo:

Un ragazzo eritreo “ospite” del campo della Croce Rossa, con una ferita al piede, ci dice che, anche lì dorme in una tenda e quindi ha ugualmente molto freddo.

«Dicembre a Ventimiglia. Ovvero, il gelo 3 dicembre 2016»

http://effimera.org/dicembre-ventimiglia-ovvero-gelo-amelia-chiara-trombetta-antonio-g-curotto/

Inoltre, il campo è distante dalla città e raggiungibile solo attraverso una strada a scorrimento veloce, lungo la quale si sono già verificati incidenti mortali.

Ma ciò non basta a spiegare perché moltissime persone (anche con figli piccoli) si rifiutino di recarvisi, almeno altri due ordini di ragioni influiscono su questa scelta:

– innanzitutto la diffidenza nei confronti della Croce Rossa: una diffidenza che per alcuni rimonta ad esperienze, dirette o in dirette, vissute nei paesi di origine o in quelli di transito, principalmente in Africa;

– quindi, l’assoluta priorità del progetto migratorio, a cui è subordinata la valutazione dell’opportunità di ogni possibilità. In questo caso, ad esempio, l’obbligo di lasciare le proprie impronte per accedere al campo è vissuto come inaccettabile, poiché potenziale ostacolo alla possibilità di stabilirsi nella destinazione prescelta; ma anche la paura di essere arrestati e deportati verso il sud Italia ha il suo peso: il campo lungo il fiume serve, quindi, anche come una sorta di zona franca, dove è più difficile l’ingresso della polizia e più facile un’eventuale fuga):

Discutiamo con vari giovani sudanesi sulle condizioni del campo della croce rossa […] Ci dicono che molti operatori hanno con loro atteggiamenti offensivi e autoritari, li spingono, non gli consentono di stare all’aperto. Devono stare immobili in luoghi per loro adibiti. Il cibo sembra essere pessimo e spesso insufficiente per tutti gli ospiti. Un ragazzo sudanese che parla molto bene in italiano ci spiega che la situazione del campo non è buona, ma anche che i sudanesi hanno sfiducia nella croce rossa. Dice che nel suo paese ci sono stati campi della croce rossa e che, mentre fuori c’è la guerra e vengono usate armi chimiche, la Croce Rossa nega tutto questo.

«Malasanità internazionale 4-5-6 novembre 2016»

http://effimera.org/malasanita-internazionale/

D’altro canto, anche nel campo informale sul fiume le condizioni di salute dei migranti si degradano velocemente: a parte il rischio rappresentato da eventuali piene del fiume (un rischio molto concreto dal momento che ha già lasciato un morto sul terreno), Lia e Antonio testimoniano di condizioni di vita tali da aver ormai reso certe patologie “tipiche” di tale contesto. Ad esempio: l’insalubrità dei luoghi favorisce lo sviluppo e la diffusione d’infezioni dermatologiche e di parassiti.

I ragazzi che sono con lui hanno tutti delle forme di scabbia molto vecchie, dicono da mesi, alcuni con evidenti infezioni batteriche. Uno di loro ci dice in italiano che ha avuto un morso di topo all’orecchio mentre dormiva. […]. È gonfio e c’è del pus. Ha altre lesioni con pus sul corpo.

«Ventimiglia, dopo la piena del fiume 16/12/17»

https://parolesulconfine.com/ventimiglia-dopo-la-piena-del-fiume/report-ventimiglia-immigrazione-1/

Altri passaggi, invece, testimoniano dell’impossibilità di mantenere pulita una piaga o della sovraesposizione alle malattie dell’apparato respiratorio, dovuta al modo di vita all’aria aperta, senza ripari adeguati.

Un’analisi della situazione su una temporalità lunga permette di mettere in evidenza fino a che punto le scelte politiche e istituzionali abbiano contribuito al peggioramento delle condizioni di vita e della salute delle persone. Tali scelte, infatti, mirano ad ostacolare la permanenza delle persone, impedendogli di soddisfare quelli che si definisco bisogni primari, giustificandosi attraverso l’argomento “umanitario” dello scoraggiare potenziali nuovi arrivi.

Si tratta di una vera e propria strategia politica, teorizzata da alcuni attori istituzionali, come dimostrano le dichiarazioni del sindaco di Ventimiglia Ioculano (PD) in occasione di un incontro con gli operatori delle ONG, durante il quale l’acqua potabile, il cibo e le cure mediche sono stati definiti pulling factors, ovvero dei servizi la cui accessibilità incondizionata favorirebbe l’arrivo e la permanenza dei migranti su un territorio.

Facciamo qualche esempio concreto per illustrare le conseguenze materiali di una tale strategia:

– In primis, l’accesso all’acqua potabile, che è stato al centro di una vera e propria battaglia silenziosa. Tutto è cominciato quando Lia e Antonio hanno iniziato a spingersi nel campo sul greto del fiume e subito hanno constatato la diffusione di patologie gastro-intestinali. La chiave di lettura del fenomeno viene fornita da un giovane africano che, prima della partenza verso l’Europa, studiava medicina: in mancanza di una fonte di acqua potabile, i migranti lì accampati bevevano l’acqua del fiume. I due medici, allora, riescono a mobilitare una piccola rete di solidali e ad individuare, proprio a pochi metri dall’area più densamente popolata, un rubinetto collegato alla rete idrica comunale: tuttavia questo era stato manomesso, sottraendone la maniglia. I solidali reagiscono prontamente per sostituirla, ma dovranno ripetere l’operazione a più riprese perché tale maniglia sarà ogni volta asportata dagli abitanti o dagli agenti del comune.

– Un altro esempio è quello del cibo: insufficiente e di bassa qualità, tanto nell’accampamento informale, che in quello della croce rossa, e di cui il Comune, tramite ordinanze, ha interdetto la distribuzione nello spazio pubblico. È evidente che tale situazione non può che contribuire all’indebolimento ulteriore delle persone, già provate dal viaggio e dalle condizioni di vita.

– E infine, come dimostrato dal seguente estratto, persino le visite mediche finiscono per essere considerate dei “servizi” che incoraggiano la presenza dei migranti.

In questo caso, per alcuni giorni un ambulatorio esterno di fortuna è fornito da un gruppo di infermieri scozzesi che hanno costruito un’unità di strada per l’assistenza di base e che dopo Calais, Parigi e Ventimiglia, si recheranno a Como. Da segnalare in questo caso che ci riferiscono che la polizia ha perquisito la suddetta unità e li ha informati dell’esistenza di una fantomatica ordinanza del sindaco che vieterebbe qualsiasi contatto con i migranti, inoltre li avrebbero informati del fatto che in Italia non è possibile esercitare professioni sanitarie in strada.

«Malati di confine 11 e 12 Marzo 2017»

http://effimera.org/malati-confine-amelia-chiara-trombetta-antonio-curotto

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che Ventimiglia è solo una delle tappe di un viaggio che può durare qualche mese come vari anni e che possiamo considerare, nel suo insieme, come patogeno.

Vogliamo dire che, spesso, le patologie incontrate dai due medici hanno origine altrove, anche se è innegabile che qui si aggravino a causa della permanenza forzata in una situazione che ostacola anche le più semplici procedure di prevenzione, gestione e cura delle malattie.

Rimuoviamo un’agocannula in una persona con un edema evidente agli arti inferiori allontanatasi spontaneamente dall’ospedale. Gli chiariamo che quella scelta a nostro avviso è stata un errore, ma rimuoviamo comunque l’accesso venoso, poiché avrebbe costituito una pericolosa via d’infezione in una situazione come quella.

«Le torture affiorate 9 luglio 2017»

http://effimera.org/le-torture-affiorate-report-ventimiglia-del-9-luglio-lia-trombetta-cecilia-paradiso-antonio-curotto/

Allo stesso modo, i numerosi traumi riscontrati da Lia e Antonio sono per la maggior parte legati ad “incidenti” di viaggio avvenuti altrove. A questo proposito possiamo individuare tre diverse eziologie:v

Le violenze inflitte direttamente da qualcuno (ad esempio quelle legate ad episodi di tortura, subiti in Africa, come nell’esempio seguente, ma anche in Italia):

Vogliamo auscultargli il torace per capire se c’è qualche problema polmonare percepibile. Vediamo che la schiena è piena di cicatrici. Per capire di che si tratta ci facciamo fare la traduzione della sua storia al telefono da sua sorella maggiore, emigrata molti anni fa negli USA. È una storia molto istruttiva di mala-sanità internazionale. Inizia l’anno prima in Darfur (vedi introduzione del documento Who per lo stato del sistema sanitario in quell’area), quando A. arriva, per esasperazione, ad urlare contro il medico che seguiva sua madre per una malattia cronica. Dice che la sua famiglia non riusciva a pagare l’assistenza sanitaria ed erano disperati. Durante questa lite, il medico chiama la polizia, questa arriva e porta A. in carcere. Lì viene tenuto per due mesi, dove viene quotidianamente frustato e, a detta della sorella, “gli succede tutto ciò che c’è di male”. Non approfondiamo troppo anche perché la comunicazione è difficile. A. è preoccuato che rivelarci queste cose porterà a qualche problema per lui o per la sua famiglia. Viaggia con due bambini piccoli (che sono tra quelli che hanno raffreddore e febbre) e la moglie.

«Malasanità internazionale 4-5-6 novembre 2016»

http://effimera.org/malasanita-internazionale/

l’inadeguatezza delle condizioni di viaggio (Ad esempio, il fatto di camminare per lunghe distanze, indossando scarpe di una misura inferiore alla propria; o di intraprendere sentieri di montagna senza averne le competenze necessarie);

– E, infine, le risposte delle istituzioni (e pensiamo, in particolare, alla militarizzazione della frontiera che obbliga i migranti a cercare degli stratagemmi sempre nuovi e sempre più pericolosi per oltrepassarla, con il risultato che, dal 2015, una ventina di persone sono morte nel tentativo di raggiungere la Francia: alcuni investiti mentre camminavano sul bordo dell’autostrada; altri fulminati mentre erano nascosti nel locale tecnico dei treni; altri ancora caduti in montagna mentre percorrevano un sentiero).

Dalla lettura delle testimonianze dei due medici, una constatazione s’impone in modo evidente: Ventimiglia, proprio come Calais o Lampedusa, si configura come un “collo di bottiglia” dove qualsiasi fenomeno patologico, indipendentemente dalla sua natura, tende a aggravarsi. Inoltre, tutta questa situazione non ha conseguenze esclusivamente sul fisico delle persone, ma anche sul loro stato mentale: a tal proposito, alcune testimonianze mettono in evidenza la disperazione, l’apatia e il malessere in cui vivono i migranti a Ventimiglia. Una condizione che spinge alcuni ad annegare i pensieri nell’alcool.

Diversi, tra questi gruppi, hanno bottiglie di plastica tagliate a metà, che usano come bicchieri per bere del vino. Ne parlano con noi abbastanza tranquillamente, dicendo che è quel posto che li induce a bere.

«Ventimiglia libera 11 novembre 2017»

https://parolesulconfine.com/ventimiglia-libera/

Capiamo, allora, sempre meglio il sentimento di frustrazione che traspare da questi scritti: in un tale contesto, in cui gli interventi sanitari non sono né regolari, né coordinati tra gli attori, la messa in opera di vere e proprie strategie di cura è impossibile perché, come dichiarano i due medici, non c’è nessuno a cui affidare il lavoro svolto. Ne risulta una situazione caotica, in cui azioni diverse si giustappongono e sovrappongono una all’altra fino a diventare inutili, se non dannose e, a volte, persino caricaturali… Se solo non si avesse a che fare con la concreta sofferenza di altri esseri umani. A tal proposito, vogliamo citare la storia di un ragazzo sudanese di 30 anni:

Non parla inglese quindi con l’aiuto di un altro connazionale ci mostra l’avambraccio destro molto gonfio. Dice di essere stato sottoposto a una iniezione non meglio definita qualche giorno prima. È molto preoccupato. Gli chiediamo chi fosse stato e per quale motivo, ma non ci sono risposte. Si capisce dalla localizzazione e dal tipo di reazione che si tratta di una intradermoreazione alla tubercolina. Chiediamo quindi spiegazione ai volontari della caritas. Questi ci spiegano, in preda all’ansia, come qualche tempo prima presso un ospedale locale ad un uomo loro “ospite” fosse stata fatta diagnosi di tubercolosi. A seguito di ciò i volontari della caritas avevano chiesto l’intervento della ASL a scopo preventivo per ospiti e volontari presenti nella comunità. Dopo molte resistenze sembra che alcuni operatori della ASL si siano recati presso la parrocchia di S Antonio e abbiano fatto il test di intradermoreazione alla tubercolina solo a 12 uomini, senza ottenere il loro consenso informato, ovvero il tanto sbandierato atto obbligatorio per l’attuazione di qualsiasi procedura medica che coinvolga il corpo di noi “bianchi” e (almeno altrettanto grave), senza che la positività all’intradermoreazione fosse successivamente controllata. In altre parole, sono state sottoposte al test solo alcune delle persone esposte all’eventuale contagio, ma non è stata controllata successivamente la positività o negatività del test. Infatti questo è un test intradermico che evidenzia l’avvenuto contatto del sistema immunitario con il bacillo tubercolare (e non la presenza di malattia in atto) e la cui risposta va controllata da un clinico 48 e 72 h dopo l’intradermoreazione stessa. I controlli positivi devono essere sottoposti a RX torace (linee guida ministero della Salute). Tali controlli non sono mai stati effettuati. Diversi uomini il sabato mattina (48h dopo) presentavano positività all’intradermoreazione anche molto forte ed erano molto turbati da ciò che succedeva al loro avambraccio. Ugualmente turbati erano i volontari della Caritas a cui non è stato spiegato nulla.

«Malasanità internazionale 4-5-6 novembre 2016»

http://effimera.org/malasanita-internazionale/

Questo estratto dimostra come, proprio qui all’interno dell’Europa, il diritto alla salute perde, de facto, la sua universalità per diventare una conseguenza dello status amministrativo.

Le politiche trattate finora sono il risultato di un approccio estremamente miope al fenomeno migratorio contemporaneo, del quale si dà una lettura oltremodo semplificata.

Quest’ultimo è, infatti, considerato come un’urgenza contingente: un momento di crisi a cui bisogna portare risposte in grado di farci “resistere” fino al futuro ristabilimento della “situazione normale”, quella “di prima”, quando è chiaro ci troviamo di fronte ad un processo globale, destinato a cambiare il volto demografico di Ventimiglia e dell’Europa intera. Le conseguenze di tale fenomeno dipenderanno dalla nostra capacità di approntare strategie efficaci a livello strutturale. Tuttavia, l’attuazione di tali strategie diventa impossibile nel contesto attuale.

D’altra parte, è evidente che interventi come quelli miranti a scoraggiare l’arrivo e l’installazione dei migranti tramite la soppressione dei cosiddetti pulling factors siano destinati all’insuccesso: del resto, parliamo di persone che non hanno alternative per proseguire il loro viaggio. Un viaggio nel quale hanno investito troppo (denaro, sofferenza, aspettative, speranze) per tornare indietro… Il solo risultato di tali strategie è di rendere le condizioni di vita delle persone ancora più dolorose: nient’altro.

Ma c’è un ultimo aspetto che vorremmo sottolineare. A Ventimiglia, come altrove, la questione va ben al di là della preoccupazione umanitaria per la salute di questi “viaggiatori illegali”:

– Per prima cosa perché il rischio sanitario riguarda direttamente anche gli “europei”: infatti le condizioni di vita non igieniche e l’assenza di un’efficace sistema di cure non possono che favorire la diffusione di epidemie, i cui agenti patogeni, dal canto loro, non guardano né la nazionalità, né il visto sul passaporto.

– E, infine, perché in assenza di politiche sanitarie strutturali, gli episodi patologici finiscono per essere trattati tardivamente e/o, in mancanza di alternative, inviati al pronto soccorso. Questo non solo ha un costo più elevato per la comunità, ma determina anche la sovrasollecitazione del servizio, aumentando il tempo d’attesa degli altri pazienti.

Concludendo, vorremmo portare l’attenzione sui risultati delle ultime elezioni politiche a Ventimiglia. La Lega ha visto aumentare i propri consensi dal 6% del 2013 al 29%. E’ chiaro, e lo notiamo con estrema amarezza, che in questo clima di isteria generale, sapientemente fomentato per interessi elettorali, il populismo sta avendo la meglio sull’empatia umana e sul buon senso.

Ancora una volta ci chiediamo quale sia lo scopo di mantenere l’accoglienza ai-alle migranti in simili condizioni e invitiamo a riflettere sulle conseguenze politiche e sociali di tutto ciò.

Matteo Fano, Cecilia Paradiso

[1]Durante il lavoro di redazione del presente contributo, i media hanno riportato la notizia dello sgombero anche di questo campo, avvenuto il giorno 18 aprile. Ancora una volta, l’azione repressiva è stata ufficialmente giustificata come un obbligo umanitario, come un atto dovuto, a causa dell’insalubrità e della pericolosità del luogo. Il lavoro di ricerca che ha portato alla stesura del presente articolo, ci rende impossibile credere alla buona fede di tali dichiarazioni: ancora una volta si cerca di nascondere un’azione dettata da interessi politici di breve termine e dalle conseguenze potenzialmente disastrose, dietro un discorso che, alla luce dei fatti, è inconsistente e senza prospettiva alcuna.

Pensavamo all’Europa come un sogno, ora siamo qui: Europa…e non c’è niente

Ventimiglia, dopo l’ennesimo sgombero, 18 e 19 Maggio 2018

È la seconda volta nell’ultimo mese che ci rechiamo a Ventimiglia, dopo lo sgombero del campo informale sotto il ponte di Via Tenda.

All’arrivo in città, nelle strade principali, persiste inalterato il passaggio quasi continuo di giovani migranti a piccoli gruppi. Inoltre, balzano agli occhi i cellulari delle forze dell’ordine con la cospicua presenza di polizia/finanza/carabinieri che si alternano nei piazzali antistante la chiesa si San Antonio.

Parcheggio davanti al cimitero

Proseguendo il cammino raggiungiamo il parcheggio davanti all’entrata del cimitero.

Qui staziona il camper di kesha niya che fornisce su un tavolino acqua e the un po’ di cibo. Ci sono una decina di ragazzi, prevalentemente sudanesi. Parliamo con loro e visitiamo alcune persone: due sono affette da scabbia, forniamo e spieghiamo come effettuare il trattamento, indicando l’infopoint Eufemia come possibile luogo di approvvigionamento di vestiti e coperte. Arriva un ragazzo sudanese in bicicletta, che più volte ci ha aiutato nelle traduzioni. Ci informa che il giorno prima c’è stata una retata della polizia che ha riempito 3 pullman, quindi circa 140 persone trovate in giro per la città o sulla spiaggia o espulsi dalla Francia. I pullman avevano come destinazione l’hotspot di Crotone. A lui chiediamo come sono distribuite le persone in città. Come ci era stato già detto nell’ultima visita la prevalenza si era recata presso il centro della croce rossa che raccoglie circa 300 persone, comprese una decina di famiglie con bambini.

Spiaggia

Poiché sembra che altre persone dormano in spiaggia, andiamo li, ma questa volta non incontriamo nessuno, nonostante siano ben riconoscibili vari giacigli di fortuna utilizzati per la notte.

Nella visita precedente avevamo incontrato in spiaggia un folto gruppo di ragazzi curdi, con evidenti eritemi cutanei da irradiazione solare, per i quali avevamo aiutato a trovare il modo, non essendo in possesso di documenti e con l’ausilio degli attivisti di Eufemia, di poter ricevere soldi dalla famiglia.

Bar Hobbit

Pranziamo presso il Bar Hobbit di Delia. Con lei parliamo della situazione generale e del particolare stato di crisi del suo locale che tanto ha dato in termini di aiuti materiali e di calore umano alle persone in viaggio. Qui incontriamo un gruppo di attiviste amiche che stanno facendo riprese per un documentario sulla storia di Ventimiglia.

Parcheggio davanti al cimitero

Nel pomeriggio torniamo verso il piazzale antistante al cimitero. Ci accorgiamo con sconforto che il tormentato accesso di fortuna all’acqua potabile, messo in funzione con caparbietà da un amico solidale, è stato nuovamente interrotto.

La volta precedente avevamo percorso l’argine del fiume fino al ponte dell’autostrada senza incontrare alcuno. Questa volta ci sediamo al bordo del piazzale, con alcune persone. Visitiamo un ragazzo per un’estesa micosi alla pianta dei piedi, banale patologia, ma che in queste condizioni dove il poter camminare è fondamentale ed urgente diventa importante. Ricordiamo a tutti di non bere l’acqua del fiume e di informare costantemente i nuovi arrivi sulla necessità di recarsi agli accessi d’acqua potabile, anche se lontani. Assistiamo ad una piccola partita di calcio, a cui partecipa anche un ragazzo bianco. Al termine, ci racconta che è uno che vive a Sanremo, ha fatto una tesi per la laurea magistrale in sociologia presso l’Università di Napoli su interviste eseguite a Ventimiglia riguardo alle ragioni delle migrazioni dal continente africano, in particolare sulla situazione sudanese.

La storia di Musa

Un altro ragazzo, Musa, di 25 anni, ci indica un suo amico per un problema di salute. Iniziamo a parlare e ci racconta del suo “sogno” di studiare – dice di se stesso di essere “educated”. A suo parere se non si ha questa possibilità, non ci sono speranze. A 25 anni si sente già vecchio e sente come se il suo sogno gli stesse sfuggendo di mano.

Il Sudan

Sentendo che ha voglia di parlare, gli chiediamo come abbia deciso di partire. Racconta che in Sudan, le persone del suo villaggio vengono considerate molto forti, per questo la “milizia” le obbliga spesso a lavorare gratuitamente. Per lungo tempo infatti aveva lavorato per loro. Tagliava la legna che poi veniva usata per produrre carbone per la vendita a Khartoum. Dopo molti mesi era riuscito a fuggire e a rifugiarsi a casa di uno zio, che ritenendo che fosse in pericolo, gli aveva consigliato di fuggire in Egitto.

L’Egitto

In Egitto era riuscito a sopravvivere e anche a inviare dei soldi alla famiglia grazie a vari lavori, ma rimaneva il sogno in lui di andare all’Università. In Egitto tuttavia i costi erano eccessivi, avrebbe dovuto pagare circa 450 dollari, che per lui avrebbe significato lavorare una vita.

Decide dunque, benché consapevole del rischio, delle torture a scopo di estorsione nei campi in Libia, dei morti in mare, di affrontare il viaggio per raggiungere l’Europa.

La Libia

Poco dopo essere arrivato in Libia, gli viene proposto da un locale di lavorare per lui. Non conoscendo bene la situazione e avendo bisogno di soldi, accetta. Tuttavia, l’uomo si rivelerà una persona pericolosa e crudele. Ogni notte lo chiude a chiave in una piccola stanza e ogni mattina apre la porta per dargli dei lavori pesanti da fare, minacciandolo di morte e di lasciarlo senza cibo e senza acqua se Musa non farà ciò che lui gli ordina. Musa spiega che tutti in Libia hanno armi in casa. L’uomo ha una moglie e un figlio piccolo. La donna si mostra più umana e ogni volta che suo marito esce, porta a Musa del cibo e dell’acqua. Un giorno però il marito, accorgendosi di ciò, reagisce violentemente e lancia il cibo addosso alla moglie. Da quel giorno Musa rifiuta qualsiasi aiuto dalla donna, dicendole che non vuole che lei venga uccisa da suo marito, troverà da solo il modo di sopravvivere. Dopo due mesi e a seguito di uno studio approfondito dei tempi della vita del libico, riesce a portare un grosso ramo nella stanza e a usarlo per rompere la finestra.

Fugge in strada e riesce a raggiungere un campo informale di sudanesi. Questi gli spiegano che non può rimanere li, perché il suo carceriere potrebbe arrivare e potrebbe anche uccidere tutti. Lo portano in macchina in un altro campo, dove vivono altri sudanesi, da molto tempo. Dice che molti di questi vivono in Libia da più di 20 anni, ci sono anche persone anziane. Loro conoscono il territorio e possono consigliargli dove andare e per chi lavorare (dice: “chi paga e chi no”), chi sono le brave persone e chi è pericoloso.

Vive così alcuni mesi, ma purtroppo un giorno viene scoperto da gruppi paramilitari, che lo portano in un campo di prigionia. Starà lì altri mesi, sarà soggetto a torture e vedrà molte persone torturate. Soprattutto racconta della tortura con l’acqua bollente gettata sulla pelle nuda. A suo parere questa volta i carcerieri sono paramilitari, ma hanno accordi con i militari libici. Nel campo ci sono centinaia di uomini, donne e bambini. Dopo giorni e giorni di tortura, alcuni uomini (dice soprattutto nigeriani), impazziscono. I torturatori gli fanno bere e gli forniscono droghe, successivamente li prendono a lavorare per loro, convincendoli a perpetrare violenze su prigionieri inermi a scopo di estorcergli più denaro possibile. Ad un certo punto, improvvisamente, i prigionieri vengono portati al porto dai loro stessi carcerieri, e gli viene detto: “now, go to Italy”.

“Sogno” e realtà

Alla fine Musa dice soltanto: “pensavamo all’Europa come un sogno, ora siamo quì: Europa…e non c’è niente”. Nella sua vita ha visto tanti campi, anche con donne e bambini, in condizioni terribili. Ha sempre pensato che avrebbe dovuto fare qualcosa per loro, ma senza riuscire a capire cosa, o come.

Questa storia è troppo forte. Non ce la sentiamo di fare altre domande sul viaggio in mare, o su come sia arrivato a Ventimiglia.

Cerchiamo anche noi di appigliarci all’idea del sogno di studiare, anche perchè Musa chiede avidamente cosa sarebbe meglio fare: tentare ancora e ancora il passaggio in Francia? Chiedere i documenti in Italia? Quando potrà avere una casa, andare a scuola e imparare l’italiano, se chiede asilo in Italia?

Lia Trombetta
Antonio Curotto

LA FRONTIERA UCCIDE. La militarizzazione è la sua arma

Foto tratta dal blog https://hurriya.noblogs.org/ Frontiera italo-francese tra la Val di Susa e la Val de la Clarée
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, i comunicati scritti dagli occupanti di Chez Jesus, a proposito del recente ritrovamento del corpo senza vita di una migrante, nel fiume Durance.
Le frontiere uccidono: non è una frase ad effetto, non è un’iperbole da utilizzare enfaticamente. E’ la realtà dei rinnovati confini interni all’Europa degli anni ’10. Ma non sono le impervietà geografiche ad uccidere, non si tratta di fatali incidenti: B. è morta durante un inseguimento da parte della Polizia Nazionale francese e, qualche giorno più tardi, venerdì 18 maggio, dei camminatori hanno trovato M., un giovane senegalese, morto di sfinimento su un sentiero alpino. La caccia al migrante, di cui sono teatro i passi che uniscono la Val Susa a quella della Durance, ha le stesse conseguenze, in termini di vite umane, delle operazioni di militarizzazione e controllo di altre zone di frontiera: dalle acque del Sud del Mediterraneo allo stretto di Calais, da Ventimiglia alle strade dell’Est. In un mondo nel quale i rapporti coloniali si rinnovano e le diseguaglianze continuano ad essere un fertile terreno di estrazione di ricchezza, la grottesca difesa di anacronistici confini nazionali giustifica il massacro, anche a due passi dalle nostre case, anche nel cuore della democraticissima Europa: magari si leverà qualche voce di sdegno, qualche moto di commozione … Oppure, più semplicemente, si aggiungerà un nome alla lista di chi non ce l’ha fatta: le autorità competenti ne parleranno con la freddezza di chi già lo aveva messo in conto, reiterando la normalizzazione di una realtà feroce.

LA FRONTIERA UCCIDE. LA MILITARIZZAZIONE E’LA SUA ARMA.

Una donna è morta. Un cadavere ancora senza nome è stato ritrovato mercoledì 9 maggio all’altezza della diga di Prelles, nella Durance, il fiume che scorre attraverso Briançon.

Una donna dalla pelle nera, nessun documento, nessun appello alla scomparsa, un corpo senza vita e senza nome, come le migliaia che si trovano sul fondo del Mediterraneo.

Questa morte non è una disgrazia inaspettata, non è un caso, non è “strana” per tanti e tante. Non c’ entra la montagna, né la neve o il freddo.

Questa morte è stata annunciata dall’inverno appena passato, dalla militarizzazione che in questi mesi si è vista su queste montagne e dalle decine di persone finite in ospedale per le ferite procuratesi nella loro fuga verso la Francia. È una conseguenza inevitabile della politica di chiusura della frontiera e della militarizzazione.

Questa morte non è una fatalità. È un omicidio, con mandanti e complici ben facili da individuare.

In primis i governi e le loro politiche di chiusura della frontiera, e ogni uomo e donna in divisa che le porta avanti. Gendarmi, polizia di frontiera, chasseurs alpins, e ora pure quei ridicoli neofascisti di Géneration Idéntitaire, pattugliano i sentieri e le strade a caccia dei migranti di passaggio da questi valichi alpini. Li inseguono sui sentieri e nella neve sulle motoslitte; li attendono in macchina in agguato lungo la strada che porta a Briançon e quelle del centro città. Molti i casi quest’inverno di persone ferite e finite all’ospedale in seguito alle cadute dovute alle fughe dalla polizia.

Quella donna era una delle decine di migranti che ogni giorno tentano di andare in Francia per continuare la propria vita. Per farlo, ha dovuto attraversare nella neve, a piedi, quella linea immaginaria che chiamano frontiera. Perché i mezzi di trasporto, sicuri, le erano preclusi data la mancanza di documenti e per la politica razziale di controllo che attuano al confine. Poi è scesa sulla strada, quei 17 chilometri che devono percorrere a piedi per raggiungere la città. È lungo quel tratto che deve essere inceppata in un blocco della polizia, come spesso viene raccontato dalle persone respinte. Probabilmente il gruppo di persone con cui era, che come lei tentava di attraversare il confine, si è disperso alla vista di Polizia o Gendarmerie alla ricerca di indesiderati da acchiappare e riportare in Italia, nel solito gioco dell’oca che questa volta ha ucciso.

Questa donna senza nome deve essere scivolata nel fiume mentre tentava di scappare e nascondersi, uccisa dai controlli poliziesci. L’ autopsia avverà a Grenoble nella giornata di lunedì, solo allora sarà possibile avere maggiori dettagli sulla causa della morte.

La frontiera separa e uccide.

Non dimentichiamo chi sono i responsabili.

11 maggio, Rifugio autogestito Chez Jesus


CRONACHE DI UNA MORTE ANNUNCIATA

È passata una settimana dalla morte di B. Cinque giorni dal ritrovamento del cadavere di una giovane donna, “forse una migrante”, nel fiume sotto Briançon, la Durance.

Questi i fatti.

Un gruppo di quasi una decina di persone parte da Claviere per raggiungere Briançon a piedi. È domenica sera, e come ogni notte i migranti che cercano di arrivare in Francia si ritrovano costretti a camminare per le montagne per evitare i controlli di documenti.

Il gruppo inizia il cammino e poi si divide, una donna fa fatica a camminare ed ha bisogno di supporto. Due persone stanno con lei, e i tre si staccano dal gruppo. Camminano sulla strada, nascondendosi alla luce dei fari di ogni macchina e a ogni rumore.  Infatti la polizia sta attuando una vera caccia al migrante, negli ultimi giorni più che mai. Oltre a nascondersi sui sentieri per sorprendere con le torce chi di passaggio e fare le ronde con le macchine sulla strada, hanno iniziato ad appostarsi sempre più spesso agli ingressi di Briançon e ai lati dei carrefour facendo dei veri posti di blocco.

Il gruppo di tre cammina per una quindicina di chilometri e si trova a 4-5 Km da Briançon. All’altezza della Vachette, cinque agenti della Police National sbucano fuori dagli alberi alla sinistra della strada. Sono le 4-5 del mattino di lunedì 7 maggio. I poliziotti iniziano a rincorrerli. Il gruppetto corre e entra nel paesino della Vachette. Uno dei tre si nasconde; gli altri due, un uomo e una donna, corrono sulla strada. L’uomo corre più veloce, cerca di attirare la polizia, che riesce a prenderlo e lo riporta in Italia diretto. La donna scompare.

La polizia prosegue per altre quattro ore le ricerche nel paesino della Vachette. Il fiume è in piena, e i poliziotti concentrano le ricerche sulle sponde della Durance e nella zona del ponte. Poi la Police se n’è andata. Questo operato si discosta totalmente dalle modalità abituali della Police Nationale, che nella prassi cerca i fuggitivi per non più di qualche decina di minuti. Le ricerche concentrate nella zona del fiume rendono chiaro che i poliziotti avessero compreso che qualcosa di molto grave era successo, a causa loro.

50 ore dopo, mercoledì, un cadavere di una donna viene ritrovato bloccato alla diga di Prelles, a 10 km a sud da Briançon. È una donna nigeriana, un metro e sessanta, capelli lunghi scuri con treccine. Cicatrici sulla schiena, una collana con una pietra blu.

Il Procureur della Repubblica di Gap, Raphael Balland, ha dato la notizia il giorno seguente, dicendo che “Questa scoperta non corrisponde a una scomparsa inquietante. Per il momento, non abbiamo nessun elemento che ci permette di identificare la persona e quindi di dire che si tratta di una persona migrante”. Pesanti le dichiarazioni del procuratore.

Una scomparsa “non è inquietante” se non c’è una denuncia, e quindi se si tratta di una migrante? In più il procuratore mente, perché la polizia sapeva che una donna era sparita dopo un inseguimento. Ben pochi i giornali che hanno rilevato la notizia. Sembra che nessuno fosse molto interessato a far uscire la vicenda, anzi. L’interesse è quello di insabbiare questa storia, per evitare un ulteriore scandalo, dopo i due casi di respingimento di donne incinte, che possa scatenare una reazione pubblica davanti alle violenze della polizia.  Un’inchiesta giudiziaria è stata aperta e affidata alla gendarmeria al fine di determinare le circostanze del decesso. Il magistrato ha detto “non avendo elementi che fanno pensare alla natura criminale del decesso, un’inchiesta è stata aperta per determinare le cause della morte”.

Ma anche questo è falso. La natura del decesso è criminale.

Non è una morte casuale, non è un errore. Questo è omicidio. Erano cinque i poliziotti che li hanno inseguiti. Quella donna, B, è morta per causa loro e della politica di leggi che dirige, controlla e legittima le loro azioni. B. è morta perché la frontiera senza documenti non la passi in altro modo. Ma B. non è nemmeno morta a causa della montagna, per errore, e non è morta per la neve quest’inverno. È morta perché stava scappando dalla polizia che in modo sempre più violento si dà alla caccia al migrante. L’hanno uccisa quei cinque agenti, come il sistema di leggi che glielo ordina. Un omicidio con dei mandanti e degli esecutori. Il procuratore di Gap e la prefetto sono responsabili quanto i poliziotti che l’hanno uccisa, date le direttive assassine che danno. Responsabili sono le procure e i tribunali, che criminalizzano i solidali che cercano di evitare queste morti rendendo il più sicuro possibile il passaggio. Responsabili sono tutti i politicanti che portano avanti la loro campagna elettorale sulla pelle delle persone.

Se continuiamo così, i morti aumenteranno. È la militarizzazione che mette in pericolo le persone. La polizia, uccide.

14 maggio, Rifugio Autogestito Chez Jesus

#FREETHEMORIA35 – Aggiornamento da Lesbo

La foto di copertina rappresenta l’esterno dell’hotspot di Moria nell’isola di Lesbo, vero e proprio centro di detenzione per migranti. (FONTE: REUTERS/Alkis Konstantinid)
Riceviamo e pubblichiamo questa seconda testimonianza da parte di un solidale che da diversi mesi si trova come operatore legale in servizio volontario presso l’hotspot di Lesbo.
Il testo analizza con accuratezza la vicenda giudiziaria dei trentacinque rifugiati processati in seguito alla protesta messa in atto il 18 luglio 2017 nel campo di Moria (hotspot dell’isola di Lesbo) contro le condizioni di vita lesive dei diritti fondamentali a cui sono sottoposti i suoi abitanti.
Un iter giudiziario emblematico della costruzione della nuova condizione coloniale dentro la stessa Europa.
Come hanno messo in evidenza alcuni teorici del postcolonialismo analizzando in particolare il caso dell’India [1] la colonizzazione è un fenomeno in cui la violenza  e la sopraffazione bruta vanno sempre di pari passo con la costruzione di nuovi ordinamenti giuridici. Dallo stato di eccezione – contraddistinto dalla violenza come sospensione di ogni norma – alla ricostruzione di un ordinamento giuridico frutto e giustificazione di quella violenza e di quei rapporti di forza. Il colonialismo classico vide la prospettiva del “legislatore”  affiancata molto presto a quella del “conquistatore”, nella conoscenza così come nella governamentalità.
Tuttavia se nel colonialismo classico la produzione di una normalità coloniale, cioè di una legislazione in grado di riempire il vuoto creato dall’eccezionalità della violenza, è stata strettamente legata al rapporto di implicazione che sin dall’inizio aveva stretto la metropoli (quindi il cittadino occidentale) con le colonie (ossia con i sudditi coloniali) in quanto legati dall’appartenenza “ alla medesima storia collettiva”  c’è da chiedersi quanto il nostro mostruoso presente, di cui questa testimonianza racconta aspetti salienti, sia leggibile attraverso lo stesso nesso.
In un’Europa sempre più chiaramente postcoloniale riemerge la distinzione tra cittadino e suddito coloniale, cioè colui che non gode dello stato di diritto:  una distinzione  creata evidentemente in base ad un criterio razziale. Ma la razza diventa un dispositivo in grado di catturare figure molteplici, destinate con gradi diversi ad appartenere alla schiera dei nuovi colonizzati ai quali, con gradi diversi, vengono negati i diritti civili, sociali e politici. Ancora una volta il governo della migrazione appare come il laboratorio su cui viene sperimentata una nuova governamentalità coloniale. Da questo punto di vista non è affatto inutile ricordare il contenuto del decreto Minniti – Orlando, varato ormai un anno fa, nel quale le tre figure chiave individuate come nuovi sudditi coloniali erano i migranti, i poveri e “gli antagonisti”.
Molte altre riflessioni vengono in mente leggendo questa testimonianza, come per esempio il ruolo giocato dal limbo temporale (una vera e propria tortura psicologica)  a cui vengono costretti i migranti  nella governamentalità della migrazione. Anni persi ad aspettare la risposta dell’ottenimento di uno status grazie a cui essere riconosciuti come soggetti di diritto,  per essere, ad un certo punto, riportati forzatamente al punto di partenza. Il gioco dell’oca a cui sono sottoposti i migranti, deportati da Ventimiglia a Taranto con i bus della Riviera Trasporti, è una delle tante forme che assume questo confine temporale. Un confinamento temporale che , seppure con un’intensità diversa,viene sperimentato anche sui subalterni autoctoni attraverso la precarietà lavorativa e le forme di vita ad essa connessa.
La nuova dimensione coloniale che osserviamo costituirsi nei nostri mondi con il suo carico di violenza e di terrore ha motivo di essere chiamata “post-coloniale” se si è in grado di riconoscere in quel prefisso “post” non solo la sconfitta dei movimenti anticoloniali novecenteschi ma anche la traccia indelebile che essi hanno impresso nella nostra storia, rendendo il mondo davvero globale. La contraddizione oggi è portata al cuore stesso dell’Europa: ogni dispositivo violento di dominio, controllo e segregazione,  in realtà è una risposta alle lotte e alle pratiche di liberazione che partono da una presa di coscienza dell’eguaglianza da parte dei migranti che sfidano l’ipocrisia dell’universalismo occidentale mettendo a nudo il carico di violenza ad esso soggiacente. La migrazione può essere così scoperta non solo come laboratorio di teniche di dominio ma anche come fenomeno i cui soggetti spesso incarnano le vere avanguardie nella lotta contro la brutalità dello status quo.

g.b.

#FREETHEMORIA35

I 35 imputati del processo contro i Moria35 sono stati tutti rimessi in libertà, tuttavia con la sentenza è stato commesso, a parere di chi scrive, un grave errore giudiziario da parte del Tribunale a giuria mista di Chios, in Grecia, dove 32 dei 35 imputati sono stati dichiarati colpevoli di lesioni contro pubblico ufficiale.

Ricordiamo che i 35 imputati erano stati arrestati arbitrariamente e con metodi violenti nel campo di Moria a Lesvos il 18 luglio 2017 in seguito a quella che era partita come una protesta pacifica al di fuori dell’ufficio dell’EASO (l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo).

Il verdetto intrinsecamente pericoloso, raggiunto nonostante la totale mancanza di prove a sostegno delle accuse, arriva dopo un processo durato una settimana che ha continuamente violato i principi fondamentali del giusto processo, garantiti dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e mette seriamente in discussione l’imparzialità, sia dei giudici, sia del procuratore designato per il caso.

32 dei 35 imputati sono stati giudicati colpevoli di lesioni a pubblico ufficiale, ma assolti da tutte le altre accuse. I tre imputati, arrestati invece da un vigile del fuoco fuori dal campo Moria, sono stati ritenuti innocenti da tutte le accuse. La testimonianza contro di loro è stata screditata, ritenuta inconsistente, nonché priva di credibilità in quanto il vigile del fuoco, nel corso di una delle udienze, ha erroneamente identificato persone diverse dalle tre da lui arrestate. Nonostante ciò, nessuno dei testimoni dell’accusa è stato iscritto nel registro degli indagati per falso in atto pubblico, false dichiarazioni al pubblico ministero e falsa testimonianza.

Mentre le prove contro i rimanenti 32 imputati erano ugualmente inconsistenti, i tre giudici e i quattro giurati li hanno ritenuti all’unanimità colpevoli. Inoltre, la sentenza è stata raggiunta senza che il pubblico ministero dimostrasse che vi fossero gli elementi necessari per ritenere responsabili dei crimini gli imputati: vi era infatti solo prova di lesioni superficiali ad un agente di polizia, e non c’era alcuna prova credibile che identificasse nessuno dei 32 come aggressore di un agente di polizia.

I testimoni di polizia hanno infatti confermato che tutti e 32 gli imputati arrestati all’interno del campo di Moria erano colpevoli semplicemente perché presenti nella sezione africana del campo dopo che erano cessati gli scontri tra alcuni migranti e la polizia in assetto antisommossa. La conferma da parte della Corte che la colpevolezza può essere ritenuta esistente solo in base alla razza e alla evenutale presenza nei pressi del luogo dove si sono verificati i presunti crimini costituisce un precedente estremamente pericoloso per gli arresti che potrebbero derivare da future rivolte e/o proteste.

I testimoni della difesa inclusi diversi residenti di Mitilene e del Moria Camp hanno confermato che il campo di Moria non è mai stato evacuato, che la gente è entrata ed è uscita dal campo per tutto il pomeriggio attraverso le entrate posteriori e che nel campo la situazione era sotto controllo circa un’ora prima degli arresti.

Molti imputati hanno confermato la loro partecipazione alla protesta che chiedeva la libertà di circolazione da Lesvos alla Grecia continentale, la fine delle ingiuste procedure di asilo sull’isola e che denunciava le terrificanti condizioni in cui i richiedenti asilo sono costretti a vivere nel campo Moria.

Hanno spiegato, inoltre, che la polizia ha risposto violentemente alla protesta, disperdendo i manifestanti tramite un uso eccessivo di gas lacrimogeno. Altri hanno testimoniato di essere entrati nel campo di Moria dopo che la situazione era tornata alla calma, per poi ritrovarsi arrestati con metodi violenti durante il raid della polizia.

L’eccessiva violenza della polizia è stata confermata nel processo attraverso la documentazione medica delle lesioni subite dagli imputati, le prove video degli arresti e la testimonianza di diversi testimoni e imputati. Il pubblico ministero di Mitilene ha già aperto un’indagine contro agenti di polizia, non idenfiticati (al momento) per aver causato gravi danni fisici a 12 dei 35 imputati.

Il processo a Chios è stato caratterizzato da numerosi e gravi problemi procedurali, tra cui l’assenza di interpreti per la maggior parte del processo e per il tempo molto ristretto concesso a testimoni della difesa ed imputati di fornire la loro testimonianza e/o dichiarazione spontanea.

Una delegazione internazionale di osservatori legali è stata presente durante tutto il processo e pubblicherà un rapporto in merito all’equità del processo a tempo debito.

Sfida ogni logica il fatto che 32 su 35 imputati, nonostante le sconvolgenti riprese video[2]degli attacchi della polizia contro contro gli stessi, nonostante il fatto che i testimoni della polizia non siano stati in grado di identificare nessuno dei 35 in tribunale, siano stati riconosciuti colpevoli.

Questa sentenza arriva solo quattro giorni dopo gli arresti del 23 aprile 2018 e le accuse penali contro 122 persone – per lo più afghane – che avevano protestato pacificamente a Mitilene e che si sono viste brutalmente attaccate da un commando di fascisti prima di essere arrestate dalla polizia. Siamo estremamente preoccupati rispetto alla possibilità che la decisione della Corte di Chios possa incoraggiare ulteriormente lo Stato a continuare a criminalizzare tutte le persone che resistono alle politiche ostili del Governo.

La sentenza è stata impugnata dai 32, condannati a 26 mesi di reclusione con pena sospesa, dopo 9 mesi di ingiusta prigionia. Una pena, peraltro irragionevole poiché aumentata di 19 mesi rispetto ai 7 mesi proposti dal pubblico ministero in sede di rogatoria finale.

Ad ogni modo, i 32 condannati, avendo ottenuto la sospensione condizionale della pena, dopo nove mesi di ingiusta detenzione, sono stati finalmente liberati. Alcuni di loro, tuttavia, avendo ricevuto due decisioni negative rispetto alla loro richiesta di asilo politico in Grecia, rischiano, inverosimilmente, la deportazione in Turchia, in forza dell’accordo EU/TURCHIA.

Nello specifico, sette dei #Moria35 si trovano al momento iscritti nella lista delle persone per le quali è prevista la deportazione in Turchia e conseguentemente si trovano nel concreto pericolo di rimpatrio forzoso nel Paese di origine da dove erano fuggiti negli anni passati.

Con un processo ricco di violazioni procedurali, infatti, le loro domande di asilo sono state respinte. Quindi, dopo aver dovuto subire oltre un anno di trattamenti disumanizzanti nel campo di Moria, dopo essere stati vittime del barbaro attacco posto in essere dalla polizia – attacco seguito da nove mesi di ingiusta detenzione – ora 7 dei #Moria35 rischiano di essere spediti in una prigione turca, per poi essere probabilmente espulsi nei paesi di origine da cui erano fuggiti.

Peraltro, tutti potrebbero beneficiare della protezione umanitaria in Grecia come vittime o testimoni di gravi crimini. Inoltre, tre di loro hanno presentato diverse denunce contro la polizia per l’attacco, le violenze e l’arresto arbitrario subito, e al momento un’indagine risulta essere stata avviata dal pubblico ministero di Mytilene (Lesvos) contro la polizia, indagine per la quale tutti e sette sono testimoni importanti.

La loro evenutale deportazione non solo violerà i loro diritti ad un giusto processo, ma assicurerà l’impunità della polizia nelle proprie politiche di repressione violenta negli hotspot greci.

Seguiranno aggiornamenti.

Alfredo Curto – operatore legale volontario presso l’hotspot di Lesbo

[1] Guha R., Dominance without Egemony. History and Power in Colonial India, Harward University Press, 1997; per approfondire, Mezzadra, Rigo, Diritti d’Europa. Una prospettiva postcoloniale sul diritto coloniale in A. Mezzacane (a cura di), Oltremare. Diritto e istituzioni dal colonialismo all’età postcoloniale, Editoriale scientifica. 2006, Napoli.

[2] https://www.facebook.com/705411139643622/videos/870158543168880/

Da Ventimiglia a Clavière: la linea curva di un nuovo confine

 

Lungo la curva del nuovo confine : 18 aprile.

 

Il 18 aprile a Ventimiglia il campo informale che si trovava sotto il cavalcavia, nel letto del fiume Roya adiacente a Via Tenda, è stato sgomberato con le ruspe. Sono state portate via le tende, le piccole baracchette sorte da poco, tutti gli oggetti che costituivano l’arredamento di un accampamento da prima improvvisato poi, nel corso dei mesi, stabilizzatosi. In realtà fino a fine febbraio – quando alla situazione già molto dura vissuta dai migranti accampati si era aggiunta l’ondata di gelo siberiano – oltre ai materassi, qualche tenda e tanti oggetti sparsi, non si notava nessun altro segno di insediamento organizzato.[1]

Dalla metà di marzo, in poco più di un mese, col tepore del sole e l’allungarsi delle giornate, velocemente i ragazzi avevano cominciato ad attrezzarsi per sopravvivere un po’ meglio nell’attesa di passare la frontiera…

La paura che l’accampamento prendesse la forma di un campo più stabile, più abitabile e quindi in grado di consolidare relazioni e discorsi, l’avvicinarsi della stagione turistica e il timore del contemporaneo aumentare degli arrivi delle persone migranti, le elezioni comunali alle porte, tutti questi fattori insieme hanno creato il giusto mix in grado di far decretare lo sgombero radicale del campo da parte del Comune in accodo con la Prefettura di Imperia.

Sotto ponte prima dello sgombero

Ventimiglia: il sottoponte di Via Tenda dopo lo sgombero del campo informale

 

20 aprile – 22 aprile

Pochi giorni dopo lo sgombero del campo informale  a Ventimiglia , il 20 aprile per l’esattezza, lungo la stessa frontiera ma nel suo tratto alpino tra l’alta Val di Susa e la Val de la Clarée,  lì dove da qualche mese si è fatta evidente l’apertura di una nuova rotta migratoria e il contemporaneo dispiegarsi di un dispositivo di confine [2], si palesava il network neofascista di Génération Identitaire, noto per la campagna Defend Europe lanciata l’estate scorsa con la nave C-Star  mandata a presidiare le coste italiane contro l’arrivo di migranti attraverso la rotta libica. Un gruppetto di neofascisti ben attrezzati piantava reti di plastica al fondo del Colle della Scala, al confine tra Italia e Francia, dichiarando di mettersi al servizio dello Stato francese nella protezione dei confini nazionali.

Pochi giorni dopo, domenica 22 aprile, in risposta a questa provocazione carica di significato (i fascisti di G.I hanno continuato per giorni le loro scorribande tra il colle della Scala e il Monginevro a caccia di migranti) veniva lanciata un manifestazione antifascista e antirazzista, che vedeva la partecipazione di alcune centinaia di solidali europei che insieme alle persone migranti attraversavano il confine sfidando il dispositivo poliziesco a difesa della frontiera e le ronde neofasciste. In serata, la polizia francese arrestava sei compagni  con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e banda organizzata. Tre dei compagni sarebbero stati rilasciati quasi subito in quanto ritenuti estranei ai fatti; gli altri tre tratti in arresto a Marsiglia, sono stati scarcerati il 3 di maggio con obbligo di dimora in Francia fino al processo che si terrà il 31 maggio.

 

Confine italo-francese

29 aprile

Le notizie che arrivano da Ventimiglia dopo lo sgombero raccontano di persone sparpagliate lungo il corso del fiume Roya, fino alla spiaggia, di qualche presenza in più al Campo della Croce Rossa, di una “bolla” che sembra essere, se mai possibile, ancora più “bolla”, sospesa nel vuoto prodotto dalla violenza che si accumula fosca come le nubi di un temporale e che ogni tanto scroscia fragorosamente per lasciare dietro di sé il silenzio e  rivoli d’acqua che si infiltrano nel terreno.

Ci mettiamo in viaggio verso Clavière, paesino di poche anime nell’alta Val di Susa al confine con la Francia. Da Clavière in poco tempo si arriva al valico del Monginevro che permette di attraversare il confine ed arrivare alla città francese di Briançon. Qui, da poco più di un mese, è nato un presidio di solidarietà con le persone migranti, in uno spazio ricreativo della parrocchia, sotto la Chiesa: Chez Jésus l’hanno chiamato.

 

Clavière: arrivando a Chez Jesus

Arrivati in Val di Susa la temperatura cala bruscamente e all’improvviso ci troviamo circondati da un paesaggio completamente innevato. Incredibile  trovarsi il 30 aprile nel silenzio imbiancato di un paesino di montagna e di confine, dove la stagione sciistica è da poco finita, mentre poco più a sud, sull’altro pezzo di confine, qualcuno ha già cominciato a fare i primi bagni. Una sorpresa, poi, entrare in questo rifugio, che possiede qualcosa della mangiatoia ma dove il calore del bue e dell’asinello è garantito da tante donne e uomini di provenienze diverse che insieme sentono fortemente che queste montagne debbano essere un luogo di libertà e di lotta e non di confinamento, dove razzismo e repressione non debbano avere spazio.

 

Clavière: Chez Jesus

Incontriamo una giovane attivista e militante NO TAV, una compagna abitante della Valle, che da qualche giorno si trova presso Chez Jesus per dare una mano. Sorridente, accogliente, ascolta interessata il breve racconto della situazione a Ventimiglia di cui da queste parti, apprendiamo, non si sa molto… Ci  spiega di come la Valle si sia subito iniziata a mobilitare non appena il numero delle persone in viaggio ha cominciato ad aumentare anche su questo confine. Un aumento repentino, legato sicuramente alla situazione di controllo e repressione sempre peggiore tra Ventimiglia e Mentone. Riflettiamo insieme su come il tessuto politico e sociale della Val di Susa abbia permesso una risposta immediata e organizzata ma soprattutto costante: una risorsa enorme per contrastare la violenza razzista del nuovo dispositivo di confine. Inoltre la geografia dei luoghi qui sicuramente rende più difficile le operazioni di controllo e la militarizzazione del confine rispetto a un territorio come quello della zona costiera tra la Liguria e la Costa Azzurra. Tuttavia occorre essere consapevoli che la militarizzazione probabilmente arriverà anche qui: la compagna ci spiega di come, già da qualche mese,  la polizia italiana abbia iniziato a setacciare i treni che da Torino salgono in valle fino a Bardonecchia: modalità abbastanza simili a quelle viste lungo la tratta Genova – Ventimiglia, richiesta di documenti solamente alle persone di pelle scura che qualora ne siano sprovviste vengono fatte scendere dal treno. Stessa cosa sulle corriere che attraversano la Valle; frequente è l’intervento di polizia che effettua controlli su base razziale, più precisamente in base a parametri somatici che indichino la provenienza da Paesi extra-europei soggetti a colonizzazione e neocolonizzazione. La compagna ci racconta anche della presenza dei militanti di Génération Identitaire, di come stessero continuando a scorrazzare per le montagne lì sopra. Ci presenta un ragazzo che il giorno prima era stato fermato da appartenenti al gruppo neofascista, attrezzati di tutto punto, dotati addirittura di binocoli notturni. La testimonianza ci lascia sorprese: si tratta di fascisti che si dichiarano “non –violenti” e “non razzisti”, che affermano apertamente di voler aiutare la polizia a difendere i confini. In effetti braccano i ragazzi, li fermano e poi fanno una telefonata alla polizia che prontamente interviene. Piena collaborazione dunque tra polizia di Stato e militanti di estrema destra. Il ragazzo con cui parliamo ci racconta di averli allontanati e insultati e di come questi non abbiano fatto altro che attendere l’intervento della polizia. Qualche solidale intorno a noi sorride con disprezzo all’idea di questi personaggi tanto meschini a spasso per le montagne a caccia di uomini, bambini e donne che sfidano la morte per cercare una vita dignitosa.

Momento di silenzio.

Probabilmente, però, c’è poco da ridere. Si tratta di un network europeo con una strategia ben studiata. Da tempo i neo-fascisti hanno capito che per sfidare le elite neoliberiste europee sul terreno del potere, il sovranismo va collocato nella più ampia cornice europea. Nel mondo globale difficilmente si può ambire al ruolo di potenza imperialista senza costruire un blocco continentale. “L’Europa dei popoli” contro “l’Europa delle banche”. L’Europa bianca, cristiana e identitaria, federazione di Stati Nazione sovrani: questo il loro programma. La questione immigrazione in tutto questo diventa essenziale: il progetto prevede la schiavitù neocoloniale per gli immigrati tramite la quale garantire la redistribuzione della ricchezza da questi prodotta ai popoli bianchi e la diffusione dell’ideologia razzista usata come oppio in grado di sedare lo sviluppo di una coscienza di classe internazionalista.[4]

C’è poco da ridere, pensiamo, e molto da fare.

 

E’ ora di muoversi per raggiungere il presidio che si terrà a Bardonecchia in solidarietà di Eleonora, Théo e Bastien, i tre compagni arrestati dopo la manifestazione del 22 aprile. Mentre ci apprestiamo ad andare via scopriamo che ci sono due ragazzi sudanesi che  cercano un passaggio per raggiungere la stazione di Bardonecchia. Hanno provato nei giorni scorsi a passare il confine, ma sono  stati respinti dalla polizia francese. Vogliono andare a Ventimiglia. Vorremmo spiegargli come sia la situazione a Ventimiglia in questi giorni ma non parlano né italiano né inglese né francese, perciò li mettiamo in contatto con una nostra amica che conosce l’arabo. Veniamo così a sapere che sanno benissimo quale sia la situazione  a Ventimiglia perché è da lì che sono andati via il giorno dello sgombero. Non solo, entrambi hanno già passato una volta il confine italiano, nonostante gli siano state prese le impronte nel nostro Paese. Arrivati a destinazione nel Nord Europa dove risiede parte della loro famiglia, dopo alcuni mesi sono stati dublinati e rispediti in Italia. Così di nuovo costretti ad abbandonare affetti e sicurezza, per loro, il gioco mortale del confine ha ripreso forma. Li guardiamo uscire dal rifugio con un tozzo di pane e nutella in mano, circondati dalle montagne innevate. Li accompagna un coro di “buona fortuna, in bocca al lupo!” “ bonne chance, bon  courage!”. Un solidale di Briançon si asciuga gli occhi umidi con la manica della camicia a quadri da montanaro. E osserviamo questi giovanissimi uomini, con la faccia ancora da bambini sotto le occhiaie e il dolore,  ancora una volta siamo colpite bruscamente dalla consapevolezza di quanto sia  diverso il mondo a seconda del posto in cui sei nato e della postazione sociale che ti è toccata in sorte. Sentiamo un forte legame con loro e con gli altri compagni… e pensiamo a quanti addii ancora si dovranno dire, sperando che qui la storia possa prendere velocemente una piega diversa rispetto alla violenza che da tre anni ormai si abbatte su Ventimiglia.

 

 

Arrivati a Bardonecchia, di fronte alla stazione alla spicciolata arrivano un centinaio di compagni. In un attimo è allestito un gazebo, un impianto di amplificazione, cibo, bevande, materiale di informazione. Ci sono compagni da Torino, abitanti della Valle, tanti compagni e solidali francesi. Dal megafono viene ribadito un messaggio chiaro: “ Il 22 aprile su quelle montagne c’eravamo tutt*!” “Libertà di movimento per tutte e tutti!”

 

Ancora una volta in questa valle aleggia lo spirito partigiano. La lotta No Tav in questi anni ci ha mostrato un sentiero che non va abbandonato. I territori non sono di nessuno,  appartengono solo a chi li abita e chi li attraversa nel rispetto della vita, della natura e della storia che contengono, senza fini di lucro o di sfruttamento ma con a cuore la dignità e la  felicità di tutte e tutti. Ce ne andiamo con un nuovo sentiero da calpestare e un’indicazione preziosa, per la quale alcuni compagni, a cui va tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto, stanno pagando il prezzo.

[1]https://parolesulconfine.com/la-quiete-prima-della-tempesta-aspettando-lennesimo-sgombero-a-ventimiglia ;  

https://parolesulconfine.com/emergenza-freddo-o-ulteriore-passo-avanti-verso-il-nuovo-nazismo/

[2]  https://parolesulconfine.com/notizie-dalla-frontiera-tra-bradonecchia-e-briancon/; https://parolesulconfine.com/rotta-migratoria-tra-morte-e-liberta/

[4] https://parolesulconfine.com/isola-di-lesbo-attacco-fascista-a-richiedenti-asilo-politico/

 

 

a cura di g.b., C.J.Barbis

Verso lo sgombero dell’accampamento dei migranti: la quiete prima della tempesta

 

Verso lo sgombero dell’accampamento dei migranti. Ventimiglia, lungo il fiume Roya. 17/04/2018.

Presenza costante di 150 -200 persone in media in viaggio verso l’Europa. Dalla primavera del 2016, un poco alla volta, sono sorti accampamenti spontanei sotto al ponte del cavalcavia che costeggia il fiume. Qualche coperta buttata su pezzi di cartone sono stati i primi segnali di un insediamento precario, eppure necessario, per trascorrere le notti di attesa tra un tentativo e l’altro di attraversare la frontiera italo-francese. Poi sono spuntati, tra i migranti più organizzati, i primi sacchi a pelo, materassi e stuoini. Piano piano, un po’ donate da volontari e un po’ costruite con mezzi di fortuna (pezzi di ferro, bastoni e teli di plastica), negli ultimi mesi sono state approntate tende, tendoni e teepee. A un certo punto qualcuno ha ritenuto necessario sistemare una zona del campo, tra sterpaglie e ghiaia polverosa, per adibirla a moschea: tappeti, grosse pietre a delimitare l’area, uno scaffale arrugginito per ordinare due o tre scritture sacre. Ultimamente erano sorte strutture sempre più simili a delle vere e proprie casette in legno, teloni e coperte. Sono stati recuperati un paio di generatori e fornelletti da campo. Qualcuno particolarmente ottimista e intraprendente aveva aperto in una di queste baracchette un chiosco take away con tazze di latte caldo, samosa fritti, piatti di  verdure calde.

Tra cumuli di immondizia, risse tra trafficanti, distribuzioni di cibo e coperte, identificazioni quotidiane, fughe rocambolesche verso la Francia, deportazioni al sud Italia, famiglie che si spezzano e amici che si ritrovano, affari leciti, illeciti, fantasiosi o fallimentari, si sopravive come si può. Ma la situazione diventa sempre più tesa, scoppiano liti violentissime tra le differenti nazionalità: per il controllo del traffico, per aggiudicarsi una tenda vuota, per furti reciproci dei pochi beni con cui viaggiano le persone migranti, per la stanchezza, la paura, la frustrazione.

Il quartiere delle Gianchette si lamenta, le sassaiole degli ultimi mesi e i continui focolai di crisi nutrono un’intolleranza popolare che si fa via via più sorda verso qualsiasi ragionevole soluzione. Le istituzioni si rifiutano anche solo di prendere in considerazione una struttura di transito dignitosa e protetta per le donne e i minorenni. Resta a disposizione il famigerato campo della Croce Rossa, troppo distante e troppo pericoloso per chi non può o non vuole rischiare di finire tra le mani della polizia che circonda il campo e controlla chiunque vi entri tramite impronte digitali.

La primavera ormai è inoltrata, gli arrivi aumenteranno mano a mano che il bel tempo e il mare calmo spingeranno le persone a tentare l’attraversata del Mediterraneo: bisogna “ripulire” Ventimiglia, dare un bel colpo di spugna a tutti e tutto quello che prolifera sotto al ponte. Si indugia; aumentano le ronde delle pattuglie; si invocano presidi militari; si susseguono riunioni tra amministrazione comunale, prefettura, questura, comitati di cittadini. Le elezioni politiche consacrano le destre anti-immigrazione; la gente del quartiere minaccia rivolte e sparge insulti un po’ ai migranti e un po’ a chiunque, volontari o associazioni, provi a dargli una mano. La bottiglia è colma e il tappo, per la millesima volta, sta per saltare ancora.

Eccola di nuovo: l’ordinanza di sgombero primavera-estate dell’accampamento dei migranti a Ventimiglia! Questa volta siamo nel 2018 ma le cause, le dinamiche e purtroppo le conseguenze, sono quelle di sempre. Questa volta non basteranno delle semplici pulizie, come era avvenuto quest’inverno: si deve smantellare tutto. Questa volta non ci sono borsoni e sacchi a pelo, ma una vera e propria cittadella che, in espansione come un’ennesima jungle europea, arriva a lambire le coscienze, il quieto vivere e il decoro di una città che non vuole accettare di essere, e quindi di organizzarsi, per quello che è: una città di frontiera. Davanti ad una frontiera sprangata.

Settimana scorsa si rompono gli imbarazzi: associazioni e ong, convocate dalle istituzioni, apprendono la decisione di sgombero fissato per mercoledì 18 aprile, e vengono invitate a diffondere l’informazione tra le persone migranti, ed a convincere le stesse a spostarsi piuttosto al campo della Croce Rossa. La rassicurazione: per tutta la settimana non verrano organizzati pullman per i trasferimenti forzati al sud Italia, ma la gente deve spostarsi di sua spontanea volontà e lasciare libero lo spazio per i mezzi che entreranno in azione per attuare lo sgombero. Anzi, veramente sui giornali e tra le istituzioni si afferma con convinzione che non si tratti di uno sgombero: l’obiettivo non è portare via le persone (almeno per questa settimana, dalla prossima si ricomincia con le deportazioni e non ne dubita nessuno), ma demolire tutte le loro cose, così da convincerle a sloggiare. Pare che in virtù di questa sfumatura non lo si voglia definire sgombero. Chiamiamolo demolizione, accanimento, miope provvedimento. È lo stesso: domani mattina all’alba arriveranno ruspe, blindati, e il solito armamentario per le occasioni spiacevoli.

Nella giornata di oggi il numero delle forze dell’ordine presenti sul territorio è iniziato ad aumentare: nella serata, una dozzina almeno di pattuglie parcheggiate attorno al commissariato, invece delle solite due o tre, segnalavano un’evidente riunione di coordinamento in corso.

Nel frattempo sotto al ponte ha iniziato a diffondersi un clima strano: l’aria malinconica di qualcosa che sta per finire, ma anche reazioni di orgoglio da parte di molti: non tutti sono disposti ad andarsene, anzi. Una ventina di tende sono state smontate, ma la stra maggioranza delle strutture, verso l’orario di cena, erano ancora tutte lì. Alcune vuote ma moltissime ancora con dentro i ragazzi e le loro cose. Dei gruppetti di migranti particolarmente determinati hanno detto che non se ne vogliono andare, diverse altre persone che si stavano facendo gli affari loro hanno risposto a spallucce agli avvisi di sgombero diffusi dagli operatori delle associazioni.

Volontari di diverse sigle e associazioni hanno distribuito volantini multilingue x spiegare la situazione e delle borse in tela x chi volesse mettersi al riparo le cose da portarsi via. Hanno inoltre suggerito alle persone di smontarsi le tende e metterle in salvo, ma non tutti appunto erano interessati alla faccenda. Nella serata di ieri, lunedì 16 aprile, un gruppone di ragazzi ha fatto un fatalistico festone di addio al campo; ma alle sette e mezza di stasera c’erano ancora almeno un centinaio di persone alla regolare distribuzione di cibo nel parcheggio dinnanzi al cimitero.
Per tutto il giorno nel piazzale delle Gianchette c’è stato un blindato, due o tre pattuglie di polizia e carabineri, mentre i top graduati delle forze dell’ordine si facevano avanti e indietro la via. Molte comunque anche le persone che si stavano organizzando per partire stanotte, sebbene non fossero la maggioranza.

Voci di corridoio dicono che i mezzi della Docks Lanterna -netturbini, ruspe e ruspette, container e disinfettanti- arriveranno intorno alle otto di domani mercoledì mattina, ma che l’antisommossa, mobilitata per ogni evenienza anche se, come detto, non vuole assolutamente essere uno sgombero, arriverà invece anche prima. E i capoccia del commissariato hanno tenuto a sottolineare che il tempo per fare i bagagli scade stasera: domattina vogliono trovare vuoto. Cosa succederà a chi non se ne è ancora andato, non è dato sapere. Ma hanno specificato che non verrà lasciato il tempo alla gente, domattina, di prendersi nulla: quello che domani è ancora lì, sarà distrutto.

Un pò di ragazzi, con l’arrivo della sera, si stavano spostando a dormire in stazione. La zona della stazione, le postazioni di polizia in frontiera, e in generale le strade della città, con il finire del pomeriggio, erano stranamente vuote rispetto all’ordinario sguinzagliamento di pattuglie e militari: la quiete (e i meeting operativi) prima della tempesta.
Per tutta la notte, domani e anche nei giorni a venire, gruppi di solidali si sono organizzati in turni per monitorare l’evolversi della situazione.

Al momento è difficile prevedere se le persone, evacuate dal ponte, cercheranno riparo in uno dei pochi posti solidali ancora aperti, se preferiranno nascondersi da qualche parte, andare spedite verso i valichi di confine, o cercare riparo momentaneo nelle sale della stazione. Quello che invece si percepisce è confusione, fatalismo, goliardia, rabbia: ragazzi che si affannano a chiudere zainetti, altri che si fanno friggere i samosa al chioschetto-ristorante, altri che brindano, altri che provano a capire cosa accidenti stia succedendo, altri che cercano di saltare sugli ultimi treni della serata verso la Francia, altri che continuano imperterriti a dormire sepolti dalle coperte in mezzo alla spazzatura e quasi sembrano morti, altri ancora che vanno semplicemente avanti coi loro traffici: un ragazzo eritreo è stato imbrogliato da un altro che si era offerto di ritirargli i soldi mandati dalla famiglia.

Quando il ragazzo eritreo ha preso una banconota da cinquanta per andare a comprare al supermercato pannolini e omogeneizzati per due bimbi di pochi mesi che viaggiavano con lui, questa si è rivelata essere falsa. Alla cassa del supermercato hanno deciso di chiamare la polizia: alla fine, dopo un paio d’ore, il ragazzo è stato rilasciato e tutto si è risolto, ma nel delirio del Titanic che affonda è scoppiata per un pò anche questa piccola crisi, con la ragazza sua compagna terrorizzata e in lacrime, mentre intorno la gente impacchettava tende, litigava per assicurarsi un passaggio notturno verso l’Europa, giocava a carte, mangiava polpette fritte, solcava il selciato lurido del sottoponte avanti e indietro, avanti e indietro, senza sapere bene che fare.

Probabilmente la metafora non è felicissima, ma l’immagine che saltava alla mente oggi pomeriggio ( mentre stamattina il clima era ancora abbastanza calmo) è quella di un formicaio improvvisamente scoperchiato da una scarpata. Ognuno che si affanna a racimolare le proprie cose e i propri affetti, a capire dove può andare e che fare, a correre di qua e di là per le due strade che gli sono concesse di percorrere senza essere additati e insultati dalla “Ventimiglia bene” o portati via dalle polizie, a sgomitare per ricaricarsi i cellulari. Come un formicaio inaspettatamente scoperchiato da cui fuoriescono formiche impazzite che devono interrompere il proprio quotidiano lavorìo e riorganizzarsi per affrontare, ciascuna come crede, l’imminente pericolo che incombe.

I sentimenti dei tanti solidali, attivisti, volontari e operatori presenti a partire dall’inizio di questa settimana sono altrettanto schizofrenici: in bilico tra la rabbia per una situazione drammatica e inquietante, pieni di adrenalina e pronti a intervenire laddove si dovesse rendere necessario, un po’ allibiti, un po’ tristi, un po’ ironici davanti a questo formicaio esploso, molto amareggiati per il poco che si può fare, operosi nel cercare soluzioni dell’ultimo minuto ed elargire informazioni a chi cerca di raccapezzarsi nel proprio destino minato per l’ennesima volta, preoccupati per gli eventi in arrivo, un po’ esasperati e un pò ammirati da chi non vuole mollare il presidio rocambolesco che, nei mesi, si è evoluto da un cumulo disordinato di sacchi a pelo a una vera e propria cittadella.

Domani sarà una giornata di trenta ore su ventiquattro.
Sta per arrivare una mazzata come non se ne vedevano da un pò di tempo.
Tutti sappiamo che cambieranno (almeno per un pò) parecchie cose.
Tutti sappiamo che non cambierà nulla.

Owl

Ventimiglia e il diritto alla salute: l’ambulatorio volante dei Medici volontari e dei Solidali del Ponente

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato dei medici volontari del Ponente Ligure e del gruppo Solidali del Ponente. I medici fornivano precedentemente prestazioni sanitarie presso l’accoglienza sotto la chiesa delle Gianchette, dedicata alle famiglie, donne e bambini, soppressa dal mese di agosto e tuttora nell’ambulatorio della Caritas. Dal mese di febbraio di quest’anno, come raccontano, hanno allestito per alcune ore la settimana un “ambulatorio volante” nel campo informale sotto il ponte di via Tenda. Anche loro, come più volte descritto nei report medici pubblicati sul sito, evidenziano l’assenza completa del diritto alla salute per le persone che transitano per questi luoghi.

Ventimiglia sotto al ponte

Dalla scorsa estate la situazione dei migranti a Ventimiglia è peggiorata in maniera esponenziale: la chiusura del centro di accoglienza volontario delle Gianchette, contrariamente a quanto auspicato dalle autorità, non ha spinto le persone in viaggio a cercare ospitalità presso il campo della CRI “alleggerendo” la situazione nel quartiere; al contrario ha prodotto la creazione di un “campo informale” di considerevoli dimensioni sotto al ponte.

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (1)

E’ difficile capire perché così tante persone “preferiscano” la precarietà di questo campo, il freddo, la scarsa igiene, i ratti, al ben più lindo e controllato Campo Roja, gestito dalla CRI e ancor più come questa scelta sia fatta anche da tante giovani donne, da madri con i loro figlioletti al seguito.

…potrebbero essere i blindati della polizia posti all’entrata, il recinto attorno, la distanza dal centro città, il timore di poter essere facilmente rispediti indietro, il timore di essere più controllati e avere maggiori difficoltà ad attraversare il confine….potrebbe essere tutto ciò oppure altro, non sta a noi dare risposte sociologiche o politiche per spiegarne genesi e dinamiche.

Noi siamo Medici e come tali ci basta l’evidenza del dato: esiste un campo informale che ospita centinaia di persone e tra essi tantissimi soggetti vulnerabili, donne, bambini piccoli, minori, e tutti, oltre a vivere in condizioni estreme, sono assolutamente invisibili, non hanno nessun tipo di tutela, men che meno quella sanitaria.

Per questo motivo, ci siamo organizzati, assieme ad altri volontari e con mediatori culturali e linguistici, per dare un minimo di assistenza medica alle persone migranti che rimangono fuori dal circuito dell’accoglienza ufficiale. Abbiamo così iniziato, nel mese di Febbraio, ad allestire un gazebo sotto al ponte, una sorta di “ambulatorio volante”, precario anch’esso come le loro tende, in cui visitiamo, facciamo medicazioni, diamo consigli, forniamo le prime cure. Dagli inizi di febbraio ad oggi, siamo riusciti a garantire una presenza costante di due turni ambulatoriali a settimana e abbiamo avuto modo di visitare centinaia di persone.

Niente di risolutivo purtroppo, una piccola goccia di solidarietà in un mare di indifferenza che vorremmo fosse però un segnale chiaro. Vorremmo che non servisse a coprire in qualche modo le manchevolezze di un sistema che di “accoglienza” ha solo il nome, ma fungesse da segnale politico chiaro per evidenziare che di altro c’è bisogno e che altro, molto altro bisogna fare per “rimanere umani”

Medici Volontari – Solidali del Ponente

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (2)

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (3)

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (4)

Cronaca di una morte annunciata

Un articolo di El Pais diffonde il comunicato della rete Interlavapiés sulla morte del cittadino senegalese Mame Mbaye Ndiay

 

Mame Mbaye Ndiay, cittadino senegalese trentacinquenne che esercitava la professione di venditore ambulante, è morto il 15 Marzo 2018 a Madrid, in Calle del Oso, nel quartiere Lavapiès, per un arresto cardiaco verificatosi nel corso di un intervento della polizia municipale.

 

Il fatto ha determinato l’indignazione e la ribellione della comunità senegalese e in generale degli abitanti del quartiere.

Durante la serata del giovedì stesso e la mattina del giorno dopo, si sono verificati forti agitazioni.

Durante i disordini, ai quali la polizia ha risposto violentemente [1], un altro cittadino senegalese di Lavapiés, Ousseynou Mbaye, di 54 anni, è morto a seguito di un ictus cerebrale [2] e Arona Diakhate, di 38 anni, è stato ricoverato per trauma cranioencefalico all’ospedale Fundación Jiménez Díaz di Madrid. Il referto medico mostra che è stato trattato con quindici punti sulla testa e presenta due lividi. Trauma cranioencefalico, con ematomi interni, ma senza rischio di danno neuronale. Diakhate ha una ferita alla testa a seguito di trauma inferto con “un oggetto duro e sconosciuto” [3].

 

Una morte molto simile si è verificata, a Maggio 2017, a Roma. Niam Maguette, un cinquantaquattrenne senegalese, è deceduto nel corso di una operazione di polizia definita “anti-abusivismo”.

Secondo gli agenti, la morte si sarebbe verificata a seguito di un malore, mentre la comunità senegalese ha dato vita a intense manifestazioni di protesta, affermando che fosse stato ucciso e chiedendo l’interruzione delle ripetute operazioni di rastrellamento operate dalla polizia locale di Roma. [4, 5].

A seguito di questi eventi, ritenendo che l’unica certezza sia che a livello europeo si assiste ad un inasprimento della repressione verso donne e uomini già posti in condizioni di sfruttamento dalla mancanza di riconoscimento giuridico, pubblichiamo un articolo che riporta il comunicato della rete interlavapiés, che si definisce “una rete in movimento per la libera circolazione delle persone, perché nessun essere umano è illegale” [6].

Cronaca di una morte annunciata

DAVID FLORES E TERESA ÁLVAREZ-GARCILLÁN (RETE INTERLAVAPIÉS)

La morte di Mame Mbayee non è un fatto casuale, ma la conseguenza del razzismo radicato in alcuni settori della società e delle istituzioni a Madrid.

Ieri pomeriggio Mame Mbayee è morto a causa di un arresto cardiaco. Questo abitante di Madrid stava esercitando la vendita ambulante poco prima a Puerta del Sol.

Ci sono molte versioni degli eventi accaduti prima e dopo la sua morte. La confusione e i disordini ci fanno perdere la concentrazione: chi ha ucciso Mame? Cosa ha ucciso Mame? Nella differenza di queste due domande giace la chiave: Mame è morto per un attacco di cuore ma, nel motivo della sua tragica fine, c’è un lungo filo da seguire che trascende e attraversa tutta la nostra società, con le sue politiche, le sue leggi e le sue istituzioni.

Non possiamo solo pensare che quello che è successo ieri sia stato un incidente. Non è stato un evento isolato. C’è un serio problema strutturale che ha causato la morte di una persona. Mame, senegalese di 35 anni, non aveva documenti nonostante fosse da 12 anni in Spagna. Ha lavorato come ambulante perché non poteva lasciare una cerchia di esclusione. Ad una estremità del cerchio, la premessa che senza un contratto di lavoro non ti danno i documenti; nell’altro, che senza documenti, non puoi avere alcun lavoro. Nel frattempo, l’ultima riforma del codice penale, che ha trasformato le precedenti mancanze in crimini e, con essa, il venditore ambulante in un criminale. Avendo dei precedenti, nessuna offerta di lavoro ti aiuterà a regolarizzare la tua situazione.

Le persone che lavorano in strada e le persone prive di documenti sono spaventate da queste strutture in cui la tensione e la minaccia sono elementi costanti, al livello della strada e al livello della Legge. La persecuzione, i raid, i CIE, il Codice Penale e la mancanza di opportunità sono mattoni di alte mura, forse invisibili a molti, ma molto reali per gli altri. Ripetiamo: ieri non è stato un evento isolato, ma un riflesso di un problema strutturale, in ambito giuridico e politico. Una questione di razzismo e discriminazione.

Gridiamo nelle strade “Sopravvivere non è un crimine!”, Ma con le leggi attuali lo è. Molti come Mame sono venuti qui attraverso mare e deserto con la morte alle calcagna, per poter vivere con dignità e sostenere le loro famiglie. Le regole del gioco sono quelle che sono e, dato che non hanno documenti o lavoro, comprano un sacco di scarpe – o occhiali, profumi o borse – in qualsiasi magazzino all’ingrosso e poi lo rivendono in strada. E questo è considerato un crimine, ma non hanno scelta.

Molti come Mame corrono davanti ai distintivi. E guardano con sguardi sfrenati le orde di persone della Puerta del Sol, sempre all’erta, giorno dopo giorno. Vivono con il cuore in un pugno, finché non scoppia.

La tensione per il timore di essere denunciati non è poca, ma hanno più paura della violenza quotidiana. I gruppi di Lavapiés sono in contatto con il Comune per denunciare la brutalità della polizia. In questi casi è difficile condurre un processo ordinario di denuncia: si tratta di accusare, senza documenti o con il timore di non rinnovarli, niente di più e niente di meno della polizia. E il giorno dopo tornare in strada per vendere, con quegli agenti che cercano di fermarti. In breve, le aggressioni terrorizzano, c’è la paura. La paura serve a rendere la violenza invisibile, confinata nella sfera quasi privata.

Nel centro di Madrid, da agosto 2016, i collettivi hanno documentato in un formato concordato con l’amministrazione cittadina per circa 20 aggressioni fisiche con fratture e contusioni di diversa gravità. Nel luglio del 2017, ad esempio, hanno spinto un ragazzo buttato in un furgone riportando lesioni a diverse vertebre. Al di fuori di questo registro formale, che accetta solo casi con indicazioni fisiche di violenza visibile, vi sono costanti abusi verbali e intimidazioni di ogni tipo.

Lo scopo di questo lavoro sistematico è aprire un percorso sicuro contro l’impunità ma le istituzioni, ribadiscono le loro buone intenzioni senza concretizzarle in mezzi per porre fine al problema. Invece, ci rimandano al Difensore Civico, che è già a conoscenza della violenza e suggerisce lo sviluppo di un programma di identificazione efficace, per garantire azioni non discriminatorie.

Tuttavia, il problema non è limitato a queste azioni. Esiste una dimensione giuridica, legata al codice penale e alla legge sull’immigrazione. I collettivi lavorano su una Proposta di legge per modificare l’articolo 270.4, che classifica la vendita nelle strade come reato. Questa proposta è stata approvata dalla Commissione per la giustizia del Congresso con il sostegno di Unidos Podemos, PSOE, PdeCat, ERC e PNV nel marzo dello scorso anno. Stiamo attualmente prendendo provvedimenti per rendere effettive le modifiche nella legislazione.

No, la persecuzione da parte di due poliziotti in moto non ha ucciso Mame, ma forse il silenzio istituzionale lo ha ucciso. O non è stato il silenzio istituzionale che ha ucciso Mame ma le leggi che lo hanno ucciso. O forse né la polizia né le leggi lo hanno ucciso, ma il razzismo ha ucciso Mame. Sì, Mame è morto. Le circostanze di questa morte sono state tragiche. Le circostanze della sua vita non lo erano meno. Ed è nella vita e nella dignità di tutti i residenti della città ciò su cui vogliamo concentrarci. Ora non solo è necessario svolgere un’indagine per chiarire i fatti, ma il Municipio deve assumersi la responsabilità politica per quanto è successo. L’ambivalenza non è possibile.

Quello che è successo ieri non è una fatalità, è una conseguenza di un problema che esiste in città. Un problema di razzismo strutturale, mancanza di responsabilità e abbandono di una popolazione vulnerabile [6]

1)http://www.publico.es/sociedad/protestas-lavapies-muerte-mantero-perseguido.html

2)http://www.eldiario.es/desalambre/senegales-ictus-muerte-lavapies_0_751025056.html

3)http://www.eldiario.es/desalambre/servicios-emergencia-desplomo-porrazo-Policia_0_750675282.html

4)http://elpais.com/elpais/2018/03/16/3500_millones/1521210124_575744.html

5)http://www.publico.es/sociedad/protestas-lavapies-muerte-mantero-perseguido.html

6)http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/03/roma-ambulante-fugge-durante-i-controlli-e-muore-dopo-caduta-investito-dai-vigili-no-e-stato-un-malore/3560326/

 

Traduzione di Lia Trombetta

 

Corteo a Genova in Solidarietà a Idy, uomo senegalese ucciso dal razzismo a Firenze

COL FRATELLO IDY DIANE NEL CUORE! Anche Genova grida “No al RAZZISMO”!

 

Storie di ordinario razzismo.. ordinario e sempre più quotidiano, sempre più per mano non solo dello stato, cioè di chi si riempie la panza con la vita di tutti noi, o per mano di poliziotti, burattini dei governi che svolgono il loro lavoro di servi pestando, ammazzando ed imprigionando, salvo poi l’improvviso destarsi del pubblico scandalo se qualcuno gli urla forte e chiaro in faccia: “DOVETE MORIRE”.

Le mani sporche di sangue aumentano ogni giorno e sono quelle di cittadini qualunque: i fascisti si sentono più forti, gli si è lasciato spazio e questi stanno sguazzando nella merda che abbiamo lasciato accumulare, e le tentate stragi e gli omicidi continuano, sempre più difese, sempre più “scusate o capite”.

Più di una settimana fa ormai, un altro morto “ordinario”, un altro omicidio per mano razzista, un altro negro morto ammazzato.

IDY DIANE, senegalese, ucciso a Firenze da un italiano di 65 anni, Roberto Pirrone.

Si chiamava IDY DIANE, immigrato, regolare e faceva l’ambulante. Serve altro o possiamo dire che era SEMPLICEMENTE un UOMO?

Casualità, era sposato con la vedova di MODOU SAMB un altro senegalese ucciso sempre a Firenze il 13 dicembre 2011 insieme ad un paesano, DIOR MOR. Uccisi da Gianluca Casseri, un’altra mano fascista!

I giornali hanno provato come sempre a rivedere la storia: a Macerata problemi mentali, a Firenze “mancanza di coraggio nel suicidarsi”… e  quindi, scende in strada, salta  qualche donna bianca e te eccolo lì: spara a un negro.

UN UOMO!

Dopo l’omicidio molti ragazzi immigrati sono scesi nelle strade, hanno espresso la loro rabbia, hanno urlato, hanno attraversato luoghi e volti, hanno parlato e, per tutta risposta, i giornali, sostenuti dal coro dei cittadini per bene, il giorno dopo, parlavano delle fioriere rotte dal passaggio di questi giovani neri, sostenuti da quegli scansafatiche dei centri sociali… povere fiorere, troppa rabbia! È solo morto Idy, un venditore ambulante!

In diverse città sono stati fatti presidi e cortei in solidarietà alla rabbia di tutte queste persone, attraversati da gente bianca e nera, a cui ancora batte un cuore, che ancora non si è lasciata annichilire dalle ordinarie schifezze quotidiane.

“Nessuno di noi accetterà mai questa ordinaria brutale realtà!”.

Così decidiamo di riportare uno di questi pezzi di umanità che resiste e irrompe sulla scena decisa a non lasciarsi soggiogare.

Raccontiamo una delle manifestazioni contro il razzismo che ha ucciso IDY DIANE, raccontiamo alcune voci di queste strade attraversate,  fiamme di un fuoco che arde contro il gelo di un Paese sempre più cupo.

Genova – 10 marzo 2018

“SIAMO TUTTI/E ANTIRAZZISTI/E-SIAMO TUTTE/I ANTIFASCISTE/I”

Questi gli slogan che hanno attraversato i vicoli del centro storico, da via Pre a via del Campo per poi andare verso Piazza De Ferrari al grido di “SO-SO-SOLIDARITE’ AVEC LE SAN PAPIERS”. Le voci che intonavano questo grido di lotta sono state  voci di uomini e donne, bianche e nere, italiani e stranieri che hanno riempito le strade, trasformando spontaneamente il presidio indetto alla Commenda di Pré dalla comunità senegalese di Genova in un corteo. Il ricordo e la denucnia dell’assassinio di Idy  a Firenze e della tentata strage di Macerata hanno aperto il presidio, unendo la piazza con determinazione, nonostante la pioggia.

Alcuni giovani migranti nel frattempo hanno fatto uno striscione dove le parole scritte in italiano arabo e inglese urlano la voglia di riscatto e di uscire dal silenzio:

NO AL RAZZISMO” dietro a quelle morti c’è il ritorno dell’odio razziale, sostenuto e promosso da partiti di destra ed estrema destra, sovranisti e fascisti, dalla Lega a Forza Nuova, da Casa Pound a Lealtà e Azione. Proprio quest’ultima ha organizzato nello stesso pomeriggio la presentazione di un libro insieme all’organizzazione Memento nella propria sede, che doveva essere un magazzino di stockaggio di prodotti alimentari da distribuire alla popolazione bianca e che ora diventa “spazio politico”. Di questo dovranno rispondere i Padri Scolopi e tutta la comunità che si dichiara cattolica.

NO AL COLONIALISMO” dietro a quelle morti c’è un chiaro progetto coloniale che non essendo mai stato realmente né denunciato né riconosciuto continua indisturbato a mietere le sue vittime. Vittime che però oggi sono qua e che nella giornata di sabato hanno dato testimonianza di quello che i paesi neoliberalisti stanno facendo qui e nei loro paesi: sfruttamento, apartheid, disastri ecologici e ambientali, vendita di armi, consumo di risorse… LAGER IN LIBIA, UN GENOCIDIO NEL MEDITERRANEO.

Questi gli interventi passati di mano in mano, tra mani bianche e nere, attraverso megafono che è rimasto acceso per tutta la durata del presidio e durante il corteo. I ragazzi hanno dato voce al sentimento di rabbia e dolore che sentono sempre più forte, hanno dato voce alla sofferenza e all’odio che provoca il razzismo ogni giorno sulla loro pelle. Alcuni di loro parlavano di amore, fratellanza, sorellanza e bisogno di solidarietà, altri portavano più un desiderio di giustizia, non sentendo come parole proprie quelle sulla “violenza sbagliata, in cui non bisogna cadere”, sentendo invece la necessità di  rispondere all’odio che si riversa sui “diversi” sempre più frequentemente, sentendo che, in ogni caso, la violenza non è la nostra. Semmai la nostra è autodifesa e voglia di vivere in maniera degna. In quelle tre ore sono stati denunciati anche il decreto Minniti, il sistema di accoglienza, le morti per mano fascista e i partiti riconosciuti dalla democrazia che inneggiano all’odio, con il coltello in mano lasciati liberi di aprire sedi nella nostra città.

Molti dei ragazzi che hanno portato insieme i loro corpi fra i vicoli di Genova, determinati, più forti di tutti quegli sguardi di chi, dai negozi, li guardava stupito ed impaurito, avevano sul volto rabbia e dolore, sì,  ma anche gioia di essere lì, insieme, a testa alta.

Speriamo tutte e tutti che ci siano altre giornate come questa, altre voci forti, altri momenti di unione, altre strade piene di persone che non si faranno fermare da paura e repressione, dall’odio razzista e dall’indifferenza.

Quella di sabato è stata una giornata che ha dato speranza, che ha mostrato forza e determinazione nel reagire uniti, noi sfruttati, colonizzati, pronti a rivoltarci alla violenza fascista e razzista, a Genova, Firenze ed in altre città.

L’invito di fine corteo continua ad aleggiare per i vicoli della città vecchia:

“A presto nelle piazze! Per uscire dall’isolamento e contrastare i nostri nemici!”

A cura di Fight

[1] MeMento: E’ un’associazione che si occupa  della continuazione della memoria della Repubblica Sociale Italiana attraverso la pulizia e la tutela delle tombe dei repubblichini fucilatori dei loro connazionali e alleati dei nazisti. Inoltre è la diretta erede spirituale ed immobiliare della Unione Nazionale Comnbattenti della Repubblica Sociale Italiana UNCRSI.

Emergenza freddo o ulteriore passo avanti verso il nuovo nazismo?

Dopo l’emergenza-piogge, è arrivata l’emergenza-freddo a Ventimiglia.

Si sa, sono anni ormai che  paradossalmente si va avanti di emergenza in emergenza.

Eppure qualcuno potrebbe notare che un’ondata di gelo eccezionale, il Burian Siberiano in questo caso, è sì un evento insolito ma per chi ha una casa riscaldata, vestiti caldi e impermeabili è qualcosa di gestibile, qualcosa che può diventare finanche piacevole: improvvisamente la neve arriva fino al mare, il paesaggio si fa candido e i bambini, ma non solo, si divertono a tirare qualche palla di neve.

L’emergenza allora ancora una volta è stata un’emergenza selettiva: ha riguardato principalmente le centinaia di persone accampate all’aperto sotto il ponte di Via Tenda o nei tendoni del Campo della Croce Rossa a Ventimiglia… insieme alle altre migliaia di persone accampate all’aperto nel resto della Penisola.

La netta maggioranza di questi bambini, di queste donne e di questi uomini sono immigrati, non italiani.

Durante i giorni di gelo sono uscite alcune testimonianze, articoli e reportage sulla situazione di emergenza vissuta a Ventimiglia dalle persone migranti.

Ne riportiamo qualche passaggio significativo:


27/02/2018 Dalla pagina FB del Progetto 20k [1]

 Da ormai quasi tre giorni la situazione a Ventimiglia è parecchio critica per i più di 150 migranti senzatetto che si trovano sotto il ponte stradale.
Abbiamo chiesto ufficialmente al comune di attivarsi per sopperire alla mancanza di uno spazio dove queste persone possano ripararsi dal freddo e dal gelo, almeno finché non finirà l’emergenza maltempo. Fra queste persone sono presenti molti soggetti vulnerabili, soprattutto infanti, minori e persone con vari problemi di salute. Dopo aver diffuso la notizia su svariate testate giornalistiche abbiamo ricevuto sostegno da molti solidali di Imperia e dalla regione, ma anche dai vicini transfrontalieri: purtroppo non abbiamo avuto nessuna risposta dal Comune di Ventimiglia.

Con gli attori locali stiamo cercando di gestire questa situazione vergognosa: i solidali e gli attivisti, anche transfrontalieri, stanno cercando di sopperire autonomamente a queste carenze, distribuendo cibo, bevande calde, legna per i fuochi, vestiti e coperte. Le ONG locali si stanno muovendo per convincere le donne con o senza bambini e minori ad andare al campo CRI o per aiutarci ad assicurare la distribuzione di cibo serale che, a causa del maltempo, si è dovuta interrompere. Anche la Croce Rossa di Monaco si è attivata con alcune navette per trasportare i migranti al campo, che è distante e la strada per raggiungerlo pericolosa, ma queste funzionano solo per parte della giornata, in maniera poco costante.

La sospensione delle identificazioni al campo CRI è stata disposta solo per donne e minori, ma non per gli uomini. Questo fatto genera quindi diffidenza perché lasciare le impronte digitali significa essere esposti maggiormente al rischio di deportazioni, rimpatri o di un ennesimo trasferimento in un centro chissà dove in Italia, così in molti preferiscono rifugiarsi in altri posti e/o piuttosto restare al freddo.
La chiesa delle Gianchette è rimasta aperta per qualche ore e il parroco ci ha concesso uno spazio da utilizzare come magazzino temporaneo per le coperte che tanti solidali ci stanno inviando. Abbiamo ancora bisogno di trovare altri spazi per la legna che raccogliamo, dato che è l’unica fonte di riscaldamento per le persone sotto il ponte. Ci auspichiamo che la solidarietà tra le varie realtà locali possa portare a gestire con più facilità questa situazione di assoluto disagio, perché purtroppo il peggio non è ancora arrivato: nei prossimi giorni è prevista neve, pioggia e un calo drastico delle temperature.

Ieri sera la sala d’attesa della stazione avrebbe dovuto essere aperta, ma in realtà è rimasta chiusa. In tanti durante il giorno si riparano lì dal gelo e dalla neve che continua a cadere fitta, ma stamattina ci è giunta notizia della presenza sia di camionette con agenti in borghese che caricavano i migranti sulle camionette sia di pullman che, come di prassi, li deportavano forzatamente verso il sud Italia.

Riteniamo vergognoso e inaccettabile l’accanimento di queste ore nei confronti dei soggetti più vulnerabili presenti sul territorio ventimigliese. L’alta probabilità di essere intercettati dalla polizia potrebbe avere, infatti, l’effetto di incentivare i migranti a restare per strada o sotto il ponte, a costo di rimetterci la pelle. È in situazioni come questa che le istituzioni dovrebbero attivarsi per proteggere la vita di queste persone, piuttosto che dileguarsi senza risposte e facilitare l’azione poliziesca di repressione nei confronti dei transitanti.

 


28/02/2018 Da Repubblica, reportage di Pietro Barabino e Giulia De Stefanis:[2]

Ventimiglia, anche un bimbo di 3 mesi fra i migranti bloccati nel gelo. Ma il centro di accoglienza non si fa

A Ventimiglia non nevicava dal 1985 e molte delle persone – in tutto alcune centinaia – che stazionano al confine con la Francia in attesa del “grande salto” oltre la frontiera, non avevano mai visto un fiocco di neve. Tra i migranti, che stanno trascorrendo queste notti all’aperto a -7 gradi, anche tantissimi ragazzini e giovani mamme con i loro bambini di pochi mesi. Attualmente il Campo della Croce Rossa ospita trecento persone, duecento quelli che preferiscono restare fuori. La legge sui minori non accompagnati obbligherebbe ad aprire un centro dedicato ai più piccoli e alle donne, ma l’apertura – pianificata mesi fa dalla Prefettura – è stata bloccata dalla protesta di alcuni cittadini capeggiati dal sindaco della città di frontiera, che dopo aver insistito per la chiusura del campo gestito dalla Caritas, ha ostacolato in ogni modo l’apertura del centro per i minori non accompagnati.


 

Donne e uomini solidali si sono subito mobilitati per fornire aiuti e generi di conforto, per cercare di alleviare pericolo e sofferenza delle persone lasciate al gelo.

Invece nessun ente istituzionale, né Comune, né Prefettura, né Protezione civile ha preso iniziative per affrontare la situazione.

Il messaggio da parte delle istituzioni è stato molto, fin troppo, chiaro: non c’è nessuna emergenza umanitaria in atto perché quegli esseri che vivono sotto al ponte o non sono umani, oppure smettono di esserlo in quanto clandestini.

Come ha reagito la popolazione di Ventimiglia? A parte il gruppo dei solidali che attraversano il territorio – italiani, francesi, europei – la popolazione autoctona si è mossa di fronte a questa situazione così evidentemente penosa per le persone costrette a subirla?

La cittadinanza del territorio ha mostrato sdegno, disaccordo, disapprovazione nei confronti dell’abbandono riservato alle persone migranti, lasciate  all’aperto con il ghiaccio, la neve e temperature molto al di sotto dello zero, o ha taciuto, di fatto assentendo al comportamento delle istituzioni?

Lo chiediamo ad una solidale che è stata costantemente presente e attiva durante la settimana di gelo e ha vissuto in presa diretta la drammatica situazione sotto il ponte di Via Tenda, tra le persone accampate:

 

“Guarda, la situazione a Ventimiglia è molto complessa e il clima, giorno dopo giorno, si fa sempre più teso e pesante… Sarebbe troppo semplice rispondere che la stragrande maggioranza della cittadinanza di Ventimiglia vuole lo sgombero dei migranti da sotto il fiume, che non ha voluto l’apertura del centro per minori, che è favorevole alle deportazioni verso Taranto, insomma che è razzista e xenofoba, quindi d’accordo con il comportamento delle istituzioni. Questa gente esiste e non è certo una minoranza, anzi…

Però attenzione non ci sono solo loro. In realtà tantissima gente in questa settimana di gelo ha aiutato come ha potuto, soprattutto offrendo sostegno materiale. Sono arrivate tantissime donazioni di beni di prima necessità a Eufemia, tanto che è stato chiesto al parroco di mettere a disposizione il magazzino della chiesa delle Gianchette perché la roba non entrava più nello spazio di Eufemia. Per dirti, ancora, quando gli attivisti del collettivo Kesha Niya, che di solito forniscono i pasti sotto al ponte, sono rimasti bloccati nella neve, a quel punto a cucinare è stata sempre la Caritas… Ma lo sai chi ci sta in Caritas? Tantissimi volontari che prima, quando era aperta la chiesa delle Gianchette, stavano lì a organizzare l’accoglienza dal basso per i migranti. Questo per dirti che una parte di cittadinanza si è mossa, ma certamente lo ha fatto sotto traccia. In maniera assolutamente non pubblica.

Se vuoi sapere perché, io credo che il motivo sia principalmente il clima di repressione e intimidazione che si vive a Ventimiglia. La chiusura della Chiesa delle Gianchette, avvenuta per ordinanza del Comune, ha segnato un punto di non ritorno: ogni sostegno pubblico ai migranti, anche quello di tipo umanitario e non conflittuale, è stato sempre più ostacolato. Si dà appositamente massima rilevanza ad ogni rigurgito razzista e si ostacola in maniera palese o “silenziosa” qualsiasi iniziativa di solidarietà. La polizia ha intensificato i suoi atteggiamenti intimidatori, il Comune le misure repressive, i media i toni di scontro da civiltà e questo ha permesso alla cittadinanza razzista di alzare la testa e sentirsi legittimata a comportamenti orrendi. Capita spesso che i solidali girino per Ventimiglia sentendosi insultare, soprattutto le donne peraltro, con frasi tipo: “Ecco la puttana che va con i negri” “Ecco gli amici dei negri..” ecc. ecc. Lo riporto per farti capire come mai la cittadinanza solidale e antirazzista agisca sotto traccia, in maniera diciamo “invisibile” allo sguardo pubblico.

Questo ovviamente ha anche delle ripercussioni sul rapporto con le persone migranti. Vedendo questa situazione, che loro ovviamente vivendo sulla loro pelle percepiscono, hanno sempre meno fiducia nei solidali. Non si tratta della fiducia umana a mancare, ovviamente sentono la nostra amicizia e vicinanza, ma si rendono anche perfettamente conto della nostra debolezza e questo li porta ad affidarsi a chi riconoscono come dotato di strumenti più efficaci… Inoltre tutto questo clima sta accelerando il processo di ghettizzazione lungo il fiume: ti isolano, ti marchiano da reietto, ti lasciano senza nulla, nelle condizioni più disumane… beh gli effetti sociali che tutto questo può produrre, credo che non serva un professore di sociologia a spiegarli… Sembra veramente che qui in Via Tenda, tra il sotto ponte e il quartiere popolare, in atto ci sia una strategia della tensione. Ecco, direi che questa situazione fa capire quanta poca democrazia sia rimasta in questo posto ma forse non solo qui, se è vero che questo posto è uno dei laboratori dove si sperimentano pratiche che poi vediamo riprodursi velocemente in molti altri territori di questo Paese. Probabilmente tutto questo deve farci riflettere profondamente sui modi e sugli strumenti possibili per un agire politico e sulla posta in gioco in questo momento…”

Emergenza freddo – Migranti fuori dalla Chiesa delle Gianchette

Torniamo alla domanda iniziale: si è trattato dell’ennesima emergenza, oppure di un ulteriore passo nella costruzione di una politica nei confronti delle persone migranti, dei poveri, degli esclusi, che si può  definire come tanatopolitica (politica di morte)?

Michel Foucault ha coniato la categoria di “biopolitica” per indicare le pratiche e i dispositivi con cui il potere opera sulla vita della popolazione ai fini di far vivere chi è produttivo, lasciar morire chi invece non lo è, né può diventarlo. L’espressione “tanatopolitica” indica l’emergere di dispositivi diretti al far morire una parte di popolazione. Precisamente la parte delle “masse senza volto” che risulta in eccedenza. Sempre seguendo la traccia del pensiero foucaultiano, occorre chiedersi a quale scopo e per produrre cosa, oggi, il potere statuale operi in questo modo.

Con lo sguardo al sotto ponte di via Tenda a Ventimiglia, osservando le dinamiche in atto è possibile affermare che l’intenzione istituzionale sia  quella di produrre un’esclusione/ghettizzazione radicale di una parte di popolazione, della quale lo stato non si interessa in nessun modo e sulla quale mette in opera una sorta di selezione.

I più forti resisteranno, i più deboli saranno eliminati. Chi resisterà avrà sempre la chance di poter uscire dal ghetto /  passare il confine – dall’esclusione ad un’inclusione selettiva –  molto spesso (ma non sempre né necessariamente) trasformato, grazie anche ai dispositivi burocratici e alle procedure disumanizzanti per i permessi di soggiorno, in un corpo docile, totalmente disponibile allo sfruttamento.

La morsa di gelo che ha serrato l’Italia nell’ultima settimana del febbraio di quest’anno richiama cupamente alla mente la morsa che  attanaglia la maggioranza delle coscienze dei cittadini “legittimi” di un Paese sempre più vicino alla barbarie.

Un gelo difficile da sopportare, soprattutto per chi viene e per chi ama i climi caldi e meridionali.

Sotto la neve e gli strati di ghiaccio, tuttavia, la vita trova il modo di serbare le sue energie per riespodere, senza bussare, in primavera.

Anche le energie di chi ama la vita e la libertà, se ritrovate e alimentate, sanno diventare molto più potenti di qualsiasi prigione di ghiaccio.

 

a cura di g.b.

[1] https://www.facebook.com/progetto20k/posts/584120855281166

[2 ]Invitiamo a guardare il video reportage realizzato dai due giornalisti che potete trovare al seguente link  https://video.repubblica.it/edizione/genova/ventimiglia-anche-un-bimbo-di-3-mesi-fra-i-migranti-bloccati-nel-gelo-ma-il-centro-di-accoglienza-non-si-fa/298430/299055   

 

 

Prima della neve

Sabato 27 febbraio è stata una giornata di lavoro intenso sotto al ponte di via Tenda.

Avremmo fatto almeno 40 visite.

Rispetto alla scorsa estate ci sono più persone che vivono sotto al ponte del cavalcavia lungo al fiume, con un numero senza precedenti di donne e bambini anche molto piccoli.

L’insediamento sembra sempre più stabile, con baracche costruite con pezzi di legno e teli di plastica. Le persone che vivono lì sono prevalentemente eritree e sudanesi. Al momento, tutte le donne sole e le madri sono eritree.

Le persone che abbiamo visitato erano giovanissime. Tantissime affette da scabbia. Spesso con sovra-infezioni molto importanti. Grazie alla nostra disponibilità di farmaci e grazie alle scorte di indumenti stivati presso l’infopoint Eufemia abbiamo potuto somministrare il trattamento antiscabbia a molte persone, dopo esserci assicurati che avessero compreso come eseguire correttamente tutta la procedura.

Molti ragazzi avevano l’influenza, alcuni di loro sembravano avere la polmonite. Per questi ultimi, avvalendoci dell’aiuto nella traduzione di compagni di viaggio o di persone solidali, abbiamo scritto delle lettere di invio al pronto soccorso, perché eseguissero una radiografia del torace.

Moltissime persone presentavano ferite infette, difficili da tenere pulite per le pessime condizioni igieniche della vita sotto al ponte e per l’impossibilità di lavarsi.

Le persone erano molte e la difficoltà di comunicazione, associata alla precarietà del luogo e alla mancanza di un minimo di riservatezza, creavano difficoltà per tutti.

Per il pomeriggio di sabato avevamo in programma un incontro con alcune donne solidali del territorio, per fare chiarezza in merito al diritto all’assistenza sanitaria per le persone senza documenti in Italia e per spiegare le patologie più comunemente da noi osservate nel corso di questi anni a Ventimiglia. L’incontro è andato molto bene, e durante questo molte solidali hanno espresso la preoccupazione per la condizione della gente sotto al ponte, visto l’arrivo del freddo intenso:  più volte si sono tentate telefonate alle autorità della zona per capire cosa fosse possibile fare in proposito.

In serata siamo rimasti a Ventimiglia per un aperitivo organizzato per sostenere il bar Hobbit di Delia. Delia è una delle pochissime persone (se non l’unica) che gestisce un’attività commerciale ad essere sempre stata accogliente con chi viaggia, diventando, nei mesi, un punto di riferimento per tutti coloro che si impegnano in attività di solidarietà diretta e concreta con le persone in viaggio. Prima dell’inizio dell’aperitivo, Delia ha parlato a lungo con un gruppo di boy-scout giunti per la prima volta a Ventimiglia, con l’obiettivo di comprendere meglio la situazione e maturare una consapevolezza rispetto alla chiusura delle frontiere e alle storie delle persone migranti che rimangono bloccate a Ventimiglia. Delia ha raccontato loro i fatti salienti di questi due anni e mezzo e ha espresso anche molte lungimiranti considerazioni su come la convivenza con persone giovani e con storie diverse potrebbe costituire un elemento di stimolo e un arricchimento per tutti nella città di Ventimiglia.

A riprova del suo, fondamentale, ruolo di riferimento per le persone in transito, siamo stati chiamati da lei per visitare una giovanissima mamma eritrea di circa 16 anni con una bimba di pochi mesi: ambedue con la scabbia. E’ stato estremamente difficile comunicare con la ragazza, nonostante ci fosse qualcuno che tentava di fare da traduttore. Appariva spaventata, voleva andare al più presto a prendere il treno. Non capivamo se avesse fatto o meno il trattamento per la scabbia. Infine si è defilata velocemente, seguita da alcuni solidali che in seguito ci hanno informato che, salita sul treno, pare avesse poi anche superato Mentone.

La mattina seguente, per favorire il dialogo con le persone che avessero problemi di salute, abbiamo deciso di montare sotto al ponte un gazebo che alcuni solidali, medici e non, hanno procurato appositamente per questo scopo e che viene conservato presso l’info-point Eufemia.

Le temperature, intanto, si stavano abbassando. Abbiamo visitato diverse persone, alcune con i segni mai completamente guariti delle torture subite in Libia, come dolori persistenti nelle sedi di diverse bruciature sul tronco. Un giovane sudanese aveva un danno corneale evidente, risultato di un colpo in faccia infertogli in Libia con il calcio di un fucile. Gli abbiamo detto che chiaramente non potevamo fare nulla in quelle condizioni e gli abbiamo consigliato di farsi visitare una volta raggiunto il paese di arrivo. Abbiamo poi visto ancora molte persone affette da scabbia. Una solidale ci raggiunge accompagnata dalla giovane madre eritrea visitata il giorno prima su segnalazione di Delia e da un suo connazionale. Veniamo così a sapere che la polizia francese l’aveva, nel frattempo, identificata a Cannes e nonostante si trattasse di una persona di minore età con una figlia di tre mesi, l’aveva rispedita in Italia. 

Era di nuovo a Ventimiglia sotto il ponte, più confusa che mai. Siamo almeno riusciti a convincerla, questa volta, a sottoporre sé stessa e la piccola al trattamento per la scabbia.  È stata dunque accompagnata da una amica solidale all’infopoint e qui aiutata nella la procedura del trattamento antiscabbia per sé stessa e per sua figlia.

Nel pomeriggio siamo partiti per Genova mentre iniziava a nevicare forte e a fare molto freddo.

È difficile accettare che, in tutta Europa, anche nelle situazioni climatiche più estreme, la scelta sia stata di impedire il libero movimento di esseri umani in virtù della re-istituzione dei confini, anche se il rischio per la salute delle persone che rimangono intrappolate  è così grave.

Nel caso italiano, e nello specifico a Ventimiglia, era  noto da giorni che il gelo sarebbe giunto anche a basse quote dove in genere non arriva, ovvero anche lì sotto quel ponte dove bambine e bambini, donne e uomini vivono già in condizioni estreme.

Sotto quel ponte, dove già da anni ormai i diritti a condizioni igieniche decenti, al cibo, all’acqua, sono stati negati.

Falsamente di queste politiche inumane si è arrivati ad accusare proprio le vittime , facendosi scudo della presenza di un centro di accoglienza della croce rossa, molto difficile da raggiungere a piedi senza rischiare la vita, vista la strada molto percolosa, nonché illegale secondo le leggi dello Stato in quanto donne e uomini, bambine e bambini, anche non accompagnati, sono costretti a vivere promiscuamente in container.

Rilanciare l’attenzione sulla violenza della frontiera: domenica 18 febbraio “Calpestiamo il Confine”

Pubblichiamo un’intervista al CAZ – Collettivo Alpino Zapatista di Genova – che insieme ad Ape – Associazione Proletari Escursionisti di Milano domenica 18 febbraio organizza una gita sociale attraverso i sentieri che collegano Ventimiglia a Mentone.
L’iniziativa “Calpestiamo il Confine” viene organizzata dopo un lungo periodo di assenza (per lo meno dal lato italiano) di iniziative pubbliche riguardanti la situazione nella zona di confine di Ventimiglia organizzate da solidali con le persone migranti.
Un silenzio dovuto principalmente alle grandi difficoltà di agibilità politica incontrate dai solidali e dagli attivisti antirazzisti in quel territorio. La repressione poliziesca di ogni manifestazione di dissenso verso le politiche di discriminazione e cattiva accoglienza, messa in atto dalle istituzioni italiane, ha reso particolarmente difficile l’organizzazione di momenti collettivi sia di denuncia che di solidarietà.[1]
Al contrario, negli ultimi mesi le istituzioni hanno tollerato e spesso incentivato l’organizzazione di manifestazioni xenofobe da parte di forze politiche  o comitati di cittadini razzisti.[2]
In questo scenario, la passeggiata sociale organizzata dai compagni del Caz e dell’Ape, come momento di riflessione collettiva, è un piccolo ma decisamente importante passo per ricominciare a contrastare, anche pubblicamente, la banalità del male che permea Ventimiglia e la sua frontiera.

Il 18 febbraio si terrà l’iniziativa “Calpestiamo il confine”, organizzata dal vostro gruppo, il Caz (Collettivo Alpino Zapatista) e da Ape (Associazione Proletari Escursionisti) Milano. Potete darci qualche informazione pratica sull’iniziativa?

 

Sarà una gita sociale, volta a sensibilizzare su quello che sta avvenendo nel territorio del confine ventimigliese.
L’appuntamento è a Genova alle 8 in Piazza Dante; a Milano alle 6,30 in via Confalonieri 3, di fronte a Piano Terra, oppure direttamente a Ventimiglia alle 10.20 davanti alla chiesa delle Gianchette, in via Tenda. Il sentiero è abbastanza semplice, adatto a tutte\i. Ricordiamo comunque di portare abbigliamento adeguato, acqua e pranzo al sacco.
Per qualunque informazione si può scrivere a caz.info@insiberia.net oppure milanoape@gmail.com oppure tramite l’evento fb o alla pagina Collettivo Alpino Zapatista.[3]

 

Non è la prima volta che il vostro collettivo organizza delle escursioni sulle montagne che segnano il confine italo-francese tra Ventimiglia e Mentone. Da cosa nasce il vostro interesse per questo territorio?

 

Questo confine (come gli altri) rappresenta una contraddizione enorme dentro la comunità Europea: permeabile ai bianchi ed alle merci, è invece assolutamente chiuso e respingente, spesso in maniera violenta, per le persone non bianche. Il risultato è che i migranti e le migranti provano a passare dai monti: spesso senza attrezzatura adatta, di notte per non farsi scoprire dalla polizia. Senza conoscere la strada da percorrere ogni sentiero diventa pericoloso, in particolare quello che è divenuto tristemente famoso come “sentiero della morte”, uno dei più utilizzati per comodità e vicinanza ai centri abitati. Ad oggi sono almeno 16 le morti accertate nel tentativo di passare il confine italo-francese a Ventimiglia, di queste molte sono avvenute proprio sul sentiero che proponiamo per la gita di domenica 18. Questa concezione delle Alpi come barriera riemerge ciclicamente nella storia. Per noi che viviamo la montagna come spazio di incontro e di libertà è una concezione odiosa, pericolosa ed errata. Pensiamo che ognuna\o abbia diritto a muoversi come meglio crede.

Gli abitanti della Val di Susa, attivisti e militanti No Tav, da un po’ di tempo si stanno confrontando con l’apertura di una nuova rotta migratoria che attraversando la loro valle porta in Francia scavallando il Col de l’Échelle. E’ da poco nato un collettivo, Briser les Frontière, che si propone di organizzare la solidarietà attiva alle persone migranti e che il 14 gennaio scorso ha organizzato una ciaspolata solidale per portare l’attenzione sulla violenza della frontiera. [4] Qualcuno di voi ha partecipato, volete raccontarci qualcosa di quell’iniziativa?

Foto della marcia del 14 gennaio organizzata al confine italo-francese tra la Val di Susa e la Val de la Clarée

Siamo salite\i un paio di volte in Val Susa oltre al 14 Gennaio. L’iniziativa è andata bene e la situazione in valle è per certi versi simile a quella che sta vivendo Ventimiglia anche se c’è una determinante differenza: i valichi sono più in alto, c’è la neve e questo rende le cose ancora più difficili e pericolose per chi vuole passare. Si affrontano condizioni davvero estreme con il rischio di perdersi, congelarsi o il pericolo delle valanghe. Le\gli attiviste\i e le \i solidali al di qua e al di la del confine si stanno organizzando dal basso, e la comunità di quelle valli sta dando una prova di umanità e resistenza notevole. I tentativi di attraversamento dei valichi sono decine quotidianamente. Lo Stato Francese risponde con ferocia braccando, cacciando, respingendo anche i minori e lasciando le persone respinte ai valichi alpini di notte e in situazioni di serio pericolo. Si sono registrati dei casi di congelamento con amputazione degli arti e delle morti di persone in fuga dalla polizia. Le istituzioni italiane non sono comunque da meno,  all’indifferenza e al controllo hanno aggiunto la politica della dissuasione: in diversi comuni le amministrazioni hanno ordinato di chiudere nelle ore notturne le sale d’aspetto delle stazioni, unico ricovero possibile per chi viaggia nell’inverno alpino.

 

L’amore per la montagna, l’alpinismo, l’escursionismo parlano di libertà, di connessione profonda e rispettosa dell’uomo con la natura, di recupero di un tempo diverso rispetto a quello alienato delle metropoli globali. Questa dimensione che voi coltivate con il vostro collettivo ha un legame con il fenomeno attuale della migrazione che interessa da vicino i luoghi che abitiamo? E se sì di che tipo?

 

Nel nostro modo di andare in montagna c’è un concetto di base che è fondamentale: si va tra pari, senza discriminazioni, nel rispetto e nella messa a valore delle differenze. La montagna è un luogo di incontro, scambio e arricchimento, una cerniera e non una barriera, un luogo dove non è assolutamente accettabile negare un aiuto a chi ne ha bisogno. In montagna si va rispettando tutto quello che ti circonda, persone e paesaggio, si va al passo del più lento, magari anche rinunciando al proprio personale interesse per il benessere del gruppo o del singolo e della singola in difficoltà. Questo concetto è chiaro a chiunque vada in montagna: se c’è bisogno devo aiutare, è umano. In questo pensiamo siano molte le connessioni con chi, persone in transito e non, oggi si trova ad agire una vera e propria resistenza contro la disumanizzazione sul confine di Ventimiglia.

 

Quali sono gli obiettivi dell’iniziativa del 18 gennaio?

 

Ciò che ci auguriamo in ogni nostra gita: ossia che gente diversa si possa incontrare sui sentieri, che camminando lentamente si chiacchieri meglio e si condivida quello che ognuna\o si porta nello zaino.
Quando siamo saliti per la prima volta sul “sentiero della morte” abbiamo vissuto una sensazione strana, molto profonda: resti di giacigli, scatolette di cibo, le scritte sui muri dei ruderi usati come bivacco aspettando la notte, spazzatura, una borsa proprio sul confine con un accendino, qualche sigaretta ed un messaggio. In quel giorno i fatti da telegiornale, i dati, le cifre, i flussi, i decreti sono diventati corpi, storie ed occhi lucidi. Si respira un’aria strana sui sentieri sopra Ventimiglia. Proveremo anche ad operare una raccolta dei materiali smarriti o abbandonati lungo il sentiero, in modo da radunarli in una mostra che possa, nei prossimi mesi, raccontare anche a valle quello che succede alle persone lassù.

Ci piacerebbe che tanta gente vivesse quell’esperienza, provare ad aprire gli occhi sul fatto che tra due cimiteri per migranti come il Mediterraneo e le Alpi c’è l’Italia.

 

Intervista al CAZ, a cura di g.b.

 

 


[1] Recentemente abbiamo pubblicato un’intervista ad una solidale incappata nelle maglie della repressione, nella quale viene descritto efficacemente il ruolo delle istituzioni nelle vicende politiche degli ultimi due anni e mezzo nella zona di confine di Ventimiglia: https://parolesulconfine.com/ioculano-e-rosella-repressione-e-solidarieta/

[2] Su questo abbiamo recentemente pubblicato un post: https://parolesulconfine.com/sullemergere-dei-comitati-cittadini-anti-migranti/

[3] https://www.facebook.com/events/147098019258000/

[4] Su questo blog abbiamo parlato di questa nuova rotta migratoria e dell’iniziativa del  collettivo Briser les frontières in questo post https://parolesulconfine.com/rotta-migratoria-tra-morte-e-liberta/

 

Ioculano, Rosella e il processo: una storia di repressione e solidarietà

Rosella Dominici è una volontaria e attivista imperiese, impegnata in azioni di solidarietà coi migranti che rimangono intrappolati a Ventimiglia, da quando, nel 2015,  la Francia sospese gli accordi di Schengen e chiuse la frontiera con l’Italia.

Il prossimo Venerdì 9 Febbraio 2018, al Tribunale di Imperia, Rosella sarà processata per diffamazione aggravata: una denuncia che arriva dal Sindaco della cittadina di frontiera, Enrico Ioculano, al quale la solidale diede del “bastardo” in un post su Facebook. L’episodio risale al 30 Settembre 2015, a poche ore dalla conclusione di sgombero del presidio nella pineta dei Balzi Rossi, iniziato pochi mesi prima dai migranti in protesta contro il blocco di confine.

Alla sera, Rosella aprì un post su Facebook e scrisse di getto, con rabbia e amarezza, contro chi aveva messo la propria firma sugli eventi di quella giornata.

Il processo per diffamazione si è aperto il primo dicembre 2017, presieduto dalla giudice Daniela Gamba, con la testimonianza della diretta interessata, difesa dagli Avv. Gianluca Vitale del Foro di Torino e  Avv. Francesco Fazio del Foro di Savona. Poichè il sindaco Ioculano era quel giorno impegnato a Roma, una seconda data del processo è stata quindi fissata per il 9 Febbraio 2018, per ascoltare le parole dell’accusa.

Abbiamo incontrato Rosella, chiedendole di raccontarci la genesi e la storia di questo processo: si è finiti per parlare dell’oggi, con un occhio al passato e uno al presente della cittadina frontaliera. Un occhio sensibile e attento alle ingiustizie e alla grave situazione in cui versano le persone in viaggio. Uno sguardo lucido e vigile e che non può fare a meno di notare come, nello scorrere dei mesi, le cose siano solo peggiorate. Per tutti.

Rosella, ci puoi raccontare a grandi linee che cosa accadde il 30 settembre del 2015: quali fatti e quali emozioni ti portarono a scrivere che il sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano fosse stato un “bastardo”?

Certamente: iniziamo dal post e dal perchè scrissi quell’affermazione contro il sindaco.

Era la sera del 30 settembre 2015, dopo un’intera giornata di sgombero dei Balzi Rossi, e su quel post, a parte la scritta, misi la foto della ruspa che aveva distrutto e buttato nei bidoni centinaia di tende, medicinali, un magazzino di cibo, vestiti, documenti dei ragazzi.

Per tutto il giorno i blindati e centinaia di poliziotti hanno circondato i ragazzi sugli scogli, trattandoli come criminali e impedendo a chiunque, cittadini, associazioni, di portargli acqua e cibo.

Questo è stato il senso del post, il contesto: la rabbia e la frustrazione per ciò a cui avevamo dovuto assistere.

Dopodichè bisogna per forza parlare dei Balzi Rossi, per capire: spiegare come è nato quel campo e che cosa ha significato per centinaia di persone. Il presidio sugli scogli di fronte al confine era iniziato a metà giugno: i migranti che erano arrivati lì x passare la frontiera hanno trovato chiuso. Per protesta scesero sugli scogli e da lì si sono rifiutati di spostarsi. Mi ricordo che in quelle giornate faceva un caldo pazzesco, quindi assieme ad altri solidali siamo andati subito a prendere cestelli d’acqua e qualche ombrellone. Nei giorni seguenti abbiamo messo delle vele sugli scogli per l’ombra… e insomma, da lì è iniziata questa solidarietà pazzesca durata oltre tre mesi.

Non è che al campo ci fossero i no borders, al campo c’erano persone: i volontari, le associazioni, gli attivisti, gli avvocati, i medici… c’era proprio una realtà… c’era un pezzo di umanità! Per tutta la durata dei Balzi Rossi c’è stato un flusso ininterrotto di gente che portava qualsiasi cosa di cui ci fosse bisogno: per mesi si è realizzata una solidarietà che, quel giorno, venne distrutta nell’arco di 12 ore di assedio.

Il senso di quella distruzione e di quelle ruspe?

Non c’è: non ci fu senso allora e non vedo nessun senso ancora oggi.

Attraverso il post incriminato hai voluto esprimere un’opinione: ritieni che il sindaco Ioculano sia in qualche modo responsabile di quello che accadde nell’estate del 2015 e degli eventi che seguirono?

Da mesi Ioculano era uno di quelli in prima fila per chiedere lo sgombero del campo.

Tirava ripetutamente fuori questa storia che lì c’erano i no borders… come se questo volesse dire qualcosa di particolarmente grave in sè. Una fissa che questi del PD hanno rispolverato ancora il primo di dicembre in televisione: mentre ero a processo a Imperia, Ioculano era infatti in onda sul La7 a “L’aria che tira”, occasione nella quale Vauro ha ricordato al sindaco le sue responsabilità per aver firmato il divieto di dare acqua e cibo ai migranti. Vauro ha parlato di ordinanze analoghe che vennero promulgate durante il nazismo contro gli ebrei, e Ioculano, per tutta risposta, ha fatto spostare il discorso dicendo che quella era una situazione particolare e che ai Balzi Rossi, comunque, vi erano più ragazzi bianchi no borders, che migranti (Cosa peraltro non vera). Come dire che era quindi automaticamente un posto di gentaglia, tralasciando tutto l’immenso lavoro di solidarietà che invece si stava portando avanti.

E comunque l’ordinanza in questione è perdurata negli anni ben oltre l’esperienza dei Balzi Rossi, ed è rimasta in vigore in situazioni terribilmente peggiori. Questa è la sua idea di quella che è la solidarietà.

Ed è proprio il motivo per cui ho scelto di andare a processo invece che chiedergli scusa. Non solo ha continuato a difendere un’ordinanza che affama la gente, ma, nei mesi, ha fatto sgomberare un nuovo campo solidale sorto nel 2016 sotto al ponte di Via Tenda; e poi ha lasciato che venisse chiusa anche l’esperienza di accoglienza all’interno della chiesa delle Gianchette; e ha proseguito su quella strada lì, mi pare, viste anche le affermazioni del signor sindaco nel consiglio comunale del Novembre scorso.

Avrei potuto chiedergli scusa come ha fatto un’altra ventina di persone: c’erano altre denunce in ballo, che lui ha però ritirato in cambio di qualche centinaio di euro, di scuse scritte… non lo so nemmeno e non mi interessa: non ho nulla di cui scusarmi con Ioculano. Secondo me è il sindaco che dovrebbe piuttosto chiedere scusa ai migranti per quello che sta succedendo.

Altro che Balzi Rossi: basterebbe andare a vedere che cosa c’è adesso lungo il Roja!

Per il sindaco la soluzione di tutto sarebbe il campo di Croce Rossa (che comunque andranno a smantellare per una serie di accordi commerciali sull’area del ex parco ferroviario), a chilometri dalla stazione, in un posto isolato e lontano da qualsiasi servizio della città, su una strada così pericolosa che c’è da aver paura a percorrerla persino di giorno. Bisogna prendere atto di questa situazione e chiedersi come mai le persone lì non vogliano andare: avranno dei motivi se preferiscono restare sotto al ponte?

Perdipiù, con la chiusura dell’accoglienza alle Gianchette, si è perso anche l’unico posto un minimo tutelato per le donne e i minori. Oggi le ragazze, le giovani madri e i bambini vivono esposte ad abusi e sfruttamento di ogni tipo, senza nessuna tutela.

Come ti vivi questo processo? È un episodio che ti colpisce a livello personale ed individuale, ma è vero che il contesto in cui si inserisce ci racconta di molti pezzi, moltissime persone… Come ti fa sentire l’accusa di diffamazione aggravata? Se potessi tornare indietro, scriveresti di nuovo quel post?

Sinceramente? Me la vivo senza farmi troppi problemi. Nel senso che io ho scelto quella strada lì. L’ho scelta già nel 2015 e l’ho scelta coscientemente. E sì, assolutamente: visti gli eventi di quella giornata, ripeterei tutto nella stessa maniera.

Non ci sono santi su questa cosa: non sono i solidali il problema, non sono i migranti il problema.

Il problema è la frontiera.

Il problema è sempre stato il confine: lo era allora, lo è oggi e lo sarà finchè decideranno di sbarrare la strada alle persone.

Non si può scordare che Ventimiglia sia un posto di frontiera: se tu ne sei il sindaco, hai un paio di modi per provare a governare. Puoi organizzare un’accoglienza come si deve, o puoi far diventare un problema le persone stesse. Ma la seconda è una scelta priva di senso e strategia. Non fermi le persone, così come pure la solidarietà: la puoi stroncare ma solo fino a un certo punto.

Puoi mettere barriere e inventare mille leggi, ma l’essere umano mica si ferma!

Anzi guarda, secondo me Ioculano, denunciandomi, si è creato comunque un ulteriore boomerang: perchè il primo dicembre grazie al processo, mentre lui stava in televisione, a Imperia c’è stata comunque una dimostrazione di solidarietà nei confronti dei migranti. I giornali hanno parlato di nuovo della situazione delle persone bloccate a Ventimiglia, delle ordinanze del sindaco. Non so quanto a lui sia convenuto tutto ciò (scappa una risata).

Nelle tue intenzioni, il processo è quindi un’occasione per riaccendere una luce sulle dinamiche e sugli eventi che si stanno verificando in frontiera e a causa di questa: pensi che sia valido utilizzare lo spazio dei processi e le conseguenze della repressione a questo scopo?

Certamente: secondo me i processi ai solidali dovrebbero essere utilizzati proprio per questo.

La mia volontà è stata proprio quella di far parlare di nuovo di Ventimiglia, della situazione che c’è e della frontiera. Poi non è che io abbia fatto chissà che cosa in tutta questa vicenda: ho solo scritto un post di rabbia e di getto, dopo una giornata terribile. Perchè è stato davvero feroce veder distruggere tutto quello che centinaia di solidali hanno portato al campo per mesi.

Mi ricordo bene quel periodo: andavo tutte le volte che potevo, ai Balzi Rossi, assieme a tantissimi altri, per portare solidarietà. E noi quella roba la sistemavamo, la mettevamo in ordine… hanno distrutto l’impegno e la cura di mesi ! Nemmeno hanno salvato le tende per darle ad esempio ai terremotati. Voglio dire: erano risorse, soldi, fatica, generosità. Le hanno prese con la ruspa e le hanno tirate nei cassoni dell’immondizia, buttando via tonnellate di materiale arrivato dai solidali di tutta Europa. Come ho già detto, ai Balzi Rossi c’era tutto il necessario per una vita dignitosa, inoltre si facevano corsi di lingue, corsi di nuoto, di geografia… Un’accoglienza e una condivisione vere, totali. Tanti migranti lì hanno trovato una sorta di famiglia, incontrando ragazzi come loro, persone come loro, amici che a costo zero per il comune facevano un lavoro immenso.

Un lavoro che comunque l’amministrazione non è evidentemente in grado di sopperire e gestire, considerando come si sono poi evolute le cose sul territorio. Uno sgombero crudele e persino dannoso, che non ha affatto migliorato la situazione.

Ma infondo, basta pensare che Ioculano è un sindaco del PD, lo stesso PD di Minniti e degli accordi con la Libia: detto questo è detto tutto!

Si sente tanto parlare di questo fantomatico decoro: ma il decoro come lo crei? Lo crei facendo accoglienza vera. Costruendo dignità e attenzione. In questo modo invece che migliorare le cose, stai creando davvero un’emergenza! Con oltre duecento persone sotto al ponte, come fai a non ammettere che si stia sbagliando qualcosa?

Io capisco i ventimigliesi, davvero: capisco che ritengano questa situazione un problema, anzitutto per loro stessi. Ma chi ha creato tutto questo? Chi ha fatto saltare tutti i tentativi di dare uno spazio decente alle persone in attesa di passare la frontiera?

Credo che il sindaco abbia perso più di un’occasione in questi tre anni: avrebbe potuto scegliere di coordinarsi con i solidali per gestire spazi di accoglienza al transito, invece che sopprimere tutte le forme di solidarietà.

Il 9 Febbraio Ioculano dovrebbe essere in aula…

Sì esatto. Presumo che venerdì ci sarà anche il sindaco in tribunale. Il primo dicembre 2017 , quando il suo avvocato ha detto: “il sindaco non c’è, è a Roma” pensavamo fosse impegnato in qualche faccenda politica. Invece era a L’Aria che tira su La7, contro Vauro tra l’altro, per cui non gli è nemmeno andata tanto bene: gli è girata male l’aria un po’ dappertutto insomma, da Ventimiglia a Roma! (sorriso divertito)

Venerdì a Imperia farà un po’ la parte della vittima, immagino, ne approfitterà per fare campagna elettorale. Non lo so che cosa dirà, ma lui è un politico e io no: metterà le cose dialetticamente molto bene, penso. Anche se alla fine sono anni che si lamenta ma trova tempo da perdere con la sottoscritta.

Hai ricevuto, da parte degli altri attivisti, dei volontari e dei solidali, un appoggio in questo percorso processuale?

Sì assolutamente! C’è stata molta solidarietà, l’ho sentita forte. Mi fermano persino per strada e nei negozi mentre faccio la spesa e mi dicono: “Brava! Resisti!”. E parlo di gente qualunque, conoscenti, persone lontane dalla realtà di Ventimiglia. Anche la mia famiglia è stata assolutamente comprensiva: sanno quello che faccio e quello in cui credo, sanno del mio impegno nella solidarietà. Anche se all’inizio ho fatto fatica a spiegare a mia figlia che andavo a processo per un post di quel tipo lì, lei l’ha capito in un secondo. Nessuno mi ha detto: “hai sbagliato”, perchè tutti sanno l’impegno e la fatica che metto nel dare una mano a queste persone.

Non ho avuto problemi nemmeno rispetto ai media, devo dire. La questione del mio post ha avuto una risonanza notevole, ed i giornali hanno pubblicato il comunicato scritto in mio supporto. Si è piuttosto parlato molto del contesto, della situazione che c’è Ventimiglia, e questo mi rincuora.

Come pensi di organizzarti rispetto alla richiesta del sindaco di ricevere delle scuse e una forma di risarcimento economico per il famigerato insulto?

Ahahah!!! bella sta domanda, mi piace guarda!!! Non gli ho chiesto scusa in tre anni, gliela chiedo ora dopo aver fatto venire gli avvocati da Torino? Mi vedo già la faccia degli avvocati se facessi una cosa del genere… ahahaha! No ragazzi, eh no, io non devo chiedere scusa a nessuno.

Anche in questo passaggio Ioculano ha dimostrato di avere veramente poco buongusto: fai il sindaco, sgomberi un presidio di solidarietà che era pure efficace nell’accogliere in modo dignitoso queste persone, lasci distruggere tutto quello che c’è… e poi la sera ti metti a leggere i post su Facebook ?! che cosa ti aspettavi di trovare, in risposta, da chi in quel campo c’era dentro da mesi e ci investiva tempo, energie, cura? Cosa ti aspettavi da chi conosceva quelle persone, quei ragazzi sugli scogli che hanno resistito un’intera giornata senza poter bere né mangiare? Hanno buttato via cose che nemmeno gli appartenevano, perchè quelle tonnellate di materiale raccolto erano cose dei migranti e dei solidali che le avevano portate.

Quindi, voglio dire: io vado a processo tranquilla e risoluta. Come ci sono andata l’uno: con mia figlia e con i solidali.

Ma chiedere scusa… andiamo…

Facciamo un passo avanti rispetto ai Balzi Rossi: durante quello sgombero ci fu una risposta mediatica di livello internazionale; due anni dopo quell’evento, veniva posta fine anche all’esperienza di accoglienza delle Gianchette, con la chiusura della chiesa dove sei stata volontaria. Come hai vissuto, rispetto al 2015, questo ulteriore passaggio?

La chiusura delle Gianchette rientra nel “cambiamento climatico” che c’è stato a Ventimiglia. L’esperienza della chiesa si è conclusa nella quasi assoluta indifferenza: una mattina sono arrivati dei pullman, hanno detto alla gente di prendere le loro cose e hanno portato via le persone. C’erano le volontarie che per mesi hanno aiutato in chiesa in lacrime, davanti a quella scena. Credo che questa repressione della solidarietà -le multe, i processi, i fogli di via, gli avvisi di pericolosità- stia effettivamente funzionando, ma al contrario rispetto al buonsenso: perchè funziona facendo dei danni enormi!

Per il resto non si sono ottenuti risultati su niente con questo accanimento. Ed è paradossale che la politica che hanno deciso di portare avanti non abbia giovato nemmeno all’immagine pubblica del sindaco.

Ma è ovvio: la repressione non risolve mai nulla. Lo dimostrano i fatti: dalla Val Susa a tutte le realtà sociali che resistono contro forme di repressione sempre più accanita . Alla fine, come dicono i No Tav: “non si può fermare il vento. Si può solo farlo rallentare.”

Hanno creato tanti problemi a me e a molti altri solidali, anche a livello economico, perchè comunque queste cose costano in termini di tempo, di energie, di risorse. Hanno dato 60 fogli di via da Ventimiglia e non solo….SESSANTA! per che cosa?

Perchè ci sono persone solidali con altre persone che vivono per strada, non certo per scelta ma perchè costrette dalla situazione? E poi? Che cosa vorrebbero concludere così?Quante energie usate nel modo sbagliato!

Insomma, Ioculano ha scelto di gestire la situazione con sgomberi, ordinanze, polizie, repressione: può anche cercare di fare il sindaco buono che ha lavorato al meglio per la situazione migranti a Ventimiglia. Però questa favola può raccontarla altrove: forse a Roma, forse in televisione appunto. Non può raccontarla a chi c’è in quel posto, a chi conosce Ventimiglia e la sua storia dal 2015.

Perchè poi, alla fine, che cosa ha ottenuto? Chi è contento dell’operato del sindaco? Cosa saranno le prossime elezioni? A chi daremo in mano Ventimiglia, grazie a questa politica di intolleranza e a quello che ha creato? Ioculano avrebbe potuto scrivere un’altra storia, trovare il coraggio di fare la differenza rispetto all’abbrutimento generale che si respira in tutta Italia.

 C’è una traccia di sconforto in queste riflessioni.. Come vedi la situazione rispetto al perdurare della chiusura della frontiera?

C’è tanta tristezza, certo. Per come le cose sarebbero potute andare, per come stanno andando…e soprattutto per come andranno in futuro. È per questo che mi sta a cuore che si approfitti del processo per parlare di quello che sta succedendo ora: è un disastro la situazione a Ventimiglia. Quando ho detto ai giornalisti: “andate a parlare coi ragazzi sotto al ponte”, mi è venuto spontaneo dal cuore, non mi ero preparata quella frase.

Di questo bisogna parlare: non della mezza giornata che io passo là sotto cercando di rendermi utile; non del processo; non di quanto si sia offeso Ioculano per un post su Facebook; ma di quelle donne, di quegli uomini, di quei bambini intrappolati a Ventimiglia, delle conseguenze della chiusura dei confini e delle discriminazioni basate sul colore della pelle.

È solo questo quello che voglio: che si parli di loro.

E spero sinceramente che, insistendo tutti assieme, associazioni, Chiesa, chi ti pare insomma, si riesca a far riaprire uno spazio di prima accoglienza per la gente in viaggio, un posto idoneo specialmente per le donne i minorenni, alternativo alla Croce Rossa e che ne superi gli evidenti limiti. Solo un cambiamento in questo senso sarebbe un alleggerimento anche della mia situazione: poter tirare un respiro di sollievo, dopo tutte queste vicende inquietanti.

Diversamente, questo processo non mi cambierà proprio nulla: finito in tribunale tornerò a casa mia… e quelle persone resteranno lungo la strada…

Grazie Rosella, c’è altro che vorresti aggiungere?

Vorrei raccontare tre episodi che ritengo significativi rispetto al clima che si respira in frontiera.

Il primo risale all’estate scorsa: a Ventimiglia si stava lavorando per aprire un centro di accoglienza per venti minori non accompagnati e richiedenti asilo. Quando la notizia si è diffusa, c’è stata una manifestazione di protesta, autorizzata e partecipata da una cinquantina scarsa di persone. Un corteo brutto e davvero preoccupante, in cui hanno messo in testa proprio dei bambini a tenere uno striscione contro altri bambini. È bastato questo perchè l’amministrazione ritirasse tutto in fretta e furia: il centro che sarebbe dovuto sorgere nei pressi del Borgo (ai piedi della zona storica di Ventimiglia, ndr) non è più stato aperto.

Il secondo episodio, sempre sulla stessa scia, riguarda l’ultima manifestazione ventimigliese dei comitati di quartiere. La gente è partita dalla piazza davanti al cimitero ed ha sfilato per tutta via Tenda proprio davanti ai migranti: gli hanno urlato di tutto. Digos davanti, digos dietro, digos nel mezzo, digos di lato, percarità! E questi dei comitati che intanto gridavano qualsiasi improperio.

Quando sono arrivati davanti al legal ponit (l’info e legal point Eufemia, aperto in Via Tenda nella primavera 2017, dall’associazione volontaria Iris, ndr), i manifestanti si sono fermati lì e ci sono stati quanto hanno voluto, mentre noi eravamo dentro con le persone di colore che stavano ricaricando i loro cellulari. Questi fuori hanno detto qualunque cosa, e li hanno lasciati stare lì a provocare per tutto il tempo, ci sono anche i filmati. Dopodichè il corteo è arrivato alla rotonda e hanno bloccato mezza Ventimiglia. E le autorità hanno dato il permesso per una manifestazione del genere, sfilata apposta davanti a tutte le persone che vivono dal ponte, con slogan pieni di intolleranza e pregiudizi. Mi chiedo: quando mai avrebbero dato il permesso di manifestare davanti a uno dei tanti punti delle ultradestre che stanno aprendo? Vedi un po’ che è successo quando c’è stato il chiosco di Casa Pound a Ventimiglia. Contro di noi, invece, hanno potuto tirare insulti come meglio credevano e nessuno è intervenuto nonostante il dispiegamento di polizia.

Vorrei raccontare un’ultima cosa per completare il quadro sul clima che si sta diffondendo in Italia, non solo a Ventimiglia. Su un sito di informazione era riportato l’episodio del poliziotto che, nella stazione di Ventimiglia, se la prende con un ragazzo di colore e gli urla di tornarsene in Burundi. Nei commenti ho espresso la mia preoccupazione rispetto a certi atteggiamenti tenuti dalle forze dell’ordine, e mi sono augurata che il poliziotto in questione fosse stato quantomeno sospeso. Le risposte che mi sono arrivate… di tutto! Di tutto!

Un tipo mi ha scritto: “Rosella Dominici sei una troia, muori presto!”, riferendosi al mio impegno su Ventimiglia. E più sotto ancora: “è per colpa delle buoniste come te che questo paese va a puttane”! Con il mio nome e cognome… questo è stato il peggiore, ma è arrivata una valanga di insulti solo per aver commentato un video in modo assolutamente civile.

Questa è Ventimiglia oggi.

Questo è quello che hanno costruito l’amministrazione cittadina, le autorità e le istituzioni tutte.

Owl

Riflessioni dagli arcipelaghi di confine

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo, inviato alla redazione assieme all’espressivo reportage fotografico che fa seguito al testo. La lettrice ci propone una riflessione sul concetto di confine, sui molteplici spazi che esso genera ed investe e, soprattutto, sulle dinamiche di potere e gerarchia che questo sistema alimenta tutto attorno a sè.  Si tratta di aspetti ormai arcinoti… oppure no?
Il regime confinario, nella sua profonda ingiustizia e nei meccanismi brutali che mette in atto, tende a sviare da se stesso l’attenzione, tende a diffondere strati di ovatta tra gli occhi e la coscienza, come raccontato dalla lettrice.
E infondo non vedere è più semplice e voltarsi altrove è meno doloroso. Ma lasciarsi accecare per la comodità e la quiete delle coscienze non è una giustificazione: distogliere lo guardo è diventare complici di ciò che non si vuol vedere.
Allora rimuovere questi strati, sollevare il velo, è solo un gesto di volontà. Un gesto che, oggi più che mai, diventa un dovere.

Riflessioni dagli arcipelaghi di confine

Questa volta sono arrivata a Ventimiglia da Trieste. Diretta autostradale dal confine Est a quello Ovest, dal Mare Adriatico al mar Tirreno, in mezzo solo terra. Ad Est i viaggiatori migranti provano ad entrare, ad Ovest provano ad uscire e scoprono di essere intrappolati.

Di volumi con tante definizioni di confine si potrebbero riempire scaffali e librerie. Forse ogni confine è diverso, o forse il confine è diverso a seconda di chi lo attraversa.
I confini sono disegnati con una linea, con un segmento per la precisione, con un inizio e una fine. In realtà sono più spesso delle fasce o addirittura delle geografie “a macchia”, arcipelaghi.

Chi non ha la faccia e il documento giusto per passare occupa gli spazi da cui non viene cacciato: solo quelli gli restano. Gli spazi invisibili e lo spazio del proprio corpo, ma il corpo, se non hai la pelle giusta, non puoi lavarlo, non puoi appoggiarlo su un letto per dormire, non puoi vestirlo o nutrirlo in modo indipendente. Del tuo corpo non disponi, non interamente.
Sei obbligato a chiedere: la tortura dell’incapacitazione, al confine, viene costantemente inferta. Al confine questa tortura ti ricorda che non sei più tu a disporre di te stesso e che devi accettare di essere assoggettato e  sottomesso; e se non cedi alla tortura, se queste “regole” non sembrano accettabili… sei solo un altro numero da mandare via. Espulso.

Il confine che io trovo a Ventimiglia è fatto di persone sballottate da una parte all’altra del mondo, che come palline rimbalzano contro una rete costruita e costituita da altri uomini.
Il confine che vedo a Ventimiglia è fatto di poteri e della loro sedimentazione. Poteri che si fermano, tra la terra che è chiamata Italia e quella che è chiamata Francia, come i sassi più grossi portati dal fiume Roja, che rimangono fermi ad ostruirne il corso quando la corrente diminuisce
I poteri che si sedimentano al confine impediscono ai piedi delle donne e degli uomini di camminare verso l’orizzonte che loro stessi hanno scelto, piuttosto che quello che altri gli vogliono imporre. Poteri che impediscono ai piedi di fare ciò per cui sono stati creati.

I segmenti del potere sono tanti: ci sono quelli degli stati che mascherano il loro fallimento dietro le “emergenze”; ci sono quelli dei poliziotti che quando indossano la divisa si dimenticano che sono persone come gli altri, dimenticano che respirano ossigeno e idrogeno anche loro; ci sono quelli dei passeur che creano nuovi confini nell’imparare a passare quelli precostituiti.
Ci sono i poteri inferti dalla possessione, o dal non possedere.

Il confine di Ventimiglia è fatto dalla stazione, dai sentieri, da ciò che rimane nella memoria del campo ai “Balzi Rossi”, dal cavalcavia lungo via Tenda, dal parcheggio accanto al LIDL, dalla spiaggia dove si possono raccogliere legni da bruciare per riscaldarsi. Il confine di Ventimiglia è fatto di donne e uomini, perché senza chi immagina quella linea e senza chi prova ad attraversarla esso semplicemente cesserebbe di esistere.

Potrei scrivere delle donne che arrivano sole, a volte incinte o con bambini, che in Libia hanno visto tanti morire e che nell’attraversare il Mediterraneo sono state quasi prese dalle acque… per poi essere pescate, come pesci all’amo, da una politica schizofrenica e bipolare, che prima si rende complice e causa della tragedia e poi si mette la maschera e il costume del paese “civilizzato”.

Potrei raccontare degli uomini che, mandati indietro dal confine alto di Mentone, si accovacciano disperati lungo la strada che riporta all’Italia; oppure dei condomini di Via Tenda che escono di casa guardinghi e infastiditi dalla presenza delle persone sotto al ponte; dei gendarmi che chiedono i documenti; dei bambini che sanno ridere, sempre.

Tutte queste sono facce di confine. Ognuna di queste, se lo vorrà, si racconterà: non sarò io a parlare in nome loro.

Io racconto che ogni volta che mi avvicino a quella linea, che in realtà è fatta a macchie, l’ovatta che avvolge i miei occhi e le mie orecchie va in fumo perché sbatto contro un sistema che si palesa nella sua finzione: che in nome della parola “protezione” lascia tanti nella disperazione, che in nome della parola “sicurezza” uccide, che in nome della parola “identità” mente.

Ogni volta che da questa linea mi allontano, piano piano l’ovatta ricresce come un rovo invasivo. L’ovatta, il rovo, è la vittoria di un sistema che acceca e che è nato, cresciuto e continua ad essere implementato per affinare tecniche di accecamento.

Ventimiglia è uno dei luoghi dove il sistema rischia di fallire perché la sua maschera crolla, e gli occhi potrebbero vedere…

Vedere è però un atto di volontà.

(immagini e testo di)

Daniela M.

 

Tra sgomberi, pulizia e ruspe: l’abitudine è la notizia

La notizia: Giovedì 18 e Venerdì 19 Gennaio, è stato eseguito un intervento straordinario di pulizia del lungofiume Roja e dei buchi sotto al ponte ferroviario (le feritoie che servono a far defluire le acque in caso di piena del fiume, così che non crollino i pilastri che reggono la ferrovia).

La storia è sempre la stessa, ormai, dall’inverno 2015/2016: le persone in viaggio si sono costruite nel tempo prima dei giacigli, poi delle piccole baracche isolate, ed attualmente una sorta di accampamento per la sopravvivenza. Con uno spazio per la lettura, uno per la preghiera, passeggini, giochi di società e un “punto barbiere”.
Lungo il fiume non ci sono soltanto le persone che tentano il primo giro di attraversamento della frontiera: molti uomini e molte donne sono al secondo, terzo, decimo tentativo. Altre ed altri, invece, avevano raggiunto da mesi il nord Europa, e adesso sono di nuovo qui perchè dublinati dagli altri paesi, sono stati rimandati al punto di partenza.1

Ci sono persone che hanno perso il posto in accoglienza, o che sono in attesa del ricorso per la richiesta d’asilo, o che hanno già ricevuto un diniego ma aspettano l’appello, o che non riescono a rinnovare il permesso. Ci sono anche quelle persone che hanno ricevuto il documento ma, non potendo trovare una casa e un lavoro in Italia, tentano fortuna altrove. Ci sono persone che, semplicemente, ormai stanno qui.2

A centinaia, nei mesi, si sono riparate tra i cartoni e i pilastri del cemento, riorganizzando le proprie vite lungo le sponde di un fiume inquinato, in una cittadina di frontiera divenuta ostile e pericolosa, a ridosso di un confine sempre più violento e blindato.

Ma passare, comunque, si passa. Si paga in molti modi diversi, con convinzioni e paure diverse, con vantaggi e privilegi diversi, con conseguenze diverse. A volte si muore. A volte si scappa.
Il più delle volte si torna indietro, e si ricomincia.3 4 5  6 7

Molte sono le vite che hanno abitato ed abitano tutt’ora l’alveo del fiume Roja, l’ultimo corso d’acqua del ponente ligure che scorre anche in Francia, che è divenuto così un protagonista mediatico delle vicende frontaliere legate all’”emergenza migranti”.
Vicende che però hanno origini precedenti rispetto alle “pulizie straordinarie” lungo al fiume.

All’inizio dell’inverno 2016, ritenutasi conclusa l’”emergenza” estiva, venne decisa la chiusura del centro di Croce Rossa Italiana che si trovava allora in Piazza Cesare Battisti, accanto alla stazione e quindi in pieno centro. L’allora ministro dell’Interno Alfano, in visita alla città di frontiera, il 7 maggio 2016, dichiarò che i migranti non sarebbero più arrivati e che il centro era ormai quasi vuoto.9 10 11 12 13 14 15

Solamente pochi mesi dopo si ordinava un’apertura d’urgenza del nuovo campo CRI, preparato in fretta e furia nella desolata periferia ventimigliese per dirottare fuori città l’arrivo ininterrotto di gente che cercava ristoro alla chiesa di Sant’Antonio delle Gianchette. Questa, dal giugno 2016, era divenuto infatti l’unico punto d’accoglienza disponibile.
Nel passaggio che intercorre tra la chiusura del piccolo centro CRI in stazione e il nuovo campo CRI in periferia, quindi nell’arco dell’inverno/primavera 2016, le persone in viaggio hanno subìto una progressiva messa al bando dagli spazi del centro cittadino.
Alfano aveva promesso che non ci sarebbero più stati migranti, e quindi si iniziarono a mandare le prime ruspe per fare repulisti dei ripari di fortuna che stavano sorgendo in stazione e alla foce del Roja, nelle fasce di sabbia dove il fiume raggiunge il mare.

Nella mattinata dell’11 maggio 2016, quando le ruspe arrivarono assieme ai vigili urbani, la maggior parte delle persone, preavvisate dall’affissione delle ordinanze e dal passaparola dei solidali, decisero di spostarsi più a monte lungo l’argine sinistro del fiume, andando ad occupare con coperte e bagagli lo spazio che risulta protetto dalle piogge sotto al ponte del cavalcavia.16 17

Per quasi tre mesi la gente in viaggio, supportata dalla solidarietà di attivisti, volontari, commercianti della via adiacente al fiume (Via Tenda), era riuscita qui a trovare un posto relativamente sicuro in cui prendersi il tempo per capire il passo successivo nel proprio percorso.
Tutt’intorno infuriavano le operazioni di rastrellamento delle forze dell’ordine, che pattugliavano la città dragando le strade e organizzando retate e inseguimenti nell’area della stazione, per catturare i clandestini. 18 19 20 21 22 23
Il governo del PD, il sindaco Ioculano, il ministo Alfano ed il capo della polizia Gabrielli, avevano promesso che i migranti sarebbero spariti dalle strade della città. Perciò per non perdere voti e faccia, nello stesso periodo delle ruspe lungo il mare e dello smantellamento del campo CRI in stazione, scattò quindi la pratica cittadina della caccia all’uomo nero.
L’obiettivo di questi interventi, che nei mesi hanno implicato anche l’uso di violenza e tortura (24 25 26 27), era catturare il numero giusto di migranti rispetto ai quotidiani posti disponibili per mandarli altrove, preferibilmente nel sud Italia, spostandoli con pullman della rete locale dei trasporti (e per tutto il 2016 anche con aerei e traghetti). Da allora non si è più smesso di farlo.28 29 30

La situazione di intolleranza rispetto alla presenza delle persone migranti in città portò al braccio di ferro tra sindaco e prefettura conclusosi, il 27 maggio 2016, dopo saltimbanchi politici e riti di convenienza, con la firma della prima ordinanza di pulizia e sgombero del lungo fiume Roja. 31 32 33 34 35

Le risposte che da allora si sono susseguite, dall’accoglienza momentanea in Caritas per un paio di giorni, ai mesi di ospitalità nelle sale parrocchiali della chiesa di Sant’Antonio, fino all’apertura del campo CRI nell’ex parco ferroviario di Trenitalia, non hanno mai convinto le persone a rinunciare alla propria volontà di decidere dove e come dormire, a che ora mangiare, a che ora andare a letto.36 37

La gente ha sempre preferito le sponde del fiume: un luogo difficile e malsano, in cui tuttavia è possibile costruirsi un microcosmo di autonomia, fatto di relazioni e di suggerimenti, di prassi da campo, condivisione e strategie della sopravvivenza, di servizi utili, anche se a pagamento. La gente ha preferito restare sul ciglio della strada perchè non è arrivata fino a qui per stare nei container recintati da inferriate e polizie.
Ma per organizzarsi e tentare, di notte e di giorno, di superare il confine.
Se la vita tra topi e scabbia non è confortevole, per moltissimi restano preferibili queste piaghe al  farsi toccare da mani coperte con i guanti di lattice di operatori CRI e forze dell’ordine. E al farsi identificare ancora e ancora e ancora. I giornalisti, da anni e fino agli ultimi servizi circa la pulizia del fiume in questione, continuano a scrivere che la gente non vuole lasciare le impronte.38

Ma la verità è che la quasi totalità delle persone che transitano in Italia sono già state identificate. Una due, mille volte. E che si sono semplicemente stancate di essere spostate e trattate e comandate come massa di corpi da gestire.
Non solo il campo istituzionale della CRI è sempre stato inadatto e comunque insufficiente a garantire minimi standard di dignità. Senza bisogno di ricordare la promiscuità tra gli spazi per le donne, le bambine e i bambini e quelli per gli uomini. Senza bisogno di ripetere che per raggiungere il campo si devono fare chilometri dove sfrecciano automobili.39 40

Con uno sguardo diverso dall’ottusità della retorica emergenziale e assistenzialista, appare davvero bizzarra la reazione continua di stupore e fastidio delle istituzioni nei confronti delle persone che decidono di vivere nella plastica lungo un fiume: queste persone, scegliendo il ponte del cavalcavia, scelgono di auto determinare i propri percorsi e le proprie esistenze in maniera indipendente.
Perchè devono andare avanti. Perchè creano reti di informazioni e di comunità, reincontrando gli amici e i parenti che hanno provato prima di loro a passare il confine. Perchè lì incontrano i lavoranti che ti fanno arrivare in Francia. Perchè lì possono vivere senza coprifuoco e senza l’umiliazione di sfilare continuamente sotto agli occhi di blindati e scanner per impronte digitali, che gli ricordano quotidianamente come qui siano considerati: criminali.

Nello scorrere dei mesi e  con il crescere di un’intolleranza razziale che mette radici sempre più profonde, sono arrivate altre ruspe, altre ordinanze d’urgenza, altri divieti di portare cibo alla gente. Le polizie hanno proceduto nell’identificazione dei solidali ma anche degli operatori delle associazioni, che, di volta in volta, portavano assistenza medica, compagnia, supporto legale, giacconi, sostegno, sacchi a pelo, un saluto.41 42 43 44 45 46

Dove all’inizio scattavano orrore e allarme, è subentrata l’assuefazione.


È diventato consueto vedere baracche ruspate e ascoltare ciclici proclami comunali a proposito di gran repulisti. Non molti mesi addietro le istituzioni avevano proposto persino di murare i buchi del ponte  per far sloggiare la gente, ma la verità è che le feritoie non possono essere chiuse (anche se negli ultimi giorni si vocifera circa una possibile installazione di grate mobili, removibili in caso di piena ) o il ponte rischia di crollare se il fiume si ingrossa. Così come la verità è che la gente, per quanto la si colpisca e la si umili, non rinuncia facilmente a decidere da sola cosa sia meglio per sé.

Le persone sono tornate e ritornate sotto al ponte. In una situazione certamente sconfortante dal punto di vista sanitario, che però è inevitabile vista la precarietà in cui sono obbligati a vivere quelli che da lì passano, e visto che ogni soluzione differente è stata annientata nel tempo.
Ci sono stati ripetuti passaggi tra le istituzioni e le varie ONG (arrivate sul territorio della frontiera ventimigliese a partire dall’estate 2016).
Le associazioni hanno proposto molte strutture alternative al campo ipermilitarizzato della Croce Rossa: hanno chiesto centri per minorenni e donne, hanno avanzato suggerimenti che la prefettura ha fatto cadere nel vuoto. Volontari e operatori, dalla chiesa agli scout, da medici a psicologi, hanno chiesto che la chiesa di Sant’Antonio delle Gianchette, una risposta informale e organizzata dalla spontaneità dei volontari per la tutela delle cosiddette categorie vulnerabili, venisse risparmiata dalla chiusura. 47 48 49 50 51 52

L’avanzamento della falce repressiva, che mette la gente in viaggio in situazioni di volta in volta sempre più estreme, provanti, mortificanti, sta spingendo migliaia di donne e uomini, migliaia di storie e possibilità, nell’angolo della ghettizzazione.
Un processo concreto (lo spostamento di tutta l’”emergenza migranti” verso aree sempre più esterne della città) e simbolico (il linguaggio ed i toni con i quali si parla di uomini e donne che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente: clandestini, profughi, gli invisibili 53), che rende molto più facile dimenticarsi di avere a che fare con esseri umani.
E rende facile metabolizzare la sospensione dell’apertura a Ventimiglia di venti posti in accoglienza per bambini, a seguito di un corteo di pancia della parte intollerante della cittadinanza, quella convinta dalla campagna della paura e dall’odio razziale.

Gli umori della città si sono fatti via via sempre più ostili e sembra ormai lontano il tempo in cui Ioculano si faceva scrupoli nel dover mettere in atto provvedimenti di sgombero, perchè “viviamo difficoltà che non riguardano la mia pelle: tra uno o due giorni non mandano via me, mandiamo via questa gente”. 54 Nel maggio del 2016 il sindaco ci tenne a ricordare che l’ordinanza di sgombero era dovuta e che era una questione che riguardava la questura ma che era dispiaciuto per la grave situazione umanitaria in cui versavano le persone. Oggi, questo stesso sindaco, vorrebbe istituire dei presidi militari fissi lungo il fiume Roja, mentre si invoca un aumento delle risorse armate dell’operazione “strade sicure”.

Mentre i mesi passano e il confine si fa sempre più potente e opprimente, tutto diventa ordinario e ci si abitua a “soluzioni” mano a mano più odiose.
Che soluzioni non saranno mai, finché restano presidiati i valichi di frontiera e negata la libertà di circolazione delle persone. Finché si vuole decidere per loro, e non assieme.
Si ordina senza tregua a volontari e operatori delle associazioni di andare a dire alla gente di levarsi dalle sponde del Roja per mille motivi: perchè ci sono gli attivisti, perchè ci sono le piogge, perchè c’è troppo caldo, perchè ci sono le malattie, perchè fa troppo freddo…e così via a seconda delle stagioni. Un tentativo ininterrotto di escludere queste persone dalla visuale dell’elettorato, per spostarle nella periferia della città e delle coscienze.
Nessuno si preoccupa di domandare alle persone che scelgono quegli spazi perchè stiano lì, perchè preferiscano l’acqua gelata del Roja all’acqua gelata delle docce al campo.

All’ultimo consiglio dell’amministrazione comunale, il 21 novembre 2017, si è stabilito di far diventare regolamento di polizia urbana il divieto di dare il cibo in strada, che fin’ora era stato in vigore solo come ordinanza sindacale: una misura per sua natura emergenziale e quindi transitoria (letteralmente: “contingibile ed urgente”).
Come risposta al consesso comunale la macchina si mette in moto: Martedì 16 Gennaio viene firmata l’ennesima ordinanza di pulizia del fiume. ordinanza sgombero16-01-2018 Controversa nei contenuti perchè preannunciava le pulizie dei fornici del ponte (i tunnel nei pilastri ferroviari), ma parlava anche degli accampamenti lungo il fiume.55 56 57 58

Il clima è teso nelle ultime settimane: anche se il natale e la fine dell’anno appena passata hanno distratto i manifestanti più xenofobi dai proclami “alla Salvini” (59 60 61), Ioculano e il PD non si scordano che le elezioni del 4 marzo si stanno avvicinando.
Il sindaco passeggia lungo via Tenda, visita il centro della Croce Rossa, sentenzia contro attivisti e volontari, invoca presidi militari nel mezzo della città. E manda le ruspe.

Giovedì 18 mattina, la giornata prevista per l’inizio delle pulizie, un numero importante di giornalisti è arrivato sotto al ponte, aspettandosi uno sgombero mediaticamente succulento sul quale costruire uno scoop che “tirasse” l’audience. Tra reporter, associazioni, polizia, volontari, solidali e operatori ecologici, lo spettacolo ha avuto inizio circondato da ruspe, autovetture con lampeggianti, container per i rifiuti: alle otto del mattino, non mancava nessuno. Soprattutto, erano ben vigili tutte le donne e gli uomini che vivono nella tendopoli, tesi nell’ansia di capire se le fantomatiche “pulizie” sarebbero rimaste tali o se invece era in arrivo uno smantellamento di tutti i rifugi.

Nonostante la folta schiera dei media si aspettasse probabilmente di rimediare lo scoop di un altro tentativo di attraversamento di massa della frontiera (62 63 64 65), la verità che hanno potuto raccogliere è quella dello squallore e della violenza del confine, inferta ogni giorno a questo territorio e a chi lo attraversa senza il documento giusto.
Non è successo nulla, insomma. Nulla che non stia succedendo da mesi.
I giornalisti erano quasi delusi e dopo un paio d’ore di riprese di ruspate se ne sono andati. L’unica cosa effettivamente sgomberata sono stati i buchi in cui vivevano alcune persone che al mattino sono state fatte allontanare: hanno recuperato zaini e fagotti e se ne sono scese inveendo contro chi stava arrivando a demolire i ripari e a gettare via oggetti e materassi. Ruspare beni di conforto e ristoro insomma. Per favorire la sicurezza e il decoro.

Per il resto, lo schieramento di operatori e mezzi della Docks Lanterna ha recuperato spazzature e rimasugli di bagagli delle persone che son transitate lungo l’argine sinistro del fiume.
L’obiettivo nell’indurre un peggioramento del disagio e dell’incertezza è scoraggiare le persone dal continuare ad accamparsi lungo il cavalcavia.
Venerdì mattina, con i tunnel del ponte ormai evacuati, la pulizia è proseguita nell’indifferenza, ormai spento l’interesse mediatico e passato l’ennesimo al lupo al lupo della “questione migranti”.
Di tutto il calderone che si era sollevato nei giorni precedenti alle pulizie/sgombero, sono usciti un paio di servizi nemmeno del tutto precisi, giovedì dopo pranzo, e tutto è rientrato nella routine frontaliera.

Forse arriveranno operazioni più mirate e invasive di smantellamento della tendopoli. Sicuramente ci saranno altre ruspe, per queste persone, altri balletti di giornalisti e polizia, altre ordinanze urgenti… che stavolta si sono pure dimenticati di affiggere, nonostante sia obbligatorio: la faccenda della ruspa quadrimestrale è ormai diventata ordinaria amministrazione.
Sono state spese un mucchio di parole e di pubblici gesti per quella che alla fine è una non notizia: la notizia che la città sta scivolando nell’assuefazione alle proprie inadempienze ad alla propria intolleranza. La notizia che la gente che vive per strada si arrangia tra scatoloni e lattine vuote.
Le coscienze si rilassano e l’indignazione si spegne.
Niente che valga la pena di essere scritto e raccontato insomma: un trafiletto sui locali circa le “pulizie”, e si volta la pagina.

I giornalisti si sono dimenticati di raccontare che, nel frattempo, mentre l’attenzione era chiamata dal protagonista ponte, in frontiera l’ennesimo pullman per le deportazioni verso Taranto veniva caricato con i soliti respingimenti di persone dalla Francia.
Un cinquantenne bengalese con richiesta d’asilo a Parigi era stato catturato il giorno prima sul treno nel nord della Francia e spedito agli uffici di frontiera italiani dopo una notte nelle celle francesi.
I militari in italiano intimavano ai ragazzi rimandati indietro dalla polizia francese di mostrare un documento: “documento…. documento!!!… IL DOCUEMENTOOOO!”.
Ma loro non lo capiscono l’italiano. Nemmeno se si urla o si parla facendo smorfie esplicative.
Il bengalese poteva tornare legalmente in Francia, ma non sapeva in che direzione doveva dirigersi e a chi e con che lingua domandarlo, perchè i carabinieri che lo stavano guardando non capivano l’inglese. Poco dopo, un ragazzo ha avuto una crisi epilettica ed è andato lungo disteso mentre lo caricavano sul pullman. La stanchezza…la paura… chissà…

Quindi: la troupe RAI stava sotto al ponte sperando nel pezzaccio sullo sgombero straziante; le deportazioni sono proseguite; la Caritas si è organizzata per far arrivare il cibo alle persone sotto al ponte troppo preoccupate per allontanarsi dalle loro cose e dai loro bagagli; i ventimigliesi del quartiere hanno regolarmente portato i propri cagnetti a defecare in mezzo alle tende delle persone, passeggiando come ogni giorno con indifferenza tra ruspe, volanti, telecamere, rifiuti.
Una realtà quotidiana che sta diventando banale.

La notizia, per una volta, potrebbe essere un campanaccio d’allarme per il fatto che tra allarmismi, emergenze umanitarie, appelli contro le violazioni dei diritti, richiami alla morale ed alla “legge”, conte e statistiche sul numero dei “migranti” (i passati, i morti, i respinti, i ritornati, i deportati), stia diventando banale persino il dover ricorrere continuamente al concetto di Banalità del Male per provare a spiegare la situazione (66).
La notizia potrebbe essere che non c’è niente che faccia più notizia.
Che materassi caricati sulle ruspe passino indenni sulla coscienza collettiva e che, meno di tre giorni prima dello sgombero sbandierato come notiziona, un’altra persona era stata trovata carbonizzata sul tetto di un treno, e la cosa, due giorni dopo, era già diventata stantia.
La notizia potrebbe essere che nessuno sa più nemmeno dire con precisione quanti siano gli uomini e le donne morte a causa del confine.
Non solo perchè si dimenticano le conte, le statistiche e i numeri, ma anche perchè non si sa con certezza quanta gente sia davvero caduta nei monti. Sono stati tutti trovati e soccorsi? Le autorità ci raccontano quanti corpi raccolgono nei dirupi? I giornali ci informano sulle sorti di coloro che cadendo e scappando dalla polizia e dai cani riportano gambe e braccia spezzate, che rimangono disabili o menomati? La notizia è quanto questo NON sia considerato interessante.

La notizia è che di giornalisti e associazioni, il giorno seguente, non ci fosse più nemmeno l’ombra: lo spazio terroso tra la strada e il fiume era deserto. Solo le tende e le ruspe, le persone in viaggio e le pattuglie. Non un volontario, non un giornalista.
Non un testimone della Storia che diventa routine di apartheid.
Forse nemmeno perchè in malafede, ma perchè, ancora più grave, gli strilloni dell’emergenza e della straordinarietà stanno diventando il ronzio dell’abitudine.

Owl

Lotte al confine

In questo post proponiamo la traduzione di un’articolo uscito sul giornale francese online L’Autre Quotidien [1] dopo la manifestazione per l’apertura delle frontiere e la libertà di transito per i migranti tenutasi a Mentone il 16 dicembre scorso.

La giornalista ha realizzato un reportage di quelli ormai sempre più rari sulla stampa nostrana [2] , intervistando molte  e molti dei partecipanti al corteo e riuscendo in questo modo a dare voce ad una fetta dell’attivismo politico che continua a indirizzare i suoi sforzi contro i nuovi dispositivi di confinamento che si rafforzano all’interno dell’Unione Europea. Il reportage è arricchito con una serie di considerazioni morali e politiche che rendono esplicito il posizionamento di chi scrive: non ci sembra che questo interferisca sul valore giornalistico del pezzo in questione e in generale dei lavori che condividono questa impostazione.

E’ interessante notare che lo stesso giorno – il 16 dicembre 2017 – in cui si è tenuta la manifestazione da Mentone verso la frontiera franco-italiana, a Roma si svolgeva il corteo dei migranti intitolato “Diritti senza confini” che tra le parole d’ordine, come prima,  aveva: “ libertà di circolazione e di residenza per tutti”.

Le 15000 persone scese in piazza a Roma erano dunque legate da una forte affinità politica con i più di mille manifestanti di Mentone. Attraversare le strade, occuparle fisicamente con quei corpi “migranti” divenuti simbolo delle nuove pratiche di internamento, confinamento e apartheid volute dalle forze neoliberali europee, ha sicuramente oggi un forte significato simbolico.

D’altra parte va riscontrato il pressoché unanime disinteresse mostrato dalla stampa istituzionale italiana per questi eventi. Pochissimi articoli dedicati a queste manifestazioni, per lo più qualche riga sulla cronaca locale e altrettanto scarni e veloci servizi sui telegiornali.

Certamente dietro il piano simbolico dei cortei, esiste quello reale: una realtà fatta di resistenze quotidiane che permettono a molte delle persone migranti di abitare e lottare nei territori in cui decidono di fermarsi e di partecipare a momenti pubblici di rivendicazione. Tuttavia oggi le resistenze sembrano ben lontane da riuscire a trasformarsi in lotte in grado di fronteggiare la violenza razzista sempre più pervasiva e inumana esercitata dai governi europei, così come le manifestazioni pubbliche sembrano lasciare il tempo che trovano, riscuotendo ben poco ascolto all’interno dei Palazzi dove vengono prese le decisioni politiche.

Foto della Manifestazione Diritti senza Confini

 

Il 2017 ci lascia con immagini di oppressione e violenza difficilmente dimenticabili: come lo sgombero dell’occupazione dei richiedenti asilo di Piazza Indipendenza a Roma, i pullman sempre più carichi di migranti deportati settimanalmente da Ventimiglia a Taranto, i sacchi neri negli obitori siciliani che avvolgono le migliaia di annegati nel Mediterraneo, i roghi appiccati nelle future strutture per l’accoglienza, le fotografie delle mani che sporgono dalle grate delle prigioni libiche, cioè quei campi di internamento legittimati dagli accordi del governo italiano con il sedicente governo libico. Di fronte a tutta questa barbarie, assordante è stato il silenzio politico: la stagione di conflitto che dal 2015 al 2016 aveva visto attivisti, militanti e solidali europei appoggiare i migranti nelle lotte contro le politiche di confinamento appare oggi un ricordo.

Nel frattempo molto è cambiato: l’approvazione del decreto Minniti- Orlando ha rappresentato un salto di qualità nel progressivo inasprimento delle politiche di segregazione, sfruttamento e disumanizzazione attuate dalle istituzioni italiane contro i migranti, legittimate attraverso la sistematica diffusione di retoriche razziste tra la popolazione autoctona, dimostratasi prontamente recettiva e facilmente strumentalizzabile.
Capire oggi, quali siano stati i motivi della sconfitta politica che ha segnato il tramonto di una stagione conflittuale intensa e dura, provare a raccontarla e farne oggetto di riflessione collettiva, ci sembra possa essere un modo per trovare delle chiavi utili a riaprire degli spiragli di luce dentro le ombre lunghe che avvolgono il presente.
Un tentativo che cercheremo di portare avanti anche sulle pagine di questo blog, provando a restituire la memoria e le riflessioni di chi è stato protagonista della calda estate del 2015 e di tutto quello che ne è seguito per circa un anno e mezzo nella zona di Ventimiglia e non solo.

La traduzione che segue di alcune parti dell’articolo uscito su L’Autre Quotidien dopo la manifestazione di Mentone, inserendosi nel progetto di traduzione di articoli e documenti politici provenienti dalla Francia, aiuta ad allargare lo sguardo alla dimensione internazionale delle lotte, che oggi sembra essere l’unica dimensione reale in un mondo ormai attualmente e concretamente globale, con buona pace dei nostalgici della lunga epopea degli Stati nazionali…

g.b.


Manifestazione in sostegno ai migranti a Mentone: I morti torneranno a tirarci per i piedi?[3]

Sabato 16 dicembre, alcune centinaia di persone – francesi e migranti – hanno marciato dalla stazione di Menton-Garavan alla frontiera franco-italiana. Venuti da tutta la Francia, hanno reclamato il rispetto della dignità umana per tutte le persone migranti e la fine dei procedimenti giudiziari contro coloro che le sostengono. L’ombra delle persone decedute nel tentativo di passare la frontiera è calata su questa manifestazione, che ha simbolicamente deposto una stele in memoria di tutti questi morti anonimi.

– E poi, io ho paura..
– Paura.. Ma di cosa?
– Quando le persone sono morte, ritornano di notte e ci tirano molto forte per i piedi.
– Che idiozia! Chi ti ha raccontato questa cosa?
– E’ stato Bertrand, mio fratello.
– Che imbecille! Non bisogna credergli! Ti ha detto questo per prendersi gioco di te!
– No, aveva l’aria seria! Ditemi, è vero che ritornano a tirarci per i piedi?

Félix Levy, brano tratto da Canti e disincanti, librairie Eyrolles, 2008.

 

Questa manifestazione a Mentone la si era presentata come un appuntamento importante. Quanti eravamo sabato 16 dicembre a Mentone? 500 persone secondo France 3, 1040 secondo il conto effettuato dagli organizzatori. Un numero che può apparire poco elevato, ma riunire svariate centinaia di persone provenienti da tutta la Francia, davanti alla piccola stazione di Menton-Garavan, all’estemità del Paese, rappresenta un exploit che va al di la delle cifre citate.

L’altro punto da sottolineare è che, del migliaio di persone che si è radunato a Mentone sabato 16 dicembre, una buona parte erano persone migranti o sans-papiers. Il Coordinamento di Sans-Papiers di Parigi (CSP 75) era ben rappresentato, anche da alcune donne, con l’obiettivo di superare la differenza legata allo statuto amministrativo tra sans-papiers e richiedenti asilo, puntando a una solidarietà tra tutti gli immigrati per reclamare un’altra politica sulla migrazione, fondata sul rispetto della dignità umana e il rispetto dei valori di cui si fregiano le facciate dei nostri comuni.

Partito da place de la République alle 21, l’autobus parigino da 49 posti è pieno. Tra i passeggeri numerosi militanti che lavorano in solidarietà con i migranti, membri di collettivi parigini, ma anche militanti della CSP 75, tra cui il loro leader che tutti chiamano Diallo. Dopo l’occupazione della chiesa di Saint-Bernard nel 1996 , lui ha partecipato a tutte le battaglie e continua a organizzare presidi settimanali a Parigi. Presenti poi, anche, numerosi richiedenti asilo, per lo più giovani, che non intendono essere più solamente l’oggetto delle politiche che la Francia gli impone, ma soggetti che rivendicano i diritti che gli vengono rifiutati.

All’arrivo a Mentone, verso le 10 del mattino, il pullman si ferma nel parcheggio del supermercato U Express, a qualche metro dal campo di calcio vicino al porto di Garavan. Dal campo possiamo osservare il viadotto di Saint-Agnès dove molti migranti sono morti, alcuni gettandosi nel vuoto per evitare i controlli della polizia. Più lontano ancora si vede il tunnel che passa sotto la montagna, dove altri sono stati investiti da un treno o da una macchina.

Scambiamo delle chiacchiere, seduti per terra o allungati su dei cartoni al sole, aspettando il pranzo: un saporito misto di legumi accompagnato da riso allo zafferano, preparato dal collettivo Kesha Niya. René dell’associazione Roya Solidaire ci raggiunge a bordo di un camion con l’amplificazione, che aprirà il percorso del corteo. Per finanziare l’organizzazione della manifestazione, siamo invitati a lasciare un euro accanto alla sagoma di grandezza naturale a colori del prefetto della regione, incollata sulla porta del camion.

Ha un aspetto pretenzioso il prefetto, nominato nel 2016, nella sua veste prefettizia… eppure non fa ridere nessuno quanto da lui dichiarato il 4 dicembre scorso sulle frequenze di France Bleu Azur, ossia che “il dispositivo di frontiera è efficace, cooperativo e umano (…), le forze dell’ordine rispettano scrupolosamente la legge e i fermi vengono condotti con cura particolare”. Una menzogna, secondo le associazioni locali, che ricordano come i minori siano rimandati in Italia, violando il diritto per l’infanzia. Le stesse ricordano che il prefetto è stato già condannato a più riprese per mancato rispetto del diritto d’asilo e criticato per aver creato dei luoghi di detenzione illegale.

Uno di questi luoghi di detenzione illegale era proprio al primo piano della stazione di Menton-Garavan, da dove partirà il corteo. Lo stesso Georges-François Leclerc ha promesso di arrivare a 50000 respingimenti di migranti da qui alla fine dell’anno. Senza dubbio dotato di prescienza, ha spiegato, prima ancora che la domanda d’asilo sia esaminata, che “si tratta di persone provenienti da tutta l’Africa che provano a stabilirsi in Occidente”. “Noi li rimandiamo in Italia”, ha aggiunto Georges-François Leclerc, vantandosi anche di aver fermato circa 350 passeur, “cioè circa uno al giorno”.

Mentre parliamo di questa intervista al prefetto con alcune persone di Roya Citoyenne, arrivano degli altri autobus: da Montpellier, da Lione, dal dipartimento della Drôme e dell’Ardèche. Alcuni hanno addirittura fatto il viaggio dalla Normandia o dalla Bretagna. Record assoluto un militante è venuto da Saint-Malo che si trova a 1300 km da Menton. Emerge come le questioni legate ai migranti uniscano, superando le divisioni politiche, associative e sindacali. (…) E come nelle lotte in sostegno dei migranti si organizzino delle forme di solidarietà nuova come questo collettivo intereuropeo chiamato Kisha Niya, che serve ogni giorno due o trecento pasti ai rifugiati di Ventimiglia e che ha assicurato il pranzo per i manifestanti arrivati in pullman a Mentone.

Alle 14 raggiungiamo il luogo del concentramento davanti alla stazione di Mentone-Garavan. “ A basso le Frontiere!” “A basso lo stato, gli sbirri, le frontiere!” “Regolarizzazione per tutti!” o ancora “ Pietra per pietra, muro per muro, noi distruggeremo i centri di detenzione”, come anche un ammiccante “Tous le monde, deteste les frontières”, sono alcune delle parole d’ordine cantate in coro da questo corteo variegato che riunisce numerosi partiti, collettivi, associazioni. A partire dalla spiaggia circondata dagli scogli, fino alla stazione, siamo scortati da polizia municipale e CRS, chiamati numerosi dal sindaco repubblicano della città, Jean-Claude Guibal.

Più tardi, ridiscendendo verso la strada che costeggia il mare, si eviterà per poco un tafferuglio con dei militanti di estrema destra in cerca di scontro. La frontiera, che chiude la strada e sfigura l’orizzonte, si trova a meno di un kilometro. Dietro le grate anti sommossa, ci sono i CRS appesantiti dai loro giubbotti antiproiettili, dalle armi imbracciate così come dagli svariati chili di equipaggiamento. A tre kilometri da lì, appena, dietro il cordone dei CRS, c’è la frazione di Mortola Inferiore, che fa parte di Ventimiglia. Davanti alla frontiera i manifestanti si sdraiano per terra.

Le bandiere del NPA (Nuovo partito anticapitalista) sono ben presenti, come quelle, rosse e nere dei giovani anarco-sindacalisti della regione, quelle del movimento Ensemble, movimento membro del Front de gauche, e anche una bandiera arcobaleno LGBT, che sventola fieramente sul corteo. I militanti dell’azione ebraica francese per la pace, quelli di Attac e anche qualcuno di France Insoumise sono lì. François, della Fasti (federazione delle associazioni di solidarietà con i migranti) si incontra con degli attivisti locali. Con un discorso emozionante, un ferroviere della regione spiega che lui e alcuni colleghi difendono un comportamento di disobbedienza civile di fronte alla SNFC (le ferrovie francesi) che gli domanda di segnalare i migranti e di riportarli in Italia. Philippe Poutou sarà il solo responsabile nazionale a prendere la parola.

Si ascolterà anche la presa di parola da parte di migranti grazie all’aiuto del collettivo La Chapelle debout! che assicura le traduzioni. Hamid Mouhammad, un giovane sudanese che ha lasciato il paese a causa dei problemi creatigli dalle milizie armate, spiegherà che ci ha messo tre anni per raggiungere l’Europa dopo aver vissuto l’inimmaginabile. Mentre attraversava le montagne, racconta di essere stato picchiato dalla polizia che gli ha rotto il naso e un braccio. Il collettivo invita la folla a riprendere con gli slogans in arabo, bambara et pachtoune. Questo collettivo turbolento lotta per un’uguaglianza reale, qui ed ora, tra francesi e immigrati e perché questi ultimi diventino “soggetti attivi e non meri oggetti delle politiche che li riguardano”. “Noi vogliamo abbattere le differenze tra autoctoni e immigrati”, spiega Houssam, “perché l’uguaglianza si prova nella realtà delle azioni di tutti i giorni”. Lui consiglia per esempio di rifiutarsi di partecipare a delle riunioni che riguardano gli immigrati, dove questi non siano presenti.

Vedere il video :https://www.facebook.com/1983581038544143/videos/2034777480091165/

Il collettivo chiede anche che la diversità linguistica sia tenuta in conto e rispettata, “visto che quando i migranti raccontano la propria storia nella propria lingua, non raccontano la stessa storia” “E’ in questa maniera che siamo riusciti a rendere pubblico l’utilizzo delle scariche elettriche per costringere i rifugiati ad accettare di farsi prendere le impronte i Italia, per esempio“, aggiunge Chrystèle. Fatto confermato da Amnesty nel 2016 [4]. Il collettivo denuncia “l’accanimento contro i migranti e le migranti e i discorsi razzisti e securitari che avvelenano la nostra società”.

Come tutti quelli che hanno partecipato a questo concentramento, anche loro rifiutano la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo. Di fronte all’urgenza che vede migliaia di persone, di cui molti bambini, perseguitati, infermi, o ridotti a vivere per strada, questi militanti richiedono misure incisive come l’occupazione di case e la mobilitazione contro le retate. Houssam, Paul, Chrystèle et Mohamed, senza paura rivendicano un approccio politico, al di là del mero piano giuridico, perché « i corpi dei migranti sono annientati da un diritto ostile ».

A questo punto della storia, incontriamo Youssouf, che ha trovato la manifestazione “ meravigliosa” e Jule Allen della Guinea e  Issa dal Marocco, che hanno passato diversi anni per strada a la Chapelle. Durante il ritorno, Hassan Zacharia del Soudan, ci racconta la sua storia : un padre ucciso in Soudan, una madre che lo ha portato in Libia dove è stata uccisa, la traversata nel Mediteranneo, poi un centro per migranti vicino Napoli dove le autorità italiane lo hanno rimandato finché non è riuscito a passare in Francia. Accettiamo con gioia l’invito di Ismaëla, che ci invita a un concerto, visto che sta lavorando a una canzone a favore del CSP 75.

Tutti hanno partecipato con entusiasmo alla manifestazione che reclamava l’apertura delle frontiere, la libertà di circolazione e di soggiorno, così come la completa solidarietà alle persone migranti, qualsiasi sia la loro condizione amministrativa. Molti sono i “Dublinati”, dal nome del regolamento di Dublino, che stabilisce il loro rinvio nel paese dove sono state registrate le loro impronte, indipendentemente dalla situazione personale, della lingua che parlano o del luogo in cui si trovino le loro famiglie. Misure repressive che il governo, che ha annunciato un progetto di legge per gennaio, intende intensificare.

Abbiamo anche una conversazione con Martine Landry, una pensionata di 73 anni, che ha lavorato in Amnesty international France dal 2002 e membro di Anafé (associazione nazionale per l’assistenza degli stranieri alle frontiere). La Responsabile nizzarda comparirà in tribunale l’8 gennaio del 2008 per aver « facilitato l’entrata sul territorio di due minori stranieri in situazione irregolare » [5]. Incaricata di una missione di osservazione alla frontiera franco-italiana, ora rischia cinque anni di prigione e 30000 euro di multa. Il 28 luglio scorso, aveva recuperato due adolescenti della Guinea di 15 anni che la polizia italiana stava riconducendo in Francia a piedi. La responsabile di Amnesty li ha presi in carico al posto di frontiera di Mentone/ Ventimiglia, dal lato francese, e accompagnati nella sua auto fino al posto di polizia della frontiera. Era per di più munita dei documenti che attestavano la presa in carico dei due ragazzi da parte dell’ufficio per l’aiuto sociale all’infanzia, dal quale poi per altro sono stati accolti. Disgustata dall’ipocrisia della politica migratoria e dagli attacchi al diritto di questi giovani minori non accompagnati, ci racconta l’assurdo gioco del gatto e del topo al quale si dedicano i poliziotti francesi e italiani. Arrestati dal lato italiano, i giovani sono rinviati in Francia che a sua volta li rimanda in Italia. “Alcuni hanno oltrepassato la frontiera quattro o cinque volte, racconta la responsabile di Amnesty, che descrive un gioco a ping pong tra le polizie dei due paesi.”

Sono presenti anche delle infermiere del Centro di accoglienza, cura e orientamento (Caso) di Nizza, che assicurano dei consulti nei locali della Caritas di Ventimiglia. Il centro della Croce Rossa italiana, situato nella città di frontiera italiana, accoglie circa 500 persone, ma dalle 200 alle 300 persone migranti dormono sotto i ponti, ci raccontano queste. Tre volte alla settimana, le infermiere assicurano anche delle incursioni nella città italiana per fornire aiuto sanitario ai migranti.

Tutte le generazioni sono rappresentate e ci diciamo che sarebbe necessario scrivere questa storia della lotta degli immigrati, dei sans-papier, dei richiedenti asilo in Francia e di coloro che gli sono solidali. Odile, 76 anni, è venuta da Valence sur Rhône. Veterana del movimento ASTI (associazione di solidarietà con tutti i migranti) ci racconta la rivolta degli operai tunisini, che avevano ottenuto i documenti, dopo 11 giorni di sciopero della fame nei locali della curia della chiesa di Notre-Dame di Valence. Una storia sconosciuta che risale al dicembre del 1972.

Abbiamo poi anche incontrato Loïc, 27 anni, che vive in Val Roya e dice di essersi « sensibilizzato alla questione dei migranti fin da piccolo ». E’ venuto a conoscenza del campo creatosi dopo la chiusura della frontiera nel giugno del 2015 e poi sgomberato nell’ottobre dello stesso anno. “ I migranti avevano occupato gli scogli che delimitano il litorale, all’altezza della frontiera, pronti a gettarsi nel mare”, ci spiega il ragazzo, che fa risalire a quell’episodio l’inizio del suo impegno politico. “ Noi eravamo ancora pochi all’epoca a mobilitarci”, racconta Loïc, che si ricorda di aver portato degli aiuti alimentari a Ventimiglia.
« Il processo a Cédric Herrou ci ha fatto passare da un’azione umanitaria a una presa di coscienza politica”, ci spiega Loïc, “e i collettivi si moltiplicano”. Si ricorda anche delle azioni organizzate con gli attivisti italiani, che sono cessate quando questi ultimi sono stati brutalmente repressi dalle autorità del loro Paese. Loïc fa parte del Collectif Roya Solidaire (CRS) che realizza dei video sulla situazione della valle della Roya. E’ questo collettivo che ha realizzato, grazie ad una telecamera nascosta, un video il 30 giugno del 2017 alla stazione di Menton-Garavan [6]. Nel video si vedono i poliziotti che fermano dei giovani minori portandoli nei locali della stazione giusto il tempo di rimetterli sul treno, direzione Italia, senza alcun rispetto della legge. Una coppia di cui la donna è incinta, subirà la stessa sorte.

Tutti qui hanno una storia da raccontare. Come Gibi, di Roya Solidaire, che spiega che le denunce e i processi hanno inasprito il clima. Le azioni continuano ma con discrezione. Gibi fa parte dei quattro pensionati che hanno visto la condanna confermata in appello per aver dato un passaggio in macchina a delle persone migranti [7]. Si trattava di migranti che, dopo essersi fermati presso Cédric Herrou, avevano ripreso il viaggio e si erano trovati bloccati a 1000 metri di altitudine, su un sentiero pericoloso. Cédric Herrou è controllato dalla polizia. « Ci sono tre posti di blocco con le tende a 200 metri da casa sua ». Il terreno dove abita è anche delimitato da un muro, costruito da uno dei suoi vicini. Come gli altri anche Gibi ricorrerà in cassazione, “ per una questione di principio”. Poiché il reato di solidarietà non è stato abrogato così come domandavano le associazioni. Malgrado le promesse, Valls non fa che elargire eccezioni. Se dare alloggio, nutrire o curare delle persone migranti non è più un reato, offrirgli un trasporto conduce direttamente in tribunale. Tuttavia la legge prevede che se il gesto non ha dato luogo a nessuna contropartita, la persona non possa essere perseguita. Salvo che per condannare i militanti della regione, i giudici hanno dovuto triturare il diritto. Questi hanno stabilito che Cédric Herrou e gli altri attivisti condannati abbiano ricevuto un beneficio morale dalle loro azioni e possano dunque essere considerati come dei passeur. Un’interpretazione perversa della legge, sempre più beffeggiata e strumentalizzata non solamente ai danni di chi porta aiuto ai migranti ma soprattutto ai danni di questi ultimi che per questo motivo ormai scelgono di passare per Briançon, anche in pieno inverno.

Tutte le persone presenti qui al corteo sanno che le frontiere uccidono. Che non si fermeranno mai delle persone pronte a rischiare ogni pericolo – la traversata del deserto, l’inferno libico, il passaggio del Mediterraneo a bordo di barche sovraccariche, l’attraversamento dei valichi alpini in pieno inverno – per lasciare dei paesi sconvolti dalla guerra, dalla corruzione, da un’economia neocoloniale predatrice e venire qui da noi. Sanno che dal momento in cui si è pronti a tollerare l’inumanità a casa propria e si fabbrica un « sotto » diritto per coloro che si considerano come dei « flussi », è il proprio stesso inferno che si sta costruendo. Sanno che a forza di rendere fasulli i nostri valori, di generalizzare i controlli, le misure di detenzione e le violenze, è la nostra stessa libertà che distruggiamo. Sanno che dal momento in cui si comincia questa discesa pericolosa che nega l’umanità dell’altro, la storia finisce sempre male. E che le morti prodotte dalle nostre frontiere a migliaia torneranno a farci visita, per tutti quelli tra noi che non fanno nulla o troppo poco o troppo tardi.

Le parole della lapide simbolicamente deposta sull’asfalto della strada, a due passi dalla frontiera, riporta : « In memoria di tutte le persone migranti uccise da questa frontiera mentre erano alla ricerca di un rifugio lungo il cammino dell’esilio, Menton, il 16/12/2017 ». Questa frontiera qui davanti e tutte le altre, di mare e di terra.

Mentre il sole scende sul mare e il concentramento si disperde, pensiamo a questa giornata in cui da tutta la Francia sono arrivati uomini e donne che hanno compreso che la libertà di circolazione e di soggiorno è il prossimo diritto dell’uomo da conquistare. Ci ricordiamo, infine, di aver incontrato Laura Genz, circa un anno fa, e i suoi disegni dei rifugiati [8] . Una delle sue riflessioni ci aveva molto colpito. Ci spiegava come i confini blocchino le situazioni delle persone e le complichino. Negando la fluidità della vita e dei percorsi umani, essi si trasformano in “ trappole per migranti”.

Nell’epoca in cui circolano liberamente i capitali e le merci, gli Stati europei giocano questa sinistra commedia di fronte alle proprie opinioni pubbliche, sapendo bene che non potranno espellere tutte queste persone venute a domandare asilo o a tentare la fortuna qui, e che seppure espulse, esse ritorneranno. Questa menzogna generalizzata sulla quale riposano le politiche migratorie europee produce dei sotto-uomini, un non-diritto e crudeltà – quale altra parola può essere usata quando la polizia è spinta a lacerare le tende o buttare via le scarpe dei migranti? Si pensa veramente di dissuaderli in questo modo? E di fronte a questo, cosa succede a delle società che accettano che divenga normale che degli uomini, delle donne, dei bambini vivano per la strada, siano perseguitati e arrestati? L’inferno che costruiamo per le persone migranti sarà immancabilmente il nostro. I governi giustificano le proprie politiche inumane attraverso il giudizio delle proprie opinioni pubbliche. Le stesse opinioni pubbliche di cui aizzano i peggiori istinti, al rischio di essere loro stessi travolti dall’onda bruna che incombe su tutta l’Europa. Può essere che a quel punto si renderanno conto che non si condanna impunemente a morte il proprio simile, fosse pure in maniera indiretta, sotto la copertura della gestione di flussi migratori disumanizzanti e di un diritto internazionale pervertito.

Perché c’è una certezza: questi morti torneranno un giorno a tirarci per i piedi.

di Véronique Valentino

 

[1] http://www.lautrequotidien.fr/blog/2017/12/17/manifestation-la-frontire-franco-italienne-est-ce-que-les-morts-reviennent-nous-tirer-par-les-pieds-

[2] Rispetto all’informazione su quanto avviene al confine di Ventimiglia va segnalata l’eccezione degli articoli e reportage del giornalista Pietro Barabino, di cui segnaliamo  l’ultimo pezzo sull’argomento uscito sul Fatto Quotidiano: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/24/minorenni-allinferno-tra-i-migranti-sul-greto-del-fiume-roja-a-ventimiglia-e-litalia-viola-le-sue-stesse-norme/4051273/

[3] La traduzione in italiano dell’articolo di V. Valentino ” Manifestation à la frontière franco-italienne. Est-ce-que le morts reviennent nous tirer par les pieds?” , uscito sul giornale francese L’Autre Quotidien il 24/12/2017 è opera della redazione del blog Parole sul confine.

[4] https://www.amnesty.fr/refugies-et-migrants/actualites/italie-coups-decharges-electriques-et-humiliations-sexuelles-contre-les-refugies

[5]https://www.amnesty.fr/refugies-et-migrants/actualites/une-de-nos-membres-poursuivie-pour-delit-de-solidarite

[6] https://www.youtube.com/watch?v=gV8cxdoegEs

[7] http://www.sudouest.fr/2017/12/13/quatre-retraites-condamnes-en-appel-pour-avoir-aide-des-migrants-4030926-6116.php

[8] http://www.lemonde.fr/arts/portfolio/2015/09/10/dessins-de-refugies-par-laura-genz_4751690_1655012.html

Functional training del perfetto migrante

Functional training del perfetto migrante“, un lavoro di Ale (Senza arti nè parti) per Parole sul confine

 

La retorica del nuovo come del vecchio razzismo si ammanta di stereotipi, pregiudizi e banalizzazioni. Desiderio e bisogno di migliorare le proprie condizioni di vita sia materiali che immateriali, sono considerati illegittimi per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa.

Per riuscire a chiudere la porta in faccia proprio a tutti si è arrivati a mettere in dubbio i bisogni primari dell’essere umano come sfuggire da fame, guerre, dittature e povertà, figuriamoci il desiderio di studiare o migliorare la propria situazione economica. La persona migrante deve portare sul proprio corpo segni visibili della sua sofferenza che ce ne possano far provare compassione, ogni altro suo aspetto di individuo è irrilevante.

Il lavoro che Ale ha regalato a Parole sul confine si fa beffe del discorso razzista, che sminuisce, appiattisce, spersonalizza. Allo stesso tempo mette in luce i pregiudizi di chi prova a controbattervi negli stessi termini, producendo solo altri stereotipi.

 

Il materiale è distribuito con Licenza Creative Commons