Grave ed Illegittimo Respingere Minori al Confine delle Alpi Marittime

A seguito dei dati raccolti durante le attività di monitoraggio svolte da associazioni e avvocati alla stazione di Menton Garavan e alla frontiera di Ponte San Luigi, due sentenze del Tribunale di Nizza prendono di mira le pratiche attuate dalla polizia francese per impedire l’ingresso dei migranti minorenni.

 

 

 

Riconosciuto grave ed illegittimo il respingimento di un Minorenne Eritreo al confine delle Alpi Marittime

Da quando, nel giugno del 2015, la Francia ha ripristinato i controlli alle frontiere, migliaia di persone, donne uomini adulti e bambini, si affidano a trafficanti tentando di passare il confine per continuare il loro percorso migratorio. La cronaca parla di corpi violentati, denudati, umiliati, carbonizzati, schiacciati da Tir e investiti da treni. Gli Stati – quando non sono degli incidenti a terminare tragicamente il viaggio, quando non è un confine, a molti invisibile, a impedire il migrare, quando non è una malattia a rendere impossibile il cammino – agiscono anche attraverso “leggi speciali” e “misure di emergenza” legittimandosi a divenire illegittimi. Continuando così a perpetuare la repressione della libertà di movimento.

Ma cosa accade quando un ragazzino eritreo, solo, di 12 anni, viene fatto scendere dalla polizia di frontiera alla stazione di Mentone Garavan, arrestato per ingresso irregolare, venendogli notificato il “refus d’entrée”, messo su un treno per Ventimiglia – condannato alla vulnerabilità giuridica oltre che materiale? Nulla sarebbe accaduto, come nulla è accaduto in questi tre anni di violazioni ai diritti dell’infanzia, se l’ANAFE – Associazione Nazionale per l’Assistenza degli Stranieri alle frontiere –  non avesse presentato con urgenza un ricorso al tribunale di Nizza e soprattutto se non lo avesse vinto.

La sentenza emessa dal Tribunale Amministrativo di Nizza contiene parole molto forti nei confronti delle autorità francesi: disposizioni di legge nazionali e internazionali ignorate, violazioni gravi del diritto europeo di asilo, illegittimo il respingimento del minore alla frontiera e gravi le interferenze alla libertà fondamentali dei diritti dei bambini.

Il giudice, nella valutazione del ricorso cita:

– la Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

– la Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia del 26 gennaio 1990;

– Regolamento (CE) n. 2016-399 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, relativo a un codice dell’Unione sulle norme che disciplinano i movimenti di persone oltre frontiera;

– il codice di ingresso e residenza degli stranieri e il diritto di asilo;

– il codice di giustizia amministrativa.

Dagli atti in possesso del giudice che ha emesso la sentenza si ricostruisce quanto sia accaduto il 12 gennaio 2018 quando il giovane eritreo, nato il 1 gennaio del 2006 – quindi dodicenne – viene condotto alle ore 13:40 al posto di polizia di frontiera di Mentone Saint-Louis a seguito di un “controllo” sul treno proveniente da Ventimiglia. Alle ore 14:10, cioè 20 minuti dopo, gli viene notificata la decisione di “refus d’entrée” in Francia e allontanato dal confine. L’ANAFE’ ha immediatamente presentato ricorso e la sentenza che ne consegue impone alle autorità francesi di ristabilire i diritti del minore, rilasciando un lasciapassare per l’ingresso in Francia, dove la sua posizione andrà valutata individualmente in presenza di un interprete qualificato e a un risarcimento di 1500 euro.

Tra le note conclusive si legge come l’ordine pubblico avrebbe commesso nell’esercizio dei suoi poteri, una violazione grave e manifestamente illegale. Ne consegue che la decisione di rifiutare l’ingresso in Francia fosse viziata da una manifesta illegittimità che ha pregiudicato e continuerà a pregiudicare seriamente l’interesse del giovane.

Il giovane eritreo ad oggi è “irreperibile” insieme ai 5mila minori non accompagnati che si stima siano transitati per il confine di Ventimiglia. I dati parlano di 25mila arrivi di minori in Italia nell’anno appena concluso. Molti di loro tentano di proseguire il viaggio, per raggiungere famigliari o paesi in cui ritengono di avere prospettive migliori, scontrandosi con frontiere che continuano a rimanere chiuse, da Ventimiglia al Brennero e con Stati che commettono, nell’esercizio dei propri poteri, gravi violazioni e manifeste illegitimità…. Tribunale di Nizza – Repubblica di Francia – IN NOME DEL POPOLO FRANCESE

I fatti di Bardonecchia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo di I. B., sui “fatti di Bardonecchia” (già pubblicato, qualche giorno fa, sul sito Infoaut [1]).

L’articolo ci pare di notevole interesse perché prova a prendere di petto una questione particolarmente spinosa come quella della frontiera e del suo possibile utilizzo non nazionalista.

Uomini dello stato francese, e per di più armati, sono penetrati entro i confini nazionali per compiere un’operazione di polizia internazionale. In questo modo hanno dimostrato una cosa: il territorio nazionale italiano agli occhi di chi incarna uno degli assi centrali del costituente polo imperialista Continentale è un territorio che può essere attraversato senza troppe remore, soprattutto di fronte alla necessità di portare a termine un’operazione di “polizia internazionale”, finalizzata a garantire la sicurezza della “fortezza Europa”.

Questo significa almeno due cose. Primo: l’esistenza e il rispetto dei confini statuali sono sanciti in primo luogo da rapporti di forza  e non da trattati giuridico – formali. Secondo, diretta conseguenza del primo, il territorio italiano è percepito e considerato dai poteri costituenti europei come uno spazio semicoloniale entro il quale è possibile operare senza chiedere il permesso al Governo di turno. In altre parole la frontiera italiana è legittima nel momento in cui è giocata come fattore di contenimento nei confronti delle popolazioni migranti, inessenziale quando questa si pone frappone alla “volontà di potenza” delle forze trainanti del polo  europeo. Di questo scenario i “fatti di Bardonecchia” ci parlano.

La palese ingerenza francese ha dato il là a una serie di reazioni di marca prettamente nazionalista, tra le quali quella del segretario leghista Salvini,  alle quali, pur con sfumature diverse, si associano tutte le varie forze politiche di marca populista. La “sovranità nazionale”, la sua difesa e riabilitazione, sembra così assumere un valore in sé. Una sorta di “bene comune” che non può essere messo in discussione. Che fare, quindi? Non resta che  mettersi tutti a  gridare “Viva Verdi”, a cantare Va pensiero rispolverando magari le Brigate Garibaldi e il tricolore in chiave “progressista”? Non necessariamente. L’ingerenza francese offre, come l’articolo che segue prova ad argomentare,  anche un’altra via d’uscita. Il problema non è ripristinare la frontiera come forma giuridica cristallizzata dello Stato/Nazione ma, al contrario, combattere la frontiera attraverso un movimento politico meticcio di subalterni che si ponga l’obiettivo di de-territorializzare in permanenza le strutture rigide statuali. Ciò che viene suggerito nel testo che segue è l’invito a usare dialetticamente lo sdegno nei confronti dell’ingerenza francese in territorio italiano.  Cosa che non equivale a sposare le retoriche sul recupero della “sovranità nazionale”, ma a sostenere le spinte verso  la “sovranità” dei subalterni, capace di mettere in discussione, e un giorno forse di spezzare,   la macchina delle “operazioni di polizia internazionale” con il suo carico di violenza, sfruttamento e negazione di libertà.

 


 

Bardonecchia, la Gendarmeria francese e noi

 

La Gendarmerie sconfina in Italia e fa irruzione nei locali dell’associazione Rainbow4Africa. Come successo oggi a Bardonecchia, anche a Ventimiglia la polizia francese si arroga, ormai da molto tempo a questa parte, il diritto di operare in territorio italiano. Il teatro è sempre una stazione ferroviaria. In questo caso, ormai lontano dai riflettori mediatici, lo sconfinamento di sovranità è invece pattuito e persino ben accetto. Nessuna levata di scudi, ma piena accettazione e collaborazione istituzionale.

Ora, le strilla per la lesa sovranità del nostro paese da parte di alcuni esponenti politici non sono quindi molto rilevanti né interessanti. Tuttavia, quello che sì è importante è che le persone si sentano in dovere di incazzarsi con il governo francese. Non bisognerebbe contenere questa tendenza, per quanto embrionale possa essere, e che, peraltro, potrebbe anche essere portatrice di quella tanto agognata convergenza di interessi materiali tra persone italiane e migranti. La Francia, in blocco con la Germania e altri paesi dell’Europa continentale, fa leva sulle ingiuste dissimetrie del Regolamento di Dublino per fermare in Italia le migliaia di migranti che riescono a sbarcare sulle nostre coste. Prima che arrivino “a casa loro”. Stessa sorte per la Grecia e per tutti i territori che costituiscono il limes di questa Brave New Europe, impresa politica multinazionale rigorosamente bianca.

Infatti, moltissime di queste persone emigrate, forse la maggior parte, non vogliono certo restare. Si provi a chiedere. Eppure non possono andarsene, non legalmente perlomeno. E allora si muore travolti dai treni a Ventimiglia o assiderati sulle Alpi in Valsusa, in tragici tentativi di attraversare confini sempre più militarizzati e brutali. Oppure, desolante e deprimente alternativa, si resta imbrigliati nel sistema violentemente disciplinare della cosidetta accoglienza, che sembra fatto apposta per rendere impossibile, con precisione scientifica, evntuali forme di ibridazione con la popolazione italiana. Insomma, trattasi di un mero bacino di forza-lavoro gratuita o a bassissimo costo, da pagare rigorosamente in nero, che non fa che incrementare le tensioni razzisteggianti che caratterizzano le società europee sempre più chiuse e risentite.

La verità è che, quando le frontiere esternalizzate in Libia e in Turchia (della cui esistenza siamo vergognosamente corresponsabili, non dimentichiamo) non tengono, è l’Italia stessa a dover assumere lo scomodo ruolo di carceriere dei migranti. Penso e spero che questo nessuno se lo voglia accollare, se non ovviamente i pochi che hanno qualcosa da guadagnarci sopra. E allora basta con la buona accoglienza, la gestione umanitaria e tutto l’armamentario discorsivo della sinistra governista, quella per cui non bisogna mai rompere ma sempre mediare. È funzionale allo scopo assegnato. Ribadiamolo forte e chiaro: il problema è la frontiera.

L’atteggiamento della Francia è infame e inaccettabile e, per quanto pericoloso possa essere in potenza un simile discorso, evidentemente suscettibile di una possibile, ma non certa, deriva nazionalista, bisognerebbe comunque riuscire a padroneggiarlo. Per risignificarlo in un modo totalmente altro, ovviamente, e affinché possa aprire su situazioni inedite e favorevoli. Si può e si deve, a meno che non ci si accontenti di parlare solamente a se stessi. Dopotutto, quello che si esprime è un concetto giusto, comprensibile e plausibilmente anche maggioritario, forse: “Almeno lasciate che le persone vadano a cercar fortuna dove preferiscono, così come già fanno le migliaia di giovani emigranti italiani.” Ah no, pardon, si dice expats, mica migranti.

I.B.

 

[1] https://www.infoaut.org/migranti/bardonecchi-la-gendarmerie-e-noi

Notizie dalla frontiera tra Bradonecchia e Briançon

Pubblichiamo l’ultimo comunicato di Briser les frontières e traduciamo l’introduzione che ne fa Marseille Infos Autonomes.
Negli ultimi tempi si è sentito parlare spesso della frontiera franco-italiana, tra Bardonecchia e Briançon. Si è sentito parlare del colle di Monginevro e di quello dell’Échelle: dovrebbe essere ormai chiaro che, nonostante la neve e le temperature proibitive, centinaia (forse migliaia?) di donne e uomini migranti continuano a tentare di passare la frontiera. Siamo ormai ampiamente al corrente degli incidenti -anche mortali-, delle mutilazioni causate dai congelamenti, della caccia al migrante messa in atto dalla polizia francese, dell’apparente indifferenza delle autorità italiane. Abbiamo saputo della persecuzione giudiziaria nei confronti di una guida che ha accompagnato all’ospedale, oltre il confine, una donna incinta, che avrebbe partorito di lì a poco. Abbiamo saputo anche del respingimento di un’altra donna, incinta e in gravi condizioni di salute, morta qualche giorno fa all’ospedale di Torino. Evidentemente non tutti traggono le medesime conclusioni dall’analisi di quel che sta succedendo nel cuore dell’Europa, a pochi passi dalle piste sciistiche alpine, a qualche metro dall Riviera, mentre i fatti smentiscono tutti i proclami sull’efficacia di soluzioni militaresche, di controlli, rastrellamenti e respingimenti. Soluzioni criminali che, evidentemente, non hanno altro risultato che aumentare la pericolosità delle rotte migratorie e confinare in condizioni disumane chi prova a raggiungere la propria meta. Chi continua a non capire o chi è disposto a fare propaganda sulla pelle di migliaia di esseri umani fa parte del problema: per questo, alla frontiera, un gruppo di abitanti ha deciso di occupare i locali di una chiesa, per ospitare e supportare le persone in viaggio. Nell’arco di pochi giorni, Chez Jésus ha già ospitato decine di persone.

Notizie dalla frontiera di Briançon, dove la situazione diventa sempre più complessa : un numero crescente di persone cerca di passare, mentre la repressione si intensifica.

I passaggi clandestini degli/delle esiliati/e diventano sempre più difficili al colle di Monginevro, nei pressi di Briançon: le/i migranti provenienti dall’Italia sono più numerose/i che quest’inverno, e non riescono a passare la frontiera francese in tempi brevi. Giovedi’ sera, undici di loro, tra i quali quattro donne e tre bambini, hanno passato la notte nella sala parrocchiale, nel seminterrato della chiesa di Clavières, a dodici chilometri dalla frontiera.

Sono state/i raggiunti da una quarantina di altre/i migranti venerdi’, e da una quindicina sabato, cosa che avrebbe potuto creare una situazione drammatica sotto il profilo umanitario. Una ventina di persone che vivono sui due lati della frontiera li/le sostengono, persone che non appartengono alle associazioni di aiuto ai/alle migranti che sono state spesso citate dai media, parlando di Briançon, a partire da dicembre. Una ventina di esiliati/e hanno deciso di passare in Francia a piedi, durante la giornata, autonomamente. Lo Stato italiano, che quest’inverno è restato piuttosto passivo, ha inviato, nel tardo pomeriggio, la polizia in antisommossa per controllare il passaggio.

da Marseille Info Autonomes: https://mars-infos.org/communique-du-squat-de-l-eglise-de-2934.shtml

Secondo comunicato di Chez Jésus

Da giovedì abbiamo occupato alcuni spazi pertinenti alla chiesa di Claviere.

Alla frontiera la situazione in queste ultime settimane si è complicata. Il flusso di persone che arriva al confine è sempre più forte e le pratiche di solidarietà diretta messe in atto in questi mesi non sono più sufficienti. Per questo sentiamo sempre di più la volontà di sollevare il vero problema, che è la frontiera, con forza maggiore.

Abbiamo occupato i locali sottostanti la chiesa anche perché si è resa sempre più evidente la necessità di avere tempi e spazi per organizzarci e parlare con le persone che a decine ormai ogni giorno cercano di attraversare questo confine.

Al tempo stesso questa occupazione non vuole invocare un intervento da parte delle istituzioni che potrebbero darci una risposta con la solita impalcatura dell’accoglienza dalla quale la maggior parte delle persone con cui ci stiamo confrontando fugge.

Preferiamo organizzarci in modo autogestito. Noi non vogliamo “gestire” delle persone; al contrario del sistema di accoglienza che conosciamo, che non fa altro che legittimare il dispositivo frontiera, vogliamo cercare complicità con chi si batte in prima persona per la propria libertà di movimento.

Invitiamo tutt* i/le solidali a raggiungerci per un pranzo condiviso.

Briser les frontières

Dall’altra parte della frontiera: i ferrovieri francesi in sciopero pronti a bloccare il paese

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un testo riguardante lo sciopero dei ferrovieri francesi in merito alla nuova riforma che vede l’avvio della privatizzazione della SNCF, compagnia ferroviaria francese.

Da diversi mesi, gli stessi ferrovieri che lavorano sulla tratta frontaliera tra Italia e Francia, ribadiscono con determinazione di essere stanchi di dover assistere, o peggio, di essere chiamati a prendere parte ai controlli giornalieri che le Forze dell’ordine francesi eseguono nei confronti dei migranti, ovvero di tutti coloro che hanno la pelle più scura. I ferrovieri stanno dalla parte di chi viaggia, si rifiutano di chiedere i documenti ai migranti e di continuare a collaborare con la polizia nelle invasive e pericolose dinamiche di controllo differenziale sul confine,  che squalifica e condanna le persone migranti in viaggio: questo non è il loro lavoro. Il loro lavoro è garantire un servizio di trasporto accessibile a tutte e tutti, sicuro, efficiente e rispettoso dei diritti dei viaggiatori come di quelli dei lavoratori.

Determinati a lottare contro l’erosione di questi diritti e contro una progressiva manovra di privatizzazione della rete dei trasporti francesi, i ferrovieri sono pronti a inaugurare un intenso periodo di scioperi e chiare rivendicazioni politiche.

Dall’altra parte della frontiera: i ferrovieri francesi in sciopero pronti a bloccare il paese

 

“L’interfederale dei sindacati CGT, SUD-rail e CFDT, prende atto che il governo non ha nessuna intenzione di aprire delle reali trattative e che non ha tenuto minimamente conto delle proposte e delle criticità espresse dalle organizzazioni sindacali in seguito alla presentazione del primo rapporto di riforma.
Dopo aver utilizzato tre volte il “passage en force”
[legge approvata tramite decreto, bypassando la discussione e la votazione in Parlamento, ndr], il governo si assume la responsabilità del malcontento e dello scontro.
I sindacati verificano un’adesione massiccia alla mobilitazione dei ferrovieri del 22 marzo, con una stima al ribasso di 25 000 manifestanti.
Per spirito di responsabilità, le organizzazioni sindacali prendono atto che, di fronte ad un governo autoritario, bisognerà essere in grado di mantenere una lotta dura su un periodo di lunga durata.
Per questo l’interfederale dei sindacati ha stabilito un calendario di scioperi prolungabili di due giorni, ogni 5 giorni, a partire dal 3 e 4 aprile 2018.
Una nuova riunione che si terrà il 21 marzo,definirà più precisamente la mobilitazione.

Comunicato unitario delle organizzazioni sindacali,16 marzo 2018

In Francia, i lavoratori delle ferrovie sono ai primi passi di una lotta che si preannuncia dura e senza sconti : in gioco c’è il futuro del servizio pubblico ferroviario francese, minacciato dalla riforma di SNCF che prevede la fine dell’applicazione dello Statuto dei lavoratori delle ferrovie per i nuovi assunti e un’apertura alla concorrenza che spianerebbe la strada verso la privatizzazione del servizio di trasporto passeggeri su rotaia.

Il 12 marzo la celebrazione degli 80 anni di SNCF è stata interrotta da un gruppo di lavoratori determinati e arrabbiati ,che hanno deciso di presentarsi senza invito al cocktail dei manager della compagnia, occupando il tetto dell’edificio e il salone dove si svolgeva la kermesse, per ribadire che gli cheminots (i ferrovieri d’oltralpe) non resteranno a guardare in silenzio governo e dirigenti sfasciare il servizio pubblico.

Gli annunciati tagli alle linee minori e a tante piccole stazioni sparse sul territorio nazionale sembrano accantonati (solo momentaneamente) dopo le proteste degli abitanti e degli amministratori locali delle zone rurali e in molti vedono in questa mossa un tentativo di divisione fra utenti e ferrovieri, cercando di presentare come invece urgenti e necessarie le modifiche ai contratti e alle condizioni di lavoro degli cheminots.
Nelle ultime settimane i lavoratori sono stati oggetto di una campagna mediatica squallida e diffamatoria circa i presunti privilegi di cui godrebbe la loro categoria.

I diritti dei lavoratori che svolgono le tante mansioni collegate al funzionamento della rete ferroviaria non possono essere definiti privilegi : le contropartite in termini salariali e previdenziali delle quali gli cheminots sono accusati di godere, sono i riconoscimenti percepiti per il lavoro usurante, i turni notturni e festivi, la responsabilità della sicurezza di milioni di passeggeri. Sono stati conquistati con le lotte, gli scioperi e il sangue di tanti lavoratori e lavoratrici, meriterebbero anzi di essere estesi ad altre categorie di salariati, che invece politici e giornalisti delle grandi testate cercano di aizzare contro i ferrovieri ancor prima che la loro lotta inizi.

In un braccio di ferro che dura da settimane, il governo si è detto pronto a poter resistere “ad un mese di sciopero”, mentre giornalisti come François de Closets hanno dichiarato che gli utenti delle ferrovie saranno “presi in ostaggio” dagli scioperanti.
L’adesione potrebbe sfiorare il 95% dei lavoratori.

Le intenzioni del governo sono di approvare la riforma prima dell’estate e per questo farà il ricorso al “passage en force”, il famigerato 49.3, il decreto legge approvato senza discussione in parlamento già usato da Valls per approvare la Loi Travail. La riforma che nel 2016 ha stravolto il diritto al lavoro incontrò una grande opposizione,con gli studenti alla testa di una lotta contagiosa e di lunga durata capace di coinvolgere però solo parte dei lavoratori del paese,senza arrivare ad un fronte unitario di tutte le parti della società come avvenne invece nel 1995.

sciopero ferrovieri sncf, 1995

E’ proprio lo spettro del 1995, anno in cui i ferrovieri si unirono agli studenti universitari in lotta contro i tagli del piano Juppè, trascinando tutte le categorie nello sciopero e arrivando a bloccare il paese in maniera vera e propria, a spingere ora il governo a creare divisioni tra lavoratori pubblici e privati, tra addetti al servizio e passeggeri.
Quello a cui puntano i sindacati è invece fare appello a tutti i lavoratori e le lavoratrici in difesa del servizio pubblico e del diritto al lavoro, sotto attacco già con i precedenti governi “socialisti”.
A redarre il rapporto su cui si basa la riforma è stato non a caso Cyrill Spinetta, ex AD di Air France e responsabile della crisi della compagnia di bandiera dopo l’apertura alla concorrenza privata i cui effetti nefasti sono già stati sperimentati sulla pelle dei lavoratori di Telecom France e EDF (gestori rispettivamente della rete telefonica e di quella elettrica).

Tutto in linea con i provvedimenti siglati nel 2015 da Macron, in veste di ministro dell’economia, un “uberizzazione” del mondo del lavoro che ha arricchito in primis le compagnie private low-cost di bus a scapito proprio del servizio pubblico ferroviario.

Adesso però,il governo dei padroni “smart” dovrà fare i conti con una categoria combattiva e realmente in grado di mettere in ginocchio le attività del paese.
Per continuare sulla strada delle liberalizzazioni è fondamentale per Eduarde Philippe mettere fine allo Statuto dei ferrovieri, che sancisce la “missione sociale” della categoria , quella di garantire un accesso sicuro al trasporto pubblico da parte di ogni utente tanto sulle linee più trafficate (e più redditizie per i profitti aziendali) quanto nelle zone rurali o periferiche. Missione che gli cheminots hanno dimostrato di saper svolgere con coraggio e determinazione anche di fronte a situazioni estreme,come la vergognosa caccia al migrante che si svolge sui treni, nelle stazioni e nei territori di frontiera.

In particolare diversi sindacalisti della CGT si sono fatti portavoce dell’indignazione di lavoratori e utenti del servizio di fronte agli effetti tragici della chiusura delle frontiere e della caccia all’uomo portata avanti dalla polizia italiana e da quella francese. I ferrovieri, con lettere alla dirigenza, manifestazioni, interviste e soprattutto tanti piccoli e grandi gesti di solidarietà, hanno preso posizione in favore di chi rischia la vita o la deportazione nel tentativo di attraversare il confine italo-francese.
(https://www.internazionale.it/notizie/louise-fessard/2017/01/23/ferrovieri-migranti-ventimiglia)

I dirigenti della CGT hanno denunciato che non è un caso che sempre più persone trovino la morte nei tentativi disperati di nascondersi o di evitare i controlli, che un dispositivo di rastrellamenti su base etnica è stato messo in piedi, che l’azienda SNCF si rende complice di tutto questo tra lo sdegno dei lavoratori, che hanno spesso subito minacce e ritorsioni da parte della polizia perché si erano rifiutati di collaborare o avevano osato protestare di fronte ai numerosi episodi di razzismo e disumanità verso uomini, donne o bambini.
SNCF, ignorando gli addetti ai lavori e la loro richiesta di porre fine ai rastrellamenti e ai respingimenti in frontiera per fermare gli incidenti mortali, si è limitata a esporre dei cartelli multi-lingue che dovrebbero servire a scoraggiare i migranti a viaggiare in condizioni di pericolo,come se la loro fosse una semplice scelta e non il tentativo disperato di persone perseguitate e braccate a causa del colore della loro pelle o della loro nazionalità.

A febbraio di quest’anno, lavoratori della linea di Bordeaux hanno denunciato le politiche razziste di SNCF che con una circolare chiedeva di identificare ogni gruppo di migranti in viaggio e di raccogliere generalità, età e informazioni su provenienza e destinazione. (http://www.infos-bordeaux.fr/2018/breves/bordeaux-la-cgt-cheminots-ne-veut-pas-controler-les-migrants-9770)

La direzione ha ritirato la circolare con tanto di scuse dopo che i dipendenti avevano paragonato la politica aziendale al collaborazionismo di Vichy con il regime Nazista.

Risale al 2015 invece la richiesta fatta dai ferrovieri e accolta da SNCF (oggetto di una polemica triste e strumentale da parte dei fascisti del Front National e non solo) di poter introdurre eccezionalmente e occasionalmente tratte ferroviarie al prezzo di 0 € per permettere ai controllori di far viaggiare in maniera regolare famiglie con bambini e altri soggetti a rischio,sfollati e in viaggio a causa delle disastrose politiche migratorie europee. (https://www.francetvinfo.fr/monde/europe/migrants/des-billets-gratuits-pour-les-migrants-la-sncf-explique-sa-politique-d-humanite_1126219.html)

I ferrovieri chiedono insomma di poter svolgere la loro missione, quella cioè di garantire il diritto ad un viaggio sicuro dalla partenza all’arrivo per chiunque si trovi in possesso di regolare titolo di viaggio e considerano un disonore la collaborazione con i respingimenti e le deportazioni di SNCF, rivendicando il sacrificio dei tanti appartenenti alla categoria nella resistenza al nazismo.

L’opposizione dei ferrovieri francesi alla caccia ai migranti è un importante esempio di dignità e umanità che rende esplicito uno degli obbiettivi che una lotta che punta alla vittoria deve porsi : coinvolgere ampi e diversi settori di persone che abitano e lavorano sul territorio.
Anche per questo la lunga battaglia che i sindacati stanno per intraprendere in difesa dello statuto della categoria e del servizio pubblico riguarda da vicino chi si dichiara nemico delle frontiere o semplicemente abita in prossimità del confine o viaggia oltralpe per motivi personali e lavorativi.

E’ una battaglia che per vincere ha bisogno dell’appoggio degli utenti del servizio e di tutta la società civile, le adesioni degli studenti e degli altri settori del servizio pubblico alla giornata di sciopero e alla manifestazione che si terrà a Parigi il 22 marzo sono un importante segnale in questo senso.
E’ nato inoltre un comitato di “utenti SNCF per lo sciopero illimitato” (su Facebook: Collectif des usagers de la SNCF pour la grève générale illimitée) per coinvolgere gli utenti in una lotta che potrebbe paralizzare il paese e che proprio per questo potrebbe contagiare tante altre categorie ed essere un’occasione per rivendicazioni comuni piuttosto che una guerra tra poveri tra chi sciopererà e chi si troverà impossibilitato a raggiungere il suo posto di lavoro.
La speranza di Macron di portare avanti indisturbato le sue politiche contro i lavoratori e le classi meno abbienti sembra vacillare.

Mentre gli intellettuali di sinistra si preparano a commemorare i 50 anni dal maggio ’68, un attualissimo conflitto sociale potrebbe oscurare la celebrazione fine a sé stessa di chi vorrebbe rendere vintage l’opposizione sociale per meglio reprimere le lotte presenti e le future.
La mobilitazione degli cheminots non potrà passare inosservata e, se riuscisse ad unire studenti e lavoratori già prima del grande corteo unitario internazionalista previsto per il primo maggio nella capitale, potrebbe davvero far deragliare la riforma presentata dai dirigenti della compagnia e dal governo.

Contributo di un lettore

(a cura di Cati, Owl)

Per ulteriori informazioni, vedi anche:

https://www.internazionale.it/notizie/louise-fessard/2017/01/23/ferrovieri-migranti-ventimiglia

parolesulconfine “Lotte al confine”

 

Lotte al confine

In questo post proponiamo la traduzione di un’articolo uscito sul giornale francese online L’Autre Quotidien [1] dopo la manifestazione per l’apertura delle frontiere e la libertà di transito per i migranti tenutasi a Mentone il 16 dicembre scorso.

La giornalista ha realizzato un reportage di quelli ormai sempre più rari sulla stampa nostrana [2] , intervistando molte  e molti dei partecipanti al corteo e riuscendo in questo modo a dare voce ad una fetta dell’attivismo politico che continua a indirizzare i suoi sforzi contro i nuovi dispositivi di confinamento che si rafforzano all’interno dell’Unione Europea. Il reportage è arricchito con una serie di considerazioni morali e politiche che rendono esplicito il posizionamento di chi scrive: non ci sembra che questo interferisca sul valore giornalistico del pezzo in questione e in generale dei lavori che condividono questa impostazione.

E’ interessante notare che lo stesso giorno – il 16 dicembre 2017 – in cui si è tenuta la manifestazione da Mentone verso la frontiera franco-italiana, a Roma si svolgeva il corteo dei migranti intitolato “Diritti senza confini” che tra le parole d’ordine, come prima,  aveva: “ libertà di circolazione e di residenza per tutti”.

Le 15000 persone scese in piazza a Roma erano dunque legate da una forte affinità politica con i più di mille manifestanti di Mentone. Attraversare le strade, occuparle fisicamente con quei corpi “migranti” divenuti simbolo delle nuove pratiche di internamento, confinamento e apartheid volute dalle forze neoliberali europee, ha sicuramente oggi un forte significato simbolico.

D’altra parte va riscontrato il pressoché unanime disinteresse mostrato dalla stampa istituzionale italiana per questi eventi. Pochissimi articoli dedicati a queste manifestazioni, per lo più qualche riga sulla cronaca locale e altrettanto scarni e veloci servizi sui telegiornali.

Certamente dietro il piano simbolico dei cortei, esiste quello reale: una realtà fatta di resistenze quotidiane che permettono a molte delle persone migranti di abitare e lottare nei territori in cui decidono di fermarsi e di partecipare a momenti pubblici di rivendicazione. Tuttavia oggi le resistenze sembrano ben lontane da riuscire a trasformarsi in lotte in grado di fronteggiare la violenza razzista sempre più pervasiva e inumana esercitata dai governi europei, così come le manifestazioni pubbliche sembrano lasciare il tempo che trovano, riscuotendo ben poco ascolto all’interno dei Palazzi dove vengono prese le decisioni politiche.

Foto della Manifestazione Diritti senza Confini

 

Il 2017 ci lascia con immagini di oppressione e violenza difficilmente dimenticabili: come lo sgombero dell’occupazione dei richiedenti asilo di Piazza Indipendenza a Roma, i pullman sempre più carichi di migranti deportati settimanalmente da Ventimiglia a Taranto, i sacchi neri negli obitori siciliani che avvolgono le migliaia di annegati nel Mediterraneo, i roghi appiccati nelle future strutture per l’accoglienza, le fotografie delle mani che sporgono dalle grate delle prigioni libiche, cioè quei campi di internamento legittimati dagli accordi del governo italiano con il sedicente governo libico. Di fronte a tutta questa barbarie, assordante è stato il silenzio politico: la stagione di conflitto che dal 2015 al 2016 aveva visto attivisti, militanti e solidali europei appoggiare i migranti nelle lotte contro le politiche di confinamento appare oggi un ricordo.

Nel frattempo molto è cambiato: l’approvazione del decreto Minniti- Orlando ha rappresentato un salto di qualità nel progressivo inasprimento delle politiche di segregazione, sfruttamento e disumanizzazione attuate dalle istituzioni italiane contro i migranti, legittimate attraverso la sistematica diffusione di retoriche razziste tra la popolazione autoctona, dimostratasi prontamente recettiva e facilmente strumentalizzabile.
Capire oggi, quali siano stati i motivi della sconfitta politica che ha segnato il tramonto di una stagione conflittuale intensa e dura, provare a raccontarla e farne oggetto di riflessione collettiva, ci sembra possa essere un modo per trovare delle chiavi utili a riaprire degli spiragli di luce dentro le ombre lunghe che avvolgono il presente.
Un tentativo che cercheremo di portare avanti anche sulle pagine di questo blog, provando a restituire la memoria e le riflessioni di chi è stato protagonista della calda estate del 2015 e di tutto quello che ne è seguito per circa un anno e mezzo nella zona di Ventimiglia e non solo.

La traduzione che segue di alcune parti dell’articolo uscito su L’Autre Quotidien dopo la manifestazione di Mentone, inserendosi nel progetto di traduzione di articoli e documenti politici provenienti dalla Francia, aiuta ad allargare lo sguardo alla dimensione internazionale delle lotte, che oggi sembra essere l’unica dimensione reale in un mondo ormai attualmente e concretamente globale, con buona pace dei nostalgici della lunga epopea degli Stati nazionali…

g.b.


Manifestazione in sostegno ai migranti a Mentone: I morti torneranno a tirarci per i piedi?[3]

Sabato 16 dicembre, alcune centinaia di persone – francesi e migranti – hanno marciato dalla stazione di Menton-Garavan alla frontiera franco-italiana. Venuti da tutta la Francia, hanno reclamato il rispetto della dignità umana per tutte le persone migranti e la fine dei procedimenti giudiziari contro coloro che le sostengono. L’ombra delle persone decedute nel tentativo di passare la frontiera è calata su questa manifestazione, che ha simbolicamente deposto una stele in memoria di tutti questi morti anonimi.

– E poi, io ho paura..
– Paura.. Ma di cosa?
– Quando le persone sono morte, ritornano di notte e ci tirano molto forte per i piedi.
– Che idiozia! Chi ti ha raccontato questa cosa?
– E’ stato Bertrand, mio fratello.
– Che imbecille! Non bisogna credergli! Ti ha detto questo per prendersi gioco di te!
– No, aveva l’aria seria! Ditemi, è vero che ritornano a tirarci per i piedi?

Félix Levy, brano tratto da Canti e disincanti, librairie Eyrolles, 2008.

 

Questa manifestazione a Mentone la si era presentata come un appuntamento importante. Quanti eravamo sabato 16 dicembre a Mentone? 500 persone secondo France 3, 1040 secondo il conto effettuato dagli organizzatori. Un numero che può apparire poco elevato, ma riunire svariate centinaia di persone provenienti da tutta la Francia, davanti alla piccola stazione di Menton-Garavan, all’estemità del Paese, rappresenta un exploit che va al di la delle cifre citate.

L’altro punto da sottolineare è che, del migliaio di persone che si è radunato a Mentone sabato 16 dicembre, una buona parte erano persone migranti o sans-papiers. Il Coordinamento di Sans-Papiers di Parigi (CSP 75) era ben rappresentato, anche da alcune donne, con l’obiettivo di superare la differenza legata allo statuto amministrativo tra sans-papiers e richiedenti asilo, puntando a una solidarietà tra tutti gli immigrati per reclamare un’altra politica sulla migrazione, fondata sul rispetto della dignità umana e il rispetto dei valori di cui si fregiano le facciate dei nostri comuni.

Partito da place de la République alle 21, l’autobus parigino da 49 posti è pieno. Tra i passeggeri numerosi militanti che lavorano in solidarietà con i migranti, membri di collettivi parigini, ma anche militanti della CSP 75, tra cui il loro leader che tutti chiamano Diallo. Dopo l’occupazione della chiesa di Saint-Bernard nel 1996 , lui ha partecipato a tutte le battaglie e continua a organizzare presidi settimanali a Parigi. Presenti poi, anche, numerosi richiedenti asilo, per lo più giovani, che non intendono essere più solamente l’oggetto delle politiche che la Francia gli impone, ma soggetti che rivendicano i diritti che gli vengono rifiutati.

All’arrivo a Mentone, verso le 10 del mattino, il pullman si ferma nel parcheggio del supermercato U Express, a qualche metro dal campo di calcio vicino al porto di Garavan. Dal campo possiamo osservare il viadotto di Saint-Agnès dove molti migranti sono morti, alcuni gettandosi nel vuoto per evitare i controlli della polizia. Più lontano ancora si vede il tunnel che passa sotto la montagna, dove altri sono stati investiti da un treno o da una macchina.

Scambiamo delle chiacchiere, seduti per terra o allungati su dei cartoni al sole, aspettando il pranzo: un saporito misto di legumi accompagnato da riso allo zafferano, preparato dal collettivo Kesha Niya. René dell’associazione Roya Solidaire ci raggiunge a bordo di un camion con l’amplificazione, che aprirà il percorso del corteo. Per finanziare l’organizzazione della manifestazione, siamo invitati a lasciare un euro accanto alla sagoma di grandezza naturale a colori del prefetto della regione, incollata sulla porta del camion.

Ha un aspetto pretenzioso il prefetto, nominato nel 2016, nella sua veste prefettizia… eppure non fa ridere nessuno quanto da lui dichiarato il 4 dicembre scorso sulle frequenze di France Bleu Azur, ossia che “il dispositivo di frontiera è efficace, cooperativo e umano (…), le forze dell’ordine rispettano scrupolosamente la legge e i fermi vengono condotti con cura particolare”. Una menzogna, secondo le associazioni locali, che ricordano come i minori siano rimandati in Italia, violando il diritto per l’infanzia. Le stesse ricordano che il prefetto è stato già condannato a più riprese per mancato rispetto del diritto d’asilo e criticato per aver creato dei luoghi di detenzione illegale.

Uno di questi luoghi di detenzione illegale era proprio al primo piano della stazione di Menton-Garavan, da dove partirà il corteo. Lo stesso Georges-François Leclerc ha promesso di arrivare a 50000 respingimenti di migranti da qui alla fine dell’anno. Senza dubbio dotato di prescienza, ha spiegato, prima ancora che la domanda d’asilo sia esaminata, che “si tratta di persone provenienti da tutta l’Africa che provano a stabilirsi in Occidente”. “Noi li rimandiamo in Italia”, ha aggiunto Georges-François Leclerc, vantandosi anche di aver fermato circa 350 passeur, “cioè circa uno al giorno”.

Mentre parliamo di questa intervista al prefetto con alcune persone di Roya Citoyenne, arrivano degli altri autobus: da Montpellier, da Lione, dal dipartimento della Drôme e dell’Ardèche. Alcuni hanno addirittura fatto il viaggio dalla Normandia o dalla Bretagna. Record assoluto un militante è venuto da Saint-Malo che si trova a 1300 km da Menton. Emerge come le questioni legate ai migranti uniscano, superando le divisioni politiche, associative e sindacali. (…) E come nelle lotte in sostegno dei migranti si organizzino delle forme di solidarietà nuova come questo collettivo intereuropeo chiamato Kisha Niya, che serve ogni giorno due o trecento pasti ai rifugiati di Ventimiglia e che ha assicurato il pranzo per i manifestanti arrivati in pullman a Mentone.

Alle 14 raggiungiamo il luogo del concentramento davanti alla stazione di Mentone-Garavan. “ A basso le Frontiere!” “A basso lo stato, gli sbirri, le frontiere!” “Regolarizzazione per tutti!” o ancora “ Pietra per pietra, muro per muro, noi distruggeremo i centri di detenzione”, come anche un ammiccante “Tous le monde, deteste les frontières”, sono alcune delle parole d’ordine cantate in coro da questo corteo variegato che riunisce numerosi partiti, collettivi, associazioni. A partire dalla spiaggia circondata dagli scogli, fino alla stazione, siamo scortati da polizia municipale e CRS, chiamati numerosi dal sindaco repubblicano della città, Jean-Claude Guibal.

Più tardi, ridiscendendo verso la strada che costeggia il mare, si eviterà per poco un tafferuglio con dei militanti di estrema destra in cerca di scontro. La frontiera, che chiude la strada e sfigura l’orizzonte, si trova a meno di un kilometro. Dietro le grate anti sommossa, ci sono i CRS appesantiti dai loro giubbotti antiproiettili, dalle armi imbracciate così come dagli svariati chili di equipaggiamento. A tre kilometri da lì, appena, dietro il cordone dei CRS, c’è la frazione di Mortola Inferiore, che fa parte di Ventimiglia. Davanti alla frontiera i manifestanti si sdraiano per terra.

Le bandiere del NPA (Nuovo partito anticapitalista) sono ben presenti, come quelle, rosse e nere dei giovani anarco-sindacalisti della regione, quelle del movimento Ensemble, movimento membro del Front de gauche, e anche una bandiera arcobaleno LGBT, che sventola fieramente sul corteo. I militanti dell’azione ebraica francese per la pace, quelli di Attac e anche qualcuno di France Insoumise sono lì. François, della Fasti (federazione delle associazioni di solidarietà con i migranti) si incontra con degli attivisti locali. Con un discorso emozionante, un ferroviere della regione spiega che lui e alcuni colleghi difendono un comportamento di disobbedienza civile di fronte alla SNFC (le ferrovie francesi) che gli domanda di segnalare i migranti e di riportarli in Italia. Philippe Poutou sarà il solo responsabile nazionale a prendere la parola.

Si ascolterà anche la presa di parola da parte di migranti grazie all’aiuto del collettivo La Chapelle debout! che assicura le traduzioni. Hamid Mouhammad, un giovane sudanese che ha lasciato il paese a causa dei problemi creatigli dalle milizie armate, spiegherà che ci ha messo tre anni per raggiungere l’Europa dopo aver vissuto l’inimmaginabile. Mentre attraversava le montagne, racconta di essere stato picchiato dalla polizia che gli ha rotto il naso e un braccio. Il collettivo invita la folla a riprendere con gli slogans in arabo, bambara et pachtoune. Questo collettivo turbolento lotta per un’uguaglianza reale, qui ed ora, tra francesi e immigrati e perché questi ultimi diventino “soggetti attivi e non meri oggetti delle politiche che li riguardano”. “Noi vogliamo abbattere le differenze tra autoctoni e immigrati”, spiega Houssam, “perché l’uguaglianza si prova nella realtà delle azioni di tutti i giorni”. Lui consiglia per esempio di rifiutarsi di partecipare a delle riunioni che riguardano gli immigrati, dove questi non siano presenti.

Vedere il video :https://www.facebook.com/1983581038544143/videos/2034777480091165/

Il collettivo chiede anche che la diversità linguistica sia tenuta in conto e rispettata, “visto che quando i migranti raccontano la propria storia nella propria lingua, non raccontano la stessa storia” “E’ in questa maniera che siamo riusciti a rendere pubblico l’utilizzo delle scariche elettriche per costringere i rifugiati ad accettare di farsi prendere le impronte i Italia, per esempio“, aggiunge Chrystèle. Fatto confermato da Amnesty nel 2016 [4]. Il collettivo denuncia “l’accanimento contro i migranti e le migranti e i discorsi razzisti e securitari che avvelenano la nostra società”.

Come tutti quelli che hanno partecipato a questo concentramento, anche loro rifiutano la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo. Di fronte all’urgenza che vede migliaia di persone, di cui molti bambini, perseguitati, infermi, o ridotti a vivere per strada, questi militanti richiedono misure incisive come l’occupazione di case e la mobilitazione contro le retate. Houssam, Paul, Chrystèle et Mohamed, senza paura rivendicano un approccio politico, al di là del mero piano giuridico, perché « i corpi dei migranti sono annientati da un diritto ostile ».

A questo punto della storia, incontriamo Youssouf, che ha trovato la manifestazione “ meravigliosa” e Jule Allen della Guinea e  Issa dal Marocco, che hanno passato diversi anni per strada a la Chapelle. Durante il ritorno, Hassan Zacharia del Soudan, ci racconta la sua storia : un padre ucciso in Soudan, una madre che lo ha portato in Libia dove è stata uccisa, la traversata nel Mediteranneo, poi un centro per migranti vicino Napoli dove le autorità italiane lo hanno rimandato finché non è riuscito a passare in Francia. Accettiamo con gioia l’invito di Ismaëla, che ci invita a un concerto, visto che sta lavorando a una canzone a favore del CSP 75.

Tutti hanno partecipato con entusiasmo alla manifestazione che reclamava l’apertura delle frontiere, la libertà di circolazione e di soggiorno, così come la completa solidarietà alle persone migranti, qualsiasi sia la loro condizione amministrativa. Molti sono i “Dublinati”, dal nome del regolamento di Dublino, che stabilisce il loro rinvio nel paese dove sono state registrate le loro impronte, indipendentemente dalla situazione personale, della lingua che parlano o del luogo in cui si trovino le loro famiglie. Misure repressive che il governo, che ha annunciato un progetto di legge per gennaio, intende intensificare.

Abbiamo anche una conversazione con Martine Landry, una pensionata di 73 anni, che ha lavorato in Amnesty international France dal 2002 e membro di Anafé (associazione nazionale per l’assistenza degli stranieri alle frontiere). La Responsabile nizzarda comparirà in tribunale l’8 gennaio del 2008 per aver « facilitato l’entrata sul territorio di due minori stranieri in situazione irregolare » [5]. Incaricata di una missione di osservazione alla frontiera franco-italiana, ora rischia cinque anni di prigione e 30000 euro di multa. Il 28 luglio scorso, aveva recuperato due adolescenti della Guinea di 15 anni che la polizia italiana stava riconducendo in Francia a piedi. La responsabile di Amnesty li ha presi in carico al posto di frontiera di Mentone/ Ventimiglia, dal lato francese, e accompagnati nella sua auto fino al posto di polizia della frontiera. Era per di più munita dei documenti che attestavano la presa in carico dei due ragazzi da parte dell’ufficio per l’aiuto sociale all’infanzia, dal quale poi per altro sono stati accolti. Disgustata dall’ipocrisia della politica migratoria e dagli attacchi al diritto di questi giovani minori non accompagnati, ci racconta l’assurdo gioco del gatto e del topo al quale si dedicano i poliziotti francesi e italiani. Arrestati dal lato italiano, i giovani sono rinviati in Francia che a sua volta li rimanda in Italia. “Alcuni hanno oltrepassato la frontiera quattro o cinque volte, racconta la responsabile di Amnesty, che descrive un gioco a ping pong tra le polizie dei due paesi.”

Sono presenti anche delle infermiere del Centro di accoglienza, cura e orientamento (Caso) di Nizza, che assicurano dei consulti nei locali della Caritas di Ventimiglia. Il centro della Croce Rossa italiana, situato nella città di frontiera italiana, accoglie circa 500 persone, ma dalle 200 alle 300 persone migranti dormono sotto i ponti, ci raccontano queste. Tre volte alla settimana, le infermiere assicurano anche delle incursioni nella città italiana per fornire aiuto sanitario ai migranti.

Tutte le generazioni sono rappresentate e ci diciamo che sarebbe necessario scrivere questa storia della lotta degli immigrati, dei sans-papier, dei richiedenti asilo in Francia e di coloro che gli sono solidali. Odile, 76 anni, è venuta da Valence sur Rhône. Veterana del movimento ASTI (associazione di solidarietà con tutti i migranti) ci racconta la rivolta degli operai tunisini, che avevano ottenuto i documenti, dopo 11 giorni di sciopero della fame nei locali della curia della chiesa di Notre-Dame di Valence. Una storia sconosciuta che risale al dicembre del 1972.

Abbiamo poi anche incontrato Loïc, 27 anni, che vive in Val Roya e dice di essersi « sensibilizzato alla questione dei migranti fin da piccolo ». E’ venuto a conoscenza del campo creatosi dopo la chiusura della frontiera nel giugno del 2015 e poi sgomberato nell’ottobre dello stesso anno. “ I migranti avevano occupato gli scogli che delimitano il litorale, all’altezza della frontiera, pronti a gettarsi nel mare”, ci spiega il ragazzo, che fa risalire a quell’episodio l’inizio del suo impegno politico. “ Noi eravamo ancora pochi all’epoca a mobilitarci”, racconta Loïc, che si ricorda di aver portato degli aiuti alimentari a Ventimiglia.
« Il processo a Cédric Herrou ci ha fatto passare da un’azione umanitaria a una presa di coscienza politica”, ci spiega Loïc, “e i collettivi si moltiplicano”. Si ricorda anche delle azioni organizzate con gli attivisti italiani, che sono cessate quando questi ultimi sono stati brutalmente repressi dalle autorità del loro Paese. Loïc fa parte del Collectif Roya Solidaire (CRS) che realizza dei video sulla situazione della valle della Roya. E’ questo collettivo che ha realizzato, grazie ad una telecamera nascosta, un video il 30 giugno del 2017 alla stazione di Menton-Garavan [6]. Nel video si vedono i poliziotti che fermano dei giovani minori portandoli nei locali della stazione giusto il tempo di rimetterli sul treno, direzione Italia, senza alcun rispetto della legge. Una coppia di cui la donna è incinta, subirà la stessa sorte.

Tutti qui hanno una storia da raccontare. Come Gibi, di Roya Solidaire, che spiega che le denunce e i processi hanno inasprito il clima. Le azioni continuano ma con discrezione. Gibi fa parte dei quattro pensionati che hanno visto la condanna confermata in appello per aver dato un passaggio in macchina a delle persone migranti [7]. Si trattava di migranti che, dopo essersi fermati presso Cédric Herrou, avevano ripreso il viaggio e si erano trovati bloccati a 1000 metri di altitudine, su un sentiero pericoloso. Cédric Herrou è controllato dalla polizia. « Ci sono tre posti di blocco con le tende a 200 metri da casa sua ». Il terreno dove abita è anche delimitato da un muro, costruito da uno dei suoi vicini. Come gli altri anche Gibi ricorrerà in cassazione, “ per una questione di principio”. Poiché il reato di solidarietà non è stato abrogato così come domandavano le associazioni. Malgrado le promesse, Valls non fa che elargire eccezioni. Se dare alloggio, nutrire o curare delle persone migranti non è più un reato, offrirgli un trasporto conduce direttamente in tribunale. Tuttavia la legge prevede che se il gesto non ha dato luogo a nessuna contropartita, la persona non possa essere perseguita. Salvo che per condannare i militanti della regione, i giudici hanno dovuto triturare il diritto. Questi hanno stabilito che Cédric Herrou e gli altri attivisti condannati abbiano ricevuto un beneficio morale dalle loro azioni e possano dunque essere considerati come dei passeur. Un’interpretazione perversa della legge, sempre più beffeggiata e strumentalizzata non solamente ai danni di chi porta aiuto ai migranti ma soprattutto ai danni di questi ultimi che per questo motivo ormai scelgono di passare per Briançon, anche in pieno inverno.

Tutte le persone presenti qui al corteo sanno che le frontiere uccidono. Che non si fermeranno mai delle persone pronte a rischiare ogni pericolo – la traversata del deserto, l’inferno libico, il passaggio del Mediterraneo a bordo di barche sovraccariche, l’attraversamento dei valichi alpini in pieno inverno – per lasciare dei paesi sconvolti dalla guerra, dalla corruzione, da un’economia neocoloniale predatrice e venire qui da noi. Sanno che dal momento in cui si è pronti a tollerare l’inumanità a casa propria e si fabbrica un « sotto » diritto per coloro che si considerano come dei « flussi », è il proprio stesso inferno che si sta costruendo. Sanno che a forza di rendere fasulli i nostri valori, di generalizzare i controlli, le misure di detenzione e le violenze, è la nostra stessa libertà che distruggiamo. Sanno che dal momento in cui si comincia questa discesa pericolosa che nega l’umanità dell’altro, la storia finisce sempre male. E che le morti prodotte dalle nostre frontiere a migliaia torneranno a farci visita, per tutti quelli tra noi che non fanno nulla o troppo poco o troppo tardi.

Le parole della lapide simbolicamente deposta sull’asfalto della strada, a due passi dalla frontiera, riporta : « In memoria di tutte le persone migranti uccise da questa frontiera mentre erano alla ricerca di un rifugio lungo il cammino dell’esilio, Menton, il 16/12/2017 ». Questa frontiera qui davanti e tutte le altre, di mare e di terra.

Mentre il sole scende sul mare e il concentramento si disperde, pensiamo a questa giornata in cui da tutta la Francia sono arrivati uomini e donne che hanno compreso che la libertà di circolazione e di soggiorno è il prossimo diritto dell’uomo da conquistare. Ci ricordiamo, infine, di aver incontrato Laura Genz, circa un anno fa, e i suoi disegni dei rifugiati [8] . Una delle sue riflessioni ci aveva molto colpito. Ci spiegava come i confini blocchino le situazioni delle persone e le complichino. Negando la fluidità della vita e dei percorsi umani, essi si trasformano in “ trappole per migranti”.

Nell’epoca in cui circolano liberamente i capitali e le merci, gli Stati europei giocano questa sinistra commedia di fronte alle proprie opinioni pubbliche, sapendo bene che non potranno espellere tutte queste persone venute a domandare asilo o a tentare la fortuna qui, e che seppure espulse, esse ritorneranno. Questa menzogna generalizzata sulla quale riposano le politiche migratorie europee produce dei sotto-uomini, un non-diritto e crudeltà – quale altra parola può essere usata quando la polizia è spinta a lacerare le tende o buttare via le scarpe dei migranti? Si pensa veramente di dissuaderli in questo modo? E di fronte a questo, cosa succede a delle società che accettano che divenga normale che degli uomini, delle donne, dei bambini vivano per la strada, siano perseguitati e arrestati? L’inferno che costruiamo per le persone migranti sarà immancabilmente il nostro. I governi giustificano le proprie politiche inumane attraverso il giudizio delle proprie opinioni pubbliche. Le stesse opinioni pubbliche di cui aizzano i peggiori istinti, al rischio di essere loro stessi travolti dall’onda bruna che incombe su tutta l’Europa. Può essere che a quel punto si renderanno conto che non si condanna impunemente a morte il proprio simile, fosse pure in maniera indiretta, sotto la copertura della gestione di flussi migratori disumanizzanti e di un diritto internazionale pervertito.

Perché c’è una certezza: questi morti torneranno un giorno a tirarci per i piedi.

di Véronique Valentino

 

[1] http://www.lautrequotidien.fr/blog/2017/12/17/manifestation-la-frontire-franco-italienne-est-ce-que-les-morts-reviennent-nous-tirer-par-les-pieds-

[2] Rispetto all’informazione su quanto avviene al confine di Ventimiglia va segnalata l’eccezione degli articoli e reportage del giornalista Pietro Barabino, di cui segnaliamo  l’ultimo pezzo sull’argomento uscito sul Fatto Quotidiano: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/24/minorenni-allinferno-tra-i-migranti-sul-greto-del-fiume-roja-a-ventimiglia-e-litalia-viola-le-sue-stesse-norme/4051273/

[3] La traduzione in italiano dell’articolo di V. Valentino ” Manifestation à la frontière franco-italienne. Est-ce-que le morts reviennent nous tirer par les pieds?” , uscito sul giornale francese L’Autre Quotidien il 24/12/2017 è opera della redazione del blog Parole sul confine.

[4] https://www.amnesty.fr/refugies-et-migrants/actualites/italie-coups-decharges-electriques-et-humiliations-sexuelles-contre-les-refugies

[5]https://www.amnesty.fr/refugies-et-migrants/actualites/une-de-nos-membres-poursuivie-pour-delit-de-solidarite

[6] https://www.youtube.com/watch?v=gV8cxdoegEs

[7] http://www.sudouest.fr/2017/12/13/quatre-retraites-condamnes-en-appel-pour-avoir-aide-des-migrants-4030926-6116.php

[8] http://www.lemonde.fr/arts/portfolio/2015/09/10/dessins-de-refugies-par-laura-genz_4751690_1655012.html

Espulsioni arbitrarie e diniego delle decisioni di giustizia: il diritto d’asilo secondo le prefetture francesi

La Francia accelera le politiche di espulsione dei “Dublinati”. In concomitanza dell’accrescersi delle mobilitazioni dei residenti nei PRAHDA (vedi: Levarsi i sassi dalle scarpe per marciare contro il Regolamento di Dublino, da Parole sul Confine), le prefetture passano sopra alle sentenze e mettono in atto delle espulsioni forzate violente e illegali. Una testimonianza di quel che è successo qualche giorno fa nella regione marsigliese: traduzione della redazione di una nota del collettivo El Manba. Contestualmente, diffondiamo l’appello dei richiedenti asilo in procedura Dublino di Marsiglia che, in un’azione coordinata con altre città francesi (Montpellier, Toulon, Pau e altre), invitano a manifestare davanti alle prefetture, lunedì 18 alle 12,30. Un’azione che segue di una settimana l’accampamento di due giorni davanti alla prefettura di Marsiglia.
Nuove espulsioni arbitrarie dai PRAHDA di Marsiglia : quando la PAF e la Prefettura si fanno giustizia da sole.

(Link all’originale: https://www.facebook.com/notes/collectif-soutien-migrants-13-el-manba/nouvelles-expulsions-sauvages-aux-prahda-de-marseille-quand-la-paf-et-la-pr%C3%A9f-se/1738978046408272/ )

Martedi’ 12 dicembre, alle 9 del mattino, Mohamed è il primo ad essere arrestato durante l’ appuntamento settimanale al commissariato di Vitrolles. Ibrahim lo segue poco dopo, verso le 10,30. Alle 11, veniamo a sapere di altri tre arresti, particolarmente violenti, al PRAHDA di Gémenos.

Dal commissariato, gli arrestati sono stati condotti, in manette, fino alle loro camere al PRADHA per recuperare i loro effetti personali. Per i loro compagni, tutto cio’ suona come un avvertimento. Sono impietriti dalla violenza degli arresti: “si direbbe che siamo dei criminali!?”. C’è paura.

A mezzogiorno arriva la conferma: tutti e cinque sono detenuti al Centro di detenzione (CRA) di Nîmes, con un volo di espulsione annunciato per il giorno seguente, a destinazione Venezia. L’orario non è ancora deciso, o non lo si vuole specificare. Neanche i compagni detenuti ne sono al corrente.

Ancora arresti, illegali sotto vari punti di vista, per assicurarsi della riuscita delle espulsioni. Gli amici marsigliesi e gli avvocati si mobilitano e viene depositata una richiesta d’urgenza. Riescono ad ottenere un’udienza eccezionale per il giorno seguente, alle 9 del mattino, davanti al Giudice delle libertà e della detenzione (JLD). Sappiamo che non si riuscirà a sospendere l’espulsione, è una corsa contro il tempo, prima che siano scortati all’aereo.

La sera, chiamiamo gli amici che sono in cella al CRA, qualche consiglio, incoraggiamenti, informazioni su quel che puo’ succedere, siate forti, faremo tutto il possibile per farvi uscire. Con il JDL non c’è niente di garantito, conosciamo bene il ritornello (gli sbirri faranno il possibile per eludere l’udienza). Ma c’è ancora una possibilità, una minima possibilità. Ma perchè sono qui, ho già detto che non voglio andarci, in Italia…

Mercoledì 13 dicembre, alle 9, la polizia gioca il suo colpo basso e i cinque ragazzi vengono condotti di forza all’aeroporto di Nîmes Garons, qualche minuto prima dell’inizio dell’udienza! Passano varie ore nei locali della PAF (Police aux Frontières), all’aeroporto. Al diavolo l’udienza! L’erba tagliata sotto ai piedi!

10,00: Nuovo colpo di scena, la giudice ha mantenuto l’udienza, nonostante l’assenza dei cinque detenuti. Dei solidali arrivano all’appuntamento, dalle Cévennes, da Nîmes, Montpellier e Avignone. E, è quasi certo, si tratterà di verdetti di liberazione. Non resta che attenderli. E’ solo … una questione di tempo. Si gioca sul filo del rasoio, tratteniamo il respiro.

Ibrahim ci parla al telefono dai locali della PAF. I telefoni dei compagni si spengono uno dopo l’altro, con le batterie scariche. Anche le loro voci, sempre più lontane, tremano nell’eco dell’aeroporto. Cerchiamo di restare in contatto, nonostante i minuti che passano e ci allontanano.

11,00: L’attesa dei verdetti, che ancora non sono passati in cancelleria, si fa insostenibile. Cosa sta facendo la giudice? Finalmente la giudice chiama la PAF, due volte, per comunicare la sua decisione ed esigere l’interruzione dell’espulsione. Ma gli sbirri le fanno una risata in faccia. La Prefettura, che era presente all’udienza, non da alcun contrordine: guadagna tempo, sfregandosi le mani.

11,50 : Una prima decisione è trasmessa! Ma il volo parte a breve. Bisogna facsare la decisione alla PAF centrale il più rapidamente possibile. E gli altri? Sbrigati, merda!

12, 15: Una persona viene liberata in pista. Non possiamo crederci, non sappiamo di chi si tratti, forse non vogliamo neanche saperlo. E gli altri, dai! Non è possibile liberarli tutti e cinque!?

12,40: Ci siamo, abbiamo gli altri quattro verdetti, yallah! I solidali corrono all’aeroporto per consegnare i vedetti agli accompagnatori di mano propria, mentre i fax sono già stati inviati alla Prefettura.

Ma sul posto non ci sono aerei, non ci sono i compagni, non c’è la PAF … all’accoglienza dell’aeroporto: non possiamo dirvi niente, chiamate la sede centrale della PAF. Si, l’aereo è decollato. Alle 12,20.

Cani!

In serata, i telefoni di Ibrahim e Kabir suonano ancora a vuoto: “Welcome to Lyca Mobile…” … la voce gelida di una segreteria e il vuoto nel cuore. Da ripetersi, per tutta la notte: forza, resistiamo … on lâche rien.

E la rabbia, la più cieca, che parla: quando gli sbirri si fanno beffa di una decisione di giustizia … come si dice? Spesso si ha paura delle parole. Di un ribaltamento?
STOP DUBLINO! STOP ALLE ESPULSIONI!

Per domani, lunedì 18 dicembre, sono state organizzate manifestazioni davanti alle prefetture di varie città di Francia. Diffondiamo l’appello dei “Dublinati” marsigliesi e forniamo qualche link per aggiornarsi sul percorso di lotta che stanno intraprendendo.

“Bufera sul diritto d’asilo e gli/le esiliati/e! Presidio davanti a tutte le prefetture per urlare la nostra rabbia con i richiedenti asilo in lotta, prigionieri del regolamento Dublino, perseguitate/i, chiuse/i nei campi, imprigionate/i, ammanettati/e e adesso espulse/i dai Prahda e dai centri di detenzione. Costruiremo un muro davanti alla prefettura, come lo faranno, lo stesso giorno, i richiedenti asilo di Montpellier, Toulon, Pau etc, tutti uniti nella stessa battaglia. SIATE PRESENTI! IMPEDIAMO LE ESPULSIONI! PER UN’ACCOGLIENZA INCONDIZIONATA!”

https://www.facebook.com/events/917461228430591/

Per informazioni rispetto al percorso di lotta intrapreso dai richiedenti asilo in procedura Dublino di Marsiglia, rinviamo alla pagina Facebook del collettivo El Manba (Collectif Soutien Migrants 13). Tra domenica e lunedì scorsi, un accampamento ha occupato la piazza antistante la prefettura di Marsiglia, per chiedere al prefetto di applicare la clausola discrezionale che permette di annullare la procedura. Qui il link al loro comunicato:

https://www.facebook.com/notes/collectif-soutien-migrants-13-el-manba/communiqu%C3%A9-de-demandeurs-dasile-place-felix-baret-pr%C3%A9fecture/1737876246518452/

Altra rotta migratoria: una strada tra morte e libertà

Tra la Val di Susa e la Valle della Clarée da circa un anno si è aperta un’altra rotta migratoria.

Negli ultimi mesi, il numero delle persone migranti che tentano il passaggio di confine attraversando il Colle della Scala è andato aumentando a causa dell’inasprirsi dei controlli e della violenza nella zona di frontiera di Ventimiglia, una rotta resa sempre più pericolosa e difficile da percorrere.

Pubblichiamo una serie di articoli (tradotti dal francese all’italiano dalla nostra redazione), che aiutano a comprendere la situazione migratoria in questa più recente zona di confine, nonché il comunicato di presentazione di una realtà solidale – Briser les Frontières – nata recentemente in Val di Susa.

Il primo articolo di cui proponiamo la traduzione è uscito il 24/11/2017 su La Depeche.fr, nella sezione Attualità sulla salute pubblica.

Gli articoli che seguono raccontano del replicarsi, anche lungo il confine delle Hautes-Alpes, della stessa politica fatta di violenza, respingimenti e militarizzazione, messa in atto ormai da quasi tre anni alla frontiera di Ventimiglia. Di fronte all’aprirsi dell’ennesima rotta migratoria – che dimostra come le politiche repressive non solo siano inumane ma anche sostanzialmente inutili – il Governo francese, in palese difficoltà, arriva a negare la libertà di stampa.

Concludiamo con la presentazione di Briser les Frontières e con l’invito alla loro prima iniziativa, domani 15/12, a San Didero, Val Susa.

La frontiera, la montagna e la caccia al migrante: l’appello delle guide alpine.

“Migranti : le guide alpine lanciano l’allerta sui pericoli dell’attraversamento in montagna.” (https://www.ladepeche.fr/article/2017/11/24/2691350-migrants-guides-alpins-alertent-dangers-traversee-montagne.html)

Dopo aver attraversato il Mediterraneo, un numero crescente di migranti originari dell’Africa dell’ovest cerca di oltrepassare le Alpi per raggiungere la Francia. Mettendo in pericolo la loro vita. Senza equipaggiamento e nel timore delle forze dell’ordine appostate in montagna, presto si confronteranno con la rigidità dell’inverno ad alta quota. Numerose associazioni di ‘montanari’ fanno appello alle autorità perchè salvino questi richiedenti asilo. Facciamo il punto con Yannick Vallençant, presidente del sindacato professionale della montagna e vice-presidente fondatore di Guide senza frontiere.

Durante lo scorso agosto, due migranti sono precipitati al col de l’Echelle (Hautes Alpes), nel tentativo di evitare la polizia, che perlustra la montagna lungo le rotte di migrazione dei rifugiati africani. Altri migranti hanno subito amputazioni alle dita di mani e piedi a causa dei congelamenti. La mancanza di equipaggiamento, la persecuzione poliziesca, le condizioni meteorologiche particolarmente dure in montagna mettono in pericolo la salute e la vita di questi richiedenti asilo.

Alla vigilia dell’entrata nel periodo invernale e di fronte a questa inquietante situazione di carattere umanitario, un gruppo di professionisti della montagna ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. Nella lettera, denunciano “ la situazione drammatica vissuta dai gruppi di migranti durante il passaggio delle frontiere alpine nel settore del Mercantour, di Brainçon e di Modane”. Il freddo, l’altitudine … “alle difficoltà e ai rischi propri alla montagna si aggiungono la paura di incrociare le forze di polizia e la volontà di sfuggirgli in ogni modo”, continuano i firmatari.

Congelamenti, ipotermie, incidenti, la montagna è pericolosa tutto l’anno: “ anche quando si è dotati di 4 strati di abbigliamento, di calzature tecniche, e si è allenati, resta pericolosa. E in inverno tutto si complica”, sottolinea Yannick Vallençant. Oltre al mal di montagna, che puo’ colpire alcune persone, il freddo aumenta a quelle altitudini. Il col de l’Echelle si trova a 1.700 m d’altitudine. In montagna, “si cala facilmente di 1° C ogni 100 m”, precisa.

“Ultimamante abbiamo registrato attorno ai -7°C, ma si puo’ tranquillamente scendere a -15°C e a volte -20° C durante l’inverno”. Il rischio di congelamenti, che puo’ condurre all’amputazione degli arti coinvolti, è reale. Per non parlare dell’ipotermia che puo’ provocare la morte. I migranti, assolutamente non equipaggiati (alcuni attraversano il passo in espadrillas) soffrono di un affaticamento ulteriore, dovuto allo stato di salute già deteriorato durante il loro percorso e a causa delle condizioni nelle quali lo hanno affrontato. Inoltre, la maggior parte di loro viene da paesi caldi …

Lo spirito di cordata

Animati dallo ‘spirito di cordata’, sinonimo di missioni di sicurezza, di soccorso e solidarietà, i firmatari della lettera giudicano “impensabile lasciare i migranti al loro destino”. E’ “il senso piu’ profondo del nostro mestiere di guide quello di assicurare la sicurezza di tutti in montagna, senza discriminazioni”. “Ci auguriamo che i responsabili politici prendano coscienza della realtà”, prosegue. A questo scopo, “proponiamo loro di venire personalmente, per rendersi conto sul posto dei rischi concreti”.

Il 17 dicembre prossimo, un camper di soccorso sarà installato nella valle della Clarée. Aperto a tutte e tutti, “permetterà di avere una visione chiara delle realtà di uno di questi percorsi ad alto rischio”.

 

Liberté Fraternité Egalité: ulteriori passaggi verso il nuovo fascismo di Stato, anche in Francia.

 

Il 17 novembre scorso, appariva sul giornale svizzero Le Temps,  a firma della giornalista Caroline Christinaz un reportage (https://www.letemps.ch/monde/2017/11/17/col-lechelle-jeunes-migrants-pieges-froid-renvoyes-france?utm_source=amp) sulla situazione al confine italo – francese tra la Val di Susa e la Valle della Clarée divenuto recentemente zona di transito dei migranti diretti in Francia.

Presso il Colle della Scala, alcuni giovani migranti piegati dal freddo e respinti dalla Francia. La valle della Clarée, situata nel dipartimento delle Hautes-Alpes, è teatro della crisi migratoria. I migranti che attraversano il Colle della Scala sono in maggioranza minorenni – una condizione che, secondo le associazioni, non è presa in considerazione dalle autorità.”  – questa la traduzione italiana del  titolo del suddetto articolo.
Immagine ripresa da: https://www.letemps.ch/monde/2017/11/17/col-lechelle-jeunes-migrants-pieges-froid-renvoyes-france?utm_source=amp
L’articolo racconta in presa diretta il tentativo di attraversamento del confine da parte di giovanissimi migranti, quasi tutti minorenni, con il sostegno di un solidale francese incontrato lungo la strada:

“Le prime nevi erano cadute all’inizio della settimana. Sabato sera  scorso, sulla strada del Colle della Scala, a 1762 metri di altitudine, non lontano dalla frontiere franco-italiana, Alain è inquieto. Fa freddo e il vento soffia attraverso i larici. La luna non è ancora spuntata ma malgrado l’oscurità, lui riesce a vedere.

Sono le 23 e lui non è solo. Grandi fari accesi, numerosi veicoli della gendarmerie risalgono la sua stessa strada. Alain, guida di montagna in pensione, sa che queste cime, per quanto belle siano, nascondono delle trappole. Ma loro lo ignorano.

Un rumore. Il Briançonese accende la sua torcia. Dietro un tronco, un sacco rosso, poi un viso. La figura non si muove. “Non abbiate paura”, apostrofa Alain. Loro si erano seduti con la schiena alla strada, dietro un tronco. Uno dopo l’altro escono dall’oscurità. Sono quattro. Tacciono. Uno di loro porta un piumino, gli altri si accontentano di una giacca che hanno abbottonato fino al collo. Ai loro piedi degli zainetti. “Avete freddo?” “Sì”. “Sete? Fame?” “Sì”. “Quanti anni avete?” Il ragazzo col piumino risponde: “16 anni, signore. Sono nato il 10 ottobre 2001”. I suoi tra compagni dicono lo stesso. Affermano tutti di avere meno di 18 anni e accettano il tè caldo e delle galettes al cioccolato che gli offre il pensionato.”

L’articolo continua descrivendo come, da circa un anno, la Valle della Clarée sia interessata da questo fenomeno che aumenta di mese in mese. Nel 2017, secondo le stime ufficiali, circa 1600 migranti sono riusciti ad attraversare il confine passando per questa zona e di questi 900 erano minorenni. All’aprirsi della nuova  rotta migratoria è seguita la militarizzazione del confine, con l’aumento dei controlli, dei posti di blocco e ovviamente degli arresti, delle multe e delle denunce per tutti coloro che hanno cominciato a offrire solidarietà concreta alle persone in viaggio. Nonostante questo, una parte non esigua di abitanti delle valli ha deciso di non abbassare la testa e di non girare lo sguardo di fronte a quanto accade lungo i sentieri delle proprie montagne.

“L’ultima tappa di una lunga peripezia”

“Fa molto fresco qui”, sottolinea a suo modo uno dei quattro giovani migranti. Si chiama Lansana e viene dalla Guinea- Conakry. Prima di arrivare su questa strada che serve da pista di sci di fondo in inverno, ha attraversato un continente, un mare e una penisola. Le carceri libiche, le torture, così come il Mediterraneo e le imbarcazioni a motore precarie, sono alcune delle prove che lui ha affrontato.

I suoi tre compagni, ugualmente. Se desiderano arrivare in Francia è per scappare alla strada in Italia. In Francia abbiamo delle conoscenze e parliamo il francese, spiegano mentre sorvegliano la strada. In qualsiasi momento una volante della gendarmerie li può intercettare. “Sistematicamente vengono rinviati in Italia” spiega Alain.

L’uomo è cosciente di trovarsi in una situazione delicata poiché la sfumatura tra lo statuto di trafficante e di solidale è poco chiara per dei semplici cittadini. Questa incertezza giuridica ricade sulle azioni intraprese dagli abitanti della regione.

(…)

Già nel 2015 avevano avuto un assaggio del contesto migratorio. A causa dello smantellamento del campo di Calais, il Comune di Briançon si era proposto volontario per accogliere una parte dei migranti provenienti dal Nord della Francia. Ma molto velocemente, la città del dipartimento delle Hautes-Alpes si era sentita invasa. Ad oggi il CRS (Cordinamento rifugio solidale) , uno spazio messo a disposizione dalla comunità cittadina, oltre a Chez Marcel, una casa occupata da un collettivo, fanno parte di quei luoghi che offrono rifugio ai migranti.

“ Al momento dei controlli, il rifiuto di ingresso è sistematico. Non se ne considera né l’età, né la domanda d’asilo. E’ totalmente illegale e criminale”, denuncia Michel Rousseau, tesoriere dell’associazione Tous Migrants. Nel 2015, la foto del piccolo Aylan trovato morto annegato su una spiaggia turca aveva creato un movimento di indignazione a Briançon. “Noi non ci riconosciamo nella politica europea in materia di immigrazione. Che il Mediterraneo si trasformi in un cimitero ci è insopportabile”, dichiara ancora. “Noi non vogliamo che le nostre montagne divengano un secondo Mediterraneo. La reazione del prefetto che vuole respingere queste persone ci lascia scioccati. Noi abbiamo deciso di organizzare quello che lo Stato non fa: l’accoglienza.”

“Questa situazione è insostenibile”

“Ritorniamo sul Colle della Scala. Alain ha chiamato un amico in aiuto. Tutti e due vogliono portare i quattro minori al centro di accoglienza di Briançon. Prendono la situazione in mano e scendono lungo la valle. Non c’è tempo per l’esitazione. Cosa rischiano? Al volante, l’amico si sfoga: “Non ci importano i nostri rischi, questa situazione è insostenibile. Noi viviamo in un equilibrio instabile. Se noi non gli offriamo un aiuto, questi ragazzi restano in mezzo alla strada”.

All’entrata del paese di Val-des- Prés, la strada si insinua tra le abitazioni. La gendarmerie blocca la strada. “Documenti di identità”, esclama il rappresentante delle forze dell’ordine. L’operazione è interrotta. I giovani migranti devono salire sulla macchina della polizia. Quanto ad Alain e al suo compagno, ritornano a casa loro con una convocazione, per il giorno dopo, in commissariato. Prima di separarsi, i due francesi domandano i nomi ai quattro ragazzi incontrati sul Colle. Si chiamano: Rosé, Thierno, Mamadou e Lansana.

Sulla montagna, lungo la strada che passa tra  il Colle della Scala e la stazione sciistica di Bardonecchia, un cippo di pietra marca la frontiera.  E’ qui che la polizia francese li ha lasciati dopo l’interrogatorio, a l’una del mattino di domenica, indicando l’Italia e invitandoli a tornarci.”

L’articolo che abbiamo parzialmente tradotto e commentato è stato il frutto di un reportage che ha determinato il fermo e la denuncia da parte della polizia francese dei due giornalisti che lo stavano realizzando. Una pagina buia di negazione della libertà di stampa che segnala, se ce ne fosse ulteriore bisogno, come lo stato di diritto, considerato la base delle società democratiche occidentali, sia da tempo soggetto a un radicale smantellamento in direzione di una pratica di esercizio del potere palesemente improntata alla discriminazione e alla violenza.
Questo il comunicato pubblicato da Reporters sans frontières il 14 novembre 2017 (link all’originale: https://rsf.org/…/deux-journalistes-interpelles-par-la…) riguardo la suddetta vicenda:

“Due giornalisti fermati dalla polizia francese durante la realizzazione di un reportage sui migranti
In seguito al fermo di due giornalisti che stavano realizzando un reportage sui migranti che, dall’Italia, entrano clandestinamente in Francia, Reporters sans frontières (RSF) ricorda che la pratica del giornalismo non è un crimine e che la protezione delle fonti è un diritto.

La giornalista svizzera Caroline Christinaz, che lavora per Le Temps, e il giornalista francese Raphaël Krafft, in missione per il Magazine della redazione di France Culture, sono stati fermati, nella notte tra sabato e domenica, mentre realizzavano un reportage sui migranti che entrano clandestinamente in Francia, attraverso il passo dell’Echelle, nelle Hautes-Alpes, in provenienza dall’Italia. Sono stati fermati ad un posto di blocco, mentre erano a bordo di automobili guidate da alcuni abitanti della zona di Briançon, che avevano soccorso quatro migranti minori non accompagnati. I due giornalisti sono stati convocati, il giorno seguente, alla gendarmerie di Briançon.

Nel corso dell’ interrogatorio, Caroline Christinaz ha scoperto di essere convolta in una denuncia per “aiuto all’entrata, alla circolazione o al soggiorno irregolare di stranieri sul territorio francese”. Fatti che possono generare pene pecuniarie pesanti e detenzioni fino a cinque anni di prigione. La giornalista svizzera ha presentato il proprio tesserino da giornalista, ha spiegato che stava realizzando un reportage. «Per due ore, la maggior parte delle domande che mi sono state rivolte miravano all’ottenimento di informazioni sulle mie fonti e sulle persone con le quali mi trovavo », spiega Caroline Christinaz, che specifica di non aver smesso di ripetere ai gendarmi che, in quanto giornalista, desiderava far valere il proprio diritto a proteggere le fonti. I gendarmi hanno inoltre reclamato l’acquisizione del suo telefono portatile e dei codici d’accesso relativi. La giornalista ha dichiarato di essere stata interrogata a proposito della propria vita privata, per poter valutare le sue capacità finanziarie e stabilire l’ammontare della multa, prima di essere fotografata e obbligata a depositare le proprie impronte.

« Realizzare un reportage sui migranti o su coloro che vanno in loro soccorso non puo’ essere considerato un crimine», ricorda Catherine Monnet, redattrice capo di RSF. «Trattare un giornalista come un sospetto, quando non fa che esercitare la propria professione è un ostacolo al libero esercizio del giornalismo. Reporters sans frontières ricorda inoltre che un giornalista non puo’ essere costretto a rivelare l’identità delle proprie fonti, stando al fatto che la protezione delle fonti giornalistiche è un diritto previsto dalla legge del 1881 » .

Convocato qualche ora piu’ tardi, nel pomerigio, Raphaël Krafft è stato ascoltato in qualità di testimone. Per il momento i due giornalisti non hanno alcuna idea delle possibili conseguenze della faccenda.

La Francia risulta al 39° posto nel Classement de la liberté de la presse (classifica della libertà di stampa) stabilito da Reporters sans frontières (RSF).”

Briser les Frontières – iniziativa

Pubblichiamo infine il comunicato di presentazione del gruppo solidale nato in Val di Susa, Briser les Frontières, che domani sera terrà la sua prima iniziativa di presentazione.

Nell’ ambito dell’ ultimo anno la frontiera di Ventimiglia è stata completamente militarizzata, costringendo di fatto i migranti a cercare più a nord dei valichi per la Francia.
Storicamente la Valsusa è stata sempre territorio di passaggio per chi aveva necessità di oltrepassare le Alpi, la scorsa estate però i numeri di coloro che hanno tentato la traversata sono di gran lunga aumentati rispetto agli anni precedenti.

Negli ultimi mesi, la stazione dei treni di Bardonecchia, ha visto tra i 15 e i 50 passaggi giornalieri.
La voce di una possibilità è corsa di bocca in bocca ed oggi, nonostante il gelo che è sceso sul Colle della Scala e sul Monginevro, ci sono all’ incirca una decina di persone che scarsamente equipaggiate  tentano la traversata ogni giorno, molte delle quali non hanno mai visto la neve.

Il comune di Bardonecchia, estremamente preoccupato di fare una brutta figura con chi ha la fortuna di essere chiamato turista, ha deciso di chiudere la stazione dei treni alle 21 buttando letteralmente in mezzo alla strada coloro che cercano un riparo per la notte.

Si getta la polvere sotto al tappeto, aspettando la tragedia nell’ indifferenza.
Ancora è ben chiaro in noi, il ricordo di Mamadou, il ragazzo di 27 anni trovato in stato di ipotermia sul Colle della Scala l’ inverno passato, cui hanno dovuto amputare entrambe i piedi e quest’ anno i passaggi sono aumentati di molto.
Tra la Valsusa ed il Brianzonese è nata una rete di persone che hanno scelto la solidarietà all’ indifferenza, una rete che abbiamo deciso di chiamare Briser les Frontières.

Abbattere le frontiere, un obiettivo comune per chi lotta contro coloro che devastano la natura per movimentare merce e turisti su treni ad alta velocità, chiudendo al contempo tutti gli spazi a coloro che non gli rendono il giusto profitto e preparando il terreno per quello che rischia di  diventare l’ ennesimo cimitero a cielo aperto.

L’ indifferenza è complicità!

Mail: briserlesfrontieres@gmail.com
Cel: +393485542295

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Levarsi i sassi dalle scarpe per marciare contro il Regolamento Dublino

Notizie dalla Francia : attorno ai PRAHDA (centri di smistamento dei richiedenti asilo, funzionali ai respingimenti dei cosiddetti “dublinati” verso il primo paese europeo nel quale sono stati identificati), si organizza un movimento di protesta e solidarietà, contro le espulsioni, contro la trasformazione dei dispositivi di accoglienza in strutture semi carcerarie e l’impoverimento dell’istituto del diritto d’asilo, determinati dalle politiche europee e dal regolamento detto “Dublino”.

Un articolo scritto grazie all’aiuto dei partecipanti alla marcia, alla disponibilità dei solidali del Manba e al lavoro delle fotografe Peggy e Delphine e del collettivo Primitivi .

Partenza dal F1 di Vitrolles, Peggy

Domenica 29 ottobre.

Una chiamata delle/gli esiliati/e raggruppate/i nei PRAHDA di Vitrolles e Gémenos.

Da alcuni mesi, lo Stato ha bloccato l’accettazione di domande d’asilo!

Da alcuni mesi, le prefetture francesi attuano in maniera sempre più sistematica le procedure dette “Dublino”, nei confronti dei nuovi arrivati : poichè avrebbero attraversato altri paesi europei prima di arrivare in Francia, le prefetture rifiutano la registrazione delle loro domande d’asilo e programmano la loro espulsione verso i paesi di entrata in Europa (Italia, Grecia, Bulgaria …), ai quali delegano l’esame delle domande d’asilo. Ora, non soltanto le procedure d’asilo non sono più garantite in Italia, in Grecia o in Bulgaria, ma tali Stati hanno effettuato delle espulsioni verso i paesi d’origine, in Sudan, in Tchad, Niger, Guinea … Si tratta di una politica che ha come scopo quello di impedire l’accesso all’asilo per la stragrande maggioranza delle popolazioni migranti in Francia e costituisce un segnale negativo nei confronti delle/i nuovi/e rifugiate/i, provenienti dall’Africa e dall’Asia e intenzionati a raggiungere l’Europa.

Dietro le porte dei “centri d’accoglienza” dello Stato: smistamento degli/lle stranieri/e, isolamento e accelerazione delle espulsioni!

Come altrove in Europa, si moltiplicano le sperimentazioni di nuove formule e non si tratta più soltanto per lo Stato di rispondere ai propri obblighi di accoglienza d’urgenza. Quest’estate, 62 nuovi centri sono spuntati in giro per la Francia sotto l’acronimo di PRAHDA (programma d’accoglienza e ospitalità d’emergenza dei richiedenti asilo), all’interno di hotel Formule 1 dati in gestione all’associazione ADOMA (precedentemente Sonacotra).

Sgomberati da Parigi e Calais, ma accolti da mesi dagli abitanti delle città e dei paesi della nostra regione, centinaia di esiliati/e in procedura “Dublino” sono stati/e brutalmente trasferiti/e in centri situati a Gémenos, Vitrolles et Villeneuve les Maguelone… in attesa dell’espulsione! Lontano da ogni possibilità di contatto con la popolazione, in zone “idealmente” situate in prossimità delle piste degli aeroporti o della prigione (come a Montpelier): le prime espulsioni non hanno tardato a venire.

Con queste 62 anticamere della politica del respingimento di Stato, viene accelerato in Francia l’insieme del meccanismo di espulsione dei/lle “dublinati/e”.

PRAHDA = PRIGIONE

Le tecniche di sorveglianza e repressione nei confronti degli occupanti confermano il carattere repressivo dei PRAHDA. La polizia è sistematicamente presente. Coloro che vi risiedono hanno l’obbligo di dimora. I lavoratori sociali assumono il ruolo di secondini, agitano la minaccia di un regolamento interno particolarmente repressivo e segnalano alla prefettura ogni sgarro. Per quelli che resistono, le sanzioni consistono in una segnalazione come “persona in fuga”, che permette alla prefettura di espellere dal diritto d’asilo e di rendere irregolare nel lungo termine la situazione di chiunque venga segnalato.

Concepito come un’alternativa alla detenzione, questo dispositivo perverso non ha niente da invidiarle: ha come scopo l’efficacia delle espulsioni “volontarie”, agitando la minaccia della clandestinità e della privazione dei diritti che questa significa. I/le“dublinati/e”, d’altra parte, sono invitati a recarsi all’aeroporto autonomamente!

Rifiuto di accesso alle cure e ai diritti di interpretariato, apertura sistematica della corrispondenza amministrativa dei residenti da parte della direttrice locale: tutte pratiche ricorrenti che ricordano la prigione!

Nei PRAHDA e non solo, gli/le esiliati/e si mobilitano contro questi nuovi

dispositivi di repressione:

– contro DUBLINO e lo smantellamento del diritto d’asilo

– contro i centri d’isolamento e detenzione

– contro le espulsioni e i trasferimenti forzati

– contro le frontiere che ci vengono chiuse davanti alla faccia

– contro il razzismo di Stato e il suo mondo

UNITEVI ALLA MARCIA!

MASSIMA SOLIDARIETA!”

Questo il testo dell’appello che invitava ad una grande marcia regionale, domenica 29 ottobre. Una marcia di 27 chilometri all’incirca: quelli che separano il PRAHDA di Vitrolles dalla prefettura di Marsiglia.

I PRAHDA: novità e continuità nella “gestione degli stranieri” in Francia

Se ritrovare Marsiglia su una mappa non darà problemi a nessuno, puntare il dito su Vitrolles, e per la precisione sul luogo dell’appuntamento scelto dagli organizzatori, potrebbe rivelarsi un’impresa piuttosto ardua: l’hôtel Formule 1, all’indirizzo 2, Draille des Tribales, è una struttura ricettiva low cost, costruita in una zona industriale, tra capannoni semi-abbandonati e cantieri, affianco ad una super strada … e a pochi minuti dall’aeroporto Marseille-Provence.

PRAHDA, invece, sta per “programme d’accueil et d’hebergement d’urgence pour demandeurs d’asile”: programma di accoglienza e ospitalità d’emergenza dei richiedenti asilo. Assonanze e significato edulcorano cinicamente quel che rappresenta questa nuova tipologia di centri d’accoglienza francesi, entrati in funzione a partire dal mese di agosto 2017, ma dei quali si sentiva parlare da quasi un anno[1]. Si tratta di dispositivi dedicati ad una tipologia particolare di migrante: colui o colei che è stato identificato, tramite registrazione delle impronte, in un paese che non corrisponde alla Francia. Cioè coloro sui quali ricade la procedura regolamentati dagli accordi europei di Dublino, che stabiliscono che le domande d’asilo possano essere inoltrate esclusivamente nel primo paese di entrata in Europa. Un regolamento i cui effetti perversi sono ormai noti, primo tra tutti la “consuetudine” delle forze dell’ordine di obbligare i migranti, anche con la violenza, a depositare le proprie impronte. Impronte che restano valide per un numero variabile di mesi (al massimo 18), passati i quali si può depositare domanda d’asilo altrove: lo Stato francese si organizza per non sprecare neanche un minuto di questo conto alla rovescia!

A chi entra nel programma PRAHDA viene chiesto di firmare un contratto nel quale è scritto nero su bianco che la permanenza nel centro ha fine al momento del trasferimento verso un altro Stato. Il regolamento interno prevede l’obbligo di residenza nella struttura, ciò che equivale ad un obbligo di firma in commissariato una volta a settimana. Ogni assenza di 24 ore deve essere segnalata, mentre ogni allontanamento di una settimana deve essere sottoposto all’approvazione della direzione. Il firmatario si impegna a presenziare a tutti gli appuntamenti relativi alla prosecuzione della procedura d’asilo e concede alla direzione il diritto di diffondere alle autorità che ne richiedessero visione tutte le informazioni a suo riguardo. Il rispetto dei locali è l’oggetto di un ulteriore punto del regolamento. Si specifica che ogni infrazione darà adito alla rottura del contratto e all’allontanamento senza preavviso.

Nella gara d’appalto per l’assegnazione dei PRAHDA si legge che, oltre alle obbligazioni comuni ai dispositivi di accoglienza – come garantire un alloggio e seguire le procedure giuridiche degli ospiti-, chi si aggiudicherà la gestione dei PRAHDA dovrà anche preparare il trasferimento dei “dublinati” e comunicare a OFII[2] e prefetti ogni defezione al regolamento.

A guadagnarsi l’onore di gestire strutture per più di 5000 posti, dislocati su 12 lotti territoriali corrispondenti alle regioni francesi – Corsica esclusa -, è stata Adoma, una società “di economia mista” pubblica e privata nell’ambito del “logément social”, vecchia conoscenza dei lavoratori stranieri in Francia. Prima di ritracciarne i nobili natali, va notato che la formulazione stessa dell’appalto ha di fato escluso qualunque attore del settore che non fosse un gigante (data la ripartizione in grossi lotti regionali). E di giganti, su una stessa piazza, pare evidente non ce ne possano stare molti: Adoma ha ottenuto la totalità dei lotti!

Adoma nasce nel 1956 come SONACOTRAL: società nazionale di costruzione per i lavoratori algerini. Lo scopo, all’epoca, era quello di far uscire dalle bidonvilles le masse di lavoratori algerini giunti in Francia a seguito di accordi bilaterali tra i due paesi. I campi informali erano di fatto incontrollabili per le autorità e si imponeva la necessità di costruire degli alloggi funzionali. A partire dagli anni ’60, oltre a costruire e manutenere, SONACOTRAL inizia anche a gestire gli alloggi per lavoratori, imponendo regolamenti durissimi e repressivi. Proprio a causa di un suo cavallo di battaglia, il non concedere la residenza a chi viveva nelle proprie strutture, negli anni ’70 SONACOTRA, che nel frattempo ha perso una L guadagnando pero’ il diritto di alloggiare lavoratori di tutte le nazionalità, fu bersaglio di importanti proteste e contestazioni.

Nel 2007 cambia nome, diventa Adoma ed estende le proprie competenze a vari settori dell’alloggio sociale, diventando una filiale della SNI (società nazionale immobiliare, controllata dalla Caisse de Dépots et consignations) ed entrando, quindi, in un’era di gestione orientata al profitto finanziario[3].

Una volta vinto l’appalto, Adoma ha proceduto all’acquisto di 62 hotel, di proprietà del mega gruppo Accor, della tipologia detta “Formule 1”: un’invenzione dei ruggenti anni ’80: strutture prefabbricate situate in zone di transito, nelle vicinanze di aeroporti e autostrade. Stanze minuscole, bagni in comune, assenza di qualsiasi servizio, prezzi assolutamente low cost. Ma negli ultimi anni il mercato della ricettività si è rivoluzionato e i F1 hanno subito un crollo disastroso … e allora perché non collettivizzare le perdite con un bell’acquisto da parte di una società semi-pubblica?[4]

Chi si ritrova a risiedere in questi luoghi lunari, parliamo di un minimo di 40 persone[5], non ha a disposizione alcuno spazio comune e nessuna connessione ad internet. Le cucine sono inesistenti, al massimo delle stanzette con un microonde. A Gémenos e Vitrolles molti dei bagni sono inutilizzabili : sono stati promessi dei lavori, ma non si è ancora visto nulla. La diaria è di circa 200 euro al mese, ma l’erogazione non è regolare. In più, in alcuni centri le spese di trasporto sono a carico del richiedente asilo e non sempre è garantito l’accesso alle cure sanitarie.

La polizia passa costantemente, per far firmare le notifiche di residenza o per effettuare controlli. Ci sono stati casi di fuga, che si sono conclusi con arresti e detenzione nei CRA[6].

I lavoratori sono pochissimi e, nei PRAHDA di provenienza degli organizzatori della marcia, ci sono già stati due licenziamenti per motivi disciplinari (pare che la motivazione avesse a che fare con l’aver dimostrato troppa vicinanza con i migranti). Rimangono uno o due lavoratori per centro, più la direttrice: viene da sé che l’assistenza giuridica sia pressoché inesistente[7].

Gli inizi della mobilitazione contro il regolamento di Dublino.

Quando, agli inizi di agosto, i primi PRAHDA hanno aperto i battenti, a Marsiglia i membri del collettivo El Mamba hanno iniziato a ricevere telefonate dai solidali organizzati attorno ai CAO[8] della regione. Erano telefonate di allarme: vedendo sparire le persone da un giorno all’altro, ci si chiedeva che cosa ne fosse di loro.

La macchina solidale ha, quindi, iniziato il proprio percorso di mobilitazione. Innanzitutto fornendo supporto legale ai molti che iniziavano a ricevere delle convocazioni in prefettura, durante le quali veniva consegnato un biglietto d’aereo, quasi sempre a destinazione Italia.

Una prima azione collettiva ha avuto luogo il 12 settembre, quando un folto gruppo di richiedenti asilo e solidali è andato in prefettura, per depositare domanda d’asilo per i molti per i quali si avvicinava la scadenza dei 18 mesi. Un’azione pensata anche in vista del fatto che, essendo stati trasferiti improvvisamente da altre città, l’avanzamento dei dossier era in panne. Il risultato non è stato quello sperato: qualche domanda d’asilo è stata accettata, ma la maggior parte ha visto allungarsi i tempi della conclusione della procedura Dublino (motivazione addotta: avrebbero fatto registrare 2 assenze ad appuntamenti con la prefettura durante i primi 6 mesi della procedura). Addirittura, una persona è stata incarcerata nel CRA di Marsiglia, con la scusante di un mancato ritiro di corrispondenza a suo nome e la scarcerazione è avvenuta grazie all’azione di alcuni avvocati.

A questo punto la necessità di mobilitarsi si faceva sempre più pressante, anche perché in tantissimi si ritrovavano nella stessa situazione.

L’occasione per concretizzare si è data ad un coordinamento dei collettivi del sud est francese, durante il quale si sono incontrati in molti, persone residenti nei vari PRAHDA e collettivi solidali. Si inizia a concordare e sincronizzare le azioni, a partire dal pranzo davanti al PRAHDA di Montpellier in contemporanea ad un’azione a Briançon, e si inizia anche a parlare di una marcia regionale.

L’intento comune era, ed è, quello di dar vita ad un’azione e, possibilmente, ad un percorso di lotta nei confronti delle direttive europee, sintetizzate negli accordi di Dublino, che impediscono qualsiasi possibilità di autodeterminazione nelle scelte che riguardano il proprio percorso migratorio e i propri iter giuridici. Imponendo logiche burocratiche e coercitive, spesso contraddittorie, l’Europa e gli stati che ne fanno parte, di fatto, impediscono, o comunque compromettono irrimediabilmente, il pieno esercizio del diritto alla protezione internazionale. Giustamente, in molti decidono di non voler sottostare a questo regime, ritrovandosi, costretti in clandestinità, a percorrere e ripercorrere le medesime rotte. Le traiettorie si fanno sempre più contorte e aumentano i casi di persone che hanno subito espulsioni plurime o che, rientrati in Italia, non possono riaprire le procedure d’asilo, a causa delle assenze durante il periodo passato in Francia[9].

Dall’Italia, inoltre, si registrano numerosi casi di persone che si ritrovano con una richiesta d’asilo depositata contro il loro volere : le impronte vengono prese con la forza e, contestualmente, si procede con la redazione di una domanda d’asilo, della quale, però, il diretto interessato non è a conoscenza: spesso non compare la sua firma e non è riportata nessuna testimonianza.

Ulteriore problematica: poiché l’Italia, durante l’estate 2016, ha espulso verso il loro paese d’origine 48 sudanesi[10], come può la Francia, che considera il Sudan “paese non sicuro”, operare in direzione dell’espulsione dei sudanesi verso l’Italia? Un esempio, che però funziona anche rispetto ad altre triangolazioni tra Stati.

La marcia del 29 ottobre

La testa del corteo, Peggy

Avendo come obiettivo l’organizzazione di un appuntamento il più vasto possibile, si era pensato a scadenze più dilatate. Dai residenti nei PRAHDA, però, è stata avanzata la richiesta di non rimandare oltre la fine di ottobre: in molti avevano ricevuto convocazioni in prefettura per i primi di novembre e il timore era che si potesse trattare di consegne di biglietti aerei o anche di deportazioni tout court. Si trattava di timori pienamente giustificati dai fatti: il 24 ottobre, 3 richiedenti asilo residenti nel PRAHDA di Vitrolles, ai quali se ne è poi aggiunto un quarto, sono stati trasportati e trattenuti in una cella del commissariato di Avignone, per essere poi espulsi in Italia il giorno seguente. Il tutto senza alcun preavviso, nessuna notifica e nessun colloquio con un legale, quindi in violazione della normativa. La direzione del PRAHDA è assolutamente collusa con la prefettura : la direttrice dei due centri ha addirittura accompagnato personalmente in commissariato, con il furgone della comunità, le persone che sono poi state espulse[11].

La Grande Marcia Regionale contro il Regolamento Dublino parte dal cortile del PRAHDA di Vitrolles.

Una trentina di persone arrivano da Marsiglia, in treno, altri in macchina, alla spicciolata.

E’ ancora presto : manca all’incirca un’ora all’orario di partenza, previsto per le 9, 30. Il Mistral ha iniziato a farsi sentire e nei dintorni non c’è traccia di vita : qualche casa circondata da muri e inferriate, qualche capannone abbandonato, presidiato da cani alla catena. La strada che porta al PRAHDA, dalla piccola stazione di Vitrolles, è interrotta da cantieri stradali, ai quali si è costretti a passare nel mezzo. Gli ospiti del PRAHDA ci invitano ad entrare e preparano te e caffè. Comunque restiamo nel cortile : gli unici due grandi tavoli del centro sono all’aperto, mentre l’interno della struttura si sviluppa attorno a corridoi contorti e angusti, sui quali affacciano le piccole stanzette, marchio di fabbrica degli Hotel F1, e i gabinetti.

Quando arrivano i furgoni sui quali viaggiano i “dublinati” del PRAHDA di Gémenos – altro centro di questo tipo nella regione Provence-Alpes-Côte d’Azur- ci si mette in strada. Molti nascondo il volto dietro una maschera che riproduce le linee di un’impronta digitale, materializzazione della violenza che, nella freddezza della visione burocratica, cancella le storie che le stanno dietro, i chilometri di strada percorsi.

La strada nazionale, Peggy

Siamo 120 e, una volta imboccata la super strada, iniziamo a camminare a buon ritmo, seguiti da alcuni giornalisti e scortati da qualche macchina della polizia. Cammineremo a questo ritmo per più di 5 ore, decisi ad arrivare in orario, o comunque con un ritardo ragionevole, a Bougainville, nella periferia nord di Marsiglia, dove ci aspettano le compagne e i compagni che si uniranno agli ultimi chilometri del percorso.

Lungo la strada e nei centri abitati che attraversiamo, vengono distribuiti volantini per spiegare le ragioni di questa insolita e ingombrante presenza domenicale: in molti rallentano e abbassano i finestrini, o si affacciano dalle case, per raccoglierli.

A ritmare e sostenere la marcia, slogan e interventi. Si grida, per innumerevoli volte, « Stop Dublin » e « Non aux expulsions ». E poi : « La France à tout le monde, La place à tout le monde ».

Chi parla al microfono si interroga sul perché del rifiuto netto e senza appello che ricevono dalle autorità francesi. Ci si chiede come sia possibile essere rifiutati da un paese che per molti non è affatto sconosciuto : « siamo tutti francesi , in tanti hanno parenti che hanno vissuto qui a lungo, un nonno che ha fatto il soldato per la Francia ». Ed è vero anche il discorso inverso : « per quanto tempo i francesi sono stati nei nostri paesi ? … e ci sono ancora ! Ma noi non li scacciamo ! ». Un rifiuto che non si può comprendere ed accettare, « pensando alla Francia, un paese di diritti, il paese dell’uguaglianza … ma questa uguaglianza non esiste ! Per noi non esiste ! ».

Ingresso a Marsiglia, Peggy

Gli ultimi chilometri prima della tappa intermedia, quelli fatti attraverso le periferie marsigliesi, li trascorriamo in una strana dimensione, tra entusiasmo e stanchezza. Adesso si inizia a gridare « Nous sommes pas fatigués, noi non siamo stanchi ! ». Chiedo ad un ragazzo che mi cammina affianco : « come va ? Sei stanco ? », la risposta : « Dubliné, pas fatigué ! » … e la risata è impossibile da trattenere per entrambi.

Ingresso a Marsiglia, Peggy

Alla stazione della metro di Bougainville ci aspettano in 200. Arriviamo cantando e gridando e l’accoglienza è altrettanto calorosa. Dopo aver mangiato qualcosa, si riparte, rinfoltiti. Siamo circa 400 all’arrivo, davanti allo sfarzoso palazzo della prefettura di Marsiglia[12].

Arrivo a Bougainville, Peggy
Il corteo in città, Delphine
Tramonto al Vieux Port, Peggy

 

«I sassi nelle scarpe»

Ritratti, Primitivi

Sono le 19 circa. Nella piazza della prefettura fa freddo, il Mistral è ancora con noi. Mentre si “imbandisce” la cena, il microfono resta aperto per chi ha voglia di dire qualcosa. Contenti, infreddoliti, stanchi e soddisfatti. C’è un po’ di tempo per parlare con alcune delle persone al fianco delle quali si è camminato per l’intera giornata.

M.[13] è in Francia da un anno. E’ rimasto 9 mesi nel CAO di Barcellonete e poi, quest’estate, il trasferimento al PRAHDA di Gémenos, che definisce un « ghetto per i dublinati ». Racconta di come, attraverso i contatti del collettivo El Manba, hanno incontrato i residenti dell’altro centro, quello di Vitrolles : entrambi sono lontani da tutto, il collegamento con Marsiglia è stato fondamentale per entrare in contatto. Per adesso è riuscito ad evitare di salire sull’aereo, ma un fatto lo preoccupa : circa un mese fa è stato intervistato da un giornalista del giornale locale La Provence : nell’articolo si parla dei PRAHDA e il titolo recita « Nuova prigione per gli esiliati ». Il problema è che il giornalista ha ritenuto opportuno riportare nome e età di M., il quale ora teme ritorsioni e conseguenze, dato che, a seguito dell’uscita dell’articolo, durante un colloquio in prefettura, è stato sequestrato l’originale del documento che attesta la sua condizione di richiedente asilo. Ma le ostilità nei loro confronti vengono anche dal personale e dalla direzione dei PRAHDA : « in teoria dovrebbero lavorare con noi, invece le strutture sono fatiscenti, i bagni non funzionano … e soprattutto il capo è meschino … cioè, è tranquillo, possiamo uscire, rientrare senza troppi problemi di orari … tranquillo, tranquillo e poi : biglietto d’aereo ! Delle persone sono già state espulse ! » M. si dice soddisfatto della marcia, della partecipazione e soprattutto della disponibilità ad ascoltare e leggere i motivi della protesta da parte di tutte le persone incontrate lungo il percorso e che hanno accettato i volantini. Arrivare fino a qui, nel centro di Marsiglia, era importante per rompere l’isolamento nel quale sono costretti e per far sì che si sappia dell’esistenza di questi nuovi centri. Da Gémenos sono venuti tutti quanti.

B. parla delle problematicità del servizio di assistenza giuridica, che dovrebbe essere garantito dalla direzione dei centri : « i PRAHDA sono pensati contro gli interessi dei migranti. Come sempre, cercano continuamente nuove soluzioni per bloccare e appesantire i dossier e le situazioni delle persone ». Come esempio, spiega cosa gli è successo qualche tempo fa : « Avevo fatto domanda di ricorso contro una notifica del prefetto. Adoma la ha consegnata in ritardo e così non è stata presa in conto ! Succede spesso che tengano nascosto quel che potrebbe esserci utile … il loro ruolo è metterci “il sassolino nella scarpa” ».

L’arrivo in prefettura, Peggy

 

Venerdì 10 novembre: a pranzo in prefettura

Pranzo in prefettura, Primitivi

A conferma del fatto che la volontà è quella di dar vita ad un percorso di lotta che non si esaurisca con la data del 29 ottobre, venerdì 10 novembre ci ritroviamo nella piazza della prefettura di Marsiglia per un pranzo collettivo contro le espulsioni[14]. Il morale è alto e le idee per futuri appuntamenti non mancano. Dal microfono F. dice : « Parlo francese, eppure fino a qualche tempo fa non lo parlavo. Se, dopo essere stati espulsi, ritorniamo 2, 3 volte, è perché abbiamo deciso di stare qui ! Stiamo bene qui e non capiamo perché ci respingano in questa maniera ! ». Domenica 29, all’arrivo della marcia, la prefettura era vuota. Adesso sappiamo che, dietro la facciata decorata da decine di bandiere tricolore per l’anniversario della fine della prima guerra mondiale, qualcuno c’è. Prima di andare via, una delegazione porta al prefetto una lettera. Di seguito il testo tradotto in italiano :

« Popoli di Francia, signor prefetto,

Abbiamo scelto la Francia per la sua reputazione mondiale in quanto a diritti dell’essere umano e accoglienza dei rifugiati.

Per raggiungere la Francia, abbiamo attraversato dei paesi dell’Unione Europea dove stiamo stati obbligati a lasciare le impronte digitali. Abbiamo deciso di depositare domanda d’asilo presso la Repubblica francese ma le nostre procedure sono state bloccate a causa del regolamento « Dublino ». Non possiamo tornare nel paese dove siamo stati obbligati a lasciare le impronte per differenti motivi ; tra noi :

– Alcuni hanno ricevuto dei rifiuti, e sono quindi esclusi dal diritto d’asilo nel primo paese coinvolto.

– Alcuni vi hanno subito atti razzisti e indegni.

– Alcuni sono stati lasciati per strada, a causa dell’insufficienza dei dispositivi d’accoglienza.

Contrariamente al motto della Repubblica, il governo ha messo in atto dei metodi per mettere dei sassi nelle scarpe (dei bastoni nelle ruote) alle persone in procedura « Dublino » e facilitare le espulsioni. Prendiamo come esempio il dispositivo detto PRAHDA, gestito da Adoma, che opera contro gli interessi dei richiedenti asilo in procedura « Dublino » :

– Deposizioni di domande di ricorso oltre scadenza.

– Complicità di Adoma e prefettura nell’attuazione di espulsioni forzate, senza preavviso e in violazione dei diritti.

– Privazione delle condizioni di vita degne di un essere umano.

Per questi motivi, signor prefetto, sollecitiamo la vostra attenzione, al fine di :
– Annullare le nostre procedure « Dublino ».

– Fermare le espulsioni.

– Accettare le nostre domande d’asilo.

– Farla finita con il mostro Adoma-Prahda.

– Permettere l’accesso all’educazione, agli studi e alla formazione professionale.

Sollecitiamo la Repubblica francese e il suo popolo ad avere uno sguardo misericordioso sulle nostre situazioni di rifugiati, che hanno lasciato dietro di loro delle nazioni, delle famiglie.

Dei rifugiati stanchi per un viaggio pieno di pericoli.

Dei/Delle « Dublinati/e »

Marsiglia, 10 novembre 2017 »

Al momento dei saluti, M. mi dice : « ho un biglietto per lunedì (13/11, n.d.a.), ma non partirò ! ».

… nella speranza di camminare ancora affianco a M., a tutti gli altri e a tutte le altre.

C.P.

[1] L’apertura dei PRAHDA era prevista per la primavera 2017, quando le strutture ospitanti i CAO (centri d’accoglienza e orientamento), aperti in moltissime località francesi a seguito dello sgombero della Jungle di Calais, avrebbero dovuto ritrovare le loro funzioni abituali, principalmente quelle di colonie estive per ragazzi. https://passeursdhospitalites.wordpress.com/2016/11/26/des-cao-au-prahda/.

[2] Office Français de l’immigration et de l’intégration.

[3] Lo stesso finanziamento dei PRAHDA fa riferimento alla messa in opera di un fondo d’investimento. Per approfondire la storia di ADOMA, anche attraverso filmati d’epoca: http://iaata.info/Adoma-remporte-le-marche-PRAHDA-et-prepare-l-apres-CAO-2034.html.

[4] La possibilità di colmare le perdite, entrando nel mondo dorato dell’allogio sociale, era già stata intuita dai proprietari di questo tipo di strutture, ben prima dell’acquisto da parte di Adoma : http://abonnes.lemonde.fr/m-perso/article/2017/10/02/les-hotels-formule-1-dans-une-voie-de-garage_5195109_4497916.html?xtmc=formule1&xtcr=8.

[5] Per i PRAHDA nelle Bouches du Rhône : 40 persone a Gémenos e una sessantina a Vitrolles.

[6] Centre de rétention administrative.

[7] Un articolo che spiega lo scopo e il funzionamento dei PRAHDA, riportando testimonianze di donne e uomini costretti in dispositivi di questo tipo in varie parti di Francia. Le problematiche sono simili a quel che abbiamo sentito raccontare e visto a Vitrolles e Gémenos. La sostanza è sempre la stessa : isolare, invisibilizzare, espellere. https://blogs.mediapart.fr/agathe-senna/blog/091117/les-prahda-isoler-invisibiliser-expulser?utm_source=facebook&utm_medium=social&utm_campaign=Sharing&xtor=CS3-66.

[8] Centre d’accueil et orientation.

[9] Una nota del colletivo solidale di Marsiglia El Manba, per riportare le vicende di un richiedente asilo « rimbalzato » tra Italia e Francia.

[10] https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/24/migranti-prima-espulsione-di-gruppo-48-presi-a-ventimiglia-e-rispediti-in-sudan-ma-khartoum-viola-diritti-umani/2993664/.

[11] https://mars-infos.org/prahda-de-vitrolles-expulsion-2682.

[12] Un articolo sulla marcia di domenica 29, nel quale si ritrovano anche stralci di interviste audio ad alcuni residenti dei PRAHDA : https://reporterre.net/Un-an-apres-Calais-la-France-traite-toujours-plus-mal-les-migrants.

[13] Le iniziali si riferiscono a nomi d’invenzione.

[14] Una restituzione video del pranzo, da parte del collettivo marsigliese Primitivi, che si occupa di produzioni video “di strada” per documentare lotte e iniziative dal basso: https://player.vimeo.com/video/243157295.

Viaggio in Pelle Scura

La foto qui sopra cattura uno dei quotidiani episodi di  respingimento di ragazzi giovanissimi – i quali si dichiarano minori – alla stazione di Menton Garavan.
Pubblichiamo il racconto di un viaggio, il cui tragitto a molti risulterà noto per averlo compiuto tante volte senza problemi ma che in questo caso diventa un’epopea che mostra cosa stia accadendo nelle nuove zone di confine interne all’Europa.

Mi sveglio per andare in bagno. Il giorno prima eravamo andati a dormire presto perchè la mattina dopo ci attendeva una sveglia quasi all’alba per prendere un bus diretto in Francia. Guardo l’ora nell’orologio analogico: sono le 6:35, “Cazzo!”, mi dico, “è tardi, abbiamo perso il bus”. In realtà sono le 5:35, non avevo spostato le lancette indietro (quella notte era cambiata l’ora).

Corro in camera per svegliare S.: “Presto vestiamoci e corriamo, forse ce la facciamo a prendere il bus”. Arriviamo di corsa in una piazza vicino a casa, mancano due minuti esatti alla partenza del bus, ma per fortuna siamo molto vicini al luogo della partenza. Prendiamo un taxi; arriviamo alla stazione dei bus, chiedo ai pochi presenti se il pullman per la nostra destinazione è già partito, mi rispondono di no. Io ed S. siamo tutti contenti. Arriva il bus, gli autisti sono italiani, lombardi, frettolosi per il ritardo. Gli mostro i due biglietti, ci chiedono il documento: io gli do il passaporto, S. l’unico foglio che ha (da un anno ormai) che attesta la sua richiesta d’asilo in Francia, in attesa di ricevere documento vero e proprio. Il conducente afferma che quel documento non è valido per entrare in Francia. Io provo a spiegargli che quel pezzo di carta legittima S. ad entrare in Francia perchè lui ha chiesto l’asilo proprio li’. Niente da fare, continua a dire di no con aria scocciata e mi chiede: “che fa signorina? Lei sale con noi o no?” ed io ovviamente rispondo che non sarei salita.

Ce ne andiamo verso la stazione dei treni. S. silenzioso, io con le lacrime agli occhi per il nervoso. Sono allibita ed incazzata da quello che io considero il razzismo incistato nella mente della gente. Il conducente continuava a dire che non poteva accettare quel foglio per legge, e fin qui tutto ok, ma aggiungeva che « gli dispiaceva » non farci salire. E qui sta il problema, cosa vuol dire che « ti dispiace »? O per te la legge è la stessa cosa della giustizia, e allora non dovresti dispiacerti di applicarla, oppure se ti dispiace vuol dire che sai che c’è qualcosa che non va in quel comportamento.. Ma eviti di chiederti quanto e soprattutto cosa non va… Un meccanismo che Hannah Arendt ha posto alla base della mostruosa « banalità del male ». Molti diranno : « sì però, il lavoro è il lavoro », ma quando il lavoro consiste nel bloccare delle persone negandogli un diritto solo perché si trovano in una situazione di debolezza, allora in ballo c’è altro, si parla di accettare silenziosamente un sistema marcio e razzista.  Questo’esempio puo’ sembrare esagerato ma spiega bene il mio pensiero: è come il ferroviere che ai tempi del nazismo si è trovato a guidare i treni che trasportavano le persone nei campi di sterminio e si è detto: “è il mio lavoro, non posso rifiutare”. Si capisce il problema? Se davvero si prova dispiacere per una determinata situazione o si fa qualcosa per cambiarla o è meglio lasciare perdere e non far trapelare il proprio disagio.

Arriviamo in stazione per prendere il treno, aspettiamo un’ora ed ovviamente paghiamo il biglietto: il mio umore peggiora, visto che dobbiamo pagare nuovamente dopo aver perso due biglietti del bus. Mentre attendiamo l’arrivo del treno sento di essere molto dispiaciuta per S.

Lui deve subire numerose ingiustizie per il semplice fatto di essere nero, sì perché non c’è altra spiegazione; lui non è un criminale, lui viene da un Paese nel quale c’è una dittatura da circa 40 anni o forse più, quale è la sua colpa? Più ci rifletto e più capisco che adesso ci sono in mezzo anche io. Amo un africano e lui ama me. Ma questo non importa; le istituzioni, le leggi, il sistema, il fascismo non guarda in faccia nessuno. Colpevolizzano S. per essere nero in Europa, colpevolizzano me perché amo un nero in Europa.

Sto provando sulla mia pelle, attraverso l’amore che mi lega ad S., le ingiustizie che subiscono i migranti.

Non riesco a stare in silenzio, sento che devo fare qualcosa.

Ma cosa posso fare? Non lo so. Ci ragiono. Ma qualcosa devo pur fare.

Non è facile fare i conti con questa constatazione : non posso liberamente vedere la persona che amo, non posso liberamente stare con lui e muovermi con lui, aspetto insieme a lui il responso di persone che quotidianamente decidono sulla sua vita e sulla vita dei tanti uomini e donne nella sua stessa situazione; già, proprio sulla vita, perchè se tu non hai un documento, dopo aver rischiato la vita in un viaggio tremendo spendendo tutto quello che avevi, rischi di venire deportato di nuovo nel tuo Paese da cui sei fuggito perché non avevi garantito il diritto alla sopravvivenza. Eh si’, l’Europa dei diritti e delle libertà!

Ed io , ragazza-bianca -con documenti (perchè è con questi termini che il potere ragiona), pur avendo da anni lottato contro queste ingiustizie, capisco solo ora pienamente cosa vuol dire. Non riesco a stare in silenzio, sento che devo fare qualcosa; se vedo, agisco; non riesco a girarmi dall’altra parte, non posso farlo, perché ho la consapevolezza che significa non dare adito al fascismo dilagante. Ma che posso fare? Non lo so, ci devo ragionare.

Nel frattempo arriva il treno per Ventimiglia. Ovviamente dobbiamo dribblare la polizia sul binario che chiede i documenti solo ai neri. Dico ad S. di stare vicino a me; spero sempre che il mio essere bianca possa aiutare chi ha la pelle nera.

Saliamo sul treno, destinazione Ventimiglia.

Stazione di Ventimiglia – Foto di redazione

Arriviamo a Bordighera, so che scesi dal treno ci può essere il rischio che la polizia fermi S. con il rischio dell’espulsione dall’Italia per tre anni. Ci dividiamo per non dare nell’occhio. Io vado a fare i biglietti per Nizza. Saliamo sul treno francese ed è tutto tranquillo finchè arriviamo alla prima fermata, la prima stazione oltre confine : Menton Garavan. Io la chiamo la stazione dell’inferno per i migranti; qui la PAF (Polizia di frontiera francese) fa un vero lavoro di pulizia dei treni che si dirigono in Francia, chiede i documenti solo ai neri ed anche chi possiede una carta valida per stare in Francia deve scendere dal treno per “ulteriori controlli” (li chiamano cosi’ ma in realtà per loro è solo un gioco, mettere ansia e fare violenza psicologica). Ok, siamo a Menton Garavan, sul treno salgono una decina di poliziotti francesi con guanti di pelle e manganelli.

Non ero troppo preoccupata per S. perchè sapevo che lui possedeva un documento per stare in Francia. Mantenevamo le distanze per stare più tranquilli, non so bene perchè ma eravamo convinti di questo.

La polizia arriva da S., lui gli da i documenti ma loro decidono comunque di farlo scendere. S. scende dal treno scortato da tre poliziotti. Io scendo poco dopo. Vviene portato nell’ufficio della polizia senza dargli la possibilità di controbattere. Insieme a lui hanno fatto scendere anche una ragazzina forse di 15 anni, incinta, tirandola.

Io ovviamente rimango fuori e vado alla ricerca di un tabaccaio per comprare cartine ed accendino. la ricerca fallisce ma un passante mi offre quello che mi manca.

Mentre fumo una sigaretta aspetto e mi chiedo cosa sarebbe successo; mi sale l’ansia, l’angoscia e la paura per S. che in quel momento si trovava nell’ufficio della polizia di frontiera francese.

Dopo una mezz’oretta S. mi chiama dicendomi che era tutto ok, di non destare nell’occhio, di prendere il treno e che anche lui l’avrebbe preso e che ci saremmo rincontrati giunti a destinazione. Mentre attendo il treno vedo S. mettersi dall’altra parte del binario; nel frattempo la polizia francese effettua le espulsioni verso l’Italia con il treno. Tra gli espulsi ci sono tanti minori, tutti sanno che gli Stati non possono per legge espellere i minori. Ma qui, in Francia, lo fanno e nessuno apre bocca. Tante associazioni e gruppi di attivisti hanno denunciato questo, ma la polizia continua ad agire cosi’.

La ragazzina in stazione si dimena e il poliziotto la tira portandole lo zainetto che per ridarglielo glielo lancia addosso, mentre gli altri poliziotti deridono gli altri migranti. Tutto questo davanti agli occhi di decine di europei, curiosi di vedere che stava succedendo come se stessero al teatro o stessero guardando un film.

Ho provato schifo, vomito per quelle scene ma in quel momento, per S., non dovevo fare nulla, solo stare tranquilla.

Controlli e respingimenti alla frontiera francese

Arriva il treno, salgo; dopo pochi secondi salgono anche i poliziotti francesi per fare la solita pulizia. Io ero tranquilla, perchè agitarmi? Uno dei poliziotti (quello che aveva preso S.) mi chiede il biglietto e mi ordina di scendere dal treno; mi parla solo in francese, provo a parlargli in inglese ed anche in italiano ma lui non so se non capiva, se non voleva capire o se proprio non mi ascoltava. Ho intuito che alcuni suoi colleghi con aria di pena nei miei confronti, gli dicevano di lasciare perdere, ma lui niente, vuole a tutti i costi che io scenda dal treno pur essendo regolare sullo stesso; mi prende lo zaino e me lo porta fuori, ovviamente a quel punto scendo.

Mi chiede il documento, gli do il passaporto e lui mi domanda  se ho un altro documento. Non ne ho  altri. Arriviamo davanti ad una panchina sul binario, con arroganza mi chiede di togliermi la giacca. So bene che la polizia non puo’ farmi una perquisizione in un luogo pubblico senza motivo, so che non puo’ essere un uomo a farmi una perquisizione del corpo, so che non possono prendermi il telefono senza autorizzazione; tutto questo avviene, invece, mi controllano tutto sperando di trovarmi chissà che cosa. Chiedo spiegazioni; i poliziotti mi guardano con aria strafottente ed incominciano a ridere come per prendermi in giro. Mi dicono che si tratta di un normale controllo e continuano a chiedermi perchè sono li’, perchè sono scesa per poi riprendere il treno dopo un’ora. Hanno capito che ero insieme ad S. evidentemente, e stare con lui significa inceppare un sistema che vuole gli immigrati ghettizzati, emarginati ed esclusi. Mi chiedono perché sono li’ : io rispondo con tranquillità dicendogli che ho aspettato un amico dall’Italia ma stufa di aspettare ho poi deciso di partire senza di lui;  non mi credono e continuano a ridermi in faccia con un’arroganza tale da farmi salire una rabbia esagerata: che cazzo te ne frega perchè sono qui? Ho qualcosa di irregolare? Il tuo lavoro è controllare che non ci siano illegalità o controllare e umiliare le persone che per te sono da sopprimere? Nella mia testa c’è solo questo. Arriva un altro poliziotto con il mio documento e dice agli altri: ” è pulita”. Eh già, purtroppo non possono fermarmi per ore ed ore e sono obbligati a rilasciarmi. Mi ridanno il mio documento ma continuano a chiedermi perchè sono stata li’ un’ora, usando un tono della voce molto alto, di nuovo ripeto la storia; a quel punto mi lasciano andare, borbottando tra di loro.

Ovviamente il treno con S. dentro è ormai partito. Aspetto quello dopo e raggiungo S.

 Arrivata a Nizza ci rincontriamo e ci  abbracciamo. S. mi chiede come sto e cosa è successo. Io provo a raccontarglielo cercando di non farlo preoccupare. Subito dopo cerchiamo di capire come arrivare a Marsiglia, prendiamo il treno e pago un biglietto abbastanza salato per evitare altri problemi.

Durante il viaggio S. si addormenta, io comincio a pensare al viaggio appena fatto: penso a quello che è successo e cerco di ascoltare le mie emozioni; raramente ho provato una paura di quel tipo; di solito quando decido di fare delle cose tengo in considerazione che possono dare fastidio a qualcuno e che quindi posso subire delle conseguenze. Ma stavolta non è stato cosi’, stavolta volevo solo stare con la persona che amo. Stavolta ho avuto paura per S., che la polizia gli mettesse le mani addosso (a Menton Garavan è la routine) e dopo ho avuto paura per me, non potevo stare lì perchè mi avevano vista con un ragazzo nero che avevano fermato.

La cosa che più mi è rimasta impressa è l’indifferenza che le persone europee hanno nei confronti di quello che succede intorno a loro, per esempio sul treno a Menton Garavan. Tante persone guardavano i poliziotti chiedere i documenti solo ai neri ma nessuno si opponeva a questo, ognuno continuava il viaggio con estrema tranquillità, come se quello che succedeva fosse una cosa normale e giusta. E tanta gente ha guardato anche la mia perquisizioni con curiosità. Le persone vedono la violenza sui migranti ma non si oppongono, perché ? Hanno paura oppure pensano che sia giusto ? Ci hanno detto tante volte che un’indifferenza simile permise le atrocità compiute dal nazifascismo. Le persone vedono, ma per mantenere i propri privilegi non dicono nulla. L’indifferenza è il motore delle peggiori barbarie.

Il passo successivo è punire chi è amico dei neri, chi prova in qualche modo ad inceppare questo sistema.

Si tratta di un episodio di vita vissuta che ho deciso di raccontare e rendere pubblico perché oggi più che mai è necessario diventare consapevoli:  per potersi  prendere la responsabilità  a cui tutti siamo  chiamati di fronte a questa Storia.

Cati

“Je m’appelle Ahmed. J’ai seize ans…”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa testimonianza che racconta uno dei tanti incontri e delle tante storie di vita che si incrociano per le strade di Ventimiglia e vengono attraversate e segnate duramente dal dispositivo del confine.
Un racconto che ci viene inviato dal Progetto 20K [1], un progetto messo in piedi nel 2016 da un gruppo di attivisti di Bergamo, che ormai da un anno e mezzo svolge un’intensa e generosa attività nell’area di confine di Ventimiglia, fornendo supporto materiale, informativo, logistico e umano ai migranti in viaggio. Nonostante questa testimonianza fosse già stata pubblicata sulla rivista Pequod [2] e non si tratti quindi di un inedito, ci sembra importante ripubblicarla per darle diffusione. Sono storie che come sassolini nel mare si perdono velocemente nell’oscurità e nella profondità delle acque di una Storia sempre più feroce e concitata ma allo stesso tempo producono sulla superificie una catena di cerchi concentrici in grado di trasformare l’immagine e la nostra idea di società e delle identità culturali che la sostengono.

“Domani ci riprovo!” – Storia di Ahmed

Siamo seduti in tranquillità attorno a un tavolino e Ahmed decide di raccontarci per filo e per segno la sua storia. Viene dal sud della Somalia, e la sua città di origine si trova a una manciata di kilometri da Etiopia e Kenya. La sua famiglia –padre e madre, due sorelle e un fratellino – è ancora lì e sta aspettando che Ahmed riesca a raggiungere il suo obiettivo. Lui è il figlio maggiore, e ha sedici anni. Parla sollevando gli occhi grandi e scandendo le frasi con un inglese tagliente. Indossa il suo nuovo cappellino rosso, quello dei momenti speciali, quello che non metti quando dormi la notte sul pavimento di una stazione in attesa di andare oltre il confine.

Ascoltiamo un flebile sottofondo musicale dal telefono, mentre Ahmed si immerge nei suoi ricordi. Prima andava a scuola in Kenya, poi il confine è stato chiuso e militarizzato, e così gli è stata preclusa la possibilità d’istruirsi. Ha quindi frequentato per due-tre anni una scuola non regolamentare – peraltro non condivisa dalla maggior parte della sua comunità (“ma un giorno i miei amici per strada mi hanno detto: Vieni a lezione, il maestro è bravo, molto bravo!”) – creata da un uomo che pagava personalmente l’affitto delle aule utilizzate per le lezioni.

Le aule scolastiche erano dislocate in diversi punti della città per non essere rintracciate, ma almeno garantivano l’accessibilità allo studio. Questa persona, che credeva fortemente nell’educazione per poter strappare i ragazzi alla guerra, è diventata il suo insegnante: c’erano due classi in base al livello di scolarizzazione di partenza (“piccoli” e “grandi”) e venivano spiegate varie materie (inglese, arabo, matematica, chimica, informatica…).

Ogni tanto Ahmed dava una mano all’insegnante, facendo lezione agli allievi di livello inferiore, nonostante alcuni fossero d’età più grandi di lui.

Da tempo però i terroristi del gruppo jihadista Al-Shabaab minacciavano il professore perché, oltre ad insegnare ai ragazzi discipline “inammissibili” (come ad esempio la lingua Inglese), li strappava al loro addestramento militare. Ad un certo punto l’insegnante ha scelto di condividere con Ahmed le sue preoccupazioni, l’ha messo in guardia rispetto al pericolo che stava correndo, e la situazione è andata avanti così per circa un anno: telefonate minatorie, messaggi di morte, intimidazioni sempre più serie. Come Ahmed ci racconta, la principale difficoltà nella sua cittadina sta nel fatto che i terroristi sono ovunque ma non sono riconoscibili. “Sono parte integrante della popolazione. Capitava che tu stessi parlando con una donna, e questa cadeva uccisa davanti a te senza che si capisse come né da per mano di chi. Spesso c’erano proiettili vaganti e sassaiole improvvise”.

Un giorno il professore ha chiesto ad Ahmed di tenere la classe di livello inferiore, mentre lui sarebbe andato a insegnare in un’altra aula. La sera prima i terroristi l’avevano minacciato al telefono per l’ennesima volta.

Ahmed ha portato a termine ciò che l’insegnante gli aveva chiesto, d’altronde l’aveva già fatto in passato. Questa volta però i terroristi sono entrati nell’aula del professore e l’hanno ucciso a sangue freddo davanti ai suoi allievi. “Sapevo che il prossimo sarei stato io… Ero nel mirino, e sarebbero venuti a prendere anche me”. Ahmed, appena ricevuta la notizia, si è organizzato grazie al pieno supporto di parenti e amici, e nel giro di tre giorni ha raccolto 3000$. E’ scappato dalla sua comunità dirigendosi verso il confine. Ha aggirato un posto di blocco e, dopo aver evitato i soldati, si è trovato in Kenya. Tutto ciò avveniva nel marzo 2016.

“Arrivato in Kenya ho solo dovuto cercare un trafficante che mi avrebbe garantito una serie di passaggi attraverso tutti i confini africani fino all’arrivo in Libia. Ci sono volute poche ore per trovarlo, ho mostrato di avere i soldi e lui mi ha detto che avrei dovuto pagare alla fine del viaggio”.

Ha quindi attraversato l’Uganda come unico passeggero a bordo di un pick-up Toyota.“Ad ogni confine cambiavamo autista e aumentavamo di numero”. Nel Sud-Sudan sono infatti ripartiti in sei, in Sudan si sono aggiunte altre persone e poi si sono diretti verso il deserto del Sahara.

Il viaggio nel deserto è durato otto giorni: erano in 24 e solamente il quarto giorno hanno fatto una vera e propria pausa. “E’ stata molto dura. Faceva caldissimo e solo ogni tanto ci davano un goccio d’acqua da spartirci; a volte ci fermavamo qualche ora a dormire sul ciglio della strada.”

In seguito ad altri cinque giorni di cammino – era ormai maggio – è arrivato in Libia, dove è stato subito portato in una prigione alla periferia di una città non ben specificata. “Mi hanno introdotto insieme a tante e tanti in un corridoio.. Mi hanno detto <<Sei somalo, sono 6000 dollari. Hai i soldi?>> Ho risposto che avevo solo 3000 dollari, ma loro insistevano e io:  <<Non ho 6000 dollari>> e allora mi hanno detto <<Chiedili alla tua famiglia! Abbiamo un uomo di fiducia vicino a loro e potrebbero consegnarci i soldi per salvarti dalle carceri>>. E io ho risposto <<Conosco la mia famiglia, non li hanno. Fai ciò che vuoi, picchiami, uccidimi, ma io né loro abbiamo quei soldi>>. Ci riporta questo discorso agghiacciante con una naturalezza incredibile.

Le condizioni erano durissime e l’acqua davvero poca (“ce ne davano una volta al mattino e una alla sera, perché dicevano che altrimenti pisciavamo troppo e le guardie avrebbero perso tempo a controllarci”). Lì è rimasto per quattro mesi subendo vessazioni continue (“venivano ogni giorno a chiederci i soldi e io ogni giorno gli rispondevo che non li avevo”), finché non è stato rilasciato senza spiegazioni. Ahmed ci spiega che in Libia esistono moltissimi campi per rifugiati controllati dalle diverse milizie armate locali, in base a chi appartiene il controllo territoriale. Lui in un campo di quel tipo ci è rimasto per alcuni mesi, appena uscito dalla prigione. Sicuramente si stava meglio, ma anche qui le guardie minacciavano i rifugiati con le pistole. “C’erano tanta gente, ragazzi, uomini e anche donne incinte o con i bambini piccoli.”

A questo punto ha aspettato che gli dicessero quando partire per attraversare il mare (“<<Tu! Alzati. E’ ora di andare>>. E io, con un fucile puntato addosso, mi sono alzato e sono andato così com’ero.”). Era il mese di novembre.

In circa 200 hanno raggiunto il pontile, per poi aumentare enormemente di numero e arrivare ad essere tra le 600 e le 800 persone. I trafficanti hanno stipato tutti e tre i piani dell’imbarcazione, indicando ai “passeggeri” dove e come sedersi. “Eravamo impacchettati come biscotti in una scatola. Uno perfettamente accanto all’altro, in modo che non ci potessimo muovere. Io ero seduto con le ginocchia tra le braccia. Come biscotti in una scatola.”. Ripete più volte questa metafora, mimando con le mani questo particolare incastro, e ci assicura che sono rimasti tutti nella stessa posizione per più di sei ore. Ahmed era nella zona posteriore della barca, al livello inferiore, in uno dei punti più rischiosi. Racconta dell’inquietudine, delle preghiere sottovoce e dei pianti sommessi. Questo stato di cose è durato fino all’arrivo della squadra di Medici Senza Frontiere, quando sono esplose le grida di gioia, dopo un lungo ed assordante silenzio: “We are safe! We are safe!”. Quando il primo soccorritore è sceso al suo livello, Ahmed ha scoperto dove si trovavano e quale fosse la loro direzione: “Non sapevamo dove fossimo diretti, tantomeno la città. In quel momento ho capito che la meta era l’Italia, e che stavo per arrivare a Trapani”. Il viaggio sulla nave di MSF è durato due giorni e mezzo, durante i quali i migranti hanno ricevuto assistenza medico-legale e supporto psicologico, oltre all’avviso che una volta sbarcati il personale di accoglienza avrebbe inevitabilmente richiesto loro le impronte digitali, in base alla Convenzione di Dublino.

Così è stato: trasferito in una struttura di accoglienza a Trapani, Ahmed ha dato le impronte ed è stato foto-segnalato. Lì è rimasto una sola notte e il giorno seguente è stato portato a Chianciano Terme, nel senese. Ha scoperto di avere la scabbia sulle mani e, dopo essere stato visitato da un medico, gli è stato somministrato un trattamento consistente soprattutto in creme e pomate.

Una volta guarito è stato inserito in una comunità, ma dopo due settimane ha ricominciato il suo viaggio: dopo varie peripezie è arrivato a Ventimiglia. Dice di avere un amico in Francia, non sa precisamente dove perché non sono più in contatto, e spera di ritrovarlo, presto o tardi che sia “Per me arrivare in Francia è importante. Avete sentito del sistema educativo che danno ai ragazzi rifugiati? Me ne hanno parlato molto bene. […] Il lavoro dei miei sogni è fare l’informatico.. o il programmatore.. oppure l’ingegnere informatico, insomma, qualsiasi cosa riguardi la tecnologia!”.

Da quando si trova qui, Ahmed ha cercato di passare la frontiera per ben due volte: è minorenne e sarebbe suo diritto chiedere protezione umanitaria in Francia. Non sono di quest’opinione i poliziotti francesi, che la seconda volta l’hanno rimandato indietro addirittura con un decreto di espulsione infarcito di dati falsi. “Hanno scritto un nome diverso dal mio, io insistevo dicendo loro che non erano quelle le mie generalità ma non hanno voluto sentire ragioni e mi hanno rispedito a Ventimiglia. Uno dei poliziotti mi ha detto che se mi avesse rivisto, che se anche solo ci avessi riprovato, mi avrebbe gonfiato di botte. Un altro invece mi ha suggerito a bassa voce come provare a farcela”. Dorme alla stazione, quando lo incontriamo per la prima volta. Gli lasciamo qualche coperta e il nostro contatto telefonico, con la promessa di risentirci.

Ragazzi migranti dormono in stazione a Ventimiglia. Foto di redazione

 

Il giorno dopo ci vediamo lungo la spiaggia, fa piuttosto caldo per essere dicembre inoltrato.

Parliamo della sua storia, di come è appassionato di informatica e di lingue (infatti ne parla sette in maniera fluida). Mangiamo assieme e scherziamo un po’ lanciando sassolini in acqua. Ahmed è convinto, vuole tentare nuovamente di varcare la frontiera. Scriviamo con lui qualche riga in francese: “Je m’appelle Ahmed. J’ai seize ans et j’ai le droit de demander asile en France”: benché probabilmente inutile, almeno potrà mostrare qualcosa di cartaceo la prossima volta che proveranno a fermare lui e il suo desiderio di attraversare una linea immaginaria.

Decidiamo di farlo restare da noi perché si rimetta in forze, prepariamo un super risotto e ridiamo, cantiamo. Ci rilassiamo un po’ in modo che possa affrontare tranquillo il viaggio che vuole intraprendere il giorno dopo. Gli spieghiamo che la tratta verso Parigi è parecchio rischiosa: con lo sgombero della “Jungle” di Calais migliaia di migranti si sono riversati per le strade della capitale e la repressione è altissima. E’ proprio quella tratta che vuole tentare. “Il poliziotto francese mi ha detto nell’orecchio: Prendi un autobus! ed è quello che farò. Ho un paio di contatti, posso farmi venire a prendere alla stazione”. Acquistiamo quindi un biglietto del pullman, visto che ad Ahmed sono rimasti in tasca solo 20€.

Controlli in frontiera. Foto di redazione

Al momento di partire sembra raggiante con il suo cappellino rosso in testa, lascia in casa tutte le cose che potrebbero appesantirlo durante il viaggio e riparte. Aspettiamo trepidanti che ci faccia sapere qualcosa. Ci chiama alla sera, dopo molte ore, ma purtroppo non si tratta di buone notizie. Anche questa volta non ce l’ha fatta: a Nizza, lungo l’autostrada, c’era un posto di blocco ed è stato scoperto subito. Ha mostrato il foglietto in francese ai poliziotti ma non è stato minimamente considerato e l’hanno rispedito di nuovo a Ventimiglia. Quando ci telefona è alla stazione, e dandogli indicazioni al cellulare riusciamo ad indirizzarlo verso un posto accogliente: anche per questa notte non dormirà all’addiaccio, ma è stanco di aspettare e afferma sicuro:

“Domani ci riprovo!”.

[Al quarto tentativo Ahmed è finalmente riuscito nel suo intento: ora si trova in una città della Francia, dove ha avviato le pratiche per fare richiesta di asilo politico. Ha raggiunto il suo obiettivo, e ora sta cercando di rintracciare il suo amico, mentre stringe nuove relazioni. Di storie simili alla sua ne abbiamo sentite a decine, e tutte hanno in comune ricordi grotteschi, dinamiche coercitive, situazioni rischiose dalle quali allontanarsi il più in fretta possibile. Non possiamo che augurarti il meglio, Ahmed, convinti che condividere con te una piccola parte del viaggio sia stata un’importante occasione di crescita personale e collettiva. Buona strada!]

 

I/le solidali di Progetto20k

Dicembre 2016

 

[1] Sul Progetto20K rimandiamo alle informazioni presenti sulla loro pagina facebook https://www.facebook.com/pg/progetto20k/about/?ref=page_internal e all’intervista ad uno dei suoi fondatori qui: http://www.pequodrivista.com/2017/02/13/progetto-20k-diritto-alla-solidarieta/

[2] http://www.pequodrivista.com/2017/02/09/domani-ci-riprovo-la-storia-di-ahmed/

Da Ventimiglia a Calais: notizie dall’Europa dei confini

 

Pubblichiamo due articoli, tradotti in italiano, dal blog Passeurs d’Hospitalité [1] , in testimonianza dell’attacco ai diritti fondamentali in atto a Calais. Come a Ventimiglia da parte delle istituzioni italiane, nella zona di confine di Calais lo Stato francese adotta misure per impedire l’accesso all’acqua, ai servizi igienici e a qualsiasi forma di supporto ai/alle migranti. Il primo articolo contiene una petizione promossa da un gruppo di abitanti della cittadina sulla Manica, fortemente polemici nei confronti delle posizioni espresse dalla municipalità; il secondo testimonia delle trasformazioni dei dispositivi di “accoglienza” e di controllo delle persone migranti  in Francia.

 

“Noi, abitanti di Calais, non ci riconosciamo in questa retorica del rifiuto”

(dal Blog Passeurs d’Hospitalité, pubblicato lunedì 24 luglio 2017)

A partire dall’autunno 2016, momento dell’evacuazione della più grande bidonville d’Europa, Calais ha assistito al ritorno di centinaia di persone desiderose, per la maggior parte, di andare in Inghilterra. Bambini, donne e uomini che si trovano in una situazione di precarietà estrema. Quotidianamente braccate/i dalle forze dell’ordine, non hanno accesso ai loro diritti.

Il Difensore dei Diritti ne ha preso atto e, il 14 giugno scorso, con un comunicato ha denunciato “attacchi ai diritti fondamentali” delle persone migranti “di una gravità eccezionale ed inedita” nel litorale Nord Pas-de-Calais.

Il 16 giugno, delle persone esiliate e delle associazioni, stanche di non ricevere dallo Stato alcuna risposta ai loro appelli, hanno interpellato il tribunale amministrativo chiedendo di imporre allo Stato stesso di apprestare dei dispositivi che permettano agli/alle esiliati/e di accedere ai diritti fondamentali. Un’udienza, alla quale ha assistito la sindaca di Calais, si è tenuta al TA di Lille il 21 giugno.

Il 26 giugno, il tribunale ha ordinato la messa in opera di dispositivi quali l’accesso a dei punti d’acqua, docce e latrine, a delle unità di strada per le/i minori, e la sospensione delle misure intralcianti il lavoro delle associazioni (violenze poliziesche, controllo dei volontari). La sindaca di Calais, sostenuta dalla maggioranza del consiglio municipale, ha risposto il giorno stesso annunciando che, per lei, le esigenze formulate erano inaccettabili. Il Comune di Calais e la Prefettura, il 6 luglio 2017 hanno presentato un appello al Consiglio di Stato.

Delle/i cittadine/i di Calais hanno deciso di rispondere…

“Siamo abitanti di Calais, siamo indignati/e dalle dichiarazioni della Signora Bouchart, che pretende di parlare a nome di tutti/e gli/le abitanti di Calais. La sua retorica non è intrisa d’altro che disprezzo per l’umano. Noi non ci riconosciamo in questa retorica di separazione e rifiuto.

Mercoledì 21 giugno, anche alcuni/e di noi erano presenti all’udienza del Tribunale amministrativo, per testimoniare dei traumatismi ricorrenti subiti dalle persone in esilio nella nostra città.

Non accettiamo di vedere queste persone, che hanno fuggito la guerra o la misera, in una tale situazione indegna di precarietà e maltrattamento. Abbiamo un cuore e una coscienza. Non accettiamo che dormano per strada, nei boschi. Vogliamo che questa caccia all’Uomo termini. Vogliamo che queste persone possano essere informate dei loro diritti, che chi lo desidera possa essere preso in carico, possa passare legalmente la Manica, allorché questo sia il loro obiettivo, o possa chiedere l’asilo. Vogliamo che l’articolo 13 della dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo e i diritti fondamentali siano rispettati.

Pensiamo agli/alle abitanti che devono, anche loro, subire la violenza delle politiche di non-accoglienza messe in pratica negli ultimi 20 anni, e che obbligano migliaia di persone a sopportare l’insopportabile e gli/le abitanti di Calais a esserne testimoni.

Invocando il traumatismo vissuto dagli/dalle abitanti di Calais e l’economia in difficoltà, Natacha Bouchart punta il dito sui danni che essa stessa ha causato, scegliendo una politica non ospitale.

La causa reale del declino dell’economia e dell’immaginario negativo che condizionano Calais, è la disinformazione: Calais non è in guerra, malgrado quel che la municipalità, il governo e certi media provano a farvi credere.

La Giustizia ha deciso che lo Stato e il Comune debbano mettere in campo misure minime per gli/le esiliati/e presenti nella zona di Calais: dei punti d’acqua, l’accesso alle docce, a dei servizi igienici. Ha chiesto alle autorità di non ostacolare il lavoro delle associazioni. Adesso, la Signora Bouchart afferma che non rispetterà questa decisione, che giudica “inaccettabile”! Che bell’esempio dato ai/alle cittadini/e di Calais e d’altrove!

Quel che è inaccettabile, è la violenza creata da questa frontiera, le barriere e il filo spinato, l’onnipresenza poliziesca.

Pensiamo anche ai morti, troppo numerosi, e agli incidenti, compresi tutti quelli provocati dalla chiusura della frontiera sulla tangenziale autostradale.

La Signora Bouchart lo sa, Calais rappresenta un luogo strategico, data la sua posizione geografica. Calais sarà sempre un punto di passaggio, nessuno può spostarla. Questo significa che le persone che vogliono andare in Inghilterra, con o senza documenti che siano, arriveranno sempre a Calais, ignorarlo è un non-sens.

Chiediamo che il diritto alla libertà di circolazione per tutti e tutte, garantito dall’articolo 13 della dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, sia finalmente applicato.

Vogliamo che il governo e la municipalità trovino delle soluzioni, affinché Calais non sia più un’impasse, per eliminare quelle reti che deturpano la città, per smettere di spendere invano centinaia di milioni di Euro in forze di polizia, barriere, telecamere, riflettori, droni, elicotteri, vigili, reti, per consacrarli, invece, all’accoglienza e alle spese utili alla città di Calais e ai/alle suoi/e cittadini/e.”

 

Verso un’accelerazione dello “smistamento” delle persone

(dal Blog Passeurs d’Hospitalité, pubblicato venerdì 1 settembre 2017)

Il sole è tornato. Asciuga gli indumenti fradici, quelli che non sono stati gettati dalla ruspa municipale mercoledì 31 Agosto, al momento dell’operazione sotto il ponte Mollien. La sera stessa, alcuni esiliati erano già tornati dal luogo dove erano stati condotti: una destinazione a loro sconosciuta, a 2 ore da Calais. Dicono: “non è una città, è un luogo in mezzo al niente”.

In effetti si tratta di un CAES: un Centro d’Accoglienza e Studio delle Situazioni amministrative, alla periferia di Bailleul o di Belval. Questo nuovo dispositivo di Stato costituisce una prima tappa nello “smistamento”degli esiliati con esame accelerato della loro situazione amministrativa. Un soggiorno dalla durata limitata, prima di un trasferimento verso un CAO o un PRAHDA. Lo Stato non è chiaro sui motivi che condizionano l’attribuzione negli uni o negli altri.

Attorno ai CAO esistevano già delle mobilitazioni. Attorno ai PRAHDA si stanno formando numerose inquietudini: dei centri semi-aperti destinati ai dublinati che potrebbero esservi assegnati in residenza con controllo coatto degli spostamenti, facilitando così i rinvii verso altri paesi europei o verso i loro paesi d’origine. [2]

In continuità con il presidente Macron, il Prefetto di Calais ha annunciato venerdì 25 agosto che non ci saranno più esiliati per strada quest’inverno. A settembre, lo Stato sembra pronto a sfoderare qualche sorpresa.

Ci si può quindi aspettare un’accelerazione delle retate e delle procedure di “smistamento”.

E pensare che agli esiliati catturati durante le retate era stata offerta la scelta tra i CAES e il centro di detenzione. L’altro ieri sera, erano almeno una decina ad aver lasciato il dispositivo, per tornare a dormire per strada, senza neanche un sacco a pelo, essendogli stati confiscati dalla polizia.

Sembra chiaro che non sia la prospettiva di depositare una domanda d’asilo in Francia che motiva i nostri viaggiatori, ma piuttosto il fatto di poter prendere una doccia a #Calais. #Douchespourtous #appeldair

[1] https://passeursdhospitalites.wordpress.com/

[2] Per approfondire riguardo ai CAO e ai PRAHDA, diverse forme di centri di transito e accoglienza per persone migranti in Francia, si vedano questi due articoli rispettivamente dal blog Passeurs d’hospitalites e dal sito La Cimade:

https://passeursdhospitalites.wordpress.com/2016/11/26/des-cao-au-prahda/ ; http://www.lacimade.org/dublin-vers-un-durcissement/