All’apice di una campagna elettorale interamente incentrata sull’immigrazione, alienarsi i consensi del crescente elettorato xenofobo italiano rappresenta un rischio che le autorità non hanno alcuna intenzione di correre. In quest’ottica, il discorso fascista ormai ampiamente sdoganato, viene protetto arrivando a vietare qualsiasi espressione di dissenso, che sia davanti a un gazebo di CasaPound o in occasione di un comizio elettorale di Salvini, all’indomani delle sue inaccettabili affermazioni rispetto ai fatti di Macerata.
Il 14 ottobre 2017 il partito fascista CasaPound ha installato ungazebo informativo a Ventimiglia per illustrare il proprio programma politico e parlare in termini razzisti e xenofobi del loro punto di vista riguardo l’immigrazione.
Il 9 febbraio 2018 il Teatro Comunale della città di confine ha ricevuto la visita del candidato premier della Lega Nord Matteo Salvini. L’obiettivo della giornata era quello di presentare alla cittadinanza il programma leghista che il partito delle ruspe porterà alle elezioni in Marzo.
Alla domanda di un giornalista di Sanremonews su cosa farebbe lui a Ventimiglia, Salvini ha risposto: “Qui bisogna fare come i francesi!” Questi si distinguono per violare numerose norme di diritto internazionale con respingimenti arbitrari da parte della polizia di frontiera e della gendarmeria, che non espletano le verifiche del caso per accertare lo status giuridico della persona respinta, come prevederebbe invece il trattato di Dublino. Rimandano quotidianamente in Italia i minorenni, anche non accompagnati, che tornano a stare in strada privi di qualsiasi tutela.
Non soddisfatto, il leader della Lega ha proseguito dicendo “tornerò a Ventimiglia da Presidente del Consiglio e posso garantirvi fin d’ora che non ci sarà più nessun clandestino. “Mentre all’interno del teatro ventimigliese c’erano circa 500 persone, fuori uno schieramento di poliziotti in borghese e antisommossa, unitamente ad agenti della digos, si premuravano di allontanare chiunque potesse sollevare contestazioni rispetto ad una campagna elettorale giocata sullo sdoganamento di una sempre più allarmante xenofobia e di prospettive fasciste e razziste spacciate come soluzioni a tutti i mali del paese.
Mentre il centro di Ventimiglia riceveva le attenzioni di Salvini e della stampa, in via Tenda, nel quartiere popolare di Roverino dove trovano riparo centinaia di uomini e donne migranti, veniva rimosso da agenti di polizia in borghese uno striscione recante le parole “Da Ventimiglia a Macerata solidarietà, razzisti fascisti leghisti sono i veri terroristi”.
La motivazione addotta, è stata che il contenuto della striscione avrebbe potuto infastidire qualcuno.
In entrambi i casi il comportamento delle forze dell’ordine è stato il medesimo: vietare qualsiasi contestazione pacifica da parte di chi voleva manifestare il giusto dissenso verso la presenza di forze apertamente fasciste, xenofobe e incitanti all’odio razziale in un territorio delicato come quello di Ventimiglia.
Pubblichiamo un’intervista al CAZ – Collettivo Alpino Zapatista di Genova – che insieme ad Ape – Associazione Proletari Escursionisti di Milano –domenica 18 febbraio organizza una gita sociale attraverso i sentieri che collegano Ventimiglia a Mentone.
L’iniziativa “Calpestiamo il Confine” viene organizzata dopo un lungo periodo di assenza (per lo meno dal lato italiano) di iniziative pubbliche riguardanti la situazione nella zona di confine di Ventimiglia organizzate da solidali con le persone migranti.
Un silenzio dovuto principalmente alle grandi difficoltà di agibilità politica incontrate dai solidali e dagli attivisti antirazzisti in quel territorio. La repressione poliziesca di ogni manifestazione di dissenso verso le politiche di discriminazione e cattiva accoglienza, messa in atto dalle istituzioni italiane, ha reso particolarmente difficile l’organizzazione di momenti collettivi sia di denuncia che di solidarietà.[1]
Al contrario, negli ultimi mesi le istituzioni hanno tollerato e spesso incentivato l’organizzazione di manifestazioni xenofobe da parte di forze politiche o comitati di cittadini razzisti.[2]
In questo scenario, la passeggiata sociale organizzata dai compagni del Caz e dell’Ape, come momento di riflessione collettiva, è un piccolo ma decisamente importante passo per ricominciare a contrastare, anche pubblicamente, la banalità del male che permea Ventimiglia e la sua frontiera.
Il 18 febbraio si terrà l’iniziativa “Calpestiamo il confine”, organizzata dal vostro gruppo, il Caz (Collettivo Alpino Zapatista) e da Ape (Associazione Proletari Escursionisti) Milano. Potete darci qualche informazione pratica sull’iniziativa?
Sarà una gita sociale, volta a sensibilizzare su quello che sta avvenendo nel territorio del confine ventimigliese.
L’appuntamento è a Genova alle 8 in Piazza Dante; a Milano alle 6,30 in via Confalonieri 3, di fronte a Piano Terra, oppure direttamente a Ventimiglia alle 10.20 davanti alla chiesa delle Gianchette, in via Tenda. Il sentiero è abbastanza semplice, adatto a tutte\i. Ricordiamo comunque di portare abbigliamento adeguato, acqua e pranzo al sacco.
Per qualunque informazione si può scrivere a caz.info@insiberia.net oppure milanoape@gmail.com oppure tramite l’evento fb o alla pagina Collettivo Alpino Zapatista.[3]
Non è la prima volta che il vostro collettivo organizza delle escursioni sulle montagne che segnano il confine italo-francese tra Ventimiglia e Mentone. Da cosa nasce il vostro interesse per questo territorio?
Questo confine (come gli altri) rappresenta una contraddizione enorme dentro la comunità Europea: permeabile ai bianchi ed alle merci, è invece assolutamente chiuso e respingente, spesso in maniera violenta, per le persone non bianche. Il risultato è che i migranti e le migranti provano a passare dai monti: spesso senza attrezzatura adatta, di notte per non farsi scoprire dalla polizia. Senza conoscere la strada da percorrere ogni sentiero diventa pericoloso, in particolare quello che è divenuto tristemente famoso come “sentiero della morte”, uno dei più utilizzati per comodità e vicinanza ai centri abitati. Ad oggi sono almeno 16 le morti accertate nel tentativo di passare il confine italo-francese a Ventimiglia, di queste molte sono avvenute proprio sul sentiero che proponiamo per la gita di domenica 18. Questa concezione delle Alpi come barriera riemerge ciclicamente nella storia. Per noi che viviamo la montagna come spazio di incontro e di libertà è una concezione odiosa, pericolosa ed errata. Pensiamo che ognuna\o abbia diritto a muoversi come meglio crede.
Gli abitanti della Val di Susa, attivisti e militanti No Tav, da un po’ di tempo si stanno confrontando con l’apertura di una nuova rotta migratoria che attraversando la loro valle porta in Francia scavallando il Col de l’Échelle. E’ da poco nato un collettivo, Briser les Frontière, che si propone di organizzare la solidarietà attiva alle persone migranti e che il 14 gennaio scorso ha organizzato una ciaspolata solidale per portare l’attenzione sulla violenza della frontiera. [4] Qualcuno di voi ha partecipato, volete raccontarci qualcosa di quell’iniziativa?
Foto della marcia del 14 gennaio organizzata al confine italo-francese tra la Val di Susa e la Val de la Clarée
Siamo salite\i un paio di volte in Val Susa oltre al 14 Gennaio. L’iniziativa è andata bene e la situazione in valle è per certi versi simile a quella che sta vivendo Ventimiglia anche se c’è una determinante differenza: i valichi sono più in alto, c’è la neve e questo rende le cose ancora più difficili e pericolose per chi vuole passare. Si affrontano condizioni davvero estreme con il rischio di perdersi, congelarsi o il pericolo delle valanghe. Le\gli attiviste\i e le \i solidali al di qua e al di la del confine si stanno organizzando dal basso, e la comunità di quelle valli sta dando una prova di umanità e resistenza notevole. I tentativi di attraversamento dei valichi sono decine quotidianamente. Lo Stato Francese risponde con ferocia braccando, cacciando, respingendo anche i minori e lasciando le persone respinte ai valichi alpini di notte e in situazioni di serio pericolo. Si sono registrati dei casi di congelamento con amputazione degli arti e delle morti di persone in fuga dalla polizia. Le istituzioni italiane non sono comunque da meno, all’indifferenza e al controllo hanno aggiunto la politica della dissuasione: in diversi comuni le amministrazioni hanno ordinato di chiudere nelle ore notturne le sale d’aspetto delle stazioni, unico ricovero possibile per chi viaggia nell’inverno alpino.
L’amore per la montagna, l’alpinismo, l’escursionismo parlano di libertà, di connessione profonda e rispettosa dell’uomo con la natura, di recupero di un tempo diverso rispetto a quello alienato delle metropoli globali. Questa dimensione che voi coltivate con il vostro collettivo ha un legame con il fenomeno attuale della migrazione che interessa da vicino i luoghi che abitiamo? E se sì di che tipo?
Nel nostro modo di andare in montagna c’è un concetto di base che è fondamentale: si va tra pari, senza discriminazioni, nel rispetto e nella messa a valore delle differenze. La montagna è un luogo di incontro, scambio e arricchimento, una cerniera e non una barriera, un luogo dove non è assolutamente accettabile negare un aiuto a chi ne ha bisogno. In montagna si va rispettando tutto quello che ti circonda, persone e paesaggio, si va al passo del più lento, magari anche rinunciando al proprio personale interesse per il benessere del gruppo o del singolo e della singola in difficoltà. Questo concetto è chiaro a chiunque vada in montagna: se c’è bisogno devo aiutare, è umano. In questo pensiamo siano molte le connessioni con chi, persone in transito e non, oggi si trova ad agire una vera e propria resistenza contro la disumanizzazione sul confine di Ventimiglia.
Quali sono gli obiettivi dell’iniziativa del 18 gennaio?
Ciò che ci auguriamo in ogni nostra gita: ossia che gente diversa si possa incontrare sui sentieri, che camminando lentamente si chiacchieri meglio e si condivida quello che ognuna\o si porta nello zaino.
Quando siamo saliti per la prima volta sul “sentiero della morte” abbiamo vissuto una sensazione strana, molto profonda: resti di giacigli, scatolette di cibo, le scritte sui muri dei ruderi usati come bivacco aspettando la notte, spazzatura, una borsa proprio sul confine con un accendino, qualche sigaretta ed un messaggio. In quel giorno i fatti da telegiornale, i dati, le cifre, i flussi, i decreti sono diventati corpi, storie ed occhi lucidi. Si respira un’aria strana sui sentieri sopra Ventimiglia. Proveremo anche ad operare una raccolta dei materiali smarriti o abbandonati lungo il sentiero, in modo da radunarli in una mostra che possa, nei prossimi mesi, raccontare anche a valle quello che succede alle persone lassù.
Ci piacerebbe che tanta gente vivesse quell’esperienza, provare ad aprire gli occhi sul fatto che tra due cimiteri per migranti come il Mediterraneo e le Alpi c’è l’Italia.
Intervista al CAZ, a cura di g.b.
[1] Recentemente abbiamo pubblicato un’intervista ad una solidale incappata nelle maglie della repressione, nella quale viene descritto efficacemente il ruolo delle istituzioni nelle vicende politiche degli ultimi due anni e mezzo nella zona di confine di Ventimiglia: https://parolesulconfine.com/ioculano-e-rosella-repressione-e-solidarieta/
Rosella Dominici è una volontaria e attivista imperiese, impegnata in azioni di solidarietà coi migranti che rimangono intrappolati a Ventimiglia, da quando, nel 2015, la Francia sospese gli accordi di Schengen e chiuse la frontiera con l’Italia.
Il prossimo Venerdì 9 Febbraio 2018, al Tribunale di Imperia, Rosella sarà processata per diffamazione aggravata: una denuncia che arriva dal Sindaco della cittadina di frontiera, Enrico Ioculano, al quale la solidale diede del “bastardo” in un post su Facebook. L’episodio risale al 30 Settembre 2015, a poche ore dalla conclusione di sgombero del presidio nella pineta dei Balzi Rossi, iniziato pochi mesi prima dai migranti in protesta contro il blocco di confine.
Alla sera, Rosella aprì un post su Facebook e scrisse di getto, con rabbia e amarezza, contro chi aveva messo la propria firma sugli eventi di quella giornata.
Il processo per diffamazione si è aperto il primo dicembre 2017, presieduto dalla giudice Daniela Gamba, con la testimonianza della diretta interessata, difesa dagli Avv. Gianluca Vitale del Foro di Torino e Avv. Francesco Fazio del Foro di Savona. Poichè il sindaco Ioculano era quel giorno impegnato a Roma, una seconda data del processo è stata quindi fissata per il 9 Febbraio 2018, per ascoltare le parole dell’accusa.
Abbiamo incontrato Rosella, chiedendole di raccontarci la genesi e la storia di questo processo: si è finiti per parlare dell’oggi, con un occhio al passato e uno al presente della cittadina frontaliera. Un occhio sensibile e attento alle ingiustizie e alla grave situazione in cui versano le persone in viaggio. Uno sguardo lucido e vigile e che non può fare a meno di notare come, nello scorrere dei mesi, le cose siano solo peggiorate. Per tutti.
Rosella, ci puoi raccontare a grandi linee che cosa accadde il 30 settembre del 2015: quali fatti e quali emozioni ti portarono a scrivere che il sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano fosse stato un “bastardo”?
Certamente: iniziamo dal post e dal perchè scrissi quell’affermazione contro il sindaco.
Era la sera del 30 settembre 2015, dopo un’intera giornata di sgombero dei Balzi Rossi, e su quel post, a parte la scritta, misi la foto della ruspa che aveva distrutto e buttato nei bidoni centinaia di tende, medicinali, un magazzino di cibo, vestiti, documenti dei ragazzi.
Per tutto il giorno i blindati e centinaia di poliziotti hanno circondato i ragazzi sugli scogli, trattandoli come criminali e impedendo a chiunque, cittadini, associazioni, di portargli acqua e cibo.
Questo è stato il senso del post, il contesto: la rabbia e la frustrazione per ciò a cui avevamo dovuto assistere.
Dopodichè bisogna per forza parlare dei Balzi Rossi, per capire: spiegare come è nato quel campo e che cosa ha significato per centinaia di persone. Il presidio sugli scogli di fronte al confine era iniziato a metà giugno: i migranti che erano arrivati lì x passare la frontiera hanno trovato chiuso. Per protesta scesero sugli scogli e da lì si sono rifiutati di spostarsi. Mi ricordo che in quelle giornate faceva un caldo pazzesco, quindi assieme ad altri solidali siamo andati subito a prendere cestelli d’acqua e qualche ombrellone. Nei giorni seguenti abbiamo messo delle vele sugli scogli per l’ombra… e insomma, da lì è iniziata questa solidarietà pazzesca durata oltre tre mesi.
Non è che al campo ci fossero i no borders, al campo c’erano persone: i volontari, le associazioni, gli attivisti, gli avvocati, i medici… c’era proprio una realtà… c’era un pezzo di umanità! Per tutta la durata dei Balzi Rossi c’è stato un flusso ininterrotto di gente che portava qualsiasi cosa di cui ci fosse bisogno: per mesi si è realizzata una solidarietà che, quel giorno, venne distrutta nell’arco di 12 ore di assedio.
Il senso di quella distruzione e di quelle ruspe?
Non c’è: non ci fu senso allora e non vedo nessun senso ancora oggi.
Attraverso il post incriminato hai voluto esprimere un’opinione: ritieni che il sindaco Ioculano sia in qualche modo responsabile di quello che accadde nell’estate del 2015 e degli eventi che seguirono?
Da mesi Ioculano era uno di quelli in prima fila per chiedere lo sgombero del campo.
Tirava ripetutamente fuori questa storia che lì c’erano i no borders… come se questo volesse dire qualcosa di particolarmente grave in sè.Una fissa che questi del PD hanno rispolverato ancora il primo di dicembre in televisione: mentre ero a processo a Imperia, Ioculano era infatti in onda sul La7 a “L’aria che tira”, occasione nella quale Vauro ha ricordato al sindaco le sue responsabilità per aver firmato il divieto di dare acqua e cibo ai migranti. Vauro ha parlato di ordinanze analoghe che vennero promulgate durante il nazismo contro gli ebrei, e Ioculano, per tutta risposta, ha fatto spostare il discorso dicendo che quella era una situazione particolare e che ai Balzi Rossi, comunque, vi erano più ragazzi bianchi no borders, che migranti (Cosa peraltro non vera). Come dire che era quindi automaticamente un posto di gentaglia, tralasciando tutto l’immenso lavoro di solidarietà che invece si stava portando avanti.
E comunque l’ordinanza in questione è perdurata negli anni ben oltre l’esperienza dei Balzi Rossi, ed è rimasta in vigore in situazioni terribilmente peggiori. Questa è la sua idea di quella che è la solidarietà.
Ed è proprio il motivo per cui ho scelto di andare a processo invece che chiedergli scusa. Non solo ha continuato a difendere un’ordinanza che affama la gente, ma, nei mesi, ha fatto sgomberare un nuovo campo solidale sorto nel 2016 sotto al ponte di Via Tenda; e poi ha lasciato che venisse chiusa anche l’esperienza di accoglienza all’interno della chiesa delle Gianchette; e ha proseguito su quella strada lì, mi pare, viste anche le affermazioni del signor sindaco nel consiglio comunale del Novembre scorso.
Avrei potuto chiedergli scusa come ha fatto un’altra ventina di persone: c’erano altre denunce in ballo, che lui ha però ritirato in cambio di qualche centinaio di euro, di scuse scritte… non lo so nemmeno e non mi interessa: non ho nulla di cui scusarmi con Ioculano. Secondo me è il sindaco che dovrebbe piuttosto chiedere scusa ai migranti per quello che sta succedendo.
Altro che Balzi Rossi: basterebbe andare a vedere che cosa c’è adesso lungo il Roja!
Per il sindaco la soluzione di tutto sarebbe il campo di Croce Rossa (che comunque andranno a smantellare per una serie di accordi commerciali sull’area del ex parco ferroviario), a chilometri dalla stazione, in un posto isolato e lontano da qualsiasi servizio della città, su una strada così pericolosa che c’è da aver paura a percorrerla persino di giorno. Bisogna prendere atto di questa situazione e chiedersi come mai le persone lì non vogliano andare: avranno dei motivi se preferiscono restare sotto al ponte?
Perdipiù, con la chiusura dell’accoglienza alle Gianchette, si è perso anche l’unico posto un minimo tutelato per le donne e i minori. Oggi le ragazze, le giovani madri e i bambini vivono esposte ad abusi e sfruttamento di ogni tipo, senza nessuna tutela.
Come ti vivi questo processo? È un episodio che ti colpisce a livello personale ed individuale, ma è vero che il contesto in cui si inserisce ci racconta di molti pezzi, moltissime persone… Come ti fa sentire l’accusa di diffamazione aggravata? Se potessi tornare indietro, scriveresti di nuovo quel post?
Sinceramente? Me la vivo senza farmi troppi problemi. Nel senso che io ho scelto quella strada lì. L’ho scelta già nel 2015 e l’ho scelta coscientemente. E sì, assolutamente: visti gli eventi di quella giornata, ripeterei tutto nella stessa maniera.
Non ci sono santi su questa cosa: non sono i solidali il problema, non sono i migranti il problema.
Il problema è sempre stato il confine: lo era allora, lo è oggi e lo sarà finchè decideranno di sbarrare la strada alle persone.
Non si può scordare che Ventimiglia sia un posto di frontiera: se tu ne sei il sindaco, hai un paio di modi per provare a governare. Puoi organizzare un’accoglienza come si deve, o puoi far diventare un problema le persone stesse. Ma la seconda è una scelta priva di senso e strategia. Non fermi le persone, così come pure la solidarietà: la puoi stroncare ma solo fino a un certo punto.
Puoi mettere barriere e inventare mille leggi, ma l’essere umano mica si ferma!
Anzi guarda, secondo me Ioculano, denunciandomi, si è creato comunque un ulteriore boomerang: perchè il primo dicembre grazie al processo, mentre lui stava in televisione, a Imperia c’è stata comunque una dimostrazione di solidarietà nei confronti dei migranti. I giornali hanno parlato di nuovo della situazione delle persone bloccate a Ventimiglia, delle ordinanze del sindaco. Non so quanto a lui sia convenuto tutto ciò (scappa una risata).
Nelle tue intenzioni, il processo è quindi un’occasione per riaccendere una luce sulle dinamiche e sugli eventi che si stanno verificando in frontiera e a causa di questa: pensi che sia valido utilizzare lo spazio dei processi e le conseguenze della repressione a questo scopo?
Certamente: secondo me i processi ai solidali dovrebbero essere utilizzati proprio per questo.
La mia volontà è stata proprio quella di far parlare di nuovo di Ventimiglia, della situazione che c’è e della frontiera. Poi non è che io abbia fatto chissà che cosa in tutta questa vicenda: ho solo scritto un post di rabbia e di getto, dopo una giornata terribile. Perchè è stato davvero feroce veder distruggere tutto quello che centinaia di solidali hanno portato al campo per mesi.
Mi ricordo bene quel periodo: andavo tutte le volte che potevo, ai Balzi Rossi, assieme a tantissimi altri, per portare solidarietà. E noi quella roba la sistemavamo, la mettevamo in ordine… hanno distrutto l’impegno e la cura di mesi ! Nemmeno hanno salvato le tende per darle ad esempio ai terremotati. Voglio dire: erano risorse, soldi, fatica, generosità. Le hanno prese con la ruspa e le hanno tirate nei cassoni dell’immondizia, buttando via tonnellate di materiale arrivato dai solidali di tutta Europa. Come ho già detto, ai Balzi Rossi c’era tutto il necessario per una vita dignitosa, inoltre si facevano corsi di lingue, corsi di nuoto, di geografia… Un’accoglienza e una condivisione vere, totali. Tanti migranti lì hanno trovato una sorta di famiglia, incontrando ragazzi come loro, persone come loro, amici che a costo zero per il comune facevano un lavoro immenso.
Un lavoro che comunque l’amministrazione non è evidentemente in grado di sopperire e gestire, considerando come si sono poi evolute le cose sul territorio. Uno sgombero crudele e persino dannoso, che non ha affatto migliorato la situazione.
Ma infondo, basta pensare che Ioculano è un sindaco del PD, lo stesso PD di Minniti e degli accordi con la Libia: detto questo è detto tutto!
Si sente tanto parlare di questo fantomatico decoro: ma il decoro come lo crei? Lo crei facendo accoglienza vera. Costruendo dignità e attenzione. In questo modo invece che migliorare le cose, stai creando davvero un’emergenza! Con oltre duecento persone sotto al ponte, come fai a non ammettere che si stia sbagliando qualcosa?
Io capisco i ventimigliesi, davvero: capisco che ritengano questa situazione un problema, anzitutto per loro stessi. Ma chi ha creato tutto questo? Chi ha fatto saltare tutti i tentativi di dare uno spazio decente alle persone in attesa di passare la frontiera?
Credo che il sindaco abbia perso più di un’occasione in questi tre anni: avrebbe potuto scegliere di coordinarsi con i solidali per gestire spazi di accoglienza al transito, invece che sopprimere tutte le forme di solidarietà.
Il 9 Febbraio Ioculano dovrebbe essere in aula…
Sì esatto. Presumo che venerdì ci sarà anche il sindaco in tribunale. Il primo dicembre 2017 , quando il suo avvocato ha detto: “il sindaco non c’è, è a Roma” pensavamo fosse impegnato in qualche faccenda politica. Invece era a L’Aria che tira su La7, contro Vauro tra l’altro, per cui non gli è nemmeno andata tanto bene: gli è girata male l’aria un po’ dappertutto insomma, da Ventimiglia a Roma! (sorriso divertito)
Venerdì a Imperia farà un po’ la parte della vittima, immagino, ne approfitterà per fare campagna elettorale. Non lo so che cosa dirà, ma lui è un politico e io no: metterà le cose dialetticamente molto bene, penso. Anche se alla fine sono anni che si lamenta ma trova tempo da perdere con la sottoscritta.
Hai ricevuto, da parte degli altri attivisti, dei volontari e dei solidali, un appoggio in questo percorso processuale?
Sì assolutamente! C’è stata molta solidarietà, l’ho sentita forte. Mi fermano persino per strada e nei negozi mentre faccio la spesa e mi dicono: “Brava! Resisti!”. E parlo di gente qualunque, conoscenti, persone lontane dalla realtà di Ventimiglia. Anche la mia famiglia è stata assolutamente comprensiva: sanno quello che faccio e quello in cui credo, sanno del mio impegno nella solidarietà. Anche se all’inizio ho fatto fatica a spiegare a mia figlia che andavo a processo per un post di quel tipo lì, lei l’ha capito in un secondo. Nessuno mi ha detto: “hai sbagliato”, perchè tutti sanno l’impegno e la fatica che metto nel dare una mano a queste persone.
Non ho avuto problemi nemmeno rispetto ai media, devo dire. La questione del mio post ha avuto una risonanza notevole, ed i giornali hanno pubblicato il comunicato scritto in mio supporto. Si è piuttosto parlato molto del contesto, della situazione che c’è Ventimiglia, e questo mi rincuora.
Come pensi di organizzarti rispetto alla richiesta del sindaco di ricevere delle scuse e una forma di risarcimento economico per il famigerato insulto?
Ahahah!!! bella sta domanda, mi piace guarda!!! Non gli ho chiesto scusa in tre anni, gliela chiedo ora dopo aver fatto venire gli avvocati da Torino? Mi vedo già la faccia degli avvocati se facessi una cosa del genere… ahahaha! No ragazzi, eh no, io non devo chiedere scusa a nessuno.
Anche in questo passaggio Ioculano ha dimostrato di avere veramente poco buongusto: fai il sindaco, sgomberi un presidio di solidarietà che era pure efficace nell’accogliere in modo dignitoso queste persone, lasci distruggere tutto quello che c’è… e poi la sera ti metti a leggere i post su Facebook ?! che cosa ti aspettavi di trovare, in risposta, da chi in quel campo c’era dentro da mesi e ci investiva tempo, energie, cura? Cosa ti aspettavi da chi conosceva quelle persone, quei ragazzi sugli scogli che hanno resistito un’intera giornata senza poter bere né mangiare? Hanno buttato via cose che nemmeno gli appartenevano, perchè quelle tonnellate di materiale raccolto erano cose dei migranti e dei solidali che le avevano portate.
Quindi, voglio dire: io vado a processo tranquilla e risoluta. Come ci sono andata l’uno: con mia figlia e con i solidali.
Ma chiedere scusa… andiamo…
Facciamo un passo avanti rispetto ai Balzi Rossi: durante quello sgombero ci fu una risposta mediatica di livello internazionale; due anni dopo quell’evento, veniva posta fine anche all’esperienza di accoglienza delle Gianchette, con la chiusura della chiesa dove sei stata volontaria. Come hai vissuto, rispetto al 2015, questo ulteriore passaggio?
La chiusura delle Gianchette rientra nel “cambiamento climatico” che c’è stato a Ventimiglia. L’esperienza della chiesa si è conclusa nella quasi assoluta indifferenza: una mattina sono arrivati dei pullman, hanno detto alla gente di prendere le loro cose e hanno portato via le persone. C’erano le volontarie che per mesi hanno aiutato in chiesa in lacrime, davanti a quella scena. Credo che questa repressione della solidarietà -le multe, i processi, i fogli di via, gli avvisi di pericolosità- stia effettivamente funzionando, ma al contrario rispetto al buonsenso: perchè funziona facendo dei danni enormi!
Per il resto non si sono ottenuti risultati su niente con questo accanimento. Ed è paradossale che la politica che hanno deciso di portare avanti non abbia giovato nemmeno all’immagine pubblica del sindaco.
Ma è ovvio: la repressione non risolve mai nulla. Lo dimostrano i fatti: dalla Val Susa a tutte le realtà sociali che resistono contro forme di repressione sempre più accanita . Alla fine, come dicono i No Tav: “non si può fermare il vento. Si può solo farlo rallentare.”
Hanno creato tanti problemi a me e a molti altri solidali, anche a livello economico, perchè comunque queste cose costano in termini di tempo, di energie, di risorse. Hanno dato 60 fogli di via da Ventimiglia e non solo….SESSANTA! per che cosa?
Perchè ci sono persone solidali con altre persone che vivono per strada, non certo per scelta ma perchè costrette dalla situazione? E poi? Che cosa vorrebbero concludere così?Quante energie usate nel modo sbagliato!
Insomma, Ioculano ha scelto di gestire la situazione con sgomberi, ordinanze, polizie, repressione: può anche cercare di fare il sindaco buono che ha lavorato al meglio per la situazione migranti a Ventimiglia. Però questa favola può raccontarla altrove: forse a Roma, forse in televisione appunto. Non può raccontarla a chi c’è in quel posto, a chi conosce Ventimiglia e la sua storia dal 2015.
Perchè poi, alla fine, che cosa ha ottenuto? Chi è contento dell’operato del sindaco? Cosa saranno le prossime elezioni? A chi daremo in mano Ventimiglia, grazie a questa politica di intolleranza e a quello che ha creato? Ioculano avrebbe potuto scrivere un’altra storia, trovare il coraggio di fare la differenza rispetto all’abbrutimento generale che si respira in tutta Italia.
C’è una traccia di sconforto in queste riflessioni.. Come vedi la situazione rispetto al perdurare della chiusura della frontiera?
C’è tanta tristezza, certo. Per come le cose sarebbero potute andare, per come stanno andando…e soprattutto per come andranno in futuro. È per questo che mi sta a cuore che si approfitti del processo per parlare di quello che sta succedendo ora: è un disastro la situazione a Ventimiglia. Quando ho detto ai giornalisti: “andate a parlare coi ragazzi sotto al ponte”, mi è venuto spontaneo dal cuore, non mi ero preparata quella frase.
Di questo bisogna parlare: non della mezza giornata che io passo là sotto cercando di rendermi utile; non del processo; non di quanto si sia offeso Ioculano per un post su Facebook; ma di quelle donne, di quegli uomini, di quei bambini intrappolati a Ventimiglia, delle conseguenze della chiusura dei confini e delle discriminazioni basate sul colore della pelle.
È solo questo quello che voglio: che si parli di loro.
E spero sinceramente che, insistendo tutti assieme, associazioni, Chiesa, chi ti pare insomma, si riesca a far riaprire uno spazio di prima accoglienza per la gente in viaggio, un posto idoneo specialmente per le donne i minorenni, alternativo alla Croce Rossa e che ne superi gli evidenti limiti. Solo un cambiamento in questo senso sarebbe un alleggerimento anche della mia situazione: poter tirare un respiro di sollievo, dopo tutte queste vicende inquietanti.
Diversamente, questo processo non mi cambierà proprio nulla: finito in tribunale tornerò a casa mia… e quelle persone resteranno lungo la strada…
Grazie Rosella, c’è altro che vorresti aggiungere?
Vorrei raccontare tre episodi che ritengo significativi rispetto al clima che si respira in frontiera.
Il primo risale all’estate scorsa: a Ventimiglia si stava lavorando per aprire un centro di accoglienza per venti minori non accompagnati e richiedenti asilo. Quando la notizia si è diffusa, c’è stata una manifestazione di protesta, autorizzata e partecipata da una cinquantina scarsa di persone. Un corteo brutto e davvero preoccupante, in cui hanno messo in testa proprio dei bambini a tenere uno striscione contro altri bambini. È bastato questo perchè l’amministrazione ritirasse tutto in fretta e furia: il centro che sarebbe dovuto sorgere nei pressi del Borgo (ai piedi della zona storica di Ventimiglia,ndr) non è più stato aperto.
Il secondo episodio, sempre sulla stessa scia, riguarda l’ultima manifestazione ventimigliese dei comitati di quartiere. La gente è partita dalla piazza davanti al cimitero ed ha sfilato per tutta via Tenda proprio davanti ai migranti: gli hanno urlato di tutto. Digos davanti, digos dietro, digos nel mezzo, digos di lato, percarità! E questi dei comitati che intanto gridavano qualsiasi improperio.
Quando sono arrivati davanti al legal ponit (l’info e legal point Eufemia, aperto in Via Tenda nella primavera 2017, dall’associazione volontaria Iris, ndr), i manifestanti si sono fermati lì e ci sono stati quanto hanno voluto, mentre noi eravamo dentro con le persone di colore che stavano ricaricando i loro cellulari. Questi fuori hanno detto qualunque cosa, e li hanno lasciati stare lì a provocare per tutto il tempo, ci sono anche i filmati. Dopodichè il corteo è arrivato alla rotonda e hanno bloccato mezza Ventimiglia. E le autorità hanno dato il permesso per una manifestazione del genere, sfilata apposta davanti a tutte le persone che vivono dal ponte, con slogan pieni di intolleranza e pregiudizi. Mi chiedo: quando mai avrebbero dato il permesso di manifestare davanti a uno dei tanti punti delle ultradestre che stanno aprendo? Vedi un po’ che è successo quando c’è stato il chiosco di Casa Pound a Ventimiglia. Contro di noi, invece, hanno potuto tirare insulti come meglio credevano e nessuno è intervenuto nonostante il dispiegamento di polizia.
Vorrei raccontare un’ultima cosa per completare il quadro sul clima che si sta diffondendo in Italia, non solo a Ventimiglia. Su un sito di informazione era riportato l’episodio del poliziotto che, nella stazione di Ventimiglia, se la prende con un ragazzo di colore e gli urla di tornarsene in Burundi. Nei commenti ho espresso la mia preoccupazione rispetto a certi atteggiamenti tenuti dalle forze dell’ordine, e mi sono augurata che il poliziotto in questione fosse stato quantomeno sospeso. Le risposte che mi sono arrivate… di tutto! Di tutto!
Un tipo mi ha scritto: “Rosella Dominici sei una troia, muori presto!”, riferendosi al mio impegno su Ventimiglia. E più sotto ancora: “è per colpa delle buoniste come te che questo paese va a puttane”! Con il mio nome e cognome… questo è stato il peggiore, ma è arrivata una valanga di insulti solo per aver commentato un video in modo assolutamente civile.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo, inviato alla redazione assieme all’espressivo reportage fotografico che fa seguito al testo. La lettrice ci propone una riflessione sul concetto di confine, sui molteplici spazi che esso genera ed investe e, soprattutto, sulle dinamiche di potere e gerarchia che questo sistema alimenta tutto attorno a sè. Si tratta di aspetti ormai arcinoti… oppure no?
Il regime confinario, nella sua profonda ingiustizia e nei meccanismi brutali che mette in atto, tende a sviare da se stesso l’attenzione, tende a diffondere strati di ovatta tra gli occhi e la coscienza, come raccontato dalla lettrice.
E infondo non vedere è più semplice e voltarsi altrove è meno doloroso. Ma lasciarsi accecare per la comodità e la quiete delle coscienze non è una giustificazione: distogliere lo guardo è diventare complici di ciò che non si vuol vedere.
Allora rimuovere questi strati, sollevare il velo, è solo un gesto di volontà. Un gesto che, oggi più che mai, diventa un dovere.
Riflessioni dagli arcipelaghi di confine
Questa volta sono arrivata a Ventimiglia da Trieste. Diretta autostradale dal confine Est a quello Ovest, dal Mare Adriatico al mar Tirreno, in mezzo solo terra. Ad Est i viaggiatori migranti provano ad entrare, ad Ovest provano ad uscire e scoprono di essere intrappolati.
Di volumi con tante definizioni di confine si potrebbero riempire scaffali e librerie. Forse ogni confine è diverso, o forse il confine è diverso a seconda di chi lo attraversa.
I confini sono disegnati con una linea, con un segmento per la precisione, con un inizio e una fine. In realtà sono più spesso delle fasce o addirittura delle geografie “a macchia”, arcipelaghi.
Chi non ha la faccia e il documento giusto per passare occupa gli spazi da cui non viene cacciato: solo quelli gli restano. Gli spazi invisibili e lo spazio del proprio corpo, ma il corpo, se non hai la pelle giusta, non puoi lavarlo, non puoi appoggiarlo su un letto per dormire, non puoi vestirlo o nutrirlo in modo indipendente. Del tuo corpo non disponi, non interamente.
Sei obbligato a chiedere: la tortura dell’incapacitazione, al confine, viene costantemente inferta. Al confine questa tortura ti ricorda che non sei più tu a disporre di te stesso e che devi accettare di essere assoggettato e sottomesso; e se non cedi alla tortura, se queste “regole” non sembrano accettabili… sei solo un altro numero da mandare via. Espulso.
Il confine che io trovo a Ventimiglia è fatto di persone sballottate da una parte all’altra del mondo, che come palline rimbalzano contro una rete costruita e costituita da altri uomini.
Il confine che vedo a Ventimiglia è fatto di poteri e della loro sedimentazione. Poteri che si fermano, tra la terra che è chiamata Italia e quella che è chiamata Francia, come i sassi più grossi portati dal fiume Roja, che rimangono fermi ad ostruirne il corso quando la corrente diminuisce
I poteri che si sedimentano al confine impediscono ai piedi delle donne e degli uomini di camminare verso l’orizzonte che loro stessi hanno scelto, piuttosto che quello che altri gli vogliono imporre. Poteri che impediscono ai piedi di fare ciò per cui sono stati creati.
I segmenti del potere sono tanti: ci sono quelli degli stati che mascherano il loro fallimento dietro le “emergenze”; ci sono quelli dei poliziotti che quando indossano la divisa si dimenticano che sono persone come gli altri, dimenticano che respirano ossigeno e idrogeno anche loro; ci sono quelli dei passeur che creano nuovi confini nell’imparare a passare quelli precostituiti.
Ci sono i poteri inferti dalla possessione, o dal non possedere.
Il confine di Ventimiglia è fatto dalla stazione, dai sentieri, da ciò che rimane nella memoria del campo ai “Balzi Rossi”, dal cavalcavia lungo via Tenda, dal parcheggio accanto al LIDL, dalla spiaggia dove si possono raccogliere legni da bruciare per riscaldarsi. Il confine di Ventimiglia è fatto di donne e uomini, perché senza chi immagina quella linea e senza chi prova ad attraversarla esso semplicemente cesserebbe di esistere.
Potrei scrivere delle donne che arrivano sole, a volte incinte o con bambini, che in Libia hanno visto tanti morire e che nell’attraversare il Mediterraneo sono state quasi prese dalle acque… per poi essere pescate, come pesci all’amo, da una politica schizofrenica e bipolare, che prima si rende complice e causa della tragedia e poi si mette la maschera e il costume del paese “civilizzato”.
Potrei raccontare degli uomini che, mandati indietro dal confine alto di Mentone, si accovacciano disperati lungo la strada che riporta all’Italia; oppure dei condomini di Via Tenda che escono di casa guardinghi e infastiditi dalla presenza delle persone sotto al ponte; dei gendarmi che chiedono i documenti; dei bambini che sanno ridere, sempre.
Tutte queste sono facce di confine. Ognuna di queste, se lo vorrà, si racconterà: non sarò io a parlare in nome loro.
Io racconto che ogni volta che mi avvicino a quella linea, che in realtà è fatta a macchie, l’ovatta che avvolge i miei occhi e le mie orecchie va in fumo perché sbatto contro un sistema che si palesa nella sua finzione: che in nome della parola “protezione” lascia tanti nella disperazione, che in nome della parola “sicurezza” uccide, che in nome della parola “identità” mente.
Ogni volta che da questa linea mi allontano, piano piano l’ovatta ricresce come un rovo invasivo. L’ovatta, il rovo, è la vittoria di un sistema che acceca e che è nato, cresciuto e continua ad essere implementato per affinare tecniche di accecamento.
Ventimiglia è uno dei luoghi dove il sistema rischia di fallire perché la sua maschera crolla, e gli occhi potrebbero vedere…
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, un articolo che ripercorre come il fenomeno delle proteste anti-migranti, così frequente negli ultimi tempi, si sia declinato a Ventimiglia.
La Cronaca italiana, da un paio d’anni a questa parte, ci ha fatto conoscere un nuovo tipo di soggetto sociale : il comitato, di cittadini, di quartiere, di abitanti, ecc. ecc. che si mobilita contro l’istallazione, nei dintorni delle proprie abitazioni, di centri e strutture di accoglienza ai/alle migranti. Il più delle volte, si constateranno il supporto (o la sobillazione) da parte di gruppi facenti riferimento ad aree politiche di estrema destra e l’ingigantimento strumentale della problematica, sia che l’accento venga messo sulla ‘piaga’ del degrado, sia che si paventino scenari di violenza e insicurezza.
Alcuni casi, di vere e proprie azioni organizzate o raid, hanno conquistato le prime pagine dei giornali, dando voce ad un’ansia securitaria che lascia impietriti, tanto è irragionevole : minori accusati di aggressioni mai avvenute a Tor Sapienza[1], una quindicina tra donne e bambini a Gorino[2], qualche famiglia in un palazzo di Via XX Settembre a Genova[3] … si potrebbe continuare a lungo ad elencare i ‘nuovi mostri’ che hanno scatenato fobie e isterismo da un estremo all’altro della penisola. A Multedo, quartiere del ponente genovese, si è arrivati a costruire una narrazione falsata, secondo la quale l’asilo di quartiere sarebbe stato chiuso per far spazio ai migranti[4]: il fumo negli occhi storpia la realtà, fino a far dimenticare che quell’asilo privato è stato chiuso per questioni di budget, poichè le rette non bastavano più a mandarlo avanti, secondo quanto dichiarato dalle Suore della Neve che lo gestivano. Per quale bizzarra traiettoria il problema trasla dal taglio indiscriminato allo stato sociale all’accoglienza di qualche decina di richiedenti asilo?
Nonostante la brutalità del confine, della repressione poliziesca, dell’assenza di un supporto istituzionale degno alle persone in viaggio, anche a Ventimiglia la rabbia si scatena nei confronti di chi questo sistema lo subisce e cerca di combatterlo. Quando la rabbia è cieca, diventa odio indiscriminato, quindi di facile strumentalizzazione. Il gioco è pericoloso e chi lo istiga non merita alcuna agibilità politica.
Negli ultimi anni stiamo assistendo in Italia all’emergere con forza di sedicenti gruppi / comitati cittadini spesso accomunati dai seguenti elementi:
– vertenze, presidi e cortei anti-migranti, contro il “degrado” e per la “sicurezza”, in larga parte espressioni di razzismo “di pancia”: quest’ultimo può essere collegato all’incomprensione dei fenomeni sociali in corso e all’incapacità frustrante di non sapere come agire politicamente, e quindi attraverso quale modalità interfacciarsi con le decisioni istituzionali;
– infiltrazione e/o guida di questi gruppi o comitati da parte dei movimenti di estrema destra (Lega Nord, Forza Nuova, CasaPound, oltre a specifiche associazioni ad essi collegate) con conseguente radicalizzazione delle pratiche (emblematici i casi di incendi / danneggiamenti alle strutture adibite all’ospitalità dei richiedenti asilo e delle barricate anti-profughi);diffusione di gruppi facebook intolleranti utilizzati per il coordinamento pratico e ideologico attraverso il tipico modello “Sei di (nome città) se”[5];
– concessione di agibilità politica da parte delle istituzioni locali nell’ottica della funzionale e deresponsabilizzante – per loro – “guerra tra poveri” (emersa in maniera evidente con l’esplosione della crisi del 2008).
[Questa riflessione tuttavia non deve portare a generalizzazioni riguardo al ruolo dei comitati cittadini che in molti casi nascono invece per opporsi a grandi opere inutili e/o alle discriminazioni dilaganti.]
Anche a Ventimiglia, da un anno a questa parte, si è sviluppato lo stesso fenomeno: sul territorio è infatti nato un movimento cittadino autodefinitosi prima “Adesso Basta” e poi “Ventimiglia Libera”, espressione di una rabbia viscerale e in larga parte disorganizzata, che però ha già all’attivo quattro manifestazioni di intolleranza nei confronti dei transitanti. Come già raccontato dal blog Parole sul Confine[6], nel corso di questi cortei sono stati individuati personaggi riconducibili a Forza Nuova e Lega Nord e sono stati urlati slogans palesemente razzisti (“Bruciate i loro bambini!”), oltre che commenti a sostegno di Gaetano Scullino (Forza Italia), sindaco della precedente amministrazione comunale sciolta per infiltrazioni mafiose un paio di anni fa. Come se non bastasse, infatti, a Ventimiglia la presenza della ‘ndrangheta calabrese è ancora molto forte e determinante nelle scelte della vita cittadina[7].
L’11 novembre 2017[8] abbiamo assistito all’ultimo episodio di questa trafila: circa un centinaio di cittadini ventimigliesi, tra cui alcuni esponenti della Lega Nord locale, si sono mossi in corteo per protestare contro la presenza dei migranti in città e per richiederne l’allontanamento dal territorio. Hanno mostrato alcuni striscioni con scritto: “Rivogliamo la nostra città”, “Ventimiglia dice basta”, “Tutti uniti per Ventimiglia” e “Ventimiglia: accoglienza, no delinquenza”. Passando da via Tenda, i manifestanti hanno insultato i/le solidali dell’info-legal point Eufemia, che da quest’estate si occupa di fornire gratuitamente servizi minimi ai ragazzi in viaggio (materiale informativo, ricarica cellulari, connessione internet, sportello legale). I volontari hanno scelto di non rispondere alle provocazioni, optando invece per la tutela collettiva dello spazio e dei ragazzi lì presenti[9]. Al termine della manifestazione, conclusasi di fronte al palazzo comunale, è stato letto il testo della “petizione anti-migranti” da inviare al prefetto di Imperia, con allegate alcune firme dei cittadini.
Risulta sostanzialmente chiaro come il tiro si stia indirizzando verso i soggetti più vulnerabili e attaccabili localmente, ovvero migranti e solidali.
L’illusione di avere un minimo di potere reale su quanto le circonda (purtroppo in senso reazionario), infatti, spinge queste persone a scendere in piazza denunciando l’abbandono “da parte dello Stato” e riuscendo immediatamente ad identificare il “nemico” da combattere: sembra proprio che la xenofobica divisione tra noi (“bianchi”) e loro (“neri”) stia tenendo banco, aprendo la possibilità di pericolose derive razziste.
Il tema del “degrado cittadino” risulta inoltre presente in questa populistica analisi: il problema non è una linea immaginaria chiamata frontiera, il problema non è l’atteggiamento dell’UE, degli Stati italiano e francese e delle istituzioni locali nei confronti delle migrazioni, il problema non è il Comune che lascia delle persone in condizioni igienico-sanitarie precarie e pericolose e che non attrezza la zona del greto del fiume almeno con bagni chimici, fontanelle e cestini dei rifiuti (questo chiaramente nell’ottica di impedire assembramenti informali, che tuttavia, nonostante gli sgomberi estivi avvenuti con le ruspe targate Pd, continuano ad esistere e resistere): il problema, per alcuni cittadini ventimigliesi, sono i ragazzi che sporcano, strumentalizzando i quali possono dunque esprimere il loro legalitarismo, utile per mascherare e giustificare il razzismo di fondo che li anima. E nulla sembra valere il fatto che ogni mercoledì scout Agesci, volontari e migranti si impegnino nel ripulire la zona del Roja cercando di renderla meno invivibile. È anche vero che la questione sta a monte: «Cos’è davvero il degrado? E’ nei resti di un accampamento di fortuna, nei pochi averi abbandonati sul ciglio della strada mentre si tenta la salvezza oltre confine, in questa miseria che spinge migliaia di esseri umani a rischiare (e spesso perdere) la vita… Oppure nelle politiche di accoglienza e negli interessi senza scrupoli di pochi, che di umano non hanno nulla? Il degrado non è forse nei cuori e nelle teste di chi tratta una parte di umanità come un rifiuto gettato ai bordi della strada?»[10].
Le politiche di espulsione, marginalizzazione e invisibilizzazione del “diverso”, già palesemente in atto per esempio con la presenza del centro della Croce Rossa situato all’estrema periferia di Ventimiglia[11] e con la pratica criminale delle deportazioni, vengono dunque incoraggiate da questa parte della popolazione locale, che addirittura ne vorrebbe un’ulteriore implementazione.
Ricette preconfezionate e pronte all’uso non esistono, ma risulta chiaro che occorre pensare a come opporsi, con fermezza e nella pratica concreta, a questa parte di popolazione intollerante. In primo luogo è necessario sottolinearne l’esistenza, evitando banalizzazioni del fenomeno e sottovalutazioni del potenziale che questo può avere: insomma, inutile far finta che le persone in questione non esistano. Utile, invece, smontarne le deliranti narrazioni con criterio, cioè tramite una controinformazione mirata e costante, e quindi denunciarne politicamente le opinioni e le azioni xenofobe. Nonostante l’apparente paradosso, infatti, dimostrarsi intolleranti verso gli intolleranti risulta essere il mattone fondamentale per costruire una vera società della tolleranza.
La notizia: Giovedì 18 e Venerdì 19 Gennaio, è stato eseguito un intervento straordinario di pulizia del lungofiume Roja e dei buchi sotto al ponte ferroviario (le feritoie che servono a far defluire le acque in caso di piena del fiume, così che non crollino i pilastri che reggono la ferrovia).
La storia è sempre la stessa, ormai, dall’inverno 2015/2016: le persone in viaggio si sono costruite nel tempo prima dei giacigli, poi delle piccole baracche isolate, ed attualmente una sorta di accampamento per la sopravvivenza. Con uno spazio per la lettura, uno per la preghiera, passeggini, giochi di società e un “punto barbiere”.
Lungo il fiume non ci sono soltanto le persone che tentano il primo giro di attraversamento della frontiera: molti uomini e molte donne sono al secondo, terzo, decimo tentativo. Altre ed altri, invece, avevano raggiunto da mesi il nord Europa, e adesso sono di nuovo qui perchè dublinati dagli altri paesi, sono stati rimandati al punto di partenza.1
Ci sono persone che hanno perso il posto in accoglienza, o che sono in attesa del ricorso per la richiesta d’asilo, o che hanno già ricevuto un diniego ma aspettano l’appello, o che non riescono a rinnovare il permesso. Ci sono anche quelle persone che hanno ricevuto il documento ma, non potendo trovare una casa e un lavoro in Italia, tentano fortuna altrove. Ci sono persone che, semplicemente, ormai stanno qui.2
A centinaia, nei mesi, si sono riparate tra i cartoni e i pilastri del cemento, riorganizzando le proprie vite lungo le sponde di un fiume inquinato, in una cittadina di frontiera divenuta ostile e pericolosa, a ridosso di un confine sempre più violento e blindato.
Ma passare, comunque, si passa. Si paga in molti modi diversi, con convinzioni e paure diverse, con vantaggi e privilegi diversi, con conseguenze diverse. A volte si muore. A volte si scappa.
Il più delle volte si torna indietro, e si ricomincia.3 45 67
Molte sono le vite che hanno abitato ed abitano tutt’ora l’alveo del fiume Roja, l’ultimo corso d’acqua del ponente ligure che scorre anche in Francia, che è divenuto così un protagonista mediatico delle vicende frontaliere legate all’”emergenza migranti”.
Vicende che però hanno origini precedenti rispetto alle “pulizie straordinarie” lungo al fiume.
All’inizio dell’inverno 2016, ritenutasi conclusa l’”emergenza” estiva, venne decisa la chiusura del centro di Croce Rossa Italiana che si trovava allora in Piazza Cesare Battisti, accanto alla stazione e quindi in pieno centro. L’allora ministro dell’Interno Alfano, in visita alla città di frontiera, il 7 maggio 2016, dichiarò che i migranti non sarebbero più arrivati e che il centro era ormai quasi vuoto.8 9 10 11 12 13 14 15
Solamente pochi mesi dopo si ordinava un’apertura d’urgenza del nuovo campo CRI, preparato in fretta e furia nella desolata periferia ventimigliese per dirottare fuori città l’arrivo ininterrotto di gente che cercava ristoro alla chiesa di Sant’Antonio delle Gianchette. Questa, dal giugno 2016, era divenuto infatti l’unico punto d’accoglienza disponibile.
Nel passaggio che intercorre tra la chiusura del piccolo centro CRI in stazione e il nuovo campo CRI in periferia, quindi nell’arco dell’inverno/primavera 2016, le persone in viaggio hanno subìto una progressiva messa al bando dagli spazi del centro cittadino.
Alfano aveva promesso che non ci sarebbero più stati migranti, e quindi si iniziarono a mandare le prime ruspe per fare repulisti dei ripari di fortuna che stavano sorgendo in stazione e alla foce del Roja, nelle fasce di sabbia dove il fiume raggiunge il mare.
Nella mattinata dell’11 maggio 2016, quando le ruspe arrivarono assieme ai vigili urbani, la maggior parte delle persone, preavvisate dall’affissione delle ordinanze e dal passaparola dei solidali, decisero di spostarsi più a monte lungo l’argine sinistro del fiume, andando ad occupare con coperte e bagagli lo spazio che risulta protetto dalle piogge sotto al ponte del cavalcavia.16 17
Per quasi tre mesi la gente in viaggio, supportata dalla solidarietà di attivisti, volontari, commercianti della via adiacente al fiume (Via Tenda), era riuscita qui a trovare un posto relativamente sicuro in cui prendersi il tempo per capire il passo successivo nel proprio percorso.
Tutt’intorno infuriavano le operazioni di rastrellamento delle forze dell’ordine, che pattugliavano la città dragando le strade e organizzando retate e inseguimenti nell’area della stazione, per catturare i clandestini. 18 19 20 21 22 23
Il governo del PD, il sindaco Ioculano, il ministo Alfano ed il capo della polizia Gabrielli, avevano promesso che i migranti sarebbero spariti dalle strade della città. Perciò per non perdere voti e faccia, nello stesso periodo delle ruspe lungo il mare e dello smantellamento del campo CRI in stazione, scattò quindi la pratica cittadina della caccia all’uomo nero.
L’obiettivo di questi interventi, che nei mesi hanno implicato anche l’uso di violenza e tortura (24 25 26 27), era catturare il numero giusto di migranti rispetto ai quotidiani posti disponibili per mandarli altrove, preferibilmente nel sud Italia, spostandoli con pullman della rete locale dei trasporti (e per tutto il 2016 anche con aerei e traghetti). Da allora non si è più smesso di farlo.2829 30
La situazione di intolleranza rispetto alla presenza delle persone migranti in città portò al braccio di ferro tra sindaco e prefettura conclusosi, il 27 maggio 2016, dopo saltimbanchi politici e riti di convenienza, con la firma della prima ordinanza di pulizia e sgombero del lungo fiume Roja. 31 32 33 34 35
Le risposte che da allora si sono susseguite, dall’accoglienza momentanea in Caritas per un paio di giorni, ai mesi di ospitalità nelle sale parrocchiali della chiesa di Sant’Antonio, fino all’apertura del campo CRI nell’ex parco ferroviario di Trenitalia, non hanno mai convinto le persone a rinunciare alla propria volontà di decidere dove e come dormire, a che ora mangiare, a che ora andare a letto.36 37
La gente ha sempre preferito le sponde del fiume: un luogo difficile e malsano, in cui tuttavia è possibile costruirsi un microcosmo di autonomia, fatto di relazioni e di suggerimenti, di prassi da campo, condivisione e strategie della sopravvivenza, di servizi utili, anche se a pagamento. La gente ha preferito restare sul ciglio della strada perchè non è arrivata fino a qui per stare nei container recintati da inferriate e polizie.
Ma per organizzarsi e tentare, di notte e di giorno, di superare il confine.
Se la vita tra topi e scabbia non è confortevole, per moltissimi restano preferibili queste piaghe al farsi toccare da mani coperte con i guanti di lattice di operatori CRI e forze dell’ordine. E al farsi identificare ancora e ancora e ancora. I giornalisti, da anni e fino agli ultimi servizi circa la pulizia del fiume in questione, continuano a scrivere che la gente non vuole lasciare le impronte.38
Ma la verità è che la quasi totalità delle persone che transitano in Italia sono già state identificate. Una due, mille volte. E che si sono semplicemente stancate di essere spostate e trattate e comandate come massa di corpi da gestire.
Non solo il campo istituzionale della CRI è sempre stato inadatto e comunque insufficiente a garantire minimi standard di dignità. Senza bisogno di ricordare la promiscuità tra gli spazi per le donne, le bambine e i bambini e quelli per gli uomini. Senza bisogno di ripetere che per raggiungere il campo si devono fare chilometri dove sfrecciano automobili.39 40
Con uno sguardo diverso dall’ottusità della retorica emergenziale e assistenzialista, appare davvero bizzarra la reazione continua di stupore e fastidio delle istituzioni nei confronti delle persone che decidono di vivere nella plastica lungo un fiume: queste persone, scegliendo il ponte del cavalcavia, scelgono di auto determinare i propri percorsi e le proprie esistenze in maniera indipendente.
Perchè devono andare avanti. Perchè creano reti di informazioni e di comunità, reincontrando gli amici e i parenti che hanno provato prima di loro a passare il confine. Perchè lì incontrano i lavoranti che ti fanno arrivare in Francia. Perchè lì possono vivere senza coprifuoco e senza l’umiliazione di sfilare continuamente sotto agli occhi di blindati e scanner per impronte digitali, che gli ricordano quotidianamente come qui siano considerati: criminali.
Nello scorrere dei mesi e con il crescere di un’intolleranza razziale che mette radici sempre più profonde, sono arrivate altre ruspe, altre ordinanze d’urgenza, altri divieti di portare cibo alla gente. Le polizie hanno proceduto nell’identificazione dei solidali ma anche degli operatori delle associazioni, che, di volta in volta, portavano assistenza medica, compagnia, supporto legale, giacconi, sostegno, sacchi a pelo, un saluto.41 42 43 44 45 46
Dove all’inizio scattavano orrore e allarme, è subentrata l’assuefazione.
È diventato consueto vedere baracche ruspate e ascoltare ciclici proclami comunali a proposito di gran repulisti. Non molti mesi addietro le istituzioni avevano proposto persino di murare i buchi del ponte per far sloggiare la gente, ma la verità è che le feritoie non possono essere chiuse (anche se negli ultimi giorni si vocifera circa una possibile installazione di grate mobili, removibili in caso di piena ) o il ponte rischia di crollare se il fiume si ingrossa. Così come la verità è che la gente, per quanto la si colpisca e la si umili, non rinuncia facilmente a decidere da sola cosa sia meglio per sé.
Le persone sono tornate e ritornate sotto al ponte. In una situazione certamente sconfortante dal punto di vista sanitario, che però è inevitabile vista la precarietà in cui sono obbligati a vivere quelli che da lì passano, e visto che ogni soluzione differente è stata annientata nel tempo.
Ci sono stati ripetuti passaggi tra le istituzioni e le varie ONG (arrivate sul territorio della frontiera ventimigliese a partire dall’estate 2016).
Le associazioni hanno proposto molte strutture alternative al campo ipermilitarizzato della Croce Rossa: hanno chiesto centri per minorenni e donne, hanno avanzato suggerimenti che la prefettura ha fatto cadere nel vuoto. Volontari e operatori, dalla chiesa agli scout, da medici a psicologi, hanno chiesto che la chiesa di Sant’Antonio delle Gianchette, una risposta informale e organizzata dalla spontaneità dei volontari per la tutela delle cosiddette categorie vulnerabili, venisse risparmiata dalla chiusura. 47 48 4950 51 52
L’avanzamento della falce repressiva, che mette la gente in viaggio in situazioni di volta in volta sempre più estreme, provanti, mortificanti, sta spingendo migliaia di donne e uomini, migliaia di storie e possibilità, nell’angolo della ghettizzazione.
Un processo concreto (lo spostamento di tutta l’”emergenza migranti” verso aree sempre più esterne della città) e simbolico (il linguaggio ed i toni con i quali si parla di uomini e donne che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente: clandestini, profughi, gli invisibili53), che rende molto più facile dimenticarsi di avere a che fare con esseri umani.
E rende facile metabolizzare la sospensione dell’apertura a Ventimiglia di venti posti in accoglienza per bambini, a seguito di un corteo di pancia della parte intollerante della cittadinanza, quella convinta dalla campagna della paura e dall’odio razziale.
Gli umori della città si sono fatti via via sempre più ostili e sembra ormai lontano il tempo in cui Ioculano si faceva scrupoli nel dover mettere in atto provvedimenti di sgombero, perchè “viviamo difficoltà che non riguardano la mia pelle: tra uno o due giorni non mandano via me, mandiamo via questa gente”. 54 Nel maggio del 2016 il sindaco ci tenne a ricordare che l’ordinanza di sgombero era dovuta e che era una questione che riguardava la questura ma che era dispiaciuto per la grave situazione umanitaria in cui versavano le persone. Oggi, questo stesso sindaco, vorrebbe istituire dei presidi militari fissi lungo il fiume Roja, mentre si invoca un aumento delle risorse armate dell’operazione “strade sicure”.
Mentre i mesi passano e il confine si fa sempre più potente e opprimente, tutto diventa ordinario e ci si abitua a “soluzioni” mano a mano più odiose.
Che soluzioni non saranno mai, finché restano presidiati i valichi di frontiera e negata la libertà di circolazione delle persone. Finché si vuole decidere per loro, e non assieme.
Si ordina senza tregua a volontari e operatori delle associazioni di andare a dire alla gente di levarsi dalle sponde del Roja per mille motivi: perchè ci sono gli attivisti, perchè ci sono le piogge, perchè c’è troppo caldo, perchè ci sono le malattie, perchè fa troppo freddo…e così via a seconda delle stagioni. Un tentativo ininterrotto di escludere queste persone dalla visuale dell’elettorato, per spostarle nella periferia della città e delle coscienze.
Nessuno si preoccupa di domandare alle persone che scelgono quegli spazi perchè stiano lì, perchè preferiscano l’acqua gelata del Roja all’acqua gelata delle docce al campo.
All’ultimo consiglio dell’amministrazione comunale, il 21 novembre 2017, si è stabilito di far diventare regolamento di polizia urbana il divieto di dare il cibo in strada, che fin’ora era stato in vigore solo come ordinanza sindacale: una misura per sua natura emergenziale e quindi transitoria (letteralmente: “contingibile ed urgente”).
Come risposta al consesso comunale la macchina si mette in moto: Martedì 16 Gennaio viene firmata l’ennesima ordinanza di pulizia del fiume. ordinanza sgombero16-01-2018 Controversa nei contenuti perchè preannunciava le pulizie dei fornici del ponte (i tunnel nei pilastri ferroviari), ma parlava anche degli accampamenti lungo il fiume.55 56 57 58
Il clima è teso nelle ultime settimane: anche se il natale e la fine dell’anno appena passata hanno distratto i manifestanti più xenofobi dai proclami “alla Salvini” (5960 61), Ioculano e il PD non si scordano che le elezioni del 4 marzo si stanno avvicinando.
Il sindaco passeggia lungo via Tenda, visita il centro della Croce Rossa, sentenzia contro attivisti e volontari, invoca presidi militari nel mezzo della città. E manda le ruspe.
Giovedì 18 mattina, la giornata prevista per l’inizio delle pulizie, un numero importante di giornalisti è arrivato sotto al ponte, aspettandosi uno sgombero mediaticamente succulento sul quale costruire uno scoop che “tirasse” l’audience. Tra reporter, associazioni, polizia, volontari, solidali e operatori ecologici, lo spettacolo ha avuto inizio circondato da ruspe, autovetture con lampeggianti, container per i rifiuti: alle otto del mattino, non mancava nessuno. Soprattutto, erano ben vigili tutte le donne e gli uomini che vivono nella tendopoli, tesi nell’ansia di capire se le fantomatiche “pulizie” sarebbero rimaste tali o se invece era in arrivo uno smantellamento di tutti i rifugi.
Nonostante la folta schiera dei media si aspettasse probabilmente di rimediare lo scoop di un altro tentativo di attraversamento di massa della frontiera (62 63 64 65), la verità che hanno potuto raccogliere è quella dello squallore e della violenza del confine, inferta ogni giorno a questo territorio e a chi lo attraversa senza il documento giusto.
Non è successo nulla, insomma. Nulla che non stia succedendo da mesi.
I giornalisti erano quasi delusi e dopo un paio d’ore di riprese di ruspate se ne sono andati. L’unica cosa effettivamente sgomberata sono stati i buchi in cui vivevano alcune persone che al mattino sono state fatte allontanare: hanno recuperato zaini e fagotti e se ne sono scese inveendo contro chi stava arrivando a demolire i ripari e a gettare via oggetti e materassi. Ruspare beni di conforto e ristoro insomma. Per favorire la sicurezza e il decoro.
Per il resto, lo schieramento di operatori e mezzi della Docks Lanterna ha recuperato spazzature e rimasugli di bagagli delle persone che son transitate lungo l’argine sinistro del fiume.
L’obiettivo nell’indurre un peggioramento del disagio e dell’incertezza è scoraggiare le persone dal continuare ad accamparsi lungo il cavalcavia.
Venerdì mattina, con i tunnel del ponte ormai evacuati, la pulizia è proseguita nell’indifferenza, ormai spento l’interesse mediatico e passato l’ennesimo al lupo al lupo della “questione migranti”.
Di tutto il calderone che si era sollevato nei giorni precedenti alle pulizie/sgombero, sono usciti un paio di servizi nemmeno del tutto precisi, giovedì dopo pranzo, e tutto è rientrato nella routine frontaliera.
Forse arriveranno operazioni più mirate e invasive di smantellamento della tendopoli. Sicuramente ci saranno altre ruspe, per queste persone, altri balletti di giornalisti e polizia, altre ordinanze urgenti… che stavolta si sono pure dimenticati di affiggere, nonostante sia obbligatorio: la faccenda della ruspa quadrimestrale è ormai diventata ordinaria amministrazione.
Sono state spese un mucchio di parole e di pubblici gesti per quella che alla fine è una non notizia: la notizia che la città sta scivolando nell’assuefazione alle proprie inadempienze ad alla propria intolleranza. La notizia che la gente che vive per strada si arrangia tra scatoloni e lattine vuote.
Le coscienze si rilassano e l’indignazione si spegne.
Niente che valga la pena di essere scritto e raccontato insomma: un trafiletto sui locali circa le “pulizie”, e si volta la pagina.
I giornalisti si sono dimenticati di raccontare che, nel frattempo, mentre l’attenzione era chiamata dal protagonista ponte, in frontiera l’ennesimo pullman per le deportazioni verso Taranto veniva caricato con i soliti respingimenti di persone dalla Francia.
Un cinquantenne bengalese con richiesta d’asilo a Parigi era stato catturato il giorno prima sul treno nel nord della Francia e spedito agli uffici di frontiera italiani dopo una notte nelle celle francesi.
I militari in italiano intimavano ai ragazzi rimandati indietro dalla polizia francese di mostrare un documento: “documento…. documento!!!… IL DOCUEMENTOOOO!”.
Ma loro non lo capiscono l’italiano. Nemmeno se si urla o si parla facendo smorfie esplicative.
Il bengalese poteva tornare legalmente in Francia, ma non sapeva in che direzione doveva dirigersi e a chi e con che lingua domandarlo, perchè i carabinieri che lo stavano guardando non capivano l’inglese. Poco dopo, un ragazzo ha avuto una crisi epilettica ed è andato lungo disteso mentre lo caricavano sul pullman. La stanchezza…la paura… chissà…
Quindi: la troupe RAI stava sotto al ponte sperando nel pezzaccio sullo sgombero straziante; le deportazioni sono proseguite; la Caritas si è organizzata per far arrivare il cibo alle persone sotto al ponte troppo preoccupate per allontanarsi dalle loro cose e dai loro bagagli; i ventimigliesi del quartiere hanno regolarmente portato i propri cagnetti a defecare in mezzo alle tende delle persone, passeggiando come ogni giorno con indifferenza tra ruspe, volanti, telecamere, rifiuti.
Una realtà quotidiana che sta diventando banale.
La notizia, per una volta, potrebbe essere un campanaccio d’allarme per il fatto che tra allarmismi, emergenze umanitarie, appelli contro le violazioni dei diritti, richiami alla morale ed alla “legge”, conte e statistiche sul numero dei “migranti” (i passati, i morti, i respinti, i ritornati, i deportati), stia diventando banale persino il dover ricorrere continuamente al concetto di Banalità del Male per provare a spiegare la situazione (66).
La notizia potrebbe essere che non c’è niente che faccia più notizia.
Che materassi caricati sulle ruspe passino indenni sulla coscienza collettiva e che, meno di tre giorni prima dello sgombero sbandierato come notiziona, un’altra persona era stata trovata carbonizzata sul tetto di un treno, e la cosa, due giorni dopo, era già diventata stantia.
La notizia potrebbe essere che nessuno sa più nemmeno dire con precisione quanti siano gli uomini e le donne morte a causa del confine. Non solo perchè si dimenticano le conte, le statistiche e i numeri, ma anche perchè non si sa con certezza quanta gente sia davvero caduta nei monti. Sono stati tutti trovati e soccorsi? Le autorità ci raccontano quanti corpi raccolgono nei dirupi? I giornali ci informano sulle sorti di coloro che cadendo e scappando dalla polizia e dai cani riportano gambe e braccia spezzate, che rimangono disabili o menomati? La notizia è quanto questo NON sia considerato interessante.
La notizia è che di giornalisti e associazioni, il giorno seguente, non ci fosse più nemmeno l’ombra: lo spazio terroso tra la strada e il fiume era deserto. Solo le tende e le ruspe, le persone in viaggio e le pattuglie. Non un volontario, non un giornalista.
Non un testimone della Storia che diventa routine di apartheid.
Forse nemmeno perchè in malafede, ma perchè, ancora più grave, gli strilloni dell’emergenza e della straordinarietà stanno diventando il ronzio dell’abitudine.
In questo post proponiamo la traduzione di un’articolo uscito sul giornale francese online L’Autre Quotidien [1] dopo la manifestazione per l’apertura delle frontiere e la libertà di transito per i migranti tenutasi a Mentone il 16 dicembre scorso.
La giornalista ha realizzato un reportage di quelli ormai sempre più rari sulla stampa nostrana [2] , intervistando molte e molti dei partecipanti al corteo e riuscendo in questo modo a dare voce ad una fetta dell’attivismo politico che continua a indirizzare i suoi sforzi contro i nuovi dispositivi di confinamento che si rafforzano all’interno dell’Unione Europea. Il reportage è arricchito con una serie di considerazioni morali e politiche che rendono esplicito il posizionamento di chi scrive: non ci sembra che questo interferisca sul valore giornalistico del pezzo in questione e in generale dei lavori che condividono questa impostazione.
E’ interessante notare che lo stesso giorno – il 16 dicembre 2017 – in cui si è tenuta la manifestazione da Mentone verso la frontiera franco-italiana, a Roma si svolgeva il corteo dei migranti intitolato “Diritti senza confini” che tra le parole d’ordine, come prima, aveva: “ libertà di circolazione e di residenza per tutti”.
Le 15000 persone scese in piazza a Roma erano dunque legate da una forte affinità politica con i più di mille manifestanti di Mentone. Attraversare le strade, occuparle fisicamente con quei corpi “migranti” divenuti simbolo delle nuove pratiche di internamento, confinamento e apartheid volute dalle forze neoliberali europee, ha sicuramente oggi un forte significato simbolico.
D’altra parte va riscontrato il pressoché unanime disinteresse mostrato dalla stampa istituzionale italiana per questi eventi. Pochissimi articoli dedicati a queste manifestazioni, per lo più qualche riga sulla cronaca locale e altrettanto scarni e veloci servizi sui telegiornali.
Certamente dietro il piano simbolico dei cortei, esiste quello reale: una realtà fatta di resistenze quotidiane che permettono a molte delle persone migranti di abitare e lottare nei territori in cui decidono di fermarsi e di partecipare a momenti pubblici di rivendicazione. Tuttavia oggi le resistenze sembrano ben lontane da riuscire a trasformarsi in lotte in grado di fronteggiare la violenza razzista sempre più pervasiva e inumana esercitata dai governi europei, così come le manifestazioni pubbliche sembrano lasciare il tempo che trovano, riscuotendo ben poco ascolto all’interno dei Palazzi dove vengono prese le decisioni politiche.
Foto della Manifestazione Diritti senza Confini
Il 2017 ci lascia con immagini di oppressione e violenza difficilmente dimenticabili: come lo sgombero dell’occupazione dei richiedenti asilo di Piazza Indipendenza a Roma, i pullman sempre più carichi di migranti deportati settimanalmente da Ventimiglia a Taranto, i sacchi neri negli obitori siciliani che avvolgono le migliaia di annegati nel Mediterraneo, i roghi appiccati nelle future strutture per l’accoglienza, le fotografie delle mani che sporgono dalle grate delle prigioni libiche, cioè quei campi di internamento legittimati dagli accordi del governo italiano con il sedicente governo libico. Di fronte a tutta questa barbarie, assordante è stato il silenzio politico: la stagione di conflitto che dal 2015 al 2016 aveva visto attivisti, militanti e solidali europei appoggiare i migranti nelle lotte contro le politiche di confinamento appare oggi un ricordo.
Nel frattempo molto è cambiato: l’approvazione del decreto Minniti- Orlando ha rappresentato un salto di qualità nel progressivo inasprimento delle politiche di segregazione, sfruttamento e disumanizzazione attuate dalle istituzioni italiane contro i migranti, legittimate attraverso la sistematica diffusione di retoriche razziste tra la popolazione autoctona, dimostratasi prontamente recettiva e facilmente strumentalizzabile.
Capire oggi, quali siano stati i motivi della sconfitta politica che ha segnato il tramonto di una stagione conflittuale intensa e dura, provare a raccontarla e farne oggetto di riflessione collettiva, ci sembra possa essere un modo per trovare delle chiavi utili a riaprire degli spiragli di luce dentro le ombre lunghe che avvolgono il presente.
Un tentativo che cercheremo di portare avanti anche sulle pagine di questo blog, provando a restituire la memoria e le riflessioni di chi è stato protagonista della calda estate del 2015 e di tutto quello che ne è seguito per circa un anno e mezzo nella zona di Ventimiglia e non solo.
La traduzione che segue di alcune parti dell’articolo uscito su L’Autre Quotidien dopo la manifestazione di Mentone, inserendosi nel progetto di traduzione di articoli e documenti politici provenienti dalla Francia, aiuta ad allargare lo sguardo alla dimensione internazionale delle lotte, che oggi sembra essere l’unica dimensione reale in un mondo ormai attualmente e concretamente globale, con buona pace dei nostalgici della lunga epopea degli Stati nazionali…
g.b.
Manifestazione in sostegno ai migranti a Mentone: I morti torneranno a tirarci per i piedi?[3]
Sabato 16 dicembre, alcune centinaia di persone – francesi e migranti – hanno marciato dalla stazione di Menton-Garavan alla frontiera franco-italiana. Venuti da tutta la Francia, hanno reclamato il rispetto della dignità umana per tutte le persone migranti e la fine dei procedimenti giudiziari contro coloro che le sostengono. L’ombra delle persone decedute nel tentativo di passare la frontiera è calata su questa manifestazione, che ha simbolicamente deposto una stele in memoria di tutti questi morti anonimi.
– E poi, io ho paura.. – Paura.. Ma di cosa? – Quando le persone sono morte, ritornano di notte e ci tirano molto forte per i piedi. – Che idiozia! Chi ti ha raccontato questa cosa? – E’ stato Bertrand, mio fratello. – Che imbecille! Non bisogna credergli! Ti ha detto questo per prendersi gioco di te! – No, aveva l’aria seria! Ditemi, è vero che ritornano a tirarci per i piedi?
Félix Levy, brano tratto da Canti e disincanti, librairie Eyrolles, 2008.
Questa manifestazione a Mentone la si era presentata come un appuntamento importante. Quanti eravamo sabato 16 dicembre a Mentone? 500 persone secondo France 3, 1040 secondo il conto effettuato dagli organizzatori. Un numero che può apparire poco elevato, ma riunire svariate centinaia di persone provenienti da tutta la Francia, davanti alla piccola stazione di Menton-Garavan, all’estemità del Paese, rappresenta un exploit che va al di la delle cifre citate.
L’altro punto da sottolineare è che, del migliaio di persone che si è radunato a Mentone sabato 16 dicembre, una buona parte erano persone migranti o sans-papiers. Il Coordinamento di Sans-Papiers di Parigi (CSP 75) era ben rappresentato, anche da alcune donne, con l’obiettivo di superare la differenza legata allo statuto amministrativo tra sans-papiers e richiedenti asilo, puntando a una solidarietà tra tutti gli immigrati per reclamare un’altra politica sulla migrazione, fondata sul rispetto della dignità umana e il rispetto dei valori di cui si fregiano le facciate dei nostri comuni.
Partito da place de la République alle 21, l’autobus parigino da 49 posti è pieno. Tra i passeggeri numerosi militanti che lavorano in solidarietà con i migranti, membri di collettivi parigini, ma anche militanti della CSP 75, tra cui il loro leader che tutti chiamano Diallo. Dopo l’occupazione della chiesa di Saint-Bernard nel 1996 , lui ha partecipato a tutte le battaglie e continua a organizzare presidi settimanali a Parigi. Presenti poi, anche, numerosi richiedenti asilo, per lo più giovani, che non intendono essere più solamente l’oggetto delle politiche che la Francia gli impone, ma soggetti che rivendicano i diritti che gli vengono rifiutati.
All’arrivo a Mentone, verso le 10 del mattino, il pullman si ferma nel parcheggio del supermercato U Express, a qualche metro dal campo di calcio vicino al porto di Garavan. Dal campo possiamo osservare il viadotto di Saint-Agnès dove molti migranti sono morti, alcuni gettandosi nel vuoto per evitare i controlli della polizia. Più lontano ancora si vede il tunnel che passa sotto la montagna, dove altri sono stati investiti da un treno o da una macchina.
Scambiamo delle chiacchiere, seduti per terra o allungati su dei cartoni al sole, aspettando il pranzo: un saporito misto di legumi accompagnato da riso allo zafferano, preparato dal collettivo Kesha Niya. René dell’associazione Roya Solidaire ci raggiunge a bordo di un camion con l’amplificazione, che aprirà il percorso del corteo. Per finanziare l’organizzazione della manifestazione, siamo invitati a lasciare un euro accanto alla sagoma di grandezza naturale a colori del prefetto della regione, incollata sulla porta del camion.
Ha un aspetto pretenzioso il prefetto, nominato nel 2016, nella sua veste prefettizia… eppure non fa ridere nessuno quanto da lui dichiarato il 4 dicembre scorso sulle frequenze di France Bleu Azur, ossia che “il dispositivo di frontiera è efficace, cooperativo e umano (…), le forze dell’ordine rispettano scrupolosamente la legge e i fermi vengono condotti con cura particolare”. Una menzogna, secondo le associazioni locali, che ricordano come i minori siano rimandati in Italia, violando il diritto per l’infanzia. Le stesse ricordano che il prefetto è stato già condannato a più riprese per mancato rispetto del diritto d’asilo e criticato per aver creato dei luoghi di detenzione illegale.
Uno di questi luoghi di detenzione illegale era proprio al primo piano della stazione di Menton-Garavan, da dove partirà il corteo. Lo stesso Georges-François Leclerc ha promesso di arrivare a 50000 respingimenti di migranti da qui alla fine dell’anno. Senza dubbio dotato di prescienza, ha spiegato, prima ancora che la domanda d’asilo sia esaminata, che “si tratta di persone provenienti da tutta l’Africa che provano a stabilirsi in Occidente”. “Noi li rimandiamo in Italia”, ha aggiunto Georges-François Leclerc, vantandosi anche di aver fermato circa 350 passeur, “cioè circa uno al giorno”.
Mentre parliamo di questa intervista al prefetto con alcune persone di Roya Citoyenne, arrivano degli altri autobus: da Montpellier, da Lione, dal dipartimento della Drôme e dell’Ardèche. Alcuni hanno addirittura fatto il viaggio dalla Normandia o dalla Bretagna. Record assoluto un militante è venuto da Saint-Malo che si trova a 1300 km da Menton. Emerge come le questioni legate ai migranti uniscano, superando le divisioni politiche, associative e sindacali. (…) E come nelle lotte in sostegno dei migranti si organizzino delle forme di solidarietà nuova come questo collettivo intereuropeo chiamato Kisha Niya, che serve ogni giorno due o trecento pasti ai rifugiati di Ventimiglia e che ha assicurato il pranzo per i manifestanti arrivati in pullman a Mentone.
Alle 14 raggiungiamo il luogo del concentramento davanti alla stazione di Mentone-Garavan. “ A basso le Frontiere!” “A basso lo stato, gli sbirri, le frontiere!” “Regolarizzazione per tutti!” o ancora “ Pietra per pietra, muro per muro, noi distruggeremo i centri di detenzione”, come anche un ammiccante “Tous le monde, deteste les frontières”, sono alcune delle parole d’ordine cantate in coro da questo corteo variegato che riunisce numerosi partiti, collettivi, associazioni. A partire dalla spiaggia circondata dagli scogli, fino alla stazione, siamo scortati da polizia municipale e CRS, chiamati numerosi dal sindaco repubblicano della città, Jean-Claude Guibal.
Più tardi, ridiscendendo verso la strada che costeggia il mare, si eviterà per poco un tafferuglio con dei militanti di estrema destra in cerca di scontro. La frontiera, che chiude la strada e sfigura l’orizzonte, si trova a meno di un kilometro. Dietro le grate anti sommossa, ci sono i CRS appesantiti dai loro giubbotti antiproiettili, dalle armi imbracciate così come dagli svariati chili di equipaggiamento. A tre kilometri da lì, appena, dietro il cordone dei CRS, c’è la frazione di Mortola Inferiore, che fa parte di Ventimiglia. Davanti alla frontiera i manifestanti si sdraiano per terra.
Le bandiere del NPA (Nuovo partito anticapitalista) sono ben presenti, come quelle, rosse e nere dei giovani anarco-sindacalisti della regione, quelle del movimento Ensemble, movimento membro del Front de gauche, e anche una bandiera arcobaleno LGBT, che sventola fieramente sul corteo. I militanti dell’azione ebraica francese per la pace, quelli di Attac e anche qualcuno di France Insoumise sono lì. François, della Fasti (federazione delle associazioni di solidarietà con i migranti) si incontra con degli attivisti locali. Con un discorso emozionante, un ferroviere della regione spiega che lui e alcuni colleghi difendono un comportamento di disobbedienza civile di fronte alla SNFC (le ferrovie francesi) che gli domanda di segnalare i migranti e di riportarli in Italia. Philippe Poutou sarà il solo responsabile nazionale a prendere la parola.
Si ascolterà anche la presa di parola da parte di migranti grazie all’aiuto del collettivo La Chapelle debout! che assicura le traduzioni. Hamid Mouhammad, un giovane sudanese che ha lasciato il paese a causa dei problemi creatigli dalle milizie armate, spiegherà che ci ha messo tre anni per raggiungere l’Europa dopo aver vissuto l’inimmaginabile. Mentre attraversava le montagne, racconta di essere stato picchiato dalla polizia che gli ha rotto il naso e un braccio. Il collettivo invita la folla a riprendere con gli slogans in arabo, bambara et pachtoune. Questo collettivo turbolento lotta per un’uguaglianza reale, qui ed ora, tra francesi e immigrati e perché questi ultimi diventino “soggetti attivi e non meri oggetti delle politiche che li riguardano”. “Noi vogliamo abbattere le differenze tra autoctoni e immigrati”, spiega Houssam, “perché l’uguaglianza si prova nella realtà delle azioni di tutti i giorni”. Lui consiglia per esempio di rifiutarsi di partecipare a delle riunioni che riguardano gli immigrati, dove questi non siano presenti.
Il collettivo chiede anche che la diversità linguistica sia tenuta in conto e rispettata, “visto che quando i migranti raccontano la propria storia nella propria lingua, non raccontano la stessa storia” “E’ in questa maniera che siamo riusciti a rendere pubblico l’utilizzo delle scariche elettriche per costringere i rifugiati ad accettare di farsi prendere le impronte i Italia, per esempio“, aggiunge Chrystèle. Fatto confermato da Amnesty nel 2016 [4]. Il collettivo denuncia “l’accanimento contro i migranti e le migranti e i discorsi razzisti e securitari che avvelenano la nostra società”.
Come tutti quelli che hanno partecipato a questo concentramento, anche loro rifiutano la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo. Di fronte all’urgenza che vede migliaia di persone, di cui molti bambini, perseguitati, infermi, o ridotti a vivere per strada, questi militanti richiedono misure incisive come l’occupazione di case e la mobilitazione contro le retate. Houssam, Paul, Chrystèle et Mohamed, senza paura rivendicano un approccio politico, al di là del mero piano giuridico, perché « i corpi dei migranti sono annientati da un diritto ostile ».
A questo punto della storia, incontriamo Youssouf, che ha trovato la manifestazione “ meravigliosa” e Jule Allen della Guinea e Issa dal Marocco, che hanno passato diversi anni per strada a la Chapelle. Durante il ritorno, Hassan Zacharia del Soudan, ci racconta la sua storia : un padre ucciso in Soudan, una madre che lo ha portato in Libia dove è stata uccisa, la traversata nel Mediteranneo, poi un centro per migranti vicino Napoli dove le autorità italiane lo hanno rimandato finché non è riuscito a passare in Francia. Accettiamo con gioia l’invito di Ismaëla, che ci invita a un concerto, visto che sta lavorando a una canzone a favore del CSP 75.
Tutti hanno partecipato con entusiasmo alla manifestazione che reclamava l’apertura delle frontiere, la libertà di circolazione e di soggiorno, così come la completa solidarietà alle persone migranti, qualsiasi sia la loro condizione amministrativa. Molti sono i “Dublinati”, dal nome del regolamento di Dublino, che stabilisce il loro rinvio nel paese dove sono state registrate le loro impronte, indipendentemente dalla situazione personale, della lingua che parlano o del luogo in cui si trovino le loro famiglie. Misure repressive che il governo, che ha annunciato un progetto di legge per gennaio, intende intensificare.
Abbiamo anche una conversazione con Martine Landry, una pensionata di 73 anni, che ha lavorato in Amnesty international France dal 2002 e membro di Anafé (associazione nazionale per l’assistenza degli stranieri alle frontiere). La Responsabile nizzarda comparirà in tribunale l’8 gennaio del 2008 per aver « facilitato l’entrata sul territorio di due minori stranieri in situazione irregolare » [5]. Incaricata di una missione di osservazione alla frontiera franco-italiana, ora rischia cinque anni di prigione e 30000 euro di multa. Il 28 luglio scorso, aveva recuperato due adolescenti della Guinea di 15 anni che la polizia italiana stava riconducendo in Francia a piedi. La responsabile di Amnesty li ha presi in carico al posto di frontiera di Mentone/ Ventimiglia, dal lato francese, e accompagnati nella sua auto fino al posto di polizia della frontiera. Era per di più munita dei documenti che attestavano la presa in carico dei due ragazzi da parte dell’ufficio per l’aiuto sociale all’infanzia, dal quale poi per altro sono stati accolti. Disgustata dall’ipocrisia della politica migratoria e dagli attacchi al diritto di questi giovani minori non accompagnati, ci racconta l’assurdo gioco del gatto e del topo al quale si dedicano i poliziotti francesi e italiani. Arrestati dal lato italiano, i giovani sono rinviati in Francia che a sua volta li rimanda in Italia. “Alcuni hanno oltrepassato la frontiera quattro o cinque volte, racconta la responsabile di Amnesty, che descrive un gioco a ping pong tra le polizie dei due paesi.”
Sono presenti anche delle infermiere del Centro di accoglienza, cura e orientamento (Caso) di Nizza, che assicurano dei consulti nei locali della Caritas di Ventimiglia. Il centro della Croce Rossa italiana, situato nella città di frontiera italiana, accoglie circa 500 persone, ma dalle 200 alle 300 persone migranti dormono sotto i ponti, ci raccontano queste. Tre volte alla settimana, le infermiere assicurano anche delle incursioni nella città italiana per fornire aiuto sanitario ai migranti.
Tutte le generazioni sono rappresentate e ci diciamo che sarebbe necessario scrivere questa storia della lotta degli immigrati, dei sans-papier, dei richiedenti asilo in Francia e di coloro che gli sono solidali. Odile, 76 anni, è venuta da Valence sur Rhône. Veterana del movimento ASTI (associazione di solidarietà con tutti i migranti) ci racconta la rivolta degli operai tunisini, che avevano ottenuto i documenti, dopo 11 giorni di sciopero della fame nei locali della curia della chiesa di Notre-Dame di Valence. Una storia sconosciuta che risale al dicembre del 1972.
Abbiamo poi anche incontrato Loïc, 27 anni, che vive in Val Roya e dice di essersi « sensibilizzato alla questione dei migranti fin da piccolo ». E’ venuto a conoscenza del campo creatosi dopo la chiusura della frontiera nel giugno del 2015 e poi sgomberato nell’ottobre dello stesso anno. “ I migranti avevano occupato gli scogli che delimitano il litorale, all’altezza della frontiera, pronti a gettarsi nel mare”, ci spiega il ragazzo, che fa risalire a quell’episodio l’inizio del suo impegno politico. “ Noi eravamo ancora pochi all’epoca a mobilitarci”, racconta Loïc, che si ricorda di aver portato degli aiuti alimentari a Ventimiglia.
« Il processo a Cédric Herrou ci ha fatto passare da un’azione umanitaria a una presa di coscienza politica”, ci spiega Loïc, “e i collettivi si moltiplicano”. Si ricorda anche delle azioni organizzate con gli attivisti italiani, che sono cessate quando questi ultimi sono stati brutalmente repressi dalle autorità del loro Paese. Loïc fa parte del Collectif Roya Solidaire (CRS) che realizza dei video sulla situazione della valle della Roya. E’ questo collettivo che ha realizzato, grazie ad una telecamera nascosta, un video il 30 giugno del 2017 alla stazione di Menton-Garavan [6]. Nel video si vedono i poliziotti che fermano dei giovani minori portandoli nei locali della stazione giusto il tempo di rimetterli sul treno, direzione Italia, senza alcun rispetto della legge. Una coppia di cui la donna è incinta, subirà la stessa sorte.
Tutti qui hanno una storia da raccontare. Come Gibi, di Roya Solidaire, che spiega che le denunce e i processi hanno inasprito il clima. Le azioni continuano ma con discrezione. Gibi fa parte dei quattro pensionati che hanno visto la condanna confermata in appello per aver dato un passaggio in macchina a delle persone migranti [7]. Si trattava di migranti che, dopo essersi fermati presso Cédric Herrou, avevano ripreso il viaggio e si erano trovati bloccati a 1000 metri di altitudine, su un sentiero pericoloso. Cédric Herrou è controllato dalla polizia. « Ci sono tre posti di blocco con le tende a 200 metri da casa sua ». Il terreno dove abita è anche delimitato da un muro, costruito da uno dei suoi vicini. Come gli altri anche Gibi ricorrerà in cassazione, “ per una questione di principio”. Poiché il reato di solidarietà non è stato abrogato così come domandavano le associazioni. Malgrado le promesse, Valls non fa che elargire eccezioni. Se dare alloggio, nutrire o curare delle persone migranti non è più un reato, offrirgli un trasporto conduce direttamente in tribunale. Tuttavia la legge prevede che se il gesto non ha dato luogo a nessuna contropartita, la persona non possa essere perseguita. Salvo che per condannare i militanti della regione, i giudici hanno dovuto triturare il diritto. Questi hanno stabilito che Cédric Herrou e gli altri attivisti condannati abbiano ricevuto un beneficio morale dalle loro azioni e possano dunque essere considerati come dei passeur. Un’interpretazione perversa della legge, sempre più beffeggiata e strumentalizzata non solamente ai danni di chi porta aiuto ai migranti ma soprattutto ai danni di questi ultimi che per questo motivo ormai scelgono di passare per Briançon, anche in pieno inverno.
Tutte le persone presenti qui al corteo sanno che le frontiere uccidono. Che non si fermeranno mai delle persone pronte a rischiare ogni pericolo – la traversata del deserto, l’inferno libico, il passaggio del Mediterraneo a bordo di barche sovraccariche, l’attraversamento dei valichi alpini in pieno inverno – per lasciare dei paesi sconvolti dalla guerra, dalla corruzione, da un’economia neocoloniale predatrice e venire qui da noi. Sanno che dal momento in cui si è pronti a tollerare l’inumanità a casa propria e si fabbrica un « sotto » diritto per coloro che si considerano come dei « flussi », è il proprio stesso inferno che si sta costruendo. Sanno che a forza di rendere fasulli i nostri valori, di generalizzare i controlli, le misure di detenzione e le violenze, è la nostra stessa libertà che distruggiamo. Sanno che dal momento in cui si comincia questa discesa pericolosa che nega l’umanità dell’altro, la storia finisce sempre male. E che le morti prodotte dalle nostre frontiere a migliaia torneranno a farci visita, per tutti quelli tra noi che non fanno nulla o troppo poco o troppo tardi.
Le parole della lapide simbolicamente deposta sull’asfalto della strada, a due passi dalla frontiera, riporta : « In memoria di tutte le persone migranti uccise da questa frontiera mentre erano alla ricerca di un rifugio lungo il cammino dell’esilio, Menton, il 16/12/2017 ». Questa frontiera qui davanti e tutte le altre, di mare e di terra.
Mentre il sole scende sul mare e il concentramento si disperde, pensiamo a questa giornata in cui da tutta la Francia sono arrivati uomini e donne che hanno compreso che la libertà di circolazione e di soggiorno è il prossimo diritto dell’uomo da conquistare. Ci ricordiamo, infine, di aver incontrato Laura Genz, circa un anno fa, e i suoi disegni dei rifugiati [8] . Una delle sue riflessioni ci aveva molto colpito. Ci spiegava come i confini blocchino le situazioni delle persone e le complichino. Negando la fluidità della vita e dei percorsi umani, essi si trasformano in “ trappole per migranti”.
Nell’epoca in cui circolano liberamente i capitali e le merci, gli Stati europei giocano questa sinistra commedia di fronte alle proprie opinioni pubbliche, sapendo bene che non potranno espellere tutte queste persone venute a domandare asilo o a tentare la fortuna qui, e che seppure espulse, esse ritorneranno. Questa menzogna generalizzata sulla quale riposano le politiche migratorie europee produce dei sotto-uomini, un non-diritto e crudeltà – quale altra parola può essere usata quando la polizia è spinta a lacerare le tende o buttare via le scarpe dei migranti? Si pensa veramente di dissuaderli in questo modo? E di fronte a questo, cosa succede a delle società che accettano che divenga normale che degli uomini, delle donne, dei bambini vivano per la strada, siano perseguitati e arrestati? L’inferno che costruiamo per le persone migranti sarà immancabilmente il nostro. I governi giustificano le proprie politiche inumane attraverso il giudizio delle proprie opinioni pubbliche. Le stesse opinioni pubbliche di cui aizzano i peggiori istinti, al rischio di essere loro stessi travolti dall’onda bruna che incombe su tutta l’Europa. Può essere che a quel punto si renderanno conto che non si condanna impunemente a morte il proprio simile, fosse pure in maniera indiretta, sotto la copertura della gestione di flussi migratori disumanizzanti e di un diritto internazionale pervertito.
Perché c’è una certezza: questi morti torneranno un giorno a tirarci per i piedi.
[3] La traduzione in italiano dell’articolo di V. Valentino ” Manifestation à la frontière franco-italienne. Est-ce-que le morts reviennent nous tirer par les pieds?” , uscito sul giornale francese L’Autre Quotidien il 24/12/2017 è opera della redazione del blog Parole sul confine.
Ci rechiamo all’infopoint Eufemia perché dobbiamo incontrare un’amica avvocata dell’ASGI con cui abbiamo in passato collaborato e i solidali del collettivo 20 K, per aggiornamenti vari. La mattina di sabato 13/01/18 Eufemia è, come al solito, pieno di gente. Cerchiamo di contare i cellulari in carica e saranno almeno 80.
A. ci informa che il numero delle persone in viaggio si è ridotto dalla nostra ultima visita, ma è comunque alto rispetto al periodo invernale. Circa 150 nel campo della croce rossa, 150/200 al di fuori. Ci informano inoltre del gran numero di donne e bambini che dormono sulle rive del fiume e di come persista il loro rifiuto a recarsi presso il centro CRI, anche per una sola notte. Il passa parola tra i migranti informa infatti i nuovi arrivati della scarsa accessibilità del luogo. La strada per giungervi è lunga e pericolosa (https://parolesulconfine.com/parco-roja-minaccia-la-sicurezza/) e del fatto che nonostante il freddo le persone dormano in tende dove le temperature sono basse, e che ci sono poche docce e in questo periodo solo con acqua fredda.
I compagni del gruppo 20k cercano al contempo, in questo periodo, per la grande affluenza di donne, di tenere aperto l’infopoint solo per loro due giorni a settimana, così da riuscire ad avere dei contatti diretti e passare del tempo insieme, dando loro, in qualche modo, la possibilità anche solo di lavarsi.
Passeremo un giorno e mezzo sotto il ponte con alcune/i compagne/i.
Abbiamo già tentato di descrivere le condizioni di vita e di salute delle persone che abbiamo incontrato a Ventimiglia.
Questa volta vorremmo raccontare i cambiamenti che abbiamo osservato e che sono per noi più significativi.
Ci sono diversi insediamenti, che appaiono più stabili nella loro precarietà, mucchi di coperte hanno al di sopra dei teli blu come quelli che si mettono sotto le tende.
Giunti sul fiume dopo pochi passi quello che balza agli occhi è il gran numero di bambini, molto piccoli (1 o 2 anni) e giovani donne. Molti di loro si sono ammalati. Si tratta soprattutto di malattie dell’apparato respiratorio e gastroenterico.
Degli uomini sudanesi ed eritrei ci chiedono qualcosa che suona come: vedete questi bambini? Sono troppo piccoli. Qui fa troppo freddo per loro.
Ci sono alcune donne che hanno evidentemente delle patologie. Una di loro, magrissima e molto bassa, lamenta dolori addominali e stipsi. A nostro parere deve avere qualche problema di salute, ma da lungo tempo. La visitiamo in uno delle loro grandi “tende” di coperte e teli. Visitandola è chiaro che ci sia qualche disturbo addominale, da quando l’anno prima è stata sottoposta a un taglio cesareo. Le consigliamo di andare in ospedale per fare almeno delle analisi generali e magari un’ecografia. Più tardi prenderemo accordi con i compagni 20k che la accompagneranno al vicino pronto soccorso. All’uscita, il giorno dopo, ci diranno che le analisi erano negative, sembrava non esserci nulla di molto grave. La signora però all’ospedale si era molto agitata e voleva allontanarsi poiché pensava che gli uomini che viaggiavano con lei sarebbero potuti andare via per tentare di attraversare il confine, lasciandola indietro.
Ritornata al campo semplicemente affermava di non avere più nulla dei documenti rilasciati dall’ospedale. Le spieghiamo che, anche in assenza di alterazioni acute, ci sarebbero potuti essere d’aiuto per sapere se ci fossero delle problematiche pregresse. “Everything is lost”, ci dice, con aria scostante.
Tra gli uomini la scabbia è più diffusa del solito e il farmaco che abbiamo, grazie a chi ci sostiene a Genova, si esaurisce rapidamente, purtroppo quindi non possiamo trattare tutti, nonostante presso l’infopoint Eufemia ci siano ancora vestiti e coperte che potremmo usare per completare efficacemente la terapia.
È stato doloroso osservare come lo stato di abbandono abbia inoltre determinato diversi episodi di aspri contrasti tra le persone che vivono sul fiume.
Un ragazzo afgano ci racconta che mentre dormiva gli è stato rubato lo zaino con dentro tutto ciò che possedeva. Ci chiede se la polizia cercherebbe il colpevole se la chiamasse. Più tardi lo incontriamo che esplora tutta la riva del fiume. Poi una terza volta ci raggiunge molto agitato dicendoci di chiamare la polizia poiché aveva incontrato dei ragazzi sudanesi che stavano lavando i suoi asciugamani, probabilmente per riutilizzarli. Volevano da lui dei soldi in cambio di informazioni sul suo zaino. Dopo averli minacciati, era stato anche picchiato. Cerchiamo di parlare con tutti, nonostante la situazione sia molto tesa, ed evidentemente sappiamo che non otterremo neanche i documenti del ragazzo, contenuti nello zaino disperso.
Il secondo giorno visitiamo ancora molte persone. Sempre gli stessi problemi. C’è ancora qualcuno che, meno informato degli altri, non usa l’accesso di fortuna all’acqua potabile, beve l’acqua del fiume e ha di conseguenza infezioni intestinali. Ancora tanti casi di scabbia, bronchiti e febbri.
Molti bambini raffreddati per cui siamo costretti a dividere una compressa di tachipirina in otto parti, non essendo fin ora equipaggiati con farmaci pediatrici.
Veniamo ad un certo punto chiamati da un gruppo di ragazzi che ci indica: “doctor.. sudani… problem”..andiamo a vedere. Un ragazzo dalla provenienza incerta (gli eritrei e i sudanesi affermeranno poi che non è di nessuno dei due paesi) sembra abbia dato un forte colpo in testa a un giovane sudanese, che urla e ha copiose tracce di sangue sulla maglia. Anche lui grida: andrò dalla polizia. Cerchiamo di capire com’è la ferita, di medicarlo e pulirlo dal sangue come possiamo. Per fortuna la ferita non sembra molto profonda.
Alla fine riparliamo con i compagni del gruppo 20 k della necessità di rimettersi in contatto con la ASL per cercare di avere un contatto diretto e un sostegno terapeutico almeno per il problema della scabbia, poiché ovviamente, sarebbe assurdo e inutile affollare il pronto soccorso con decine di persone che hanno questa infezione.
Inoltre, ci troviamo d’accordo con i compagni con cui parliamo sul fatto che la presenza fisica e la condivisione negli spazi della città dove i migranti sono relegati sarebbe auspicabile se il numero delle persone solidali aumentasse e che ovviamente non basta l’arrivo a singhiozzo di sostegno ai pochi che si trovano già sul territorio.
“Functional training del perfetto migrante“, un lavoro diAle (Senza arti nè parti)per Parole sul confine
La retorica del nuovo come del vecchio razzismo si ammanta di stereotipi, pregiudizi e banalizzazioni. Desiderio e bisogno di migliorare le proprie condizioni di vita sia materiali che immateriali, sono considerati illegittimi per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa.
Per riuscire a chiudere la porta in faccia proprio a tutti si è arrivati a mettere in dubbio i bisogni primari dell’essere umano come sfuggire da fame, guerre, dittature e povertà, figuriamoci il desiderio di studiare o migliorare la propria situazione economica. La persona migrante deve portare sul proprio corpo segni visibili della sua sofferenza che ce ne possano far provare compassione, ogni altro suo aspetto di individuo è irrilevante.
Il lavoro che Ale ha regalato a Parole sul confine si fa beffe del discorso razzista, che sminuisce, appiattisce, spersonalizza. Allo stesso tempo mette in luce i pregiudizi di chi prova a controbattervi negli stessi termini, producendo solo altri stereotipi.
Il materiale è distribuito con Licenza Creative Commons
La mattina del 16/12/17 raggiungiamo Ventimiglia con altr* tre compagn* portando, grazie al fiorino di una di loro, una certa quantità di vestiti, sacchi a pelo e scarpe, raccolti presso due centri sociali genovesi.
All’arrivo troviamo l’infopoint Eufemia già aperto e pieno di persone. Il piccolo magazzino è occupato perché alcune ragazze eritree stanno cercando di cambiarsi per indossare vestiti più pesanti. Fa molto freddo ed è umido.
Dopo aver sistemato le cose e rimosso dall’infopoint tutti i farmaci per evitare qualsiasi possibile problema per gli attivisti e i volontari che lo gestiscono, andiamo da Delia per mangiare qualcosa.
Parliamo con lei e sua nipote per sapere se qualcuno esprime idee rispetto alla privatizzazione dell’Ospedale di Bordighera. Pare che in città non se ne parli. Ipotizzano anche che la gente possa pensare che migliorerà la situazione se diventerà privato. Sua nipote no, lei dice dovrebbe restare pubblico, ma “la gente pensa solo a prendersela con i ragazzi”.
Come sempre ci sono numerose persone nei paraggi e ci viene chiesto anche di visitare uno dei ragazzi tra i più conosciuti. Si fa chiamare Italia1 perché sembra gli piaccia molto vedere la televisione. Ora Delia, però, a causa del costo ha deciso di non tenerla più nel suo locale.
Nel tentativo di attraversare la frontiera “Italia1” si è ferito al piede con un ferro sporgente dal terreno. Ha una medicazione ma le dita si stanno gonfiando e non gli è stato prescritto o consegnato un antibiotico. Glielo lasciamo noi.
Andiamo verso Mentone poiché c’è una manifestazione organizzata da gruppi francesi tra cui Roya Citoyenne, Nuveau Parti anticapitaliste (NPA), Solidarietà con i migranti 06, coordinamento 75 dei “sans papier”, in occasione della Giornata internazionale dei diritti dei migranti che cade il 18 dicembre.
La manifestazione parte dalla stazione. Si arriva a ponte san Ludovico – la frontiera bassa – che è chiuso da alte reti con dietro camionette blindate e molti poliziotti francesi in assetto antisommossa. Incontriamo alcun* imperiesi e altr* solidal* che ormai conosciamo da anni.
Durante il corteo, chi ha il megafono parla delle frontiere e dei morti che hanno causato, della fortezza Europa e del diritto negato di restare e di partire, della necessità di regolarizzazione per tutti. Un ragazzo che sembra algerino parla dell’invasione delle terre natali e del fatto di voler stare in Francia per riprendersi i diritti di cui è stato espropriato. Gli interventi vengono fatti in francese, arabo e pashtun.
Prima della fine della manifestazione ci allontaniamo per tornare a Ventimiglia a vedere com’è la situazione lungo il fiume. Vogliamo arrivare con un po’ di luce, temiamo infatti che col buio sarà molto più difficile.
A Ventimiglia, appena scesi sotto il ponte di via Tenda, incontriamo un gruppo di Afghani, isolati, in abiti leggeri e infradito. Ci si avvicinano in tanti e hanno tutti dei seri problemi di salute, evidentemente non trattati o non trattati adeguatamente. Un ragazzo ha lunghe e profonde ferite suturate che vanno dalla fronte al mento sul lato sinistro del volto. Ha molto dolore mentre lo medichiamo e poiché non gli è stata prescritta alcuna terapia antibiotica, gliela forniamo. I ragazzi che sono con lui hanno tutti delle forme di scabbia molto vecchie, dicono da mesi, alcuni con evidenti infezioni batteriche. Uno di loro ci dice in italiano che ha avuto un morso di topo all’orecchio mentre dormiva. Ha una medicazione che si toglie da solo nonostante cerchiamo di farlo noi: a causa della rimozione troppo violenta, l’orecchio comincia a sanguinare. È gonfio e c’è del pus. Ha altre lesioni con pus sul corpo. Gli chiediamo di poter fotografare lui e il ragazzo con le lesioni da scabbia più evidenti.
Parla bene italiano poiché è in Italia da 8 anni, ha vissuto a Milano, a Roma e a Napoli e ora va via perché dispera della possibilità di miglioramento delle sue condizioni di vita. Puliamo la ferita e lo medichiamo, gli lasciamo la terapia antibiotica ma facendoci promettere che l’indomani andrà al pronto soccorso. Gli spieghiamo che è una situazione molto a rischio per il numero di infezioni che ha e che non deve avere paura. Risponde “capisco, non ho paura”.
È già buio, sono presenti altri tre solidali, un altro medico e due compagn* che facilmente comunicano con le persone presenti, chiedendo loro di aspettare un attimo. Ci fanno luce mentre parliamo con ognuno e mentre medichiamo; è per noi un grande aiuto poiché diventa sempre più difficile affrontare un tale carico e lavorare in condizioni assurde, per di più in due.
Proseguiamo al buio, tra i fuochi accesi da qualcuno sotto il ponte e i cumuli di coperte, fino al piazzale antistante l’entrata del cimitero. Dopo le forti piogge della scorsa settimana si sono aggiunte anche alcune coperture fatte di teli impermeabili. Mentre visitiamo altre persone, tutte con bronchiti, dolori, ferite, vediamo una ragazza in lontananza e le due donne tra noi vanno a parlare con lei. Dice di non parlare inglese, ma in realtà le parole, dopo averci pensato per alcuni secondi, le vengono sempre. Dice sorridendo: “Sister, help me, take me to Germany”. Sorridiamo tutte amaramente sapendo che è abbastanza improbabile. Riusciamo a capire che è Eritrea, ha 16 anni e sta viaggiando con suo fratello di 20 anni, dorme lì sotto, all’aperto, con lui. Non possiamo fare nulla per loro, ma comunque ci ringraziano.
Raggiungiamo il piazzale dove le e i ragazz* di Kesha Niya distribuiscono la cena. Ci mettiamo dall’altro lato del piazzale per essere abbastanza lontani dal controllo della polizia e visitare le persone più tranquillamente quando avessero finito di mangiare.
Visitiamo diverse persone, due ci riconoscono e vengono solo a salutarci. Uno di loro lo abbiamo già visitato un mese fa, poi è stato deportato a Taranto.
Le e i nostri compagn* parlano con le persone facendosi anche iniziare a spiegare i loro problemi, ci aiutano a localizzare i farmaci grazie alla luce e ci dicono, nella calca, chi sarà il prossimo. Avere un terzo medico inoltre è per noi un’altra conquista importante.
Andiamo poi a riposare da amic* solidali. Non siamo affatto tranquilli. Ci sono tre gradi a Ventimiglia la sera e non immaginiamo nemmeno come sia possibile stare lì fuori la notte, in un mucchio di coperte e vicino al fiume.
Pensiamo a lungo all’idea di pubblicare o meno le fotografie delle persone medicate o curate. Abbiamo spiegato loro che ci servono perché si sappia cosa succede alle persone che passano sul nostro territorio. Abbiamo ottenuto i loro permessi, purché non siano riconoscibili. Tuttavia, sappiamo ormai come talvolta immagini particolarmente forti possano essere strumentalizzate dalla stampa e utilizzate come scusa per promuovere azioni repressive o sgomberi. Sono ormai due anni che questi fatti si verificano, che tentiamo di raccontarlo, scrivendo report che vengono pubblicati da ulteriori solidali, inviandolo a gruppi che si dovrebbero occupare di migrazione, ad associazioni, eccetera.
Gli sgomberi sono stati molti, invocati per motivi sanitari e hanno portato unicamente a un aggravamento delle condizioni di vita, già molto precarie, di donne, uomini e bambin* che qui sono passati e qui sono stati costretti a fermarsi.
È del 21 novembre l’ultima ordinanza in cui si stabilisce l’ammontare da corrispondere alla solita ditta per le “pulizie straordinarie” del fiume.
A seguito di questi pensieri, sentiamo le persone che ci sono più vicine nel lavoro di informazione che ci siamo trovati a fare in questi anni. Siamo tutt* dell’idea di descrivere chiaramente ciò a cui le persone sono sottoposte, perché bloccate in questo territorio e in queste condizioni, ma al contempo di spiegare quanto ciò sia fatto con la consapevolezza delle nostre idee, della nostra posizione e che le eventuali conseguenze non saranno chiaramente determinate da un nostro scritto, ma dalle cieche politiche che si ripetono sempre uguali e che dovremmo esigere tutti a gran voce vengano interrotte.
Il giorno dopo rifacciamo lo stesso giro, vediamo problemi simili al giorno precedente, presto finiamo i farmaci più utili. Incontrando le stesse persone visitate la sera prima, ripetiamo le stesse raccomandazioni.
Continuiamo poi lungo il corso del fiume per capire se ci sono persone anche più isolate, ma la piena ha modificato il territorio e tutti gli insediamenti che erano qui sono vuoti o semplicemente sono ormai invasi dal corso delle acque.
La Francia accelera le politiche di espulsione dei “Dublinati”. In concomitanza dell’accrescersi delle mobilitazioni dei residenti nei PRAHDA (vedi: Levarsi i sassi dalle scarpe per marciare contro il Regolamento di Dublino, da Parole sul Confine), le prefetture passano sopra alle sentenze e mettono in atto delle espulsioni forzate violente e illegali. Una testimonianza di quel che è successo qualche giorno fa nella regione marsigliese: traduzione della redazione di una nota del collettivo El Manba. Contestualmente, diffondiamo l’appello dei richiedenti asilo in procedura Dublino di Marsiglia che, in un’azione coordinata con altre città francesi (Montpellier, Toulon, Pau e altre), invitano a manifestare davanti alle prefetture, lunedì 18 alle 12,30. Un’azione che segue di una settimana l’accampamento di due giorni davanti alla prefettura di Marsiglia.
Nuove espulsioni arbitrarie dai PRAHDA di Marsiglia : quando la PAF e la Prefettura si fanno giustizia da sole.
Martedi’ 12 dicembre, alle 9 del mattino, Mohamed è il primo ad essere arrestato durante l’ appuntamento settimanale al commissariato di Vitrolles. Ibrahim lo segue poco dopo, verso le 10,30. Alle 11, veniamo a sapere di altri tre arresti, particolarmente violenti, al PRAHDA di Gémenos.
Dal commissariato, gli arrestati sono stati condotti, in manette, fino alle loro camere al PRADHA per recuperare i loro effetti personali. Per i loro compagni, tutto cio’ suona come un avvertimento. Sono impietriti dalla violenza degli arresti: “si direbbe che siamo dei criminali!?”. C’è paura.
A mezzogiorno arriva la conferma: tutti e cinque sono detenuti al Centro di detenzione (CRA) di Nîmes, con un volo di espulsione annunciato per il giorno seguente, a destinazione Venezia. L’orario non è ancora deciso, o non lo si vuole specificare. Neanche i compagni detenuti ne sono al corrente.
Ancora arresti, illegali sotto vari punti di vista, per assicurarsi della riuscita delle espulsioni. Gli amici marsigliesi e gli avvocati si mobilitano e viene depositata una richiesta d’urgenza. Riescono ad ottenere un’udienza eccezionale per il giorno seguente, alle 9 del mattino, davanti al Giudice delle libertà e della detenzione (JLD). Sappiamo che non si riuscirà a sospendere l’espulsione, è una corsa contro il tempo, prima che siano scortati all’aereo.
La sera, chiamiamo gli amici che sono in cella al CRA, qualche consiglio, incoraggiamenti, informazioni su quel che puo’ succedere, siate forti, faremo tutto il possibile per farvi uscire. Con il JDL non c’è niente di garantito, conosciamo bene il ritornello (gli sbirri faranno il possibile per eludere l’udienza). Ma c’è ancora una possibilità, una minima possibilità. Ma perchè sono qui, ho già detto che non voglio andarci, in Italia…
Mercoledì 13 dicembre, alle 9, la polizia gioca il suo colpo basso e i cinque ragazzi vengono condotti di forza all’aeroporto di Nîmes Garons, qualche minuto prima dell’inizio dell’udienza! Passano varie ore nei locali della PAF (Police aux Frontières), all’aeroporto. Al diavolo l’udienza! L’erba tagliata sotto ai piedi!
10,00: Nuovo colpo di scena, la giudice ha mantenuto l’udienza, nonostante l’assenza dei cinque detenuti. Dei solidali arrivano all’appuntamento, dalle Cévennes, da Nîmes, Montpellier e Avignone. E, è quasi certo, si tratterà di verdetti di liberazione. Non resta che attenderli. E’ solo … una questione di tempo. Si gioca sul filo del rasoio, tratteniamo il respiro.
Ibrahim ci parla al telefono dai locali della PAF. I telefoni dei compagni si spengono uno dopo l’altro, con le batterie scariche. Anche le loro voci, sempre più lontane, tremano nell’eco dell’aeroporto. Cerchiamo di restare in contatto, nonostante i minuti che passano e ci allontanano.
11,00: L’attesa dei verdetti, che ancora non sono passati in cancelleria, si fa insostenibile. Cosa sta facendo la giudice? Finalmente la giudice chiama la PAF, due volte, per comunicare la sua decisione ed esigere l’interruzione dell’espulsione. Ma gli sbirri le fanno una risata in faccia. La Prefettura, che era presente all’udienza, non da alcun contrordine: guadagna tempo, sfregandosi le mani.
11,50 : Una prima decisione è trasmessa! Ma il volo parte a breve. Bisogna facsare la decisione alla PAF centrale il più rapidamente possibile. E gli altri? Sbrigati, merda!
12, 15: Una persona viene liberata in pista. Non possiamo crederci, non sappiamo di chi si tratti, forse non vogliamo neanche saperlo. E gli altri, dai! Non è possibile liberarli tutti e cinque!?
12,40: Ci siamo, abbiamo gli altri quattro verdetti, yallah! I solidali corrono all’aeroporto per consegnare i vedetti agli accompagnatori di mano propria, mentre i fax sono già stati inviati alla Prefettura.
Ma sul posto non ci sono aerei, non ci sono i compagni, non c’è la PAF … all’accoglienza dell’aeroporto: non possiamo dirvi niente, chiamate la sede centrale della PAF. Si, l’aereo è decollato. Alle 12,20.
Cani!
In serata, i telefoni di Ibrahim e Kabir suonano ancora a vuoto: “Welcome to Lyca Mobile…” … la voce gelida di una segreteria e il vuoto nel cuore. Da ripetersi, per tutta la notte: forza, resistiamo … on lâche rien.
E la rabbia, la più cieca, che parla: quando gli sbirri si fanno beffa di una decisione di giustizia … come si dice? Spesso si ha paura delle parole. Di un ribaltamento?
STOP DUBLINO! STOP ALLE ESPULSIONI!
Per domani, lunedì 18 dicembre, sono state organizzate manifestazioni davanti alle prefetture di varie città di Francia. Diffondiamo l’appello dei “Dublinati” marsigliesi e forniamo qualche link per aggiornarsi sul percorso di lotta che stanno intraprendendo.
“Bufera sul diritto d’asilo e gli/le esiliati/e! Presidio davanti a tutte le prefetture per urlare la nostra rabbia con i richiedenti asilo in lotta, prigionieri del regolamento Dublino, perseguitate/i, chiuse/i nei campi, imprigionate/i, ammanettati/e e adesso espulse/i dai Prahda e dai centri di detenzione. Costruiremo un muro davanti alla prefettura, come lo faranno, lo stesso giorno, i richiedenti asilo di Montpellier, Toulon, Pau etc, tutti uniti nella stessa battaglia. SIATE PRESENTI! IMPEDIAMO LE ESPULSIONI! PER UN’ACCOGLIENZA INCONDIZIONATA!”
Per informazioni rispetto al percorso di lotta intrapreso dai richiedenti asilo in procedura Dublino di Marsiglia, rinviamo alla pagina Facebook del collettivo El Manba (Collectif Soutien Migrants 13). Tra domenica e lunedì scorsi, un accampamento ha occupato la piazza antistante la prefettura di Marsiglia, per chiedere al prefetto di applicare la clausola discrezionale che permette di annullare la procedura. Qui il link al loro comunicato:
Tra la Val di Susa e la Valle della Clarée da circa un anno si è aperta un’altra rotta migratoria.
Negli ultimi mesi, il numero delle persone migranti che tentano il passaggio di confine attraversando il Colle della Scala è andato aumentando a causa dell’inasprirsi dei controlli e della violenza nella zona di frontiera di Ventimiglia, una rotta resa sempre più pericolosa e difficile da percorrere.
Pubblichiamo una serie di articoli (tradotti dal francese all’italiano dalla nostra redazione), che aiutano a comprendere la situazione migratoria in questa più recente zona di confine, nonché il comunicato di presentazione di una realtà solidale – Briser les Frontières – nata recentemente in Val di Susa.
Il primo articolo di cui proponiamo la traduzione è uscito il 24/11/2017 su La Depeche.fr, nella sezione Attualità sulla salute pubblica.
Gli articoli che seguono raccontano del replicarsi, anche lungo il confine delle Hautes-Alpes, della stessa politica fatta di violenza, respingimenti e militarizzazione, messa in atto ormai da quasi tre anni alla frontiera di Ventimiglia. Di fronte all’aprirsi dell’ennesima rotta migratoria – che dimostra come le politiche repressive non solo siano inumane ma anche sostanzialmente inutili – il Governo francese, in palese difficoltà, arriva a negare la libertà di stampa.
Concludiamo con la presentazione di Briser les Frontières e con l’invito alla loro prima iniziativa, domani 15/12, a San Didero, Val Susa.
La frontiera, la montagna e la caccia al migrante: l’appello delle guide alpine.
Dopo aver attraversato il Mediterraneo, un numero crescente di migranti originari dell’Africa dell’ovest cerca di oltrepassare le Alpi per raggiungere la Francia. Mettendo in pericolo la loro vita. Senza equipaggiamento e nel timore delle forze dell’ordine appostate in montagna, presto si confronteranno con la rigidità dell’inverno ad alta quota. Numerose associazioni di ‘montanari’ fanno appello alle autorità perchè salvino questi richiedenti asilo. Facciamo il punto con Yannick Vallençant, presidente del sindacato professionale della montagna e vice-presidente fondatore di Guide senza frontiere.
Durante lo scorso agosto, due migranti sono precipitati al col de l’Echelle (Hautes Alpes), nel tentativo di evitare la polizia, che perlustra la montagna lungo le rotte di migrazione dei rifugiati africani. Altri migranti hanno subito amputazioni alle dita di mani e piedi a causa dei congelamenti. La mancanza di equipaggiamento, la persecuzione poliziesca, le condizioni meteorologiche particolarmente dure in montagna mettono in pericolo la salute e la vita di questi richiedenti asilo.
Alla vigilia dell’entrata nel periodo invernale e di fronte a questa inquietante situazione di carattere umanitario, un gruppo di professionisti della montagna ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. Nella lettera, denunciano “ la situazione drammatica vissuta dai gruppi di migranti durante il passaggio delle frontiere alpine nel settore del Mercantour, di Brainçon e di Modane”. Il freddo, l’altitudine … “alle difficoltà e ai rischi propri alla montagna si aggiungono la paura di incrociare le forze di polizia e la volontà di sfuggirgli in ogni modo”, continuano i firmatari.
Congelamenti, ipotermie, incidenti, la montagna è pericolosa tutto l’anno: “ anche quando si è dotati di 4 strati di abbigliamento, di calzature tecniche, e si è allenati, resta pericolosa. E in inverno tutto si complica”, sottolinea Yannick Vallençant. Oltre al mal di montagna, che puo’ colpire alcune persone, il freddo aumenta a quelle altitudini. Il col de l’Echelle si trova a 1.700 m d’altitudine. In montagna, “si cala facilmente di 1° C ogni 100 m”, precisa.
“Ultimamante abbiamo registrato attorno ai -7°C, ma si puo’ tranquillamente scendere a -15°C e a volte -20° C durante l’inverno”. Il rischio di congelamenti, che puo’ condurre all’amputazione degli arti coinvolti, è reale. Per non parlare dell’ipotermia che puo’ provocare la morte. I migranti, assolutamente non equipaggiati (alcuni attraversano il passo in espadrillas) soffrono di un affaticamento ulteriore, dovuto allo stato di salute già deteriorato durante il loro percorso e a causa delle condizioni nelle quali lo hanno affrontato. Inoltre, la maggior parte di loro viene da paesi caldi …
Lo spirito di cordata
Animati dallo ‘spirito di cordata’, sinonimo di missioni di sicurezza, di soccorso e solidarietà, i firmatari della lettera giudicano “impensabile lasciare i migranti al loro destino”. E’ “il senso piu’ profondo del nostro mestiere di guide quello di assicurare la sicurezza di tutti in montagna, senza discriminazioni”. “Ci auguriamo che i responsabili politici prendano coscienza della realtà”, prosegue. A questo scopo, “proponiamo loro di venire personalmente, per rendersi conto sul posto dei rischi concreti”.
Il 17 dicembre prossimo, un camper di soccorso sarà installato nella valle della Clarée. Aperto a tutte e tutti, “permetterà di avere una visione chiara delle realtà di uno di questi percorsi ad alto rischio”.
Liberté Fraternité Egalité: ulteriori passaggi verso il nuovo fascismo di Stato, anche in Francia.
“Presso il Colle della Scala, alcuni giovani migranti piegati dal freddo e respinti dalla Francia. La valle della Clarée, situata nel dipartimento delle Hautes-Alpes, è teatro della crisi migratoria. I migranti che attraversano il Colle della Scala sono in maggioranza minorenni – una condizione che, secondo le associazioni, non è presa in considerazione dalle autorità.” – questa la traduzione italiana del titolo del suddetto articolo.
Immagine ripresa da: https://www.letemps.ch/monde/2017/11/17/col-lechelle-jeunes-migrants-pieges-froid-renvoyes-france?utm_source=amp
L’articolo racconta in presa diretta il tentativo di attraversamento del confine da parte di giovanissimi migranti, quasi tutti minorenni, con il sostegno di un solidale francese incontrato lungo la strada:
“Le prime nevi erano cadute all’inizio della settimana. Sabato sera scorso, sulla strada del Colle della Scala, a 1762 metri di altitudine, non lontano dalla frontiere franco-italiana, Alain è inquieto. Fa freddo e il vento soffia attraverso i larici. La luna non è ancora spuntata ma malgrado l’oscurità, lui riesce a vedere.
Sono le 23 e lui non è solo. Grandi fari accesi, numerosi veicoli della gendarmerie risalgono la sua stessa strada. Alain, guida di montagna in pensione, sa che queste cime, per quanto belle siano, nascondono delle trappole. Ma loro lo ignorano.
Un rumore. Il Briançonese accende la sua torcia. Dietro un tronco, un sacco rosso, poi un viso. La figura non si muove. “Non abbiate paura”, apostrofa Alain. Loro si erano seduti con la schiena alla strada, dietro un tronco. Uno dopo l’altro escono dall’oscurità. Sono quattro. Tacciono. Uno di loro porta un piumino, gli altri si accontentano di una giacca che hanno abbottonato fino al collo. Ai loro piedi degli zainetti. “Avete freddo?” “Sì”. “Sete? Fame?” “Sì”. “Quanti anni avete?” Il ragazzo col piumino risponde: “16 anni, signore. Sono nato il 10 ottobre 2001”. I suoi tra compagni dicono lo stesso. Affermano tutti di avere meno di 18 anni e accettano il tè caldo e delle galettes al cioccolato che gli offre il pensionato.”
L’articolo continua descrivendo come, da circa un anno, la Valle della Clarée sia interessata da questo fenomeno che aumenta di mese in mese. Nel 2017, secondo le stime ufficiali, circa 1600 migranti sono riusciti ad attraversare il confine passando per questa zona e di questi 900 erano minorenni. All’aprirsi della nuova rotta migratoria è seguita la militarizzazione del confine, con l’aumento dei controlli, dei posti di blocco e ovviamente degli arresti, delle multe e delle denunce per tutti coloro che hanno cominciato a offrire solidarietà concreta alle persone in viaggio. Nonostante questo, una parte non esigua di abitanti delle valli ha deciso di non abbassare la testa e di non girare lo sguardo di fronte a quanto accade lungo i sentieri delle proprie montagne.
“L’ultima tappa di una lunga peripezia”
“Fa molto fresco qui”, sottolinea a suo modo uno dei quattro giovani migranti. Si chiama Lansana e viene dalla Guinea- Conakry. Prima di arrivare su questa strada che serve da pista di sci di fondo in inverno, ha attraversato un continente, un mare e una penisola. Le carceri libiche, le torture, così come il Mediterraneo e le imbarcazioni a motore precarie, sono alcune delle prove che lui ha affrontato.
I suoi tre compagni, ugualmente. Se desiderano arrivare in Francia è per scappare alla strada in Italia. In Francia abbiamo delle conoscenze e parliamo il francese, spiegano mentre sorvegliano la strada. In qualsiasi momento una volante della gendarmerie li può intercettare. “Sistematicamente vengono rinviati in Italia” spiega Alain.
L’uomo è cosciente di trovarsi in una situazione delicata poiché la sfumatura tra lo statuto di trafficante e di solidale è poco chiara per dei semplici cittadini. Questa incertezza giuridica ricade sulle azioni intraprese dagli abitanti della regione.
(…)
Già nel 2015 avevano avuto un assaggio del contesto migratorio. A causa dello smantellamento del campo di Calais, il Comune di Briançon si era proposto volontario per accogliere una parte dei migranti provenienti dal Nord della Francia. Ma molto velocemente, la città del dipartimento delle Hautes-Alpes si era sentita invasa. Ad oggi il CRS (Cordinamento rifugio solidale) , uno spazio messo a disposizione dalla comunità cittadina, oltre a Chez Marcel, una casa occupata da un collettivo, fanno parte di quei luoghi che offrono rifugio ai migranti.
“ Al momento dei controlli, il rifiuto di ingresso è sistematico. Non se ne considera né l’età, né la domanda d’asilo. E’ totalmente illegale e criminale”, denuncia Michel Rousseau, tesoriere dell’associazione Tous Migrants. Nel 2015, la foto del piccolo Aylan trovato morto annegato su una spiaggia turca aveva creato un movimento di indignazione a Briançon. “Noi non ci riconosciamo nella politica europea in materia di immigrazione. Che il Mediterraneo si trasformi in un cimitero ci è insopportabile”, dichiara ancora. “Noi non vogliamo che le nostre montagne divengano un secondo Mediterraneo. La reazione del prefetto che vuole respingere queste persone ci lascia scioccati. Noi abbiamo deciso di organizzare quello che lo Stato non fa: l’accoglienza.”
“Questa situazione è insostenibile”
“Ritorniamo sul Colle della Scala. Alain ha chiamato un amico in aiuto. Tutti e due vogliono portare i quattro minori al centro di accoglienza di Briançon. Prendono la situazione in mano e scendono lungo la valle. Non c’è tempo per l’esitazione. Cosa rischiano? Al volante, l’amico si sfoga: “Non ci importano i nostri rischi, questa situazione è insostenibile. Noi viviamo in un equilibrio instabile. Se noi non gli offriamo un aiuto, questi ragazzi restano in mezzo alla strada”.
All’entrata del paese di Val-des- Prés, la strada si insinua tra le abitazioni. La gendarmerie blocca la strada. “Documenti di identità”, esclama il rappresentante delle forze dell’ordine. L’operazione è interrotta. I giovani migranti devono salire sulla macchina della polizia. Quanto ad Alain e al suo compagno, ritornano a casa loro con una convocazione, per il giorno dopo, in commissariato. Prima di separarsi, i due francesi domandano i nomi ai quattro ragazzi incontrati sul Colle. Si chiamano: Rosé, Thierno, Mamadou e Lansana.
Sulla montagna, lungo la strada che passa tra il Colle della Scala e la stazione sciistica di Bardonecchia, un cippo di pietra marca la frontiera. E’ qui che la polizia francese li ha lasciati dopo l’interrogatorio, a l’una del mattino di domenica, indicando l’Italia e invitandoli a tornarci.”
L’articolo che abbiamo parzialmente tradotto e commentato è stato il frutto di un reportage che ha determinato il fermo e la denuncia da parte della polizia francese dei due giornalisti che lo stavano realizzando. Una pagina buia di negazione della libertà di stampa che segnala, se ce ne fosse ulteriore bisogno, come lo stato di diritto, considerato la base delle società democratiche occidentali, sia da tempo soggetto a un radicale smantellamento in direzione di una pratica di esercizio del potere palesemente improntata alla discriminazione e alla violenza.
“Due giornalisti fermati dalla polizia francese durante la realizzazione di un reportage sui migranti In seguito al fermo di due giornalisti che stavano realizzando un reportage sui migranti che, dall’Italia, entrano clandestinamente in Francia, Reporters sans frontières (RSF) ricorda che la pratica del giornalismo non è un crimine e che la protezione delle fonti è un diritto.
La giornalista svizzera Caroline Christinaz, che lavora per Le Temps, e il giornalista francese Raphaël Krafft, in missione per il Magazine della redazione di France Culture, sono stati fermati, nella notte tra sabato e domenica, mentre realizzavano un reportage sui migranti che entrano clandestinamente in Francia, attraverso il passo dell’Echelle, nelle Hautes-Alpes, in provenienza dall’Italia. Sono stati fermati ad un posto di blocco, mentre erano a bordo di automobili guidate da alcuni abitanti della zona di Briançon, che avevano soccorso quatro migranti minori non accompagnati. I due giornalisti sono stati convocati, il giorno seguente, alla gendarmerie di Briançon.
Nel corso dell’ interrogatorio, Caroline Christinaz ha scoperto di essere convolta in una denuncia per “aiuto all’entrata, alla circolazione o al soggiorno irregolare di stranieri sul territorio francese”. Fatti che possono generare pene pecuniarie pesanti e detenzioni fino a cinque anni di prigione. La giornalista svizzera ha presentato il proprio tesserino da giornalista, ha spiegato che stava realizzando un reportage. «Per due ore, la maggior parte delle domande che mi sono state rivolte miravano all’ottenimento di informazioni sulle mie fonti e sulle persone con le quali mi trovavo », spiega Caroline Christinaz, che specifica di non aver smesso di ripetere ai gendarmi che, in quanto giornalista, desiderava far valere il proprio diritto a proteggere le fonti. I gendarmi hanno inoltre reclamato l’acquisizione del suo telefono portatile e dei codici d’accesso relativi. La giornalista ha dichiarato di essere stata interrogata a proposito della propria vita privata, per poter valutare le sue capacità finanziarie e stabilire l’ammontare della multa, prima di essere fotografata e obbligata a depositare le proprie impronte.
« Realizzare un reportage sui migranti o su coloro che vanno in loro soccorso non puo’ essere considerato un crimine», ricorda Catherine Monnet, redattrice capo di RSF. «Trattare un giornalista come un sospetto, quando non fa che esercitare la propria professione è un ostacolo al libero esercizio del giornalismo. Reporters sans frontières ricorda inoltre che un giornalista non puo’ essere costretto a rivelare l’identità delle proprie fonti, stando al fatto che la protezione delle fonti giornalistiche è un diritto previsto dalla legge del 1881 » .
Convocato qualche ora piu’ tardi, nel pomerigio, Raphaël Krafft è stato ascoltato in qualità di testimone. Per il momento i due giornalisti non hanno alcuna idea delle possibili conseguenze della faccenda.
La Francia risulta al 39° posto nel Classement de la liberté de la presse (classifica della libertà di stampa) stabilito da Reporters sans frontières (RSF).”
Briser les Frontières – iniziativa
Pubblichiamo infine il comunicato di presentazione del gruppo solidale nato in Val di Susa, Briser les Frontières, che domani sera terrà la sua prima iniziativa di presentazione.
Nell’ ambito dell’ ultimo anno la frontiera di Ventimiglia è stata completamente militarizzata, costringendo di fatto i migranti a cercare più a nord dei valichi per la Francia. Storicamente la Valsusa è stata sempre territorio di passaggio per chi aveva necessità di oltrepassare le Alpi, la scorsa estate però i numeri di coloro che hanno tentato la traversata sono di gran lunga aumentati rispetto agli anni precedenti.
Negli ultimi mesi, la stazione dei treni di Bardonecchia, ha visto tra i 15 e i 50 passaggi giornalieri.
La voce di una possibilità è corsa di bocca in bocca ed oggi, nonostante il gelo che è sceso sul Colle della Scala e sul Monginevro, ci sono all’ incirca una decina di persone che scarsamente equipaggiate tentano la traversata ogni giorno, molte delle quali non hanno mai visto la neve.
Il comune di Bardonecchia, estremamente preoccupato di fare una brutta figura con chi ha la fortuna di essere chiamato turista, ha deciso di chiudere la stazione dei treni alle 21 buttando letteralmente in mezzo alla strada coloro che cercano un riparo per la notte.
Si getta la polvere sotto al tappeto, aspettando la tragedia nell’ indifferenza.
Ancora è ben chiaro in noi, il ricordo di Mamadou, il ragazzo di 27 anni trovato in stato di ipotermia sul Colle della Scala l’ inverno passato, cui hanno dovuto amputare entrambe i piedi e quest’ anno i passaggi sono aumentati di molto.
Tra la Valsusa ed il Brianzonese è nata una rete di persone che hanno scelto la solidarietà all’ indifferenza, una rete che abbiamo deciso di chiamare Briser les Frontières.
Abbattere le frontiere, un obiettivo comune per chi lotta contro coloro che devastano la natura per movimentare merce e turisti su treni ad alta velocità, chiudendo al contempo tutti gli spazi a coloro che non gli rendono il giusto profitto e preparando il terreno per quello che rischia di diventare l’ ennesimo cimitero a cielo aperto.
Segnaliamo volentieri il documento di denuncia della situazione e di appello alla cittadinanza solidale, inviatoci dal gruppo Solidali del Ponente e già pubblicato dalle testate locali di Sanremo News e Riviera24, sulle quali è possibile leggerne la versione integrale.
In un primo momento la testata online Sanremo News aveva erroneamente attribuito l’appello dei Solidali del Ponente alla redazione di Parole sul confine. Risolto tale fraintendimento, cogliamo l’occasione per specificare che il presente blog nasce come strumento di inchiesta e di informazione indipendente, e non appartiene ad alcuno specifico gruppo o movimento politico presente sul territorio frontaliero. Ciononostante, dare risalto a contributi come questo dei Solidali del Ponente è esattamente l’obiettivo editoriale di questo progetto, che ambisce a raccogliere e diffondere tutte le testimonianze, le notizie e le informazioni “di parte” che vengono taciute dai mass media e nascoste dalle istituzioni.
Di quale parte parliamo? Di quella ostacolata e delegittimata da un sistema di potere che impedisce di trovare spazio e prendere la parola nel dibattito pubblico alle molteplici realtà, collettivi, gruppi ed individui che vogliano esprimere un punto di vista critico e di denuncia dell’attuale operato dei governi europei e, nel dettaglio, di quello italiano e delle istituzioni preposte alla gestione della frontiera franco-italiana.
Il comunicato dei Solidali del Ponente si conclude con un appello che chiede alla cittadinanza solidale di non rimanere indifferente spettatrice di fronte alle violenze e al dramma umano vissuto quotidianamente dalle persone migranti che arrivano a Ventimiglia:
A Ventimiglia il Centro CRI è praticamente full, sono ospitate circa 500 persone di cui alcune nelle tende. Altre , circa 250 cercano di sopravvivere tra accampamenti improvvisati sotto il ponte, ripari di fortuna, fuochi, anfratti vari; tra loro molti minori e famiglie con bimbi e tutti, chi più, chi meno con problemi sanitari determinati dalle durissime condizioni di vita all’addiaccio e da malnutrizione.
Le condizioni meteorologiche stanno precipitando in queste ore, sono previste gelate anche sulla costa con minime attorno allo 0°.
Non è una situazione di emergenza questa? Non dovrebbe attivarsi l’Amministrazione, la Protezione Civile , la Prefettura, la Diocesi stessa per far fronte a questa Emergenza Umanitaria.
Non si venga a proporre , come da qualcuno già suggerito, uno sgombero umanitario…. Li abbiamo già visti, gli sgomberi, aggiungono solamente nuova violenza su soggetti già provati da innumerevoli sofferenze.
Riapriamo Gianchette, riapriamo almeno temporaneamente spazi protetti alla stazione, facciamo qualcosa prima che succeda l’ennesimo, irreparabile “Omicidio di Frontiera” perché come ci insegna Ioculano “Non sono i centri d’accoglienza che attirano le persone, ma le frontiere.”
Non si tratta di una presa di posizione ideologica o utopica, bensì, come si evince leggendo l’articolo, è il frutto di un’analisi precisa delle dinamiche politiche messe in atto dalle Istituzioni negli ultimi mesi. Come correttamente ricostruito, a metà agosto l’amministrazione cittadina ventimigliese, supportata dalla Prefettura di Imperia, faceva chiudere il centro di accoglienza volontario e non istituzionale della Chiesa delle Gianchette, sulla base dell’allargamento del Campo della Croce Rossa sito nel Parco Roya. [1]
L’effetto di queste operazioni è stato quello di far aumentare il numero delle persone accampate sulle sponde del fiume Roya, sotto al cavalcavia di Via Tenda. Inoltre, nonostante la riduzione dei flussi migratori dall’Africa, dovuta agli accordi del governo Italiano con il “governo” libico di Serraj e alla conseguenze istituzione di campi di detenzione per migranti in Libia, durante l’autunno il numero dei migranti presenti a Ventimiglia è costantemente aumentato. Come riportato nell’articolo, è stata la stessa Prefettura di Imperia a svelare l’arcano: a Ventimiglia arrivano persone che hanno fatto richiesta d’asilo in Italia e che fuggono dal circuito dell’accoglienza italiana, quando non ne vengono comunque dimesse o rifiutate (ma soprattutto, aggiungiamo noi sulla base di molte testimonianze raccolte nell’ultimo periodo, a causa della progressiva trasformazione del sistema d’accoglienza in un allarmante sistema di sfruttamento e segregazione).
Di fronte al complicarsi della situazione e all’aumento dei respingimenti dalla Francia, l’amministrazione comunale di Ventimiglia, in palese difficoltà, ha cominciato a parlare di una chiusura dello stesso campo della Croce Rossa che solo pochi mesi fa era stato presentato come fiore all’occhiello della politica comunale ed addirittura come auspicato esempio per le altre regioni frontaliere che vivono una simile pressione migratoria, dovuta alla chiusura dei confini da parte dei paesi del nord Europa.
Così sintetizzano la situazione i Solidali del Ponente nel loro comunicato:
E allora è interessante chiederci dove si vuole andare, quale sia la strategia e l’obiettivo delle esternazioni e dell’agire dell’Amministrazione Comunale di Ventimiglia, ma più in generale delle Istituzioni, in particolare della Prefettura di Imperia. Piacerebbe sapere insomma che cosa dovrebbe succedere a quelle 700/750 persone migranti presenti a Ventimiglia se vogliamo andare ad “una progressiva chiusura del parco Roja”?….stiamo forse pensando ad una “soluzione finale”?
Questo è il quadro di insieme della situazione Ventimigliese caratterizzato da incongruenze e schizofrenie che vengono probabilmente dilatate oltremisura dalla complessità del fenomeno ma soprattutto da opportunismi politici e da “opportunità” di sviluppo commerciale: la “Zona Franca Urbana” e la sua pioggia di milioni, la sdemanializzazione dell’area FS, la ricerca del consenso in funzione elettorale….
Ecco, quindi, che appare chiaro come la situazione attuale che vede la barbarie diventare legge non sia il frutto di casi fortuiti o di fenomeni andati fuori controllo, bensì il prodotto delle politiche attuate consapevolmente dalle istituzioni in questi mesi.
Di conseguenza, a partire dalla lettura degli eventi e dalla consapevolezza delle cause, appare sempre più urgente un ritorno di presa di parola e di iniziativa da parte di tutte le persone (e si auspica possano essere sempre di più) che negli ultimi due anni hanno dimostrato che è possibile contrastare l’ingiustizia e il dilagare di politiche disumane.
Partiamo a ora di pranzo. Non c’è molto tempo questa volta ma abbiamo appena ricevuto una donazione di farmaci.
Soprattutto vogliamo andare a verificare se, con l’arrivo delle temperature invernali, ci sono persone abbandonate al gelo e quante sono
Purtroppo, la realtà supera ampiamente le nostre previsioni. Giunti in prossimità della ferrovia in via Tenda, osserviamo dall’alto un gran numero di persone in piccoli gruppi, alcuni vicini ad un fuoco, altri che entrano negli anfratti del ponte. Accanto a noi passa un ragazzo in maglietta e pantaloni corti. Sono le 16.30, il sole sta per tramontare e la temperatura si sta abbassando rapidamente.
Ci avviciniamo al primo gruppo di persone a livello della chiesa di Sant’ Antonio ormai silenziosa e spenta. Chiediamo se hanno bisogno di aiuto e informiamo che siamo medici: sono un gruppo di persone sudanesi, presentano malattie evidenti dell’apparato respiratorio, scabbia e traumi da percorsi accidentati in montagna.
Visitiamo circa una trentina di persone, in prevalenza assoluta, come già detto, affette da problemi respiratori, che nelle condizioni attuali non possono che complicarsi nonostante.
Il problema è evidente, a chi abbia occhi e cuore, circa 300 persone sono abbandonate all’addiaccio con temperature che al momento della nostra partenza sono di circa 5 gradi e nella notte saranno ulteriormente più rigide.
Le persone, in prevalenza sudanesi, eritrei spesso minorenni, ma con la presenza anche di pakistani e di persone provenienti dall’Africa Sub Sahariana, si aggirano con vestiti inadatti, avvolti in coperte e intorno a bracieri di fortuna.Incontriamo, anch’essa sdraiata ed avvolta da coperte una ragazza eritrea al quinto mese di gravidanza che si rifiuta assolutamente di recarsi nel campo della Croce Rossa. La ragazza Eritrea non parla inglese, persone che ha conosciuto a Ventimiglia ci dicono che ha 17 anni, ha finito i soldi ed è sola.
Peraltro, un ragazzo eritreo “ospite” del campo della Croce Rossa, con una ferita al piede, ci dice che, anche lì, nel campo Roia, dorme in una tenda e quindi ha ugualmente molto freddo.
Parliamo con molti minorenni. Un ragazzino di 15 anni eritreo e un altro di 17. Gli diciamo di cercare di parlare con l’avvocatessa spesso presente presso l’infopoint Eufemia. Per il più piccolo, cerchiamo di capire se abbia qualche parente che vuole raggiungere in Europa, ma ci risponde che non ha nessuno: no family. Vuole andare in Inghilterra.Un altro ragazzo eritreo ci chiede se parliamo inglese. Non vuole assistenza sanitaria. Vuole dirci soltanto che quel posto è terribile e che lui ha soltanto bisogno di andare a scuola, di lavorare, di mandare soldi alla sua famiglia, ha 22 anni.
Dopo aver chiesto a varie persone se hanno bisogno di noi e visitato dapprima un gruppo di pakistani e quindi un numeroso gruppo di persone sudanesi, aiutati nella traduzione da un ragazzo sudanese che parla inglese molto bene, ci accorgiamo della presenza di una famiglia con 2 bambini.La madre vestita con una giacca leggera, i bambini saltellanti ci salutano stringendoci le mani con le loro manine gelate. Vengono raggiunti da un volontario dell’organizzazione francese e si allontanano per andare a cercare nel loro furgone qualche vestito più pesante.
Incontriamo sulla via del ritorno un amico solidale sudanese. Ci conferma che da quando la chiesa di S Antonio ha chiuso, le donne e le famiglie ormai dormono lungo il fiume. Afferma di aver più volte tentato di indurre queste persone con bambini a trovare rifugio nel campo della Croce Rossa. Almeno per coloro già identificati tramite le impronte digitali nel luogo di sbarco. Il campo Roia, come più volte denunciato è inadeguato ed illegale nella gestione ed accoglienza soprattutto dei minori e delle donne, ma se non altro in questa situazione di urgenza può fornire almeno un luogo coperto. Comunque la diffidenza è troppa, il diniego è assoluto.
Ritornando in via Tenda troviamo aperta la saracinesca dell’infopoint Eufemia. Ci sono due giovani solidali spagnoli. Li informiamo che abbiamo indicato a diverse persone di recarsi domani da loro per il cambio di abiti e per il freddo intenso. Ci informano di avere un po’ di abiti, non molti.
Durante il viaggio di ritorno l’angoscia è grande.
Poco riusciamo a fare e ci chiediamo se sia possibile una presa di coscienza della società civile, almeno ora. In questa situazione di vera urgenza, le istituzioni latitano completamente, anzi la nuova ordinanza del sindaco che vieta la somministrazione del cibo ai migranti, emessa per la terza volta, cristallizza l’indecente espressione del potere.
Le testimonianze dei migranti in Italia: il viaggio di A., diciassettenne afgano, che ha percorso tutte le frontiere dell’Europa dell’est
Vorrei sapere come e perché sei arrivato qui.
A. – Sono arrivato qui a causa dei tanti problemi in Afghanistan. Sai, ci sono molti problemi in Afghanistan, è per questo che lasciamo il nostro paese e veniamo qui in Italia. Sono arrivato qui attraverso un percorso difficile, mi sono trovato in una situazione davvero difficile. Dopo essere partito dall’Afghanistan sono arrivato in Iran e lì la polizia mi ha preso per la prima volta e mi hanno picchiato così tanto e dopo mi hanno mandato indietro in Afghanistan. Dopo ho provato a partire di nuovo, ho fallito varie volte ma alla fine sono riuscito ad arrivare in Turchia.
Poi ho tentato di arrivare in Bulgaria per 5 o 6 volte, ma c’era troppo controllo e non riuscivo a passare. Mi hanno preso e mi hanno picchiato ancora e ancora…una volta mi hanno rubato le scarpe e la giacca, mi hanno rubato tutto, sono rimasto solo con la biancheria intima e mi hanno rimandato in Turchia. Ma ho provato ancora alcune volte e alla fine sono arrivato in Bulgaria, a Sofia, la capitale, dove la polizia mi ha preso e picchiato, chiedendomi “Cosa sei venuto a fare in Bulgaria?”, io ho risposto che venivo dall’Afghanistan e che avrei voluto restare lì.
Mi hanno chiesto i documenti e ho risposto che non avevo niente e mi hanno preso di nuovo, hanno chiamato una macchina della polizia apposta per me, mi hanno fatto salire e mi hanno portato in un carcere, sono rimasto lì 4 o 5 mesi. Lì in prigione in Bulgaria c’era una situazione bruttissima perché ogni 20 giorni la polizia arrivava e picchiava tutti i rifugiati. Venivano solo per controllare gli smartphone di alcuni rifugiati. Ci chiamavano uno per uno, c’era così tanta polizia che stava lì schierata in piedi. Quando il rifugiato passava lo picchiavano ripetutamente con un bastone finché non fosse arrivato dall’altra parte. Poi mi hanno rilasciato e finalmente ero libero. C’erano così tanti problemi in Bugaria…
Dopo ho tentato 3 volte di arrivare in Serbia, ma le prime 2 non sono riuscito a sorpassare il confine. La prima volta ero in viaggio in macchina verso Belgrado, quando la polizia mi ha intercettato e respinto verso la Bulgaria. Ho tentato altre 2 volte e alla fine sono riuscito ad arrivare a Belgrado, sono rimasto lì 6 mesi. Da lì ho tentato di attraversare la frontiera ungherese e quella croata, ma c’era troppo controllo dei confini e ho tentato varie volte.
La prima volta ho tentato di oltrepassare il confine con l’Ungheria, ma la polizia ungherese mi ha preso e mi ha picchiato duramente, poi mi ha rispedito in Serbia. Lì ho provato ancora 5 volte a passare il confine, poi ho visto che era una situazione troppo chiusa e ho abbandonato l’idea di passare in Ungheria. Così ho deciso di seguire la strada verso la Croazia e ci sono riuscito.
Mi ha preso la polizia più o meno a metà strada e mi hanno rispedito in Serbia. Ho ritentato 5 o 6 volte di ritornare in Croazia, ma ogni volta non mi lasciavano entrare. In tutto sono rimasto 8 mesi in Serbia. Quando ho riprovato a passare il confine con l’Ungheria, ma ho trovato 3 punti di contenimento e abbiamo provato a sorpassarli e ci siamo riusciti. Poi siamo arrivati in Austria e ci sono rimasto 6 giorni, ma mi hanno detto che non potevo stare lì perché avevo i documenti della Bulgaria. Ho deciso di proseguire per l’Italia e sono arrivato.
In Bulgaria c’era una situazione molto brutta: quando mi hanno rilasciato sono stato in un campo aperto ad Harmanli ma c’erano troppi problemi: non mi lasciavano né uscire né andare in giro. C’era troppo controllo e mi chiedevano contuamente i documenti, non avendoli non potevo uscire dal campo. Ma c’erano troppi problemi e quindi, quando in Austria mi hanno detto che non potevo rimanere lì, ho deciso di entrare in Italia. Spero che le autorità italiane mi rilasceranno, se Dio lo vorrà, il passaporto così che io possa proseguire.
Notizie dalla Francia : attorno ai PRAHDA (centri di smistamento dei richiedenti asilo, funzionali ai respingimenti dei cosiddetti “dublinati” verso il primo paese europeo nel quale sono stati identificati), si organizza un movimento di protesta e solidarietà, contro le espulsioni, contro la trasformazione dei dispositivi di accoglienza in strutture semi carcerarie e l’impoverimento dell’istituto del diritto d’asilo, determinati dalle politiche europee e dal regolamento detto “Dublino”.
Un articolo scritto grazie all’aiuto dei partecipanti alla marcia, alla disponibilità dei solidali del Manba e al lavoro delle fotografe Peggy e Delphine e del collettivo Primitivi .
Partenza dal F1 di Vitrolles, Peggy
Domenica 29 ottobre.
Una chiamata delle/gli esiliati/e raggruppate/i nei PRAHDA di Vitrolles e Gémenos.
Da alcuni mesi, lo Stato ha bloccato l’accettazione di domande d’asilo!
Da alcuni mesi, le prefetture francesi attuano in maniera sempre più sistematica le procedure dette “Dublino”, nei confronti dei nuovi arrivati : poichè avrebbero attraversato altri paesi europei prima di arrivare in Francia, le prefetture rifiutano la registrazione delle loro domande d’asilo e programmano la loro espulsione verso i paesi di entrata in Europa (Italia, Grecia, Bulgaria …), ai quali delegano l’esame delle domande d’asilo. Ora, non soltanto le procedure d’asilo non sono più garantite in Italia, in Grecia o in Bulgaria, ma tali Stati hanno effettuato delle espulsioni verso i paesi d’origine, in Sudan, in Tchad, Niger, Guinea … Si tratta di una politica che ha come scopo quello di impedire l’accesso all’asilo per la stragrande maggioranza delle popolazioni migranti in Francia e costituisce un segnale negativo nei confronti delle/i nuovi/e rifugiate/i, provenienti dall’Africa e dall’Asia e intenzionati a raggiungere l’Europa.
Dietro le porte dei “centri d’accoglienza” dello Stato: smistamento degli/lle stranieri/e, isolamento e accelerazione delle espulsioni!
Come altrove in Europa, si moltiplicano le sperimentazioni di nuove formule e non si tratta più soltanto per lo Stato di rispondere ai propri obblighi di accoglienza d’urgenza. Quest’estate, 62 nuovi centri sono spuntati in giro per la Francia sotto l’acronimo di PRAHDA (programma d’accoglienza e ospitalità d’emergenza dei richiedenti asilo), all’interno di hotel Formule 1 dati in gestione all’associazione ADOMA (precedentemente Sonacotra).
Sgomberati da Parigi e Calais, ma accolti da mesi dagli abitanti delle città e dei paesi della nostra regione, centinaia di esiliati/e in procedura “Dublino” sono stati/e brutalmente trasferiti/e in centri situati a Gémenos, Vitrolles et Villeneuve les Maguelone… in attesa dell’espulsione! Lontano da ogni possibilità di contatto con la popolazione, in zone “idealmente” situate in prossimità delle piste degli aeroporti o della prigione (come a Montpelier): le prime espulsioni non hanno tardato a venire.
Con queste 62 anticamere della politica del respingimento di Stato, viene accelerato in Francia l’insieme del meccanismo di espulsione dei/lle “dublinati/e”.
PRAHDA = PRIGIONE
Le tecniche di sorveglianza e repressione nei confronti degli occupanti confermano il carattere repressivo dei PRAHDA. La polizia è sistematicamente presente. Coloro che vi risiedono hanno l’obbligo di dimora. I lavoratori sociali assumono il ruolo di secondini, agitano la minaccia di un regolamento interno particolarmente repressivo e segnalano alla prefettura ogni sgarro. Per quelli che resistono, le sanzioni consistono in una segnalazione come “persona in fuga”, che permette alla prefettura di espellere dal diritto d’asilo e di rendere irregolare nel lungo termine la situazione di chiunque venga segnalato.
Concepito come un’alternativa alla detenzione, questo dispositivo perverso non ha niente da invidiarle: ha come scopo l’efficacia delle espulsioni “volontarie”, agitando la minaccia della clandestinità e della privazione dei diritti che questa significa. I/le“dublinati/e”, d’altra parte, sono invitati a recarsi all’aeroporto autonomamente!
Rifiuto di accesso alle cure e ai diritti di interpretariato, apertura sistematica della corrispondenza amministrativa dei residenti da parte della direttrice locale: tutte pratiche ricorrenti che ricordano la prigione!
Nei PRAHDA e non solo, gli/le esiliati/e si mobilitano contro questi nuovi
dispositivi di repressione:
– contro DUBLINO e lo smantellamento del diritto d’asilo
– contro i centri d’isolamento e detenzione
– contro le espulsioni e i trasferimenti forzati
– contro le frontiere che ci vengono chiuse davanti alla faccia
– contro il razzismo di Stato e il suo mondo
UNITEVI ALLA MARCIA!
MASSIMA SOLIDARIETA!”
Questo il testo dell’appello che invitava ad una grande marcia regionale, domenica 29 ottobre. Una marcia di 27 chilometri all’incirca: quelli che separano il PRAHDA di Vitrolles dalla prefettura di Marsiglia.
I PRAHDA: novità e continuità nella “gestione degli stranieri” in Francia
Se ritrovare Marsiglia su una mappa non darà problemi a nessuno, puntare il dito su Vitrolles, e per la precisione sul luogo dell’appuntamento scelto dagli organizzatori, potrebbe rivelarsi un’impresa piuttosto ardua: l’hôtel Formule 1, all’indirizzo 2, Draille des Tribales, è una struttura ricettiva low cost, costruita in una zona industriale, tra capannoni semi-abbandonati e cantieri, affianco ad una super strada … e a pochi minuti dall’aeroporto Marseille-Provence.
PRAHDA, invece, sta per “programme d’accueil et d’hebergement d’urgence pour demandeurs d’asile”: programma di accoglienza e ospitalità d’emergenza dei richiedenti asilo. Assonanze e significato edulcorano cinicamente quel che rappresenta questa nuova tipologia di centri d’accoglienza francesi, entrati in funzione a partire dal mese di agosto 2017, ma dei quali si sentiva parlare da quasi un anno[1]. Si tratta di dispositivi dedicati ad una tipologia particolare di migrante: colui o colei che è stato identificato, tramite registrazione delle impronte, in un paese che non corrisponde alla Francia. Cioè coloro sui quali ricade la procedura regolamentati dagli accordi europei di Dublino, che stabiliscono che le domande d’asilo possano essere inoltrate esclusivamente nel primo paese di entrata in Europa. Un regolamento i cui effetti perversi sono ormai noti, primo tra tutti la “consuetudine” delle forze dell’ordine di obbligare i migranti, anche con la violenza, a depositare le proprie impronte. Impronte che restano valide per un numero variabile di mesi (al massimo 18), passati i quali si può depositare domanda d’asilo altrove: lo Stato francese si organizza per non sprecare neanche un minuto di questo conto alla rovescia!
A chi entra nel programma PRAHDA viene chiesto di firmare un contratto nel quale è scritto nero su bianco che la permanenza nel centro ha fine al momento del trasferimento verso un altro Stato. Il regolamento interno prevede l’obbligo di residenza nella struttura, ciò che equivale ad un obbligo di firma in commissariato una volta a settimana. Ogni assenza di 24 ore deve essere segnalata, mentre ogni allontanamento di una settimana deve essere sottoposto all’approvazione della direzione. Il firmatario si impegna a presenziare a tutti gli appuntamenti relativi alla prosecuzione della procedura d’asilo e concede alla direzione il diritto di diffondere alle autorità che ne richiedessero visione tutte le informazioni a suo riguardo. Il rispetto dei locali è l’oggetto di un ulteriore punto del regolamento. Si specifica che ogni infrazione darà adito alla rottura del contratto e all’allontanamento senza preavviso.
Nella gara d’appalto per l’assegnazione dei PRAHDA si legge che, oltre alle obbligazioni comuni ai dispositivi di accoglienza – come garantire un alloggio e seguire le procedure giuridiche degli ospiti-, chi si aggiudicherà la gestione dei PRAHDA dovrà anche preparare il trasferimento dei “dublinati” e comunicare a OFII[2] e prefetti ogni defezione al regolamento.
A guadagnarsi l’onore di gestire strutture per più di 5000 posti, dislocati su 12 lotti territoriali corrispondenti alle regioni francesi – Corsica esclusa -, è stata Adoma, una società “di economia mista” pubblica e privata nell’ambito del “logément social”, vecchia conoscenza dei lavoratori stranieri in Francia. Prima di ritracciarne i nobili natali, va notato che la formulazione stessa dell’appalto ha di fato escluso qualunque attore del settore che non fosse un gigante (data la ripartizione in grossi lotti regionali). E di giganti, su una stessa piazza, pare evidente non ce ne possano stare molti: Adoma ha ottenuto la totalità dei lotti!
Adoma nasce nel 1956 come SONACOTRAL: società nazionale di costruzione per i lavoratori algerini. Lo scopo, all’epoca, era quello di far uscire dalle bidonvilles le masse di lavoratori algerini giunti in Francia a seguito di accordi bilaterali tra i due paesi. I campi informali erano di fatto incontrollabili per le autorità e si imponeva la necessità di costruire degli alloggi funzionali. A partire dagli anni ’60, oltre a costruire e manutenere, SONACOTRAL inizia anche a gestire gli alloggi per lavoratori, imponendo regolamenti durissimi e repressivi. Proprio a causa di un suo cavallo di battaglia, il non concedere la residenza a chi viveva nelle proprie strutture, negli anni ’70 SONACOTRA, che nel frattempo ha perso una L guadagnando pero’ il diritto di alloggiare lavoratori di tutte le nazionalità, fu bersaglio di importanti proteste e contestazioni.
Nel 2007 cambia nome, diventa Adoma ed estende le proprie competenze a vari settori dell’alloggio sociale, diventando una filiale della SNI (società nazionale immobiliare, controllata dalla Caisse de Dépots et consignations) ed entrando, quindi, in un’era di gestione orientata al profitto finanziario[3].
Una volta vinto l’appalto, Adoma ha proceduto all’acquisto di 62 hotel, di proprietà del mega gruppo Accor, della tipologia detta “Formule 1”: un’invenzione dei ruggenti anni ’80: strutture prefabbricate situate in zone di transito, nelle vicinanze di aeroporti e autostrade. Stanze minuscole, bagni in comune, assenza di qualsiasi servizio, prezzi assolutamente low cost. Ma negli ultimi anni il mercato della ricettività si è rivoluzionato e i F1 hanno subito un crollo disastroso … e allora perché non collettivizzare le perdite con un bell’acquisto da parte di una società semi-pubblica?[4]
Chi si ritrova a risiedere in questi luoghi lunari, parliamo di un minimo di 40 persone[5], non ha a disposizione alcuno spazio comune e nessuna connessione ad internet. Le cucine sono inesistenti, al massimo delle stanzette con un microonde. A Gémenos e Vitrolles molti dei bagni sono inutilizzabili : sono stati promessi dei lavori, ma non si è ancora visto nulla. La diaria è di circa 200 euro al mese, ma l’erogazione non è regolare. In più, in alcuni centri le spese di trasporto sono a carico del richiedente asilo e non sempre è garantito l’accesso alle cure sanitarie.
La polizia passa costantemente, per far firmare le notifiche di residenza o per effettuare controlli. Ci sono stati casi di fuga, che si sono conclusi con arresti e detenzione nei CRA[6].
I lavoratori sono pochissimi e, nei PRAHDA di provenienza degli organizzatori della marcia, ci sono già stati due licenziamenti per motivi disciplinari (pare che la motivazione avesse a che fare con l’aver dimostrato troppa vicinanza con i migranti). Rimangono uno o due lavoratori per centro, più la direttrice: viene da sé che l’assistenza giuridica sia pressoché inesistente[7].
Gli inizi della mobilitazione contro il regolamento di Dublino.
Quando, agli inizi di agosto, i primi PRAHDA hanno aperto i battenti, a Marsiglia i membri del collettivo El Mamba hanno iniziato a ricevere telefonate dai solidali organizzati attorno ai CAO[8] della regione. Erano telefonate di allarme: vedendo sparire le persone da un giorno all’altro, ci si chiedeva che cosa ne fosse di loro.
La macchina solidale ha, quindi, iniziato il proprio percorso di mobilitazione. Innanzitutto fornendo supporto legale ai molti che iniziavano a ricevere delle convocazioni in prefettura, durante le quali veniva consegnato un biglietto d’aereo, quasi sempre a destinazione Italia.
Una prima azione collettiva ha avuto luogo il 12 settembre, quando un folto gruppo di richiedenti asilo e solidali è andato in prefettura, per depositare domanda d’asilo per i molti per i quali si avvicinava la scadenza dei 18 mesi. Un’azione pensata anche in vista del fatto che, essendo stati trasferiti improvvisamente da altre città, l’avanzamento dei dossier era in panne. Il risultato non è stato quello sperato: qualche domanda d’asilo è stata accettata, ma la maggior parte ha visto allungarsi i tempi della conclusione della procedura Dublino (motivazione addotta: avrebbero fatto registrare 2 assenze ad appuntamenti con la prefettura durante i primi 6 mesi della procedura). Addirittura, una persona è stata incarcerata nel CRA di Marsiglia, con la scusante di un mancato ritiro di corrispondenza a suo nome e la scarcerazione è avvenuta grazie all’azione di alcuni avvocati.
A questo punto la necessità di mobilitarsi si faceva sempre più pressante, anche perché in tantissimi si ritrovavano nella stessa situazione.
L’occasione per concretizzare si è data ad un coordinamento dei collettivi del sud est francese, durante il quale si sono incontrati in molti, persone residenti nei vari PRAHDA e collettivi solidali. Si inizia a concordare e sincronizzare le azioni, a partire dal pranzo davanti al PRAHDA di Montpellier in contemporanea ad un’azione a Briançon, e si inizia anche a parlare di una marcia regionale.
L’intento comune era, ed è, quello di dar vita ad un’azione e, possibilmente, ad un percorso di lotta nei confronti delle direttive europee, sintetizzate negli accordi di Dublino, che impediscono qualsiasi possibilità di autodeterminazione nelle scelte che riguardano il proprio percorso migratorio e i propri iter giuridici. Imponendo logiche burocratiche e coercitive, spesso contraddittorie, l’Europa e gli stati che ne fanno parte, di fatto, impediscono, o comunque compromettono irrimediabilmente, il pieno esercizio del diritto alla protezione internazionale. Giustamente, in molti decidono di non voler sottostare a questo regime, ritrovandosi, costretti in clandestinità, a percorrere e ripercorrere le medesime rotte. Le traiettorie si fanno sempre più contorte e aumentano i casi di persone che hanno subito espulsioni plurime o che, rientrati in Italia, non possono riaprire le procedure d’asilo, a causa delle assenze durante il periodo passato in Francia[9].
Dall’Italia, inoltre, si registrano numerosi casi di persone che si ritrovano con una richiesta d’asilo depositata contro il loro volere : le impronte vengono prese con la forza e, contestualmente, si procede con la redazione di una domanda d’asilo, della quale, però, il diretto interessato non è a conoscenza: spesso non compare la sua firma e non è riportata nessuna testimonianza.
Ulteriore problematica: poiché l’Italia, durante l’estate 2016, ha espulso verso il loro paese d’origine 48 sudanesi[10], come può la Francia, che considera il Sudan “paese non sicuro”, operare in direzione dell’espulsione dei sudanesi verso l’Italia? Un esempio, che però funziona anche rispetto ad altre triangolazioni tra Stati.
La marcia del 29 ottobre
La testa del corteo, Peggy
Avendo come obiettivo l’organizzazione di un appuntamento il più vasto possibile, si era pensato a scadenze più dilatate. Dai residenti nei PRAHDA, però, è stata avanzata la richiesta di non rimandare oltre la fine di ottobre: in molti avevano ricevuto convocazioni in prefettura per i primi di novembre e il timore era che si potesse trattare di consegne di biglietti aerei o anche di deportazioni tout court. Si trattava di timori pienamente giustificati dai fatti: il 24 ottobre, 3 richiedenti asilo residenti nel PRAHDA di Vitrolles, ai quali se ne è poi aggiunto un quarto, sono stati trasportati e trattenuti in una cella del commissariato di Avignone, per essere poi espulsi in Italia il giorno seguente. Il tutto senza alcun preavviso, nessuna notifica e nessun colloquio con un legale, quindi in violazione della normativa. La direzione del PRAHDA è assolutamente collusa con la prefettura : la direttrice dei due centri ha addirittura accompagnato personalmente in commissariato, con il furgone della comunità, le persone che sono poi state espulse[11].
La Grande Marcia Regionale contro il Regolamento Dublino parte dal cortile del PRAHDA di Vitrolles.
Una trentina di persone arrivano da Marsiglia, in treno, altri in macchina, alla spicciolata.
E’ ancora presto : manca all’incirca un’ora all’orario di partenza, previsto per le 9, 30. Il Mistral ha iniziato a farsi sentire e nei dintorni non c’è traccia di vita : qualche casa circondata da muri e inferriate, qualche capannone abbandonato, presidiato da cani alla catena. La strada che porta al PRAHDA, dalla piccola stazione di Vitrolles, è interrotta da cantieri stradali, ai quali si è costretti a passare nel mezzo. Gli ospiti del PRAHDA ci invitano ad entrare e preparano te e caffè. Comunque restiamo nel cortile : gli unici due grandi tavoli del centro sono all’aperto, mentre l’interno della struttura si sviluppa attorno a corridoi contorti e angusti, sui quali affacciano le piccole stanzette, marchio di fabbrica degli Hotel F1, e i gabinetti.
Quando arrivano i furgoni sui quali viaggiano i “dublinati” del PRAHDA di Gémenos – altro centro di questo tipo nella regione Provence-Alpes-Côte d’Azur- ci si mette in strada. Molti nascondo il volto dietro una maschera che riproduce le linee di un’impronta digitale, materializzazione della violenza che, nella freddezza della visione burocratica, cancella le storie che le stanno dietro, i chilometri di strada percorsi.
La strada nazionale, Peggy
Siamo 120 e, una volta imboccata la super strada, iniziamo a camminare a buon ritmo, seguiti da alcuni giornalisti e scortati da qualche macchina della polizia. Cammineremo a questo ritmo per più di 5 ore, decisi ad arrivare in orario, o comunque con un ritardo ragionevole, a Bougainville, nella periferia nord di Marsiglia, dove ci aspettano le compagne e i compagni che si uniranno agli ultimi chilometri del percorso.
Lungo la strada e nei centri abitati che attraversiamo, vengono distribuiti volantini per spiegare le ragioni di questa insolita e ingombrante presenza domenicale: in molti rallentano e abbassano i finestrini, o si affacciano dalle case, per raccoglierli.
A ritmare e sostenere la marcia, slogan e interventi. Si grida, per innumerevoli volte, « Stop Dublin » e « Non aux expulsions ». E poi : « La France à tout le monde, La place à tout le monde ».
Chi parla al microfono si interroga sul perché del rifiuto netto e senza appello che ricevono dalle autorità francesi. Ci si chiede come sia possibile essere rifiutati da un paese che per molti non è affatto sconosciuto : « siamo tutti francesi , in tanti hanno parenti che hanno vissuto qui a lungo, un nonno che ha fatto il soldato per la Francia ». Ed è vero anche il discorso inverso : « per quanto tempo i francesi sono stati nei nostri paesi ? … e ci sono ancora ! Ma noi non li scacciamo ! ». Un rifiuto che non si può comprendere ed accettare, « pensando alla Francia, un paese di diritti, il paese dell’uguaglianza … ma questa uguaglianza non esiste ! Per noi non esiste ! ».
Ingresso a Marsiglia, Peggy
Gli ultimi chilometri prima della tappa intermedia, quelli fatti attraverso le periferie marsigliesi, li trascorriamo in una strana dimensione, tra entusiasmo e stanchezza. Adesso si inizia a gridare « Nous sommes pas fatigués, noi non siamo stanchi ! ». Chiedo ad un ragazzo che mi cammina affianco : « come va ? Sei stanco ? », la risposta : « Dubliné, pas fatigué ! » … e la risata è impossibile da trattenere per entrambi.
Ingresso a Marsiglia, Peggy
Alla stazione della metro di Bougainville ci aspettano in 200. Arriviamo cantando e gridando e l’accoglienza è altrettanto calorosa. Dopo aver mangiato qualcosa, si riparte, rinfoltiti. Siamo circa 400 all’arrivo, davanti allo sfarzoso palazzo della prefettura di Marsiglia[12].
Arrivo a Bougainville, PeggyIl corteo in città, DelphineTramonto al Vieux Port, Peggy
«I sassi nelle scarpe»
Ritratti, Primitivi
Sono le 19 circa. Nella piazza della prefettura fa freddo, il Mistral è ancora con noi. Mentre si “imbandisce” la cena, il microfono resta aperto per chi ha voglia di dire qualcosa. Contenti, infreddoliti, stanchi e soddisfatti. C’è un po’ di tempo per parlare con alcune delle persone al fianco delle quali si è camminato per l’intera giornata.
M.[13] è in Francia da un anno. E’ rimasto 9 mesi nel CAO di Barcellonete e poi, quest’estate, il trasferimento al PRAHDA di Gémenos, che definisce un « ghetto per i dublinati ». Racconta di come, attraverso i contatti del collettivo El Manba, hanno incontrato i residenti dell’altro centro, quello di Vitrolles : entrambi sono lontani da tutto, il collegamento con Marsiglia è stato fondamentale per entrare in contatto. Per adesso è riuscito ad evitare di salire sull’aereo, ma un fatto lo preoccupa : circa un mese fa è stato intervistato da un giornalista del giornale locale La Provence : nell’articolo si parla dei PRAHDA e il titolo recita « Nuova prigione per gli esiliati ». Il problema è che il giornalista ha ritenuto opportuno riportare nome e età di M., il quale ora teme ritorsioni e conseguenze, dato che, a seguito dell’uscita dell’articolo, durante un colloquio in prefettura, è stato sequestrato l’originale del documento che attesta la sua condizione di richiedente asilo. Ma le ostilità nei loro confronti vengono anche dal personale e dalla direzione dei PRAHDA : « in teoria dovrebbero lavorare con noi, invece le strutture sono fatiscenti, i bagni non funzionano … e soprattutto il capo è meschino … cioè, è tranquillo, possiamo uscire, rientrare senza troppi problemi di orari … tranquillo, tranquillo e poi : biglietto d’aereo ! Delle persone sono già state espulse ! » M. si dice soddisfatto della marcia, della partecipazione e soprattutto della disponibilità ad ascoltare e leggere i motivi della protesta da parte di tutte le persone incontrate lungo il percorso e che hanno accettato i volantini. Arrivare fino a qui, nel centro di Marsiglia, era importante per rompere l’isolamento nel quale sono costretti e per far sì che si sappia dell’esistenza di questi nuovi centri. Da Gémenos sono venuti tutti quanti.
B. parla delle problematicità del servizio di assistenza giuridica, che dovrebbe essere garantito dalla direzione dei centri : « i PRAHDA sono pensati contro gli interessi dei migranti. Come sempre, cercano continuamente nuove soluzioni per bloccare e appesantire i dossier e le situazioni delle persone ». Come esempio, spiega cosa gli è successo qualche tempo fa : « Avevo fatto domanda di ricorso contro una notifica del prefetto. Adoma la ha consegnata in ritardo e così non è stata presa in conto ! Succede spesso che tengano nascosto quel che potrebbe esserci utile … il loro ruolo è metterci “il sassolino nella scarpa” ».
L’arrivo in prefettura, Peggy
Venerdì 10 novembre: a pranzo in prefettura
Pranzo in prefettura, Primitivi
A conferma del fatto che la volontà è quella di dar vita ad un percorso di lotta che non si esaurisca con la data del 29 ottobre, venerdì 10 novembre ci ritroviamo nella piazza della prefettura di Marsiglia per un pranzo collettivo contro le espulsioni[14]. Il morale è alto e le idee per futuri appuntamenti non mancano. Dal microfono F. dice : « Parlo francese, eppure fino a qualche tempo fa non lo parlavo. Se, dopo essere stati espulsi, ritorniamo 2, 3 volte, è perché abbiamo deciso di stare qui ! Stiamo bene qui e non capiamo perché ci respingano in questa maniera ! ». Domenica 29, all’arrivo della marcia, la prefettura era vuota. Adesso sappiamo che, dietro la facciata decorata da decine di bandiere tricolore per l’anniversario della fine della prima guerra mondiale, qualcuno c’è. Prima di andare via, una delegazione porta al prefetto una lettera. Di seguito il testo tradotto in italiano :
« Popoli di Francia, signor prefetto,
Abbiamo scelto la Francia per la sua reputazione mondiale in quanto a diritti dell’essere umano e accoglienza dei rifugiati.
Per raggiungere la Francia, abbiamo attraversato dei paesi dell’Unione Europea dove stiamo stati obbligati a lasciare le impronte digitali. Abbiamo deciso di depositare domanda d’asilo presso la Repubblica francese ma le nostre procedure sono state bloccate a causa del regolamento « Dublino ». Non possiamo tornare nel paese dove siamo stati obbligati a lasciare le impronte per differenti motivi ; tra noi :
– Alcuni hanno ricevuto dei rifiuti, e sono quindi esclusi dal diritto d’asilo nel primo paese coinvolto.
– Alcuni vi hanno subito atti razzisti e indegni.
– Alcuni sono stati lasciati per strada, a causa dell’insufficienza dei dispositivi d’accoglienza.
Contrariamente al motto della Repubblica, il governo ha messo in atto dei metodi per mettere dei sassi nelle scarpe (dei bastoni nelle ruote) alle persone in procedura « Dublino » e facilitare le espulsioni. Prendiamo come esempio il dispositivo detto PRAHDA, gestito da Adoma, che opera contro gli interessi dei richiedenti asilo in procedura « Dublino » :
– Deposizioni di domande di ricorso oltre scadenza.
– Complicità di Adoma e prefettura nell’attuazione di espulsioni forzate, senza preavviso e in violazione dei diritti.
– Privazione delle condizioni di vita degne di un essere umano.
Per questi motivi, signor prefetto, sollecitiamo la vostra attenzione, al fine di :
– Annullare le nostre procedure « Dublino ».
– Fermare le espulsioni.
– Accettare le nostre domande d’asilo.
– Farla finita con il mostro Adoma-Prahda.
– Permettere l’accesso all’educazione, agli studi e alla formazione professionale.
Sollecitiamo la Repubblica francese e il suo popolo ad avere uno sguardo misericordioso sulle nostre situazioni di rifugiati, che hanno lasciato dietro di loro delle nazioni, delle famiglie.
Dei rifugiati stanchi per un viaggio pieno di pericoli.
Dei/Delle « Dublinati/e »
Marsiglia, 10 novembre 2017 »
Al momento dei saluti, M. mi dice : « ho un biglietto per lunedì (13/11, n.d.a.), ma non partirò ! ».
… nella speranza di camminare ancora affianco a M., a tutti gli altri e a tutte le altre.
C.P.
[1] L’apertura dei PRAHDA era prevista per la primavera 2017, quando le strutture ospitanti i CAO (centri d’accoglienza e orientamento), aperti in moltissime località francesi a seguito dello sgombero della Jungle di Calais, avrebbero dovuto ritrovare le loro funzioni abituali, principalmente quelle di colonie estive per ragazzi. https://passeursdhospitalites.wordpress.com/2016/11/26/des-cao-au-prahda/.
[2] Office Français de l’immigration et de l’intégration.
[3] Lo stesso finanziamento dei PRAHDA fa riferimento alla messa in opera di un fondo d’investimento. Per approfondire la storia di ADOMA, anche attraverso filmati d’epoca: http://iaata.info/Adoma-remporte-le-marche-PRAHDA-et-prepare-l-apres-CAO-2034.html.
[4] La possibilità di colmare le perdite, entrando nel mondo dorato dell’allogio sociale, era già stata intuita dai proprietari di questo tipo di strutture, ben prima dell’acquisto da parte di Adoma : http://abonnes.lemonde.fr/m-perso/article/2017/10/02/les-hotels-formule-1-dans-une-voie-de-garage_5195109_4497916.html?xtmc=formule1&xtcr=8.
[5] Per i PRAHDA nelle Bouches du Rhône : 40 persone a Gémenos e una sessantina a Vitrolles.
[6] Centre de rétention administrative.
[7] Un articolo che spiega lo scopo e il funzionamento dei PRAHDA, riportando testimonianze di donne e uomini costretti in dispositivi di questo tipo in varie parti di Francia. Le problematiche sono simili a quel che abbiamo sentito raccontare e visto a Vitrolles e Gémenos. La sostanza è sempre la stessa : isolare, invisibilizzare, espellere. https://blogs.mediapart.fr/agathe-senna/blog/091117/les-prahda-isoler-invisibiliser-expulser?utm_source=facebook&utm_medium=social&utm_campaign=Sharing&xtor=CS3-66.
[8] Centre d’accueil et orientation.
[9] Una nota del colletivo solidale di Marsiglia El Manba, per riportare le vicende di un richiedente asilo « rimbalzato » tra Italia e Francia.
[12] Un articolo sulla marcia di domenica 29, nel quale si ritrovano anche stralci di interviste audio ad alcuni residenti dei PRAHDA : https://reporterre.net/Un-an-apres-Calais-la-France-traite-toujours-plus-mal-les-migrants.
[13] Le iniziali si riferiscono a nomi d’invenzione.
[14] Una restituzione video del pranzo, da parte del collettivo marsigliese Primitivi, che si occupa di produzioni video “di strada” per documentare lotte e iniziative dal basso: https://player.vimeo.com/video/243157295.
Partiamo al mattino da Genova per Ventimiglia, portiamo con noi una confezione da 1 kg di anti-scabbia galenico fornitoci gratuitamente da una farmacia di Genova.
Dopo un breve ma caldo incontro con Delia nel suo locale, ci rechiamo in bici presso l’info-point Eufemia, in via Tenda.
Mentre ci accordiamo con loro per eventuali consulti a distanza, rumori e voci dall’esterno dell’info-point ci informano che una manifestazione anti migranti sta percorrendo la via su cui si affaccia.
Il gruppo di manifestanti è composto da una cinquantina di persone prevalentemente di mezza età, espressione di questo territorio assai provato, periferia nella periferia. Urlano improperi e minacce in un forte accento calabrese e fanno gesti volgari nella direzione dei solidali. Gli striscioni recitano “Ventimiglia libera”, “vogliamo indietro la nostra città” e frasi simili. Questo breve video rende l’idea della scena che ci si è parata davanti.
Tentiamo di rispondere alle provocazioni ricordando che siamo tutti un po’ emigrati, ma le nostre parole vengono ignorate.
Dopo questo triste spettacolo, ci rechiamo, come sempre, verso il ponte, accompagnati da un giornalista free-lance e da un’infermiera milanese. Appena discesi nell’area dell’argine del fium,e antistante alla chiesa di San Antonio, incontriamo i primi gruppi di ragazzi. Vediamo una distesa di sacchi a pelo e coperte, saranno almeno duecento. Fa freddo, alcune persone sono coricate lì e cercano di scaldarsi con le coperte. Quasi tutti quelli che visitiamo hanno influenza o bronchite. Ancora diversi casi di scabbia. Forniamo il farmaco e li indirizziamo presso l’info-point per il cambio degli abiti.
Vediamo su un divano un gruppo di uomini e una donna. Cerchiamo di parlarle per capire la sua situazione, ha evidentemente avuto dei traumi al volto. È ipovedente, ci spiega che cade spesso accidentalmente riportando diverse ferite. È incinta al terzo mese, ma non vuole stare al centro della croce rossa perché è troppo lontano. Quando cerchiamo di indagare ulteriormente e si rifiuta di parlare.
Dopo poco, un ragazzo apparentemente sudanese accompagna da noi una giovane ragazza eritrea che presenta dolori all’addome e diarrea per aver bevuto quotidianamente l’acqua del fiume. Le diamo una terapia antibiotica, con difficoltà per la barriera linguistica e cerchiamo, nonostante questa, di indirizzarla verso l’info-point Eufemia, dicendole che ci sono avvocati e persone che possono aiutarla.
Diversi, tra questi gruppi, hanno bottiglie di plastica tagliate a metà, che usano come bicchieri per bere del vino. Ne parlano con noi abbastanza tranquillamente, dicendo che è quel posto che li induce a bere. Uno di loro è un ingegnere, parla diverse lingue ed è molto interessato a partecipare alle nostre visite. Ci racconta di avere una sensazione come di “acqua nell’orecchio”, da quando lo hanno colpito con il calcio di un fucile in Libia. Chiaramente per una cosa del genere possiamo solo dare qualche spiegazione o consiglio.
Mentre continuiamo a visitare gente con influenza, bronchite e scabbia prevalentemente, arriva un ragazzo ghanese. Parla sia italiano che inglese. È appena arrivato da Lecce, dove vive in un centro di accoglienza straordinaria. È molto sorpreso della situazione, ci chiede come sia possibile che tutte queste persone stiano nella strada. Dice che tutti nel suo paese gli hanno detto di andare in Francia, per cui era partito con questa convinzione, che credeva giusta. La vista della situazione di Ventimiglia gli ha fatto immediatamente cambiare idea. Ci racconta che anche nel centro dove vive a Lecce c’erano dei problemi, ma che i ragazzi residenti si erano organizzati, avevano manifestato, ottenendo come risultato un importante miglioramento delle condizioni di vita.
Parliamo del problema delle impronte digitali e dell’imposizione del regolamento di Dublino. Scherza dicendo che un africano dovrebbe lasciare le mani in Africa e venire in Europa senza.
Dice, che differenza c’è tra questo posto e l’Africa?
Quindi ci lascia dicendo che Lecce è una bella e grande città e che ci sono molti migranti, sarebbe tornato subito alla stazione a prendere il treno.
Per fortuna, dopo questa giornata angosciante, possiamo andare a rifugiarci a casa di persone solidali e amiche che ci ospitano spesso.
Il giorno dopo, insieme a queste persone solidali, ci rechiamo nuovamente a Eufemia e da li, ancora con l’infermiera, ricominciamo il giro. Ci sono da fare molte medicazioni, il solito problema dei chilometri percorsi con scarpe di taglia sbagliata.
Percorriamo anche tutto il corso del fiume e re-incontriamo la ragazza eritrea con il gruppo degli uomini con cui era il giorno prima. Sembra stare meglio. Preparano tutti insieme da mangiare con una padella su un piccolo fuoco.
Pensiamo di chiedere aiuto telefonicamente a una persona eritrea che conosciamo, per capire se la ragazza si senta in pericolo o sia accompagnata da qualcuno di sua fiducia. Mandiamo dei messaggi a questa persona amica spiegando la situazione della ragazza.
Passano molto tempo al telefono, la ragazza si allontana, poi ci chiama. Riusciamo a capire che è con suo marito, che chiaramente non vorrebbe rimanere in quel posto, ma non può andare via da sola. Ha avuto un forte trauma alla testa, per cui è preoccupata, durante il naufragio e l’incendio della barca con cui ha attraversato il mare. Riconfermiamo la terapia e che stia meglio dopo averla iniziata, e le raccomandiamo nuovamente di cercare le persone solidali in caso di bisogno.
Come spesso accade in questa zona, le persone presenti ci offrono il poco che hanno da mangiare. Anche se gli siamo molto grati per la proposta, dobbiamo continuare il nostro giro lungo il fiume.
Ritornando nel piazzale del cimitero, visitiamo un gruppo di afghani, anche loro con problemi respiratori e gastrici.
Amelia Chiara Trombetta
Antonio Gerardo Curotto
Pubblicato anche su http://effimera.org/ventimiglia-libera-amelia-chiara-trombetta-antonio-g-curotto/
3 km e mezzo è la distanza che i migranti in transito a Ventimiglia devono percorrere a piedi per raggiungere la città di frontiera dal Campo gestito dalla Croce Rossa Italiana.
Il percorso si snoda su una superstrada in cui le macchine procedono a grande velocità e lo spazio per il camminamento risulta insufficiente se non addirittura assente per lunghi tratti.
La decisione di allontanare i migranti spostandoli dalla città di confine verso l’interno, è stata fortemente voluta dalle istituzioni e pubblicizzata come essenziale per garantire la sicurezza dei residenti. L’imperativo è diventato decongestionare la città da cartolina, oggi diventata tristemente nota per essere vetrina dello scontro tra gli sbandierati ideali europei ed il vero volto di un Unione fasulla.
Il Campo della Croce Rossa sorge nel Parco ferroviario Roja nella frazione di Bevera.
Nel luglio 2016 tutti i migranti ospitati alla Parrocchia di Sant’Antonio nel quartiere delle Gianchette, a eccezione di donne, minori e famiglie, sono stati trasferiti all’interno del campo e ogni nuovo arrivo è stato qui indirizzato.
Ad agosto 2017, nonostante le rimostranze e le criticità sollevate dalle volontarie delle Gianchette (1) e dal personale delle ONG presenti sul territorio, la Prefettura ha avviato il trasferimento al Parco Roja anche di donne e bambini (2).
L’accesso al campo è subordinato alla registrazione delle impronte digitali che vincola i migranti alla richiesta d’asilo in Italia. Questo fattore, unito alla lontananza del campo dai servizi della città e alla mancanza di sicurezza sul percorso necessario per raggiungerla, hanno determinato un incremento delle persone che decidono di trovare riparo sotto alla superstrada, in condizioni igienico sanitarie critiche(3).
Nel corso del 2017 lungo il percorso dal campo alla città di confine sono state investite 3 persone e 2 hanno perso la vita, un giovane di 27 anni e il conducente dello scooter che lo ha investito, un uomo di 66 anni.
La foto qui sopra cattura uno dei quotidiani episodi di respingimento di ragazzi giovanissimi – i quali si dichiarano minori – alla stazione di Menton Garavan.
Pubblichiamo il racconto di un viaggio, il cui tragitto a molti risulterà noto per averlo compiuto tante volte senza problemi ma che in questo caso diventa un’epopea che mostra cosa stia accadendo nelle nuove zone di confine interne all’Europa.
Mi sveglio per andare in bagno. Il giorno prima eravamo andati a dormire presto perchè la mattina dopo ci attendeva una sveglia quasi all’alba per prendere un bus diretto in Francia. Guardo l’ora nell’orologio analogico: sono le 6:35, “Cazzo!”, mi dico, “è tardi, abbiamo perso il bus”. In realtà sono le 5:35, non avevo spostato le lancette indietro (quella notte era cambiata l’ora).
Corro in camera per svegliare S.: “Presto vestiamoci e corriamo, forse ce la facciamo a prendere il bus”. Arriviamo di corsa in una piazza vicino a casa, mancano due minuti esatti alla partenza del bus, ma per fortuna siamo molto vicini al luogo della partenza. Prendiamo un taxi; arriviamo alla stazione dei bus, chiedo ai pochi presenti se il pullman per la nostra destinazione è già partito, mi rispondono di no. Io ed S. siamo tutti contenti. Arriva il bus, gli autisti sono italiani, lombardi, frettolosi per il ritardo. Gli mostro i due biglietti, ci chiedono il documento: io gli do il passaporto, S. l’unico foglio che ha (da un anno ormai) che attesta la sua richiesta d’asilo in Francia, in attesa di ricevere documento vero e proprio. Il conducente afferma che quel documento non è valido per entrare in Francia. Io provo a spiegargli che quel pezzo di carta legittima S. ad entrare in Francia perchè lui ha chiesto l’asilo proprio li’. Niente da fare, continua a dire di no con aria scocciata e mi chiede: “che fa signorina? Lei sale con noi o no?” ed io ovviamente rispondo che non sarei salita.
Ce ne andiamo verso la stazione dei treni. S. silenzioso, io con le lacrime agli occhi per il nervoso. Sono allibita ed incazzata da quello che io considero il razzismo incistato nella mente della gente. Il conducente continuava a dire che non poteva accettare quel foglio per legge, e fin qui tutto ok, ma aggiungeva che « gli dispiaceva » non farci salire. E qui sta il problema, cosa vuol dire che « ti dispiace »? O per te la legge è la stessa cosa della giustizia, e allora non dovresti dispiacerti di applicarla, oppure se ti dispiace vuol dire che sai che c’è qualcosa che non va in quel comportamento.. Ma eviti di chiederti quanto e soprattutto cosa non va… Un meccanismo che Hannah Arendt ha posto alla base della mostruosa « banalità del male ». Molti diranno : « sì però, il lavoro è il lavoro », ma quando il lavoro consiste nel bloccare delle persone negandogli un diritto solo perché si trovano in una situazione di debolezza, allora in ballo c’è altro, si parla di accettare silenziosamente un sistema marcio e razzista. Questo’esempio puo’ sembrare esagerato ma spiega bene il mio pensiero: è come il ferroviere che ai tempi del nazismo si è trovato a guidare i treni che trasportavano le persone nei campi di sterminio e si è detto: “è il mio lavoro, non posso rifiutare”. Si capisce il problema? Se davvero si prova dispiacere per una determinata situazione o si fa qualcosa per cambiarla o è meglio lasciare perdere e non far trapelare il proprio disagio.
Arriviamo in stazione per prendere il treno, aspettiamo un’ora ed ovviamente paghiamo il biglietto: il mio umore peggiora, visto che dobbiamo pagare nuovamente dopo aver perso due biglietti del bus. Mentre attendiamo l’arrivo del treno sento di essere molto dispiaciuta per S.
Lui deve subire numerose ingiustizie per il semplice fatto di essere nero, sì perché non c’è altra spiegazione; lui non è un criminale, lui viene da un Paese nel quale c’è una dittatura da circa 40 anni o forse più, quale è la sua colpa? Più ci rifletto e più capisco che adesso ci sono in mezzo anche io. Amo un africano e lui ama me. Ma questo non importa; le istituzioni, le leggi, il sistema, il fascismo non guarda in faccia nessuno. Colpevolizzano S. per essere nero in Europa, colpevolizzano me perché amo un nero in Europa.
Sto provando sulla mia pelle, attraverso l’amore che mi lega ad S., le ingiustizie che subiscono i migranti.
Non riesco a stare in silenzio, sento che devo fare qualcosa.
Ma cosa posso fare? Non lo so. Ci ragiono. Ma qualcosa devo pur fare.
Non è facile fare i conti con questa constatazione : non posso liberamente vedere la persona che amo, non posso liberamente stare con lui e muovermi con lui, aspetto insieme a lui il responso di persone che quotidianamente decidono sulla sua vita e sulla vita dei tanti uomini e donne nella sua stessa situazione; già, proprio sulla vita, perchè se tu non hai un documento, dopo aver rischiato la vita in un viaggio tremendo spendendo tutto quello che avevi, rischi di venire deportato di nuovo nel tuo Paese da cui sei fuggito perché non avevi garantito il diritto alla sopravvivenza. Eh si’, l’Europa dei diritti e delle libertà!
Ed io , ragazza-bianca -con documenti (perchè è con questi termini che il potere ragiona), pur avendo da anni lottato contro queste ingiustizie, capisco solo ora pienamente cosa vuol dire. Non riesco a stare in silenzio, sento che devo fare qualcosa; se vedo, agisco; non riesco a girarmi dall’altra parte, non posso farlo, perché ho la consapevolezza che significa non dare adito al fascismo dilagante. Ma che posso fare? Non lo so, ci devo ragionare.
Nel frattempo arriva il treno per Ventimiglia. Ovviamente dobbiamo dribblare la polizia sul binario che chiede i documenti solo ai neri. Dico ad S. di stare vicino a me; spero sempre che il mio essere bianca possa aiutare chi ha la pelle nera.
Saliamo sul treno, destinazione Ventimiglia.
Stazione di Ventimiglia – Foto di redazione
Arriviamo a Bordighera, so che scesi dal treno ci può essere il rischio che la polizia fermi S. con il rischio dell’espulsione dall’Italia per tre anni. Ci dividiamo per non dare nell’occhio. Io vado a fare i biglietti per Nizza. Saliamo sul treno francese ed è tutto tranquillo finchè arriviamo alla prima fermata, la prima stazione oltre confine : Menton Garavan. Io la chiamo la stazione dell’inferno per i migranti; qui la PAF (Polizia di frontiera francese) fa un vero lavoro di pulizia dei treni che si dirigono in Francia, chiede i documenti solo ai neri ed anche chi possiede una carta valida per stare in Francia deve scendere dal treno per “ulteriori controlli” (li chiamano cosi’ ma in realtà per loro è solo un gioco, mettere ansia e fare violenza psicologica). Ok, siamo a Menton Garavan, sul treno salgono una decina di poliziotti francesi con guanti di pelle e manganelli.
Non ero troppo preoccupata per S. perchè sapevo che lui possedeva un documento per stare in Francia. Mantenevamo le distanze per stare più tranquilli, non so bene perchè ma eravamo convinti di questo.
La polizia arriva da S., lui gli da i documenti ma loro decidono comunque di farlo scendere. S. scende dal treno scortato da tre poliziotti. Io scendo poco dopo. Vviene portato nell’ufficio della polizia senza dargli la possibilità di controbattere. Insieme a lui hanno fatto scendere anche una ragazzina forse di 15 anni, incinta, tirandola.
Io ovviamente rimango fuori e vado alla ricerca di un tabaccaio per comprare cartine ed accendino. la ricerca fallisce ma un passante mi offre quello che mi manca.
Mentre fumo una sigaretta aspetto e mi chiedo cosa sarebbe successo; mi sale l’ansia, l’angoscia e la paura per S. che in quel momento si trovava nell’ufficio della polizia di frontiera francese.
Dopo una mezz’oretta S. mi chiama dicendomi che era tutto ok, di non destare nell’occhio, di prendere il treno e che anche lui l’avrebbe preso e che ci saremmo rincontrati giunti a destinazione. Mentre attendo il treno vedo S. mettersi dall’altra parte del binario; nel frattempo la polizia francese effettua le espulsioni verso l’Italia con il treno. Tra gli espulsi ci sono tanti minori, tutti sanno che gli Stati non possono per legge espellere i minori. Ma qui, in Francia, lo fanno e nessuno apre bocca. Tante associazioni e gruppi di attivisti hanno denunciato questo, ma la polizia continua ad agire cosi’.
La ragazzina in stazione si dimena e il poliziotto la tira portandole lo zainetto che per ridarglielo glielo lancia addosso, mentre gli altri poliziotti deridono gli altri migranti. Tutto questo davanti agli occhi di decine di europei, curiosi di vedere che stava succedendo come se stessero al teatro o stessero guardando un film.
Ho provato schifo, vomito per quelle scene ma in quel momento, per S., non dovevo fare nulla, solo stare tranquilla.
Controlli e respingimenti alla frontiera francese
Arriva il treno, salgo; dopo pochi secondi salgono anche i poliziotti francesi per fare la solita pulizia. Io ero tranquilla, perchè agitarmi? Uno dei poliziotti (quello che aveva preso S.) mi chiede il biglietto e mi ordina di scendere dal treno; mi parla solo in francese, provo a parlargli in inglese ed anche in italiano ma lui non so se non capiva, se non voleva capire o se proprio non mi ascoltava. Ho intuito che alcuni suoi colleghi con aria di pena nei miei confronti, gli dicevano di lasciare perdere, ma lui niente, vuole a tutti i costi che io scenda dal treno pur essendo regolare sullo stesso; mi prende lo zaino e me lo porta fuori, ovviamente a quel punto scendo.
Mi chiede il documento, gli do il passaporto e lui mi domanda se ho un altro documento. Non ne ho altri. Arriviamo davanti ad una panchina sul binario, con arroganza mi chiede di togliermi la giacca. So bene che la polizia non puo’ farmi una perquisizione in un luogo pubblico senza motivo, so che non puo’ essere un uomo a farmi una perquisizione del corpo, so che non possono prendermi il telefono senza autorizzazione; tutto questo avviene, invece, mi controllano tutto sperando di trovarmi chissà che cosa. Chiedo spiegazioni; i poliziotti mi guardano con aria strafottente ed incominciano a ridere come per prendermi in giro. Mi dicono che si tratta di un normale controllo e continuano a chiedermi perchè sono li’, perchè sono scesa per poi riprendere il treno dopo un’ora. Hanno capito che ero insieme ad S. evidentemente, e stare con lui significa inceppare un sistema che vuole gli immigrati ghettizzati, emarginati ed esclusi. Mi chiedono perché sono li’ : io rispondo con tranquillità dicendogli che ho aspettato un amico dall’Italia ma stufa di aspettare ho poi deciso di partire senza di lui; non mi credono e continuano a ridermi in faccia con un’arroganza tale da farmi salire una rabbia esagerata: che cazzo te ne frega perchè sono qui? Ho qualcosa di irregolare? Il tuo lavoro è controllare che non ci siano illegalità o controllare e umiliare le persone che per te sono da sopprimere? Nella mia testa c’è solo questo. Arriva un altro poliziotto con il mio documento e dice agli altri: ” è pulita”. Eh già, purtroppo non possono fermarmi per ore ed ore e sono obbligati a rilasciarmi. Mi ridanno il mio documento ma continuano a chiedermi perchè sono stata li’ un’ora, usando un tono della voce molto alto, di nuovo ripeto la storia; a quel punto mi lasciano andare, borbottando tra di loro.
Ovviamente il treno con S. dentro è ormai partito. Aspetto quello dopo e raggiungo S.
Arrivata a Nizza ci rincontriamo e ci abbracciamo. S. mi chiede come sto e cosa è successo. Io provo a raccontarglielo cercando di non farlo preoccupare. Subito dopo cerchiamo di capire come arrivare a Marsiglia, prendiamo il treno e pago un biglietto abbastanza salato per evitare altri problemi.
Durante il viaggio S. si addormenta, io comincio a pensare al viaggio appena fatto: penso a quello che è successo e cerco di ascoltare le mie emozioni; raramente ho provato una paura di quel tipo; di solito quando decido di fare delle cose tengo in considerazione che possono dare fastidio a qualcuno e che quindi posso subire delle conseguenze. Ma stavolta non è stato cosi’, stavolta volevo solo stare con la persona che amo. Stavolta ho avuto paura per S., che la polizia gli mettesse le mani addosso (a Menton Garavan è la routine) e dopo ho avuto paura per me, non potevo stare lì perchè mi avevano vista con un ragazzo nero che avevano fermato.
La cosa che più mi è rimasta impressa è l’indifferenza che le persone europee hanno nei confronti di quello che succede intorno a loro, per esempio sul treno a Menton Garavan. Tante persone guardavano i poliziotti chiedere i documenti solo ai neri ma nessuno si opponeva a questo, ognuno continuava il viaggio con estrema tranquillità, come se quello che succedeva fosse una cosa normale e giusta. E tanta gente ha guardato anche la mia perquisizioni con curiosità. Le persone vedono la violenza sui migranti ma non si oppongono, perché ? Hanno paura oppure pensano che sia giusto ? Ci hanno detto tante volte che un’indifferenza simile permise le atrocità compiute dal nazifascismo. Le persone vedono, ma per mantenere i propri privilegi non dicono nulla. L’indifferenza è il motore delle peggiori barbarie.
Il passo successivo è punire chi è amico dei neri, chi prova in qualche modo ad inceppare questo sistema.
Si tratta di un episodio di vita vissuta che ho deciso di raccontare e rendere pubblico perché oggi più che mai è necessario diventare consapevoli: per potersi prendere la responsabilità a cui tutti siamo chiamati di fronte a questa Storia.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il video racconto del progetto di arteterapia “Oltre le paure” nato dall’unione delle competenze e creatività di due insegnanti della Scuola Media di Dolceacqua, 9 chilometri da Ventimiglia.
Progetti dal basso come questo, in grado di interagire e mettere in comunicazione tra loro coloro che abitano i territori, costituiscono importanti strumenti per combattere la xenofobia e il dilagare del consenso alle politiche razziste. La loro importanza è inoltre fondamentale in una zona come quella intorno a Ventimiglia, fortemente segnata dalla violenza del confine.
Oltre le paure… si può andare, (se si vuole!)
Alle Medie di Dolceacqua il mondo entra nella scuola e la scuola nel mondo. Come? Vi domanderete! Attraverso l’incontro dei ragazzi con alcuni migranti ospiti del Seminario di Bordighera. Da questa straordinaria esperienza è nato il video Oltre le paure.
Non inganni la breve durata del filmato; la sua realizzazione ha richiesto mesi di lavoro sia a scuola, con ore di riprese, sia da parte del video-maker Diego Diaz Morales, già autore di Una vita, cortometraggio su un richiedente asilo diffuso dalla rivista Internazionale, che ha distillato con un sapiente montaggio il materiale girato.
Tutto è iniziato a novembre quando 4 giovani migranti hanno varcato la soglia della scuola media per incontrare i ragazzi e lavorare insieme sulle paure rappresentandole graficamente, stimolati dall’osservazione dell’Urlo di Munch. Per i migranti, tali paure, si sono dimostrate più legate al rischio di morire o di essere costretti a tornare indietro, per i ragazzi si sono invece rivelate più fondate sulla scarsa conoscenza dell’altro e dei pericoli di cui può essere portatore.
Disegnare le proprie paure senza doverle necessariamente esprimere a parole ha favorito il processo di presa di coscienza e di incontro senza pregiudizi. Ousmanou, camerunense, a tal proposito, ha affermato “Attraverso il disegno abbiamo preso contatto con i ragazzi, ho potuto far capire loro che in Africa ci sono molte ricchezze (Oro, Cacao, Caffè, Uranio ecc) ed il motivo per il quale siamo stati costretti a scappare”. Visto il felice esito dell’esperienza si è pensato di girare un video, non solo per documentare il lavoro fatto ma anche, e soprattutto, per ampliare il processo di sensibilizzazione.
Le paure, che a novembre erano state rappresentate individualmente, sono state condivise su un grande lenzuolo dove sono diventate foglie di un Baobab. Ma ogni paura può essere superata e infatti, grazie alla sagoma di un bellissimo ulivo disegnato da Marius Soffiotti, le paure si sono trasformate in opportunità, in foglie di pace.
Grazie a questo percorso gli studenti hanno potuto capire le dinamiche del fenomeno migrazione, cambiare criticamente opinione sui migranti e scoprire che l’ignoranza e il pregiudizio sono la vera fonte di ogni paura.
Il progetto, nato dalla collaborazione delle insegnanti Monica Di Rocco, arteterapeuta e docente di Arte e Immagine, e Maddalena Vernia, docente di sostegno, ha ricevuto il supporto dei colleghi della scuola e il sostegno di Caritas Intemelia, Arci Imperia e della Diocesi di Ventimiglia Sanremo, che hanno contribuito alle spese.