Migranti: il riaffiorare del fiume carsico delle politiche eliminazioniste occidentali

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un testo denso , che mette a tema la politica eliminazionista dei migranti in atto nell’odierna Europa. Un testo che a nostro parere  merita di essere letto con calma e discusso. Contiene infatti una riflessione storica e politica complessiva sulle politiche e sui dispositivi che  governano il fenomeno delle migrazioni verso l’Europa di questi ultimi quindici anni.

L’autore del testo che segue, un uomo con una storia importante e particolare [1], oggi membro del Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos [2], non esita a definire queste ultime come “politiche eliminazioniste”. Non è bello ma è reale: se vogliamo riferirci all’agghiacciante conta delle persone decedute nel tentativo di attraversare il Mediterraneo le stime ci parlano di oltre 30000 morti, una media di 6  morti al giorno, dal 2003 a oggi. A questo numero vanno aggiunti coloro che sono morti nel tentativo di attraversare le frontiere interne dell’Europa: Ventimiglia, per esempio, ha visto tante donne e uomini fulminati sui treni, nascosti nelle cabine elettriche dei convogli, caduti dalle scarpate nel tentativo di passare la frontiera attraverso i sentieri montani, investiti dalle auto in corsa mentre camminavano sul ciglio della strada che congiunge l’Italia alla Francia. E poi i morti lungo la rotta balcanica, e poi tutti gli scomparsi nel nulla lungo le rotte migratorie africane, nei lager in Libia, in Niger… i cui corpi e le cui identità si sono perse nell’oblio di questa violenza inaudita. E’ un testo importante quello che segue, perché arendtianamente prova a “comprendere” senza giustificare, ossia ripercorre l’attualità sulla scorta della riflessione storica e dell’analisi politica, e propone una verità che molto pochi in Europa oggi sono disposti ad ammettere e cioè che ciò a cui stiamo assistendo non è diverso, per quanto riguarda i modi e le finalità delle politiche governamentali, dalla politica di sterminio nazista o da quella della desaparicion applicata in Argentina tra il ’76 e l’ ’83 sotto il regime della giunta militare di Videla.
E’ un testo  che ci chiama in causa tutti, chiama in causa la nostra responsabilità di fronte alla storia di cui siamo attori e non semplici spettatori; ci parla della necessità di ripoliticizzare quella parte di società cui apparteniamo e che oggi è preda dell’alienazione mediatica e politica che le classi dominanti impongono. Molte sono gli stimoli che un testo di questo tipo propone, molte anche le questioni discutibili. Non su tutto ovviamente ci troviamo d’accordo. Ma come lettrici e lettori ci sentiamo chiamat* non solo a riflettervi ma a trovare le vie per una risposta collettiva, la cui mancanza determina che i numeri di questo massacro, quotidiano e irreversibile, continuino ad aumentare. Numeri dietro ai quali ci sono le vite di esseri umani.

Situazione attuale dei flussi migratori sotto il profilo dei Diritti Umani

L’Assemblea del Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos ci offre l’occasione per fare il punto sulla catastrofe umanitaria in corso sotto i nostri occhi, senza che l’opinione pubblica  – vittima di una sindrome da “Lettera rubata “ collettiva – riesca a vederla e tanto meno a tentare di porvi rimedio.

Si tratta di riflessioni dettate da un senso di estrema urgenza, nella speranza di incoraggiare un dibattito  sulle possibili vie da seguire per porre finalmente fine allo stillicidio quotidiano di morti che da troppo ormai ci accompagna e che non possono essere considerate casuali.

Nel tentativo di leggere il problema, occorre premettere che è possibile inquadrare quanto sta accadendo oggi intorno a noi come il riapparire del fiume carsico delle politiche eliminazioniste proprie del mondo occidentale, come la Soluzione finale o quanto accaduto in Argentina sotto la dittatura militare, avvenimenti che ben poco hanno a che vedere, nelle modalità di esecuzione, con quanto portato a termine in Cambogia dai Khmer Rossi, nel Cile di Pinochet, o negli anni ’90 in Ruanda, o con lo stesso genocidio degli armeni, emblematico della capacità di uccidere un gruppo etnico a partire dai primi del ‘900.

Per quanto riguarda la Soluzione finale, appare interessante richiamare l’interrogativo posto dall’indifferenza dell’opinione pubblica nei Paesi occupati dal nazifascismo,  nei confronti della sorte riservata agli ebrei. Possibili spiegazioni hanno a che vedere con il fatto che si trattava di una minoranza transnazionale che mai si era piegata al cristianesimo, vissuta come diversa dalla maggioranza delle popolazioni nell’affermarsi di un sempre più forte nazionalismo identitario, quindi bollabile come Altro in tutti gli Stati europei.

A ciò va aggiunto il segreto con cui era stato custodito tutto quanto riguardava la Soluzione finale, dalla sua ideazione alle decisioni adottate per implementarla, il silenzio stampa che ne conseguiva, l’enormità di quanto programmato che lo rendeva impensabile e quindi negabile, l’inesistenza di un reato che ne prevedesse la fattispecie.

Risultava da tutto ciò nell’opinione pubblica, consapevole di essere tagliata fuori dagli arcana imperii, una diffusa acquiescenza  e, nelle alte sfere, la convinzione dell’impunità che avrebbe accompagnato la vittoria dell’Asse nella II guerra mondiale, su cui tutto si giocava.

Ciò tuttavia non spiega come mai i nuclei rurali che convivevano con i campi di sterminio – e quindi con  i reticolati e il filo spinato, la sorveglianza da parte delle SS con cani inferociti, il fumo dal crematorio con il pungente odore che lo accompagnava –  potessero dirsi e dire di non sapere quello che in quei luoghi veniva portato a termine. Come se, al di fuori dalla logica aristotelica, l’uomo potesse allo stesso tempo sapere e non sapere, o per meglio dire sapere e negare a se stesso di sapere, specie in una situazione di diffuso terrore e nel silenzio dei media che plasmano l’opinione pubblica.

Il ruolo dei media è centrale. Negli anni ’70 del secolo scorso, l’affermarsi della televisione nel mondo occidentale appare mettere in crisi la possibilità stessa del ricorso all’uso della forza da parte dei governi. Due esempi sono emblematici: primo, l’esito finale della guerra in Vietnam, che vede la superpotenza occidentale piegarsi di fronte alla capacità di resistenza di un piccolo stato asiatico, data l’indignata mobilitazione con cui l’opinione pubblica occidentale rispondeva alle atrocità commesse da parte americana, che immagini televisive da giornalisti non embedded rendevano indimenticabili, allora come oggi. Secondo, quanto accade l’11 settembre 1973  a Santiago del Cile, dove i militari decidono di utilizzare la televisione per confrontare la popolazione con la percezione immediata della violenza di cui sono capaci, in modo da soffocare sul nascere qualunque tentativo di opposizione armata. In effetti, il bombardamento del palazzo presidenziale con la tragica morte del Presidente Allende, i carri armati nelle strade della capitale, i combattimenti contro le poche sacche di resistenza ben presto travolte, lo stadio pieno di detenuti torturati e passati per le armi, le ambasciate stesse invase da disperati alla ricerca di una qualunque via di fuga,  spazzano via, a livello interno, qualunque tentativo di lotta armata. Ma, a livello internazionale, provocano un’unanime ondata di indignazione e condanna da parte dell’opinione pubblica occidentale che non accetta né la violenza né la violazione delle più elementari prassi democratiche. In tal modo, Pinochet s’impadronisce del potere, ma a livello internazionale resta condannato all’ostracismo come un vescovo lebbroso.

Si sarebbe detto insomma in quegli anni che la televisione con la sua pervasività e la capacità di scatenare reazioni improntate al senso di etica politica prevalente nelle masse occidentali, avrebbe d’allora in poi vanificato i tentativi degli Stati di fare ricorso alla violenza.

Tre anni dopo, i militari argentini dimostrano che tutto il contrario è analogamente possibile,  purché si riesca a formulare strategie eliminazioniste che, da una parte, tengano buona la popolazione, dall’altra non attirino l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale.

Il ricorso alla desaparición soddisfa entrambe queste esigenze e permette la decimazione , nei suoi elementi migliori, di   una generazione di giovani impegnati e generosi, destinati a diventare la classe dirigente del futuro e decisi a portare avanti un progetto di giustizia sociale e democratica inconciliabile con il neoliberismo  che, dopo il Cile, si voleva a quel punto imporre all’Argentina. La politica ufficiale li bollava come sovversivi che avevano spinto il Paese sull’orlo del caos,  la gerarchia ecclesiastica cattolica non esitava a definirli come cancro da estirpare dal corpo sociale, la maggioranza silenziosa appariva timorosa dell’esito che avrebbe potuto avere una fuga in avanti.

In estrema sintesi, è possibile affermare che in un sistema di informazione ormai prevalentemente televisivo o iconografico, si dà per scontato che tutto quanto accade viene rappresentato e che quanto non è rappresentato non accade. Anche in questo caso, poi, l’enormità della desaparición di massa la rendeva impensabile, come lo era stata la Soluzione finale, non soltanto in quanto ancora non prevista come crimine e quindi non riconosciuta dal sistema giuridico,  ma soprattutto in quanto non rientrante nelle categorie storicamente stratificate nella mente umana o nel cosiddetto inconscio collettivo.

Dalla mancata rappresentazione dei cadaveri conseguiva che non c’erano morti e la speranza di ritrovare in vita il giovane improvvisamente scomparso  smorzava qualunque tentativo di rivolta da parte dei familiari, che d’altronde venivano emarginati dalla maggioranza dei non direttamente colpiti. Qualcosa di analogo appariva a livello internazionale, dove la mancanza di immagini di violenza e di morte impediva all’opinione pubblica, ancora focalizzata sul caso cileno, di intuire e mobilizzarsi contro la ben più vasta caccia all’uomo in corso in Argentina.

I militari argentini avevano capito che nel sistema di informazione mediatica  prevalente, esisteva un cono d’ombra in cui poter agire con le mani libere dai lacci e laccioli dei sistemi democratici, sempre che si potesse fare affidamento sul silenzio dei media e su complicità o almeno acquiescenza a livello internazionale.

Gli Stati non potevano non sapere, ovviamente, attraverso le loro ambasciate a Buenos Aires. Ma, più che la tanto sbandierata tutela dei diritti umani,  a contare era la convinzione che l’opinione pubblica occidentale non si sarebbe potuta mobilitare per qualcosa che ignorava.

Soprattutto, erano i parametri della Realpolitik – vale a dire la politica estera tesa a perseguire gli interessi nazionali in materia economica, geostrategica e di stabilità interna, come interpretati dalla classe dirigente di ogni Paese – a guidare il procedere degli Stati, anche democratici, al di fuori di qualunque considerazione etica.

Prima di arrivare alla contemporaneità, tentiamo di evidenziare adesso i punti in comune tra Shoah e desaparición.

Malgrado la prima sia emblematica del genocidio e la seconda rientri, piuttosto, nella fattispecie del politicidio, entrambe sono manifestazioni delle politiche eliminazioniste, che anche i Governi occidentali ritengono di poter attuare, quando ne ravvisano la convenienza e si sentono ragionevolmente sicuri dell’impunità.

Sia pure maturate  nell’ambito di sistemi totalitari, entrambe le tecniche di eliminazione di massa appaiono far affidamento sull’inerzia dell’opinione pubblica a partire dai seguenti fattori:  il segreto e il silenzio stampa o comunque l’inadeguatezza di quest’ultima a dar conto di quanto sta accadendo;  il carattere di minoranza e/o differenziabilità del gruppo preso di mira che non sembra mettere in pericolo il quieto vivere della maggioranza silenziosa;  quella che abbiamo definito l’impensabilità di entrambi i progetti, che non sono all’epoca neanche previsti come crimine, e l’indimostrabilità della loro attuazione mentre la stessa è in corso; la progressiva diffusione del pregiudizio contro gli integranti del gruppo fino alla loro etichettatura come subumani;  l’adozione di leggi discriminatorie e/o razziali;   la criminalizzazione di coloro che cercano di proteggere il gruppo preso di mira;   la responsabilizzazione del gruppo stesso per una congiuntura particolarmente difficile.

Le atrocità attuate dai militari argentini diventano di pubblico dominio alla caduta della dittatura, nel 1983. La relazione finale della commissione nazionale argentina per le persone scomparse (CONADEP) , istituita al ritorno della democrazia, verrà intitolata “Nunca Màs” , a significare che mai più l’umanità dovrà permettere il ripetersi di simili pratiche . Il governo argentino, insieme a quello francese, darà vita in ambito Nazioni Unite alla Convenzione Internazionale Contro la Sparizione Forzata delle Persone, ma la desaparición non sparirà.

Nel dopo guerra fredda, quello che Bush Senior definisce Nuovo Ordine Mondiale sarà caratterizzato dall’asimmetria scientifico/tecnologica, in primo luogo, ma quindi anche militare, economica e culturale, tra un Occidente che si ricompatta e allarga intorno all’iperpotenza sopravvissuta e il resto del mondo. La guerra torna a essere uno strumento praticabile e praticato, anche da parte di Stati la cui costituzione la ripudia. L’ ideologia della non ideologia neoliberista antepone l’economia alla politica e all’etica, valuta le masse come materiale per la produzione, l’individuo in quanto consumatore – che è l’altra faccia della sua attività lavorativa –  e non in quanto titolare di diritti umani. Più che di globalizzazione sarebbe il caso di parlare di neocolonialismo globale.

L’Occidente continua a vivere confortabilmente la sua età del petrolio, peraltro non suo. L’accaparramento delle risorse, specie energetiche, dei paesi che non si dimostrano in grado di difendere la propria sovranità, permette il mantenimento di livelli di vita e di spreco cui si accompagnano nel resto del mondo sfruttamento della mano d’opera e miseria endemica, disastri ecologici, guerre che sono il mercato necessario per le  nostre industrie e tentativi di proliferazione nucleare,  dittature e Stati falliti, Stati canaglia e vaganti transnazionalità  criminal/terroristiche di origine incerto, capaci di conquistarsi milioni di followers  mostrando nel web cruenti rituali da Medio Evo prossimo venturo.  Ma l’arrivo di nuovi giocatori non deve ingannarci: è il ritorno del Great Game su scala globale, in cui l’Occidente tutto insieme prende il posto dell’Impero Britannico e ancora una volta cerca di ridisegnare Medio Oriente ed Africa a proprio vantaggio, prima che la Russia post sovietica ritrovi il ruolo di superpotenza, che a sua volta la Cina si appresta a svolgere.  Ed è un mondo di cui le masse di migranti e richiedenti asilo sono il portato strutturale, ma non per questo ben visti, anzi spesso non visti per niente,  nella valanga d’informazione dal sistema mediatico, che diventa martellante intrattenimento e baluginante cacofonia autoreferenziale, tutto equiparando in un messaggio subliminale di irresponsabilità, apatia e acquiescenza.

E’ un fatto che dai primi anni 2000 Unione europea e NATO hanno incluso tra i pericoli da affrontare gli effetti destabilizzanti che possono derivare da un arrivo in  massa di migranti e richiedenti asilo, anche se provenienti da  scenari di guerra,  alla pari con il terrorismo e l’interruzione dei flussi energetici, la proliferazione nucleare e la cyber war, ecc. Si tratta, sia detto tra parentesi,  di  contraccolpi  destabilizzanti che  possono aver luogo soltanto in un contesto neoliberista di drastica e costante riduzione della spesa pubblica, quale quello che stiamo vivendo. Basterebbe cambiare le politiche di bilancio per smorzare IL contraccolpo e contrastare  sul nascere le guerre tra poveri.

Resta che, quando l’area economica più ricca  e l’alleanza militare più forte al mondo definiscono come destabilizzante un gruppo umano, quest’ultimo non potrà che diventare bersaglio di politiche di deterrenza.

Sia chiaro, gli Stati hanno  il diritto/dovere di difendere frontiere, coste e acque territoriali, specie in congiunture come quella attuale, caratterizzata da venti di guerra in Medio Oriente e ai confini dell’ex Unione Sovietica,  così come hanno  il diritto di dotarsi di  leggi finalizzate al controllo dell’immigrazione e quello di stabilire accordi bilaterali con paesi di dubbia democraticità.

Da un punto di vista formale, senza entrare nel merito dei singoli contenuti, ciascuna di queste attività normative o pattizie è lecita. Il problema sta nelle ricadute che il combinato disposto di tali attività comporta sui non cittadini, che, sia in quanto richiedenti asilo che in quanto migranti, hanno pur sempre titolo al rispetto dei loro diritti fondamentali e, in primis, del diritto alla vita.  Stiamo parlando dell’operato – anche omissivo – degli Stati europei, della stessa Unione Europea e della stessa NATO, da una parte, degli Stati  africani di attraversamento, dall’altra. E più precisamente degli accordi di Malta (novembre 2015), del patto con la Turchia (marzo 2016), dell’accordo ricatto  con l’Afghanistan (ottobre 2016), del memorandum con la Libia (febbraio 2017),  dei Processi di Rabat e  di Khartoum, che altro non sono che alleanze finalizzate a garantire  sostegno finanziario e militare a regimi non democratici, corrotti e dittatoriali, IN cambio dell’intensificarsi da parte loro della persecuzione ai potenziali “clandestini”, che tentano di arrivare al Mediterraneo. Si sta mettendo a punto un sistema concentrazionario,  sparpagliato ma rispondente a un disegno unitario, in tutto l’enorme bacino africano e mediorientale che fa capo al Mediterraneo, nel quale le torture, i massacri, i trattamenti inumani e degradanti sono da tempo all’ordine del giorno e che se non bloccato  potrebbe diventare  il più complesso sistema eliminazionista della storia dell’umanità.

Lo sbarramento di ogni via d’uscita legale riduce  questi disperati a res nullius , non diversamente dagli ebrei nell’Europa occupata dai nazifascisti o dei desaparecidos nelle mani dei militari argentini, mettendoli  alla mercé dei Diavoli a  cavallo che, dopo essersi macchiati di genocidio in Sud Sudan, adesso sono stati arruolati dal governo sudanese per dar loro la caccia, o delle bande che in Libia li sottopongono a tortura, stupri, lavori forzati o esecuzioni extragiudiziali, vendita come schiavi  o  espianto di organi,  e  infine  in mano agli scafisti, se e quando riescono ad arrivare al Mediterraneo.  Anzi è tutto questo a produrre il lavoro sporco degli scafisti, che tra l’altro finisce per finanziare il terrorismo e altro non è che il sintomo di un’immensa tragedia umanitaria scientemente provocata a monte.

Ma non basta. Non possiamo non dirci che è estremamente improbabile che un barcone possa sfuggire ai controlli incrociati continuamente in atto da parte di aerei,  droni, satelliti, elicotteri, sofisticate apparecchiature radar , ecc. e che lo stesso accada per i gruppi che si avventurano nella traversata del deserto nella speranza di raggiungere  il Mediterraneo o vi sono costretti in direzione contraria, dopo il respingimento. Non mancano testimonianze ad avvalorare l’ipotesi  che i medesimi vengano inquadrati, seguiti fin dall’inizio e lasciati a percorrere fino in fondo il loro calvario,  nell’ambito di una strategia di deterrenza finalizzata a minimizzarne il numero, nell’impossibilità di sradicare del tutto il fenomeno. Non mancano testimonianze su gravissime omissioni di soccorso che di certo costituiscono un illecito internazionale.

Ma loro continuano a tentare di arrivare perché privi di alternative, in fuga come sono da crisi  troppo spesso da noi stessi provocate. E allora,  ecco che le frontiere vengono spinte sempre più in là, oltre la Libia stessa, in Niger adesso,  fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento,  invisibili perché dispersi nel nulla mediatico,  quindi impensabili e alla fine inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo. E si tenta di criminalizzare  le ONG che accorrono a soccorrere i barconi in pericolo di naufragio, affinché il massacro possa andare avanti senza ostacoli e senza testimoni scomodi.

Sistematicamente respinti nell’invisibilità, sono i desaparecidos nell’Europa di oggi, perché, dobbiamo ripeterlo,  la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita nel cono d’ombra reso possibile da  qualunque sistema mediatico, anche l’attuale, in cui l’iconografia televisiva si somma ai lati oscuramente manipolatori di Internet,  come lo scandalo Facebook da ultimo dimostra,  in maniera che  l’opinione pubblica non riesca a prenderne la dovuta consapevolezza, o possa almeno dire di non sapere,  come successo sia nella Germania nazista che nell’Argentina dei militari.  Permettete che lo dica: tutto questo ricorda la normalità apparente e in realtà spietata che vedevo intorno a me nel centro di Buenos Aires, in mezzo alla tragedia umanitaria scatenata dai militari argentini.

Come nel caso della Shoah e dei Desaparecidos, ci troviamo di nuovo confrontati a un crimine senza nome, che il Diritto Internazionale penale fatica a riconoscere e non può al momento perseguire. E’ la cifra stessa dei morti, 30mila circa dai primi anni 2000 ad oggi, a dimostrare, a mio avviso, che siamo ancora una volta di fronte a un crimine di lesa umanità.

Eppure, qualcosa si sta muovendo. Negli ultimi tempi, la Corte europea dei Diritti Umani ha scritto al Ministro italiano dell’Interno a proposito dei respingimenti in Libia, che nell’ottobre 2017 una sentenza della Corte d’Assise di Milano ha dichiarato illegittimi, per via delle atrocità cui i migranti vi vengono sottoposti, il Tribunale Permanente dei Popoli nella sua sentenza del dicembre 2017 a Palermo ha ritenuto di poter affermare l’esistenza di un popolo migrante, cui sono applicabili le norme a tutela dei diritti umani previste dal diritto internazionale. E quanto più dà speranza forse sono i giovani che accorrono a frotte nelle isole greche, riscoprono i sentieri della resistenza contro il nazifascismo ai confini interni all’Ue, si sottopongono a persecuzioni giudiziarie in nome della dignità e della solidarietà, rischiano anche la vita nelle acque internazionali per salvare i disperati sui barconi che affondano. La stessa procura di Roma ha dovuto avviare pur con tutti i limiti possibili immaginabili, un procedimento penale contro i responsabili del ritardo di 5 ore con cui l’11 ottobre 2013 la nave della Marina Militare italiana Libra  è arrivata a soccorrere le vittime di un naufragio nelle acque internazionali delle stretto di Sicilia, causando l’annegamento di 140 persone circa, di cui 60 minori. E’ il cosiddetto naufragio dei bambini, che non sembra peraltro aver suscitato nell’ ondivaga opinione pubblica, oggi sostanzialmente apatica se non ostile,  la contagiosa commozione scatenata dalla foto di un bambino annegato sulla spiaggia turca, fatta rimbalzare, questa sì, per giorni e giorni, sulle televisioni di tutto il mondo.

Le analogie tra quanto sta accadendo oggi – o per meglio dire si sta facendo, perché di un fare si tratta – e quanto accaduto sia nell’Europa occupata dal nazifascismo che nell’Argentina dei militari sono evidenti:
dalle crescenti manifestazioni di intolleranza, xenofobia e razzismo, incoraggiate nell’elettorato e quindi nell’opinione pubblica, da partiti e politici a caccia di consenso, a leggi razziali, come quella che toglie un grado di giudizio nei procedimenti per ottenere lo status di rifugiato, dal segreto sul contenuto degli accordi con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo,  al ricorso alla logica economica a giustificazione dell’asserita impossibilità di salvare e accogliere tutti, da quel siete troppi, mantra continuamente ripetuto e addirittura pubblicamente sfuggito come un lapsus alla stessa Cancelliera Merkel, alla visibilità negata ai morti in mare, ridotti a cifre non dissimili da quelle stampate a fuoco sulle braccia degli internati nei campi di sterminio, in un astratto presente numerico che cancella le migliaia di storie umane travolte, alla già citata criminalizzazione delle ONG che tentano di salvare vite umane nel Mediterraneo, non dissimile da quanto accaduto in Argentina ai pochi avvocati che osarono difendere i diritti umani dei detenuti politici.

Ma più che continuare ad enumerare similitudini,  è il senso di urgenza di fronte alla catastrofe umanitaria oggi in corso intorno a noi a causa delle politiche dell’Unione Europea, della NATO e degli Stati membri che occorre evidenziare, nella speranza di sollecitare un dibattito che possa contribuire a cercare il modo di porre fine al massacro in corso,  portando a giudizio i responsabili individuali e politici di quanto sta accadendo.

Enrico Calamai

[1] http://www.famigliacristiana.it/articolo/enrico-calamai-lo-schindler-dell-argentina.aspx

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/enrico-calamai/774/default.aspx

[2] http://nuovidesaparecidos.net/

 

 

“L’accoglienza ai migranti è indegna”. Diffuso in Francia un rapporto ufficiale sulle pratiche della Polizia di frontiera a Mentone.

Il 5 giugno, il quotidiano Nice Matin (cosi’ come altri giornali francesi) ha pubblicato la notizia dell’avvenuta consegna, nelle mani del ministro degli interni Gérard Collomb, di un rapporto redatto dal Contrôleur général des lieux de détention et de privation de la liberté (controllore generale dei luoghi di detenzione e privazione della libertà). Questa autorità indipendente, creata nel 2007, si è recata a Mentone, per la seconda volta dal 2015, per osservare le pratiche di “accoglienza” ai migranti da parte del SPAFT, il servizio di polizia alle frontiere terrestri. I fatti constatati e le conclusioni del rapporto sono gravissimi: l’accoglienza ai migranti è “indegna”, per la violazione ricorrente e continua dei loro diritti, e per le condizioni materiali dei locali troppo piccoli, nei quali le persone fermate sono costrette a passare ore, nottate intere, nella quasi totale assenza di arredo. Inoltre, sono stati osservati direttamente atti di violenza e respingimenti illegali di minori … l’impunità è tale che, neanche sotto gli occhi di un organo di controllo, i poliziotti si preoccupano di modificare la loro condotta. I numeri forniti sono da capogiro: tra gennaio e agosto 2017, a questo posto di frontiera sono stati respinti 29 144 adulti e 10 434 minori non accompagnati. Di questi ultimi, nello stesso periodo, solo 27, lo 0,3 %, sono stati affidati ai servizi sociali competenti. Abbiamo sotto gli occhi un crimine palese e enorme: come ogni paese europeo, la Francia ha l’obbligo di garantire la presa in carico di ogni minore migrante reperito sul proprio territorio. Da anni militanti, attivisti e soggetti vari, attenti alle dinamiche di frontiera, denunciano queste violenze e soprusi. Nessuna presa di posizione. E neanche davanti ad un rapporto come questo il Ministero dell’interno ha proferito parola: sono da poco scaduti i termini per la presentazione delle osservazioni e non un fiato sulla vicenda. La direzione regionale della polizia delle Alpi Marittime ha risposto in termini burocratici elencando tutte quelle convenzioni e quei protocolli ai quali teoricamente si attiene, ma che nei fatti non rispetta, e difendendo a spada tratta la condotta dei poliziotti. Si è sentita anche qualche voce politica, come succede spesso, ideologicamente troppo schierata su posizioni reazionarie e razziste, per preoccuparsi di rispondere nel merito dei contenuti.

Questo rapporto, e le mancate reazioni che ne sono seguite, sono il ritratto della frontiera: un’ingiustizia perpetrata quotidianamente nell’indifferenza e nell’accettazione.

 

Sui poliziotti alla frontiera di Mentone piomba un rapporto … ed è severo.

http://www.nicematin.com/faits-de-societe/un-rapport-est-tombe-sur-les-policiers-aux-frontieres-de-menton-et-il-est-severe-235847

(link all’originale, da Nice Matin, edizione in linea, pubblicato il 05/06/2018)

A Mentone, l’accoglienza ai migranti da parte della polizia di frontiera è stata giudicata “indegna”.

La visita era imprevista. Quattro persone, dipendenti del controllore generale dei luoghi di privazione di libertà –un’autorità indipendente creata dalla Francia in 2007-, hanno voluto verificare, ad inizio settembre, come fossero prese in carico a Mentone le persone straniere fermate dal servizio della polizia alle frontiere terrestri. La conclusione è secca: controlli a bordo dei treni “au faciès”(leteralmente “alla faccia”, espressione per indicare la discriminatorietà di controlli polizieschi motivati da caratteristiche fisiche), pratiche di respingimento “consistenti nell’invitare dei minori non accompagnati e delle famiglie a riprendere un treno verso l’Italia senza che alcuna procedura sia attivata”, locali “troppo esigui” quando non sono considerati “indegni”, “tensione”, o anche “atto di violenza nei confronti di un giovane migrante” sotto gli occhi dei controllori.

L’accusa principale: i diritti dei migranti, secondo il rapporto, non sono rispettati. “In nessun momento , durante la loro missione, i controllori hanno visto dei poliziotti leggere alle persone le decisioni che li riguardavano o spiegargli nel dettaglio la portata di tali decisioni”.

Infine, “I controllori hanno constatato che dei minori non accompagnati fermati sul territorio (nazionale francese, n.d.r.) sono stati ricondotti in Italia, quando in nessun caso possono essere oggetto di misure di allontanamento”. L’integralità del rapporto si evince da una frase: “la presa in carico quotidiana delle perosne straniere si effettua in condizioni indegne et irrispetose nei confronti dei loro diritti”.

Il ministero degli interni, al quale era destinanto il rapporto, non ha fatto alcuna osservazione da quando lo ha ricevuto.

Eric Ciotti, deputato della prima circoscrizione delle Alpi-Marittime, ha denunciato “un rapporto non oggettivo e diffamatorio nei confronti dei poliziotti”.

Sul sito del Contrôleur général des lieux de privation de liberté è possibile scaricare il rapporto integrale (81 pagine):

http://www.cglpl.fr/2018/rapport-de-la-deuxieme-visite-des-services-de-la-police-aux-frontieres-de-menton-alpes-maritimes/

Bucare il Confine

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il contributo di un compagno e ricercatore – Gabriele Proglio CES-Universidade de Coimbra – che in questo periodo si trova sul Confine di Ventimiglia. Un interessante aggiornamento e un’intensa riflessione sul costante esercizio alla ricerca di una prospettiva decolonizzata e anticolonialista.

Note, perché è da poco, pochissimo che sono sul confine. Queste sono solo note. Eppure, man mano che recupero i pezzi dell’archivio del movimento che ha bucato il confine di Ventimiglia/Menton, mi rendo conto della potenza di quello che è stato. Ma non è finita. O meglio, sì, lo è, quella stagione. Ma i frammenti sono ancora vivi. Ossia, tutte le persone che ho incontrato, finora, non hanno fatto un passo indietro. Fogli di via, provvedimenti di pericolosità sociale, denunce e fermi: ogni tipo di misura è stata adottata per rompere l’unità, per mandare in pezzi un’entità che varcava i e talvolta prescindeva dai confini ideologici delle tante soggettività coinvolte. Ma nessuno si è arreso, anzi, la resistenza continua. Adesso, e non solo a Ventimiglia. Anche in tutta la Liguria, con persone che arrivano da ogni parte della Penisola – da Torino a Roma. Ma facciamo, per il momento, un salto agli aggiornamenti, a cosa succede sul confine.

La scorsa settimana ho girato in lungo e in largo Ventimiglia. La stazione, l’infopoint, il parcheggio davanti al cimitero, le Gianchette, e poi, più di una volta sono stato alla frontiera ‘di mezzo’, quella da cui si può vedere, giù in basso, il vecchio confine di stato con l’istallazione di Pistoletto. Per la precisione è giovedì mattina, e sono da poco passate le 12. Salgo dai giardini Hambury, facendomi largo tra le curve con lo sguardo. Giù, in fondo, poco prima del primo blocco italiano, ci sono tre persone con valige alla mano. Stanno telefonando. Ancora una curva, e poi eccomi più vicino. Sono due uomini e una donna. Neri. Come ogni volta, metto in crisi il mio sguardo. Ho visto il nero e letto il luogo d’origine: Nigeria. Cerco di spostare l’attenzione dai loro corpi al mio vedere. È una visualità che, nonostante tutto, va ancora decostruita. È un processo senza fine che setaccia le immagini e i loro significati, che sposta il centro dal sapere all’ascoltare, dal vedere all’essere in contatto. Decentro la mia posizione e creo, continuamente, una narrazione che non afferma, costruendo corpi e luoghi – proprio come facevano i colonialisti e gli esploratori – ma che nasce dalle relazioni con le soggettività. Non è né mia, né dell’altro: è libera e reinventa il significato dei corpi, dei generi, dei colori. Sovverte le categorie e mescola talmente tanto le lingue da fare nascere nuovi lemmi: gemme con radici sul confine come stato-in-essere, ossia come costante, perenne, incessabile condizione di corpi fuori posto. Altrimenti ‘i migranti’ sarebbero ridotti a corpi sbagliati, diversi e inattesi; corpi spaventosi, pericolosi e nemici; corpi da compatire, da cacciare, da evitare; corpi del desiderio, dell’evasione, terreni di sfogo delle ansie bianche: questa è una parte delle genealogia razzista.

Sono curve, poche curve che creano un’onda che si riverbera in me. Rimetto in discussione la mia posizione, il mio privilegio, bianco; lo guido, in questo caso; è nel mio portafoglio, vicino a un paio di banconote da venti euro. Arrivo davanti al confine, e mi lascio alle spalle i tre. Vedo una macchina della polizia e, poco dietro, un pullman di Riviera Trasporti, la compagnia che, in pochi anni, ha risolto i conti in rosso… diventando il vettore principale della deportazione al Sud. Mi fermo dall’altra parte della strada, nello slargo. Faccio alcune foto. C’è molta polizia, e, poco più avanti, un mezzo dell’esercito con tre militari a bordo. Aspetto una decina di minuti. Davanti a me, fuori dagli uffici della polizia di frontiera, c’è movimento. Due digos si parlano animatamente. Uno di questi indica il pullman. Alzo gli occhi e vedo che è pieno. Stanno per partire, destinazione Bari. Sopra ci sono uomini e donne. Intanto, altre persone, bloccate nella notte, vengono indirizzate, da un terzo uomo, verso la scala che porta sul marciapiede. Torneranno a Ventimiglia, a piedi.

Accendo la macchina e faccio inversione. Torno indietro e, dopo qualche curva, mi trovo davanti ai tre che avevo lasciato prima. Chiedo se vogliono un passaggio. Felicissimi, mi dicono di sì. Salgono rapidamente. Joy, questo il nome della donna, mi racconta del suo viaggio per arrivare in Europa. È di Abuja, in Nigeria. “Sono andata via, senza sapere dove…” – si ferma, sospira, poi riprende “dove andare”. “Ma qui – mi spiega – oltre il mare dei bianchi, c’era la fortuna”. Le chiedo che percorso ha fatto e quanto ci ha messo. Fino in Niger in pullman e in auto. Poi, di là, non ci sono regole: ‘non ti puoi fidare di nessuno, solo del denaro’. Riprende il silenzio, e aggiunge ‘il denaro, però, non ti salva, ma non basta: servono le persone’. Mi spiega di come è arrivata in Libia, grazie ad altri amici nigeriani, con numerose telefonate. Gli altri due, ci ascoltano dietro e ogni tanto annuiscono. Joy parla molto bene inglese e mi pare determinata, vuole passare dall’altra parte. Siamo quasi all’infopoint, dove mi hanno chiesto di portarli. Mi chiedono il numero di telefono e poi parlano tra di loro. Ecco il parcheggio, mi fermo. Ci salutiamo e mi incammino verso il bar Hobbit, per salutare Delia.

Attraverso la città che è divisa per linee di colore. Non vi sono limitesfisici, come muri, ma vere e proprie zone che sono destinate ai bianchi o ai neri. Se dovessi usare una metafora, parlerei di una geografia a macchie di leopardo. Ci sono spazi solo per bianchi, spazi solo per neri e zone di contatto. In queste ultime, cerco sempre di fare attenzione a come avviene la mobilità. Tre sono gli elementi che credo primari: i non bianchi non si possono fermare nelle zone ‘condivise’ con i bianchi: possono solo essere di passaggio; le zone bianche sono visibili, le zone dei non bianchi sono celate allo sguardo, cioè eccedono la normalità del vivere la città. Bisogna, in sostanza, prendere sentieri, salire su gradini, invertire lo sguardo, abbassarsi o alzarsi. Se la conoscenza della città è fatta di memorie visuali, i luoghi dei non bianchi sono svelati da prospettive e orizzonti inusuali, che eccedono le forme di mobilità (a piedi, in bici, in auto). Infine, i luoghi dei non bianchi sono spazi liminali costruiti intorno ai rapporti personali e di gruppo, proprio come la città calviniana di Ersilia.

Sono quasi davanti all’Hobbit Bar. Joy mi chiama: “puoi tornare, vorremmo parlarti”. Le chiedo se è tutto apposto. Mi risponde che non ci sono problemi, ma che vuole avere informazioni. Prendo un caffè, al volo e faccio la strada a ritroso. Cinque minuti e sono da loro. Joy mi saluta nuovamente e mi chiede come andare dall’altra parte. Non so risponderle. Vorrei, ma non lo so. Mi dice che deve raggiungere la sorella di suo marito, a Marsiglia. “Potete aspettare e riprovare” aggiungo io. Lei dice che non sa, che forse prenderanno il treno per Milano e proveranno in un altro modo. Li saluto e mi incammino verso la macchina.

Accendo l’auto e rimango fisso a guardare loro che si allontanano. Penso che esistano più tracciati e che ogni percorso è costantemente ridefinito dalle memorie. E cosa sono le memorie se non reti di relazioni, di contatti, di emozioni e di pratiche dell’essere in diaspora. Sospesi in un luogo che è in costante ridefinizione, bisogna essere fluidi e parte di un movimento corale. Non si è solo individui, soggetti; anzi, come mi hanno detto in tanti, in questi mesi, si è, prima di tutto, parte di quello spostamento collettivo. Ragiono e trovo delle simmetrie con le mobilitazioni che sono nate dal 2015. Dobbiamo distruggere un mito: la Fortezza Europa non esiste. Già, non è una Fortezza, inespugnabile. Non è solamente un muro, che si può scalare o abbattere. Non è soltanto un mare, che si può attraversare. L’Europa dei confini è fatta di dispositivi di riconoscimento, di posizionamento e soggettivazione dei corpi, di inclusione differenziale o di espulsione. Per fare saltare questi dispositivi, non basta la forza. Non basta neppure la strategia. È necessario essere movimento, ossia costruire una rete capace di traghettare da un luogo a un altro le persone. Ed è proprio per questo che la repressione ha lavorato nel dividere, sezionare e scomporre l’unità nella differenza. Prima ha puntato sulla linea del colore, separando bianchi e neri. Poi ha segmentato ogni gruppo fino a ridurlo a unità, all’individuo isolato, solo, senza strumenti. Sistema, questo, che è proprio del capitalismo più avanzato e di riproduzione di cicli di sfruttamento. Ma il movimento, quello politico e quello delle persone, non si può arrestare. Ci sarà sempre un modo per passare oltre. È necessario spostare l’attenzione dall’immigrazione alla persona, dalla frontiera al dispositivo di confine. Come? Se questa è un’apologia a violare illegalmente i confini? Sì, lo è, senza dubbio e con forza. Perché i movimenti, di ogni tipo, eccedono la legge e reinventano la lingua, pensando la giustizia sociale con pratiche condivise.

A cura di Gabriele Proglio (CES-Universidade de Coimbra)

“Malati di confine”. Analisi di un anno di report medicali alla frontiera di Ventimiglia

Proponiamo un’analisi dei report redatti dai medici volontari che, da qualche anno, svolgono un’attività di cura e monitoraggio indipendente alla frontiera di Ventimiglia. Lo scopo è quello di individuare e mettere in prospettiva le problematiche sanitarie che si materializzano lungo il confine, cercando di risalire, quando possibile, alle cause politiche e istituzionali, più o meno dirette, che le determinano. La scelta di analizzare un “campione” di report che copra all’incirca un anno è motivata dalla volontà di avere uno sguardo il più possibile complessivo, tenendo conto dei mutamenti della situazione socio-politica e delle variazioni stagionali. Matteo Fano e Cecilia Paradiso sono dottorandi in antropologia all’ EHESS di Marsiglia.

Per prima cosa, vorremmo precisare che i nostri ambiti di ricerca non riguardano direttamente Ventimiglia, tuttavia si tratta di una situazione che conosciamo perché ne seguiamo gli sviluppi da qualche anno. Attraverso questo articolo, in particolare, vogliamo presentare le conseguenze sanitarie della chiusura della vicina frontiera con la Francia, al fine di mostrare l’insensatezza di tale misura che, non solo non risolve il problema della presenza di popolazioni migranti numerose e in condizioni di vita precarie, ma lo aggrava mettendo a rischio l’intera popolazione.
Svolgeremo tale compito attraverso lo sguardo di due medici italiani: Lia, ricercatrice in immunologia (che felicitiamo per il suo recente PhD), e Antonio, medico ospedaliero con 40 anni di esperienza. Entrambi erano impegnati in percorsi politici sull’accesso alle cure per le persone senza documenti già prima che, circa due anni orsono, cominciassero a recarsi a Ventimiglia regolarmente, una o più volte al mese, per curare i-le migranti in transito.

Quest’attività è resa ancora più importante e preziosa dal loro impegno politico: infatti l’esperienza diretta sul campo li ha portati a andare al di là delle semplici pratiche di cura, per portare uno sguardo critico della relazione tra le condizioni sanitarie riscontrate di volta in volta, le scelte politiche che le determinano e il loro ruolo di medici volontari. Tali analisi prendono la forma di report dettagliati che vengono redatti al termine di ognuna delle loro visite e poi diffusi su dei blog d’informazione e riflessione politica, come Parole sul Confine e Effimera.

In particolare, abbiamo deciso di concentrarci sui testi scritti tra novembre 2016 e dicembre 2017, per poter presentare qualche elemento di riflessione, rispetto all’evoluzione della situazione dall’estate 2015: a seguito, quindi, dell’implementazione dei regolamenti di Dublino. L’evento è significativo perché tale misura ha determinato la reintroduzione di controlli militarizzati alle frontiere interne dell’Unione Europea e il respingimento verso l’Italia di un numero sempre più elevato di migranti. Già solo nell’arco della prima settimana, a metà giugno 2015, centinaia di persone si sono ammassate a Ventimiglia: era l’inizio di una successione di eventi, dei quali stiamo ancora osservando gli sviluppi.

Ci sembra opportuno, in incipit, fornire un minimo quadro spaziale, rispetto ai vari campi e luoghi d’accoglienza approntati in città a partire dall’estate 2015:

Il campo della Croce Rossa: inizialmente situato in prossimità della stazione ferroviaria e poi spostato in una zona industriale a 3 chilometri dal centro. Circolano poche informazioni ufficiali su di esso, ma, grazie alle testimonianze dei-delle migranti, sappiamo che i posti disponibili nei container sono all’incirca 300, mentre il numero delle persone può variare tra 200 e 900: nei momenti di massima affluenza, indipendentemente dalla stagione, si ricorre a delle tende.

Tre campi informali, autogestiti da assemblee di migranti e solidali, succedutisi temporalmente, tra la fine dell’estate 2015 e la primavera 2016, e quindi sgomberati, uno dopo l’altro, dalla polizia italiana.

– Dei luoghi d’accoglienza gestiti dalla comunità cattolica, locale e non. In particolare, la chiesa di Sant’Antonio, lungo il fiume Roya, nella quale sono stati accolti famiglie, donne e minori, fino al luglio 2017, quando le autorità ne hanno imposto la chiusura, nell’intento di concentrare la totalità della popolazione migrante nel campo della Croce Rossa.

– Infine il campo informale e spontaneo, installato lungo il letto del Roya e a tutt’oggi abitato[1]. Questo si sviluppa principalmente nelle zone riparate dai ponti ferroviari e autostradali, ma si estende anche oltre, in quelle zone del letto del fiume, dove più fitta è la vegetazione. Si calcola che ci vivano in media 200 persone, anche se il calcolo non può che essere approssimativo.

Attorno ai vari campi, e in città, si concentra l’azione di vari attori:

– Gli operatori della Croce Rossa.

– I volontari delle associazioni cattoliche e della CARITAS.

– Il personale delle grandi ONG (Come MSF, INTERSOS, AMNESTY INTERNATIONAL e ANAFE) che, dal canto loro, non hanno investito fondi considerevoli in loco e hanno, fino ad ora, condotto principalmente un lavoro di documentazione e redazione di rapporti.

– Infine, attivisti e militanti solidali, locali e non, presenti in città fin dall’estate 2015. Questi, sebbene organizzati in più gruppi a seconda degli orientamenti politici, sono legati da una dinamica di collaborazione finalizzata al sostegno ai migranti. Tale sostegno, come in ogni contesto di lotta “no border”, si esprime sia attraverso rivendicazioni politiche, che attraverso pratiche di solidarietà diretta. Tale rete è stata duramente colpita dalla repressione poliziesca e giudiziaria che si è materializzata in obblighi a lasciare il territorio (fogli di via), in altri provvedimenti giudiziari, ma anche in pressioni e divieti di altro tipo (un esempio su tutti: l’ultimo punto d’informazione e distribuzione di beni di prima necessità dedicato ai-alle migranti è a rischio di sfratto, nonostante in possesso di un regolare contratto di locazione).

E’ proprio tra questi solidali che ritroviamo Lia e Antonio, i due medici che, come abbiamo accennato, da due anni intervengono a Ventimiglia, in quelle zone in cui le istituzioni latitano: inizialmente nei campi autogestiti poi, in seguito agli sgomberi, nella chiesa di Sant’Antonio e infine, quando anche questa è stata chiusa, lungo il letto del fiume.

Vogliamo ancora una volta ringraziarli per il loro lavoro instancabile di cura e di documentazione che ci ha permesso di individuare alcuni nodi attorno ai quali si strutturano delle questioni sanitarie specifiche, in cui fattori di natura differente (amministrativa, politica, sanitaria, personale) si rafforzano vicendevolmente, minando la salute (e la dignità umana) di quei migranti che restano restano bloccati, sospesi in uno spazio tra “due paesi”.

La prima constatazione ha a che vedere con le condizioni materiali di vita alla frontiera: dai report di Lia e Antonio emerge un contesto del quotidiano che si dimostra fonte di problematiche sanitarie, in sé e a causa dello stile di vita a cui conduce, con conseguenze sul piano fisico e psicologico.

Nel frattempo varie persone dall’aspetto quanto meno losco si avvicinano ai ragazzi per parlargli, uno si allontana con due di loro che stanno portando l’acqua. Ci accorgiamo che il tipo losco ha comprato una bottiglia di whiskey e sono già mezzi ubriachi quando arrivano al campo.

Proviamo a parlare con loro del fatto che molti soggetti pericolosi tenteranno di approfittarsi della loro situazione e che bere molto non li aiuterà di certo, il nostro quasi collega ci risponde: “Is this place, my brain is lost”.

«Is this place, my brain is lost 14 maggio 2016»

http://effimera.org/6344-2/

Si può citare, per prima cosa, l’insalubrità di tutti i luoghi di vita, compreso il campo della croce rossa. Questo, da quando la chiesa ha chiuso le sue porte, rimane l’unica struttura ufficiale ancora in funzione ma le condizioni di vita al suo interno non sembrano essere qualitativamente migliori rispetto a quelle lungo il fiume: vi si incontra la stessa promiscuità e, come afferma questo giovane, vi si sente lo stesso freddo:

Un ragazzo eritreo “ospite” del campo della Croce Rossa, con una ferita al piede, ci dice che, anche lì dorme in una tenda e quindi ha ugualmente molto freddo.

«Dicembre a Ventimiglia. Ovvero, il gelo 3 dicembre 2016»

http://effimera.org/dicembre-ventimiglia-ovvero-gelo-amelia-chiara-trombetta-antonio-g-curotto/

Inoltre, il campo è distante dalla città e raggiungibile solo attraverso una strada a scorrimento veloce, lungo la quale si sono già verificati incidenti mortali.

Ma ciò non basta a spiegare perché moltissime persone (anche con figli piccoli) si rifiutino di recarvisi, almeno altri due ordini di ragioni influiscono su questa scelta:

– innanzitutto la diffidenza nei confronti della Croce Rossa: una diffidenza che per alcuni rimonta ad esperienze, dirette o in dirette, vissute nei paesi di origine o in quelli di transito, principalmente in Africa;

– quindi, l’assoluta priorità del progetto migratorio, a cui è subordinata la valutazione dell’opportunità di ogni possibilità. In questo caso, ad esempio, l’obbligo di lasciare le proprie impronte per accedere al campo è vissuto come inaccettabile, poiché potenziale ostacolo alla possibilità di stabilirsi nella destinazione prescelta; ma anche la paura di essere arrestati e deportati verso il sud Italia ha il suo peso: il campo lungo il fiume serve, quindi, anche come una sorta di zona franca, dove è più difficile l’ingresso della polizia e più facile un’eventuale fuga):

Discutiamo con vari giovani sudanesi sulle condizioni del campo della croce rossa […] Ci dicono che molti operatori hanno con loro atteggiamenti offensivi e autoritari, li spingono, non gli consentono di stare all’aperto. Devono stare immobili in luoghi per loro adibiti. Il cibo sembra essere pessimo e spesso insufficiente per tutti gli ospiti. Un ragazzo sudanese che parla molto bene in italiano ci spiega che la situazione del campo non è buona, ma anche che i sudanesi hanno sfiducia nella croce rossa. Dice che nel suo paese ci sono stati campi della croce rossa e che, mentre fuori c’è la guerra e vengono usate armi chimiche, la Croce Rossa nega tutto questo.

«Malasanità internazionale 4-5-6 novembre 2016»

http://effimera.org/malasanita-internazionale/

D’altro canto, anche nel campo informale sul fiume le condizioni di salute dei migranti si degradano velocemente: a parte il rischio rappresentato da eventuali piene del fiume (un rischio molto concreto dal momento che ha già lasciato un morto sul terreno), Lia e Antonio testimoniano di condizioni di vita tali da aver ormai reso certe patologie “tipiche” di tale contesto. Ad esempio: l’insalubrità dei luoghi favorisce lo sviluppo e la diffusione d’infezioni dermatologiche e di parassiti.

I ragazzi che sono con lui hanno tutti delle forme di scabbia molto vecchie, dicono da mesi, alcuni con evidenti infezioni batteriche. Uno di loro ci dice in italiano che ha avuto un morso di topo all’orecchio mentre dormiva. […]. È gonfio e c’è del pus. Ha altre lesioni con pus sul corpo.

«Ventimiglia, dopo la piena del fiume 16/12/17»

https://parolesulconfine.com/ventimiglia-dopo-la-piena-del-fiume/report-ventimiglia-immigrazione-1/

Altri passaggi, invece, testimoniano dell’impossibilità di mantenere pulita una piaga o della sovraesposizione alle malattie dell’apparato respiratorio, dovuta al modo di vita all’aria aperta, senza ripari adeguati.

Un’analisi della situazione su una temporalità lunga permette di mettere in evidenza fino a che punto le scelte politiche e istituzionali abbiano contribuito al peggioramento delle condizioni di vita e della salute delle persone. Tali scelte, infatti, mirano ad ostacolare la permanenza delle persone, impedendogli di soddisfare quelli che si definisco bisogni primari, giustificandosi attraverso l’argomento “umanitario” dello scoraggiare potenziali nuovi arrivi.

Si tratta di una vera e propria strategia politica, teorizzata da alcuni attori istituzionali, come dimostrano le dichiarazioni del sindaco di Ventimiglia Ioculano (PD) in occasione di un incontro con gli operatori delle ONG, durante il quale l’acqua potabile, il cibo e le cure mediche sono stati definiti pulling factors, ovvero dei servizi la cui accessibilità incondizionata favorirebbe l’arrivo e la permanenza dei migranti su un territorio.

Facciamo qualche esempio concreto per illustrare le conseguenze materiali di una tale strategia:

– In primis, l’accesso all’acqua potabile, che è stato al centro di una vera e propria battaglia silenziosa. Tutto è cominciato quando Lia e Antonio hanno iniziato a spingersi nel campo sul greto del fiume e subito hanno constatato la diffusione di patologie gastro-intestinali. La chiave di lettura del fenomeno viene fornita da un giovane africano che, prima della partenza verso l’Europa, studiava medicina: in mancanza di una fonte di acqua potabile, i migranti lì accampati bevevano l’acqua del fiume. I due medici, allora, riescono a mobilitare una piccola rete di solidali e ad individuare, proprio a pochi metri dall’area più densamente popolata, un rubinetto collegato alla rete idrica comunale: tuttavia questo era stato manomesso, sottraendone la maniglia. I solidali reagiscono prontamente per sostituirla, ma dovranno ripetere l’operazione a più riprese perché tale maniglia sarà ogni volta asportata dagli abitanti o dagli agenti del comune.

– Un altro esempio è quello del cibo: insufficiente e di bassa qualità, tanto nell’accampamento informale, che in quello della croce rossa, e di cui il Comune, tramite ordinanze, ha interdetto la distribuzione nello spazio pubblico. È evidente che tale situazione non può che contribuire all’indebolimento ulteriore delle persone, già provate dal viaggio e dalle condizioni di vita.

– E infine, come dimostrato dal seguente estratto, persino le visite mediche finiscono per essere considerate dei “servizi” che incoraggiano la presenza dei migranti.

In questo caso, per alcuni giorni un ambulatorio esterno di fortuna è fornito da un gruppo di infermieri scozzesi che hanno costruito un’unità di strada per l’assistenza di base e che dopo Calais, Parigi e Ventimiglia, si recheranno a Como. Da segnalare in questo caso che ci riferiscono che la polizia ha perquisito la suddetta unità e li ha informati dell’esistenza di una fantomatica ordinanza del sindaco che vieterebbe qualsiasi contatto con i migranti, inoltre li avrebbero informati del fatto che in Italia non è possibile esercitare professioni sanitarie in strada.

«Malati di confine 11 e 12 Marzo 2017»

http://effimera.org/malati-confine-amelia-chiara-trombetta-antonio-curotto

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che Ventimiglia è solo una delle tappe di un viaggio che può durare qualche mese come vari anni e che possiamo considerare, nel suo insieme, come patogeno.

Vogliamo dire che, spesso, le patologie incontrate dai due medici hanno origine altrove, anche se è innegabile che qui si aggravino a causa della permanenza forzata in una situazione che ostacola anche le più semplici procedure di prevenzione, gestione e cura delle malattie.

Rimuoviamo un’agocannula in una persona con un edema evidente agli arti inferiori allontanatasi spontaneamente dall’ospedale. Gli chiariamo che quella scelta a nostro avviso è stata un errore, ma rimuoviamo comunque l’accesso venoso, poiché avrebbe costituito una pericolosa via d’infezione in una situazione come quella.

«Le torture affiorate 9 luglio 2017»

http://effimera.org/le-torture-affiorate-report-ventimiglia-del-9-luglio-lia-trombetta-cecilia-paradiso-antonio-curotto/

Allo stesso modo, i numerosi traumi riscontrati da Lia e Antonio sono per la maggior parte legati ad “incidenti” di viaggio avvenuti altrove. A questo proposito possiamo individuare tre diverse eziologie:v

Le violenze inflitte direttamente da qualcuno (ad esempio quelle legate ad episodi di tortura, subiti in Africa, come nell’esempio seguente, ma anche in Italia):

Vogliamo auscultargli il torace per capire se c’è qualche problema polmonare percepibile. Vediamo che la schiena è piena di cicatrici. Per capire di che si tratta ci facciamo fare la traduzione della sua storia al telefono da sua sorella maggiore, emigrata molti anni fa negli USA. È una storia molto istruttiva di mala-sanità internazionale. Inizia l’anno prima in Darfur (vedi introduzione del documento Who per lo stato del sistema sanitario in quell’area), quando A. arriva, per esasperazione, ad urlare contro il medico che seguiva sua madre per una malattia cronica. Dice che la sua famiglia non riusciva a pagare l’assistenza sanitaria ed erano disperati. Durante questa lite, il medico chiama la polizia, questa arriva e porta A. in carcere. Lì viene tenuto per due mesi, dove viene quotidianamente frustato e, a detta della sorella, “gli succede tutto ciò che c’è di male”. Non approfondiamo troppo anche perché la comunicazione è difficile. A. è preoccuato che rivelarci queste cose porterà a qualche problema per lui o per la sua famiglia. Viaggia con due bambini piccoli (che sono tra quelli che hanno raffreddore e febbre) e la moglie.

«Malasanità internazionale 4-5-6 novembre 2016»

http://effimera.org/malasanita-internazionale/

l’inadeguatezza delle condizioni di viaggio (Ad esempio, il fatto di camminare per lunghe distanze, indossando scarpe di una misura inferiore alla propria; o di intraprendere sentieri di montagna senza averne le competenze necessarie);

– E, infine, le risposte delle istituzioni (e pensiamo, in particolare, alla militarizzazione della frontiera che obbliga i migranti a cercare degli stratagemmi sempre nuovi e sempre più pericolosi per oltrepassarla, con il risultato che, dal 2015, una ventina di persone sono morte nel tentativo di raggiungere la Francia: alcuni investiti mentre camminavano sul bordo dell’autostrada; altri fulminati mentre erano nascosti nel locale tecnico dei treni; altri ancora caduti in montagna mentre percorrevano un sentiero).

Dalla lettura delle testimonianze dei due medici, una constatazione s’impone in modo evidente: Ventimiglia, proprio come Calais o Lampedusa, si configura come un “collo di bottiglia” dove qualsiasi fenomeno patologico, indipendentemente dalla sua natura, tende a aggravarsi. Inoltre, tutta questa situazione non ha conseguenze esclusivamente sul fisico delle persone, ma anche sul loro stato mentale: a tal proposito, alcune testimonianze mettono in evidenza la disperazione, l’apatia e il malessere in cui vivono i migranti a Ventimiglia. Una condizione che spinge alcuni ad annegare i pensieri nell’alcool.

Diversi, tra questi gruppi, hanno bottiglie di plastica tagliate a metà, che usano come bicchieri per bere del vino. Ne parlano con noi abbastanza tranquillamente, dicendo che è quel posto che li induce a bere.

«Ventimiglia libera 11 novembre 2017»

https://parolesulconfine.com/ventimiglia-libera/

Capiamo, allora, sempre meglio il sentimento di frustrazione che traspare da questi scritti: in un tale contesto, in cui gli interventi sanitari non sono né regolari, né coordinati tra gli attori, la messa in opera di vere e proprie strategie di cura è impossibile perché, come dichiarano i due medici, non c’è nessuno a cui affidare il lavoro svolto. Ne risulta una situazione caotica, in cui azioni diverse si giustappongono e sovrappongono una all’altra fino a diventare inutili, se non dannose e, a volte, persino caricaturali… Se solo non si avesse a che fare con la concreta sofferenza di altri esseri umani. A tal proposito, vogliamo citare la storia di un ragazzo sudanese di 30 anni:

Non parla inglese quindi con l’aiuto di un altro connazionale ci mostra l’avambraccio destro molto gonfio. Dice di essere stato sottoposto a una iniezione non meglio definita qualche giorno prima. È molto preoccupato. Gli chiediamo chi fosse stato e per quale motivo, ma non ci sono risposte. Si capisce dalla localizzazione e dal tipo di reazione che si tratta di una intradermoreazione alla tubercolina. Chiediamo quindi spiegazione ai volontari della caritas. Questi ci spiegano, in preda all’ansia, come qualche tempo prima presso un ospedale locale ad un uomo loro “ospite” fosse stata fatta diagnosi di tubercolosi. A seguito di ciò i volontari della caritas avevano chiesto l’intervento della ASL a scopo preventivo per ospiti e volontari presenti nella comunità. Dopo molte resistenze sembra che alcuni operatori della ASL si siano recati presso la parrocchia di S Antonio e abbiano fatto il test di intradermoreazione alla tubercolina solo a 12 uomini, senza ottenere il loro consenso informato, ovvero il tanto sbandierato atto obbligatorio per l’attuazione di qualsiasi procedura medica che coinvolga il corpo di noi “bianchi” e (almeno altrettanto grave), senza che la positività all’intradermoreazione fosse successivamente controllata. In altre parole, sono state sottoposte al test solo alcune delle persone esposte all’eventuale contagio, ma non è stata controllata successivamente la positività o negatività del test. Infatti questo è un test intradermico che evidenzia l’avvenuto contatto del sistema immunitario con il bacillo tubercolare (e non la presenza di malattia in atto) e la cui risposta va controllata da un clinico 48 e 72 h dopo l’intradermoreazione stessa. I controlli positivi devono essere sottoposti a RX torace (linee guida ministero della Salute). Tali controlli non sono mai stati effettuati. Diversi uomini il sabato mattina (48h dopo) presentavano positività all’intradermoreazione anche molto forte ed erano molto turbati da ciò che succedeva al loro avambraccio. Ugualmente turbati erano i volontari della Caritas a cui non è stato spiegato nulla.

«Malasanità internazionale 4-5-6 novembre 2016»

http://effimera.org/malasanita-internazionale/

Questo estratto dimostra come, proprio qui all’interno dell’Europa, il diritto alla salute perde, de facto, la sua universalità per diventare una conseguenza dello status amministrativo.

Le politiche trattate finora sono il risultato di un approccio estremamente miope al fenomeno migratorio contemporaneo, del quale si dà una lettura oltremodo semplificata.

Quest’ultimo è, infatti, considerato come un’urgenza contingente: un momento di crisi a cui bisogna portare risposte in grado di farci “resistere” fino al futuro ristabilimento della “situazione normale”, quella “di prima”, quando è chiaro ci troviamo di fronte ad un processo globale, destinato a cambiare il volto demografico di Ventimiglia e dell’Europa intera. Le conseguenze di tale fenomeno dipenderanno dalla nostra capacità di approntare strategie efficaci a livello strutturale. Tuttavia, l’attuazione di tali strategie diventa impossibile nel contesto attuale.

D’altra parte, è evidente che interventi come quelli miranti a scoraggiare l’arrivo e l’installazione dei migranti tramite la soppressione dei cosiddetti pulling factors siano destinati all’insuccesso: del resto, parliamo di persone che non hanno alternative per proseguire il loro viaggio. Un viaggio nel quale hanno investito troppo (denaro, sofferenza, aspettative, speranze) per tornare indietro… Il solo risultato di tali strategie è di rendere le condizioni di vita delle persone ancora più dolorose: nient’altro.

Ma c’è un ultimo aspetto che vorremmo sottolineare. A Ventimiglia, come altrove, la questione va ben al di là della preoccupazione umanitaria per la salute di questi “viaggiatori illegali”:

– Per prima cosa perché il rischio sanitario riguarda direttamente anche gli “europei”: infatti le condizioni di vita non igieniche e l’assenza di un’efficace sistema di cure non possono che favorire la diffusione di epidemie, i cui agenti patogeni, dal canto loro, non guardano né la nazionalità, né il visto sul passaporto.

– E, infine, perché in assenza di politiche sanitarie strutturali, gli episodi patologici finiscono per essere trattati tardivamente e/o, in mancanza di alternative, inviati al pronto soccorso. Questo non solo ha un costo più elevato per la comunità, ma determina anche la sovrasollecitazione del servizio, aumentando il tempo d’attesa degli altri pazienti.

Concludendo, vorremmo portare l’attenzione sui risultati delle ultime elezioni politiche a Ventimiglia. La Lega ha visto aumentare i propri consensi dal 6% del 2013 al 29%. E’ chiaro, e lo notiamo con estrema amarezza, che in questo clima di isteria generale, sapientemente fomentato per interessi elettorali, il populismo sta avendo la meglio sull’empatia umana e sul buon senso.

Ancora una volta ci chiediamo quale sia lo scopo di mantenere l’accoglienza ai-alle migranti in simili condizioni e invitiamo a riflettere sulle conseguenze politiche e sociali di tutto ciò.

Matteo Fano, Cecilia Paradiso

[1]Durante il lavoro di redazione del presente contributo, i media hanno riportato la notizia dello sgombero anche di questo campo, avvenuto il giorno 18 aprile. Ancora una volta, l’azione repressiva è stata ufficialmente giustificata come un obbligo umanitario, come un atto dovuto, a causa dell’insalubrità e della pericolosità del luogo. Il lavoro di ricerca che ha portato alla stesura del presente articolo, ci rende impossibile credere alla buona fede di tali dichiarazioni: ancora una volta si cerca di nascondere un’azione dettata da interessi politici di breve termine e dalle conseguenze potenzialmente disastrose, dietro un discorso che, alla luce dei fatti, è inconsistente e senza prospettiva alcuna.

Pensavamo all’Europa come un sogno, ora siamo qui: Europa…e non c’è niente

Ventimiglia, dopo l’ennesimo sgombero, 18 e 19 Maggio 2018

È la seconda volta nell’ultimo mese che ci rechiamo a Ventimiglia, dopo lo sgombero del campo informale sotto il ponte di Via Tenda.

All’arrivo in città, nelle strade principali, persiste inalterato il passaggio quasi continuo di giovani migranti a piccoli gruppi. Inoltre, balzano agli occhi i cellulari delle forze dell’ordine con la cospicua presenza di polizia/finanza/carabinieri che si alternano nei piazzali antistante la chiesa si San Antonio.

Parcheggio davanti al cimitero

Proseguendo il cammino raggiungiamo il parcheggio davanti all’entrata del cimitero.

Qui staziona il camper di kesha niya che fornisce su un tavolino acqua e the un po’ di cibo. Ci sono una decina di ragazzi, prevalentemente sudanesi. Parliamo con loro e visitiamo alcune persone: due sono affette da scabbia, forniamo e spieghiamo come effettuare il trattamento, indicando l’infopoint Eufemia come possibile luogo di approvvigionamento di vestiti e coperte. Arriva un ragazzo sudanese in bicicletta, che più volte ci ha aiutato nelle traduzioni. Ci informa che il giorno prima c’è stata una retata della polizia che ha riempito 3 pullman, quindi circa 140 persone trovate in giro per la città o sulla spiaggia o espulsi dalla Francia. I pullman avevano come destinazione l’hotspot di Crotone. A lui chiediamo come sono distribuite le persone in città. Come ci era stato già detto nell’ultima visita la prevalenza si era recata presso il centro della croce rossa che raccoglie circa 300 persone, comprese una decina di famiglie con bambini.

Spiaggia

Poiché sembra che altre persone dormano in spiaggia, andiamo li, ma questa volta non incontriamo nessuno, nonostante siano ben riconoscibili vari giacigli di fortuna utilizzati per la notte.

Nella visita precedente avevamo incontrato in spiaggia un folto gruppo di ragazzi curdi, con evidenti eritemi cutanei da irradiazione solare, per i quali avevamo aiutato a trovare il modo, non essendo in possesso di documenti e con l’ausilio degli attivisti di Eufemia, di poter ricevere soldi dalla famiglia.

Bar Hobbit

Pranziamo presso il Bar Hobbit di Delia. Con lei parliamo della situazione generale e del particolare stato di crisi del suo locale che tanto ha dato in termini di aiuti materiali e di calore umano alle persone in viaggio. Qui incontriamo un gruppo di attiviste amiche che stanno facendo riprese per un documentario sulla storia di Ventimiglia.

Parcheggio davanti al cimitero

Nel pomeriggio torniamo verso il piazzale antistante al cimitero. Ci accorgiamo con sconforto che il tormentato accesso di fortuna all’acqua potabile, messo in funzione con caparbietà da un amico solidale, è stato nuovamente interrotto.

La volta precedente avevamo percorso l’argine del fiume fino al ponte dell’autostrada senza incontrare alcuno. Questa volta ci sediamo al bordo del piazzale, con alcune persone. Visitiamo un ragazzo per un’estesa micosi alla pianta dei piedi, banale patologia, ma che in queste condizioni dove il poter camminare è fondamentale ed urgente diventa importante. Ricordiamo a tutti di non bere l’acqua del fiume e di informare costantemente i nuovi arrivi sulla necessità di recarsi agli accessi d’acqua potabile, anche se lontani. Assistiamo ad una piccola partita di calcio, a cui partecipa anche un ragazzo bianco. Al termine, ci racconta che è uno che vive a Sanremo, ha fatto una tesi per la laurea magistrale in sociologia presso l’Università di Napoli su interviste eseguite a Ventimiglia riguardo alle ragioni delle migrazioni dal continente africano, in particolare sulla situazione sudanese.

La storia di Musa

Un altro ragazzo, Musa, di 25 anni, ci indica un suo amico per un problema di salute. Iniziamo a parlare e ci racconta del suo “sogno” di studiare – dice di se stesso di essere “educated”. A suo parere se non si ha questa possibilità, non ci sono speranze. A 25 anni si sente già vecchio e sente come se il suo sogno gli stesse sfuggendo di mano.

Il Sudan

Sentendo che ha voglia di parlare, gli chiediamo come abbia deciso di partire. Racconta che in Sudan, le persone del suo villaggio vengono considerate molto forti, per questo la “milizia” le obbliga spesso a lavorare gratuitamente. Per lungo tempo infatti aveva lavorato per loro. Tagliava la legna che poi veniva usata per produrre carbone per la vendita a Khartoum. Dopo molti mesi era riuscito a fuggire e a rifugiarsi a casa di uno zio, che ritenendo che fosse in pericolo, gli aveva consigliato di fuggire in Egitto.

L’Egitto

In Egitto era riuscito a sopravvivere e anche a inviare dei soldi alla famiglia grazie a vari lavori, ma rimaneva il sogno in lui di andare all’Università. In Egitto tuttavia i costi erano eccessivi, avrebbe dovuto pagare circa 450 dollari, che per lui avrebbe significato lavorare una vita.

Decide dunque, benché consapevole del rischio, delle torture a scopo di estorsione nei campi in Libia, dei morti in mare, di affrontare il viaggio per raggiungere l’Europa.

La Libia

Poco dopo essere arrivato in Libia, gli viene proposto da un locale di lavorare per lui. Non conoscendo bene la situazione e avendo bisogno di soldi, accetta. Tuttavia, l’uomo si rivelerà una persona pericolosa e crudele. Ogni notte lo chiude a chiave in una piccola stanza e ogni mattina apre la porta per dargli dei lavori pesanti da fare, minacciandolo di morte e di lasciarlo senza cibo e senza acqua se Musa non farà ciò che lui gli ordina. Musa spiega che tutti in Libia hanno armi in casa. L’uomo ha una moglie e un figlio piccolo. La donna si mostra più umana e ogni volta che suo marito esce, porta a Musa del cibo e dell’acqua. Un giorno però il marito, accorgendosi di ciò, reagisce violentemente e lancia il cibo addosso alla moglie. Da quel giorno Musa rifiuta qualsiasi aiuto dalla donna, dicendole che non vuole che lei venga uccisa da suo marito, troverà da solo il modo di sopravvivere. Dopo due mesi e a seguito di uno studio approfondito dei tempi della vita del libico, riesce a portare un grosso ramo nella stanza e a usarlo per rompere la finestra.

Fugge in strada e riesce a raggiungere un campo informale di sudanesi. Questi gli spiegano che non può rimanere li, perché il suo carceriere potrebbe arrivare e potrebbe anche uccidere tutti. Lo portano in macchina in un altro campo, dove vivono altri sudanesi, da molto tempo. Dice che molti di questi vivono in Libia da più di 20 anni, ci sono anche persone anziane. Loro conoscono il territorio e possono consigliargli dove andare e per chi lavorare (dice: “chi paga e chi no”), chi sono le brave persone e chi è pericoloso.

Vive così alcuni mesi, ma purtroppo un giorno viene scoperto da gruppi paramilitari, che lo portano in un campo di prigionia. Starà lì altri mesi, sarà soggetto a torture e vedrà molte persone torturate. Soprattutto racconta della tortura con l’acqua bollente gettata sulla pelle nuda. A suo parere questa volta i carcerieri sono paramilitari, ma hanno accordi con i militari libici. Nel campo ci sono centinaia di uomini, donne e bambini. Dopo giorni e giorni di tortura, alcuni uomini (dice soprattutto nigeriani), impazziscono. I torturatori gli fanno bere e gli forniscono droghe, successivamente li prendono a lavorare per loro, convincendoli a perpetrare violenze su prigionieri inermi a scopo di estorcergli più denaro possibile. Ad un certo punto, improvvisamente, i prigionieri vengono portati al porto dai loro stessi carcerieri, e gli viene detto: “now, go to Italy”.

“Sogno” e realtà

Alla fine Musa dice soltanto: “pensavamo all’Europa come un sogno, ora siamo quì: Europa…e non c’è niente”. Nella sua vita ha visto tanti campi, anche con donne e bambini, in condizioni terribili. Ha sempre pensato che avrebbe dovuto fare qualcosa per loro, ma senza riuscire a capire cosa, o come.

Questa storia è troppo forte. Non ce la sentiamo di fare altre domande sul viaggio in mare, o su come sia arrivato a Ventimiglia.

Cerchiamo anche noi di appigliarci all’idea del sogno di studiare, anche perchè Musa chiede avidamente cosa sarebbe meglio fare: tentare ancora e ancora il passaggio in Francia? Chiedere i documenti in Italia? Quando potrà avere una casa, andare a scuola e imparare l’italiano, se chiede asilo in Italia?

Lia Trombetta
Antonio Curotto

LA FRONTIERA UCCIDE. La militarizzazione è la sua arma

Foto tratta dal blog https://hurriya.noblogs.org/ Frontiera italo-francese tra la Val di Susa e la Val de la Clarée
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, i comunicati scritti dagli occupanti di Chez Jesus, a proposito del recente ritrovamento del corpo senza vita di una migrante, nel fiume Durance.
Le frontiere uccidono: non è una frase ad effetto, non è un’iperbole da utilizzare enfaticamente. E’ la realtà dei rinnovati confini interni all’Europa degli anni ’10. Ma non sono le impervietà geografiche ad uccidere, non si tratta di fatali incidenti: B. è morta durante un inseguimento da parte della Polizia Nazionale francese e, qualche giorno più tardi, venerdì 18 maggio, dei camminatori hanno trovato M., un giovane senegalese, morto di sfinimento su un sentiero alpino. La caccia al migrante, di cui sono teatro i passi che uniscono la Val Susa a quella della Durance, ha le stesse conseguenze, in termini di vite umane, delle operazioni di militarizzazione e controllo di altre zone di frontiera: dalle acque del Sud del Mediterraneo allo stretto di Calais, da Ventimiglia alle strade dell’Est. In un mondo nel quale i rapporti coloniali si rinnovano e le diseguaglianze continuano ad essere un fertile terreno di estrazione di ricchezza, la grottesca difesa di anacronistici confini nazionali giustifica il massacro, anche a due passi dalle nostre case, anche nel cuore della democraticissima Europa: magari si leverà qualche voce di sdegno, qualche moto di commozione … Oppure, più semplicemente, si aggiungerà un nome alla lista di chi non ce l’ha fatta: le autorità competenti ne parleranno con la freddezza di chi già lo aveva messo in conto, reiterando la normalizzazione di una realtà feroce.

LA FRONTIERA UCCIDE. LA MILITARIZZAZIONE E’LA SUA ARMA.

Una donna è morta. Un cadavere ancora senza nome è stato ritrovato mercoledì 9 maggio all’altezza della diga di Prelles, nella Durance, il fiume che scorre attraverso Briançon.

Una donna dalla pelle nera, nessun documento, nessun appello alla scomparsa, un corpo senza vita e senza nome, come le migliaia che si trovano sul fondo del Mediterraneo.

Questa morte non è una disgrazia inaspettata, non è un caso, non è “strana” per tanti e tante. Non c’ entra la montagna, né la neve o il freddo.

Questa morte è stata annunciata dall’inverno appena passato, dalla militarizzazione che in questi mesi si è vista su queste montagne e dalle decine di persone finite in ospedale per le ferite procuratesi nella loro fuga verso la Francia. È una conseguenza inevitabile della politica di chiusura della frontiera e della militarizzazione.

Questa morte non è una fatalità. È un omicidio, con mandanti e complici ben facili da individuare.

In primis i governi e le loro politiche di chiusura della frontiera, e ogni uomo e donna in divisa che le porta avanti. Gendarmi, polizia di frontiera, chasseurs alpins, e ora pure quei ridicoli neofascisti di Géneration Idéntitaire, pattugliano i sentieri e le strade a caccia dei migranti di passaggio da questi valichi alpini. Li inseguono sui sentieri e nella neve sulle motoslitte; li attendono in macchina in agguato lungo la strada che porta a Briançon e quelle del centro città. Molti i casi quest’inverno di persone ferite e finite all’ospedale in seguito alle cadute dovute alle fughe dalla polizia.

Quella donna era una delle decine di migranti che ogni giorno tentano di andare in Francia per continuare la propria vita. Per farlo, ha dovuto attraversare nella neve, a piedi, quella linea immaginaria che chiamano frontiera. Perché i mezzi di trasporto, sicuri, le erano preclusi data la mancanza di documenti e per la politica razziale di controllo che attuano al confine. Poi è scesa sulla strada, quei 17 chilometri che devono percorrere a piedi per raggiungere la città. È lungo quel tratto che deve essere inceppata in un blocco della polizia, come spesso viene raccontato dalle persone respinte. Probabilmente il gruppo di persone con cui era, che come lei tentava di attraversare il confine, si è disperso alla vista di Polizia o Gendarmerie alla ricerca di indesiderati da acchiappare e riportare in Italia, nel solito gioco dell’oca che questa volta ha ucciso.

Questa donna senza nome deve essere scivolata nel fiume mentre tentava di scappare e nascondersi, uccisa dai controlli poliziesci. L’ autopsia avverà a Grenoble nella giornata di lunedì, solo allora sarà possibile avere maggiori dettagli sulla causa della morte.

La frontiera separa e uccide.

Non dimentichiamo chi sono i responsabili.

11 maggio, Rifugio autogestito Chez Jesus


CRONACHE DI UNA MORTE ANNUNCIATA

È passata una settimana dalla morte di B. Cinque giorni dal ritrovamento del cadavere di una giovane donna, “forse una migrante”, nel fiume sotto Briançon, la Durance.

Questi i fatti.

Un gruppo di quasi una decina di persone parte da Claviere per raggiungere Briançon a piedi. È domenica sera, e come ogni notte i migranti che cercano di arrivare in Francia si ritrovano costretti a camminare per le montagne per evitare i controlli di documenti.

Il gruppo inizia il cammino e poi si divide, una donna fa fatica a camminare ed ha bisogno di supporto. Due persone stanno con lei, e i tre si staccano dal gruppo. Camminano sulla strada, nascondendosi alla luce dei fari di ogni macchina e a ogni rumore.  Infatti la polizia sta attuando una vera caccia al migrante, negli ultimi giorni più che mai. Oltre a nascondersi sui sentieri per sorprendere con le torce chi di passaggio e fare le ronde con le macchine sulla strada, hanno iniziato ad appostarsi sempre più spesso agli ingressi di Briançon e ai lati dei carrefour facendo dei veri posti di blocco.

Il gruppo di tre cammina per una quindicina di chilometri e si trova a 4-5 Km da Briançon. All’altezza della Vachette, cinque agenti della Police National sbucano fuori dagli alberi alla sinistra della strada. Sono le 4-5 del mattino di lunedì 7 maggio. I poliziotti iniziano a rincorrerli. Il gruppetto corre e entra nel paesino della Vachette. Uno dei tre si nasconde; gli altri due, un uomo e una donna, corrono sulla strada. L’uomo corre più veloce, cerca di attirare la polizia, che riesce a prenderlo e lo riporta in Italia diretto. La donna scompare.

La polizia prosegue per altre quattro ore le ricerche nel paesino della Vachette. Il fiume è in piena, e i poliziotti concentrano le ricerche sulle sponde della Durance e nella zona del ponte. Poi la Police se n’è andata. Questo operato si discosta totalmente dalle modalità abituali della Police Nationale, che nella prassi cerca i fuggitivi per non più di qualche decina di minuti. Le ricerche concentrate nella zona del fiume rendono chiaro che i poliziotti avessero compreso che qualcosa di molto grave era successo, a causa loro.

50 ore dopo, mercoledì, un cadavere di una donna viene ritrovato bloccato alla diga di Prelles, a 10 km a sud da Briançon. È una donna nigeriana, un metro e sessanta, capelli lunghi scuri con treccine. Cicatrici sulla schiena, una collana con una pietra blu.

Il Procureur della Repubblica di Gap, Raphael Balland, ha dato la notizia il giorno seguente, dicendo che “Questa scoperta non corrisponde a una scomparsa inquietante. Per il momento, non abbiamo nessun elemento che ci permette di identificare la persona e quindi di dire che si tratta di una persona migrante”. Pesanti le dichiarazioni del procuratore.

Una scomparsa “non è inquietante” se non c’è una denuncia, e quindi se si tratta di una migrante? In più il procuratore mente, perché la polizia sapeva che una donna era sparita dopo un inseguimento. Ben pochi i giornali che hanno rilevato la notizia. Sembra che nessuno fosse molto interessato a far uscire la vicenda, anzi. L’interesse è quello di insabbiare questa storia, per evitare un ulteriore scandalo, dopo i due casi di respingimento di donne incinte, che possa scatenare una reazione pubblica davanti alle violenze della polizia.  Un’inchiesta giudiziaria è stata aperta e affidata alla gendarmeria al fine di determinare le circostanze del decesso. Il magistrato ha detto “non avendo elementi che fanno pensare alla natura criminale del decesso, un’inchiesta è stata aperta per determinare le cause della morte”.

Ma anche questo è falso. La natura del decesso è criminale.

Non è una morte casuale, non è un errore. Questo è omicidio. Erano cinque i poliziotti che li hanno inseguiti. Quella donna, B, è morta per causa loro e della politica di leggi che dirige, controlla e legittima le loro azioni. B. è morta perché la frontiera senza documenti non la passi in altro modo. Ma B. non è nemmeno morta a causa della montagna, per errore, e non è morta per la neve quest’inverno. È morta perché stava scappando dalla polizia che in modo sempre più violento si dà alla caccia al migrante. L’hanno uccisa quei cinque agenti, come il sistema di leggi che glielo ordina. Un omicidio con dei mandanti e degli esecutori. Il procuratore di Gap e la prefetto sono responsabili quanto i poliziotti che l’hanno uccisa, date le direttive assassine che danno. Responsabili sono le procure e i tribunali, che criminalizzano i solidali che cercano di evitare queste morti rendendo il più sicuro possibile il passaggio. Responsabili sono tutti i politicanti che portano avanti la loro campagna elettorale sulla pelle delle persone.

Se continuiamo così, i morti aumenteranno. È la militarizzazione che mette in pericolo le persone. La polizia, uccide.

14 maggio, Rifugio Autogestito Chez Jesus

#FREETHEMORIA35 – Aggiornamento da Lesbo

La foto di copertina rappresenta l’esterno dell’hotspot di Moria nell’isola di Lesbo, vero e proprio centro di detenzione per migranti. (FONTE: REUTERS/Alkis Konstantinid)
Riceviamo e pubblichiamo questa seconda testimonianza da parte di un solidale che da diversi mesi si trova come operatore legale in servizio volontario presso l’hotspot di Lesbo.
Il testo analizza con accuratezza la vicenda giudiziaria dei trentacinque rifugiati processati in seguito alla protesta messa in atto il 18 luglio 2017 nel campo di Moria (hotspot dell’isola di Lesbo) contro le condizioni di vita lesive dei diritti fondamentali a cui sono sottoposti i suoi abitanti.
Un iter giudiziario emblematico della costruzione della nuova condizione coloniale dentro la stessa Europa.
Come hanno messo in evidenza alcuni teorici del postcolonialismo analizzando in particolare il caso dell’India [1] la colonizzazione è un fenomeno in cui la violenza  e la sopraffazione bruta vanno sempre di pari passo con la costruzione di nuovi ordinamenti giuridici. Dallo stato di eccezione – contraddistinto dalla violenza come sospensione di ogni norma – alla ricostruzione di un ordinamento giuridico frutto e giustificazione di quella violenza e di quei rapporti di forza. Il colonialismo classico vide la prospettiva del “legislatore”  affiancata molto presto a quella del “conquistatore”, nella conoscenza così come nella governamentalità.
Tuttavia se nel colonialismo classico la produzione di una normalità coloniale, cioè di una legislazione in grado di riempire il vuoto creato dall’eccezionalità della violenza, è stata strettamente legata al rapporto di implicazione che sin dall’inizio aveva stretto la metropoli (quindi il cittadino occidentale) con le colonie (ossia con i sudditi coloniali) in quanto legati dall’appartenenza “ alla medesima storia collettiva”  c’è da chiedersi quanto il nostro mostruoso presente, di cui questa testimonianza racconta aspetti salienti, sia leggibile attraverso lo stesso nesso.
In un’Europa sempre più chiaramente postcoloniale riemerge la distinzione tra cittadino e suddito coloniale, cioè colui che non gode dello stato di diritto:  una distinzione  creata evidentemente in base ad un criterio razziale. Ma la razza diventa un dispositivo in grado di catturare figure molteplici, destinate con gradi diversi ad appartenere alla schiera dei nuovi colonizzati ai quali, con gradi diversi, vengono negati i diritti civili, sociali e politici. Ancora una volta il governo della migrazione appare come il laboratorio su cui viene sperimentata una nuova governamentalità coloniale. Da questo punto di vista non è affatto inutile ricordare il contenuto del decreto Minniti – Orlando, varato ormai un anno fa, nel quale le tre figure chiave individuate come nuovi sudditi coloniali erano i migranti, i poveri e “gli antagonisti”.
Molte altre riflessioni vengono in mente leggendo questa testimonianza, come per esempio il ruolo giocato dal limbo temporale (una vera e propria tortura psicologica)  a cui vengono costretti i migranti  nella governamentalità della migrazione. Anni persi ad aspettare la risposta dell’ottenimento di uno status grazie a cui essere riconosciuti come soggetti di diritto,  per essere, ad un certo punto, riportati forzatamente al punto di partenza. Il gioco dell’oca a cui sono sottoposti i migranti, deportati da Ventimiglia a Taranto con i bus della Riviera Trasporti, è una delle tante forme che assume questo confine temporale. Un confinamento temporale che , seppure con un’intensità diversa,viene sperimentato anche sui subalterni autoctoni attraverso la precarietà lavorativa e le forme di vita ad essa connessa.
La nuova dimensione coloniale che osserviamo costituirsi nei nostri mondi con il suo carico di violenza e di terrore ha motivo di essere chiamata “post-coloniale” se si è in grado di riconoscere in quel prefisso “post” non solo la sconfitta dei movimenti anticoloniali novecenteschi ma anche la traccia indelebile che essi hanno impresso nella nostra storia, rendendo il mondo davvero globale. La contraddizione oggi è portata al cuore stesso dell’Europa: ogni dispositivo violento di dominio, controllo e segregazione,  in realtà è una risposta alle lotte e alle pratiche di liberazione che partono da una presa di coscienza dell’eguaglianza da parte dei migranti che sfidano l’ipocrisia dell’universalismo occidentale mettendo a nudo il carico di violenza ad esso soggiacente. La migrazione può essere così scoperta non solo come laboratorio di teniche di dominio ma anche come fenomeno i cui soggetti spesso incarnano le vere avanguardie nella lotta contro la brutalità dello status quo.

g.b.

#FREETHEMORIA35

I 35 imputati del processo contro i Moria35 sono stati tutti rimessi in libertà, tuttavia con la sentenza è stato commesso, a parere di chi scrive, un grave errore giudiziario da parte del Tribunale a giuria mista di Chios, in Grecia, dove 32 dei 35 imputati sono stati dichiarati colpevoli di lesioni contro pubblico ufficiale.

Ricordiamo che i 35 imputati erano stati arrestati arbitrariamente e con metodi violenti nel campo di Moria a Lesvos il 18 luglio 2017 in seguito a quella che era partita come una protesta pacifica al di fuori dell’ufficio dell’EASO (l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo).

Il verdetto intrinsecamente pericoloso, raggiunto nonostante la totale mancanza di prove a sostegno delle accuse, arriva dopo un processo durato una settimana che ha continuamente violato i principi fondamentali del giusto processo, garantiti dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e mette seriamente in discussione l’imparzialità, sia dei giudici, sia del procuratore designato per il caso.

32 dei 35 imputati sono stati giudicati colpevoli di lesioni a pubblico ufficiale, ma assolti da tutte le altre accuse. I tre imputati, arrestati invece da un vigile del fuoco fuori dal campo Moria, sono stati ritenuti innocenti da tutte le accuse. La testimonianza contro di loro è stata screditata, ritenuta inconsistente, nonché priva di credibilità in quanto il vigile del fuoco, nel corso di una delle udienze, ha erroneamente identificato persone diverse dalle tre da lui arrestate. Nonostante ciò, nessuno dei testimoni dell’accusa è stato iscritto nel registro degli indagati per falso in atto pubblico, false dichiarazioni al pubblico ministero e falsa testimonianza.

Mentre le prove contro i rimanenti 32 imputati erano ugualmente inconsistenti, i tre giudici e i quattro giurati li hanno ritenuti all’unanimità colpevoli. Inoltre, la sentenza è stata raggiunta senza che il pubblico ministero dimostrasse che vi fossero gli elementi necessari per ritenere responsabili dei crimini gli imputati: vi era infatti solo prova di lesioni superficiali ad un agente di polizia, e non c’era alcuna prova credibile che identificasse nessuno dei 32 come aggressore di un agente di polizia.

I testimoni di polizia hanno infatti confermato che tutti e 32 gli imputati arrestati all’interno del campo di Moria erano colpevoli semplicemente perché presenti nella sezione africana del campo dopo che erano cessati gli scontri tra alcuni migranti e la polizia in assetto antisommossa. La conferma da parte della Corte che la colpevolezza può essere ritenuta esistente solo in base alla razza e alla evenutale presenza nei pressi del luogo dove si sono verificati i presunti crimini costituisce un precedente estremamente pericoloso per gli arresti che potrebbero derivare da future rivolte e/o proteste.

I testimoni della difesa inclusi diversi residenti di Mitilene e del Moria Camp hanno confermato che il campo di Moria non è mai stato evacuato, che la gente è entrata ed è uscita dal campo per tutto il pomeriggio attraverso le entrate posteriori e che nel campo la situazione era sotto controllo circa un’ora prima degli arresti.

Molti imputati hanno confermato la loro partecipazione alla protesta che chiedeva la libertà di circolazione da Lesvos alla Grecia continentale, la fine delle ingiuste procedure di asilo sull’isola e che denunciava le terrificanti condizioni in cui i richiedenti asilo sono costretti a vivere nel campo Moria.

Hanno spiegato, inoltre, che la polizia ha risposto violentemente alla protesta, disperdendo i manifestanti tramite un uso eccessivo di gas lacrimogeno. Altri hanno testimoniato di essere entrati nel campo di Moria dopo che la situazione era tornata alla calma, per poi ritrovarsi arrestati con metodi violenti durante il raid della polizia.

L’eccessiva violenza della polizia è stata confermata nel processo attraverso la documentazione medica delle lesioni subite dagli imputati, le prove video degli arresti e la testimonianza di diversi testimoni e imputati. Il pubblico ministero di Mitilene ha già aperto un’indagine contro agenti di polizia, non idenfiticati (al momento) per aver causato gravi danni fisici a 12 dei 35 imputati.

Il processo a Chios è stato caratterizzato da numerosi e gravi problemi procedurali, tra cui l’assenza di interpreti per la maggior parte del processo e per il tempo molto ristretto concesso a testimoni della difesa ed imputati di fornire la loro testimonianza e/o dichiarazione spontanea.

Una delegazione internazionale di osservatori legali è stata presente durante tutto il processo e pubblicherà un rapporto in merito all’equità del processo a tempo debito.

Sfida ogni logica il fatto che 32 su 35 imputati, nonostante le sconvolgenti riprese video[2]degli attacchi della polizia contro contro gli stessi, nonostante il fatto che i testimoni della polizia non siano stati in grado di identificare nessuno dei 35 in tribunale, siano stati riconosciuti colpevoli.

Questa sentenza arriva solo quattro giorni dopo gli arresti del 23 aprile 2018 e le accuse penali contro 122 persone – per lo più afghane – che avevano protestato pacificamente a Mitilene e che si sono viste brutalmente attaccate da un commando di fascisti prima di essere arrestate dalla polizia. Siamo estremamente preoccupati rispetto alla possibilità che la decisione della Corte di Chios possa incoraggiare ulteriormente lo Stato a continuare a criminalizzare tutte le persone che resistono alle politiche ostili del Governo.

La sentenza è stata impugnata dai 32, condannati a 26 mesi di reclusione con pena sospesa, dopo 9 mesi di ingiusta prigionia. Una pena, peraltro irragionevole poiché aumentata di 19 mesi rispetto ai 7 mesi proposti dal pubblico ministero in sede di rogatoria finale.

Ad ogni modo, i 32 condannati, avendo ottenuto la sospensione condizionale della pena, dopo nove mesi di ingiusta detenzione, sono stati finalmente liberati. Alcuni di loro, tuttavia, avendo ricevuto due decisioni negative rispetto alla loro richiesta di asilo politico in Grecia, rischiano, inverosimilmente, la deportazione in Turchia, in forza dell’accordo EU/TURCHIA.

Nello specifico, sette dei #Moria35 si trovano al momento iscritti nella lista delle persone per le quali è prevista la deportazione in Turchia e conseguentemente si trovano nel concreto pericolo di rimpatrio forzoso nel Paese di origine da dove erano fuggiti negli anni passati.

Con un processo ricco di violazioni procedurali, infatti, le loro domande di asilo sono state respinte. Quindi, dopo aver dovuto subire oltre un anno di trattamenti disumanizzanti nel campo di Moria, dopo essere stati vittime del barbaro attacco posto in essere dalla polizia – attacco seguito da nove mesi di ingiusta detenzione – ora 7 dei #Moria35 rischiano di essere spediti in una prigione turca, per poi essere probabilmente espulsi nei paesi di origine da cui erano fuggiti.

Peraltro, tutti potrebbero beneficiare della protezione umanitaria in Grecia come vittime o testimoni di gravi crimini. Inoltre, tre di loro hanno presentato diverse denunce contro la polizia per l’attacco, le violenze e l’arresto arbitrario subito, e al momento un’indagine risulta essere stata avviata dal pubblico ministero di Mytilene (Lesvos) contro la polizia, indagine per la quale tutti e sette sono testimoni importanti.

La loro evenutale deportazione non solo violerà i loro diritti ad un giusto processo, ma assicurerà l’impunità della polizia nelle proprie politiche di repressione violenta negli hotspot greci.

Seguiranno aggiornamenti.

Alfredo Curto – operatore legale volontario presso l’hotspot di Lesbo

[1] Guha R., Dominance without Egemony. History and Power in Colonial India, Harward University Press, 1997; per approfondire, Mezzadra, Rigo, Diritti d’Europa. Una prospettiva postcoloniale sul diritto coloniale in A. Mezzacane (a cura di), Oltremare. Diritto e istituzioni dal colonialismo all’età postcoloniale, Editoriale scientifica. 2006, Napoli.

[2] https://www.facebook.com/705411139643622/videos/870158543168880/

Da Ventimiglia a Clavière: la linea curva di un nuovo confine

 

Lungo la curva del nuovo confine : 18 aprile.

 

Il 18 aprile a Ventimiglia il campo informale che si trovava sotto il cavalcavia, nel letto del fiume Roya adiacente a Via Tenda, è stato sgomberato con le ruspe. Sono state portate via le tende, le piccole baracchette sorte da poco, tutti gli oggetti che costituivano l’arredamento di un accampamento da prima improvvisato poi, nel corso dei mesi, stabilizzatosi. In realtà fino a fine febbraio – quando alla situazione già molto dura vissuta dai migranti accampati si era aggiunta l’ondata di gelo siberiano – oltre ai materassi, qualche tenda e tanti oggetti sparsi, non si notava nessun altro segno di insediamento organizzato.[1]

Dalla metà di marzo, in poco più di un mese, col tepore del sole e l’allungarsi delle giornate, velocemente i ragazzi avevano cominciato ad attrezzarsi per sopravvivere un po’ meglio nell’attesa di passare la frontiera…

La paura che l’accampamento prendesse la forma di un campo più stabile, più abitabile e quindi in grado di consolidare relazioni e discorsi, l’avvicinarsi della stagione turistica e il timore del contemporaneo aumentare degli arrivi delle persone migranti, le elezioni comunali alle porte, tutti questi fattori insieme hanno creato il giusto mix in grado di far decretare lo sgombero radicale del campo da parte del Comune in accodo con la Prefettura di Imperia.

Sotto ponte prima dello sgombero

Ventimiglia: il sottoponte di Via Tenda dopo lo sgombero del campo informale

 

20 aprile – 22 aprile

Pochi giorni dopo lo sgombero del campo informale  a Ventimiglia , il 20 aprile per l’esattezza, lungo la stessa frontiera ma nel suo tratto alpino tra l’alta Val di Susa e la Val de la Clarée,  lì dove da qualche mese si è fatta evidente l’apertura di una nuova rotta migratoria e il contemporaneo dispiegarsi di un dispositivo di confine [2], si palesava il network neofascista di Génération Identitaire, noto per la campagna Defend Europe lanciata l’estate scorsa con la nave C-Star  mandata a presidiare le coste italiane contro l’arrivo di migranti attraverso la rotta libica. Un gruppetto di neofascisti ben attrezzati piantava reti di plastica al fondo del Colle della Scala, al confine tra Italia e Francia, dichiarando di mettersi al servizio dello Stato francese nella protezione dei confini nazionali.

Pochi giorni dopo, domenica 22 aprile, in risposta a questa provocazione carica di significato (i fascisti di G.I hanno continuato per giorni le loro scorribande tra il colle della Scala e il Monginevro a caccia di migranti) veniva lanciata un manifestazione antifascista e antirazzista, che vedeva la partecipazione di alcune centinaia di solidali europei che insieme alle persone migranti attraversavano il confine sfidando il dispositivo poliziesco a difesa della frontiera e le ronde neofasciste. In serata, la polizia francese arrestava sei compagni  con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e banda organizzata. Tre dei compagni sarebbero stati rilasciati quasi subito in quanto ritenuti estranei ai fatti; gli altri tre tratti in arresto a Marsiglia, sono stati scarcerati il 3 di maggio con obbligo di dimora in Francia fino al processo che si terrà il 31 maggio.

 

Confine italo-francese

29 aprile

Le notizie che arrivano da Ventimiglia dopo lo sgombero raccontano di persone sparpagliate lungo il corso del fiume Roya, fino alla spiaggia, di qualche presenza in più al Campo della Croce Rossa, di una “bolla” che sembra essere, se mai possibile, ancora più “bolla”, sospesa nel vuoto prodotto dalla violenza che si accumula fosca come le nubi di un temporale e che ogni tanto scroscia fragorosamente per lasciare dietro di sé il silenzio e  rivoli d’acqua che si infiltrano nel terreno.

Ci mettiamo in viaggio verso Clavière, paesino di poche anime nell’alta Val di Susa al confine con la Francia. Da Clavière in poco tempo si arriva al valico del Monginevro che permette di attraversare il confine ed arrivare alla città francese di Briançon. Qui, da poco più di un mese, è nato un presidio di solidarietà con le persone migranti, in uno spazio ricreativo della parrocchia, sotto la Chiesa: Chez Jésus l’hanno chiamato.

 

Clavière: arrivando a Chez Jesus

Arrivati in Val di Susa la temperatura cala bruscamente e all’improvviso ci troviamo circondati da un paesaggio completamente innevato. Incredibile  trovarsi il 30 aprile nel silenzio imbiancato di un paesino di montagna e di confine, dove la stagione sciistica è da poco finita, mentre poco più a sud, sull’altro pezzo di confine, qualcuno ha già cominciato a fare i primi bagni. Una sorpresa, poi, entrare in questo rifugio, che possiede qualcosa della mangiatoia ma dove il calore del bue e dell’asinello è garantito da tante donne e uomini di provenienze diverse che insieme sentono fortemente che queste montagne debbano essere un luogo di libertà e di lotta e non di confinamento, dove razzismo e repressione non debbano avere spazio.

 

Clavière: Chez Jesus

Incontriamo una giovane attivista e militante NO TAV, una compagna abitante della Valle, che da qualche giorno si trova presso Chez Jesus per dare una mano. Sorridente, accogliente, ascolta interessata il breve racconto della situazione a Ventimiglia di cui da queste parti, apprendiamo, non si sa molto… Ci  spiega di come la Valle si sia subito iniziata a mobilitare non appena il numero delle persone in viaggio ha cominciato ad aumentare anche su questo confine. Un aumento repentino, legato sicuramente alla situazione di controllo e repressione sempre peggiore tra Ventimiglia e Mentone. Riflettiamo insieme su come il tessuto politico e sociale della Val di Susa abbia permesso una risposta immediata e organizzata ma soprattutto costante: una risorsa enorme per contrastare la violenza razzista del nuovo dispositivo di confine. Inoltre la geografia dei luoghi qui sicuramente rende più difficile le operazioni di controllo e la militarizzazione del confine rispetto a un territorio come quello della zona costiera tra la Liguria e la Costa Azzurra. Tuttavia occorre essere consapevoli che la militarizzazione probabilmente arriverà anche qui: la compagna ci spiega di come, già da qualche mese,  la polizia italiana abbia iniziato a setacciare i treni che da Torino salgono in valle fino a Bardonecchia: modalità abbastanza simili a quelle viste lungo la tratta Genova – Ventimiglia, richiesta di documenti solamente alle persone di pelle scura che qualora ne siano sprovviste vengono fatte scendere dal treno. Stessa cosa sulle corriere che attraversano la Valle; frequente è l’intervento di polizia che effettua controlli su base razziale, più precisamente in base a parametri somatici che indichino la provenienza da Paesi extra-europei soggetti a colonizzazione e neocolonizzazione. La compagna ci racconta anche della presenza dei militanti di Génération Identitaire, di come stessero continuando a scorrazzare per le montagne lì sopra. Ci presenta un ragazzo che il giorno prima era stato fermato da appartenenti al gruppo neofascista, attrezzati di tutto punto, dotati addirittura di binocoli notturni. La testimonianza ci lascia sorprese: si tratta di fascisti che si dichiarano “non –violenti” e “non razzisti”, che affermano apertamente di voler aiutare la polizia a difendere i confini. In effetti braccano i ragazzi, li fermano e poi fanno una telefonata alla polizia che prontamente interviene. Piena collaborazione dunque tra polizia di Stato e militanti di estrema destra. Il ragazzo con cui parliamo ci racconta di averli allontanati e insultati e di come questi non abbiano fatto altro che attendere l’intervento della polizia. Qualche solidale intorno a noi sorride con disprezzo all’idea di questi personaggi tanto meschini a spasso per le montagne a caccia di uomini, bambini e donne che sfidano la morte per cercare una vita dignitosa.

Momento di silenzio.

Probabilmente, però, c’è poco da ridere. Si tratta di un network europeo con una strategia ben studiata. Da tempo i neo-fascisti hanno capito che per sfidare le elite neoliberiste europee sul terreno del potere, il sovranismo va collocato nella più ampia cornice europea. Nel mondo globale difficilmente si può ambire al ruolo di potenza imperialista senza costruire un blocco continentale. “L’Europa dei popoli” contro “l’Europa delle banche”. L’Europa bianca, cristiana e identitaria, federazione di Stati Nazione sovrani: questo il loro programma. La questione immigrazione in tutto questo diventa essenziale: il progetto prevede la schiavitù neocoloniale per gli immigrati tramite la quale garantire la redistribuzione della ricchezza da questi prodotta ai popoli bianchi e la diffusione dell’ideologia razzista usata come oppio in grado di sedare lo sviluppo di una coscienza di classe internazionalista.[4]

C’è poco da ridere, pensiamo, e molto da fare.

 

E’ ora di muoversi per raggiungere il presidio che si terrà a Bardonecchia in solidarietà di Eleonora, Théo e Bastien, i tre compagni arrestati dopo la manifestazione del 22 aprile. Mentre ci apprestiamo ad andare via scopriamo che ci sono due ragazzi sudanesi che  cercano un passaggio per raggiungere la stazione di Bardonecchia. Hanno provato nei giorni scorsi a passare il confine, ma sono  stati respinti dalla polizia francese. Vogliono andare a Ventimiglia. Vorremmo spiegargli come sia la situazione a Ventimiglia in questi giorni ma non parlano né italiano né inglese né francese, perciò li mettiamo in contatto con una nostra amica che conosce l’arabo. Veniamo così a sapere che sanno benissimo quale sia la situazione  a Ventimiglia perché è da lì che sono andati via il giorno dello sgombero. Non solo, entrambi hanno già passato una volta il confine italiano, nonostante gli siano state prese le impronte nel nostro Paese. Arrivati a destinazione nel Nord Europa dove risiede parte della loro famiglia, dopo alcuni mesi sono stati dublinati e rispediti in Italia. Così di nuovo costretti ad abbandonare affetti e sicurezza, per loro, il gioco mortale del confine ha ripreso forma. Li guardiamo uscire dal rifugio con un tozzo di pane e nutella in mano, circondati dalle montagne innevate. Li accompagna un coro di “buona fortuna, in bocca al lupo!” “ bonne chance, bon  courage!”. Un solidale di Briançon si asciuga gli occhi umidi con la manica della camicia a quadri da montanaro. E osserviamo questi giovanissimi uomini, con la faccia ancora da bambini sotto le occhiaie e il dolore,  ancora una volta siamo colpite bruscamente dalla consapevolezza di quanto sia  diverso il mondo a seconda del posto in cui sei nato e della postazione sociale che ti è toccata in sorte. Sentiamo un forte legame con loro e con gli altri compagni… e pensiamo a quanti addii ancora si dovranno dire, sperando che qui la storia possa prendere velocemente una piega diversa rispetto alla violenza che da tre anni ormai si abbatte su Ventimiglia.

 

 

Arrivati a Bardonecchia, di fronte alla stazione alla spicciolata arrivano un centinaio di compagni. In un attimo è allestito un gazebo, un impianto di amplificazione, cibo, bevande, materiale di informazione. Ci sono compagni da Torino, abitanti della Valle, tanti compagni e solidali francesi. Dal megafono viene ribadito un messaggio chiaro: “ Il 22 aprile su quelle montagne c’eravamo tutt*!” “Libertà di movimento per tutte e tutti!”

 

Ancora una volta in questa valle aleggia lo spirito partigiano. La lotta No Tav in questi anni ci ha mostrato un sentiero che non va abbandonato. I territori non sono di nessuno,  appartengono solo a chi li abita e chi li attraversa nel rispetto della vita, della natura e della storia che contengono, senza fini di lucro o di sfruttamento ma con a cuore la dignità e la  felicità di tutte e tutti. Ce ne andiamo con un nuovo sentiero da calpestare e un’indicazione preziosa, per la quale alcuni compagni, a cui va tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto, stanno pagando il prezzo.

[1]https://parolesulconfine.com/la-quiete-prima-della-tempesta-aspettando-lennesimo-sgombero-a-ventimiglia ;  

https://parolesulconfine.com/emergenza-freddo-o-ulteriore-passo-avanti-verso-il-nuovo-nazismo/

[2]  https://parolesulconfine.com/notizie-dalla-frontiera-tra-bradonecchia-e-briancon/; https://parolesulconfine.com/rotta-migratoria-tra-morte-e-liberta/

[4] https://parolesulconfine.com/isola-di-lesbo-attacco-fascista-a-richiedenti-asilo-politico/

 

 

a cura di g.b., C.J.Barbis

Attacco fascista a Richiedenti Asilo Politico – Isola di Lesbo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una testimonianza diretta su quanto avvenuto nell’isola di Lesbo tre giorni fa. L’azione  violenta di un gruppo organizzato fascista, legato ad Alba Dorata, contro i rifugiati in lotta, richiama immediatamente una lunga fila di episodi recenti: come l’azione di blocco della frontiera da parte del gruppo neofascista di Génération Identitaire sul Colle della Scala, la tentata strage di Macerata ad opera del fascio-leghista Traini, il pattugliamento delle coste italiane con la nave C-Star nell’ambito della campagna “Defend Europe” promossa dalla galassia di gruppi legati al format di Génération Identitaire durante la scorsa estate, le numerose manifestazioni organizzate  da diverse sigle politiche contro i centri di accoglienza per richiedenti asilo…

I gruppi promotori, appartenenti tutti alla galassia neofascista e con legami più o meno espliciti tra di loro, hanno evidentemente elaborato una strategia comune. Attaccare i migranti e le persone richiedenti asilo, direttamente e in maniera violenta, arrivando a  prevederne il ferimento e  l’uccisione.

Non sorprendentemente, nonostante la gravità e l’efferatezza degli episodi, questi gruppi vengono lasciati agire indisturbati dai governi europei. Di fatto vengono tollerati attacchi armati  contro civili – compresi i bambini – disarmati, senza protezione alcuna, in condizione di estrema debolezza e vulnerabilità.

Senza sorpresa, si diceva, perché questi gruppi vanno ad agire in situazioni dove, proprio per decisione dei governi europei, la violenza e il mancato rispetto dei diritti fondamentali sono già all’ordine del giorno.

A Lesbo, il campo Moria assomiglia più a un campo di detenzione che ad un centro di accoglienza (così come avviene in Italia per i CPSA e i CARA ), il confine italo-francese da Ventimiglia a Bardonecchia è già, quotidianamente, bloccato e setacciato su base razziale senza nessun bisogno delle sceneggiate fasciste; infine durante i fermi, i controlli, gli sgomberi le persone migranti sono già vittime di numerosi abusi da parte delle forze dell’ordine.

Anche a Ventimiglia, come abbiamo raccontato su questo blog, i fascisti di Casapound e Forza Nuova [1], hanno tentato qualche sortita. Non è da escludere che anche qui tenteranno ancora di sfruttare a fini propagandistici la situazione di forte tensione e di totale vulnerabilità vissuta dai migranti.

Certamente alcuni fatti vanno assunti come indicazioni: i gruppi fascisti non potrebbero agire se non trovassero una situazione estremamente favorevole per poterlo fare e non sarebbero certo lasciati fare se il loro agire fosse di segno politico opposto a quello di chi governa gli Stati europei. Le forze neo – fasciste con la loro ideologia  sovranista e  il loro razzismo violento portano avanti un’opzione neocoloniale non di segno opposto ma solo in competizione con quella ugualmente neocoloniale delle élite europee che governano l’Unione sulla base di un’ideologia tecnocratica e di un razzismo “biopolitico”.

Tuttavia, come i fatti di Lesbo dimostrano, e come la storia dei Balzi Rossi e dell’esperienza politica ventimigliese fino almeno al 2016 sta lì a ricordare, i migranti e le persone in viaggio non assumono solo il ruolo vittime di queste politiche, ma spesso incarnano soggetti politici capaci di produrre forme di resistenza e di conflittualità, in grado di spaventare e mettere in guardia il potere in maniera direttamente proporzionale alla violenza con la quale vengono represse. 


23 APRILE 2018, ISOLA DI LESBO, MITILENE, SAFFOUS SQUARE, ATTACCO FASCISTA AI DANNI DI RICHIEDENTI ASILO IN PROTESTA PACIFICA

Nella giornata di ieri, verso le 7 del pomeriggio, un gruppo di fascisti e nazionalisti greci, circa 200 unità, riconducibili senza dubbio alla tristemente nota organizzazione fascista greca, Alba Dorata, diversi dei quali giunti appositamente da Atene in giornata, attaccava un sit- in pacifico di richiedenti asilo, da giorni in protesta pacifica nella piazza principale della città di Mitilene, sull’isola di Lesbo, hotspot per richiedenti asilo.

I fatti:

Circa una settimana fa, un ragazzo di 27 anni, afghano e residente nel campo Moria perdeva la vita per negligenza delle autorità presenti nel campo, le quali trattavano il suo caso con superficialità, non consentendogli di ricevere le dovute cure e disponendo per il trasporto in ospedale quando era ormai troppo tardi.

In segno di protesta, da martedì 17 aprile circa 200 uomini, donne e bambini, prevalentemente di nazionalità afgana, portavano tende e coperte nella pizza principale della città di Mitilene, occupandola pacificamente fino a ieri sera.

Le loro rivendicazioni erano legate alle loro condizioni di vita nel tristemente noto campo Moria (campo principale sull’isola, dove al momento risiedono più di 6000 persone a fronte di una capienza di circa 3000), alle procedure per le richieste di asilo che richiedono anche anni per molti di loro (12 mesi in media) e alle condizioni igieniche, alimentari e di sicurezza generale del campo, totalmente al di sotto gli standard internazionali.

Ieri pomeriggio un gruppo organizzato di estrema destra composto da persone provenienti da Lesbo, Atene e altre isole arrivava in Sappho Square, diversi dei quali appartenenti a tifoserie organizzate di destra e membri di alba dorata, raggiungeva la piazza ove si trovava il sit- in di protesta, insultandone gli appartenenti e cercando in ogni modo lo scontro fisico per ottenere lo sgombero della piazza.

Il gruppo di aggressori iniziava, dopo un’ora circa di cori e urla ad avanzare verso il gruppo di richiedenti asilo, il quale, senza rispondere alle provocazioni, si posizionava in cerchio cercando di proteggere, formando una barriera, donne e bambini, seduti al centro della piazza.

La polizia, in assetto antisommossa, non interveniva in alcun modo, neppure quando il gruppo di fascisti iniziava un fitto lancio di bottiglie, pietre, fumogeni e bengala contro richiedenti asilo, antifascisti e volontari giunti in supporto.

Donne e bambini venivano protetti, pertanto, da coperte e scatole di cartone, mentre rimanevano al centro della piazza sedute, per scelta dei leader della comunità afgana, i quali non avevano intenzione né di reagire né di lasciare la piazza, protette dalla barriera umana formata dagli uomini del gruppo.

Anche dopo gli attacchi fatti con fumogeni e bengala, non vi era alcun tipo di risposta violenta da parte dei richiedenti asilo, i quali restavano fedeli al loro slogan “we want peace not violence”. Ai compagni e alle compagne giunti sul posto in aiuto veniva, inoltre, chiesto di non reagire alle azioni fasciste dagli stessi leader della protesta.

Successivamente, la tensione aumentava quando bottiglie di vetro iniziavano a volare e cassonetti dell’immonidizia venivano dati alle fiamme dal gruppo di estrema destra. Una molotov veniva lanciata all’indirizzo dei richiedenti, fortunatamente impattava contro uno dei furgoni della polizia, polizia complice dei fascisti, che continuava a non respingere i continui assalti fascisti ai danni di donne e bambini, mentre invece era sempre attenta a sparare lacrimogeni in direzione dei migranti e dei solidali intervenuti.

Molte persone restavano, purtroppo, ferite, e diverse di loro restavano intossicate dal fumo sprigionato dai lacrimogeni, inverosimilmente sparati dalla polizia locale ai danni del gruppo di inermi richiedenti asilo, quando avrebbero dovuto, invece, essere rivolti nei confronti del gruppo di estrema destra. Donne e bambini venivano a quel punto messi in sicurezza con l’aiuto numerosi volontari ed antifascisti locali, i quali sostenevano i richiedenti asilo fino alla fine della nottata. Una decina di persone venivano portate, inoltre, in ospedale in quanto ferite o intossicate.

Verso le ore 4 e 30 del mattino la polizia, utilizzando la scusa del voler proteggere la piazza, circondava il gruppo di richiedenti asilo e, dopo averli costretti in un spazio piuttosto ridotto, usando la forza, e un’ingente quantità di spray al peperoncino, sgomberava la piazza, sotto gli occhi compiaciuti dei militanti di estrema destra, portando i migranti uno per uno su diversi autobus, dei quali al momento non si conosce la destinazione.

A quanto risulta circa 35 appartenenti al gruppo di richiedenti asilo presenti nella piazza risultano essere stati posti in stato di fermo senza alcuna accusa formale.

Non si conosce la destinazione della restante parte del gruppo.

La polizia per l’ennesima volta confermava la propria vicinanza agli ambienti di alba dorata utilizzando ogni mezzo a propria disposizione per annichilire qualsiasi forma di protesta portata avanti dai richiedenti asilo, sempre più considerati come l’ultimo gradino della società.

Dopo gli arresti avvenuti nel campo moria lo scorso anno, la polizia greca continua imperterrita ad utilizzare la forza in maniera arbitraria solo ai danni di chi fa parte dell’ultimo gradino della società, fascisti e nazionalisti continuano in Grecia e in tutta Europa, con la protezione delle varie polizie, ad agire indisturbati, mentre compagni e compagne vengono duramente repressi nelle piazze e nei tribunali.

I volontari anonimi presenti sull’isola di Lesbo manifestano la loro solidarietà con i richiedenti asilo arrestati e condannano le azioni fasciste della polizia greca complice dei fascisti greci.

“Pagherete caro, pagherete tutto”.

A.C. volontario presso l’hot spot di Lesbo

[1] https://parolesulconfine.com/casapound-e-salvini-a-ventimiglia-sdoganano-fascisti-e-razzisti/

https://parolesulconfine.com/sullemergere-dei-comitati-cittadini-anti-migranti/

Verso lo sgombero dell’accampamento dei migranti: la quiete prima della tempesta

 

Verso lo sgombero dell’accampamento dei migranti. Ventimiglia, lungo il fiume Roya. 17/04/2018.

Presenza costante di 150 -200 persone in media in viaggio verso l’Europa. Dalla primavera del 2016, un poco alla volta, sono sorti accampamenti spontanei sotto al ponte del cavalcavia che costeggia il fiume. Qualche coperta buttata su pezzi di cartone sono stati i primi segnali di un insediamento precario, eppure necessario, per trascorrere le notti di attesa tra un tentativo e l’altro di attraversare la frontiera italo-francese. Poi sono spuntati, tra i migranti più organizzati, i primi sacchi a pelo, materassi e stuoini. Piano piano, un po’ donate da volontari e un po’ costruite con mezzi di fortuna (pezzi di ferro, bastoni e teli di plastica), negli ultimi mesi sono state approntate tende, tendoni e teepee. A un certo punto qualcuno ha ritenuto necessario sistemare una zona del campo, tra sterpaglie e ghiaia polverosa, per adibirla a moschea: tappeti, grosse pietre a delimitare l’area, uno scaffale arrugginito per ordinare due o tre scritture sacre. Ultimamente erano sorte strutture sempre più simili a delle vere e proprie casette in legno, teloni e coperte. Sono stati recuperati un paio di generatori e fornelletti da campo. Qualcuno particolarmente ottimista e intraprendente aveva aperto in una di queste baracchette un chiosco take away con tazze di latte caldo, samosa fritti, piatti di  verdure calde.

Tra cumuli di immondizia, risse tra trafficanti, distribuzioni di cibo e coperte, identificazioni quotidiane, fughe rocambolesche verso la Francia, deportazioni al sud Italia, famiglie che si spezzano e amici che si ritrovano, affari leciti, illeciti, fantasiosi o fallimentari, si sopravive come si può. Ma la situazione diventa sempre più tesa, scoppiano liti violentissime tra le differenti nazionalità: per il controllo del traffico, per aggiudicarsi una tenda vuota, per furti reciproci dei pochi beni con cui viaggiano le persone migranti, per la stanchezza, la paura, la frustrazione.

Il quartiere delle Gianchette si lamenta, le sassaiole degli ultimi mesi e i continui focolai di crisi nutrono un’intolleranza popolare che si fa via via più sorda verso qualsiasi ragionevole soluzione. Le istituzioni si rifiutano anche solo di prendere in considerazione una struttura di transito dignitosa e protetta per le donne e i minorenni. Resta a disposizione il famigerato campo della Croce Rossa, troppo distante e troppo pericoloso per chi non può o non vuole rischiare di finire tra le mani della polizia che circonda il campo e controlla chiunque vi entri tramite impronte digitali.

La primavera ormai è inoltrata, gli arrivi aumenteranno mano a mano che il bel tempo e il mare calmo spingeranno le persone a tentare l’attraversata del Mediterraneo: bisogna “ripulire” Ventimiglia, dare un bel colpo di spugna a tutti e tutto quello che prolifera sotto al ponte. Si indugia; aumentano le ronde delle pattuglie; si invocano presidi militari; si susseguono riunioni tra amministrazione comunale, prefettura, questura, comitati di cittadini. Le elezioni politiche consacrano le destre anti-immigrazione; la gente del quartiere minaccia rivolte e sparge insulti un po’ ai migranti e un po’ a chiunque, volontari o associazioni, provi a dargli una mano. La bottiglia è colma e il tappo, per la millesima volta, sta per saltare ancora.

Eccola di nuovo: l’ordinanza di sgombero primavera-estate dell’accampamento dei migranti a Ventimiglia! Questa volta siamo nel 2018 ma le cause, le dinamiche e purtroppo le conseguenze, sono quelle di sempre. Questa volta non basteranno delle semplici pulizie, come era avvenuto quest’inverno: si deve smantellare tutto. Questa volta non ci sono borsoni e sacchi a pelo, ma una vera e propria cittadella che, in espansione come un’ennesima jungle europea, arriva a lambire le coscienze, il quieto vivere e il decoro di una città che non vuole accettare di essere, e quindi di organizzarsi, per quello che è: una città di frontiera. Davanti ad una frontiera sprangata.

Settimana scorsa si rompono gli imbarazzi: associazioni e ong, convocate dalle istituzioni, apprendono la decisione di sgombero fissato per mercoledì 18 aprile, e vengono invitate a diffondere l’informazione tra le persone migranti, ed a convincere le stesse a spostarsi piuttosto al campo della Croce Rossa. La rassicurazione: per tutta la settimana non verrano organizzati pullman per i trasferimenti forzati al sud Italia, ma la gente deve spostarsi di sua spontanea volontà e lasciare libero lo spazio per i mezzi che entreranno in azione per attuare lo sgombero. Anzi, veramente sui giornali e tra le istituzioni si afferma con convinzione che non si tratti di uno sgombero: l’obiettivo non è portare via le persone (almeno per questa settimana, dalla prossima si ricomincia con le deportazioni e non ne dubita nessuno), ma demolire tutte le loro cose, così da convincerle a sloggiare. Pare che in virtù di questa sfumatura non lo si voglia definire sgombero. Chiamiamolo demolizione, accanimento, miope provvedimento. È lo stesso: domani mattina all’alba arriveranno ruspe, blindati, e il solito armamentario per le occasioni spiacevoli.

Nella giornata di oggi il numero delle forze dell’ordine presenti sul territorio è iniziato ad aumentare: nella serata, una dozzina almeno di pattuglie parcheggiate attorno al commissariato, invece delle solite due o tre, segnalavano un’evidente riunione di coordinamento in corso.

Nel frattempo sotto al ponte ha iniziato a diffondersi un clima strano: l’aria malinconica di qualcosa che sta per finire, ma anche reazioni di orgoglio da parte di molti: non tutti sono disposti ad andarsene, anzi. Una ventina di tende sono state smontate, ma la stra maggioranza delle strutture, verso l’orario di cena, erano ancora tutte lì. Alcune vuote ma moltissime ancora con dentro i ragazzi e le loro cose. Dei gruppetti di migranti particolarmente determinati hanno detto che non se ne vogliono andare, diverse altre persone che si stavano facendo gli affari loro hanno risposto a spallucce agli avvisi di sgombero diffusi dagli operatori delle associazioni.

Volontari di diverse sigle e associazioni hanno distribuito volantini multilingue x spiegare la situazione e delle borse in tela x chi volesse mettersi al riparo le cose da portarsi via. Hanno inoltre suggerito alle persone di smontarsi le tende e metterle in salvo, ma non tutti appunto erano interessati alla faccenda. Nella serata di ieri, lunedì 16 aprile, un gruppone di ragazzi ha fatto un fatalistico festone di addio al campo; ma alle sette e mezza di stasera c’erano ancora almeno un centinaio di persone alla regolare distribuzione di cibo nel parcheggio dinnanzi al cimitero.
Per tutto il giorno nel piazzale delle Gianchette c’è stato un blindato, due o tre pattuglie di polizia e carabineri, mentre i top graduati delle forze dell’ordine si facevano avanti e indietro la via. Molte comunque anche le persone che si stavano organizzando per partire stanotte, sebbene non fossero la maggioranza.

Voci di corridoio dicono che i mezzi della Docks Lanterna -netturbini, ruspe e ruspette, container e disinfettanti- arriveranno intorno alle otto di domani mercoledì mattina, ma che l’antisommossa, mobilitata per ogni evenienza anche se, come detto, non vuole assolutamente essere uno sgombero, arriverà invece anche prima. E i capoccia del commissariato hanno tenuto a sottolineare che il tempo per fare i bagagli scade stasera: domattina vogliono trovare vuoto. Cosa succederà a chi non se ne è ancora andato, non è dato sapere. Ma hanno specificato che non verrà lasciato il tempo alla gente, domattina, di prendersi nulla: quello che domani è ancora lì, sarà distrutto.

Un pò di ragazzi, con l’arrivo della sera, si stavano spostando a dormire in stazione. La zona della stazione, le postazioni di polizia in frontiera, e in generale le strade della città, con il finire del pomeriggio, erano stranamente vuote rispetto all’ordinario sguinzagliamento di pattuglie e militari: la quiete (e i meeting operativi) prima della tempesta.
Per tutta la notte, domani e anche nei giorni a venire, gruppi di solidali si sono organizzati in turni per monitorare l’evolversi della situazione.

Al momento è difficile prevedere se le persone, evacuate dal ponte, cercheranno riparo in uno dei pochi posti solidali ancora aperti, se preferiranno nascondersi da qualche parte, andare spedite verso i valichi di confine, o cercare riparo momentaneo nelle sale della stazione. Quello che invece si percepisce è confusione, fatalismo, goliardia, rabbia: ragazzi che si affannano a chiudere zainetti, altri che si fanno friggere i samosa al chioschetto-ristorante, altri che brindano, altri che provano a capire cosa accidenti stia succedendo, altri che cercano di saltare sugli ultimi treni della serata verso la Francia, altri che continuano imperterriti a dormire sepolti dalle coperte in mezzo alla spazzatura e quasi sembrano morti, altri ancora che vanno semplicemente avanti coi loro traffici: un ragazzo eritreo è stato imbrogliato da un altro che si era offerto di ritirargli i soldi mandati dalla famiglia.

Quando il ragazzo eritreo ha preso una banconota da cinquanta per andare a comprare al supermercato pannolini e omogeneizzati per due bimbi di pochi mesi che viaggiavano con lui, questa si è rivelata essere falsa. Alla cassa del supermercato hanno deciso di chiamare la polizia: alla fine, dopo un paio d’ore, il ragazzo è stato rilasciato e tutto si è risolto, ma nel delirio del Titanic che affonda è scoppiata per un pò anche questa piccola crisi, con la ragazza sua compagna terrorizzata e in lacrime, mentre intorno la gente impacchettava tende, litigava per assicurarsi un passaggio notturno verso l’Europa, giocava a carte, mangiava polpette fritte, solcava il selciato lurido del sottoponte avanti e indietro, avanti e indietro, senza sapere bene che fare.

Probabilmente la metafora non è felicissima, ma l’immagine che saltava alla mente oggi pomeriggio ( mentre stamattina il clima era ancora abbastanza calmo) è quella di un formicaio improvvisamente scoperchiato da una scarpata. Ognuno che si affanna a racimolare le proprie cose e i propri affetti, a capire dove può andare e che fare, a correre di qua e di là per le due strade che gli sono concesse di percorrere senza essere additati e insultati dalla “Ventimiglia bene” o portati via dalle polizie, a sgomitare per ricaricarsi i cellulari. Come un formicaio inaspettatamente scoperchiato da cui fuoriescono formiche impazzite che devono interrompere il proprio quotidiano lavorìo e riorganizzarsi per affrontare, ciascuna come crede, l’imminente pericolo che incombe.

I sentimenti dei tanti solidali, attivisti, volontari e operatori presenti a partire dall’inizio di questa settimana sono altrettanto schizofrenici: in bilico tra la rabbia per una situazione drammatica e inquietante, pieni di adrenalina e pronti a intervenire laddove si dovesse rendere necessario, un po’ allibiti, un po’ tristi, un po’ ironici davanti a questo formicaio esploso, molto amareggiati per il poco che si può fare, operosi nel cercare soluzioni dell’ultimo minuto ed elargire informazioni a chi cerca di raccapezzarsi nel proprio destino minato per l’ennesima volta, preoccupati per gli eventi in arrivo, un po’ esasperati e un pò ammirati da chi non vuole mollare il presidio rocambolesco che, nei mesi, si è evoluto da un cumulo disordinato di sacchi a pelo a una vera e propria cittadella.

Domani sarà una giornata di trenta ore su ventiquattro.
Sta per arrivare una mazzata come non se ne vedevano da un pò di tempo.
Tutti sappiamo che cambieranno (almeno per un pò) parecchie cose.
Tutti sappiamo che non cambierà nulla.

Owl

Grave ed Illegittimo Respingere Minori al Confine delle Alpi Marittime

A seguito dei dati raccolti durante le attività di monitoraggio svolte da associazioni e avvocati alla stazione di Menton Garavan e alla frontiera di Ponte San Luigi, due sentenze del Tribunale di Nizza prendono di mira le pratiche attuate dalla polizia francese per impedire l’ingresso dei migranti minorenni.

 

 

 

Riconosciuto grave ed illegittimo il respingimento di un Minorenne Eritreo al confine delle Alpi Marittime

Da quando, nel giugno del 2015, la Francia ha ripristinato i controlli alle frontiere, migliaia di persone, donne uomini adulti e bambini, si affidano a trafficanti tentando di passare il confine per continuare il loro percorso migratorio. La cronaca parla di corpi violentati, denudati, umiliati, carbonizzati, schiacciati da Tir e investiti da treni. Gli Stati – quando non sono degli incidenti a terminare tragicamente il viaggio, quando non è un confine, a molti invisibile, a impedire il migrare, quando non è una malattia a rendere impossibile il cammino – agiscono anche attraverso “leggi speciali” e “misure di emergenza” legittimandosi a divenire illegittimi. Continuando così a perpetuare la repressione della libertà di movimento.

Ma cosa accade quando un ragazzino eritreo, solo, di 12 anni, viene fatto scendere dalla polizia di frontiera alla stazione di Mentone Garavan, arrestato per ingresso irregolare, venendogli notificato il “refus d’entrée”, messo su un treno per Ventimiglia – condannato alla vulnerabilità giuridica oltre che materiale? Nulla sarebbe accaduto, come nulla è accaduto in questi tre anni di violazioni ai diritti dell’infanzia, se l’ANAFE – Associazione Nazionale per l’Assistenza degli Stranieri alle frontiere –  non avesse presentato con urgenza un ricorso al tribunale di Nizza e soprattutto se non lo avesse vinto.

La sentenza emessa dal Tribunale Amministrativo di Nizza contiene parole molto forti nei confronti delle autorità francesi: disposizioni di legge nazionali e internazionali ignorate, violazioni gravi del diritto europeo di asilo, illegittimo il respingimento del minore alla frontiera e gravi le interferenze alla libertà fondamentali dei diritti dei bambini.

Il giudice, nella valutazione del ricorso cita:

– la Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

– la Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia del 26 gennaio 1990;

– Regolamento (CE) n. 2016-399 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, relativo a un codice dell’Unione sulle norme che disciplinano i movimenti di persone oltre frontiera;

– il codice di ingresso e residenza degli stranieri e il diritto di asilo;

– il codice di giustizia amministrativa.

Dagli atti in possesso del giudice che ha emesso la sentenza si ricostruisce quanto sia accaduto il 12 gennaio 2018 quando il giovane eritreo, nato il 1 gennaio del 2006 – quindi dodicenne – viene condotto alle ore 13:40 al posto di polizia di frontiera di Mentone Saint-Louis a seguito di un “controllo” sul treno proveniente da Ventimiglia. Alle ore 14:10, cioè 20 minuti dopo, gli viene notificata la decisione di “refus d’entrée” in Francia e allontanato dal confine. L’ANAFE’ ha immediatamente presentato ricorso e la sentenza che ne consegue impone alle autorità francesi di ristabilire i diritti del minore, rilasciando un lasciapassare per l’ingresso in Francia, dove la sua posizione andrà valutata individualmente in presenza di un interprete qualificato e a un risarcimento di 1500 euro.

Tra le note conclusive si legge come l’ordine pubblico avrebbe commesso nell’esercizio dei suoi poteri, una violazione grave e manifestamente illegale. Ne consegue che la decisione di rifiutare l’ingresso in Francia fosse viziata da una manifesta illegittimità che ha pregiudicato e continuerà a pregiudicare seriamente l’interesse del giovane.

Il giovane eritreo ad oggi è “irreperibile” insieme ai 5mila minori non accompagnati che si stima siano transitati per il confine di Ventimiglia. I dati parlano di 25mila arrivi di minori in Italia nell’anno appena concluso. Molti di loro tentano di proseguire il viaggio, per raggiungere famigliari o paesi in cui ritengono di avere prospettive migliori, scontrandosi con frontiere che continuano a rimanere chiuse, da Ventimiglia al Brennero e con Stati che commettono, nell’esercizio dei propri poteri, gravi violazioni e manifeste illegitimità…. Tribunale di Nizza – Repubblica di Francia – IN NOME DEL POPOLO FRANCESE

I fatti di Bardonecchia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo di I. B., sui “fatti di Bardonecchia” (già pubblicato, qualche giorno fa, sul sito Infoaut [1]).

L’articolo ci pare di notevole interesse perché prova a prendere di petto una questione particolarmente spinosa come quella della frontiera e del suo possibile utilizzo non nazionalista.

Uomini dello stato francese, e per di più armati, sono penetrati entro i confini nazionali per compiere un’operazione di polizia internazionale. In questo modo hanno dimostrato una cosa: il territorio nazionale italiano agli occhi di chi incarna uno degli assi centrali del costituente polo imperialista Continentale è un territorio che può essere attraversato senza troppe remore, soprattutto di fronte alla necessità di portare a termine un’operazione di “polizia internazionale”, finalizzata a garantire la sicurezza della “fortezza Europa”.

Questo significa almeno due cose. Primo: l’esistenza e il rispetto dei confini statuali sono sanciti in primo luogo da rapporti di forza  e non da trattati giuridico – formali. Secondo, diretta conseguenza del primo, il territorio italiano è percepito e considerato dai poteri costituenti europei come uno spazio semicoloniale entro il quale è possibile operare senza chiedere il permesso al Governo di turno. In altre parole la frontiera italiana è legittima nel momento in cui è giocata come fattore di contenimento nei confronti delle popolazioni migranti, inessenziale quando questa si pone frappone alla “volontà di potenza” delle forze trainanti del polo  europeo. Di questo scenario i “fatti di Bardonecchia” ci parlano.

La palese ingerenza francese ha dato il là a una serie di reazioni di marca prettamente nazionalista, tra le quali quella del segretario leghista Salvini,  alle quali, pur con sfumature diverse, si associano tutte le varie forze politiche di marca populista. La “sovranità nazionale”, la sua difesa e riabilitazione, sembra così assumere un valore in sé. Una sorta di “bene comune” che non può essere messo in discussione. Che fare, quindi? Non resta che  mettersi tutti a  gridare “Viva Verdi”, a cantare Va pensiero rispolverando magari le Brigate Garibaldi e il tricolore in chiave “progressista”? Non necessariamente. L’ingerenza francese offre, come l’articolo che segue prova ad argomentare,  anche un’altra via d’uscita. Il problema non è ripristinare la frontiera come forma giuridica cristallizzata dello Stato/Nazione ma, al contrario, combattere la frontiera attraverso un movimento politico meticcio di subalterni che si ponga l’obiettivo di de-territorializzare in permanenza le strutture rigide statuali. Ciò che viene suggerito nel testo che segue è l’invito a usare dialetticamente lo sdegno nei confronti dell’ingerenza francese in territorio italiano.  Cosa che non equivale a sposare le retoriche sul recupero della “sovranità nazionale”, ma a sostenere le spinte verso  la “sovranità” dei subalterni, capace di mettere in discussione, e un giorno forse di spezzare,   la macchina delle “operazioni di polizia internazionale” con il suo carico di violenza, sfruttamento e negazione di libertà.

 


 

Bardonecchia, la Gendarmeria francese e noi

 

La Gendarmerie sconfina in Italia e fa irruzione nei locali dell’associazione Rainbow4Africa. Come successo oggi a Bardonecchia, anche a Ventimiglia la polizia francese si arroga, ormai da molto tempo a questa parte, il diritto di operare in territorio italiano. Il teatro è sempre una stazione ferroviaria. In questo caso, ormai lontano dai riflettori mediatici, lo sconfinamento di sovranità è invece pattuito e persino ben accetto. Nessuna levata di scudi, ma piena accettazione e collaborazione istituzionale.

Ora, le strilla per la lesa sovranità del nostro paese da parte di alcuni esponenti politici non sono quindi molto rilevanti né interessanti. Tuttavia, quello che sì è importante è che le persone si sentano in dovere di incazzarsi con il governo francese. Non bisognerebbe contenere questa tendenza, per quanto embrionale possa essere, e che, peraltro, potrebbe anche essere portatrice di quella tanto agognata convergenza di interessi materiali tra persone italiane e migranti. La Francia, in blocco con la Germania e altri paesi dell’Europa continentale, fa leva sulle ingiuste dissimetrie del Regolamento di Dublino per fermare in Italia le migliaia di migranti che riescono a sbarcare sulle nostre coste. Prima che arrivino “a casa loro”. Stessa sorte per la Grecia e per tutti i territori che costituiscono il limes di questa Brave New Europe, impresa politica multinazionale rigorosamente bianca.

Infatti, moltissime di queste persone emigrate, forse la maggior parte, non vogliono certo restare. Si provi a chiedere. Eppure non possono andarsene, non legalmente perlomeno. E allora si muore travolti dai treni a Ventimiglia o assiderati sulle Alpi in Valsusa, in tragici tentativi di attraversare confini sempre più militarizzati e brutali. Oppure, desolante e deprimente alternativa, si resta imbrigliati nel sistema violentemente disciplinare della cosidetta accoglienza, che sembra fatto apposta per rendere impossibile, con precisione scientifica, evntuali forme di ibridazione con la popolazione italiana. Insomma, trattasi di un mero bacino di forza-lavoro gratuita o a bassissimo costo, da pagare rigorosamente in nero, che non fa che incrementare le tensioni razzisteggianti che caratterizzano le società europee sempre più chiuse e risentite.

La verità è che, quando le frontiere esternalizzate in Libia e in Turchia (della cui esistenza siamo vergognosamente corresponsabili, non dimentichiamo) non tengono, è l’Italia stessa a dover assumere lo scomodo ruolo di carceriere dei migranti. Penso e spero che questo nessuno se lo voglia accollare, se non ovviamente i pochi che hanno qualcosa da guadagnarci sopra. E allora basta con la buona accoglienza, la gestione umanitaria e tutto l’armamentario discorsivo della sinistra governista, quella per cui non bisogna mai rompere ma sempre mediare. È funzionale allo scopo assegnato. Ribadiamolo forte e chiaro: il problema è la frontiera.

L’atteggiamento della Francia è infame e inaccettabile e, per quanto pericoloso possa essere in potenza un simile discorso, evidentemente suscettibile di una possibile, ma non certa, deriva nazionalista, bisognerebbe comunque riuscire a padroneggiarlo. Per risignificarlo in un modo totalmente altro, ovviamente, e affinché possa aprire su situazioni inedite e favorevoli. Si può e si deve, a meno che non ci si accontenti di parlare solamente a se stessi. Dopotutto, quello che si esprime è un concetto giusto, comprensibile e plausibilmente anche maggioritario, forse: “Almeno lasciate che le persone vadano a cercar fortuna dove preferiscono, così come già fanno le migliaia di giovani emigranti italiani.” Ah no, pardon, si dice expats, mica migranti.

I.B.

 

[1] https://www.infoaut.org/migranti/bardonecchi-la-gendarmerie-e-noi

Da Ventimiglia: pensieri su testimonianza e sovraesposizione

Ti offro questi dati perché niente muoia,
né i morti di ieri, né i resuscitati di oggi.
Voglio brutale la mia voce, non la voglio bella, non pura,
non voglio si diverta, perché parlo infine dell’uomo e del suo rifiuto,
del suo marcio quotidiano, della sua spaventosa rinuncia.
Voglio che tu racconti.
F. Fanon, Lettera a un francese, p. 60.

Dall’inizio del 2016, siamo stati a Ventimiglia regolarmente e tutte le volte abbiamo voluto scrivere e condividere ciò che abbiamo visto e vissuto.

Ci muoveva la convinzione dell’importanza di descrivere gli eventi di cui eravamo testimoni.

Un forte movimento politico e umano tentava di rovesciare la visione dominante e di condividere spazi politici con chi viaggiava, nonostante la repressione delle istituzioni.

Da allora abbiamo osservato e cercato di delineare ciò che accadeva sul nostro territorio: gli effetti della privazione della libertà di movimento basata sulla provenienza geografica e sul colore della pelle, costringevano un grande numero di persone a vivere in uno spazio artefatto, in condizioni di difficoltà estrema.

Negare l’esistenza di esseri umani, arbitrariamente, in un determinato tempo e luogo, costituisce il presupposto per politiche con cui le istituzioni non solo negano qualsiasi supporto, ma addirittura appaiono tendere all’annientamento della vita stessa.

Riteniamo che, per non cadere nella complessa macchinazione, basata sulla disumanizzazione degli oggetti delle politiche e di noi spettatori, il primo passo sia la conoscenza di ciò che concretamente e quotidianamente accade intorno alla recentemente rinforzata frontiera, delle donne, degli uomini, delle bambine e dei bambini che tentano di attraversarla e che forzosamente si trovano a vivere nelle sue vicinanze.

Come medici, siamo da sempre politicamente impegnati nella direzione dell’accesso alla salute per tutte e tutti.

Per tale motivo, non potevamo esimerci dal portare il nostro sapere tecnico dove ce ne fosse più bisogno e descrivere nuove/antiche malattie, sviluppate nella deprivazione di quelli che vengono definiti legalmente i determinanti sociali della salute: accesso al cibo e all’acqua potabile, condizioni igieniche e un luogo abitativo adeguati, ecc.

Per essere così pochi, e spesso travolti dagli eventi che si susseguono sempre insensati nell’area di Ventimiglia, abbiamo spesso la sensazione di tralasciare argomenti importanti: la scelta dei luoghi isolati e più miseri per l’installazione di campi profughi formali e informali; la malattia di chi vive il confine come abitante o come solidale; i mestieri, i guadagni ed anche i nuovi carnefici che forzosamente originano dal confine; la tensione e il conflitto costanti, che crea alleanze o le distruggono.

Ultimo, ma non per importanza, il senso politico della lotta di chi viaggia, tentando di affermare il proprio diritto al movimento, alla vita, a non essere discriminato per motivi razziali o geografici.

Quest’ultimo fine settimana, tornando da Ventimiglia con i vestiti pregni di quell’odore acre di fumo che non si ostina ad uscire dalle narici, abbiamo affrontato un ragionamento che tuttavia non può essere più evitato.

Il rap sudanese ci risuona nelle orecchie, insieme al rumore cadenzato dei passi che smuovono di volta in volta le pietre grigie ed appuntite di quel frammento d’Europa che continuiamo a calpestare. L’ odore di burro d’arachidi che cuoce insieme al pomodoro, si mischia nel ricordo con l’olezzo dei rifiuti abbandonati lungo l’argine del fiume Roja, ancora una volta in piena. Quella sponda scandisce la distanza di un attraversamento, Il fiume che s’ingrossa proprio mentre ci apprestiamo a ripartire sotto una pioggia torrenziale.

Abbiamo ascoltato molto altro, davanti agli occhi troviamo altre immagini. Vorremmo utilizzare le dita per incidere su questo foglio tutto ciò che ci rimbomba in testa in questi giorni, le riflessioni che abbiamo condiviso, ciò che abbiamo visto e il poco che siamo riusciti a fare, le parole che abbiamo udito, la pelle che abbiamo toccato.

Desideriamo fortemente che, ancora una volta, la parola si faccia testimonianza.

Testimonianza di questo tempo, dell’assurdità di questo Occidente, questo Occidente dei campi profughi che si allargano nel bel mezzo delle città, proprio di fronte alle case vuote.
Ma è l’11 marzo.

Il confine ci ha tolto la voce. Gli ultimi rivolgimenti politici, destra xenofoba ha al 52, 7%, la repressione sempre più violenta, l’utilizzo dei poveri contro i poveri, fanno si che il racconto di ciò che davvero avviene potrebbe essere molto più facilmente non compreso, o usato ai danni dei nostri compagni viaggiatori.
La neve s’è sciolta.
Della rivolta, di fronte a cui in tanti hanno alzato la testa, non v’è più traccia.

Iniziamo a fare i conti con ciò che vorremmo raccontare di questi giorni. Facciamo un lungo elenco di volti, di persone, di storie che vorremmo riportare. Subito realizziamo che dobbiamo invertire il criterio del ragionamento.“Questo non è il caso di raccontarlo, è un momento troppo delicato”. Poco dopo squilla il telefono, una compagna ci comunica l’ennesima perplessità sul rendere pubblico anche l’ultimo evento che volevamo narrare. Ci guardiamo intorno. Non troviamo più le risposte. O meglio, molte risposte le abbiamo cercate, ma con lo scorrere delle ore capiamo che ogni singolo passaggio del nostro racconto può diventare strumento. Strumento di una guerra, quella che si consuma ogni giorno nelle zone di confine.

L’ago della bilancia tra i rischi e i benefici sembra impazzire di fronte ai nostri occhi. Troppi i rischi delle strumentalizzazioni di una testimonianza. Troppa la distanza tra l’immagine e la possibilità della sua sovraesposizione.

Chi resta? Chi parte? Chi è che sorveglia? Chi sono i sorvegliati? Quali i corpi docili? Chi sono le vittime? Chi i carnefici?

Le tracce si fanno segni. La frontiera è una ferita aperta.

Tutto muta troppo repentinamente.

Il fermo immagine, malgrado tutto, non è sufficiente.
Ci sentiamo come nel mezzo di una distopia.

[Scegliamo perciò di alzare gli occhi dal campo di via Tenda e di prenderci un periodo di pausa, coscienti del fatto che se il pensiero si rifiuta di pesare, di violentare, corre il rischio di subire senza frutti ogni brutalità che la sua assenza ha liberato]

In un testo intitolato Immagini malgrado tutto George Didi Huberman narra la storia di quattro fotografie, quattro immagini scattate da un ebreo del sonderkommando di Auschwitz-Birkenau nell’agosto del ’44. Queste rappresentano i soli frammenti visivi di quanto altrimenti inimmaginabile: in quanto tali, atto di resistenza radicale, poiché strappata al progetto dell’ingranaggio nazista che mirava alla cancellazione totale di ogni traccia della stessa operazione di eliminazione.

Nella loro forma originaria, non sono altro che delle fotografie mosse, scure, sul fondo delle quali si scorgono soltanto le ombre di alcune persone, in fila verso l’inferno dell’uomo che annulla se stesso.

A partire da quelle immagini, Didi Huberman scrive un testo che parla del valore della testimonianza, sostenendo che proprio l’incompletezza di quei frammenti a rendere le immagini comprensibili. In breve, le modifiche che queste subiscono nel corso del tempo, tese a definire più chiaramente l’oggetto della rappresentazione, secondo l’autore non fanno altro che trasformarle da testimonianza in feticcio. In tal modo esse  mostrano esattamente ciò che ci si aspetta ed il nostro sguardo viene costretto al “riconoscimento”:
Ma l’immagine, secondo il filosofo non è mai nulla, né tutta, né una.

Ogni immagine è già sempre immersa in un linguaggio e può essere compresa a partire dall’atto che l’ha resa possibile. Ogni immagine, per diventare testimonianza, necessita di un contesto e di un immaginario al quale far riferimento. L’immaginario che si dispone attorno all’analisi di un evento, possiede però anche il potere di definirne il regime di verità. E allora è la distanza dello sguardo che ci consente di non cadere nell’oscenità della rappresentazione: quando lo sguardo diventa voyeuristico e l’orrore irrompe nel quotidiano. L’immaginario si traspone nel reale e si confonde con esso: in questo caso non siamo più di fronte all’evento, ma davanti alla sua spettacolarizzazione.

Cercando l’immagine-tutto non facciamo altro che affermare la necessità del simbolo. Ed il simbolo dell’orrore può essere soltanto riconosciuto ed “evitato”, ma mai compreso. Di fronte al simbolo ci si limita ad individuare, a ravvisare, ciò che si presume come già conosciuto. In questo senso, è proprio il piano dell’azione ad essere negato dialetticamente: si paralizza la stessa possibilità di mettere in relazione l’immagine con l’altro da sé. Tutto di quelle immagini ci parla dell’orrore della Shoah: gli spazi, le sbavature, il fuoco con cui è stata scattata, ci consentono di “vedere” la mano tremante al di là dell’obiettivo che corre il rischio di produrla, ogni particolare ci rivela qualcosa in più di quell’evento/immagine.

La negazione operata dalla trasformazione di quell’immagine in un immagine feticcio, trasforma invece l’evento, da problema semantico a “problema semiotico”: l’immagine diventa segno ed il segno può essere riconosciuto, ma mai compreso. Come sostiene Émile Benveniste, la differenza fra riconoscere e il comprendere rinvia infatti a due facoltà distinte della mente: la capacità di percepire l’identità fra l’anteriore e l’attuale da una parte, e quella di percepire il significato di una nuova enunciazione dall’altra.
Negando la possibilità semantica dell’immagine, si nega anche la possibilità di agire il nuovo, intrinseca nella pratica stessa della significazione.

[Cosa c’entra tutto questo con Ventimiglia? Probabilmente, che in qualche modo la morsa nella quale ci siamo sentiti immersi, è la medesima.  Anche noi, eravamo parte di quella scena. Ecco, in questo momento Ventimiglia è una realtà sovraesposta, ed ogni immagine che possiamo tentare di restituirne, corre il rischio di divenire necessariamente un’immagine feticcio, utile a rafforzare il regime di verità costruito da qualcun altro. In questo momento gli sguardi che si indirizzano su quella frontiera sono sguardi complici, che cercano di comprendere, ma che sanno già cosa hanno bisogno di riconoscere, a quale immaginario far riferimento]

Forse è proprio in questi giorni che abbiamo sentito sulla pelle tutta la violenza di ciò che Nicholas De Genova definisce lo “spettacolo del confine” Quel preciso meccanismo che si attiva sul confine, e che consente di essenzializzare l’ineguaglianza facendo sì che l’alterità prodotta giuridicamente possa essere concepita come differenza categoriale. Nello spettacolo del confine scena ed osceno sono, difatti, dialetticamente interconnessi: l’intera vita si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli ed alle radici di quella finzione stanno la divisione sociale del lavoro e la specializzazione del potere.

Il confine è modellato proceduralmente come «sito di trasgressione», e per questo, la scena che si dispone e che genera la necessità dell’esclusione, viene allestita attraverso il ricorso ad un supplemento di oscenità. Ciò che definisce tale produzione dell’oscenità è il fatto che essa venga costruita non solo da un processo di occultamento, ma soprattutto da una fase di esposizione selettiva.

In questo senso, la scena dell’esclusione dischiude e riafferma compulsivamente il «fatto osceno dell’inclusione subordinata»: in questo modo, la politica della cittadinanza pone le condizioni per essere tradotta in una politica essenzialista della differenza.

E’ la stessa regolamentazione istituzionale del regime migratorio a produrre nello stesso atto costituente il presupposto dell’illegalità migrante, lasciandola apparire come il frutto di una mancanza intrinseca dei soggetti, ponendo le basi del processo di razzializzazione. Lo spettro del confine intensifica il grado in cui tutta la vita del migrante è resa aliena, mobilitata a sostegno di allarmanti segnali di separazione ed allontanamento diretti contro i ”sempre già inclusi”, che fondano la partizione in cui la macchina governamentale amministra le condotte.

Forse la prossima volta useremo i rumori e i suoni di quella terra di mezzo e di nessuno, oppure torneremo a raccontare la malattia del confine così come tentiamo di curarla, in chi viaggia e in noi stessi.

Come in questo caso e come sempre, sarà utile mettere insieme i saperi di compagne e compagni, viaggiatrici e viaggiatori, per avere una visione completa della realtà, immaginare possibili alternative e modalità per attuarle.

Marta Menghi
Lia Trombetta
Antonio Curotto

Fotografie: Emanuela Zampa

Notizie dalla frontiera tra Bradonecchia e Briançon

Pubblichiamo l’ultimo comunicato di Briser les frontières e traduciamo l’introduzione che ne fa Marseille Infos Autonomes.
Negli ultimi tempi si è sentito parlare spesso della frontiera franco-italiana, tra Bardonecchia e Briançon. Si è sentito parlare del colle di Monginevro e di quello dell’Échelle: dovrebbe essere ormai chiaro che, nonostante la neve e le temperature proibitive, centinaia (forse migliaia?) di donne e uomini migranti continuano a tentare di passare la frontiera. Siamo ormai ampiamente al corrente degli incidenti -anche mortali-, delle mutilazioni causate dai congelamenti, della caccia al migrante messa in atto dalla polizia francese, dell’apparente indifferenza delle autorità italiane. Abbiamo saputo della persecuzione giudiziaria nei confronti di una guida che ha accompagnato all’ospedale, oltre il confine, una donna incinta, che avrebbe partorito di lì a poco. Abbiamo saputo anche del respingimento di un’altra donna, incinta e in gravi condizioni di salute, morta qualche giorno fa all’ospedale di Torino. Evidentemente non tutti traggono le medesime conclusioni dall’analisi di quel che sta succedendo nel cuore dell’Europa, a pochi passi dalle piste sciistiche alpine, a qualche metro dall Riviera, mentre i fatti smentiscono tutti i proclami sull’efficacia di soluzioni militaresche, di controlli, rastrellamenti e respingimenti. Soluzioni criminali che, evidentemente, non hanno altro risultato che aumentare la pericolosità delle rotte migratorie e confinare in condizioni disumane chi prova a raggiungere la propria meta. Chi continua a non capire o chi è disposto a fare propaganda sulla pelle di migliaia di esseri umani fa parte del problema: per questo, alla frontiera, un gruppo di abitanti ha deciso di occupare i locali di una chiesa, per ospitare e supportare le persone in viaggio. Nell’arco di pochi giorni, Chez Jésus ha già ospitato decine di persone.

Notizie dalla frontiera di Briançon, dove la situazione diventa sempre più complessa : un numero crescente di persone cerca di passare, mentre la repressione si intensifica.

I passaggi clandestini degli/delle esiliati/e diventano sempre più difficili al colle di Monginevro, nei pressi di Briançon: le/i migranti provenienti dall’Italia sono più numerose/i che quest’inverno, e non riescono a passare la frontiera francese in tempi brevi. Giovedi’ sera, undici di loro, tra i quali quattro donne e tre bambini, hanno passato la notte nella sala parrocchiale, nel seminterrato della chiesa di Clavières, a dodici chilometri dalla frontiera.

Sono state/i raggiunti da una quarantina di altre/i migranti venerdi’, e da una quindicina sabato, cosa che avrebbe potuto creare una situazione drammatica sotto il profilo umanitario. Una ventina di persone che vivono sui due lati della frontiera li/le sostengono, persone che non appartengono alle associazioni di aiuto ai/alle migranti che sono state spesso citate dai media, parlando di Briançon, a partire da dicembre. Una ventina di esiliati/e hanno deciso di passare in Francia a piedi, durante la giornata, autonomamente. Lo Stato italiano, che quest’inverno è restato piuttosto passivo, ha inviato, nel tardo pomeriggio, la polizia in antisommossa per controllare il passaggio.

da Marseille Info Autonomes: https://mars-infos.org/communique-du-squat-de-l-eglise-de-2934.shtml

Secondo comunicato di Chez Jésus

Da giovedì abbiamo occupato alcuni spazi pertinenti alla chiesa di Claviere.

Alla frontiera la situazione in queste ultime settimane si è complicata. Il flusso di persone che arriva al confine è sempre più forte e le pratiche di solidarietà diretta messe in atto in questi mesi non sono più sufficienti. Per questo sentiamo sempre di più la volontà di sollevare il vero problema, che è la frontiera, con forza maggiore.

Abbiamo occupato i locali sottostanti la chiesa anche perché si è resa sempre più evidente la necessità di avere tempi e spazi per organizzarci e parlare con le persone che a decine ormai ogni giorno cercano di attraversare questo confine.

Al tempo stesso questa occupazione non vuole invocare un intervento da parte delle istituzioni che potrebbero darci una risposta con la solita impalcatura dell’accoglienza dalla quale la maggior parte delle persone con cui ci stiamo confrontando fugge.

Preferiamo organizzarci in modo autogestito. Noi non vogliamo “gestire” delle persone; al contrario del sistema di accoglienza che conosciamo, che non fa altro che legittimare il dispositivo frontiera, vogliamo cercare complicità con chi si batte in prima persona per la propria libertà di movimento.

Invitiamo tutt* i/le solidali a raggiungerci per un pranzo condiviso.

Briser les frontières

Ventimiglia e il diritto alla salute: l’ambulatorio volante dei Medici volontari e dei Solidali del Ponente

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato dei medici volontari del Ponente Ligure e del gruppo Solidali del Ponente. I medici fornivano precedentemente prestazioni sanitarie presso l’accoglienza sotto la chiesa delle Gianchette, dedicata alle famiglie, donne e bambini, soppressa dal mese di agosto e tuttora nell’ambulatorio della Caritas. Dal mese di febbraio di quest’anno, come raccontano, hanno allestito per alcune ore la settimana un “ambulatorio volante” nel campo informale sotto il ponte di via Tenda. Anche loro, come più volte descritto nei report medici pubblicati sul sito, evidenziano l’assenza completa del diritto alla salute per le persone che transitano per questi luoghi.

Ventimiglia sotto al ponte

Dalla scorsa estate la situazione dei migranti a Ventimiglia è peggiorata in maniera esponenziale: la chiusura del centro di accoglienza volontario delle Gianchette, contrariamente a quanto auspicato dalle autorità, non ha spinto le persone in viaggio a cercare ospitalità presso il campo della CRI “alleggerendo” la situazione nel quartiere; al contrario ha prodotto la creazione di un “campo informale” di considerevoli dimensioni sotto al ponte.

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (1)

E’ difficile capire perché così tante persone “preferiscano” la precarietà di questo campo, il freddo, la scarsa igiene, i ratti, al ben più lindo e controllato Campo Roja, gestito dalla CRI e ancor più come questa scelta sia fatta anche da tante giovani donne, da madri con i loro figlioletti al seguito.

…potrebbero essere i blindati della polizia posti all’entrata, il recinto attorno, la distanza dal centro città, il timore di poter essere facilmente rispediti indietro, il timore di essere più controllati e avere maggiori difficoltà ad attraversare il confine….potrebbe essere tutto ciò oppure altro, non sta a noi dare risposte sociologiche o politiche per spiegarne genesi e dinamiche.

Noi siamo Medici e come tali ci basta l’evidenza del dato: esiste un campo informale che ospita centinaia di persone e tra essi tantissimi soggetti vulnerabili, donne, bambini piccoli, minori, e tutti, oltre a vivere in condizioni estreme, sono assolutamente invisibili, non hanno nessun tipo di tutela, men che meno quella sanitaria.

Per questo motivo, ci siamo organizzati, assieme ad altri volontari e con mediatori culturali e linguistici, per dare un minimo di assistenza medica alle persone migranti che rimangono fuori dal circuito dell’accoglienza ufficiale. Abbiamo così iniziato, nel mese di Febbraio, ad allestire un gazebo sotto al ponte, una sorta di “ambulatorio volante”, precario anch’esso come le loro tende, in cui visitiamo, facciamo medicazioni, diamo consigli, forniamo le prime cure. Dagli inizi di febbraio ad oggi, siamo riusciti a garantire una presenza costante di due turni ambulatoriali a settimana e abbiamo avuto modo di visitare centinaia di persone.

Niente di risolutivo purtroppo, una piccola goccia di solidarietà in un mare di indifferenza che vorremmo fosse però un segnale chiaro. Vorremmo che non servisse a coprire in qualche modo le manchevolezze di un sistema che di “accoglienza” ha solo il nome, ma fungesse da segnale politico chiaro per evidenziare che di altro c’è bisogno e che altro, molto altro bisogna fare per “rimanere umani”

Medici Volontari – Solidali del Ponente

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (2)

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (3)

Migranti Ventimiglia - Solidali del Ponente - Diritto alla salute (4)

Dall’altra parte della frontiera: i ferrovieri francesi in sciopero pronti a bloccare il paese

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un testo riguardante lo sciopero dei ferrovieri francesi in merito alla nuova riforma che vede l’avvio della privatizzazione della SNCF, compagnia ferroviaria francese.

Da diversi mesi, gli stessi ferrovieri che lavorano sulla tratta frontaliera tra Italia e Francia, ribadiscono con determinazione di essere stanchi di dover assistere, o peggio, di essere chiamati a prendere parte ai controlli giornalieri che le Forze dell’ordine francesi eseguono nei confronti dei migranti, ovvero di tutti coloro che hanno la pelle più scura. I ferrovieri stanno dalla parte di chi viaggia, si rifiutano di chiedere i documenti ai migranti e di continuare a collaborare con la polizia nelle invasive e pericolose dinamiche di controllo differenziale sul confine,  che squalifica e condanna le persone migranti in viaggio: questo non è il loro lavoro. Il loro lavoro è garantire un servizio di trasporto accessibile a tutte e tutti, sicuro, efficiente e rispettoso dei diritti dei viaggiatori come di quelli dei lavoratori.

Determinati a lottare contro l’erosione di questi diritti e contro una progressiva manovra di privatizzazione della rete dei trasporti francesi, i ferrovieri sono pronti a inaugurare un intenso periodo di scioperi e chiare rivendicazioni politiche.

Dall’altra parte della frontiera: i ferrovieri francesi in sciopero pronti a bloccare il paese

 

“L’interfederale dei sindacati CGT, SUD-rail e CFDT, prende atto che il governo non ha nessuna intenzione di aprire delle reali trattative e che non ha tenuto minimamente conto delle proposte e delle criticità espresse dalle organizzazioni sindacali in seguito alla presentazione del primo rapporto di riforma.
Dopo aver utilizzato tre volte il “passage en force”
[legge approvata tramite decreto, bypassando la discussione e la votazione in Parlamento, ndr], il governo si assume la responsabilità del malcontento e dello scontro.
I sindacati verificano un’adesione massiccia alla mobilitazione dei ferrovieri del 22 marzo, con una stima al ribasso di 25 000 manifestanti.
Per spirito di responsabilità, le organizzazioni sindacali prendono atto che, di fronte ad un governo autoritario, bisognerà essere in grado di mantenere una lotta dura su un periodo di lunga durata.
Per questo l’interfederale dei sindacati ha stabilito un calendario di scioperi prolungabili di due giorni, ogni 5 giorni, a partire dal 3 e 4 aprile 2018.
Una nuova riunione che si terrà il 21 marzo,definirà più precisamente la mobilitazione.

Comunicato unitario delle organizzazioni sindacali,16 marzo 2018

In Francia, i lavoratori delle ferrovie sono ai primi passi di una lotta che si preannuncia dura e senza sconti : in gioco c’è il futuro del servizio pubblico ferroviario francese, minacciato dalla riforma di SNCF che prevede la fine dell’applicazione dello Statuto dei lavoratori delle ferrovie per i nuovi assunti e un’apertura alla concorrenza che spianerebbe la strada verso la privatizzazione del servizio di trasporto passeggeri su rotaia.

Il 12 marzo la celebrazione degli 80 anni di SNCF è stata interrotta da un gruppo di lavoratori determinati e arrabbiati ,che hanno deciso di presentarsi senza invito al cocktail dei manager della compagnia, occupando il tetto dell’edificio e il salone dove si svolgeva la kermesse, per ribadire che gli cheminots (i ferrovieri d’oltralpe) non resteranno a guardare in silenzio governo e dirigenti sfasciare il servizio pubblico.

Gli annunciati tagli alle linee minori e a tante piccole stazioni sparse sul territorio nazionale sembrano accantonati (solo momentaneamente) dopo le proteste degli abitanti e degli amministratori locali delle zone rurali e in molti vedono in questa mossa un tentativo di divisione fra utenti e ferrovieri, cercando di presentare come invece urgenti e necessarie le modifiche ai contratti e alle condizioni di lavoro degli cheminots.
Nelle ultime settimane i lavoratori sono stati oggetto di una campagna mediatica squallida e diffamatoria circa i presunti privilegi di cui godrebbe la loro categoria.

I diritti dei lavoratori che svolgono le tante mansioni collegate al funzionamento della rete ferroviaria non possono essere definiti privilegi : le contropartite in termini salariali e previdenziali delle quali gli cheminots sono accusati di godere, sono i riconoscimenti percepiti per il lavoro usurante, i turni notturni e festivi, la responsabilità della sicurezza di milioni di passeggeri. Sono stati conquistati con le lotte, gli scioperi e il sangue di tanti lavoratori e lavoratrici, meriterebbero anzi di essere estesi ad altre categorie di salariati, che invece politici e giornalisti delle grandi testate cercano di aizzare contro i ferrovieri ancor prima che la loro lotta inizi.

In un braccio di ferro che dura da settimane, il governo si è detto pronto a poter resistere “ad un mese di sciopero”, mentre giornalisti come François de Closets hanno dichiarato che gli utenti delle ferrovie saranno “presi in ostaggio” dagli scioperanti.
L’adesione potrebbe sfiorare il 95% dei lavoratori.

Le intenzioni del governo sono di approvare la riforma prima dell’estate e per questo farà il ricorso al “passage en force”, il famigerato 49.3, il decreto legge approvato senza discussione in parlamento già usato da Valls per approvare la Loi Travail. La riforma che nel 2016 ha stravolto il diritto al lavoro incontrò una grande opposizione,con gli studenti alla testa di una lotta contagiosa e di lunga durata capace di coinvolgere però solo parte dei lavoratori del paese,senza arrivare ad un fronte unitario di tutte le parti della società come avvenne invece nel 1995.

sciopero ferrovieri sncf, 1995

E’ proprio lo spettro del 1995, anno in cui i ferrovieri si unirono agli studenti universitari in lotta contro i tagli del piano Juppè, trascinando tutte le categorie nello sciopero e arrivando a bloccare il paese in maniera vera e propria, a spingere ora il governo a creare divisioni tra lavoratori pubblici e privati, tra addetti al servizio e passeggeri.
Quello a cui puntano i sindacati è invece fare appello a tutti i lavoratori e le lavoratrici in difesa del servizio pubblico e del diritto al lavoro, sotto attacco già con i precedenti governi “socialisti”.
A redarre il rapporto su cui si basa la riforma è stato non a caso Cyrill Spinetta, ex AD di Air France e responsabile della crisi della compagnia di bandiera dopo l’apertura alla concorrenza privata i cui effetti nefasti sono già stati sperimentati sulla pelle dei lavoratori di Telecom France e EDF (gestori rispettivamente della rete telefonica e di quella elettrica).

Tutto in linea con i provvedimenti siglati nel 2015 da Macron, in veste di ministro dell’economia, un “uberizzazione” del mondo del lavoro che ha arricchito in primis le compagnie private low-cost di bus a scapito proprio del servizio pubblico ferroviario.

Adesso però,il governo dei padroni “smart” dovrà fare i conti con una categoria combattiva e realmente in grado di mettere in ginocchio le attività del paese.
Per continuare sulla strada delle liberalizzazioni è fondamentale per Eduarde Philippe mettere fine allo Statuto dei ferrovieri, che sancisce la “missione sociale” della categoria , quella di garantire un accesso sicuro al trasporto pubblico da parte di ogni utente tanto sulle linee più trafficate (e più redditizie per i profitti aziendali) quanto nelle zone rurali o periferiche. Missione che gli cheminots hanno dimostrato di saper svolgere con coraggio e determinazione anche di fronte a situazioni estreme,come la vergognosa caccia al migrante che si svolge sui treni, nelle stazioni e nei territori di frontiera.

In particolare diversi sindacalisti della CGT si sono fatti portavoce dell’indignazione di lavoratori e utenti del servizio di fronte agli effetti tragici della chiusura delle frontiere e della caccia all’uomo portata avanti dalla polizia italiana e da quella francese. I ferrovieri, con lettere alla dirigenza, manifestazioni, interviste e soprattutto tanti piccoli e grandi gesti di solidarietà, hanno preso posizione in favore di chi rischia la vita o la deportazione nel tentativo di attraversare il confine italo-francese.
(https://www.internazionale.it/notizie/louise-fessard/2017/01/23/ferrovieri-migranti-ventimiglia)

I dirigenti della CGT hanno denunciato che non è un caso che sempre più persone trovino la morte nei tentativi disperati di nascondersi o di evitare i controlli, che un dispositivo di rastrellamenti su base etnica è stato messo in piedi, che l’azienda SNCF si rende complice di tutto questo tra lo sdegno dei lavoratori, che hanno spesso subito minacce e ritorsioni da parte della polizia perché si erano rifiutati di collaborare o avevano osato protestare di fronte ai numerosi episodi di razzismo e disumanità verso uomini, donne o bambini.
SNCF, ignorando gli addetti ai lavori e la loro richiesta di porre fine ai rastrellamenti e ai respingimenti in frontiera per fermare gli incidenti mortali, si è limitata a esporre dei cartelli multi-lingue che dovrebbero servire a scoraggiare i migranti a viaggiare in condizioni di pericolo,come se la loro fosse una semplice scelta e non il tentativo disperato di persone perseguitate e braccate a causa del colore della loro pelle o della loro nazionalità.

A febbraio di quest’anno, lavoratori della linea di Bordeaux hanno denunciato le politiche razziste di SNCF che con una circolare chiedeva di identificare ogni gruppo di migranti in viaggio e di raccogliere generalità, età e informazioni su provenienza e destinazione. (http://www.infos-bordeaux.fr/2018/breves/bordeaux-la-cgt-cheminots-ne-veut-pas-controler-les-migrants-9770)

La direzione ha ritirato la circolare con tanto di scuse dopo che i dipendenti avevano paragonato la politica aziendale al collaborazionismo di Vichy con il regime Nazista.

Risale al 2015 invece la richiesta fatta dai ferrovieri e accolta da SNCF (oggetto di una polemica triste e strumentale da parte dei fascisti del Front National e non solo) di poter introdurre eccezionalmente e occasionalmente tratte ferroviarie al prezzo di 0 € per permettere ai controllori di far viaggiare in maniera regolare famiglie con bambini e altri soggetti a rischio,sfollati e in viaggio a causa delle disastrose politiche migratorie europee. (https://www.francetvinfo.fr/monde/europe/migrants/des-billets-gratuits-pour-les-migrants-la-sncf-explique-sa-politique-d-humanite_1126219.html)

I ferrovieri chiedono insomma di poter svolgere la loro missione, quella cioè di garantire il diritto ad un viaggio sicuro dalla partenza all’arrivo per chiunque si trovi in possesso di regolare titolo di viaggio e considerano un disonore la collaborazione con i respingimenti e le deportazioni di SNCF, rivendicando il sacrificio dei tanti appartenenti alla categoria nella resistenza al nazismo.

L’opposizione dei ferrovieri francesi alla caccia ai migranti è un importante esempio di dignità e umanità che rende esplicito uno degli obbiettivi che una lotta che punta alla vittoria deve porsi : coinvolgere ampi e diversi settori di persone che abitano e lavorano sul territorio.
Anche per questo la lunga battaglia che i sindacati stanno per intraprendere in difesa dello statuto della categoria e del servizio pubblico riguarda da vicino chi si dichiara nemico delle frontiere o semplicemente abita in prossimità del confine o viaggia oltralpe per motivi personali e lavorativi.

E’ una battaglia che per vincere ha bisogno dell’appoggio degli utenti del servizio e di tutta la società civile, le adesioni degli studenti e degli altri settori del servizio pubblico alla giornata di sciopero e alla manifestazione che si terrà a Parigi il 22 marzo sono un importante segnale in questo senso.
E’ nato inoltre un comitato di “utenti SNCF per lo sciopero illimitato” (su Facebook: Collectif des usagers de la SNCF pour la grève générale illimitée) per coinvolgere gli utenti in una lotta che potrebbe paralizzare il paese e che proprio per questo potrebbe contagiare tante altre categorie ed essere un’occasione per rivendicazioni comuni piuttosto che una guerra tra poveri tra chi sciopererà e chi si troverà impossibilitato a raggiungere il suo posto di lavoro.
La speranza di Macron di portare avanti indisturbato le sue politiche contro i lavoratori e le classi meno abbienti sembra vacillare.

Mentre gli intellettuali di sinistra si preparano a commemorare i 50 anni dal maggio ’68, un attualissimo conflitto sociale potrebbe oscurare la celebrazione fine a sé stessa di chi vorrebbe rendere vintage l’opposizione sociale per meglio reprimere le lotte presenti e le future.
La mobilitazione degli cheminots non potrà passare inosservata e, se riuscisse ad unire studenti e lavoratori già prima del grande corteo unitario internazionalista previsto per il primo maggio nella capitale, potrebbe davvero far deragliare la riforma presentata dai dirigenti della compagnia e dal governo.

Contributo di un lettore

(a cura di Cati, Owl)

Per ulteriori informazioni, vedi anche:

https://www.internazionale.it/notizie/louise-fessard/2017/01/23/ferrovieri-migranti-ventimiglia

parolesulconfine “Lotte al confine”

 

Cronaca di una morte annunciata

Un articolo di El Pais diffonde il comunicato della rete Interlavapiés sulla morte del cittadino senegalese Mame Mbaye Ndiay

 

Mame Mbaye Ndiay, cittadino senegalese trentacinquenne che esercitava la professione di venditore ambulante, è morto il 15 Marzo 2018 a Madrid, in Calle del Oso, nel quartiere Lavapiès, per un arresto cardiaco verificatosi nel corso di un intervento della polizia municipale.

 

Il fatto ha determinato l’indignazione e la ribellione della comunità senegalese e in generale degli abitanti del quartiere.

Durante la serata del giovedì stesso e la mattina del giorno dopo, si sono verificati forti agitazioni.

Durante i disordini, ai quali la polizia ha risposto violentemente [1], un altro cittadino senegalese di Lavapiés, Ousseynou Mbaye, di 54 anni, è morto a seguito di un ictus cerebrale [2] e Arona Diakhate, di 38 anni, è stato ricoverato per trauma cranioencefalico all’ospedale Fundación Jiménez Díaz di Madrid. Il referto medico mostra che è stato trattato con quindici punti sulla testa e presenta due lividi. Trauma cranioencefalico, con ematomi interni, ma senza rischio di danno neuronale. Diakhate ha una ferita alla testa a seguito di trauma inferto con “un oggetto duro e sconosciuto” [3].

 

Una morte molto simile si è verificata, a Maggio 2017, a Roma. Niam Maguette, un cinquantaquattrenne senegalese, è deceduto nel corso di una operazione di polizia definita “anti-abusivismo”.

Secondo gli agenti, la morte si sarebbe verificata a seguito di un malore, mentre la comunità senegalese ha dato vita a intense manifestazioni di protesta, affermando che fosse stato ucciso e chiedendo l’interruzione delle ripetute operazioni di rastrellamento operate dalla polizia locale di Roma. [4, 5].

A seguito di questi eventi, ritenendo che l’unica certezza sia che a livello europeo si assiste ad un inasprimento della repressione verso donne e uomini già posti in condizioni di sfruttamento dalla mancanza di riconoscimento giuridico, pubblichiamo un articolo che riporta il comunicato della rete interlavapiés, che si definisce “una rete in movimento per la libera circolazione delle persone, perché nessun essere umano è illegale” [6].

Cronaca di una morte annunciata

DAVID FLORES E TERESA ÁLVAREZ-GARCILLÁN (RETE INTERLAVAPIÉS)

La morte di Mame Mbayee non è un fatto casuale, ma la conseguenza del razzismo radicato in alcuni settori della società e delle istituzioni a Madrid.

Ieri pomeriggio Mame Mbayee è morto a causa di un arresto cardiaco. Questo abitante di Madrid stava esercitando la vendita ambulante poco prima a Puerta del Sol.

Ci sono molte versioni degli eventi accaduti prima e dopo la sua morte. La confusione e i disordini ci fanno perdere la concentrazione: chi ha ucciso Mame? Cosa ha ucciso Mame? Nella differenza di queste due domande giace la chiave: Mame è morto per un attacco di cuore ma, nel motivo della sua tragica fine, c’è un lungo filo da seguire che trascende e attraversa tutta la nostra società, con le sue politiche, le sue leggi e le sue istituzioni.

Non possiamo solo pensare che quello che è successo ieri sia stato un incidente. Non è stato un evento isolato. C’è un serio problema strutturale che ha causato la morte di una persona. Mame, senegalese di 35 anni, non aveva documenti nonostante fosse da 12 anni in Spagna. Ha lavorato come ambulante perché non poteva lasciare una cerchia di esclusione. Ad una estremità del cerchio, la premessa che senza un contratto di lavoro non ti danno i documenti; nell’altro, che senza documenti, non puoi avere alcun lavoro. Nel frattempo, l’ultima riforma del codice penale, che ha trasformato le precedenti mancanze in crimini e, con essa, il venditore ambulante in un criminale. Avendo dei precedenti, nessuna offerta di lavoro ti aiuterà a regolarizzare la tua situazione.

Le persone che lavorano in strada e le persone prive di documenti sono spaventate da queste strutture in cui la tensione e la minaccia sono elementi costanti, al livello della strada e al livello della Legge. La persecuzione, i raid, i CIE, il Codice Penale e la mancanza di opportunità sono mattoni di alte mura, forse invisibili a molti, ma molto reali per gli altri. Ripetiamo: ieri non è stato un evento isolato, ma un riflesso di un problema strutturale, in ambito giuridico e politico. Una questione di razzismo e discriminazione.

Gridiamo nelle strade “Sopravvivere non è un crimine!”, Ma con le leggi attuali lo è. Molti come Mame sono venuti qui attraverso mare e deserto con la morte alle calcagna, per poter vivere con dignità e sostenere le loro famiglie. Le regole del gioco sono quelle che sono e, dato che non hanno documenti o lavoro, comprano un sacco di scarpe – o occhiali, profumi o borse – in qualsiasi magazzino all’ingrosso e poi lo rivendono in strada. E questo è considerato un crimine, ma non hanno scelta.

Molti come Mame corrono davanti ai distintivi. E guardano con sguardi sfrenati le orde di persone della Puerta del Sol, sempre all’erta, giorno dopo giorno. Vivono con il cuore in un pugno, finché non scoppia.

La tensione per il timore di essere denunciati non è poca, ma hanno più paura della violenza quotidiana. I gruppi di Lavapiés sono in contatto con il Comune per denunciare la brutalità della polizia. In questi casi è difficile condurre un processo ordinario di denuncia: si tratta di accusare, senza documenti o con il timore di non rinnovarli, niente di più e niente di meno della polizia. E il giorno dopo tornare in strada per vendere, con quegli agenti che cercano di fermarti. In breve, le aggressioni terrorizzano, c’è la paura. La paura serve a rendere la violenza invisibile, confinata nella sfera quasi privata.

Nel centro di Madrid, da agosto 2016, i collettivi hanno documentato in un formato concordato con l’amministrazione cittadina per circa 20 aggressioni fisiche con fratture e contusioni di diversa gravità. Nel luglio del 2017, ad esempio, hanno spinto un ragazzo buttato in un furgone riportando lesioni a diverse vertebre. Al di fuori di questo registro formale, che accetta solo casi con indicazioni fisiche di violenza visibile, vi sono costanti abusi verbali e intimidazioni di ogni tipo.

Lo scopo di questo lavoro sistematico è aprire un percorso sicuro contro l’impunità ma le istituzioni, ribadiscono le loro buone intenzioni senza concretizzarle in mezzi per porre fine al problema. Invece, ci rimandano al Difensore Civico, che è già a conoscenza della violenza e suggerisce lo sviluppo di un programma di identificazione efficace, per garantire azioni non discriminatorie.

Tuttavia, il problema non è limitato a queste azioni. Esiste una dimensione giuridica, legata al codice penale e alla legge sull’immigrazione. I collettivi lavorano su una Proposta di legge per modificare l’articolo 270.4, che classifica la vendita nelle strade come reato. Questa proposta è stata approvata dalla Commissione per la giustizia del Congresso con il sostegno di Unidos Podemos, PSOE, PdeCat, ERC e PNV nel marzo dello scorso anno. Stiamo attualmente prendendo provvedimenti per rendere effettive le modifiche nella legislazione.

No, la persecuzione da parte di due poliziotti in moto non ha ucciso Mame, ma forse il silenzio istituzionale lo ha ucciso. O non è stato il silenzio istituzionale che ha ucciso Mame ma le leggi che lo hanno ucciso. O forse né la polizia né le leggi lo hanno ucciso, ma il razzismo ha ucciso Mame. Sì, Mame è morto. Le circostanze di questa morte sono state tragiche. Le circostanze della sua vita non lo erano meno. Ed è nella vita e nella dignità di tutti i residenti della città ciò su cui vogliamo concentrarci. Ora non solo è necessario svolgere un’indagine per chiarire i fatti, ma il Municipio deve assumersi la responsabilità politica per quanto è successo. L’ambivalenza non è possibile.

Quello che è successo ieri non è una fatalità, è una conseguenza di un problema che esiste in città. Un problema di razzismo strutturale, mancanza di responsabilità e abbandono di una popolazione vulnerabile [6]

1)http://www.publico.es/sociedad/protestas-lavapies-muerte-mantero-perseguido.html

2)http://www.eldiario.es/desalambre/senegales-ictus-muerte-lavapies_0_751025056.html

3)http://www.eldiario.es/desalambre/servicios-emergencia-desplomo-porrazo-Policia_0_750675282.html

4)http://elpais.com/elpais/2018/03/16/3500_millones/1521210124_575744.html

5)http://www.publico.es/sociedad/protestas-lavapies-muerte-mantero-perseguido.html

6)http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/03/roma-ambulante-fugge-durante-i-controlli-e-muore-dopo-caduta-investito-dai-vigili-no-e-stato-un-malore/3560326/

 

Traduzione di Lia Trombetta

 

Corteo a Genova in Solidarietà a Idy, uomo senegalese ucciso dal razzismo a Firenze

COL FRATELLO IDY DIANE NEL CUORE! Anche Genova grida “No al RAZZISMO”!

 

Storie di ordinario razzismo.. ordinario e sempre più quotidiano, sempre più per mano non solo dello stato, cioè di chi si riempie la panza con la vita di tutti noi, o per mano di poliziotti, burattini dei governi che svolgono il loro lavoro di servi pestando, ammazzando ed imprigionando, salvo poi l’improvviso destarsi del pubblico scandalo se qualcuno gli urla forte e chiaro in faccia: “DOVETE MORIRE”.

Le mani sporche di sangue aumentano ogni giorno e sono quelle di cittadini qualunque: i fascisti si sentono più forti, gli si è lasciato spazio e questi stanno sguazzando nella merda che abbiamo lasciato accumulare, e le tentate stragi e gli omicidi continuano, sempre più difese, sempre più “scusate o capite”.

Più di una settimana fa ormai, un altro morto “ordinario”, un altro omicidio per mano razzista, un altro negro morto ammazzato.

IDY DIANE, senegalese, ucciso a Firenze da un italiano di 65 anni, Roberto Pirrone.

Si chiamava IDY DIANE, immigrato, regolare e faceva l’ambulante. Serve altro o possiamo dire che era SEMPLICEMENTE un UOMO?

Casualità, era sposato con la vedova di MODOU SAMB un altro senegalese ucciso sempre a Firenze il 13 dicembre 2011 insieme ad un paesano, DIOR MOR. Uccisi da Gianluca Casseri, un’altra mano fascista!

I giornali hanno provato come sempre a rivedere la storia: a Macerata problemi mentali, a Firenze “mancanza di coraggio nel suicidarsi”… e  quindi, scende in strada, salta  qualche donna bianca e te eccolo lì: spara a un negro.

UN UOMO!

Dopo l’omicidio molti ragazzi immigrati sono scesi nelle strade, hanno espresso la loro rabbia, hanno urlato, hanno attraversato luoghi e volti, hanno parlato e, per tutta risposta, i giornali, sostenuti dal coro dei cittadini per bene, il giorno dopo, parlavano delle fioriere rotte dal passaggio di questi giovani neri, sostenuti da quegli scansafatiche dei centri sociali… povere fiorere, troppa rabbia! È solo morto Idy, un venditore ambulante!

In diverse città sono stati fatti presidi e cortei in solidarietà alla rabbia di tutte queste persone, attraversati da gente bianca e nera, a cui ancora batte un cuore, che ancora non si è lasciata annichilire dalle ordinarie schifezze quotidiane.

“Nessuno di noi accetterà mai questa ordinaria brutale realtà!”.

Così decidiamo di riportare uno di questi pezzi di umanità che resiste e irrompe sulla scena decisa a non lasciarsi soggiogare.

Raccontiamo una delle manifestazioni contro il razzismo che ha ucciso IDY DIANE, raccontiamo alcune voci di queste strade attraversate,  fiamme di un fuoco che arde contro il gelo di un Paese sempre più cupo.

Genova – 10 marzo 2018

“SIAMO TUTTI/E ANTIRAZZISTI/E-SIAMO TUTTE/I ANTIFASCISTE/I”

Questi gli slogan che hanno attraversato i vicoli del centro storico, da via Pre a via del Campo per poi andare verso Piazza De Ferrari al grido di “SO-SO-SOLIDARITE’ AVEC LE SAN PAPIERS”. Le voci che intonavano questo grido di lotta sono state  voci di uomini e donne, bianche e nere, italiani e stranieri che hanno riempito le strade, trasformando spontaneamente il presidio indetto alla Commenda di Pré dalla comunità senegalese di Genova in un corteo. Il ricordo e la denucnia dell’assassinio di Idy  a Firenze e della tentata strage di Macerata hanno aperto il presidio, unendo la piazza con determinazione, nonostante la pioggia.

Alcuni giovani migranti nel frattempo hanno fatto uno striscione dove le parole scritte in italiano arabo e inglese urlano la voglia di riscatto e di uscire dal silenzio:

NO AL RAZZISMO” dietro a quelle morti c’è il ritorno dell’odio razziale, sostenuto e promosso da partiti di destra ed estrema destra, sovranisti e fascisti, dalla Lega a Forza Nuova, da Casa Pound a Lealtà e Azione. Proprio quest’ultima ha organizzato nello stesso pomeriggio la presentazione di un libro insieme all’organizzazione Memento nella propria sede, che doveva essere un magazzino di stockaggio di prodotti alimentari da distribuire alla popolazione bianca e che ora diventa “spazio politico”. Di questo dovranno rispondere i Padri Scolopi e tutta la comunità che si dichiara cattolica.

NO AL COLONIALISMO” dietro a quelle morti c’è un chiaro progetto coloniale che non essendo mai stato realmente né denunciato né riconosciuto continua indisturbato a mietere le sue vittime. Vittime che però oggi sono qua e che nella giornata di sabato hanno dato testimonianza di quello che i paesi neoliberalisti stanno facendo qui e nei loro paesi: sfruttamento, apartheid, disastri ecologici e ambientali, vendita di armi, consumo di risorse… LAGER IN LIBIA, UN GENOCIDIO NEL MEDITERRANEO.

Questi gli interventi passati di mano in mano, tra mani bianche e nere, attraverso megafono che è rimasto acceso per tutta la durata del presidio e durante il corteo. I ragazzi hanno dato voce al sentimento di rabbia e dolore che sentono sempre più forte, hanno dato voce alla sofferenza e all’odio che provoca il razzismo ogni giorno sulla loro pelle. Alcuni di loro parlavano di amore, fratellanza, sorellanza e bisogno di solidarietà, altri portavano più un desiderio di giustizia, non sentendo come parole proprie quelle sulla “violenza sbagliata, in cui non bisogna cadere”, sentendo invece la necessità di  rispondere all’odio che si riversa sui “diversi” sempre più frequentemente, sentendo che, in ogni caso, la violenza non è la nostra. Semmai la nostra è autodifesa e voglia di vivere in maniera degna. In quelle tre ore sono stati denunciati anche il decreto Minniti, il sistema di accoglienza, le morti per mano fascista e i partiti riconosciuti dalla democrazia che inneggiano all’odio, con il coltello in mano lasciati liberi di aprire sedi nella nostra città.

Molti dei ragazzi che hanno portato insieme i loro corpi fra i vicoli di Genova, determinati, più forti di tutti quegli sguardi di chi, dai negozi, li guardava stupito ed impaurito, avevano sul volto rabbia e dolore, sì,  ma anche gioia di essere lì, insieme, a testa alta.

Speriamo tutte e tutti che ci siano altre giornate come questa, altre voci forti, altri momenti di unione, altre strade piene di persone che non si faranno fermare da paura e repressione, dall’odio razzista e dall’indifferenza.

Quella di sabato è stata una giornata che ha dato speranza, che ha mostrato forza e determinazione nel reagire uniti, noi sfruttati, colonizzati, pronti a rivoltarci alla violenza fascista e razzista, a Genova, Firenze ed in altre città.

L’invito di fine corteo continua ad aleggiare per i vicoli della città vecchia:

“A presto nelle piazze! Per uscire dall’isolamento e contrastare i nostri nemici!”

A cura di Fight

[1] MeMento: E’ un’associazione che si occupa  della continuazione della memoria della Repubblica Sociale Italiana attraverso la pulizia e la tutela delle tombe dei repubblichini fucilatori dei loro connazionali e alleati dei nazisti. Inoltre è la diretta erede spirituale ed immobiliare della Unione Nazionale Comnbattenti della Repubblica Sociale Italiana UNCRSI.

Emergenza freddo o ulteriore passo avanti verso il nuovo nazismo?

Dopo l’emergenza-piogge, è arrivata l’emergenza-freddo a Ventimiglia.

Si sa, sono anni ormai che  paradossalmente si va avanti di emergenza in emergenza.

Eppure qualcuno potrebbe notare che un’ondata di gelo eccezionale, il Burian Siberiano in questo caso, è sì un evento insolito ma per chi ha una casa riscaldata, vestiti caldi e impermeabili è qualcosa di gestibile, qualcosa che può diventare finanche piacevole: improvvisamente la neve arriva fino al mare, il paesaggio si fa candido e i bambini, ma non solo, si divertono a tirare qualche palla di neve.

L’emergenza allora ancora una volta è stata un’emergenza selettiva: ha riguardato principalmente le centinaia di persone accampate all’aperto sotto il ponte di Via Tenda o nei tendoni del Campo della Croce Rossa a Ventimiglia… insieme alle altre migliaia di persone accampate all’aperto nel resto della Penisola.

La netta maggioranza di questi bambini, di queste donne e di questi uomini sono immigrati, non italiani.

Durante i giorni di gelo sono uscite alcune testimonianze, articoli e reportage sulla situazione di emergenza vissuta a Ventimiglia dalle persone migranti.

Ne riportiamo qualche passaggio significativo:


27/02/2018 Dalla pagina FB del Progetto 20k [1]

 Da ormai quasi tre giorni la situazione a Ventimiglia è parecchio critica per i più di 150 migranti senzatetto che si trovano sotto il ponte stradale.
Abbiamo chiesto ufficialmente al comune di attivarsi per sopperire alla mancanza di uno spazio dove queste persone possano ripararsi dal freddo e dal gelo, almeno finché non finirà l’emergenza maltempo. Fra queste persone sono presenti molti soggetti vulnerabili, soprattutto infanti, minori e persone con vari problemi di salute. Dopo aver diffuso la notizia su svariate testate giornalistiche abbiamo ricevuto sostegno da molti solidali di Imperia e dalla regione, ma anche dai vicini transfrontalieri: purtroppo non abbiamo avuto nessuna risposta dal Comune di Ventimiglia.

Con gli attori locali stiamo cercando di gestire questa situazione vergognosa: i solidali e gli attivisti, anche transfrontalieri, stanno cercando di sopperire autonomamente a queste carenze, distribuendo cibo, bevande calde, legna per i fuochi, vestiti e coperte. Le ONG locali si stanno muovendo per convincere le donne con o senza bambini e minori ad andare al campo CRI o per aiutarci ad assicurare la distribuzione di cibo serale che, a causa del maltempo, si è dovuta interrompere. Anche la Croce Rossa di Monaco si è attivata con alcune navette per trasportare i migranti al campo, che è distante e la strada per raggiungerlo pericolosa, ma queste funzionano solo per parte della giornata, in maniera poco costante.

La sospensione delle identificazioni al campo CRI è stata disposta solo per donne e minori, ma non per gli uomini. Questo fatto genera quindi diffidenza perché lasciare le impronte digitali significa essere esposti maggiormente al rischio di deportazioni, rimpatri o di un ennesimo trasferimento in un centro chissà dove in Italia, così in molti preferiscono rifugiarsi in altri posti e/o piuttosto restare al freddo.
La chiesa delle Gianchette è rimasta aperta per qualche ore e il parroco ci ha concesso uno spazio da utilizzare come magazzino temporaneo per le coperte che tanti solidali ci stanno inviando. Abbiamo ancora bisogno di trovare altri spazi per la legna che raccogliamo, dato che è l’unica fonte di riscaldamento per le persone sotto il ponte. Ci auspichiamo che la solidarietà tra le varie realtà locali possa portare a gestire con più facilità questa situazione di assoluto disagio, perché purtroppo il peggio non è ancora arrivato: nei prossimi giorni è prevista neve, pioggia e un calo drastico delle temperature.

Ieri sera la sala d’attesa della stazione avrebbe dovuto essere aperta, ma in realtà è rimasta chiusa. In tanti durante il giorno si riparano lì dal gelo e dalla neve che continua a cadere fitta, ma stamattina ci è giunta notizia della presenza sia di camionette con agenti in borghese che caricavano i migranti sulle camionette sia di pullman che, come di prassi, li deportavano forzatamente verso il sud Italia.

Riteniamo vergognoso e inaccettabile l’accanimento di queste ore nei confronti dei soggetti più vulnerabili presenti sul territorio ventimigliese. L’alta probabilità di essere intercettati dalla polizia potrebbe avere, infatti, l’effetto di incentivare i migranti a restare per strada o sotto il ponte, a costo di rimetterci la pelle. È in situazioni come questa che le istituzioni dovrebbero attivarsi per proteggere la vita di queste persone, piuttosto che dileguarsi senza risposte e facilitare l’azione poliziesca di repressione nei confronti dei transitanti.

 


28/02/2018 Da Repubblica, reportage di Pietro Barabino e Giulia De Stefanis:[2]

Ventimiglia, anche un bimbo di 3 mesi fra i migranti bloccati nel gelo. Ma il centro di accoglienza non si fa

A Ventimiglia non nevicava dal 1985 e molte delle persone – in tutto alcune centinaia – che stazionano al confine con la Francia in attesa del “grande salto” oltre la frontiera, non avevano mai visto un fiocco di neve. Tra i migranti, che stanno trascorrendo queste notti all’aperto a -7 gradi, anche tantissimi ragazzini e giovani mamme con i loro bambini di pochi mesi. Attualmente il Campo della Croce Rossa ospita trecento persone, duecento quelli che preferiscono restare fuori. La legge sui minori non accompagnati obbligherebbe ad aprire un centro dedicato ai più piccoli e alle donne, ma l’apertura – pianificata mesi fa dalla Prefettura – è stata bloccata dalla protesta di alcuni cittadini capeggiati dal sindaco della città di frontiera, che dopo aver insistito per la chiusura del campo gestito dalla Caritas, ha ostacolato in ogni modo l’apertura del centro per i minori non accompagnati.


 

Donne e uomini solidali si sono subito mobilitati per fornire aiuti e generi di conforto, per cercare di alleviare pericolo e sofferenza delle persone lasciate al gelo.

Invece nessun ente istituzionale, né Comune, né Prefettura, né Protezione civile ha preso iniziative per affrontare la situazione.

Il messaggio da parte delle istituzioni è stato molto, fin troppo, chiaro: non c’è nessuna emergenza umanitaria in atto perché quegli esseri che vivono sotto al ponte o non sono umani, oppure smettono di esserlo in quanto clandestini.

Come ha reagito la popolazione di Ventimiglia? A parte il gruppo dei solidali che attraversano il territorio – italiani, francesi, europei – la popolazione autoctona si è mossa di fronte a questa situazione così evidentemente penosa per le persone costrette a subirla?

La cittadinanza del territorio ha mostrato sdegno, disaccordo, disapprovazione nei confronti dell’abbandono riservato alle persone migranti, lasciate  all’aperto con il ghiaccio, la neve e temperature molto al di sotto dello zero, o ha taciuto, di fatto assentendo al comportamento delle istituzioni?

Lo chiediamo ad una solidale che è stata costantemente presente e attiva durante la settimana di gelo e ha vissuto in presa diretta la drammatica situazione sotto il ponte di Via Tenda, tra le persone accampate:

 

“Guarda, la situazione a Ventimiglia è molto complessa e il clima, giorno dopo giorno, si fa sempre più teso e pesante… Sarebbe troppo semplice rispondere che la stragrande maggioranza della cittadinanza di Ventimiglia vuole lo sgombero dei migranti da sotto il fiume, che non ha voluto l’apertura del centro per minori, che è favorevole alle deportazioni verso Taranto, insomma che è razzista e xenofoba, quindi d’accordo con il comportamento delle istituzioni. Questa gente esiste e non è certo una minoranza, anzi…

Però attenzione non ci sono solo loro. In realtà tantissima gente in questa settimana di gelo ha aiutato come ha potuto, soprattutto offrendo sostegno materiale. Sono arrivate tantissime donazioni di beni di prima necessità a Eufemia, tanto che è stato chiesto al parroco di mettere a disposizione il magazzino della chiesa delle Gianchette perché la roba non entrava più nello spazio di Eufemia. Per dirti, ancora, quando gli attivisti del collettivo Kesha Niya, che di solito forniscono i pasti sotto al ponte, sono rimasti bloccati nella neve, a quel punto a cucinare è stata sempre la Caritas… Ma lo sai chi ci sta in Caritas? Tantissimi volontari che prima, quando era aperta la chiesa delle Gianchette, stavano lì a organizzare l’accoglienza dal basso per i migranti. Questo per dirti che una parte di cittadinanza si è mossa, ma certamente lo ha fatto sotto traccia. In maniera assolutamente non pubblica.

Se vuoi sapere perché, io credo che il motivo sia principalmente il clima di repressione e intimidazione che si vive a Ventimiglia. La chiusura della Chiesa delle Gianchette, avvenuta per ordinanza del Comune, ha segnato un punto di non ritorno: ogni sostegno pubblico ai migranti, anche quello di tipo umanitario e non conflittuale, è stato sempre più ostacolato. Si dà appositamente massima rilevanza ad ogni rigurgito razzista e si ostacola in maniera palese o “silenziosa” qualsiasi iniziativa di solidarietà. La polizia ha intensificato i suoi atteggiamenti intimidatori, il Comune le misure repressive, i media i toni di scontro da civiltà e questo ha permesso alla cittadinanza razzista di alzare la testa e sentirsi legittimata a comportamenti orrendi. Capita spesso che i solidali girino per Ventimiglia sentendosi insultare, soprattutto le donne peraltro, con frasi tipo: “Ecco la puttana che va con i negri” “Ecco gli amici dei negri..” ecc. ecc. Lo riporto per farti capire come mai la cittadinanza solidale e antirazzista agisca sotto traccia, in maniera diciamo “invisibile” allo sguardo pubblico.

Questo ovviamente ha anche delle ripercussioni sul rapporto con le persone migranti. Vedendo questa situazione, che loro ovviamente vivendo sulla loro pelle percepiscono, hanno sempre meno fiducia nei solidali. Non si tratta della fiducia umana a mancare, ovviamente sentono la nostra amicizia e vicinanza, ma si rendono anche perfettamente conto della nostra debolezza e questo li porta ad affidarsi a chi riconoscono come dotato di strumenti più efficaci… Inoltre tutto questo clima sta accelerando il processo di ghettizzazione lungo il fiume: ti isolano, ti marchiano da reietto, ti lasciano senza nulla, nelle condizioni più disumane… beh gli effetti sociali che tutto questo può produrre, credo che non serva un professore di sociologia a spiegarli… Sembra veramente che qui in Via Tenda, tra il sotto ponte e il quartiere popolare, in atto ci sia una strategia della tensione. Ecco, direi che questa situazione fa capire quanta poca democrazia sia rimasta in questo posto ma forse non solo qui, se è vero che questo posto è uno dei laboratori dove si sperimentano pratiche che poi vediamo riprodursi velocemente in molti altri territori di questo Paese. Probabilmente tutto questo deve farci riflettere profondamente sui modi e sugli strumenti possibili per un agire politico e sulla posta in gioco in questo momento…”

Emergenza freddo – Migranti fuori dalla Chiesa delle Gianchette

Torniamo alla domanda iniziale: si è trattato dell’ennesima emergenza, oppure di un ulteriore passo nella costruzione di una politica nei confronti delle persone migranti, dei poveri, degli esclusi, che si può  definire come tanatopolitica (politica di morte)?

Michel Foucault ha coniato la categoria di “biopolitica” per indicare le pratiche e i dispositivi con cui il potere opera sulla vita della popolazione ai fini di far vivere chi è produttivo, lasciar morire chi invece non lo è, né può diventarlo. L’espressione “tanatopolitica” indica l’emergere di dispositivi diretti al far morire una parte di popolazione. Precisamente la parte delle “masse senza volto” che risulta in eccedenza. Sempre seguendo la traccia del pensiero foucaultiano, occorre chiedersi a quale scopo e per produrre cosa, oggi, il potere statuale operi in questo modo.

Con lo sguardo al sotto ponte di via Tenda a Ventimiglia, osservando le dinamiche in atto è possibile affermare che l’intenzione istituzionale sia  quella di produrre un’esclusione/ghettizzazione radicale di una parte di popolazione, della quale lo stato non si interessa in nessun modo e sulla quale mette in opera una sorta di selezione.

I più forti resisteranno, i più deboli saranno eliminati. Chi resisterà avrà sempre la chance di poter uscire dal ghetto /  passare il confine – dall’esclusione ad un’inclusione selettiva –  molto spesso (ma non sempre né necessariamente) trasformato, grazie anche ai dispositivi burocratici e alle procedure disumanizzanti per i permessi di soggiorno, in un corpo docile, totalmente disponibile allo sfruttamento.

La morsa di gelo che ha serrato l’Italia nell’ultima settimana del febbraio di quest’anno richiama cupamente alla mente la morsa che  attanaglia la maggioranza delle coscienze dei cittadini “legittimi” di un Paese sempre più vicino alla barbarie.

Un gelo difficile da sopportare, soprattutto per chi viene e per chi ama i climi caldi e meridionali.

Sotto la neve e gli strati di ghiaccio, tuttavia, la vita trova il modo di serbare le sue energie per riespodere, senza bussare, in primavera.

Anche le energie di chi ama la vita e la libertà, se ritrovate e alimentate, sanno diventare molto più potenti di qualsiasi prigione di ghiaccio.

 

a cura di g.b.

[1] https://www.facebook.com/progetto20k/posts/584120855281166

[2 ]Invitiamo a guardare il video reportage realizzato dai due giornalisti che potete trovare al seguente link  https://video.repubblica.it/edizione/genova/ventimiglia-anche-un-bimbo-di-3-mesi-fra-i-migranti-bloccati-nel-gelo-ma-il-centro-di-accoglienza-non-si-fa/298430/299055   

 

 

Prima della neve

Sabato 27 febbraio è stata una giornata di lavoro intenso sotto al ponte di via Tenda.

Avremmo fatto almeno 40 visite.

Rispetto alla scorsa estate ci sono più persone che vivono sotto al ponte del cavalcavia lungo al fiume, con un numero senza precedenti di donne e bambini anche molto piccoli.

L’insediamento sembra sempre più stabile, con baracche costruite con pezzi di legno e teli di plastica. Le persone che vivono lì sono prevalentemente eritree e sudanesi. Al momento, tutte le donne sole e le madri sono eritree.

Le persone che abbiamo visitato erano giovanissime. Tantissime affette da scabbia. Spesso con sovra-infezioni molto importanti. Grazie alla nostra disponibilità di farmaci e grazie alle scorte di indumenti stivati presso l’infopoint Eufemia abbiamo potuto somministrare il trattamento antiscabbia a molte persone, dopo esserci assicurati che avessero compreso come eseguire correttamente tutta la procedura.

Molti ragazzi avevano l’influenza, alcuni di loro sembravano avere la polmonite. Per questi ultimi, avvalendoci dell’aiuto nella traduzione di compagni di viaggio o di persone solidali, abbiamo scritto delle lettere di invio al pronto soccorso, perché eseguissero una radiografia del torace.

Moltissime persone presentavano ferite infette, difficili da tenere pulite per le pessime condizioni igieniche della vita sotto al ponte e per l’impossibilità di lavarsi.

Le persone erano molte e la difficoltà di comunicazione, associata alla precarietà del luogo e alla mancanza di un minimo di riservatezza, creavano difficoltà per tutti.

Per il pomeriggio di sabato avevamo in programma un incontro con alcune donne solidali del territorio, per fare chiarezza in merito al diritto all’assistenza sanitaria per le persone senza documenti in Italia e per spiegare le patologie più comunemente da noi osservate nel corso di questi anni a Ventimiglia. L’incontro è andato molto bene, e durante questo molte solidali hanno espresso la preoccupazione per la condizione della gente sotto al ponte, visto l’arrivo del freddo intenso:  più volte si sono tentate telefonate alle autorità della zona per capire cosa fosse possibile fare in proposito.

In serata siamo rimasti a Ventimiglia per un aperitivo organizzato per sostenere il bar Hobbit di Delia. Delia è una delle pochissime persone (se non l’unica) che gestisce un’attività commerciale ad essere sempre stata accogliente con chi viaggia, diventando, nei mesi, un punto di riferimento per tutti coloro che si impegnano in attività di solidarietà diretta e concreta con le persone in viaggio. Prima dell’inizio dell’aperitivo, Delia ha parlato a lungo con un gruppo di boy-scout giunti per la prima volta a Ventimiglia, con l’obiettivo di comprendere meglio la situazione e maturare una consapevolezza rispetto alla chiusura delle frontiere e alle storie delle persone migranti che rimangono bloccate a Ventimiglia. Delia ha raccontato loro i fatti salienti di questi due anni e mezzo e ha espresso anche molte lungimiranti considerazioni su come la convivenza con persone giovani e con storie diverse potrebbe costituire un elemento di stimolo e un arricchimento per tutti nella città di Ventimiglia.

A riprova del suo, fondamentale, ruolo di riferimento per le persone in transito, siamo stati chiamati da lei per visitare una giovanissima mamma eritrea di circa 16 anni con una bimba di pochi mesi: ambedue con la scabbia. E’ stato estremamente difficile comunicare con la ragazza, nonostante ci fosse qualcuno che tentava di fare da traduttore. Appariva spaventata, voleva andare al più presto a prendere il treno. Non capivamo se avesse fatto o meno il trattamento per la scabbia. Infine si è defilata velocemente, seguita da alcuni solidali che in seguito ci hanno informato che, salita sul treno, pare avesse poi anche superato Mentone.

La mattina seguente, per favorire il dialogo con le persone che avessero problemi di salute, abbiamo deciso di montare sotto al ponte un gazebo che alcuni solidali, medici e non, hanno procurato appositamente per questo scopo e che viene conservato presso l’info-point Eufemia.

Le temperature, intanto, si stavano abbassando. Abbiamo visitato diverse persone, alcune con i segni mai completamente guariti delle torture subite in Libia, come dolori persistenti nelle sedi di diverse bruciature sul tronco. Un giovane sudanese aveva un danno corneale evidente, risultato di un colpo in faccia infertogli in Libia con il calcio di un fucile. Gli abbiamo detto che chiaramente non potevamo fare nulla in quelle condizioni e gli abbiamo consigliato di farsi visitare una volta raggiunto il paese di arrivo. Abbiamo poi visto ancora molte persone affette da scabbia. Una solidale ci raggiunge accompagnata dalla giovane madre eritrea visitata il giorno prima su segnalazione di Delia e da un suo connazionale. Veniamo così a sapere che la polizia francese l’aveva, nel frattempo, identificata a Cannes e nonostante si trattasse di una persona di minore età con una figlia di tre mesi, l’aveva rispedita in Italia. 

Era di nuovo a Ventimiglia sotto il ponte, più confusa che mai. Siamo almeno riusciti a convincerla, questa volta, a sottoporre sé stessa e la piccola al trattamento per la scabbia.  È stata dunque accompagnata da una amica solidale all’infopoint e qui aiutata nella la procedura del trattamento antiscabbia per sé stessa e per sua figlia.

Nel pomeriggio siamo partiti per Genova mentre iniziava a nevicare forte e a fare molto freddo.

È difficile accettare che, in tutta Europa, anche nelle situazioni climatiche più estreme, la scelta sia stata di impedire il libero movimento di esseri umani in virtù della re-istituzione dei confini, anche se il rischio per la salute delle persone che rimangono intrappolate  è così grave.

Nel caso italiano, e nello specifico a Ventimiglia, era  noto da giorni che il gelo sarebbe giunto anche a basse quote dove in genere non arriva, ovvero anche lì sotto quel ponte dove bambine e bambini, donne e uomini vivono già in condizioni estreme.

Sotto quel ponte, dove già da anni ormai i diritti a condizioni igieniche decenti, al cibo, all’acqua, sono stati negati.

Falsamente di queste politiche inumane si è arrivati ad accusare proprio le vittime , facendosi scudo della presenza di un centro di accoglienza della croce rossa, molto difficile da raggiungere a piedi senza rischiare la vita, vista la strada molto percolosa, nonché illegale secondo le leggi dello Stato in quanto donne e uomini, bambine e bambini, anche non accompagnati, sono costretti a vivere promiscuamente in container.