Report sull’osservazione della frontiera novembre ’24-gennaio ’25

Riceviamo e pubblichiamo un secondo report di monitoraggio di ciò che accade in frontiera tra Ventimiglia e Mentone. Il periodo di osservazione va da Novembre 2024 a Gennaio 2025. (report originale in inglese)

English Below

REPORT OSSERVAZIONE FRONTIERA NOVEMBRE-GENNAIO

Questa è la seconda parte di una corta cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi di confine e dai agenti della frontiera interna tra Francia e Italia sul mar Mediterraneo. Si tratta di un resoconto incompleto e situato. Fotografa la situazione dal punto di vista di osservatorx bianchx con la cittadinanza europea, tralasciando così gli innumerevoli episodi di violenza vissuti da coloro che stanno lottando e combattendo per la loro libertà di movimento. Si tratta quindi di un quadro molto parziale e limitato della situazione, tralasciando le prospettive cruciali delle persone in movimento (POM_ people on the move, ndr) e delle persone sans-papiers (persone prive di documenti riconosciuti “validi” dagli agenti di frontiera francesi). Anche i numeri dei respingimenti citati sono semplicemente istantanee della situazione alla frontiera.

– non rappresentano il numero di respingimenti che noi osserviamo regolarmente quando monitoriamo il confine, né rappresentano i numeri effettivi dei respingimenti, che stimiamo ancora intorno ai 15-30 al giorno.

18 novembre al confine italo-francese presso Ventimiglia

Un minore viene rilasciato dalla stazione di polizia italiana subito dopo la partenza dell’autobus per Ventimiglia.

Ha con sé i documenti che attestano la sua età ed è stato respinto dalla Francia. Dopo aver trascorso diverse ore in fermo di polizia sia sul versante francese che su quello italiano, decide di tornare a piedi alla stazione di polizia dove aveva appena trascorso ore in cella. 

Ai poliziotti alla frontiera dice di essere minorenne, ha in mano i suoi documenti e dice di essere stato appena respinto dalla Francia e di volerci tornare.  Il poliziotto gli dice: “Va t’en!” (Vai via!) e indica la direzione dell’Italia. 

Giuridicamente i minori hanno il diritto di rimanere nel paese in cui sono entrati.  Questo respingimento è stato illegale per svariati motivi, ma i diritti delle persone in movimento non interessano tanto alla polizia alla frontiera.

Nella stessa notte viene rilasciata dalla stazione di polizia italiana una persona che ha trascorso due giorni in detenzione dal lato francese –  più di dieci volte la durata delle 4 ore consentite dalla legge in Garde A Vue (la “regolare” detenzione francese).

27 novembre

Più i passaggi sicuri attraverso le frontiere per le persone in movimento vengono chiusi e controllati dalla polizia, più i loro tentativi di attraversare i confini diventano pericolosi e rischiosi.

Nella notte apprendiamo da una persona che è stata respinta in Italia che un’altra persona che era stata respinta con lui ha deciso di camminare lungo i binari verso la Francia. Questi binari sono costruiti in aria (cioè scorrono lungo un ponte sospeso sul vuoto, ndr), non c’è quasi spazio per camminare accanto al treno (che passa ogni 30 minuti, un tempo insufficiente per arrivare dall’altra parte).

2 dicembre

Dieci persone vengono rilasciate dalla stazione di polizia italiana dopo essere state respinte dalla Francia alle ore 11:00. Due di loro sono minorenni che sono stati registrati come ventiduenni a Lampedusa. Hanno detto alla alla polizia di avere meno di 18 anni, di voler rimanere in Francia, ma agli agenti non importava.

Nessuno dei dieci rilasciati ha ricevuto documenti che consentano di risalire a ciò che è accaduto o per contestarlo. A nessuno di loro è stata offerta una traduzione nella loro lingua alla stazione di polizia francese (un diritto legale di tutti coloro la cui prima lingua non è il francese). È stato semplicemente chiesto loro il nome e la firma.

5 dicembre

Un poliziotto apre la porta della stazione di polizia di frontiera francese durante la notte per fumare. “Siete voi i più coraggiosi, vero?”, grida a tutti noi, tutto contento e pronto a scherzare.

Più tardi veniamo a sapere che in questa notte a una donna rinchiusa tutta la notte nella cella della polizia è stato negato il diritto di andare in bagno. Aver torturato delle persone nel seminterrato nella stazione di polizia, a quanto pare, ha messo quel poliziotto di buon umore quella notte.

6 dicembre

I respingimenti alla frontiera italo-francese sono sempre violenti e a volte anche assurdi: una persona che accompagnava sua madre all’aeroporto è stata respinta in Italia alla frontiera. A quanto pare in questi giorni il regime di frontiera deve produrre un numero maggiore di respingimenti. Nessuna delle persone “riammesse” in Italia riceve alcuna documentazione di ciò che è successo, quindi questa pratica rimane incontestabile anche a livello legale.

Durante i controlli di polizia sui treni dall’Italia alla Francia, anche alle persone bianche sedute accanto a una persona sottoposta a un controllo basato su profilazione razziale viene chiesto di mostrare il documento. In questo senso, anche la palese profilazione razziale diventa più difficile da contestare a causa del costante perfezionamento delle tattiche violente della polizia. Le ONG stimano che ci siano almeno 20 arresti dovuti a controlli razzisti della polizia ogni giorno al confine.

Queste detenzioni superano regolarmente la durata legale di quattro ore. Ad esempio, in questi giorni di inizio dicembre una persona è stata è stata trattenuta per 14 ore senza ricevere alcuna informazione sui suoi diritti fondamentali.

17 dicembre

Nei giorni di metà mese 6 minori non accompagnati (termine legale) sono stati respinti in Italia in violazione del loro diritto di soggiorno in Francia.

Durante la detenzione dalla polizia francese, a una persona sono state poste molte domande private:  se mangiano carne di maiale, quanto spesso pregano, ecc. Le condizioni di detenzione (due celle nel seminterrato) non permettono una separazione di genere.

La polizia francese scaccia dai luoghi di controllo della frontiera anche coloro che osservano le loro pratiche.

18 dicembre

Segnalazioni di violenza all’interno del container della polizia francese: sono stati spruzzati gas lacrimogeni nella cella.

20 dicembre

Diverse persone, trattenute in una stazione autostradale a qualche chilometro dalla Francia, vengono respinte in Italia.

Erano state portate prima in una stazione di polizia di Nizza, dove hanno dovuto dormire per terra, senza riscaldamento e con una finestra aperta. Al mattino sono state portate alla polizia di frontiera di Mentone e sono state respinte in Italia un giorno e mezzo dopo il loro arresto (anche in questo caso senza alcuna documentazione del loro arresto).

30 dicembre

Una persona che viene rilasciata dalla stazione di polizia italiana dopo essere stata respinta, ha trascorso quasi 24 ore nella stazione di polizia francese poco prima.

7 gennaio

L’anno inizia con una violenta esternalizzazione del confine sulla spiaggia di Ventimiglia: polizia e militari camminano lungo la spiaggia e perseguitano le persone che non hanno un altro posto dove riposare, né un tetto o una casa privata, sedute sulla spiaggia. Controllano e perquisiscono gli effetti personali e tasche delle persone costringendole a mostrare i pochi oggetti che hanno davanti a sé.

La parte della spiaggia di Ventimiglia vicino al fiume è uno degli ultimi spazi dove le persone che non hanno un altro posto dove stare, non si nascondono alla vista nell’ambiente urbano quando vogliono riposare. Ma a quanto pare la spiaggia non è per tutti.

12 gennaio

Il corpo di un giovane ragazzo in viaggio viene ritrovato annegato in mare al confine.

17 gennaio

Le statistiche sui respingimenti alla frontiera franco-italiana tra Mentone e Ventimiglia sono state pubblicate dalle autorità per il 2024: 15.000 respingimenti a Mentone. Nel 2023 erano stati 38.000. Purtroppo questi numeri non significano che un maggior numero di persone riesca ad attraversare la frontiera senza esser intercettata dalla polizia, ma che meno persone sono in grado di provarci. La fortezza Europa rafforza le sue mura esterne mentre ogni anno sempre più persone sono costrette a fuggire da dove si trovano per salvarsi la vita.

This second part of a small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterannean Sea is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of white observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents). Also the numbers of push backs cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border. They do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularily monitoring at the border, nor do they represent factual numbers of pushbacks which we still estimate at round 15-30 per day.

18th November at the french-italian border near Ventimiglia

A minor gets released from the italian police station just after the bus to Ventimiglia has left in the evening. He has papers stating his age with him and has been pushed back from France. After having spend several hours in police detention on the french and on the italian side he decides to walk back to the police station where he had just spent hours in the cell. He tells the policemen at the border that he is a minor, holds his papers and says that he has just been pushed back from France and wants to return there. The policeman tells him: „Va t‘en!“ (Go away!) and points in the direction of Italy. Juridically minors have the right to stay in the country that they have entered. This pushback was illegal in a double sense – but the rights of people are not of interest to the police at the border.

In the same night a person gets released from the italian police station who has spend two days in french police detention – more than ten times the duration of the legally allowed 4 hours in GARDE A VUE (the “regular” french custody).

27th November

The more safe passages across borders for people on the move are closed and controlled by police, the more lifethreatening and desperate their attempts to do so become:

In the night we learn from a person who was pushed back to Italy that another person who was pushed back with him decided to walk along the railtracks towards France. These railtracks are constructed up in the air, there is almost no space to walk next to the train (that passes every 30 minutes, not enough time to have already reached the other side).

2nd December

Ten people get released from the italian police station after having been pushed back from France at 11:00 am. Two of them are minors who have been registered as 22year olds in Lampedusa. They have been telling the police that they are under 18, that they wanted to stay in France, but the officers did not care.

Nobody of the ten people who got released has received any documents to be able to retrace what has just happened to them or to contradict it. None of them had been offered a translation into their language at the french police station (also a legal right of everybody whose first language is not french). They have simply been asked for their names and signatures.

5th December

A policeman opens the door of the french border police station at night to smoke. “You are the very courageous ones, aren‘t you?!” he shouts to us all self-contented and up for a joke. Later we learn that in this very night a women who was locked all night in the police cell was denied the right to go to the toilet. Having tortured people in the basement of his police station apparently had put that policeman in a good mood on that night.

6th December

The pushbacks at the french-italian border are all the time violent and sometime even absurd: a person accompanying his mother to the airport was pushed back to Italy from the border. Apparently in these days the border regime need to produce higher numbers of pushbacks. None of the people “readmitted” to Italy receives any documentation of what has happened to them so this practice remains uncontestable for them at a legal level, too.

In the racist police controls on the trains from Italy to France the white people sitting next to a person racially profiled by the border police are asked to show their documents, too these days. Even the very blatant racial profiling becomes more difficult to contest due to the constant refinement of violent police tactics. NGOs estimate that there are at least 20 arrests due to racist police controls daily at this border.

Regularily these detentions exceed the legal time frame of four hours. For example, in these days in the beginning of December a person has been detained 14 hours without receiving any information about their rights.

17th  December

In the days in the middle of this month 6 unaccompanied minors (a legal term) have been pushed back to Italy in violation of their right to stay in France.

In french police detention a person has been asked many private questions: If they ate pork, how often they pray, etc. The conditions of detention (two cells in the basement) do not allow for a separation along different genders.

The french police also chases those away from the places of border controls who observe their practices.

18th December

Reports of violence inside the police container on the french side: tear gas had been sprayed into the cell.

20th December

Several people get pushed back to Italy who have been detained at a highway station some kilometres into France. They had been brought first to a police station in Nice where they had to sleep on the floor with no heating and an open window. In the morning they were brought to the border police in Menton and were pushed back to Italy one and a half days after their arrest (also without any documentation of their arrest).

30th December

A person who is released from the italian police station after having been pushed back there has spent almost 24 hours in the french police station just before.

7rd January

The year starts with a violent externalisation of the border to the beach of Ventimiglia: police and military walk along the beach and harrass the people who have no other place to rest, no roof or private house, sitting on the beach. They control and search the belongings and pockets of people forcing them to display the few objects they have in front of them. The part of the beach of Ventimiglia next to the river is one of the last spaces where people who have no other place to stay do not hide from view in the urban environment when they want to take a rest. But apparently the beach is not for everyone.

12th January

The body of a drowned young person on the move is found in the sea at the border.

17th January

The statistics of pushbacks on the french-italian border between Menton and Ventimiglia are published by the authorities for 2024: 15.000 pushback in Menton. In 2023 it was 38.000. Sadly these numbers do not mean that more people make it across the border without violent police contact but that less people are capable to try for it. Fortress Europe reinforces its outer walls while every year more and more people have to flee from where they are in order to save their lifes.

Commemor’action: le frontiere uccidono

onoriamo le persone morte, lottiamo con le persone vive

Riceviamo e pubblichiamo il testo del comunicato letto a Ventimiglia il 6 febbrio 2025 in occasione della mobilitazione per la chiamata internazionale Commemor’Action, presso il memoriale per le persone uccise dal confine. A seguire, testo in francese. Per ulteriori informaioni sulla Commemor’Action: pag 51 del report Resistere al Confine e in questo articolo.

Il 6 febbraio 2025, a Ponte San Ludovico, tra la Francia e l’Italia, ci siamo ritrovatə per prenderci cura del memoriale dedicato alle persone vittime della frontiera, delle politiche migratorie europee e del razzismo sul nostro territorio. Abbiamo inserito questo momento nell’ambito del movimento internazionale Commemor’action, nato dall’impegno dei familiari delle persone scomparse o decedute in migrazione, per riunirsi nel lutto ma anche per rivendicare giustizia e libertà di circolazione.

Insieme, abbiamo reso omaggio alle persone che hanno perso la vita a causa della violenza della frontiera che attraversa il nostro territorio.

Da 10 anni, questa frontiera è chiusa alle persone che non hanno i giusti documenti. Da 10 anni, pratiche illegali e razziste si svolgono quotidianamente.

Questo confine ha già ucciso in passato. Tuttavia, i decessi sono aumentati drammaticamente a causa dell’intensificazione dei rischi nel tentativo di attraversarla e del deterioramento delle condizioni di vita delle persone ostacolate dalle politiche migratorie europee.

Infatti, la violenza del confine non risiede solo nei sistemi di controllo lungo il suo tracciato geografico, ma anche nel modo in cui vengono trattate le persone in migrazione su tutto il territorio. Per questo motivo, abbiamo deciso di includere nel nostro lavoro di memoria non solo le persone decedute tentando di attraversare la frontiera, ma anche quelle che hanno perso la vita a causa di incidenti, conflitti o problemi di salute legati alle condizioni di vita indegne a cui sono state costrette.

Non dimentichiamo come questa terribile violenza si incarni nei luoghi di privazione della libertà. Quest’anno, la nostra commemorazione ha avuto l’onore di svolgersi alla presenza delle famiglie di Moussa Balde e Ousmane Sylla, entrambi deceduti nei centri di permanenza per il rimpatrio italiani.

Constatiamo che l’Europa si sta dirigendo verso un orizzonte pericoloso.

Constatiamo l’ingiustizia subita dalle persone in migrazione da decenni.

Constatiamo il disprezzo degli stati europei nei confronti delle famiglie delle vittime.

Ma vediamo anche la forza delle persone sopravvissute, la dignità delle famiglie, l’amore di coloro che le sostengono.

Vediamo la diversità e la molteplicità delle lotte.

Vediamo che siamo qui anche oggi e che non ci arrenderemo.

Il regime delle frontiere schiaccia la speranza. Non lasciamo né la vita né la morte nelle sue mani.

Appropriamoci della morte e mettiamoci dentro tutta la potenza della nostra tenerezza, per trovare insieme il coraggio di continuare a lottare con le persone vive.

Uniamo le nostre forze insieme a tutte le persone che lottano affinché le frontiere smettano di uccidere, mutilare, traumatizzare e far sparire esseri umani che esercitano la loro libertà di circolazione.

Uniamo i nostri pensieri insieme a tutte le persone che sostengono le famiglie delle vittime nella loro lotta per la verità, la giustizia e la riparazione.

Uniamo i nostri cuori insieme a tutte le persone che desiderano che le persone morte e disperse non cadano nell’oblio. Che siano riconosciute e onorate.

Abbiamo compilato un elenco dei decessi legati a questa frontiera tra Ventimiglia e Mentone. Ci sono 49 persone, tra le quali 28 hanno perso la vita nel tentative di passare il confine e 21 in altre circonstanze legate alle condizioni di vità sur territorio.

Questo elenco presenta lo stato attuale delle nostre conoscenze riguardo ai decessi legati alle conseguenze fisiche e psicologiche della chiusura del confine, delle politiche migratorie europee e del razzismo su questo territorio.

È stata realizzata incrociando informazioni provenienti da diverse fonti: abitanti, abitante, attivist’, persone in migrazione, lavoratori sociali, ricercatrici, stampa, municipalità, banche dati ufficiali…

Non avendo accesso alle fonti poliziesche e giudiziarie, non abbiamo sempre la certezza dei mezzi che hanno portato a stabilire i nomi. Supponiamo che provengano da dati che le persone hanno dovuto dichiarare alle autorità nel contesto del sistema di controllo delle frontiere, lo stesso che ha portato alla loro morte. Pertanto, nei casi in cui non ci sia una conferma da parte dei familiari, non consideriamo l’identificazione di queste persone con assoluta certezza. Tuttavia, pubblichiamo queste informazioni che possono essere un punto di partenza per ritrovare le famiglie.

D’altra parte, in questo memoriale non sono menzionate le numerose persone gravemente ferite, ma non dimentichiamo che le frontiere traumatizzano i corpi e le menti, oltre a uccidere.

Dobbiamo anche considerare che con molta probabilità non siamo a conoscenza di tutte le morti legate alla violenza di questo confine. Ma insieme, continueremo a lavorarci per iscrivere la loro esistenza nella nostra memoria.

Se desiderate maggiori informazioni o se ne avete, non esitate a contattare l’indirizzo email borderkills@riseup.net. Grazie.

Onoriamo le persone morte, lottiamo con le persone vive.


Article en langue française

Le 6 février 2025, à Pont Saint Ludovic entre la France et l’Italie, nous nous sommes retrouvé.es pour prendre soin du mémorial dédié aux personnes victimes de la frontière, des politiques migratoires européennes et du racisme sur notre territoire. Nous avons inscrit ce moment dans le cadre du mouvement international de Commemor’action né de l’engagement des proches de personnes disparues ou décédées en migration afin de se réunir dans le deuil mais aussi dans une revendication de justice et de liberté de circulation.

Ensemble, nous avons rendu hommage aux personnes qui ont perdu la vie à cause de la violence de la frontière qui traverse notre territoire.

Depuis 10 ans, cette frontière est fermée aux personnes qui n’ont pas les bons papiers. Depuis 10 ans, des pratiques illégales et racistes s’y jouent quotidiennement.

Cette frontière a tué avant. Mais les décès ont dramatiquement augmenté à cause de l’intensification des risques pour la traverser ainsi que de la dégradation des conditions de vie des personnes entravées par les politiques migratoires européennes.

En effet, la violence de la frontière ne tient pas seulement aux dispositifs de contrôles placés sur son tracé géographique mais aussi à la manière dont sont traitées les personnes en migration sur tout le territoire. C’est pourquoi nous avons décidé d’inclure dans notre travail de mémoire non seulement les personnes décédées en tentant de traverser mais aussi celles ayant perdu la vie à cause d’accidents, de conflits ou de problèmes de santé liés aux conditions de vie indignes auxquelles elles ont été contraintes.

N’oublions pas l’incarnation terrible de cette violence dans les lieux de privation de liberté. Cette année, notre commémoration a eu l’honneur de se tenir en présence des familles de Moussa Balde et d’Ousmane Sylla, qui ont tous les deux perdu la vie dans des centres de rétention en Italie.

Nous constatons que l’Europe se dirige vers un horizon dangereux.

Nous constatons l’injustice faite aux personnes migrantes depuis des décennies.

Nous constatons le mépris des états européens envers les familles des victimes.

Mais nous voyons également la force des personnes survivantes, la dignité des familles, l’amour de celles et ceux qui les soutiennent.

Nous voyons la diversité et la multiplicité des luttes.

Nous voyons que nous sommes là aujourd’hui et que nous ne nous rendrons pas.

Le régime des frontières écrase l’espoir. Ne laissons ni la vie ni la mort entre ses mains.

Saisissons nous de la mort et mettons-y toute la puissance de notre tendresse pour trouver ensemble le courage de continuer à lutter avec les personnes vivantes.

Unissons nos forces à toutes les personnes qui se battent pour que les frontières cessent de tuer, de mutiler, de traumatiser et de faire disparaître des êtres humains exerçant leur liberté de circulation.

Unissons nos pensées à toutes les personnes qui soutiennent les familles des victimes dans leur combat pour la vérité, la justice et la réparation.

Unissons nos cœurs à toutes les personnes qui désirent que les mort.es et les disparu.es ne tombent pas dans l’oubli. Qu’ils et elles soient reconnu.es et honoré.es.

Nous avons établi une liste des décès liés à cette frontière entre Vintimille et Menton. S’y trouvent 49 personnes, parmi lesquelles 28 ont perdu la vie en tentant de passer la frontière e 21 à cause des conditions de vie sur le territoire.

Cette liste présente l’état actuel de nos connaissances concernant les décès liés aux conséquences physiques et psychiques de la fermeture de la frontière, des politiques migratoires européennes et du racisme sur ce territoire.

Elle a été réalisée par le recoupement d’informations provenant de diverses sources : des habitant.es, des activistes, des personnes en migration, des travailleurs et travailleuses sociales, des chercheureuses, des journaux locaux, des municipalités, des bases de données officielles…

N’ayant pas accès aux sources policières et judiciaires, nous ne savons pas toujours par quels moyens certains noms ont été établis. Nous supposons qu’ils viennent de données que les personnes ont dû déclarer aux autorités dans le cadre du dispositif de contrôle des frontières, celui-là même qui a mené à leur décès. Ainsi, tant qu’il n’y a pas eu de confirmation par des proches, nous ne considérons pas que les personnes sont identifiées avec certitude. Cependant, nous publions ces informations qui peuvent être un point de départ pour retrouver les familles.

D’autre part, n’y sont pas mentionnées les nombreuses personnes gravement blessées mais nous n’oublions pas que les frontières traumatisent les corps et les esprits, en plus de tuer.

Il faut également considérer que nous ne sommes certainement pas au courant de toutes les morts liées à la violence de cette frontière. Mais ensemble, nous continuerons d’y travailler pour inscrire leur existence dans nos mémoires.

Honorons les mort.es, luttons avec les vivant.es

Per Moussa e Ousmane, contro tutti i CPR

Moussa Balde, 22 anni, nasce nel 1998 in Guinea. Nel maggio 2021 muore in isolamento nel centro per rimpatri di Torino. Due settimane prima aveva subito un linciaggio ad opera di tre uomini italiani nelle strade di Ventimiglia, ricevendo in cambio un decreto di espulsione dall’Italia.

Ousmane Sylla, 21 anni, nasce nel 2002 in Guinea, nel 2024 muore rinchiuso nel centro per rimpatri di Roma. Due mesi prima aveva denunciato maltrattamenti e violenze nella casa famiglia presso cui era in accoglienza a Cassino, ricevendo in risposta un decreto di espulsione dall’Italia.

Ormai in tantx conoscono la storia dei due ragazzi guineani. Ma ripercorrere i loro ultimi mesi di vita in Italia ci aiuta a capire meglio dove siano collocate le colpe di queste due morti e dove indirizzare una lotta che chieda non solo verità e Giustizia per loro (non la giustizia dello stato che ha buttato Moussa in isolamento anzichè proteggerlo come testimone del suo stesso pestaggio. O quella che ha portato Ousmane dritto in un cpr anziché offrirgli sostegno per aver denunciato abusi e corruzione nel sistema dell’accoglienza) ma soprattutto che promuova lo smantellamento e la distruzione di tutti i CPR con ogni mezzo possibile e necessario. Da dentro, da fuori, da ovunque si riescano ad attaccare questi lagher.

La riapertura delle frontiere, la fine delle politiche criminali con cui la “fortezza europa” gestisce i confini e porta la gente a morire continuamente, non devono essere considerate utopie. Ma battaglie concrete che portino passo dopo passo a rimettere la solidarietà prima dello sfruttamento e le vite delle persone sopra al denaro. Chiedere il conto di queste morti, indicarne i responsabili e attaccare i dispositivi di annientamento di altri esseri umani è un percorso reale che possiamo e dobbiamo portare avanti.

Per queste ragioni le famiglie Sylla e Balde sono arrivate a Roma a inizio febbraio. La sorella e il fratello di Ousmane e la madre, il fratello e la sorella di Moussa sono qui per ripetere che non si arrenderanno ai soprusi che gli hanno ammazzato i figli. Con grande forza e determinazione hanno deciso non solo di venire a seguire nei tribunali i percorsi giuridici legati alla morte dei loro parenti, ma anche di assumersi un intenso viaggio che toccherà più città attraverso l’Italia per incontrare chiunque voglia ascoltare la loro testimonianza e proseguire una lotta contro confini e cpr.

Quando Moussa perse la vita a Torino, Thierno Balde, già in Italia per il processo contro i tre miserabili che hanno massacrato suo fratello in mezzo alla strada a Ventimiglia, disse: sono qui perchè non debba mai più succedere a nessuno quello che è successo a Moussa.

E invece è successo di nuovo.

Dobbiamo unire ancora più voci e ancora più mani per sostenere le voci e le mani di chi paga questo sistema sulla propria pelle.

Mettere in gioco i nostri privilegi e sfidare il progressivo aumento di leggi e decreti che colpiscono chiunque combatta le ingiustizie, le frontiere, le carceri, i centri di espulsione per migranti è una scelta che non può essere rimandata.

Ousmane e Moussa non sono dati virtuali nella narrazione mediatica. Sono corpi reali finiti in una bara e sogni annichiliti a vent’anni che lasciano affetti straziati e vite interrotte. Sono cappi alle sbarre per uscire da una prigionia di cui non vedevano la fine che interrogano le nostre coscienze.

Abbiamo già fatto tanto, tutte e tutti assieme, unendo gli sforzi e le energie per permettere alle famiglie di affrontare le spese dei visti, del viaggio tra Guinea e Senegal dove si trova l’ambasciata italiana, della permanenza a Dakar in attesa della partenza, dei voli per arrivare in Italia e tornare a Conakry, i costi di vitto e alloggio per l’intero mese di permanenza in Italia e tutte le spese di spostamento tra le tante città e realtà pronte ad accoglierle.

Ma la sfida non finisce sostenendo questo importante viaggio e ascoltando le parole dei familiari di Ousmane e Moussa.

Piuttosto, da qui si deve ricominciare. Dalla minaccia del nuovo decreto “sicurezza” in attesa di approvazione, dalla promessa di aprire un cpr in ogni regione (nella regione da cui scriviamo, a un’ora di distanza da Ventimiglia sono iniziati lavori di ristrutturazione nell’ex caserma Camandone di Diano Castello, dove si minaccia da un anno l’apertura di un cpr), dall’ostinazione di portare avanti centri di reclusione e tortura in territori extraeuroopei, dall’ennesimo ragazzo trovato morto a gennaio alla frontiera di Ventimiglia, caduto in mare mentre cercava di passare il confine dagli scogli dei Balzi Rossi.

Allungate voi che leggete la lista di ciò che non si può ulteriormente sopportare:

c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ci vediamo al tribunale di Torino il 12 Febbraio ore 9 per l’inizio del processo per omicidio colposo contro ex medico ed ex direttrice del cpr torinese, dipendenti privati dell’azienda multinazionale francese Gepsa.

Non confondiamoci: i colpevoli sono tanti, tanti di più.

Ma quelli che rappresentano lo stato sono abili a non rendere mai conto del sangue sulle loro mani.

Una seconda indagine parallela a quella per l’omicidio colposo di Moussa Balde, scaturite entrambe in seguito alla sua morte, ha infatti portato a un’accusa per sequestro di persona contro il personale del cpr ma soprattutto contro poliziotti e dirigenti dell’ufficio immigrazione di Torino, responsabili della vigilanza nel centro di espulsione. Il reato contestato era l’uso continuativo della sezione di isolamento denominata “ospedaletto”, in cui è morto Moussa e altri prima di lui, per aver segregato in quelle gabbie 14 persone per la durata di settimane e mesi nel biennio 2020/2021.

A Novembre 2024, la giudice ha deciso per l’archiviazione di tutte le accuse.

Non perchè effettivamente questi personaggi non abbiano commesso illeciti e abusi, infierendo sui corpi e sulla salute mentale di persone che già si trovavano recluse solo per non avere i giusti documenti. Ma perchè

uno: siccome nel cpr di Torino si era sempre fatto così anche negli anni precedenti, gli imputati in questione non potevano sapere, secondo il tribunale, che stavano compiendo un sequestro di persona.

due: siccome un cpr è terra di nessuno senza leggi o regolamenti (a differenza del carcere), a livello giuridico non si può neanche dire che lì dentro si stessero effettivamente violando delle norme, visto che la detenzione amministrativa è un non luogo dove palesemente tutto è permesso.

Non importa cosa dicono i tribunali: sappiamo benissimo che le morti di Moussa e Ousmane sono due omicidi di stato, visto che prima di morire sono passati tra accoglienze e ospedali, prefetture e questure, polizie e vigilanti, magistrati che hanno firmato decreti di espulsione e medici che ne hanno firmato l’idoneità alla reclusione.

L’appuntamento al tribunale di Torino il 12 è solo uno dei tanti passi che ci aspettano nel cammino di questa lotta: teniamoci aggiornatx. Teniamoci prontx.

Dal confine: aggiornamento da Ventimiglia ottobre-novembre 2024

Riceviamo e pubblichiamo. (eng below)


Questa breve cronologia delle molteplici violenze prodotte dai meccanismi e dagli agenti del confine intraeuropeo tra Francia e Italia sul Mar Mediterraneo è un resoconto incompleto e circoscritto.

Rappresenta la situazione dal punto di vista di persone osservatrici bianche con cittadinanza europea e quindi esclude innumerevoli altri incidenti violenti vissuti da coloro che lottano e combattono per la propria libertà di movimento. È perciò un quadro molto parziale e limitato, che tralascia le cruciali prospettive delle persone in movimento (POM) (in inglese: pople on the move, n.d.r.) e dei sans-papiers (persone senza documenti riconosciuti come “validi” dagli agenti di frontiera francesi).

Inoltre, i numeri di respingimenti qui registrati sono semplicemente istantanee momentanee della situazione al confine: non rappresentano né i numeri di respingimenti che osserviamo quando monitoriamo regolarmente al confine, né rappresentano numeri effettivi di respingimenti che stimiamo ancora essere intorno ai 15-30 al giorno.

Settembre 2024 al confine franco-italiano vicino a Ventimiglia

In questo mese sono state soprattutto le famiglie in fuga dalla guerra a tentare di attraversare questo confine

10 ottobre

Il campo informale sotto il ponte, rimasto l’ultimo spazio visibile di incontro delle POM e persone senza documenti regolari a Ventimiglia, viene sgomberato dalla polizia, dai militari e dalla DIGOS (divisione investigazioni generali e operazioni speciali della polizia). Nella stampa locale l’operazione è raffigurata come accompagnata da “mediatori culturali” della polizia, ma non è stato così.

11-15 ottobre

La polizia e i militari italiani, che sono ancora presenti nel punto sgomberato sotto al ponte per impedire alle persone di tornare nell’unico luogo di rifugio che avevano a Ventimiglia, non autorizzano i volontari della ONG NoNameKitchen a offrire docce alle persone che vivevano sotto il ponte

18 ottobre

Il primo ministro francese Michel Barnier e il ministro dell’Interno francese Bruno Retailleau incontrano i ministri Piantedosi e Tajani del governo Meloni al confine tra Ventimiglia e Mentone. Il loro obiettivo è quello di sostenere pubblicamente un rafforzamento dei controlli alle frontiere (come con una nuova legge sull’immigrazione) incontrando la polizia di frontiera per garantire il supporto del Rassemblement National (l’estrema destra francese). L’evento viene dichiarato come un “incontro di lavoro” per la cooperazione franco-italiana contro l’immigrazione “irregolare”. Circa 30 persone stanno protestando alla frontiera contro questa narrazione. Tre di loro vengono fermate in seguito dalla polizia italiana a Latte. Durante l’evento vengono messi in uso sei nuovi droni appena acquisiti dal governo francese per il controllo delle frontiere.

22 ottobre

La polizia e l’esercito francesi stanno lavorando a stretto contatto: a Sospel i poliziotti scendono dalla jeep militare, uno dei veicoli color sabbia usati per dare la caccia alle persone in montagna.

23 ottobre

A Ventimiglia tra la strada e il ponte (via Tenda) c’è uno spazio vuoto dal soffitto basso sotto alla prima parte del cavalcavia, dove le persone che non hanno altre possibilità si nascondono da anni per dormire. Ora anche quest’ultimo rifugio asciutto è stato sgomberato dalla polizia. Annunciano che il loro piano è quello di costruire un altro inutile muro per impedire alle persone di avere un posto coperto per dormire.

24 ottobre

Alla stazione ferroviaria di Breil sur Roya (città di confine francese) polizia e militari si dispongono in cerchio per accogliere l’arrivo dell’autobus che attraversa il confine con l’Italia, che controllano regolarmente.

25 ottobre

Sette persone sono state respinte oggi dalla Francia all’Italia tra le 15:00 e le 17:00. Tre di loro erano su un autobus che era stato fermato al confine, una persona lavora in Francia da diversi anni, un’altra persona è stata fatta scendere dal treno proveniente da Ventimiglia a Menton-Garavan (la prima stazione ferroviaria sul lato francese). La persona sul treno aveva un permesso di soggiorno e un passaporto valido, ma è stata comunque detenuta nella stazione di polizia francese per più di quattro ore. Ha detto alla polizia francese di essere diabetica e di aver bisogno di mangiare, ma non ha ricevuto cibo.

6 novembre

Sei persone sono state respinte dalla Francia all’Italia nel pomeriggio. Nessuna di loro ha ricevuto una traduzione che le informasse sulla loro situazione e sui motivi della detenzione presso la stazione di polizia francese. Non hanno ricevuto alcun documento che indicasse i motivi del loro arresto né una documentazione sulla procedura. Le uniche domande che sono state poste loro dalla polizia francese sono state: “Nome? Cognome? Firma!” (rispetto ad un documento che dichiarava che non avevano obiezioni da fare alla procedura a cui erano state sottoposte). Tre delle persone erano già a Nizza, le altre tre sono state fermate nella città di Mentone.

8 novembre

Sette persone vengono respinte in Italia dalla Francia nel pomeriggio. Quattro di loro vengono rilasciate dalla polizia italiana alle 11:00. Erano state arrestate dalla polizia francese nel tardo pomeriggio del giorno prima. Una persona ci racconta che la polizia francese ha minacciato di picchiarla se avesse continuato a fare domande sulla procedura di detenzione.

12 novembre

Le famiglie con bambini piccoli vengono ancora respinte dalla Francia all’Italia.

Inoltre, il foglio esposto nell’area esterna della stazione di polizia italiana al confine che mostrava il conteggio delle persone respinte dal lato francese è scomparso dopo la visita dei ministri francesi. Inoltre, è stata osservata una procedura di profilazione razziale (da parte della polizia italiana, n.d.r) sul treno a Bordighera (direzione Ventimiglia).

13 novembre

Nel pomeriggio sul lato italiano del territorio è stata rilasciata una persona che aveva ottenuto un OQTF (obbligo di lasciare il territorio francese) ed era stata deportata in Turchia. Quando stava cercando di tornare in Francia è stata arrestata al casello autostradale con due amici in macchina e hanno trascorso tutti la notte in prigione. La polizia francese ha preso il permesso di soggiorno scaduto della persona precedentemente respinta e l’ha respinta in Italia senza alcun documento. Quando è stata arrestata dalla polizia francese, la persona ha dichiarato di avere con sé la dichiarazione dei redditi francese e il numero di assicurazione in Francia e voleva mostrarli alla polizia francese, ma gli ufficiali le hanno detto che “non gli importava”. La persona è stata imprigionata per una notte e mezza giornata nella stazione di polizia di frontiera francese e solo allora è stata respinta in Italia.

16 novembre

La gendarmeria francese controlla l’ultimo autobus proveniente da Mentone via Ventimiglia diretto a Breil sur Roya e arresta almeno due persone.


This small chronology of the multiple violences produced by the border mechanisms and its agents of the inner-european border between France and Italy at the Mediterannean Sea is an incomplete and situated account. It pictures the situation from the perspective of white observers with european citizenships and thus leaves out innumerable violent incidents experienced by those who are struggling and fighting for their freedom of movement. It is thus a very partial and limited picture of the situation leaving out the crucial perspectives of people on the move (POM) and sans-papiers (people without documents recognised as “valid” by french border agents). Also the numbers of push backs cited here are simply momentary snapshots of the situation at the border – they do neither represent the numbers of pushbacks that we observe when regularily monitoring at the border, nor do they represent factual numbers of pushbacks which we still estimate at round 15-30 per day.

September 2024 on the french-italian border near Ventimiglia

this month it was mostly families fleeing from war who attempt to cross the border here

10th October

The camp under the bridge, the last visible meeting point of POM and people without regularised papers in Ventimiglia is evicted by police, military and DIGOS (special operation division of the police). In the local press the operation is pictured as accompanied by “cultural mediators” of the police – this was not the case.

11th – 15th October

Volunteers of the NGO NoNameKitchen are not allowed to offer showers to the people who used to live under the bridge by police and military who are still present at the evicted spot under the bridge in order to detain people from returning to the only place of retreat that they had in Ventimiglia.

18th October

The french Prime Minister Michel Barnier and the Minister of the Interior Bruno Retailleau meet the ministers of the Meloni government at the border between Ventimiglia and Menton. Their aim is to publicly argue for a strengthening of border controls (a.i. a new immigration law) in meeting with the border police to ensure the support of the RN (french extrem right wing). The event is declared to be a “work meeting” on french-italian cooperation against “irregular” migration. About 30 people are protesting against this narrative at the border. Three of them get detained by police in Latte afterwards. During the event six new drones freshly acquired by the french government for border control are in use.

22nd October

French police and military are closely working together: in Sospel policemen get out of the military jeep – it is one of those sand coloured vehicles used to hunt people in the mountains.

23rd October

In Ventimiglia (Via Tenda) there is a low empty space between the street and the beginning bridge where people who have no other possibility hide since years for sleeping. Now even this last dry hiding place is evicted by police. They announce that their plan is to build another useless wall to prevent people from having a covered sleeping spot.

24th October

At the train station in Breil sur Roya (a french border town) police and military form a circle before the arrival of the bus that crosses the border to Italy that they regularly control.

25th October

Seven people have been pushed back today from France to Italy between 15:00 and 17:00. Three of them have been in a bus that was stopped at the border, one person has been working in France since several years, one other person has been taken out of the train coming from Ventimiglia in Menton-Garavan (the first train station on the french side). The person on the train had a permesso di soggiorno and a valid Passport, still he had been under arrest in the french police station for more than four hours. He told the french police that he is diabetic and needed to eat but did not receive any food.

6th November

Six people are pushed back from France to Italy in the afternoon. None of them received a translation informing them about their situation and the reasons for the detainment at the french police station. Neither did they receive any document stating the reasons for their arrest nor a documentation of the process. The only questions they were asked by french police were: “Nom? Prenom? Signature!” (of a document stating that they had no objections to make to the process they were subjected to). Three of the people were already in Nice, the other three were arrested in the city of Menton.

8th November

Seven people are pushed back to Italy from France in the afternoon. Four of them are released by the italian police at 11:00 am. They had been arrested by french police in the early evening of the day before. One person is telling us that the french police threatened to beat him if he continued to ask questions about the procedure of detainment.

12th November

Families with small children are still being pushed back from France to Italy.

Also: the paper in the outside area of the italian police station at the border displaying the count of pushed back people from the french side disappeared after the visit of the french ministers.

Also: racial profiling on the train in Bordighera (direction to Ventimiglia) was observed.

13th November

In the afternoon a person is released on the italian side of the territory who got an OQTF (obligation to leave the french territory) and had been deported to Turkey. When he was trying to come back to France he was arrested at the toll station on the motorway with two friends in a car and they all spend the night in jail. The french police took the expired residence permit of the previously pushed back person and pushed him back to Italy with no documents at all. When being in arrest by the french police the person declared to have his french tax declaration and insurance number with him and wanted to show it to the french police but the officers told him that they “do not care”. They person was imprisoned for one night and half a day in the french border police station and only then pushed back to Italy.

16th November

Gendarmerie control the last bus coming from Menton via Ventimilia to Breil sur Roya and detain at least two people.

Aggiornamenti sul processo per la morte di Moussa Balde

Condividiamo tre contributi rispetto alla situazione processuale per la morte di Moussa Balde, avvenuta nel cpr di Torino nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021, in cui l’ex direttrice e l’ex medico del cpr risultano imputati per omicidio colposo.

Il primo contributo è un documento audio, andato in onda alcuni mesi fa su alcune radio indipendenti, in cui si riassume la storia di Moussa e delle ingiustizie che ha subito fino a restarne ucciso. Il secondo si tratta di una chiamata per raccogliere i fondi necessari per le spese di viaggio per permettere alla famiglia Balde di essere presente alla prima udienza del processo a Torino, il 12 febbraio 2025. Il terzo testo è una lettera della sorella di Moussa, Aissatou Balde.

Per un quadro più completo delle vicende che hanno portato il giovane guineano a togliersi la vita, prima picchiato a Ventimiglia e poi rinchiuso nel cpr torinese, rimandiamo ai precedenti articoli pubblicati su questo sito:

https://parolesulconfine.com/nessun-perdono-perche-sanno-quello-che-fanno_-per-moussa-balde-contro-i-cpr/

https://parolesulconfine.com/contro-il-razzismo-e-i-cpr-per-moussa-balde/

https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-morto-di-razzismo/

https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-la-sua-famiglia-non-sono-soli/

Contributo audio sulla vicenda di Moussa:

Podcast sull’affare Moussa Balde

Testo pubblicato sulla piattaforma Papayoux_solidaritè per una campagna di crowdfunding a sostegno della famiglia Balde:

AIUTIAMO LA FAMIGLIA BALDE A PARTECIPARE AL PROCESSO DEL 12.02 E AD UNIRSI ALLA LOTTA CONTRO I CPR

Stiamo raccogliendo fondi per permettere alla sorella, al fratello e alla madre di Moussa Balde di essere presenti alla prima udienza del processo per omicidio colposo contro due dipendenti del centro per rimpatri di Torino in cui Moussa ha trovato la morte. L’udienza si terrà a Torino il 12 febbraio. 
I familiari sono rappresentati dai legali Gianluca Vitale e Laura Martinelli. 
I fondi servono per pagare le spese di viaggio dalla Guinea e i costosissimi visti per l’Italia, oltre alle spese di soggiorno.
Durante il loro periodo in Italia i familiari vorrebbero intervenire attivamente in diversi eventi di contestazione ai CPR in Pemonte e in Liguria.

CHI ERA MOUSSA BALDE?

Lui è stato un amico e un compagno, morto nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021 dopo di 10 giorni passati in una cella dell’area d’isolamento, denominata Ospedaletto, del CPR di Torino. Il 9 maggio era stato picchiato a Ventimiglia da tre italiani e dopo un breve ricovero  in ospedale è stato subito richiuso nel centro di detenzione, ignorando le sue gravi condizioni fisiche e psicologiche in conseguenza del pestaggio. Moussa, originario della Guinea, è stato detenuto in quanto persona non-europea e irregolare sul territorio, e per questo è morto rinchiuso in una cella. La morte di Moussa non è stata nè “fatalità” nè il frutto di una catena di inadempienze, ma la conseguenza del razzismo strutturale del sistema in cui viviamo.

Per leggere di piu sui processi e la sua storia, si puo visitare questo blog (in Italiano) alla categoria “Moussa Balde” https://parolesulconfine.com/ > Moussa Balde

ORA

Il 12 Febbraio a Torino, si terrà l’udienza preliminare del procedimento per omicidio colposo a carico della ex direttrice del CPR e del medico direttore sanitario della struttura all’epoca della morte di Moussa Balde. 
Nel febbraio 2023, la CPR in corso Brunelleschi è andato a fuoco ed è rimasto chiuso fino ad ora. Eppure sta per riaprire.

Tra giugno 2019 e dicembre 2022, dieci persone hanno perso la vita mentre erano tenute in detenzione amministrativa. All’inizio di febbraio 2024, il giovane Ousmane Sylla, che si rivela essere un vicino e amico della famiglia Balde, si è suicidato nel CPR di Roma.

La presenza della famiglia è essenziale non solo per questa procedura legale contro questa particolare struttura, è anche importante per dare forza a un movimento largo contro l’apertura di una di queste prigioni in Liguria (come a Diano Marina) e in ogni regione italiana.

CONTRO LA RIAPERTURA DEL CPR DI TORINO, DOVE MOUSSA BALDE E’ MORTO

CONTRO I CPR

PER LA LIBERTA DI MOVIMENTO

GIUSTIZIA PER MOUSSA

Lettera della sorella di Moussa:

Ciao a tutti. Mi chiamo Balde Aissatou, sorella maggiore di Moussa Balde. Oggi sono qui per parlarvi di mio fratello minore Moussa Balde.

Quando era molto giovane, Moussa aveva una sola ambizione: lavorare sodo per mantenere la sua famiglia fuori dalla povertà, soprattutto nostra madre. Quando era un giovane studente, ogni volta che sua madre si alzava alle 5 del mattino per andare al mercato, lui si alzava per accompagnarla al mercato e aiutarla nel lavoro al ristorante. Da lì partiva per andare a scuola. Così un giorno, mentre discutevamo in famiglia, ci ha detto: “dopo le elezioni del 2015 ho intenzione di lasciare questo paese e andare in Europa, anche se dovrò attraversare il mare. Forse lì riuscirò a guadagnarmi da vivere meglio che qui”. Ma data la sua giovane età, gli abbiamo detto di non rischiare la vita per l’Europa.

Ma lui non ci ha ascoltato e nel 2016 ha deciso di lasciare il paese, senza mai dire a nessuno del suo viaggio. Eravamo molto preoccupati e ci chiedevamo dove potesse essere. Quando abbiamo contattato i suoi amici, ci hanno detto che Moussa si trovava a Bamako, in Mali, e da lì aveva attraversato il deserto per raggiungere l’Algeria. Da aprile 2016 a settembre 2016 è riuscito a cavarsela lavorando come manovale in aziende edili, gtrazie al sostegno del fratello maggiore, Thierno Hamidou, che studiava lì.

Durante questo periodo la sua famiglia ha fatto di tutto per convincerlo a tornare in Guinea, perchè noi, la sua famiglia, non avevamo mai appoggiato il suo progetto di attraversare la Libia per raggiungere l’Italia, ma lui era determinato a farlo. Quando ho cercato di convincerlo a tornare, mi ha detto: “Diadia (sorella maggiore), prega per me. So cosa sto facendo, è l’unico modo per aiutare la mia famiglia, soprattutto mia madre. Non faccio nulla senza rifletterci, quando arriverò a destinazione, visto che ho memorizzato il tuo numero, ti contatterò. Auguratemi buona fortuna e soprattutto non parlarne con mia madre, in modo che non si preoccupi, perchè il suo stato di salute non permette troppo stress”.

Quando è arrivato in Italia mi ha contattato. All’inizio tutto andava bene, comunicava bene con noi nonostante avesse qualche difficoltà in quanto immigrato senza documenti. Infine, con l’avvicinarsi della sua aggressione a Ventimiglia, abbiamo avuto difficoltà a tenerci in contatto con lui e quindi abbiamo cercato di aumentare i contatti con i suoi amici in Italia e in Francia per avere sue notizie. Il 23 maggio 2021 uno dei suoi amici ci ha contattato per informarci che nostro fratello Moussa Balde era morto in un centro di detenzione a Torino nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021.

Grazie a voi per aver dedicato tempo ad ascoltare una parte della sotria di Moussa.

Che la sua anima riposi in pace.

La ferocia della società: un aggiornamento da Ventimiglia

Riceviamo e pubblichiamo un contributo scritto a seguito dell’ultimo sgombero della zona ventimigliese di via Tenda, lungo il fiume Roya, dove da molti anni si rifugiano in accampamenti di fortuna le persone in attesa di passare il confine, o coloro che, pur avendo ormai ottenuto un documento in Italia, non riescono comunque a trovare una casa.

È il 10 ottobre. Il parcheggio di via Tenda, fradicio dalla notte di pioggia, rimane offuscato nella penombra dell’alba, nonostante il cielo sereno. Il sole non è ancora sorto quando una ruspa, targata Città di Ventimiglia, è già parcheggiata sul parcheggio. È ferma davanti all’unico cancello semiaperto nella recizione di ferro che separa il parcheggio dal fiume Roya, l’ennesimo confine di questa città a 10 chilometri dalla Francia.

È il giorno dopo la tempesta Kirk che ha tenuto l’intera regione in allerta gialla per diversi giorni. La notte precedente forti piogge e raffiche di vento fino a 120 km/h hanno colpito la città. Tutto ciò che rimane è un fiume in piena e un cielo terso, in attesa dei primi raggi del sole. All’alba due addetti dei servizi tecnici comunali arrivano nel parcheggio e confermano l’annunciato sgombero dell’area sotto il ponte, sulle rive del fiume Roya. Il prefetto, in carne ed ossa, arriva sul posto alle 8 del mattino per supervisionare l’operazione. Prima di lui erano già arrivati diversi camion con grossi cassoni a rimorchio: la capacità di stoccaggio è mostruosa.

Il prefetto e il suo cappellino bianco. Il balletto delle jeep dei carabinieri e delle Alfa Romeo della polizia. Alcuni abitanti del quartiere portano a spasso i cani per la cacca mattutina. L’arrivo spettacolare dei giornalisti che brandiscono macchine fotografiche e flash. Il sindaco di Ventimiglia in posa davanti ad una ruspa comunale: un incubo. Proprio per mettere in guardia da questo incubo, sotto al ponte si inizia a far circolare la voce che le persone devono svegliarsi e allontanarsi. Infatti, il ponte del cavalcavia che svetta su via Tenda e collega il centro di Ventimiglia con l’autostrada dei Fiori più a monte, funge da tetto per i molti che dormono qui nelle tende o direttamente per terra. È proprio questo tetto che le autorità sono venute a confiscare questa mattina.

I netturbini della ditta privata, seduti sul loro miniescavatore, guardano le tende sotto il ponte e si dicono: “Ok, faremo come l’altra volta: voi ammucchiate tutto verso il centro e poi noi lo buttiamo nel cassonetto”.

Non appena la voce si è sparsa tra le tende, due file di poliziotti in tenuta antisommossa accerchiano l’accampamento. Alcune persone erano già in piedi, altre si sono svegliate al suono degli stivali. Sotto minacce e ordini gridati brutalmente, tutti hanno dovuto alzarsi, raccogliere le poche cose che riuscivano portare con sé e spostarsi nell’angolo più buio sotto al ponte, verso il parcheggio della “distrib” – il parcheggio di fronte al cimitero comunale (che ora è diventato una fortezza sorvegliata da vigilantes armati) dove, la sera, le associazioni distribuiscono a turno un pasto gratuito, da consumare a terra. Questa mattina il sole inonda lo spiazzo di una luminosità sorprendente, dopo giorni di maltempo. Le persone trattenute sono relegate all’ombra del ponte, dietro la recinzione di ferro. Vengono rilasciate a poco a poco, dopo un controllo d’identità. La goccia che fa traboccare il vaso è quando un poliziotto ci dice: “Non vi preoccupate non ci saranno problemi, li conosciamo”. Il controllo dell’identità diventa un’iniqua procedura priva di senso, intrisa di violenza.

Per di più, per schedare fotograficamente la gente fermata, i poliziotti ordinano a ciascuna persona di posizionarsi esattamente nell’ unico spiraglio di luce che passa tra l’ombra del ponte e la recinzione. Foto del profilo, del viso e del corpo intero. Trasferimento della foto a Lampedusa. I giornalisti filmano sotto il ponte la distruzione delle tende, il discorso vomitevole del sindaco, mentre si cancella qualunque traccia delle persone che mezz’ora prima dormivano lì.

In un gioco di luci e ombre, si mescola lo spettacolo dell’invisibilizzazione delle persone escluse, respinte e rifiutate, con l’ipervisibilità delle truppe di Stato, la propaganda razzista e i sorrisi meschini di queste marionette politiche.

Il messaggio è quello di un bulldozer: la distruzione materiale delle tende, degli angoli di vita in cui le persone si sentono semi-autorizzate a stare. Ma è solo una parte del messaggio. La ruspa schiaccia anche le speranze, la rete di relazioni e di sostegno reciproco, la resilienza delle persone che vivono sotto al ponte e lavorano in questa città, la premurosa comunità di mutuo aiuto che rifiuta di accettare che il confine si intrometta violentemente nella vita quotidiana di tutt*.

Come fanno ad indossare al mattino i loro stivali, con quella sete selvaggia di svegliare le persone dal loro sonno per sottoporle a interrogatori umilianti, mentre vandalizzano quell’unico fazzoletto di terra che è stato loro concesso come casa?

Il capo della polizia attraversa il parcheggio con un piccione zoppo in mano, tenendolo con cautela e ostentazione davanti a sé. Presta deliberata attenzione ad attraversare il gruppo di persone solidali, le varie file di colleghi della polizia e dei carabinieri, prima di spostarsi verso il gruppo di persone ancora trattenute sotto il ponte e posare il piccione nel canneto sul greto del Roya. Il suo unico gesto di tenerezza della giornata.  I solidali sono impegnati a organizzare i sacchetti di cibo che hanno appena comprato al supermercato locale per distribuirli alle persone ancora trattenute sotto il ponte. È mezzogiorno. Il capo della polizia ha fatto irruzione nelle vite di queste persone più di 4 ore fa. A ciascuno il suo gesto di tenerezza.

Nel pomeriggio l’inferno continua. Per le strade di Ventimiglia è scoppiato un alterco tra due gruppi di persone che fino al momento prima riuscivano tranquillamente a ignorarsi per le strade di Ventimiglia: dopo aver visto calpestati i loro spazi abitativi e la propria dignità, la vita e gli equilibri di chi vive per strada vengono stravolti. C’è sempre un epilogo sanguinoso che segue ad uno sgombero. Il sole non ha fatto ancora in tempo a tramontare. Il ciclo di violenza accelera.

Il giorno dopo, il titolo di un giornale riporta a caratteri cubitali: “Dopo lo sgombero tornano le tende”. Alla recinzione di via Tenda sono stati appesi due teli con i messaggi: “STOP SGOMBERI, LIBERTA’ PER TUTTI” e “NESSUNO E’ ILLEGALE”.

Nonostante la violenza, l’invisibilizzazione, le grida mortifere dei politici, il confine sarà sempre attraversato, il cancello sarà forzato ed aperto, le persone racconteranno le loro storie da oltre il muro, gli striscioni nasconderanno gradualmente la barriera per mantenere viva la speranza di libertà per tutt*. 

Estate a Ventimiglia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Estate a Ventimiglia: ci sarà mai limite al peggio?

Le contraddizioni della città-confine Ventimiglia si percepiscono quotidianamente. Una dinamica che può portare in qualche caso a normalizzare un contesto surreale, anche a causa della narrazione capovolta che viene fatta. Colpevolizzando i soggetti più fragili, piuttosto che i responsabili dell’esasperarsi di condizioni di marginalità. Ma nonostante questo luogo possa sembrare già saturo di ingiustizie, arriva sempre qualche novità pronta a sorprenderti, a ricordarti che non c’è limite al peggio, che il concetto di umanità che ti eri figurato è relativo e continuamente sotto attacco. Mi sento di aprire con questa immagine il racconto su quest’estate a Ventimiglia. Quel momento in cui tutti e tutte ci siamo guardate e chiesti: avrà mai fine il peggio?

Proprio a causa dell’esasperarsi della situazione era stata convocata una manifestazione il 21 maggio, contro il Decreto Cutro, i suoi nuovi CPR e le modalità criminali di respingimento continuamente messe in atto dalla paf (police aux frontières) in accordo con la polizia italiana. In quell’occasione è stato anche espresso lo sdegno verso il candidato della Lega alle elezioni cittadine, Flavio Di Muro, noto per l’approccio ultra-securitario sbandierato in campagna elettorale e dato favorito nei sondaggi. Non si è fatta mancare la patetica solidarietà dello sfidante del PD che, compartecipe nel teatrino elettorale, ha manifestato supporto a Di Muro in riferimento a delle scritte contro di lui. Altrettanto celere è stata la risposta della questura che il giorno dopo ha identificato in stazione uno dei partecipanti alla protesta, denunciandolo per imbrattamento e dimostrando così la propria efficienza nell’acciuffar colpevoli e ripagare il leso onore dell’onorevole.

Così come preventivato, il 19 giugno si insedia il nuovo sindaco della coalizione di destra Di Muro. Il primo consiglio comunale si apre con un minuto di silenzio in memoria di tre vittime di un incidente d’auto dell’anno precedente: un mezzo militare si era capovolto nei pressi del confine. In quella stessa area dove altre decine di persone sono morte negli ultimi anni, il più recente da quel momento risaliva a 4 mesi prima. A loro non sarà dedicato alcun pensiero, anzi. I primi provvedimenti della nuova giunta porteranno ad una terribile escalation. Il giorno seguente infatti ha avuto luogo lo sgombero dell’accampamento all’addiaccio sotto il ponte di via Tenda, dove decine di persone in transito trovano riparo dalla pioggia e tentano di raccogliersi per stabilire qualche legame comunitario. Lo sgombero era già in programma ma era necessario l’insediarsi di un nuovo sindaco per autorizzarlo, dato che nei mesi precedenti la giunta dell’uscente sindaco Scullino era stata sfiduciata.

Non è la prima volta che l’accampamento informale è stato attaccato da irruzioni e sgomberi, la novità sta nel nuovo provvedimento “anti-bivacco” che, in riferimento al decreto Minniti, ha introdotto sanzioni per i senza tetto che stanziano in luoghi cittadini, prevedendo fino al daspo urbano. Nei giorni seguenti si è palesato un presidio di polizia fisso nei pressi dell’area, in aggiunta ad una cancellata che ne impediva l’accesso. Il risultato è stato un ovvio sparpagliarsi delle persone che vivevano in strada, divise in piccoli gruppi nei vari punti più nascosti della periferia e nella spiaggia più isolata, laddove il fiume Roja confluisce in mare generando una pericolosa corrente. A pochi giorni dallo sgombero riceviamo la notizia che un giovane era stato trovato deceduto sulla spiaggia. In breve capiamo che il ragazzo era una conoscenza nota a buona parte dei solidali e dei migranti stabili sul territorio da più tempo. Non ci sono parole sufficienti per descrivere l’orrore e la rabbia conseguenti alla notizia. La settimana seguente si verifica un episodio simile. Un altro corpo trovato in spiaggia, un altro ragazzo che nel tentativo di lavare i propri indumenti nel fiume ne viene travolto. Un bagnino della zona dice di aver denunciato alle autorità la mancanza di guardia spiagge in quel lato della riviera. Ma tutte le risorse del comune sono concentrate a coprire la parte più turistica. La risposta dell’amministrazione a questo secondo morto è l’istallazione di un cartello che segnala il divieto di balneazione, in una misera operazione di auto-assolvimento da ogni responsabilità. “Il razzismo uccide” era stato denunciato con lo spray sulla sede della Lega durante la manifestazione, sfregiando il sorridente volto del sindaco entrante, che in tutta risposta aveva presentato denuncia per diffamazione contro ignoti.

A inizio luglio mentre in Francia avevano luogo le proteste contro la violenza della polizia, in seguito all’uccisione di Nahel Merzouk, abbiamo assistito a delle anomalie nei pattugliamenti al confine. Infatti per un’intera settimana in zona di frontiera l’esercito ha assunto funzioni di polizia regolare, effettuando controlli e respingimenti. Questa novità è presumibilmente da imputare all’imponente dispiegamento di forze sul fronte interno per reprimere le proteste diffuse in tutto il paese, che ha avrebbe lasciato scoperta l’area di frontiera. E’ anche il risultato di 8 anni di militarizzazione del confine: quella settimana è stata eccezionale solo per come sistematicamente l’esercito ha svolto ruolo autonomo di polizia. Ci sono frequenti racconti di soldati che arrestano persone nelle montagne per poi detenerle illegalmente fino all’arrivo della polizia, una pratica anticostituzionale.

Nelle settimane seguenti nella via dove ha sede la base solidale “Upupa” cresce la tensione con il vicinato, intento a cacciare il collettivo dallo spazio per vie legali. Il pattugliamento della polizia con luci blu accese è costante, sguardi inquisitori fissi sull’infopoint, sul parcheggio dove vengono distribuiti i pasti, la pressione è alle stelle. Il pomeriggio del 25 luglio una colonna di fumo sovrasta la città. Un vasto incendio brucia l’intera area sotto il ponte dove ha sede l’accampamento informale delle persone in transito. Dove alcune settimane dopo lo sgombero erano, come sempre, lentamente tornate a stabilirsi. Immediatamente il dito viene puntato contro i migranti, contro chi cucinando avrebbe fatto sfuggire qualche fiamma. A chi conosce il contesto la dinamica risulta subito strana. I focolai scoppiano in tre punti diversi, distanti e contemporaneamente, coprendo un’importante area. A chi non vuole far finta di niente risulta evidente la natura dolosa. Quando le fiamme sono già alte e diffuse risuonano alcuni forti scoppi e successivamente vengono trovate bombole da campeggio usate per giustificare l’incidente. Il timore che questo episodio venga usato strumentalmente per una stretta securitaria è immediato.

Nei giorni seguenti notiamo che la guardia del cimitero situato di fronte al parcheggio sopra descritto ha degli atteggiamenti particolarmente spavaldi e prepotenti, naturalmente razzisti. Durante il caos dell’incendio era già arrivato a minacciare di sparare ad una solidale che si era recata nei bagni interni, e di chiamare i suoi amici ndranghetisti per completare l’opera ripulendo la zona dai neri. Da notare che stiamo parlando di una persona che non solo mentre parla è armata, ma che si permette addirittura di fare con la mano il segno di una pistola e puntarla in faccia alla ragazza. Gli atteggiamenti aggressivi aumentano fino a quando il sindaco pochi giorni dopo annuncia l’insediamento nel cimitero di una vigilanza privata con l’obiettivo di impedire l’accesso alle persone in movimento che si recavano nei bagni per prendere l’acqua dall’unico rubinetto pubblico rimasto, utilizzando la retorica della sacralità del luogo. Già da tempo tutte le fontane della città erano state sigillate proprio con l’obiettivo di respingere chi era alla ricerca di questo bene primario. La vigilanza viene presto estesa anche ai giardini pubblici cittadini, uno sparuto insieme di aiuole tra cemento e il lungomare. Mentre viene annunciato il ripristino del poliziotto di quartiere, dedito a pattugliamenti a piedi. Un altro provvedimento di riqualifica urbana sbandierato dalla giunta è la rimozione di una grande panchina rossa (simbolo contro la violenza sulle donne). Il sindaco lamenta essere frequentata soprattutto da migranti e accusa presunti no border di averla imbrattata, mentre a suo dire il vero scopo era quello di offrire ai turisti un bel palco per i selfie.

In agosto, in concomitanza con l’aumento degli sbarchi nel sud Italia, c’è stata un’impennata di persone in movimento a Ventimiglia. Data la completa assenza di presidi assistenziali statali l’aggravarsi delle condizioni umanitarie è fisiologico. Le persone alla ricerca di un pasto offerto da collettivi e associazioni hanno raggiunto le centinaia. Si moltiplicano le violazioni dei diritti, come aggressioni fisiche e detenzioni arbitrarie, più facilmente denunciabili riguardo i minori. Infatti la legge internazionale prevede per i minori non accompagnati la libertà di movimento tra gli stati membri dell’unione e protezione in ogni stato membro. Spetterebbe all’ASE (Aide Sociale à l’Enfance) valutare la loro minore età, invece il loro respingimento avviene regolarmente falsificando la data di nascita. Lunedì 21 agosto erano trattenut* illegalmente 68 minori in condizioni igienico-sanitarie deplorevoli: dentro un container, ammassati, dormendo per terra, senza avere accesso ad assistenza legale o a traduttore/traduttrice. Il 23 agosto erano in 78! Privati della libertà fino a 5 giorni, in chiara violazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, di cui la Francia è firmataria. Da gennaio abbiamo anche riscontrato l’utilizzo dell’OQTF (obligation de quitter la France) per respingere minori. Si tratta di un documento creato per criminalizzare persone in movimento inserendole in un database e rendendo così loro impossibile cercare una casa, un lavoro, ottenere una visa in ogni paese europeo. Questa nuova modalità di utilizzo è un preoccupante segnale che rientra nelle sperimentazioni repressive, una tecnica per diffondere la paura proprio perché è un provvedimento amministrativo particolarmente difficile da contestare e si può rischiare di essere deportati prima che le pratiche legali siano concluse, o che venga raggiunta la maggiore età prima che si riesca a dimostrare il contrario.

Quest’estate a Ventimiglia suona proprio come le parole di William Butler Yeats: “I migliori mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di intensità appassionata”

 

Resistere al Confine

Condividiamo con piacere il risultato di un lavoro di collaborazione tra questo blog e il sito Osservatorio Repressione. Al link sottostante è possibile scaricare in formato pdf il quaderno informativo Resistere al Confine: un compendio sulla situazione al confine di Ventimiglia tra il 2015 e il 2023 e sulle conseguenze che questo confine causa nelle vite di chi tenta di resistere e attraversare la frontiera franco-italiana.

Per scaricare il quaderno integrale in versione pdf (a singola pagina o a doppia pagina):

Resistere al Confine-Ventimiglia 2015/2023

 

L’introduzione al lavoro di Osservatorio Repressione:

Continua il nostro viaggio tra quell’umanità che il 14 giugno le autorità greche hanno lasciato consapevolmente morire nel mare Egeo, così come hanno fatto le autorità italiane per la strage di Cutro, così come accadde a Lampedusa nell’ottobre del 2013 distante nel tempo ma vivo nella memoria. Non sapremo mai il numero degli annegati: sappiamo che una nuova strage si è compiuta. E non sapremo mai quante, quanti, non riescono a correre il rischio di sopravvivere al mare. I nuovi desaparesidos. Con Resistere al confine, grazie al collettivo «Parole sul confine» raccontiamo le lotte di resistenza e di speranza, e gli avvenimenti che dal 2015 si sono succeduti sugli scogli di Ventimiglia e lungo i sentieri della frontiera tra Italia e Francia

Dalla quarta di copertina:

In una città di frontiera come Ventimiglia si dispiega tutta la forza oppressiva e repressiva delle politiche migratorie: persecuzione, annientamento, riduzione in schiavitù, condanna all’isolamento e alla marginalità delle persone migranti. «Parole sul confine» nasce per raccontare le pratiche di resistenza e di lotta contro la violenza istituzionale e contro tutti i dispositivi che negano il diritto a migrare e ad una vita migliore.

 

Per scaricare la versione pdf integrale della graphic novel La Bolla di Emanuele Giacopetti: La Bolla

Home page Osservatorio Repressione

Ringraziamo anche il collettivo Progetto20k per aver accettato di curare due articoli pubblicati in questo lavoro.

Assemblea per la libertà di movimento, contro frontiere, razzismo e violenza istituzionale

Riceviamo e pubblichiamo

ASSEMBLEA PER LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO, CONTRO FRONTIERE, RAZZISMO E VIOLENZA ISTITUZIONALE

Domenica 30 aprile – ore 14:00
Giardinetti pubblici di Ventimiglia

Fonte: La Talpa e l’orologio 

Il governo Meloni sta provando a fare del naufragio di Cutro, frutto maturo delle politiche di morte italiane ed europee degli ultimi anni, un’occasione per peggiorare ulteriormente le condizioni di vita delle persone migranti e criminalizzarne la presenza ed il transito, scaricando cosi ogni responsabilità sull’accaduto.
Dall’inizio dell’anno il numero degli sbarchi ha reso evidente come la politica dei respingimenti in mare sia stata, oltre che mortifera, impossibile ed inutile. Il decreto Cutro, e gli emendamenti che rischiano di passare, non intendono occuparsi dei naufragi o della crisi dell’accoglienza, ma anzi riducono ulteriormente servizi e condizioni d’accesso per le persone in arrivo, rilanciando le detenzioni amministrative e le espulsioni come soluzione viabile nella quale investire risorse, e cercando facili capri espiatori nelle figure degli scafisti, dei trafficanti e dei passeur (sovrapponendo colpevolmente la tratta di esseri umani con l’aiuto al passaggio). Per finire lo stato d’emergenza, colpo di scena che farà la gioia degli affaristi per i quali basterà l’accordo con le prefetture di riferimento per andare in deroga a qualunque norma sull’accoglienza e aprire un centro.
Nel frattempo a livello europeo lo scontro sui cosiddetti movimenti secondari che contrappone paesi del sud Europa, che vorrebbero saltasse il principio del primo paese d’approdo, e paesi del nord Europa contrari a ogni trasferimento di responsabilità, non sembra trovare soluzione e pare quindi che il regolamento Dublino rimarrà il riferimento obbligato in assenza di altro accordo. L’unico punto in comune tra i paesi dell’Unione pare l’impegno nell’esternalizzazione dei confini europei, ulteriore vettore di destabilizzazione dei paesi dell’altra sponda del mediterraneo e causa di gravi violazioni dei diritti umani.
A Ventimiglia nell’ultimo mese abbiamo visto un rinnovato protagonismo da parte della prefettura su una situazione che si è scientemente lasciata incancrenire in questi anni. Dopo sette anni di chiusura della frontiera da parte del governo francese, che ha causato la morte diretta di almeno 42 persone e devastato la vita di altre migliaia, la situazione è oggettivamente disastrosa. Non essendoci luoghi di accoglienza per le persone in transito, e non solo, queste trovano riparo in insediamenti informali dove l’amministrazione pubblica ha deciso deliberatamente di non raccogliere la spazzatura, non dare accesso all’acqua potabile nè a dei bagni pubblici, delegando a umanitari e solidali il minimo vitale per queste persone. Unico intervento pubblico quello di controllo e repressione verso i/le transitanti
e le persone che avendo fatto domanda in Italia restano a Ventimiglia in attesa di un posto in accoglienza. Alcune di queste persone continueranno con coraggio e determinazione ad affrontare il loro viaggio, altre rimarranno bloccate a Ventimiglia per un tempo indeterminato, nell’attesa di capire dove andare e come farlo.
Su questa situazione già di per sé al limite la nomina di un nuovo prefetto, a quanto pare vicino al ministro Piantedosi, ci dà una dimostrazione plastica di come il governo ha intenzione di gestire la fase attuale. A fine marzo i tavoli per la sicurezza hanno predisposto cio’ che è stato deciso a Roma, cioè niente accoglienza ma un piano di assistenza per donne e bambini da appaltare alle organizzazioni umanitarie, un’ordinanza antidegrado per la zona degli insediamenti informali sotto il ponte di via Tenda (che prevede anche il DASPO urbano per quelle persone che pur coi documenti in regola o in attesa di regolarizzazione si ritrovano a vivere sotto un ponte), a cui far seguire immediatamente un’operazione di polizia in grande stile con elicottero, cani e decine di mezzi per arrestare 13 passeur di piccolo taglio che agivano perlopiù individualmente e vivevano sotto il ponte. Niente che migliori minimamente la vita di chi abita o transita a Ventimiglia. Una parte non irrilevante delle persone sbarcate in questi mesi, e che continueranno a sbarcare nei prossimi, transiteranno per Ventimiglia e troveranno la frontiera chiusa, come accade da sette anni. Mentre sotto il ponte le condizioni socio-sanitarie si aggravano, niente è predisposto al transito delle
persone salvo i mezzi delle forze di polizia da mobilitare alla bisogna, per regolari rastrellamenti (i cosiddetti “pattuglioni”) o per le operazioni in grande stile a cui il nuovo prefetto sembra volerci abituare.
Bisogna porre un argine alla deriva razzista delle politiche sulla vita delle persone in migrazione, ed è per questo che stiamo cercando un confronto ampio, con realtà locali e non. Per continuare a costruire insieme l’opposizione sociale al decreto Cutro ed ai disegni di Meloni e Piantedosi per terra e per mare. Per la chiusura di tutti i centri di detenzione e contro ogni progetto di costruzione di nuovi CPR. Per lottare ancora e di nuovo contro la chiusura della frontiera decisa dal governo francese. Per pretendere una vita degna per tutte e tutti!

Per questo invitiamo collettivi, movimenti, organizzazioni e singole/i a unirsi a noi il 30 APRILE ALLE  ORE  14:00 NEI GIARDINETTI PUBBLICI DI VENTIMIGLIA per una grande assemblea per la libertà di movimento, contro frontiere, razzismo e violenza istituzionale.
Partecipiamo numeros*!

ASSEMBLÉE POUR LA LIBERTÉ DE CIRCULATION, CONTRE LES FRONTIÈRES, LE RACISME ET LA VIOLENCE INSTITUTIONNELLE
Dimanche 30 avril – 14:00
Jardins publics de Vintimille

Le gouvernement Meloni tente de faire du naufrage de Cutro, resultat des politiques de mort italiennes et européennes de ces dernières années, une occasion d’aggraver encore les conditions de vie des migrantes et de criminaliser leur présence et leur parcours migratoire, rejetant ainsi toute responsabilité sur l’événement.
Depuis le début de l’année, le nombre d’arrivées de bateaux montre clairement que la politique de rejet en mer est non seulement mortelle, mais aussi impossible et inutile. Le décret Cutro et les amendements qui seront probablement adoptés, n’ont pas l’intention de traiter les naufrages ou la crise de l’accueil, mais plutôt de réduire davantage les services et leur conditions d’accès pour les personnes qui arrivent, en reaffirmant les détentions administratives et les expulsions comme une solution viable dans laquelle investir des ressources, et en cherchant des boucs émissaires faciles dans les figures des passeurs et des trafiquants (confondant de manière coupable la traite des êtres humains et l’aide au passage). Et pour finir, l’état d’urgence, un coup de théâtre qui ravira les affairistes pour qui un simple accord avec les préfectures suffira pour déroger à toute réglementation sur l’accueil et ouvrir un centre.
En attendant, au niveau européen, l’affrontement sur les mouvements dits secondaires, qui oppose les pays du sud de l’Europe qui voudraient que l’on dépasse le principe du premier pays d’arrivée et les pays du nord de l’Europe opposés à tout transfert de responsabilité, ne semble pas avoir trouvé de solution. Il semble donc que le règlement de Dublin restera la référence obligatoire en l’absence de tout autre accord. Le seul point commun entre les pays de l’Union semble être l’engagement en faveur de l’externalisation des frontières européennes, vecteur supplémentaire de déstabilisation pour les pays de l’autre côté de la Méditerranée et la cause de graves violations des droits de l’homme.
A Vintimille, nous avons assisté le mois dernier à un regain de protagonisme de la part de la préfecture face à une situation que l’on a sciemment laissé s’envenimer ces dernières années. Après sept ans de fermeture des frontières par le gouvernement français, qui a causé la mort directe d’au moins 42 personnes et a dévasté la vie de milliers d’autres, la situation est objectivement désastreuse. En l’absence de lieux d’accueil pour les personnes en transit (et pas seulement) celles-ci trouvent refuge dans des campements informels où l’administration publique a délibérément décidé de ne pas ramasser les ordures, de ne pas donner accès à l’eau potable ou à des toilettes publiques, déléguant aux travailleur.euses humanitaires et aux personnes solidaires le soin d’apporter le minimum vital. La seule intervention publique est celle du contrôle et de la répression à l’égard des personnes en transits et des personnes qui, ayant déposé une demande d’asile en Italie, restent à Vintimille dans l’attente d’une place d’accueil. Certaines de ces personnes continueront avec courage et détermination à affronter leur voyage, d’autres resteront bloquées à Vintimille pour une durée indéterminée en attendant de savoir où aller et comment s’y prendre.
Sur cette situation déjà limite, la nomination d’un nouveau préfet, apparemment proche du ministre Piantedosi, illustre bien la manière dont le gouvernement entend gérer la séquence actuelle. Fin mars, une table ronde sur la sécurité a mis en place ce qui avait été décidé à Rome, c’est-à-dire pas d’accueil mais un plan d’assistance pour les femmes et les enfants à confier à des organisations humanitaires, une ordonnance anti-dégradation sur la zone d’habitat informel sous le pont de la via Tenda (qui prévoit aussi un DASPO urbain pour les personnes qui, bien qu’en règle ou en attente de régularisation, se retrouvent sous un pont), immédiatement suivie d’une opération policière de grande envergure avec hélicoptères, chiens et dizaines de véhicules pour arrêter 13 petits trafiquants qui agissaient pour la plupart individuellement et vivaient sous le pont. Rien qui n’améliore le moins du monde la vie des habitant.es de Vintimille ou de celles et ceux qui passent par là.
Une partie non négligeable des personnes qui ont débarqué ces derniers mois, et qui continueront à débarquer dans les mois à venir, transiteront par Vintimille et trouveront la frontière fermée, comme c’est le cas depuis sept ans. Alors que les conditions socio-sanitaires s’aggravent sous le pont, rien n’est préparé pour le transit des personnes, à part des véhicules de police à mobiliser en fonction des besoins, pour des descentes régulières (les fameuses “patrouilles”) ou pour les opérations d’envergure auxquelles le nouveau préfet semble vouloir nous habituer.
Nous devons mettre un terme à la dérive raciste de ces politiques sur la vie des migrants, c’est pourquoi nous recherchons une réflexion large, avec les réalités d’ici et d’ailleurs. Pour continuer à construire ensemble l’opposition sociale au décret Cutro et aux plans terrestres et maritimes de Meloni et Piantedosi. Pour la fermeture de tous les centres de rétention et contre tout projet de construction de nouveaux CPR. Pour lutter encore et toujours contre la fermeture de la frontière décidée par le gouvernement français. Pour exiger une vie digne pour tous.tes !

C’est pourquoi nous invitons les collectifs, mouvements, organisations et individus à nous rejoindre le 30 AVRIL À 14 h DANS LE JARDIN PUBLIC DE VENTIMIGLIA pour une grande assemblée pour la liberté de circulation, contre les frontières, le racisme et la violence institutionnelle.
Participons nombreux.ses !

 


https://fb.me/e/YnO6YsoP

Contro il razzismo e i CPR, per Moussa Balde

Riceviamo e pubblichiamo:

Contro il razzismo e i CPR, per Moussa Balde

Il 10 gennaio saremo davanti al tribunale di Imperia per affermare ancora una volta che la morte di Moussa Balde non è stata accidentale: è l’esito diretto di una serie di azioni e di silenziose complicità da parte di soggetti diversi in un contesto dominato dall’ideologia e dalle politiche razziste che lo Stato promuove e legittima.

Le persone responsabili della discriminazione e della violenza che hanno portato Moussa Balde a morire nel centro torinese di detenzione per migranti (CPR) sono i membri della commissione che gli hanno rifiutato la protezione, i tre uomini che lo hanno preso a sprangate in pieno giorno nel centro di Ventimiglia, i numerosi testimoni che non sono intervenuti per fermare il linciaggio, la questura di Imperia che ha deciso per la sua reclusione anziché proteggerlo come testimone della violenza a lui inflitta, i rappresentanti delle istituzioni che hanno sostenuto che non si trattasse di aggressione razziale prima ancora di iniziare le indagini, i medici delle strutture sanitarie che a 24 ore dall’aggressione ne hanno firmato l’idoneità alla reclusione e successivamente all’isolamento, chi lo ha imprigionato negando per giorni la sua presenza nel CPR per impedire che Moussa potesse essere raggiunto dal suo avvocato.

Il 14 Ottobre a Imperia si è aperto il procedimento a carico dei tre uomini che hanno aggredito Moussa Balde nelle strade di Ventimiglia il 9 Maggio 2021.

Il 10 Gennaio, secondo la formula del rito abbreviato scelta dagli imputati, verrà emessa la sentenza.

È invece ancora aperta l’inchiesta per omicidio colposo avviata per accertare i fatti accaduti all’interno del CPR di Torino a seguito del presunto suicidio di Moussa Balde. L’indagine che vede indagati la direttrice del centro, il medico della struttura e nove poliziotti si allarga anche ad altri casi di procedure illegittime all’interno del CPR, dove già altre persone migranti avevano trovato la morte e dove continuamente si registrano tentativi di suicidio.

Indipendentemente dall’esito dei tribunali sappiamo che la fine di Moussa Balde è un crimine d’odio e che la responsabilità di questa morte è delle dinamiche di esclusione e razzializzazione che hanno prima schiacciato le speranze di Moussa di costruirsi una vita dignitosa in Europa per poi seppellire la verità sulla sua aggressione sotto una coltre di omertà.

! Per impedire che coloro che lo hanno ridotto al silenzio possano avere il monopolio della verità su questa storia di violenza e razzismo !

! Per l’abolizione dei CPR e di ogni forma di detenzione delle persone migranti !

! Per la libertà di circolazione e autodeterminazione di tutte le persone in viaggio, a prescindere da documenti e paese d’origine!

APPUNTAMENTO AL TRIBUNALE DI IMPERIA

10 GENNAIO ORE 9:00

IN SOLIDARIETA’ A MOUSSA BALDE E ALLA SUA FAMIGLIA

Solidali di Ventimiglia

(per ulteriori informazioni: https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-la-sua-famiglia-non-sono-soli/ ; https://parolesulconfine.com/moussa-balde-e-morto-di-razzismo/ )

Per contribuire alle spese legali per il processo di Imperia e per quello che si aprirà sul CPR di Torino:

IBAN: IT58H3608105138280345080353

BIC: PPAYITR1XXX

CAUSALE: solidarietà a Moussa Balde

Moussa Balde è morto di razzismo

Riceviamo e pubblichiamo (ita, eng, fra)

Per info sulla precedente udienza, vedi: Moussa Balde e la sua famiglia non sono soli

Moussa Balde è morto di razzismo

Il 14 ottobre al tribunale d’Imperia è iniziato il processo a tre italiani che il 9 maggio 2021 aggredirono brutalmente Moussa Balde a Ventimiglia. L’aggressione avvenne in pieno giorno in via Ruffini tra un supermercato e gli uffici della polizia di frontiera. 

Gli imputati sono a processo per lesioni aggravate dal numero di persone e dall’uso dell’arma, una spranga in questo caso, e sono difesi dall’avvocato Marco Bosio, noto per essere stato il difensore degli imputati nei processi contro la criminalità organizzata nel Ponente Ligure,  conosciuti come “SPI.GA” e “La Svolta”. Gli aggressori sono stati denunciati a piede libero in seguito a un video della violenza che ha fatto il giro del web, nel quale gli imputati sono riconoscibili. 

Il giorno stesso dell’aggressione il questore d’Imperia si affretta a fare dichiarazioni escludendo la matrice razziale delle violenze, che gli imputati giustificano come reazione ad un fantomatico tentato furto con una nullità di prove. 

Resta evidente il razzismo istituzionale che mette in atto un protocollo non per tutelare la vittima del linciaggio, ma piuttosto le persone italiane incriminate dal video filmato da un balcone.

Infatti in seguito all’aggressione Moussa Balde, originario della Guinea, viene portato all’ospedale per trauma facciale e lesioni, medicato e dimesso il giorno stesso, portato in commissariato viene consegnato all’ufficio immigrazione e, controllata la sua irregolarità sul territorio, viene recluso nel CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Torino in attesa d’espulsione. 

Allontanato da Ventimiglia Moussa è finito al CPR senza aver mai firmato nessuna testimonianza sulla sua aggressione e senza che gli sia stata posta alcuna domanda sullo svolgimento dei fatti. Non ha ricevuto nessuna visita psicologica ma è stato rinchiuso a Torino, dove per diversi giorni gli avvocati non sono riusciti a rintraccialo perchè Moussa era stato registrato al CPR con un nome diverso da quello segnato dalla questura di Imperia. 

In una cella dell’area d’isolamento, denominata Ospedaletto, del CPR di Torino Moussa Balde muore la notte tra il 22 e il 23 maggio. I compagni di prigionia, che hanno iniziato una protesta quando hanno saputo la notizia della sua morte, hanno raccontato che la notte del 22 maggio l’avevano sentito urlare a lungo e chiedere l’intervento di un dottore senza mai ricevere risposta. 

E’ in corso un’indagine per omicidio colposo sui fatti avvenuti all’interno del centro detentivo dov’era rinchiuso Moussa quando è deceduto.

Il 14 ottobre scorso durante la prima udienza gli imputati hanno richiesto ed ottenuto il rito abbreviato, quindi il processo andrà avanti a porte chiuse e senza l’ausilio di testimonianze. 

Grazie alla presenza in aula del fratello Amadou Thierno Balde, la famiglia di Moussa si è costituita parte civile. 

Neppure al processo è stata riconosciuta l’aggravante dell’odio razziale, infatti la stessa procura ha deciso di non contestarla, decisione sulla quale l’avvocato della famiglia si opporrà nel dibattimento.

La giudice ha inoltre respinto la richiesta di costituirsi parte civile presentata da tre associazioni operanti nel territorio di Ventimiglia.

Non potendo entrare in aula, un gruppo di solidali si è radunato davanti al tribunale di Imperia e, dopo la rapida udienza, si è spostato a Ventimiglia nel luogo dove avvenne l’aggressione razzista, insieme ad Amadou Thierno Balde. 

Le persone solidali hanno camminato lungo le vie del centro per ricordare che la morte di Moussa Balde non è stata un tragico episodio ma il risultato di un brutale razzismo, anche istituzionale, che si palesa nel trattamento subito dal sopravvissuto al violento pestaggio, il quale è passato dall’ospedale, dal commissariato, dalla questura, dal CPR di Torino, davanti al medico che lo ha valutato idoneo alla detenzione, dall’isolamento disumano senza contatti con l’esterno e senza qualsiasi tipo di cura.

“Il trattamento che ha ricevuto prima di morire nessun individuo, nessun essere umano dev’essere trattato in questa maniera” dice Thierno Balde fuori dal tribunale d’Imperia, parlando del fratello “Perchè non ci siano più ingiustizie o razzismo, perché è duro ma bisogna essere chiari, si tratta di razzismo quello che ha subito. Perché non ci siano più casi così nel mondo intero, in particolare in Italia. Che il diritto in tutto il mondo sia rispettato, il diritto umano.”

La prossima udienza del processo ai tre aggressori sarà al tribunale d’Imperia il 9 dicembre alle ore 13:00.

Per impedire che questa storia finisca nel silenzio, per contrapporsi alla violenza razzista, per la libera autodeterminazione di tutte e tutti.

Per l’abolizione e la chiusura di tutti i CPR.

Ci ritroviamo il 9 dicembre 

alle 12:00 di fronte al tribunale d’Imperia  

alle 15:00 in Piazza De Amicis a Imperia Oneglia per un presidio e un volantinaggio antirazzista

Video della giornata del 14 ottobre con Thierno Amadou Balde –
https://youtu.be/keioX07CiEI

Per contribuire alle spese legali,  sia per il processo ad Imperia, che per quello che si aprirà a Torino dopo la chiusura delle indagini.

IBAN: IT58H3608105138280345080353

CAUSALE: solidarietà a Moussa Balde

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Moussa Balde died from racism

The trial of three Italians who brutally attacked Moussa Balde in Ventimiglia on May 9, 2021, began at the court of Imperia on October 14th. The attack took place in broad daylight on Ruffini Street between a supermarket and the border police offices. 

The defendants are on trial for injuries aggravated by the number of people and the use of an iron bar. They are being defended by lawyer Marco Bosio, known for having been the defense counsel in the trials against organized crime in western Liguria known as “SPI.GA” and “La Svolta”. 

The attackers were reported because a video of the violence was taken and then spread around the web, in which the defendants are recognizable. 

On the very day of the attack, the Imperia police commissioner rushed to make statements ruling out the racial matrix of the violence, which the defendants justified as a reaction to a phantom attempted robbery without a shred of proof

Institutional racism remains evident, putting in place a protocol not to protect the lynching victim, but rather the Italian people incriminated by the video filmed from a balcony.

In fact, following the attack Moussa Balde (from Guinea) was taken to the hospital for facial trauma and injuries, medicated and discharged the same day. Taken to the police station he was handed over to the immigration office and, checked for his irregularity in the territory, he was imprisoned in the CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio, or detention center) in Turin awaiting deportation. 

Removed from VentimigliaMoussa ended up at the CPR without ever having signed any testimony about his assault and without being asked any questions about the course of events. He received no psychological examination but was locked up in Turin, where, for several days lawyers were unable to track him down because Moussa had been registered at the CPR under a name different from the one marked by the Imperia police headquarters. 

In isolation in a zone of the CPR called Ospedaletto in TurinMoussa Balde died on the night between May 22nd And 23rd. Fellow prisoners who started a protest when they knew about his death said that on the night of May 22, they had heard him screaming for a long time and calling for a doctor without ever receiving a response. 

A manslaughter investigation is under way into the events that took place inside the detention center where Moussa was confined when he died.

On October 14 during the first hearing, the defendants requested and obtained an abbreviated trial, so the trial will go on behind closed doors and without the aid of witnesses. 

Thanks to the presence of Moussa’s brother Amadou Thierno Balde in the courtroom, Moussa’s family has filed civil 

Not even at the trial was the aggravating factor of ethnic hatred recognized; in fact, the prosecutor’s office itself decided not to challenge it, a decision on which the family’s lawyer will argue in the trial.

The judge also rejected the request for civil action filed by three associations operating in the Ventimiglia area.

Unable to enter the courtroom, a group of solidarians gathered in front of the Imperia courthouse and, after the quick hearing, moved to Ventimiglia to the site where the racist attack took place, along with Amadou Thierno Balde. 

Those in solidarity walked along the streets of the city center to remember that Moussa Balde’s death was not a tragic episode but the result of brutal racism, including institutional racism. This is evident in the treatment suffered by the survivor of the violent beating, who went from the hospital to the police station, the police headquarters to the CPR in Turin, before arriving before the doctor who assessed him fit for detention, inhumane isolation without contact with the outside world and without any kind of care.

“The treatment he received before he died, no individual, no human being should be treated in this way.” says Thierno Balde outside the court in Imperia, speaking of his brother “So that there will be no more injustice or racism, because it’s harsh but you have to be clear, it’s racism what he suffered. So that there are no more cases like this in the whole world, particularly in Italy. Let the right throughout the world be respected, the human right.”

The next hearing in the trial of the three attackers will be at the Imperia court on December 9 at 1 p.m.

To prevent this story from ending in silence, to oppose racist violence, for the free self-determination of all and everyone.

For the abolition and closure of all CPRs.

We meet on December 9 

at 12 noon in front of the Imperia courthouse.  

at 3 p.m. in De Amicis Square a Imperia Oneglia for an anti-racist sit in and leafleting 

Video of October 14th with Thierno Amadou Balde –
https://youtu.be/keioX07CiEI

To contribute to the legal costs, both for the trial in Imperia and for the one that will start in Turin after the investigation closes:

IBAN: IT58H3608105138280345080353

PAYMENT DESCRIPTION : solidarity with Moussa Balde

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Moussa Balde est mort de racisme

Le 9 mai 2021, Moussa Balde, originaire de Guinée, a été brutalement agressé à Vintimille. Le procès des trois Italiens auteurs de cette attaque qui a eu lieu en plein jour rue Ruffini, entre un supermarché et les bureaux de la police aux frontières, a débuté au tribunal d’Imperia le 14 octobre 2022. 

Les accusés sont jugés pour des blessures aggravées par le nombre de personnes et l’usage d’une barre de métal. Ils sont défendus par Marco Bosio, connu pour avoir été l’avocat des accusés dans les procès “SPI.GA” et “La Svolta” contre le crime organisé en Ligurie. Des poursuites sans mesure de privation de liberté ont pu être engagées contre les agresseurs grâce à une vidéo des violences réalisée par une voisine depuis son balcon et qui a fait le tour du web.

Le jour même de l’agression, le chef de la police d’Imperia s’est empressé de faire des déclarations excluant la dimension raciste de ces violences. Les accusés ont justifié leurs actes comme étant une réaction à une prétendue tentative de vol, sans pouvoir en apporter aucune preuve.

Le racisme institutionnel reste évident, mettant en place un protocole non pas pour protéger la victime du lynchage mais plutôt les Italiens incriminés par la vidéo filmée depuis un balcon.

En effet, à la suite de son agression et après un court passage à l’hôpital pour des traumatismes et des blessures au visage, Moussa Balde a été conduit au commissariat de police, remis au bureau de l’immigration et, après qu’ait été vérifiée son irrégularité sur le territoire, il a été enfermé au CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio, équivalent des centres de rétention administrative) de Turin en attendant son expulsion. 

Éloigné de Vintimille, Moussa s’est retrouvé en détention sans jamais avoir signé de témoignage sur son agression et sans que ne lui soit posée aucune question sur le déroulement des événements. Il n’a bénéficié d’aucun examen psychologique mais a été enfermé à Turin où, pendant plusieurs jours, les avocats n’ont pas pu le retrouver car il avait été enregistré au CPR sous un nom différent de celui retenu par la préfecture de police d’Imperia.

Dans une cellule de l’Ospedaletto, le quartier d’isolement du CPR de Turin, Moussa Balde est mort dans la nuit du 22 au 23 mai 2021. Ses codétenus, qui ont commencé à protester lorsqu’ils ont appris la nouvelle de son décès, ont déclaré que cette nuit-là, ils l’avaient entendu crier pendant longtemps et demander l’intervention d’un médecin sans jamais recevoir de réponse.

Une enquête pour homicide involontaire est en cours sur les événements qui se sont déroulés à l’intérieur du centre de rétention où était enfermé Moussa lorsqu’il est décédé.

 

Ce 14 octobre, lors de la première audience concernant l’agression de Moussa, les accusés ont demandé et obtenu une procédure simplifiée. Le procès se déroulera donc plus rapidement, à huis clos et sans audition de témoins. Grâce à la présence d’Amadou Thierno Balde, le frère de Moussa, la famille a pu se porter civile. 

Déjà écartée dans les déclarations publiques officielles au moment de l’agression, la circonstance aggravante de haine raciale n’a pas été retenue lors du procès. Le procureur a décidé de ne pas la relever, une décision à laquelle l’avocat de la famille s’opposera dans les suites du procès. Le juge a également rejeté la demande de trois associations de Vintimille de se porter partie civile.

Ne pouvant entrer dans le tribunal d’Imperia, un groupe de personnes solidaires s’est rassemblé à ses portes et après la rapide audience, s’est rendu sur les lieux de l’agression raciste à Vintimille avec Amadou Thierno Balde. Ils et elles ont marché dans les rues du centre ville pour rappeler que la mort de Moussa Balde n’est pas seulement un événement tragique mais le résultat d’un racisme brutal, y compris institutionnel, qui apparaît clairement dans le traitement qu’a subi le survivant du lynchage, emmené de l’hôpital au commissariat, de la préfecture de police au centre de rétention, d’un médecin qui l’a jugé apte à la détention jusqu’à un isolement inhumain, sans contact avec le monde extérieur et sans aucun type de soins.

« Le traitement qu’il a reçu avant de mourir, aucun individu, aucun être humain ne devrait être traité de cette façon. Pour qu’il n’y ait plus d’injustice ou de racisme, parce que c’est dur mais il faut être clair, c’est du racisme qu’il a subi. Pour qu’il n’y ait plus de cas comme celui-ci dans le monde entier, et en particulier en Italie. Que l’on respecte le droit dans le monde entier, le droit humain. » a déclaré Amadou Thierno Balde à la sortie du tribunal d’Imperia, en parlant de son frère Moussa.

 

La prochaine audience dans le cadre du procès des trois agresseurs de Moussa Balde aura lieu au tribunal d’Imperia le 9 décembre à 13h.

Pour éviter que cette histoire ne termine dans le silence, pour s’opposer à la violence raciste, pour la libre autodétermination de toustes.

Pour l’abolition et la fermeture de tous les CPR.

Nous nous réunissons retrouvons nous le 9 décembre :

– à 12h00 devant le tribunal d’Imperia  

– à 15h00 sur la Piazza De Amicis à Imperia Oneglia pour un rassemblement antiraciste et une distribution de tracts

Vidéo de la journée du 14 octobre avec Thierno Amadou Balde –
https://youtu.be/keioX07CiEI

Pour contribuer aux frais de justice, tant pour le procès d’Imperia que pour celui qui s’ouvrira à Turin après la clôture de l’enquête :

IBAN : IT58H3608105138280345080353

OBJET : solidarité avec Moussa Balde

(immagine di copertina da Meltingpot.org: Pestaggio a Moussa Balde: al via il processo contro gli aggressori)

Per Ahmed Safi

Ahmed Safi è un ragazzo afghano di diciannove anni. Lunedì 7 novembre è morto attraversando il confine a Ventimiglia. Pubblichiamo il testo del comunicato che è stato letto e distribuito ieri, domenica 13 novembre, dalle persone solidali del territorio che si sono radunate proprio davanti al confine tra Italia e Francia per commemorare e portare un saluto ad Ahmed. (1, 2)


Per Ahmed

Alcuni giorni fa, lunedì 7 Novembre, Ahmed Safi, un ragazzo afghano di 19 anni è morto sull’autostrada A10 a Ventimiglia, investito mentre provava a raggiungere la Francia.

Ahmed è l’ennesima vittima delle politiche di discriminazione e respingimento della fortezza Europa. Come lui sono più di cinquanta le persone morte dal 2015 ad oggi nel tentativo di attraversare la frontiera italo-francese.

Chi crede nella libertà di circolazione deve oggi fare i conti con un aumento esponenziale delle vittime ai nostri confini. Ogni volta il primo tentativo è quello di ricostruire, dare un nome, documentare, raccontare e, malgrado tutto, contare. Il numero dei morti, questa triste contabilità, perde però di significato se non riflettiamo come ciascuna di questa persone morte fosse una vita, una storia personale che si è interrotta e i cui affetti sono spesso lontani dal luogo della fine.

In ogni società alla morte di una persona la comunità risponde con un rituale nel quale si intende salutare chi se ne è andato e rinnovarne il ricordo. Crediamo sia giusto che questo accada anche qui in frontiera, per quelle persone che se ne sono andate lontane dai propri affetti, dopo aver attraversato migliaia di chilometri ed essersi trovate davanti l’ennesimo muro.

Crediamo che salutare e commemorare ogni singola vittima della frontiera sia tanto più importante oggi, nel momento in cui i governi di Italia e Francia gareggiano a chi riesce a garantire il trattamento più inumano a chi è in viaggio, l’una chiudendo i porti l’altra aumentando gli effettivi alle frontiere. A questa inumanità oggi rispondiamo con il più umano dei gesti, salutare chi se ne va.

Siamo quindi qui per Ahmed, per la sua famiglia, per i suoi amici e per le sue amiche.

Per dirgli addio e rendergli omaggio.

Per Ahmed Safi, ragazzo di 19 anni, morto lunedì 7 novembre a Ventimiglia

Italia-Francia… e migranti: tra i due litiganti, il terzo muore

Italia-Francia diventa un’espressione unica in questi giorni vibranti di tensioni, ricatti e giochi politici. Italia-Francia è un binomio che tiene insieme, in pochi mesi, un viaggio che parte dall’acclamata squadra mista di gendarmi e polizia “per la sicurezza transfrontaliera” per arrivare in picchiata alle velenose dichiarazioni delle ultime ore.

In tempi ormai sospetti e guasti, Italia-Francia suona come una minaccia di guerra.

Migranti, crisi Italia-Francia. Meloni: “non siamo più in grado di occuparcene”; Crisi Italia-Francia, in arrivo altre misure di ritorsione; Scontro tra l’Italia e la Francia, Parigi blinda i confini 500 agenti alla frontiera; Migranti, scontro aperto Italia-Francia; La crisi diplomatica tra Italia e Francia per la nave Ocean Viking.  Questo è ciò che stanno scrivendo in queste ore di litigiosa contesa geopolitica tutte le testate giornalistiche di qualsiasi schieramento politico. (1,2,3,4,5)

Ecco: povera Italia quindi. Ma soprattutto, poveri italiani…  Addirittura, su queste sponde italiche di rivoltamenti narrativi di convenienza, siamo riusciti a raggiungere nelle ultime dichiarazioni lo stadio del ‘poveri migranti!’ (che però non dovete sbarcare, crepate pure in mare, anzi gli uomini li rimandiamo direttamente in Libia perchè la pacchia è finita ).

Quello che accade è spiacevole, ma quello che si dice ha dell’incredibile.

In queste bieche ore di faide internazionali e minacce politiche, si stanno scalando inedite vette di ipocrisia, mentre si scava a piene mani dagli abissi più profondi dell’indecenza umana.

Una prima riflessione, per chi conosce Ventimiglia e le sue dinamiche di frontiera, è che una dichiarazione francese che annuncia torva la blindatura dei confini fa ridere. Una risata amara e lunga come la lista delle persone decedute a Ventimiglia nel tentativo di attraversare il confine dal 2015 ad oggi. Già, quante sono le persone morte sul confine Italia-Francia a Ventimiglia? C’è qualcuno che lo sa? Forse trenta. Forse quaranta. Probabilmente di più.

Era così aperto e accogliente prima questo confine, con la legione straniera con cani e infrarossi sui monti, i pattuglioni nelle stazioni francesi coi piedi di porco in una mano e i gas lacrimogeni nell’altra, i checkpoint lungo le strade e le autostrade, le detenzioni per donne uomini e bambini per ore infinite senza acqua e cibo in scatole di metallo, ma era così una festa che la gente decideva da sola di finire precipitata nei dirupi che portano in Francia, travolta sulle autostrade, bruciata sui tetti dei treni francesi.

L’ultima vita rubata dal confine Italia-Francia è quella di Ahmed Safi, diciannove anni, investito lunedì 7 novembre da tre diversi automezzi presso il casello autostradale che divide Italia-Francia: un corpo distrutto a causa di questo confine e raccattato in un macabro simbolismo proprio sulla linea della frontiera.

Che se non dicevano due giorni fa che vogliono blindarla, sta frontiera Italia-Francia, allora mica la gente se ne era accorta che si rischia l’osso del collo per raggiungere quella desiderata libertà in Europa.

Una seconda ovvia riflessione sorge leggendo certe grottesche dichiarazioni di certi amministratori regionali che scelgono, nel dubbio di un momento già abbastanza sinistro di per sé, di rincarare la dose di follia sostenendo che la gente che migra muoia di fame per strada a Ventimiglia per colpa della Francia.

A prescindere dai tuonanti titoli dei giornali e dalle scornate che si danno i politici italiani e i cugini d’Oltralpe in queste ore, quale che sia la posta in gioco nelle beghe per l’egemonia in Europa, il governo Italiano avrebbe il dovere di adoperarsi in ogni modo possibile per evitare che la gente finisca a morire lentamente, spegnendosi lungo i marciapiedi di una città.

Un dovere umano prima ancora che politico. E invece è proprio nell’anno del rinnovo della presidenza di regione di un certo personaggio, che oggi si straccia le vesti per i poveri migranti che languono nelle vie della città di confine, che si è deciso di sbaraccare qualsiasi centro d’accoglienza e ristoro per le persone in viaggio verso l’Europa: dal 2020 non c’è trippa per gatti, eppure gli oltraggiosi francesi erano, all’epoca, validi alleati per la sicurezza del territorio.

Per chiarezza: la gente moriva in strada col Pd (non ci si dimenticherà mai del divieto di portare da mangiare a chi aveva fame) come con la Lega. Con chiunque a qualsiasi livello politico, dagli amministratori locali agli apici delle posizioni in parlamento, negli ultimi sette anni la gente ha perso la vita certamente camminando sul confine, così come ha perso la vita nelle strade di Ventimiglia. Con Fratelli d’Italia, che il cielo scampi la popolazione migrante, le persone continueranno a morire in strada di fame, di freddo, di infarto, di abbandono, di malattie, annegate lungo il fiume dove sono costrette a dormire senza altre soluzioni. Queste sono responsabilità tutte nostrane, checchè abbia la faccia tosta di dichiarare chi è presidente per la regione Liguria, per ironia o forse no, proprio dal 2015.

È obiettivamente agghiacciante e impossibile prendere le parti di uno o dell’altro paese in questo rombare di accuse reciproche. Fate tutti veramente schifo, diciamolo un po’ fuori dai denti. Diciamolo serenamente che tra i due litiganti il terzo non gode, e chi ha sempre e da sempre pagato il conto più amaro è proprio la gente senza un documento europeo che viene dall’Africa e dal Medio Oriente.

Gente che viene definita “clandestini” quando serve alla politica italiana per far mambassa di voti per i partiti di estrema destra e che viene definita “persone che cercano solo di ricongiungersi ai parenti” quando bisogna fomentare il popolo, elmo di Scipio ben stretto sulla testa, a scagliarsi contro i nemici francesi.

Italia-Francia suona come una minaccia di guerra e in ogni guerra fatta a regola a versare il sangue è il capro espiatorio che si butta là davanti nel tritacarne: le persone migranti. Mentre chi dietro tiene le poltrone ci sprofonda saldamente ancora più dentro.

Inumani lo siete tutti, inumani e perversi, e fa veramente disgusto il modo in cui da anni riuscite a utilizzare i corpi e le vite delle persone per fare i vostri teatri di politica, le gazzarre elettorali italiane e i circhi dell’ipocrisia europea. Mentre fate a chi strilla più forte per potere e per soldi, per rivalsa e per orgoglio, la gente continua a camminare, a scappare da guerre, povertà, persecuzioni, cambiamenti climatici, mancanza di chance e prospettive di vita soddisfacenti. Le persone arrivano a centinaia al mese lungo il confine di Ventimiglia. A centinaia vengono catturate, vessate, rinchiuse e umiliate. Dalle polizie di qui come dalle polizie di là. Con o senza rinforzi di ulteriore gendarmeria, che essere fermati da quindici o trenta divise forse fa oggettivamente più brutto, ma il risultato è che le persone vengono comunque bloccate a morire nel corpo e nelle speranze nelle strade di un’Italia che dice che “non ce la fa”, ma che effettivamente nemmeno vuole provare a farcela.

Perchè infine bisogna dire anche che al confine di Ventimiglia continuano ad arrivare tante persone che sono appena sbarcate da queste navi di soccorso che fanno rizzare altre piume e scuotere altre scornate, quante altrettante (e negli ultimi anni sempre di più) sono quelle che stanno scappando da un’Italia in cui non riescono a trovare un proprio posto e continuano a rimbalzare contro muri di gomma e di razzismo fino a uscire di senno, suicidarsi o correre il rischio di perdere la vita per valicare questo confine maledetto che riempie la bocca di giornali, opinionisti e politici che di cosa sia la guerra per sopravvivere a Ventimiglia, che cosa sia la sfida a non soccombere a Italia-Francia, ma non ne hanno la più pallida idea.

Moussa Balde e la sua famiglia non sono soli

Riceviamo e pubblichiamo (Ita, English below).


MOUSSA BALDE E LA SUA FAMIGLIA NON SONO SOLI

 

Il 14 ottobre saremo davanti al tribunale per dire che Moussa e la sua famiglia non sono soli, che a Ventimiglia c’è stato un pestaggio razzista e che il suicidio di Moussa è un omicidio di Stato.

Il 14 ottobre alle ore 9.00 si terrà presso il tribunale di Imperia la prima udienza che vede come imputati i tre italiani che il 9 Maggio 2021 a Ventimiglia aggredirono Moussa Balde con calci, pugni, tubi di plastica e una spranga. L’accusa è lesioni aggravate dall’uso di corpi contundenti.  La questura di Imperia ha voluto escludere l’aggravante dell’odio razziale.

Trasferito al pronto soccorso di Bordighera per le medicazioni urgenti, Moussa era stato dimesso con 10 giorni di prognosi. Quindi, poichè era emersa la sua irregolarità sul territorio nazionale, a sole 24 ore dall’aggressione era stato portato direttamente al centro di detenzione Cpr di Torino, nonostante le sue immaginabili condizioni di salute e
psicologiche.

Da subito era stato rinchiuso nell’area Rossa insieme ad altri detenuti, e poco dopo era stato spostato in isolamento all’interno della sezione denominata “Ospedaletto”, dove già nel 2019 un’altra persona, H.F., si era tolta la vita dopo esservi rimasta rinchiusa per 5 mesi. Ad ora non sono chiare le ragioni che hanno determinato la scelta arbitraria di spostare in isolamento una persona in già critiche condizioni psicofisiche.

Moussa è finito al CPR senza aver mai firmato nessuna testimonianza sulla sua aggressione e senza che gli sia stata posta alcuna domanda sullo svolgimento dei fatti. Non ha ricevuto nessuna visita psicologica ma è stato rinchiuso a Torino con ancora i punti in faccia, e mentre il suo avvocato l’aveva cercato per diversi giorni, nessuno era riuscito a rintracciarlo perchè Moussa era stato registrato al CPR con un nome diverso da quello segnato dalla questura di Imperia.

I suoi aggressori giravano a piede libero e lui finiva recluso. Non poteva sapere che una parte di Italia solidale si stava attivando per rintracciarlo e sostenerlo, e nemmeno che il video della sua aggressione era diventato virale su media e social network: all’interno del CPR non si possono tenere i telefoni, così da essere completamente tagliati fuori da ciò che succede all’esterno e non poter raccontare quello che accade lì dentro.

I compagni di prigionia che hanno iniziato una protesta quando hanno saputo la notizia della sua morte, hanno raccontato che la notte del 22 maggio l’avevano sentito urlare a lungo e chiedere l’intervento di un dottore senza mai ricevere risposta.  La mattina di domenica 23 maggio 2021 è stato trovato impiccato nella sua cella.
Ad oggi la causa ufficiale della morte di Moussa Balde è di suicidio, nonostante sia anche in corso un’inchiesta per omicidio colposo.

La morte di Moussa non è stata nè “fatalità” nè il frutto di una catena di inadempienze, ma la conseguenza del razzismo strutturale del sistema in cui viviamo.
Gli odiosi fatti della vicenda ci dimostrano quanti siano i livelli di discriminazione che hanno contribuito a coprire la bara di Moussa:
prima le infinite attese per il permesso di soggiorno, tempistiche che lo avevano spinto a sopravvivere ai margini di questa società da cui, con ogni sforzo, aveva tentato di farsi accettare seguendo tutto quello che il sistema dell’accoglienza gli chiedeva di fare, prendendo la licenza media, imparando l’italiano, facendo volontariato. Dopo cinque anni di peregrinazioni burocratiche e un tentativo fallito di ritentare maggior fortuna in Francia, era finito in strada senza più chance né progetti, come succede a tantissime persone.
Quindi l’aggressione di gruppo da parte di tre uomini bianchi in pieno giorno, in centro città e sotto gli occhi di numerosi passanti.
Dopo il danno la beffa, e anzichè ricevere le tutele che avrebbe dovuto come sopravvissuto a un linciaggio, è stato immediatamente portato al CPR non per ciò che aveva fatto, ma per ciò che era: un clandestino senza quei documenti che gli erano stati negati nonostante i suoi sforzi.
E poi l’ultima botta di un razzismo che gli è stato infine fatale: poichè Moussa era solo un immigrato sulla strada di tre onorevoli cittadini italiani che l’hanno massacrato, è stato spinto a pagare col silenzio quello che ha visto e subito quel pomeriggio del 9 maggio.

Perchè tanta fretta nell’allontanare Moussa da Ventimiglia dato che era il primo testimone dell’aggressione ai suoi danni? Perchè continuare a negare per giorni la sua presenza all’interno del centro, quando si domandava ripetutamente al CPR se Moussa si trovasse lì? Perchè costringerlo all’isolamento nel momento di maggiore vulnerabilità?

Sono queste e molte altre le domande alle quali non ci illudiamo verrà mai data una risposta.
I suoi aggressori sono vivi e liberi, il CPR continua a macinare vite e Mamadou Moussa Balde è morto a ventidue anni.

CONTRO TUTTI I RAZZISMI e per la  libera migrazione di tutte e tutti.

Per l’abolizione e la chiusura di tutti i Cpr.

CI VEDIAMO IL 14 OTTOBRE AD IMPERIA

Solidali di Ventimiglia

 

 

MOUSSA BALDE AND HIS FAMILY ARE NOT ALONE

On October 14th, we will stand in front of the courthouse to say that Moussa and his family are not alone, that there was a racist attack in Ventimiglia, and that Moussa’s suicide is none other than a murder by the state.

On October 14th at 9 a.m., the first hearing will be held at the Imperia courthouse involving the three Italians who, on May 9th, 2021 in Ventimiglia attacked Moussa Balde with kicks, punches, plastic pipes and an iron rod.
The charge is injury aggravated by the use of blunt instruments. The Imperia police headquarters want to rule out racial hatred as an aggravating factor.

Transferred to Bordighera’s hospital for urgent medical attention, Moussa was released with a 10-day prognosis. Then, due to his illegal status on Italian national territory, only 24 hours after the attack he had been taken directly to the Cpr detention center in Turin, despite his concevable physical and psychological condition.

Immediately he was locked up in the Red area along with other detainees, shorlty thereafter moved to solitary confinement within the section called “Ospedaletto,” where already in 2019 another person, H.F., killed himself after being locked up there for five months.
Even now, the reasons behind the arbitrary decision to move a person in an already critical mental and physical condition to solitary confinement are unclear.

Moussa ended up in the CPR without ever having signed any testimony about his assault and without being asked any questions about the course of events. He received no psychological examination but instead was locked up in Turin with stitches still on his face, and while his lawyer had been looking for him for several days, no one had been able to find him because Moussa was registered at the CPR under a different name from the one marked by the Imperia police.

His attackers were walking around free and he ended up in confinement. He could not have known that a part of Italy was taking action in solidarity to find and support him, nor that the video of his attack had gone viral on media and social networks. Inside the CPR no one is permitted to keep phones, so that one is completely cut off from what happens outside, and cannot speak out about what happens inside.

Fellow detainees who began a protest as soon as they learned the news of his death reported that on the night of May 22nd, they heard him screaming for a long time and asking for a doctor’s intervention without ever receiving a response. On the morning of Sunday, May 23rd, 2021, he was found hung in his cell.
To date, the official cause of Moussa Balde’s death is suicide, although a manslaughter investigation is also underway.

Moussa’s death was neither a random ‘fatality’ nor the result of a chain of neglect, but the consequence of the structural racism of the system in which we live.
The hateful facts of this case show us how many levels of discrimination contributed to covering Moussa’s coffin:

firstly, the endless waits for a residence permit, timelines that had pushed him to survive on the margins of this society by which, with every effort, he tried to be accepted by following everything the reception system asked him to do, taking his middle school diploma, learning Italian, volunteering. After five years of bureaucratic wanderings and a failed attempt to try his luck again in France, he had ended up on the street with no more chances or plans, as it has happened to so many others.
Second, the group attack by three white men in broad daylight, in the city center and in front of the eyes of many passersby.
After the harm came the mockery: instead of receiving the protections he should have had as a survivor of a lynching, he was immediately taken to the CPR not for what he had done, but for what he was: an illegal immigrant without the documents he had been denied despite his best efforts.
And lastly, the final blow of a racism that was ultimately fatal to him: because Moussa was just an immigrant in the face of three honorable Italian citizens who slaughtered him, he was driven to pay with his silence for that which he saw and suffered that afternoon of May 9th.

Why such a rush to remove Moussa from Ventimiglia when he was the first eye witness to the attack on himself? Why continue to deny for days his presence inside the center when it was repeatedly asked at the CPR if Moussa was there? Why force him into solitary confinement at his most vulnerable moment?

It’s these and many other questions that we are under no delusions that will ever be answered.

His attackers are alive and free, the CPR continues to grind lives, and Mamadou Moussa Balde is dead at the age of twenty-two.

AGAINST ALL RACISMS and for the free migration of everyone everywhere.

For the abolition and closure of all CPRs/retention centers/lagers.

SEE YOU ON OCTOBER 14th IN IMPERIA

Those In Solidarity from Ventimiglia

(Foto copertina tratta da Fatto Quotidiano)

Ventimiglia e i suoi scalpi

Ventimiglia e i suoi scalpi

Lo scalpo, parola di origine scandinava, consiste nel praticare un taglio circolare intorno alla testa al fine di strapparne una parte. Solitamente si conosce come una pratica adottata dai nativi americani, ma esiste un’altra storia che la riconosce appartenere ai coloni francesi e inglesi che estraevano un “premio” per ogni persona nativa uccisa, collezionando scalpi. Il gioco del fazzoletto sembra avere origine da lì: tutti si sparpagliano nel campo di gioco e al “via!” ognuno cerca di rubare il fazzoletto o lo “scalpo” degli altri.

Si può solo acchiappare lo scalpo: si è squalificati se ci si spinge, ci si afferra o se si trattiene con la mano il proprio scalpo.

Vince chi, nel tempo stabilito, ha preso più scalpi.

Vince chi, nel tempo stabilito, ha preso più scalpi. 

Iniziamo così questa testimonianza di alcuni giorni trascorsi a Ventimiglia perché è questo che i nostri occhi vedono quando un giovane migrante nordafricano ci mostra la ferita sulla testa provocata dalle violenze ricevute, nel mese di luglio, dalla polizia francese. Il medico scriverà sul referto: trauma con scalpo parziale al capo. L’uomo ci racconta che la polizia francese aveva posto rimedio al taglio graffettando con una sparapunti la ferita e ci mostra una lesione al tendine estensore del III dito -che in medicina viene definito “atteggiamento a becco di flauto”- della mano destra. Anch’essa provocata dalla violenza poliziesca. Sarà lesionato a vita, ci dirà il medico, ma necessita di un appuntamento specialistico presso ambulatori di chirurgia della mano che in Liguria si trovano a Savona e Genova.

Inizia così il nostro viaggio nel girone dantesco della Sanità nella provincia di Imperia, inizia così il nostro muoverci tra gli scalpi. 

Il primo passo è quello di chiedere il codice STP (straniero temporaneamente presente) che permette alle persone senza permesso di soggiorno di ottenere tutte le cure urgenti e/o essenziali, non potendo avere il medico di famiglia.

Secondo le direttive di A.Li.sa (Azienda Sanitaria Ligure):Il codice STP può essere rilasciato dalle ASL, dalle Aziende Ospedaliere e dagli IRCCS, ha validità nazionale e ha una durata semestrale rinnovabile”. Su questa base ci rechiamo presso l’ospedale di Bordighera, precisamente al “Centro di prenotazione per le visite mediche” con la richiesta di una visita urgente o essenziale presso un ambulatorio di chirurgia della mano su un ricettario intestato AAICA (Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta) redatto e firmato da un medico.

L’impiegata ci informa che loro non rilasciano il codice STP e che il luogo deputato a tale funzione si trova presso il Distretto Sanitario ventimigliese “Villa Olga”, distante 3 km dall’ospedale. Ci rimettiamo in viaggio, torniamo a Ventimiglia, arrivati a Villa Olga otteniamo un nuovo diniego: il codice STP viene dato solo alle persone non in regola che “intendono” eseguire la vaccinazione per il Covid 19 e alle persone di provenienza ucraina.

Dopo alcune telefonate all’Ufficio Relazioni col Pubblico e con la responsabile dell’ufficio Esteri il direttore del distretto di Ventimiglia si palesa affermando inopinatamente che “la prassi in Liguria è questa”. Dopo avergli chiarito che tale affermazione è falsa come da indicazioni di A.Li.sa, tanto che a Genova l’STP viene fornito da tutti i distretti sanitari ancorché accompagnati da una richiesta redatta e firmata da un medico, il direttore ci informa che per l’ASL 1 l’unico luogo deputato è il pronto soccorso, e che per il Distretto di Ventimiglia è rappresentato dal pronto soccorso dell’ospedale di Bordighera. Il medesimo da cui siamo stati respinti per dirigerci a Villa Olga.

Il direttore prova, ovviamente senza successo, ad avere una descrizione fisica della persona che sostiene aver dato un’informazione scorretta per avere un capro espiratorio su cui far ricadere la colpa.

Ritorniamo all’ospedale di Bordighera, quindi al pronto soccorso, dove un infermiere gentile ma un po’ contrariato dalla scarsa comunicazione/organizzazione ci fornisce l’STP: andare al pronto soccorso per fare l’STP, un atto amministrativo, significa intasare un luogo dedicato alle emergenze.

Rimane il problema della richiesta per la visita.

Nei distretti sanitari della ASL 3 genovese esistono i medici prescrittori che, valutando e segnalando direttamente sulla richiesta regionale il nome del medico che invia il paziente, forniscono ricetta regionale. Nell’ASL 1 non esiste tale possibilità: il paziente deve per forza essere valutato dal medico del pronto soccorso per convertire la ricetta regionale.

Tale situazione è inaccettabile. In primo luogo, per la persona che necessita di cure (condizione sancita in modo chiaro dalla nostra tanto declamata e decantata costituzione e regolata da indicazioni regionali): se il giovane fosse stato da solo tra le barriere linguistiche e burocratiche, incontrando personale stanco, poco informato e irritato, dovendosi spostare per 9 Km avrebbe probabilmente desistito e sarebbero peggiorate le sue condizioni di salute.

In secondo luogo, tale procedura è estremamente dannosa per i cittadini del territorio: la prassi secondo cui queste procedure, in gran parte burocratiche, siano a carico del pronto soccorso, del personale medico del pronto soccorso e non di quello amministrativo significa intasare il già denutrito ospedale.

Aggiungiamo un altro episodio per evidenziare la progressiva distruzione del sistema sanitario, soprattutto territoriale, che investe nella privatizzazione e nei progetti costosi e faraonici e lascia le persone, malate, in balia del caos e del caso.

Sempre al pronto soccorso dell’ospedale di Bordighera incrociamo una donna in gravidanza al VII mese. Con la stessa trafila assurda ha ottenuto l’STP, ma per fare una visita ostetrico/ginecologica con ecografia è stata inviata con l’ambulanza all’ospedale di Imperia non essendoci localmente un tale servizio, con costi e disagi intuibili.

Ci chiediamo fino a che punto l’anestesia generale riesca a far sì che i cittadini di Ventimiglia e Bordighera non chiedano conto di tale situazione al distretto sanitario, alla ASL 1, ad A.Li.sa (azienda sanitaria ligure) e all’Assessore alla Salute nella figura di Toti, tra l’altro pure presidente della regione Liguria.

Le autorità degli stati, le polizie italiane, francesi e di confine stanno giocando a modo loro allo “scalpo”: tutti si sparpagliano nel campo di gioco e, al “via!”, ognuno cerca di rubare il fazzoletto o lo “scalpo” degli altri.

Si può solo acchiappare lo scalpo: si è squalificati se ci si spinge, ci si afferra o se si trattiene con la mano il proprio scalpo.

Vince chi, nel tempo stabilito, ha preso più scalpi.

Vince chi, nel tempo stabilito, ha preso più scalpi.

Gli sbarchi in Sicilia continuano insieme alle violenze dei confini e alle morti nel cercare di attraversali; violenze che hanno travolto gli argini, lasciando tracce della loro desolazione ovunque.

Le storie delle persone sopravvissute che incontriamo a Ventimiglia con direzione “respingimento” tra i binari della stazione, sotto il ponte di Via Tenda, lungo la spiaggia alla foce del Roja, nel piazzale davanti al cimitero durante la distribuzione serale del cibo, nel parco adiacente al Comune di Ventimiglia mostrano scalpi, scabbia, micosi interdigitali dei piedi, ascessi secondari al vivere in condizioni forzate di scarsa igiene, mal di denti, febbri, traumi dovuti alle violenze frequenti della polizia di confine. E nel mostrare raccontano scenari di sopraffazione e sfruttamento, di connessioni tra lo stato e la mafia, tra la mafia e la polizia.

Un uomo proveniente dall’Africa centrale ci racconta di essere arrivato nel 2013 in Italia, aver fatto richiesta di asilo politico (respinta) ed essere finito irregolare a lavorare come operaio/carpentiere di un imprenditore siciliano, rivelatosi personaggio di spicco della mafia locale. Mentre racconta, intorno a lui, si muovono gli sguardi sperduti e angosciati della compagna incinta e delle loro due bambine.

Nel mese di luglio dopo una persistente mancata retribuzione per un totale di 4000 euro, e dopo le ripetute richieste disattese, l’uomo decide di cercare un nuovo lavoro, sempre sfruttato, sempre irregolare, sempre in Sicilia, sempre nello stesso paese per garantire alle bambine di proseguire la scuola e non sradicarle. Ma l’ex datore di lavoro non lo accetta, lo minaccia, dà fuoco alla casa con la moglie e le figlie che vengono salvate dai vicini. Lo minaccia con una pistola alla testa affermando che non può lavorare per nessun altro, pena la morte. L’imprenditore mafioso sarebbe agli arresti domiciliari ma controlla evidentemente il territorio.

L’uomo ha denunciato tutto alla polizia, sia l’incendio doloso sia le minacce armate, ma non sono stati presi provvedimenti se non consigliargli di scappare. Cosa che ha fatto soprattutto per tutelare la famiglia. Rimane la sua dignità, il desiderio di ottenere “giustizia” che si scontra con l’indolenza, la superficialità se non la connivenza delle autorità. Rimane lo sguardo traumatizzato della moglie, incinta, che non dice più una parola, guarda le sue bambine, è persa, ha paura…

La seconda storia ci viene raccontata da un giovane nordafricano scappato anche lui dalla Sicilia dopo aver scoperto e tentato di fermare traffici di esseri umani.

Ci racconta di legami mafiosi tra il Nordafrica e l’Italia, in particolare con la Sicilia; di come tali traffici siano cresciuti in modo esponenziale durante la pandemia e gli obblighi di quarantena per gli sbarchi. Ci descrive la dislocazione delle persone dalle navi quarantena direttamente in case/lager dove sarebbero perpetrate violenze con avviamenti alla tratta, al lavoro forzato e al trapianto di organi (quest’ultima pratica, talmente terribile da essere inaccettabile anche al solo pensarla, sta avendo riscontro in numerose indagini penali e giornalistiche).

Ci viene detto che tale situazione coinvolgerebbe molti migranti di diverse provenienze, ma in particolare i tunisini perché maggiormente ricattabili essendo il loro paese “considerato dal 2019 dall’Italia un “Paese di origine sicuro” per quanto riguarda il rispetto dei diritti”; ciò determina che siano quelli più respinti sul totale. Ci parla di violenze subite e consigli (intimidazioni?) da parte delle forze dell’ordine di tacere e allontanarsi dalla Sicilia.

Questi sono gli scalpi che le autorità e le polizie di confine mostrano come trofei? È questa la vita che stanno estorcendo alle persone: arti spezzati, corpi bruciati vivi, donne abusate, vite incarcerate, violate, denutrite, malate.

Sono queste le storie delle persone sopravvissute che incontriamo a Ventimiglia: tra gli avanzi gettati di tutti i transiti; lungo le rotaie di un binario morto dove i più giovani chiudono gli occhi sfiniti; nell’attesa di un pasto serale con vista cimitero tra stormi di uccelli che grufolano tra i resti dei resti; nelle notti di un fiume secco dove brulicano topi tra i corpi dormienti che si sono ricavati a stento un giaciglio; tra chi ha lo sguardo già perduto in un mondo che non è più questo, simile al fondale di un mare dove si depositano fotografie di scomparsi.

Sono loro che ci chiedono con fermezza, coraggio e determinazione di raccontare le loro storie.

 

Una manifestazione transfemminista contro i confini

Riceviamo e pubblichiamo il resoconto dei fatti accaduti in occasione di una manifestazione transfemminista sul confine tra Ventimiglia e Mentone nelle giornate di sabato 5 e domenica 6 giugno.

*pour la version française

*for the English version

Una manifestazione transfemminista contro i confini:

Ventimiglia/Mentone sabato 5 e domenica 6 giugno

Tuoutes aux frontierès: manifestazione transfemminista in solidarietà con le persone detenute alla frontiera franco italiana di Ventimiglia, un primo vittorioso passo del movimento transfemminista europeo contro le frontiere dell’Europa, contro Frontex e la polizia, contro il sessismo e il razzismo … ovvero come le persone manifestanti sono riuscite a incastrare per ore gli ingranaggi discriminatori e razziali dei dispositivi di frontiera.

Nel pomeriggio di sabato 5 giugno 2021 si è tenuta a Nizza una manifestazione transfemminista europea contro i confini e le politiche migratorie.

Nella stessa giornata, persone solidali che vivono e attraversano la zona di frontiera italo-francese hanno pensato di condividere una mattinata di protesta contro i confini anche nel territorio di Ventimiglia e Mentone, per dare a tuttx la possibilità di unirsi in una giornata contro le frontiere, anche per chi poteva avere problemi a causa dei controlli covid o per la distanza da Nizza.

Un appuntamento improvvisato per la mattinata di sabato 5 giugno, immaginato e condiviso come saluto solidale alla manifestazione transfemminista di Nizza, e momento di lotta e sostegno alle persone recluse dentro ai container della Paf (Police aux frontieres), ulteriore scintilla di protesta proprio sul confine.

La manif al confine

Dopo essersi radunate alle 10:30 in frontiera italiana, le persone solidali si sono spostate a protestare direttamente davanti agli uffici della Paf ed ai container dal lato francese, dove erano recluse diverse decine di persone senza documenti. Alla manifestazione hanno deciso di partecipare anche alcune persone senza documenti arrivate da Ventimiglia. Striscioni, cartelli, grida, cori, interventi, canti, saluti alle persone rinchiuse, si sono susseguiti per oltre un’ora, a pochi centimetri dalle strutture di reclusione francesi, da dove le persone imprigionate nel tentativo di attraversare il confine hanno mandato saluti e risposte ai richiami di chi manifestava.

La polizia italiana è rimasta a guardare a distanza cercando di capire cosa stava succedendo, e successivamente schierando un gruppo di carabinieri in antisommossa; la polizia francese si è mostrata in difficoltà, impreparata a una manifestazione transfemminista partecipatissima e non annunciata, che è riuscita a spingersi oltre il confine senza che le autorità riuscissero a ostacolarla o reagire.

Sono arrivati rinforzi dal lato francese e hanno provato a far arretrare la gente, ma la forza collettiva della rabbia contro i confini ha risposto con ancora più rumore e cori. Quando la complicità e l’entusiasmo delle persone chiuse dentro ha iniziato a crescere, la Paf è entrata nei container e ha gasato chi si trovava dentro con spray urticante: all’interno è calato un improvviso silenzio, un forte odore chimico ha infiammato gli occhi di chi stava protestando fino a un centinaio di metri intorno alle gabbie di lamiera.

Nel pomeriggio, le persone rilasciate hanno poi raccontato che decine di loro erano collassate nei container sotto i gas. Nonostante questo, si sono mostrate felici per la manifestazione del mattino chiedendo entusiaste di portare più spesso saluti e solidarietà.

Verso mezzogiorno la manifestazione è risalita verso il lato italiano, superando gli uffici di polizia per poi disperdersi.

A Ventimiglia, sul treno per Nizza

Numerose persone hanno deciso di proseguire la protesta, andando a prendere un treno alla stazione di Ventimiglia, per raggiungere nel pomeriggio la manifestazione transfemminista a Nizza. Sul binario italiano in direzione Francia le persone sono state affrontate dalla solita presenza di polizia italiana e vigilanza privata, che ha il quotidiano compito di bloccare e controllare, in cima al sottopassaggio, tutti i passeggeri non bianchi, prima che riescano a salire sul treno fermo al binario. Il gruppo ha semplicemente continuato ad avanzare, facendo retrocedere la polizia che ha tentato di fermare alcune persone, ma si è poi fatta da parte lasciando infine che le manifestanti salissero sul treno delle 13:55, e lasciando piuttosto che se la vedessero i colleghi francesi all’arrivo a Menton Garavan. Una volta a bordo, si sono unite al vagone “manif Nizza” anche alcune persone già presenti sul treno.

Una decina di minuti più tardi, all’arrivo alla prima stazione in Francia, Menton Garavan, la polizia francese che controlla ogni convoglio da sei anni in cerca di tutte le persone senza documenti, si è avvicinata al treno per il consueto blitz. Ma ha trovato ad attenderla un vagone di grida, cori e percussioni contro le frontiere. Ad ogni tentativo di mediazione o di richiesta dei documenti di identità, è stato risposto protestando e suonando ancora più forte. A un certo punto il capotreno ha detto “se state tranquille e lasciate passare i controlli, proseguiamo fino a Nizza senza problemi”.

Controlli vuol dire rastrellamenti razziali, vuol dire gente che non ha commesso nessun reato trascinata a forza nei furgoni della Paf o della gendarmerie e sbattuta per ore senza cibo e acqua in una scatola di metallo. Vuol dire che le persone vengono insultate e umiliate, gasate e picchiate, uomini, donne, persone trans, intersex, o minori che siano. I cori contro i confini non si sono fermati.

Blocco sul treno a Menton Garavan

A un certo punto l’interfono del treno ha avvertito i signori e le signore passeggere che il treno era fermo, e che avrebbero trovato un altro treno per proseguire, in arrivo sul binario opposto, quello che normalmente copre la linea inversa, dalla Francia a Ventimiglia. Anche le persone che volevano raggiungere la manifestazione a Nizza si sono mosse allora per uscire assieme agli altri passeggeri e passeggere, così da cambiare treno e riprendere il viaggio.

Energumeni della Paf e della gendarmerie si sono lanciati alle due uscite del vagone, per bloccare chi voleva raggiungere la manifestazione transfemminista a Nizza. Hanno schiacciato con violenza le persone, gridando, spintonando, prendendo a pugni, insultando e provocando con la minaccia di usare il gas o ricorrendo a molestie verbali sessiste.

Per tutto il tempo che le persone sono state bloccate in attesa dell’arrivo dei rinforzi dall’aeroporto di Nizza, la polizia ha investito le persone con rabbia e feroce aggressività, cercando lo scontro con i pochissimi uomini etero cis presenti come unica soluzione ad una situazione che non sapevano affrontare. Quando i rinforzi sono arrivati con i furgoni, le persone sono state allora costrette a scendere con la forza, tra calci, pugni e spintoni, qualcuna con la testa tenuta abbassata a forza, qualcuna presa e quasi sollevata per il collo, sono state caricate sui mezzi e deportate nuovamente sull’altro lato del confine, proprio davanti agli uffici di polizia italiana.

Alla fine sono state trattenute solo una persona solidale, accusata di aggressione a pubblico ufficiale, e due persone senza documenti. Queste due sono state spostate nei container e rilasciate dopo alcune ore in direzione Italia, assieme a tutte le altre persone fermate nei precedenti controlli.

La persona accusata di aggressione è invece rimasta negli uffici di frontiera francesi in stato di fermo per 24 + 24 ore, chiamate in Francia garde à vue e prolungabili fino a 48 ore salvo casi più gravi.

La polizia italiana, indignata e innervosita per un pushback illegale di persone comunitarie, scaricate dai colleghi francesi in suolo italico senza nemmeno identificazione, ha deciso di sospendere il lavoro per il resto del pomeriggio, entrando in “sciopero riammissioni”. Se al mattino il ricatto del potere davanti a una manifestazione con cui non trovava dialogo è stato gasare persone chiuse in trappola, al pomeriggio la ripicca dell’autorità italiana ha deciso di bloccare sul ponte che separa il territorio italiano da quello francese, Ponte San Luigi, tutte le persone migranti respinte dalla Francia

Schierati all’inizio del ponte, un gruppo di poliziotti italiani in divisa e altri in borghese che filmavano, hanno proseguito per ore rifiutando l’ingresso alle persone, mentre alla fine del ponte poliziotti francesi nervosissimi controllavano la situazione e mantenevano fermo il rifiuto anche per l’ingresso in Francia.

Tutte le persone che erano dirette alla manifestazione transfemminista a Nizza si sono radunate tra le due frontiere, aspettando di conoscere notizie delle persone fermate e di sbloccare quella situazione di stallo per le persone senza documenti, innescata da una questione di orgoglio e ripicca puerile tra le forze armate dei due paesi.

Dopo circa quattro ore di sollecitazioni, una poliziotta in borghese è andata a negoziare dentro gli uffici francesi coi colleghi, per tornare sul ponte raggiante, spiegando che c’era solo stato un “problema di comunicazione” e che era tutto risolto: le persone comunitarie potevano andare liberamente in Francia o in Italia a piacimento, “invece loro li prendiamo noi che li dobbiamo trattare”, ha affermato indicando le persone migranti bloccate per tutto il pomeriggio dalla polizia italiana.

Alla conferma che la persona solidale sarebbe stata trattenuta in garde à vue, e una volta che tutte le persone sono state autorizzate a rientrare in Italia e, per quelle confermate minorenni, è stato riconsiderato il riaccompagnamento in Francia dopo intervento dell’avvocato, la giornata di 12 ore alla “frontiera alta” di Ponte San Luigi si è conclusa con un appuntamento per il giorno successivo, nello stesso luogo.

Domenica, ritorno in frontiera (a Ventimiglia)

Domenica 6 verso le ore 14, quando l’avvocato ha confermato che i poliziotti francesi avevano trovato uno stratagemma per prolungare le 24 ore di garde à vue della persona solidale fermata il giorno prima, con l’escamotage della richiesta tardiva di acquisizione delle telecamere del treno e della stazione di Menton Garavan, il gruppo di solidali si è avvicinato nuovamente ai container, gridando per un paio di minuti cori e saluti a tutte le persone rinchiuse in quel momento, che a loro volta hanno nuovamente risposto; mentre dalla finestra del commissariato francese alcuni poliziotti mostravano lo spray urticante rivolgendolo ai container, come minaccia di ulteriore vendetta sulle persone prigioniere.

In pochi secondi, quando ormai le persone solidali se ne stavano andando, la Paf è uscita di corsa dagli uffici, chi sfoderando manganelli, chi agitando lo spray, fermandosi in schieramento sulla linea del confine per alcuni secondi, prima di ottenere probabilmente un’autorizzazione a sconfinare da parte della polizia italiana: un movimento rapido di cellulari tra un lato e l’altro del confine, ha fatto rompere gli indugi della polizia francese, che è corsa rabbiosa a circondare su suolo italiano un’auto delle persone solidali che stava facendo manovra per andarsene via.

Cinque persone sono state aggredite e tirate fuori a forza dall’auto, portate dentro gli uffici di frontiera francesi con le braccia bloccate dietro la schiena. La polizia italiana, a qualche centinaio di metri di distanza, ha osservato e filmato ogni cosa. Dopo alcune ore, tutte le persone sono state rilasciate con un refus d’entrée (rifiuto d’ingresso) dalla Francia, uguali a quelli che ogni giorno vengono dati a decine di persone rimandate in Italia, e una multa di 135 euro per ingresso in Francia -di circa cinque metri- senza test covid.

Lunedì, toutes aux frontières!

Al terzo giorno di presenza contestatrice alla frontiera, dopo ulteriori saluti da parte delle persone nei container, che si sono arrampicate dalla grata posta a chiusura sul tetto, per salutare con le braccia la presenza solidale, e dopo 45 ore di garde à vue, è stata rilasciata anche l’ultima persona presa sul treno diretto a Nizza.

I rastrellamenti razziali sui due lati del confine e il trattenimento per ore di persone senza documenti dentro prigioni di lamiera, continua giorno dopo giorno. Assieme al traffico di esseri umani, alla vendita del corpo delle donne come biglietto per attraversare il confine, agli accordi sottobanco tra guardie e ladri, alle aggressioni fisiche sempre più frequenti contro le persone non bianche.

Continua tuttavia anche la loro lotta quotidiana per la sopravvivenza in un territorio ostile, pericoloso, violento, razzista, sessista, omofobo, transfobo e patriarcale. Come femministe, non smetteremo di aiutarle con ogni mezzo necessario ad esercitare la loro fondamentale libertà di movimento.

Gli stati europei vanno mano per mano coi trafficanti !

Le frontiere in Europa sono uno stupro !

Vogliamo la chiusura di tutti i centri di detenzione amministrativa !

Vogliamo l’apertura di tutte le frontiere e la fine del business di armi e polizia !

 

Tou.te.s aux frontières!

Sabato 5 e domenica 6 giugno, Ventimiglia-Mentone

version française ici

Une manifestation transféministe contre les frontières :

Ventimiglia/Menton Samedi 5 et dimanche 6 juin 2021

Toustes au frontières : manifestation transféministe en solidarité avec les détenu.es à la frontière italo-française de Vintimille. Les personnes détenues son gazées dans les containers lors de l’action. L’action se poursuit vers Nice : violence policière raciste sur le trajet. Les personnes migrantes sont relâchées, 5 autres arrestations d’activistes en solidarité, dont une relâchée au terme d’une garde-à-vue de 48 heures. Amorce victorieuse d’un mouvement européen transféministe contre les frontières de l’Europe, Frontex, la police, le sexisme et le racisme… Ou comment les féministes sèment la discorde entre les polices frontalières.

Dans l’après-midi du samedi 5 juin 2021, une manifestation transféministe européenne contre les frontières et les politiques migratoires a eu lieu à Nice.
Le matin-même, les personnes solidaires qui vivent et traversent la zone frontalière franco-italienne ont elles aussi voulu partager une matinée de protestation. Ce rendez vous improvisé aux confins des territoires entre Vintimille et Menton émanait du désir de voir renaître une nouvelle étincelle de contestation et de lutte sur la frontière et de témoigner du soutien aux personnes emprisonnées à l’intérieur des containers de la PAF (Police aux frontières).

Manifestation à la frontière
Solidarité à travers les tôles. Détenu.es lacrymogené.es.

Après s’être rassemblées à 10h30 à la frontière italienne, des dizaines de personnes concernées et de féministes solidaires se sont déplacées pour protester directement devant les bureaux de la PAF et devant les containers, côté français. Pendant plus d’une heure on manifeste avec force, cris, chants, banderoles, discours, slogans et salutations aux dizaines de personnes emprisonnées à l’intérieur de ces containers à la suite de leur tentative de passer la frontière. La kyrielle protéiforme et décidée a réussi à franchir la frontière sous le regard hagard de la gendarmerie italienne et de la police française anti-émeute. De toute évidence, prise au dépourvu face à une manifestation transféministe non annoncée.

Les renforts arrivent du côté français et tentent de faire reculer les gens, mais la force collective de la colère contre les frontières répond par encore plus de bruit et de chants. Lorsque la complicité et l’enthousiasme des personnes enfermées à l’intérieur se font entendre plus fort, les agents de PAF entrent dans les containers et gazent les gens qui s’y trouvent avec leurs sprays lacrymogènes : le silence est soudain tombé à l’intérieur, une effluve chimique a piqué les yeux de celleux qui protestaient jusqu’à une centaine de mètres autour des cages métalliques.

Dans l’après-midi, les personnes libérées racontent que des dizaines d’entre elles s’étaient effondrées dans les containers sous l’effet du gaz. Malgré cela, iels se sont montrées heureu.ses de la manifestation du matin et ont demandé avec enthousiasme à ce que soient portés plus souvent des salutations et de la solidarité.

Vers midi la manifestation se disperse.

 

À Ventimiglia, dans le train pour Nice
Féministes véneres contre les frontières !

Une partie d’entre nous a décidé de continuer la journée d’action en allant prendre un train direction Nice, la grande manif. Sur le quai italien en direction de la France, présence habituelle de la police italienne et de la sécurité privée qui ont pour tâche quotidienne de bloquer et de contrôler toustes les passager.es non blancs avant qu’iels ne parviennent à monter dans le train. Nous avons simplement continué à avancer, amenant la police à reculer et finalement à laisser les manifestant.es monter dans le train de 13h55. Une fois à bord, un certain nombre de personnes déjà présentes dans le train rejoignent le wagon “manifestation de Nice”.

Une dizaine de minutes plus tard, à l’arrivée à la première gare de France, Menton Garavan, la police française qui, depuis six ans, contrôle chaque convoi à la recherche de tous les sans-papiers, s’approche du train pour la descente habituelle. Elle y découvre un wagon rempli de cris, de chants et de tambours anti-frontaliers. À chaque tentative de médiation ou de demande de papiers d’identité, on répondait en protestant et en jouant encore plus fort. Les contrôles, ce sont des rafles racistes, ce sont les personnes qui n’ont commis aucun crime traînées de force dans les fourgons de la PAF ou de la gendarmerie et jetées pendant des heures sans eau ni nourriture dans une boîte métallique. Cela signifie que des personnes sont insultées et humiliées, gazées et battues, qu’il s’agisse d’hommes, de femmes, de personnes trans, intersexes ou mineures. Les chants contre les frontières n’ont pas cessé.

 

Blocage du train à Menton Garavan
Les transféministes déroutent les polices

À un moment donné, les hauts-parleurs du train ont averti les passagers, mesdames et messieurs, que le train était arrêté, et qu’ils trouveraient un autre train pour continuer leur voyage sur la voie opposée. Des agents de la PAF et de la gendarmerie ont bloqué la sortie de celleux qui voulaient rejoindre la manifestation transféministe à Nice.

Dans une mêlée de coups de poing et d’insultes sexistes, les policier-es visiblement embarrassé.es par cette situation cherchaient la confrontation avec les rares hommes cis présents. Au final, deux personnes sans papiers sont arrêtées, emmené.es dans les containers et renvoyé.es vers l’Italie après quelques heures. Une personne solidaire est accusée de violences sur agent public et détenue.

La police italienne, déconcertée par le refoulement illégal de citoyen.nes européen.nes non-identifiées décide alors de suspendre son travail pour le reste de l’après-midi, entamant une “grève des réadmissions”.

Nous toustes qui voulions aller à la manifestation transféministe de Nice, on se rassemble entre les deux frontières.

Après environ quatre heures de sollicitation, arrive la « gentille policière » en civil, qui est allée négocier à l’intérieur des bureaux français. Revenant rayonnante sur le pont, elle explique qu’il n’y avait eu qu’un “problème de communication” et que tout était résolu : les citoyen.nes européen.nes pouvaient aller librement en France ou en Italie à leur guise, « par contre, eux, on les emmène parce qu’on doit les traiter » (sic), en indiquant les personnes bloquées tout l’après-midi par la police italienne.

 

Dimanche, retour à la frontière (Vintimille)
Liberté, égalité, refus d’entrée!

Le dimanche 6, vers 14 heures, les personnes emprisonnées répondent à nouveau à nos refrains, tandis qu’à la fenêtre, des policiers nous montrent leurs sprays lacrymogènes, comme une menace de vengeance supplémentaire sur les personnes emprisonnées dans les containers.

Cinq personnes du groupe sont attaquées et sorties de force de leur voiture qui manœuvrait pour partir.

Après quelques heures, toutes seront libérées avec un ̈refus d’entrée ̈, comme ceux qu’ils donnent chaque jour à des dizaines de personnes renvoyées en Italie, et une amende de 135 euros pour être entrées en France -sur environ cinq mètres- sans test Covid!

 

Lundi, toustes aux frontières!
Les frontières violent – nous les tuerons

Au troisième jour de la présence protestataire à la frontière, les personnes enfermées grimpent jusqu’à la grille posée entre les toits des containers pour saluer de leurs bras la présence solidaire. Après 45 heures de garde à vue, la dernière personne arrêtée dans le train pour Nice est libérée.

Le harcèlement raciste des deux côtés de la frontière et la détention pendant des heures des personnes sans papiers dans des prisons en tôle se poursuivent jour après jour sans que nous, vous, les voisins, ne protestent. Cela fait l’affaire de la traite des êtres humains, le business de la vente des corps des femmes en échange du passage de frontière. Cela n’est rendu possible que par des accords en sous-main entre gardiens et voleurs, et donne lieu à des agressions de plus en plus graves et fréquentes contre les personnes migrantes.

Cependant, leur lutte quotidienne pour la survie dans un territoire hostile, dangereux, violent, raciste, homophobe, transphobe et patriarcal se poursuit. En tant que féministes, nous ne cesserons pas de les aider par tous les moyens nécessaires à exercer leur liberté fondamentale de circulation.

États Européens, main dans la main avec les trafiquants !

En Europe, les frontières, c’est du VIOL !

Nous voulons la fermeture de tous les centres de rétention administrative !

Nous voulons l’ouverture de toutes les frontières et l’arret du business des polices et des armes !

 

Tou.te.s aux frontières !

Samedi 5 et dimanche 6 juin 2021, Vintimille-Menton

 

 

English version here:

A TRANSFEMINIST DEMONSTRATION AGAINST BORDERS:

Ventimiglia/Mentone Saturday 5th and Sunday 6th of June

Tuoutes aux frontierès: transfeminist demo in solidarity with the people detained at the French-Italian border of Ventimiglia, a first victorious step of the European transfeminist movement against the european borders, against Frontex and the police, against sexism and racism … or how the people demonstrating managed to jam the discriminatory and racial gears of the border devices for hours.

A transfeminist demonstration against borders and migration policies was held in Nice in the afternoon of Saturday 5 June 2021

In the same day, people in solidarity who live and cross the Italian-French border area decided to spend the morning protesting against borders in the territory of Ventimiglia and Mentone as well, to give everyone the possibility of gathering in a day against borders, even for those who might have problems because of the covid checks or for distance from Nice.

An impromptu appointment for the morning of Saturday 5th of June, imagined and shared as a solidarity greeting to the transfeminist demonstration of Nice, and moment of fight and support for people imprisoned inside the containers of the PAF (Police aux frontieres), further sparked protests right on the border.

 

The demonstration at the border

After gathering at 10:30 at the Italian border, the people in solidarity moved to protest directly in front of the PAF offices and the containers on the french side, where several dozen undocumented people were reclused. Some people without documents from Ventimiglia have decided to participate as well. There have been banners, signs, shouts, choirs, speeches, songs, greetings to locked up people for more than an hour, a few centimeters far away from the french prison structures, from where people imprisoned trying to cross the border have sent greetings and responses to the calls of those demonstrating.

Italian police watched from distance trying to understand what was happening, subsequently deploying a group of riot police; French police showed themselves in trouble, unprepared for a very participatory and unannounced transfeminist demonstration, that managed to go beyond the border without the authorities being able to obstruct or react.

Reinforcements arrived from the French side and tried to get the people back, but collective rage against borders responded with even more noise and chants. When the complicity and the enthusiasm of the people locked inside has begun to grow, Paf entered the containers and gassed those inside with stinging spray: a sudden silence fell inside, a strong chemical smell inflamed the eyes of those who were protesting up to a hundred meters around the sheet metal cages.

In the afternoon, released people have then reported that dozens of them were collapsed in containers under gas. Despite this, they showed themselves happy for the demonstration that has taken place in the morning, enthusiastically asking to bring greetings and solidarity more often.

Around noon the demonstration climbed towards the Italian side, passing in front of police offices and then dispersing.

 

In Ventimiglia, on the train to Nice

Many people have decided to continue the protest, going to get a train at Ventimiglia station, to reach in the afternoon the transfeminist demonstration in Nice. On the Italian rail towards France people have faced with the usual presence of Italian police and private security, which has the daily task to stop and control, at the top of the underpass, all non-white passengers, before they can be able to get on the train which is still at the platform. The group has simply continued to advance, pulling back the police who tried to stop some people, but then stepped aside and finally let the protesters board the 1:55 pm train, rather leaving it to the French colleagues upon arrival in Menton Garavan. Once on board, some people already present on the train joined the “Manif Nizza” wagon.

Ten minutes later, upon arrival at the first station in France, Menton Garavan, French police who have been checking every convoy for six years looking for all the people without documents, approached the train for the usual blitz. It found though a wagon of shouts, choirs and percussion against borders awaiting. To any attempt of mediation or request for identity documents, it was answered protesting and ringing even louder. At one point, the conductor said “if you are quiet and let the controls to be, we continue to Nice without problems ”.

Controls means racial roundups, it means people who have not committed any rime dragged by force into the containers of the Paf or the gendarmerie and beaten for hours without food and water in a metal box. It means that people are insulted and humiliated, gassed and beaten, men, women, intersex, trans persons, or minors who are. The choirs against the borders did not stop.

 

Blockage on the train at Menton Garavan

At one point the intercom of the train warned people that the train was still, and that another train to continue would have been found, arriving on the other platform, which normally covers the reverse line, from France to Ventimiglia. People who wanted to reach the demonstration in Nice then moved as well to go out with the other passengers, so as to change train and be back on the travel.

Army ginks of the PAF and of gendarmerie went to the two exits of the wagon, to block those who wanted to reach the transfeminist demonstration in Nice. They violently crushed people, shouting, throwing up their hands, grabbing, punching, insulting and provoking by threatening to use gas or resorting to sexist verbal harassment.

For the whole time when people have been blocked waiting for reinforcements to arrive from Nice airport, the police hit people with anger and ferociousness aggression, encounter the confrontation only with the very few straight men cis present as the only solution to a situation they did not know how to face. When reinforces arrived with vans, people have been then forced to get off by force, between kicks, punches and shoves, some with her head held down by force, some taken and almost lifted by the neck, they were loaded onto the vehicles and deported again on the other side of the border, right in front of the Italian police offices.

In the end, only one person in solidarity was detained, accused of assault to public official, and two people without documents. These two have been moved to the container and released after a few hours in the direction of Italy, together with all the other people stopped in previous checks.

The person accused of assault, on the other hand, remained in the border offices French in custody for 24 + 24 hours, called “garde à vue” in France and extendable up to 48 hours except for more serious cases.

The Italian police, outraged and nervous about the illegal pushback of community people, downloaded by his French colleagues on Italian soil without even identification, decided to suspend work for the rest of the afternoon, entering a “readmission strike”. If in the morning the blackmail of power in front of a demonstration with which could not find dialogue has been gassing trapped people, in the afternoon the spite of the Italian authorities has decided to block on the bridge that separates the Italian territory from the French one, Ponte San Luigi, all migrants rejected by France.

Lined up at the beginning of the bridge, a group of Italian policemen in uniform and others in plain clothes who were filming, continued for hours refusing people from entering, while at the end of bridge nervous French policemen controlled the situation and held the refusal to entry in France.

All the people who were directed to the transfeminist demonstration in Nice have gathered between the two borders, waiting for news of the people stopped and for unlocking the stalemate for people without documents, triggered by a question of pride and childish spite between the armed forces of the two countries.

After about four hours of soliciting, a plainclothes policewoman went to negotiate inside the French offices with colleagues, to return to the beaming bridge, explaining that it was there it was only a “communication problem” and that it was all solved: the community people could freely go to France or Italy at will, “instead we take them ‘cause we have to deal with them ”, she said pointing at the migrants blocked for the whole afternoon by the Italian police.

Upon confirmation that the person in solidarity would have been detained in garde à vue, and once that all people have been authorized to return to Italy and, for those confirmed minors, the return to France was reconsidered after the intervention of the lawyer, the 12-hour day at the “high border” of Ponte San Luigi ended with an appointment for the next day, in the same place.

 

Sunday, return to the border (Ventimiglia)

Sunday 6th around 2 pm, when the lawyer confirmed that the French policemen had found a trick to extend the solidarity person’s 24 hours of garde à vue stopped the day before, with the ploy of the late request for acquisition for the cameras of the train and the station of Menton Garavan, the group of solidarity people has approached the containers again, shouting for a couple of minutes choruses and greetings to all the people incarcerated at that time, who have in turn again answered; while from the window of the French police station some policemen showed him stinging spray aimed at containers, as a threat of further revenge on people recluse.

In a few seconds, when the people in solidarity were leaving, the PAF came out running from the offices, some pulling out batons, some waving the spray, stopping in line up on the border line for a few seconds, probably before getting an authorization to trespass from the Italian police: a rapid movement of mobile phones between one side to the other of the border, has broken the delay of the French police, who ran angrily to surround a car of supportive people on Italian soil which was maneuvering to leave.

Five people were attacked and forcibly pulled out of the car, taken inside the French border offices with their arms locked behind their backs. Italian police, a few hundred meters away, observed and filmed everything. After a few hours, all people were released with a refus d’entrée (refusal of entry) from France, the same as those that are given to dozens of deferred people every day in Italy, and a fine of 135 euros for entry into France – of about five meters – without testing covid.

Monday, all at the borders!

On the third day of protesting at the border, after further greetings from the people in the containers, who climbed from the closing grate on the roof, to greet the presence of supportive people, and after 45 hours of garde à vue, it was released as well the last person taken on the train to Nice.

The racial roundups on both sides of the border and the detention of people for hours without documents in sheet metal prisons, continues day after day. Together to human trafficking, to the sale of women’s bodies as a ticket to to cross the border, to under-the-table agreements between cops and thieves, to physicals assaults everyday more frequent against non-white people.

However, their daily struggle to survive in an hostile, dangerous, violent, racist, sexist, homophobic, transphobic, and patriarchal territory keeps going. As feminists, we will not stop helping them by any  necessary way to exercise their fundamental freedom of movement.

 

European States, hand in hand with the traffickers !

In Europe, borders are Rape !

We want all administrative detention centers to be closed !

We want the opening of all borders and the end of the police and arms business!

 

Tou.te.s aux frontières!

Saturday 5th and Sunday 6th June, Ventimiglia

Non importa quale sia la situazione, non arrenderti

Non arrenderti. Un messaggio e un disegno raccontano il dispositivo stritolante del confine, invitando alla resistenza. Pubblichiamo la testimonianza che una delle persone in viaggio ha lasciato presso la postazione del collettivo Kesha Niya.

Il collettivo Kesha Niya è attivo alla frontiera di Ventimiglia dalla primavera del 2017 dove fornisce quotidianamente cibo e sostegno alle persone migranti che tentano di attraversarla. A questo link potete leggere l’ultima traduzione del loro report mensile.

“Se non si riesce a pianificare, si pianifica il fallimento. Nella vita non si trova tutto quello che si merita. Ci sono molti tipi di persone in questa vita. Alcune ti insegneranno. Alcune ti distruggeranno.
È molto difficile trovare dei veri amici che ti amino e si fidino di te. Non dipendere mai da nessuno. Mai amare troppo e mai fidarsi troppo.

In questo universo alcuni paesi predicano l’amore ma non lo praticano. Io rispetto l’America, l’Europa – non hanno amore per i neri.
Tenere qualcuno nel tuo paese per un numero indefinito di anni senza documenti è frustrante.
Alcuni dei miei amici sono morti per mancanza di documenti. Perdono la concentrazione. La cosa migliore che si può fare per i meno privilegiati: fare. E lasciare il resto a Dio.
Amo gli italiani – solo che vedono l’immigrato come un animale. Nell’altro mondo prego di non essere testimone degli italiani.

Sono davvero triste mentre scrivo questo dopo che mi hanno dato 2 negativi [sulla richiesta d’asilo]. Mi chiedono di lasciare il loro paese, il che non è buono. Mi sento frustrato mentre scrivo queste cose.

Non importa quale sia la situazione, non arrenderti.”  19 gennaio 2021.

Questa è una storia che qualcuno ha deciso di condividere con noi in un libro che abbiamo iniziato a tenere alla frontiera. Le persone lasciano messaggi in inglese, francese, arabo,… Altre hanno lasciato immagini che hanno disegnato.

Le ultime settimane sono state in molti modi piene di storie e di piccoli cambiamenti.

È bello stare insieme nel nostro posto di lavoro, nonostante il lungo e duro viaggio che la gente non ha mai scelto di fare. Sappiamo che tuttə attraversano questa frontiera, ci possono volere 5, 6, 7 volte o più, a seconda della strada che riescono a scegliere, ma alla fine continuano il loro cammino verso il paese dove vogliono vivere, dove vogliono ottenere documenti e stabilirsi.

Le lotte continuano: essere Dublinati (soggetti al Regolamento di Dublino ndt), spesso in Italia, in Grecia o in un paese balcanico, permette all’Europa di dire loro dove devono e non devono stare. E senza supporto legale è un’altra giungla, quella della burocrazia e della perdita delle possibilità che hanno, in un determinato lasso di tempo, per reagire sulle procedure dei documenti e fare ricorso su una decisione.

Non importa dove ti trovi: non c’è bisogno di essere alla frontiera per essere coinvoltə. In tutti i paesi europei, gruppi auto-organizzati sostengono le persone con consulenza legale e le accompagnano agli appuntamenti, per colmare principalmente il vuoto di una lingua mancante e per essere lì nel caso in cui qualcuno si perda. Per assicurarsi che i diritti delle persone siano garantiti, non ignorati o spiegati in modo non corretto, come sappiamo succede facilmente. Siamo sicurə che voi che leggete questo testo siate in un modo o nell’altro già attivi o stiate progettando di farlo, in qualsiasi modo.

Mandiamo un po’ d’amore a voi, a tuttə quellə che abbiamo incontrato qui nel loro viaggio, a tuttə quellə che arriveranno ancora. Siamo noi a creare le condizioni di vita in paesi sfruttati e politicamente condizionati, in queste condizioni altre persone trovano spesso la ragione per partire – e siamo noi a creare le condizioni di vita e la solidarietà che tuttə trovano qui.

– Ciao da Kesha Niyas!
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Ventimiglia – Binario 3

Abbiamo trascorso questi ultimi mesi in continuo aggiornamento con i collettivi Kesha Niya e 20K grazie ai quali è stato possibile non rimanere all’oscuro di ciò che accade al confine. Abbiamo tradotto e condiviso i report scritti da Kesha Niya sulle violenze della polizia e sulle condizioni disumane del trattenimento e abbandono in cui vengono lasciate le persone che arrivano al confine di Ventimiglia. Ogni report, ogni telefonata, ogni incontro ci avvicinava sempre più al confine fino a decidere, in un momento di incremento locale dell’infezione covid 19, di partire.

Siamo arrivati in una mattina infrasettimanale, contemporaneamente all’orario in cui la Caritas distribuisce il pasto.  Numerose le persone, tutti maschi, in coda o sedute per terra con indossate le mascherine. Nei loro corpi la rassegnazione: una coda, una mano tesa a prendere il sacchetto, un giro su stessi e avanti un altro. Arrivano da Ventimiglia o direttamente dalla ferrovia e si allontanano seguendo gli stessi percorsi da cui sono arrivati.

Percorsi che facciamo anche noi e che ci portano lungo i binari della stazione praticamente deserti se non per la presenza di personale in divisa prevalentemente della polizia italiana, dell’esercito, di quella francese o della vigilanza privata, del personale ferroviario e di uomini e donne al lavoro. Mentre ferrovieri e lavoratori si muovono tra una banchina e l’altra intenti a fare cose e a trasportarne altre, gli uomini in divisa stazionano, assembrati, per lo più sul binario 3 dove transitano i treni per e dalla Francia.

L’atteggiamento tra le polizie italiane e francesi sembra assai poco collaborativo a tratti quasi ostile. Gli uni impegnati a dirigere il traffico per quelli che vengono fatti scendere dai treni in arrivo dalla Francia e gli altri impegnati a controllare chi in Francia ci sta per andare. Ma entrambi assolutamente interscambiabili nella profilazione razziale della scelta di chi controllare e nelle modalità aggressivo repressive del loro agire. Come già raccontato in diverse occasioni i treni in transito per la Francia stazionano il tempo necessario per permettere alle forze dell’ordine di effettuare quelli che loro chiamano controlli e quelli che più volte sono stati descritti con video testimonianze come vere e proprie aggressioni (persino da striscia la notizia…).

Seguendo le indicazioni che un poliziotto italiano fornisce, come fosse uno steward, a un presubilmente respinto dalla Francia, intravediamo i gruppi di migranti seduti sulle banchine morte della Stazione di Ventimiglia. Decidiamo di percorrere il perimetro esterno della stazione fino al parcheggio presso il ponte della ferrovia. Dietro le grate, sedute sul binario morto, ci sono una ventina di persone. Ci avviciniamo, proviamo a parlare con loro, alla richiesta se hanno un qualche problema di salute, alcuni uomini abbassano la testa mentre una donna, avvicinandosi quasi a coprirne un’altra seduta, ci dice che non ci sono problemi, con un chiaro invito ad andarcene. La sua sicurezza in una situazione prevalentemente maschile e il suo avvicinarsi all’unica ragazza presente ci induce ad ipotizzare un ruolo di controllo e di potere che abbiamo già visto e descritto più chiaramente in un precedente articolo presente nel Blog dal titolo “Come si è permesso al trafficking di creare la rete di sfruttamento a Ventimiglia. La Tratta e la Mafia, la Tratta è Mafia”.

Per il pranzo raggiungiamo in spiaggia alcune compagne di kesha Niya e di 20K. Ci scambiamo racconti, testimonianze, esperienze e sguardi sulle condizioni delle donne in frontiera, vittime del trafficking e dello sfruttamento della prostituzione. Condividiamo i nostri saperi: i ruoli della criminalità organizzata che gestisce il trafficking, la figura del passeur, dello sponsor, del trolley, come vengono reclutate le donne e da chi, quale la rete di sfruttamento a cui sono destinate, cosa sanno, come renderle più consapevoli e autonome circa il loro desiderio o bisogno di migrare o di fermarsi a riposare, come entrare in relazione con loro se così accerchiate da maschi, soprattutto ora che il bar Hobbit, punto di riferimento nel passaparola delle donne sole che transitavano a Ventimiglia, è chiuso causa Covid19.

La stazione di Ventimiglia è luogo di reclutamento di donne che tentano di passare il confine, tutto accade lì, tutti gli attori del crimine organizzato stazionano in quel luogo: c’è il trafficante, il passeur, la madam, il controllore.

Alle 18 ci rechiamo presso il parcheggio davanti al cimitero dove da ormai numerosi anni si alternano diverse associazioni per la distribuzione del cibo, vestiario e coperte, insieme a chi fa assistenza sanitaria e a chi attrezza postazioni con generatori per la ricarica dei cellulari. Neanche il tempo di avvicinarci al piazzale veniamo identificati immediatamente da due agenti della Digos, che stazioneranno in macchina per tutto il tempo della distribuzione. Appena cala il sole l’umidità del fiume avvolge i nostri corpi, fai finta di niente, sai che le persone intorno a te, quella notte come le precedenti e le future, le avranno passate e le passeranno all’addiaccio, senza alcun riparo se non quello di coperte recuperate dai grandi sacchi che escono dalle macchine di alcune volontarie.

La mattina successiva ritorniamo in stazione e raggiungiamo, seguendo i binari, l’area presso il ponte della ferrovia dove incontriamo diverse persone che rispondono alla nostra domanda di necessità di cure mediche. Lo spazio occupato segue una dislocazione per provenienza d’origine ed aree linguistiche, per la maggior parte sono uomini. Chi si avvicina, lamentando dolori forti al corpo, è una donna con la quale cerchiamo di interloquire nonostante il continuo e ripetuto intervento dell’uomo che le sta a fianco. Lei riesce comunque a dirci che c’è un’altra donna che sta male indicando i magazzini prima descritti. Proviamo a cercarla chiedendo ad alcuni uomini che incontriamo lungo i binari, tra loro alcuni si mostrano interessati a noi e iniziano a raccontarci che le donne sole che arrivano in stazione vengono immediatamente circondate da alcuni uomini e allontanate dal resto del gruppo. Nel mentre che ci raccontano questo, intravediamo tre donne col capo chino circondate da un gruppo di uomini, proviamo ad avvicinarci a loro, pensando che tra loro potrebbe esserci la donna malata. Un uomo con una bottiglia di vino bianco in mano ci allontana facendoci capire che non era sua intenzione farci avvicinare. Proviamo a parlare lo stesso con le donne ma nessuna di loro alza la testa, si capisce che sono spaventate e la nostra presenza crea tensione.

Proseguiamo il cammino dirigendoci verso l’ultima banchina dove incontriamo un gruppo di persone, sempre maschi, intenti a lavarsi nei pressi di una bocchetta d’acqua posta sotto il binario. Parlando con loro capiamo che sono arrivati da poco a Ventimiglia dalla rotta balcanica e non conoscono né la distribuzione mattutina alla Caritas né quella serale nei pressi del parcheggio del cimitero. Hanno come indicazione il fatto che la stazione sia il luogo dove poter attendere il passaggio del confine senza avere problemi con la polizia. Polizia che per altro continua a mantenere lo stesso assetto a difesa del Binario 3 come nel giorno precedente. Tre di loro presentano infestazione da scabbia, forniamo la terapia e diamo indicazioni su come si arriva alla Caritas, dove possono trovare abiti di ricambio necessari perché la cura sia efficace. Poco più avanti un altro gruppo di 6 persone al quale non riusciamo ad avvicinarci.

binario
Kesha Niya – confine alto

Ci allontaniamo dalla stazione per raggiungere il nuovo presidio di Kesha Niya e 20k presso la frontiera di Ventimiglia, come sempre molto organizzato e popolato. Al nostro arrivo infatti vediamo circa 50 persone, stanche dal lungo percorso che separa la notte nel container dal ritorno verso Ventimiglia. Le persone riposano, mangiano qualcosa, si scambiano informazioni e ipotesi per come affrontare il viaggio in attesa del passaggio del pullman diretto a Ventimiglia. Tra di loro risaltano un gruppo di 6 donne con bambini e ragazzini molto curiosi e attivi provenienti da paesi differenti. Si sono incontrate e riunite lungo il viaggio e sembrano determinate a mantenere la loro autonomia. Vengono più volte avvicinate da un gruppo di uomini, i passeur hanno volti ormai noti tra chi vive il confine, le donne li allontanano comprendendo i loro obiettivi. I passeur si raccolgono in un punto e tra loro vediamo la stessa donna, sicura e autoritaria che il giorno prima lungo i binari ci aveva fatto capire che nessuna persona aveva necessità di cure mediche.

Lasciamo Ventimiglia con la stessa sensazione di sempre. In questi 6 anni di presenza sul confine ne abbiamo vissute di cose, incontrate di persone, partecipato a lotte, condiviso nottate in strada, e tutto ci ritorna alla mente quando nuove compagne ci domandano “ma com’era prima?” quando c’erano le battiture al confine, quando si sono occupati i Balzi Rossi, quando c’erano i campi informali e poi quelli formali.

Proviamo a ripercorrere le contraddizioni, le violenze, le vittorie, gli errori, le sconfitte di quegli anni e da questo viaggio nel tempo e nello spazio intravediamo qualcosa che in tutti questi anni non si era mai mostrato. Dalle occupazioni dei primi mesi del 2015 si è passati a una serie di misure preventive e detentive che hanno lacerato le vite delle persone che hanno attraversato quel confine e fatto guadagnare chi di quel confine ne traeva profitto: stati, polizie, associazioni laiche o cattoliche, ong, ecc… Sappiamo che queste parole potrebbero ferire o far arrabbiare le persone che lavorano con passione in queste realtà associative da molto tempo ma è anche a queste persone che chiediamo di fare, insieme a noi, una pratica di parresia, cioè di dire la verità, come primo atto di capacità critica.

In questo atto di parresia c’è da domandarsi quanto fossimo preparati a vedere nelle lotte dei migranti al confine non solo il diritto di emigrare ma la messa in discussione dell’intera politica coloniale europea. Quando un gruppo di sudanesi, nel 2015, dopo alcuni mesi di presenza a Ventimiglia, scrissero su di un cartello che “Il problema è la frontiera” non parlavano solo di quella di Ventimiglia ma della costruzione dello Stato nazione e delle pratiche di potere e sfruttamento agite da quegli stessi stati nei loro territori portando istanze di emancipazione personale, sociale, “razziale”, intrecciate in modo tale da essere inseparabili.

Lo stesso atto di incessante parresia costato in denunce, obblighi di firma, limitazione della libertà personale, abusi di potere, violenze, minacce e reclusione di chi, solidale, occupa spazi di libertà. È in questi spazi che ad oggi, le associazioni riconosciute e incaricate di monitorare le persone che attraversano il confine, svolgono il loro lavoro, incontrano fisicamente le persone in transito, redigono report e quindi testimoniano che la loro presenza al confine ha un senso per chi li stipendia. E questo accade perché i solidali fanno di quegli spazi dei luoghi protetti, dove le persone in viaggio si sentono più libere di poter parlare, di soffermarsi, dove sanno che quel pasto non si esaurisce in un “dono” ma in un supporto a continuare il loro viaggio.

Il tempo trascorso nello spazio solidale organizzato lungo il confine alto e nel piazzale davanti al cimitero è diverso dal tempo trascorso alla distribuzione della Caritas. Lo dicono i corpi di chi attraversa quei luoghi. Lo dicono i sorrisi di chi dopo il pasto si ferma a far due chiacchiere mentre si attende che il cellulare raggiunga la carica per poter essere riutilizzato. Lo dice il fatto che alla Caritas non ci sono le associazioni incaricate di monitorare le persone che transitano da Ventimiglia, così come non ci sono sulla spiaggia, nel parco o lungo i binari della stazione dove i migranti attendono il trascorrere delle ore. Perché quelli non sono spazi di incontro e non lo sono né per i migranti né per le associazioni e non lo sono stati nemmeno per noi.

Questo è l’atto pratico di parresia che crediamo non possa più essere rimandato né celato. Così come è chiaro che l’interesse delle forze di polizia sia esclusivamente a tutela del Binario 3. Intorno a quel binario ci sono bambini a disposizione di pedofili del luogo o frontalieri; donne a disposizione di passeur che le vendono a trafficanti; giovani assoldati dalla malavita. Ma la difesa dello stato nazione, e quindi del Binario 3, è l’unico per cui vengono messe forze a disposizione e per cui addirittura si crea una “brigata speciale” di interforze poliziesche italofrancesi a tutela dello stesso.