Respingimento e Controllo a Ventimiglia

Il respingimento dei minori, la violenza fisica e verbale della polizia francese, la nuova cooperazione tra la polizia francese e quella italiana alla stazione di Ventimiglia, raccontate da chi quotidianamente incontra e raccoglie i racconti delle persone in viaggio, in direzione ostinata e contraria al meccanismo disumanizzante della frontiera.

Pubblichiamo di seguito la traduzione del report di febbraio del collettivo Kesha Niya, attivo alla frontiera di Ventimiglia dalla primavera del 2017.

La traduzione del precedente report (dicembre 2020 – gennaio 2021) è disponibile qui.

Cari amici, ci scusiamo per l’intervallo di tempo tra questo aggiornamento e l’ultimo di gennaio. Recentemente, ci sono stati alcuni cambiamenti nel nostro gruppo, volontari* che se ne sono andat* così come nuov* che sono arrivat*.

Siamo a febbraio e anche se giorno dopo giorno le temperature sta aumentano, le notti restano ancora fredde. Ogni giorno incontriamo dalle 10 alle 20 persone che sono tenute per tutta la notte nei container di detenzione al confine francese. Riferiscono che all’interno dei container non c’è alcuna possibilità di dormire e che la polizia si rifiuta di distribuire coperte, tè, acqua o cibo.

Tutto considerato, rispetto alle settimane precedenti, durante le ultime due sono arrivate meno persone al posto di frontiera di Kesha Niya. Questo potrebbe essere collegato al fatto che gruppi della polizia francese e italiana (nuova cooperazione) stanno controllando la stazione ferroviaria di Ventimiglia. Chiedono documenti di viaggio validi alle persone che vorrebbero in raggiungere la Francia con il treno, non proibendo di fatto altro che un viaggio sicuro. A seguito di questo infatti, le persone in movimento sono costrette a cercare modi non sicuri per attraversare il confine, come camminare su un sentiero di montagna o dipendere da trafficanti che approfittano della situazione di vulnerabilità dei migranti.

La distribuzione di cibo a Ventimiglia è meno frequentata, stiamo ancora cercando di capire se c’è una ragione particolare per questo.

I controlli della polizia rimangono simili a quelli delle ultime due settimane. La novità è che la polizia francese ha iniziato a respingere le persone con documenti di viaggio validi a causa di una “mancanza di un test PCR (test per COVID-19 con risultato disponibile in 24 ore n.d.t.)” – trattenendoli per più di 4 ore nei container quindi in maniera illegale (come d’altronde è la stessa procedura di respingimento).

A causa del passaggio da zona gialla a zona rossa (Covid-19) a Ventimiglia devono chiudere anche importanti servizi per migranti in città (come il “Bar Hobbit” che è un locale aperto a tutti).

Il bar Hobbit
Dalla seconda settimana di febbraio c’è stato un numero significativo di minori respinti (ne abbiamo incontrati 63). Anche se queste persone avevano con se documenti che provano la loro minore età, la polizia li ha registrati un anno di nascita più basso per non essere responsabile della loro sicurezza. Alcuni dei minori che abbiamo incontrato non hanno più di 13 anni. Ad oggi non esiste a Ventimiglia un singolo centro di accoglienza per minori anche questi ragazzi quindi, come tutte le altre persone, sono costretti a dormire per strada.
Molte delle persone detenute dalla polizia ci hanno raccontato che la polizia francese si comporta in modo razzista e usa un linguaggio razzista (come ad esempio chiamarli “schiavi”). Il 14 gennaio, le persone che abbiamo incontrato ci hanno riferito che la situazione nel container di detenzione è degenerata e la polizia ha usato violenza fisica e spray al peperoncino contro 35 persone che erano all’interno. Due migranti sono svenuti e sono stati portati all’ospedale in ambulanza.

In altri giorni al nostro posto di frontiera sono arrivate persone con un braccio rotto, un labbro rotto o un dito rotto. La maggior parte delle persone ci dice di aver passato “di peggio” ma che speravano che sarebbe stato meglio in Francia e in mezzo all’Europa. Stiamo incontrando molte persone che hanno sperimentato avversità disumane nei campi di Malta o Lampedusa. Molti descrivono la loro frustrazione per la mancanza di consapevolezza della situazione lì. Altri raccontano della violenza in altre frontiere in Europa (per esempio in Croazia). “Abbiamo rischiato la vita attraversando questo mare… E ora questo”. – si sente spesso.

Nelle scorse settimane abbiamo incontrato famiglie e donne con bambini che sono state trattenute nei container per molte ore. All’inizio di febbraio, la polizia ha dovuto chiamare un’ambulanza per un bambino di 11 mesi, indebolito da queste pratiche disumane di respingimento. La maggior parte dei bambini che incontriamo sono sopraffatti dalla situazione e dallo stress fisico ed emotivo in cui sono messi sia loro che i loro genitori.

Di seguito trovate i numeri delle persone sottoposte a respingimento dalla fine di gennaio. Vogliamo ricordarvi che la nostra documentazione non è completa perché mancano le capacità per registrare tutte le persone che arrivano al posto di frontiera. Inoltre, è importante per noi non ridurre la situazione ai numeri, ma tenere presente che ogni “numero” è una persona con la sua storia e la sua vita:

                 Data/Persone Respinte/Uomini/Donne/ Bambini/Minori non accompagnati

Non possiamo e non vogliamo chiudere gli occhi di fronte alla violazione quotidiana dei diritti umani e siamo solidali con le persone! No borders, No problems

Kesha Niya

Per ulteriori informazioni o domande contattateci all’e-mail qui sotto. Sempre felici di ricevere anche donazioni, per continuare il nostro lavoro!

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La dignità umana e i diritti fondamentali dimenticati

Pubblichiamo la traduzione del report di gennaio 2021 del collettivo Kesha Niya, presente alla frontiera di Ventimiglia dal 2017. Il report contiene nuovi resoconti sull’ordinaria amministrazione volta a reprimere i diritti fondamentali e la dignità umana. Potete leggere la traduzione dei precedenti report a questi link: 17 dicembre 2020, 27 dicembre 2020

Il nostro rapporto, finalmente!

Alcune parole sulla dignità umana alla frontiera franco-italiana, gennaio 2021.

Il nuovo anno è iniziato e l’inverno continua.

Da quando vediamo più freddo e giorni e notti di pioggia, dal momento che le persone devono adattarsi, il nostro posto di lavoro alla frontiera sta cambiando come il tempo. Soprattutto visto che questo è il primo anno dal 2016 senza un campo dove stare, le persone in viaggio usano gli spazi sicuri che trovano per dormire ogni volta che possono. Questo include il nostro spazio di lavoro 1 km prima della frontiera francese, direttamente accanto alla strada principale che porta dal confine a Ventimiglia.

Oltre all’accesso a cibo, bevande, assistenza medica e informazioni, da dicembre siamo in grado di dare vestiti, coperte e sacchi a pelo ogni giorno. Questo è reso possibile grazie alle costanti donazioni e risorse portate dai nostri volontari provenienti da diversi paesi e dalle persone del posto!

Ora vediamo ogni notte alcune persone che dormono alla “colazione” perché non hanno altro posto dove andare e aspettano il nostro ritorno al mattino. Altri rimangono per la notte per continuare il loro cammino la mattina presto.

Tutto questo accade proprio accanto alla strada principale che porta dal confine francese a Ventimiglia. Altre persone continuano a scegliere la spiaggia di Ventimiglia, lo spazio sotto il ponte, le case vuote o i posti vicini alla stazione ferroviaria.

Per noi significa più manutenzione dello spazio per tenerlo pulito. Le persone che pernottano lasciano coperte, vestiti e bagagli per non essere ostacolate quando cercheranno di riattraversare il confine italo-francese.

Come reazione alle notti gelide e all’essere costantemente esposti alle temperature esterne, anche nella stazione di polizia (francese ndt) dove rimangono per almeno 12 ore durante le ore notturne, la gente accende fuochi a partire dalla sera fino alla mattina. Non necessariamente presso il nostro spazio, ma in tutti i luoghi di pernottamento a breve termine della città. Due giorni fa è scoppiato un incendio a Ventimiglia a causa di una persona che ha acceso un fuoco per tenere lontano il freddo

Tutto questo ha portato la polizia a fermarsi per diversi giorni per ricordarci di smontare il nostro telo per riparare dalla pioggia, di spegnere i fuochi al mattino e di ripulire lo spazio. Sembrano esserci infinite risorse per controllare noi e quello che dovremmo fare, mentre noi cerchiamo di usare le nostre risorse in una situazione in cui il governo italiano e francese (come qualsiasi altro governo europeo) non sembrano avere alcun interesse a soddisfare i più elementari bisogni degli esseri umani.

Questo dovrebbe essere il lavoro di stranier*, per lo più giovani che vengono a lavorare in nome di Kesha Niya nella zona? Persone che sono per lo più senza adeguate pause o sonno ma sono fortemente impegnate in quello che è solo un piccolo pezzo di supporto proposto a tutt* coloro che si trovano in un viaggio ignorante e violento attraverso l’Europa, anonimo, in un sistema che non riconosce come viv* chi non ha il documento giusto?

Questo non dovrebbe essere il nostro posto. La lotta delle persone dovrebbe essere di tutt*, ma soprattutto di coloro che hanno accettato di assumersi la responsabilità del loro paese, comprese le persone che hanno scelto di entrare in questa terra alla ricerca di qualcosa. Le organizzazioni di base, gli persone locali attive, ONG etc. stanno sostituendo il governo dove fallisce nel reagire. Dove inoltre sceglie attivamente di violare i diritti fissati nella propria stessa legge, e dove viola la dignità umana.

Alcuni resoconti più concreti:

Dopo essere stati catturati sui treni, in auto o camminando da qualche parte, le persone vengono messe nella stazione di polizia (francese ndt) in piccoli spazi che chiamiamo “container”. Non possono usare il loro diritto di chiedere asilo in Francia, ogni diritto che dovrebbero avere è ignorato. Vengono trattenuti per alcune ore durante il giorno e poi solo rimandati indietro, e se prese tra le 6 del pomeriggio e le 7 del mattino, sono trattenute tutta la notte. Spesso, sono trattenute da 12 a 17 ore fino a un giorno intero.

Ora improvvisamente in tre giorni diversi delle persone ci hanno riferito di essere state in stazione per 48 ore (!). 5 persone hanno riferito di essere state trattenute per due giorni interi il 28 dicembre, il 2 e il 7 gennaio. Come chiunque altro, senza cibo, acqua, servizi igienici, coperte, un posto per dormire, assistenza medica. A temperature esterne, in un posto che costruito con pietre e metallo.

Il 29 dicembre, un gruppo di giovani ragazzi riferisce di essere stato catturato di notte in un camion che andava in Francia. Dopo essere stati fermati, la polizia scrive numeri da 1 a 5 sulle loro mani per distinguerli. Quando arrivano, possiamo ancora vedere i numeri sulle loro mani.

Il 30 dicembre: 5 ragazzi vengono arrestati dalla polizia. Vengono messi sui sedili posteriori vengono messi sui sedili posteriori di una macchina della polizia, tutti e 5 insieme. Quando chiedono di avere più spazio, la polizia risponde che sono venuti tutti insieme dall’Africa, schiacciati in una piccola barca, quindi non dovrebbe essere un problema.

Il primo gennaio, una persona viene controllata mentre piove, davanti a un edificio. Chiede di essere controllato all’interno, in uno spazio asciutto. La polizia lo picchia per questa richiesta.

Parliamo con un uomo che è già in procedura d’asilo in Francia. L’8 gennaio, la polizia prende il suo documento che prova il suo status e non glielo restituisce.

Di seguito, trovate i numeri delle ultime due settimane che abbiamo contato alla frontiera. Questi numeri sono abbastanza precisi per tutt* coloro che sono stati accolti a colazione, dal momento che quasi tutte le persone che sono state respinte dalla Francia in Italia passeranno del tempo al nostro punto di frontiera.

Nella settimana dal 28 dicembre al 3 gennaio, abbiamo incontrato solo 222 persone alla frontiera, di cui 190 respinti e 32 provenienti da altri posti nei dintorni per mangiare e chiacchierare. È un numero molto basso, perché è stato per difficile in questo periodo viaggiare all’interno dell’Italia, e le regioni italiane sono state chiuse durante la zona rossa per il Covid 19.
Di queste 222 persone, abbiamo contato solo una donna e due minori.

Nella settimana dal 4 gennaio al 10 gennaio, tutto stava tornando alla normalità con numeri che erano significativamente più alti. Abbiamo contato 603 persone, di cui 518 respinte e 85 provenienti da luoghi diversi. Di tutti questi, 41 erano donne, 17 bambini e almeno 10 minorenni, ma non abbiamo potuto tenere traccia di tutti i minorenni questa settimana. Il numero più alto di persone arrivate in un giorno è stato 158.

Ricordate che il numero di individui effettivamente respinti è molto più basso, dal momento che le persone ci riprovano e vengono arrestate per diversi giorni e noi non le incontriamo quasi mai solo una volta.

Siamo felici di essere di nuovo un alto numero di volontari, dato che il numero di persone al confine aumenta rapidamente. Anche le forze di polizia sono tornate alla normalità. Possiamo continuare bene il nostro lavoro e avremo capacità anche di essere più presenti a Ventimiglia e nella zona, per controllare come stanno le persone che sono appena arrivate o sono bloccate da qualche parte senza via d’uscita.

Medici senza frontiere ha appena pubblicato un mini documentario e un breve rapporto su diverse regioni di confine tra l’Italia e la Francia. Vale la pena guardarlo e tradurlo (dall’italiano all’inglese e/o francese ndt) dal momento che e disponibile solo italiano. Potete trovarlo qui:

Se siete interessati ad altra merda che sta succedendo in Italia, eccovi serviti con un nuovo rapporto di “Are you syrious?” sui campi di espulsione CPR italiani.

Come sempre – se avete letto fino a qui, grazie a voi personalmente per il vostro interesse e supporto
Potete contattarci e attivarvi per la regione qui in qualsiasi modo vi sia possibile.

Per favore utilizzate la nostra pagina Facebook o le nostre e-mail. Ulteriori informazioni di seguito.

Il team di Kesha Niya.

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Violenza della polizia al confine francese/italiano – seconda parte

Proponiamo la seconda traduzione dell’ultimo aggiornamento dei Kesha Niya sulla violenza della polizia al confine di Ventimiglia del 27 dicembre.

Violenza della polizia al confine italo-francese, tra Ventimiglia e Mentone

Abbiamo ascoltato una quantità impressionante di storie di violenza in questa settimana di Natale. La cronaca verrà riportata alla fine di questo post.

Questo post non aggiunge nulla di nuovo, né di positivo; abbiamo riassunto le violenze che si verificano regolarmente sui treni tra Ventimiglia e Mentone e nella stazione di polizia della polizia di frontiera francese molte volte in passato.

Questo post è, ancora una volta, per aumentare la consapevolezza e la rabbia – è l’unico modo per condividere ciò che le vittime di questa violenza condividono con noi, ciò che, altrimenti, resta invisibile.

Speriamo che questo testo raggiunga le persone della zona e di entrambi i paesi interessati.

Individui appartenenti alla polizia e alle forze dell’ordine hanno deciso in ogni episodio raccontato di violare attivamente i diritti delle persone e di far loro del male fisicamente e mentalmente.

Perché abbiamo sentito parlare di pestaggi e botte alle persone e di lacrime versate quasi ogni giorno tra il 21 e il 27 dicembre?

Non c’è una risposta chiara, ma è sicuramente più facile agire illegalmente nei treni pubblici quando non c’è nessuno in giro a causa delle misure legate al Coronavirus e delle festività natalizie. La maggior parte dei treni sono stati quasi completamente vuoti in questi ultimi giorni.

La mancanza di coordinamento dei migranti non dà a nessuno il diritto alla violenza. Questa è frutto del modo di agire delle forze dell’ordine che operano nella zona, le quali sanno che  queste modalità non hanno avuto conseguenze negli ultimi quattro anni.

Vi invitiamo a condividere e a diffondere il più possibile queste informazioni, così come siete i benvenuti se volete unirvi a noi o sostenerci come volete e potete.

Per una panoramica e maggiori dettagli sul nostro lavoro nell’area, leggete il nostro ultimo rapporto del 17 dicembre. (Tradotto da Parole sul Confine a questo link).

Amore e rabbia in questi giorni – il Colettivo Kesha Niya

Riassumendo, gli incidenti degli ultimi giorni:

22 dicembre

6 uomini nei container della stazione di polizia francese sono stati colpiti con gas lacrimogeni. Lo spazio è piccolo e non c’è posto per fuggire. Gli uomini hanno gridato chiedendo di poter uscire perché non riuscivano a respirare. Nessuno ha risposto. Sono stati lasciati rinchiusi, con difficoltà a respirare, per le seguenti ore.

Un uomo si nasconde nei bagni del treno mentre va in Francia. Poiché non apre durante un controllo della polizia, la polizia francese apre la porta con un piede di porco metallico e picchia l’uomo sulla testa e sul corpo. Gettano anche del gas lacrimogeno all’interno, che gli arriva in faccia e direttamente al naso,  facendogli perdere conoscenza. Più tardi, quando lo incontriamo, ci dice che ha problemi di cuore e che per lui quel trattamento era molto pericoloso. Non ci sono state cure mediche, è stato portato alla stazione di polizia e alla fine è stato respinto in Italia.

Un adolescente è stato arrestato alla stazione di polizia. Prima di essere rimandato in Italia, un agente di polizia francese passa molto tempo (almeno 30 minuti) per insultarlo. Dice cose come “Dégage toi, ici c’est mon pays”. (Vattene, questo è il mio paese).

Quando il giovane si dichiara minorenne e dice di essere nato nel 2003, il poliziotto ride di lui e gli dice che non è l’età che scriverà sul foglio negandogli l’ingresso in Francia. Questo è successo a tutti i minori di 18 anni che incontriamo.

23 dicembre

A un uomo viene chiesto di lasciare le impronte digitali nella stazione di polizia italiana. Spiega che le sue impronte sono già state rilevate a Lampedusa e che dovrebbero controllare il sistema. La polizia lo riconosce dal giorno prima, si arrabbia e lo picchia in testa, allo stomaco e alla gamba.

Due uomini vengono colpiti con il gas lacrimogeno dalla polizia francese.

25 dicembre

Alcune persone si nascondono nel gabinetto del treno. La polizia francese apre la porta con un piede di porco di metallo e getta subito dei lacrimogeni all’interno. Nessuno riesce a respirare e cercano di uscire. Nel frattempo, un uomo cade a terra. Un altro uomo viene spinto in un angolo dalla polizia.

26 dicembre

Due uomini si nascondono nel bagno del treno. La polizia francese apre la porta con un piede di porco di metallo e li picchia.

Sono storie che sentiamo ogni giorno

 

Violenza della polizia al confine francese/italiano – prima parte

Proponiamo la traduzione – in due parti – degli ultimi aggiornamenti dei Kesha Niya che descrivono la situazione al confine tra Italia e Francia.

Il primo è stato scritto il 17 dicembre 

Questa è la situazione al confine tra Italia e Francia, dove centinaia di persone sono ostacolate nell’attraversare il confine e sono lasciate sole senza cure di base, trattenute con la violazione del loro diritto di circolare liberamente, con violenze da parte di agenti di polizia e pregiudizi degli abitanti locali.

Tutto questo accade da 5 anni ormai. Questo report è un aggiornamento sulla situazione e sul nostro lavoro poco prima di Natale 2020, durante una pandemia di Corona che non si ferma davanti alle persone vulnerabili per le strade.

Ti invitiamo a condividere!

Ora è ufficiale: la procedura che la polizia francese ha seguito negli ultimi anni è stata dichiarata illegale.
Da quando i flussi migratori hanno iniziato a passare dall’Italia alla Francia, il modo usuale per respingere le persone tramite la polizia di frontiera francese era impedire loro di entrare in Francia.Le persone dopo essere state bloccate sul lato francese in treno, in montagna o per le strade delle città fino a 30 km dopo il confine (Mentone, Monaco, Nizza, …), vengono rinchiuse in un “container” durante la notte o per diverse ore durante il giorno e infine rimandate in Italia con il “refus d’entrée” (un documento che dice solo che l’ingresso è stato negato a questa persona). Il 27 novembre il Conseil d’Etat, la più alta corte francese, ha deciso che questa procedura non sta seguendo le leggi europee, poiché il confine in questione è un confine interno dei paesi Schengen, non esterno. Ciò significa che impedire alle persone di attraversare questo confine (consegnando un refus d’entrée senza ulteriori comunicazioni o la possibilità di chiedere asilo) non ha alcun fondamento giuridico.
Dopo questo pronunciamento ci aspettavamo che ci fossero cambiamenti nel modo in cui le forze statali lavorano e reagiscono, ma non è successo. Abbiamo iniziato a raccogliere le foto del “refus d’entrée” che le persone hanno ricevuto da quando il tribunale ha deciso sullo status illegale di questi documenti. Non sono diminuiti o cambiati, e nemmeno i controlli delle persone in arrivo. Stiamo monitorando questo trattamento, in modo che in futuro ci siano prove per un’azione legale contro la polizia di frontiera francese.

Se ci saranno conseguenze sulla base della decisione del tribunale, vi faremo sapere.

Inoltre il Conseil d’Etat è intervenuto sulle attività della polizia di frontiera francese in quest’area: è stato, infatti, sanzionata la negazione dei diritti francesi ed europei che le persone dovrebbero avere nei “container” (luoghi per trattenere le persone presso la stazione di polizia francese al confine).

Tutti coloro che vengono al nostro posto di accoglienza al confine sono stati trattenuti per diverse ore durante il giorno o per tutta la notte (tempi che vanno fino a 24 ore, mentre ufficialmente non devono essere più di 4 ore). Viene ignorato l’accesso ai servizi a cui hanno diritto: cibo, bevande, cure mediche, servizi igienici, traduzione, contatto con le loro famiglie e altro ancora. I container sono realizzati in metallo e pietra e hanno quindi la medesima temperatura esterna.

Due organizzazioni francesi, Anafe (supporto legale) e Medecins du Monde (supporto medico), si sono battute per ottenere il permesso di entrare nella stazione (stazione di polizia di frontiera francese, dove le persone vengono detenute nei container ndt). Finora, questo è stato negato. Il 30 novembre, il tribunale amministrativo di Nizza ha sanzionato questo rifiuto da parte della prefettura di Nizza. La prefettura ha ora 30 giorni per rivalutare la richiesta. In passato sono state apportate modifiche per impedire l’ingresso di persone esterne, come dichiarare il container uno “spazio sicuro”. Ci auguriamo che Médécins du Monde e Anafé possano entrare in futuro e monitorare la situazione all’interno.

Vi daremo un aggiornamento all’inizio di gennaio!

Entrambe le decisioni ci hanno dato forza nel nostro lavoro. Adesso esiste un fondamento legale contro le cose contro cui stiamo combattendo e questo crea la possibilità di rendere maggiormente pubbliche l’ingiustizia, le violazioni, la violenza invece che lasciarle soltanto come sofferenza anonima. Naturalmente, quel che abbiamo imparato qui è l’enorme divario tra la teoria e la prassi utilizzata.

In teoria, la decisione del Conseil d’Etat significherebbe che il nostro gruppo non è più necessario e le persone dovrebbero poter attraversare il confine e avere un passaggio più sicuro perché i loro diritti sono rispettati. Ma sul lato pratico questo non avviene.

Ufficialmente, la polizia di frontiera francese – la PAF – non è autorizzata a fare quello che fa.

Non sono autorizzati a trattenere le persone per più di 4 ore e hanno l’effettiva responsabilità per legge di fornire cibo, acqua, e assistenza medica quando le persone (trattenute ndr) lo richiedono, la possibilità di avere una traduzione di ogni comunicazione e qualsiasi documento che ottengano, la possibilità di contattare un avvocato, la possibilità di contattare i propri parenti. Ogni singolo diritto è stato fino ad oggi violato.

Ma soprattutto, il diritto europeo di chiedere asilo in uno dei paesi in cui la persona arriva viene violato per ogni singola persona. Le persone senza documenti (si intende un passaporto valido/permesso di soggiorno più il passaporto del paese di origine) hanno il diritto di essere informate su ciò che sta accadendo loro, sul motivo per cui è in corso un controllo di polizia e di dichiarare che vogliono chiedere asilo in Francia. Quindi, la polizia dovrebbe seguire una procedura per contattare l’ufficio preposto alle richieste d’asilo e fissare per la persona un appuntamento o un colloquio su Skype in modo che possa dichiarare la sua richiesta di asilo.

Hanno quindi tutt’altri diritti che essere lasciati per un periodo di 10-30 ore in un container vuoto con un pavimento di pietra.

“Ci trattano come animali.” Non sappiamo più quante volte abbiamo sentito questa frase.

Chi spiega le leggi europee e francesi alla polizia e alle autorità francesi?

Continuiamo il nostro lavoro con la consapevolezza che lentamente la situazione umanitaria deve cambiare e lo sta già facendo, anche se è solo l’inizio della parte teorica in questo caso.

Quando si tratta di ingiustizia, almeno chiamatela come tale. Nel prossimo periodo saremo all’erta su come supportare l’azione che seguirà quella in corso, come la raccolta dei refus d’entree (rifiuto d’ingresso ndr) che vengono consegnati alle persone e continuare a raccogliere le testimonianze di quanto sta accadendo nei “container” della stazione di polizia francese.

Più in basso nell’articolo si possono trovare resoconti dettagliati sugli incidenti violenti di queste settimane.

In generale, abbiamo visto molti nuovi arrivi da altre località in Italia. La distribuzione serale del cibo a Ventimiglia, che oltre alla nostra giornata è coperta da altri gruppi durante la settimana, ha visto tra le 200 e le 260 persone! I numeri più alti riscontrati quest’anno e, analogamente, sono stati numeri elevati anche presso il luogo dove operiamo al confine.

Molti occhi sono puntati su Ventimiglia in questo momento. Per la prima volta dal 2016 tutti quelli che sono bloccati a Ventimiglia stanno affrontando un inverno senza alloggio, spazio sicuro, cibo disponibile e assistenza medica. Poiché il Campo della Croce Rossa ha chiuso in estate senza essere mai rimpiazzato (da un servizio analogo ndr), e poiché il sindaco non è interessato a creare di nuovo uno spazio del genere, la situazione è precaria.

I posti letto utilizzati nella zona di Ventimiglia sono i lati della strada (nascosti tra i cespugli), la spiaggia, lo spazio sotto i ponti e le case abbandonate. Naturalmente si fanno piccoli fuochi per affrontare la notte in spiaggia, e si utilizzano i resti di legno portati dalla tempesta. I fuochi servono anche per asciugare i vestiti, visto che ci sono stati molti giorni di pioggia.

Per tre giorni nell’ultima settimana, siamo riusciti a fare un giro per Ventimiglia per controllare la situazione di tutti coloro che vivono sul territorio. Abbiamo parlato molto, dato cibo, bevande, caffè, tè, articoli igienici e soprattutto ci siamo presi cura delle famiglie/donne per strada proponendo di trovare un alloggio. Questo tour ci ha fornito una visione più completa di Ventimiglia, abbiamo potuto incontrare non solo persone in movimento, ma anche a raggiungere persone incontrate una volta al confine ed al momento bloccate in città in attesa di riprovare, così come persone appena arrivate in stazione e fornire loro informazioni sui punti di appoggio a Ventimiglia (come la casa della Caritas e la distribuzione del cibo).

Inoltre, abbiamo potuto verificare come la polizia sta lavorando in città. Questo include controlli casuali di persone dall’aspetto esclusivamente non europeo. Abbiamo anche visto (per la prima volta) agenti di polizia francesi alla stazione dei treni di Ventimiglia davanti ai treni. Non ne conosciamo ancora le ragioni. Il governo francese e italiano hanno dichiarato di prevedere in futuro un’unità comune di frontiera per applicare controlli e arresti alle frontiere.

Durante le ultime due settimane, membri di Human Rights Watch, Medecins du Monde, Amnesty International e organizzazioni di base di altre città erano in visita a Ventimiglia per avere un’idea della situazione. Tutti erano d’accordo sull’importanza di migliorare le condizioni di vita qui. Cercheremo di migliorare sul fare rete per garantire le cose necessarie nei luoghi in cui occorrono, quindi in Italia e specialmente a Ventimiglia al momento.

Per tutte le persone presenti non esiste nel prossimo futuro alcuna sistemazione in programma o in prospettiva.

L’unico posto (sempre pieno) è una casa per famiglie e donne organizzata da diverse associazioni della regione, dove possono soggiornare 15 persone ogni notte.
Questo è un enorme aiuto, ma non abbastanza. Anche le possibilità di hosting privato durante la notte sono al limite e sempre utilizzate nel miglior modo possibile.

A seconda delle nostre donazioni, abbiamo iniziato a portare vestiti alla nostra “colazione” al confine che sono andati esauriti molto velocemente perché le persone vestono abiti bagnati dai giorni di pioggia o non sono ben attrezzate per l’inverno.

In fondo all’articolo troverai un elenco di cose che sono sempre necessarie e saremmo felici di ricevere!

Abbiamo continuato come al solito il nostro lavoro principale, la “colazione” dalle 9 alle 20 tutti i giorni, a un chilometro dal confine in direzione Ventimiglia, sul versante italiano. Stiamo lavorando in questo piccolo spazio vuoto dall’estate dopo aver lavorato in un altro spazio (che è stato chiuso a causa dei vicini) dal 2018.

Tutti coloro che vengono rilasciati dalla stazione di polizia francese sul versante italiano devono prendere la strada per Ventimiglia, da dove provengono, prendendo il treno o camminando per le montagne (il pericoloso “passo della morte”). Naturalmente, tornando in Italia, trovano il nostro “punto colazione” sul lato della strada. Creiamo accesso a cibo, bevande, articoli igienici, una piccola scorta di vestiti, pronto soccorso medico, un tetto per proteggersi dalla pioggia. Ancora più importante, è un luogo più tranquillo rispetto al luogo da cui provengono, chiacchieriamo e possiamo condividere la conoscenza generale che abbiamo sulla zona di Ventimiglia e alcune risposte per le difficoltà.

Stiamo fornendo consulenza legale e reindirizziamo a consulenti legali per casi particolare. I minori che hanno una prova della loro età e un refus d’entrée hanno il diritto di non essere rigettati dalla Francia e possiamo seguire una procedura con un avvocato per riportarli alla polizia e permettere loro di attraversare il confine senza essere presi e respinti indietro. Vediamo persone con un processo di asilo in corso in Francia che vengono respinte in quanto controllate sulla base di profili razziali dalla polizia e detenute perché manca un documento o non ce l’hanno con loro. In entrambi i casi, è “normale” che la polizia modifichi i dettagli (come la data di nascita del minore sul refus d’entrée per farlo figurare come più anziano e respingerlo come “adulto”) o prendere documenti dalle persone e distruggerli di fronte a loro, soprattutto quando le persone vogliono comunicare con loro, spiegare la loro situazione e sapere quali diritti hanno.

Di seguito, i numeri (abbastanza precisi) di persone che abbiamo contato alla nostra «colazione» tra le 9:00 e le 20:00:

Tra il 27 novembre e il 2 dicembre:
610 persone in totale, di queste 510 respinte dalla Questura e 100 provenienti da Ventimiglia o dal territorio circostante.
Tra loro:
– 41 donne
– 15 bambini accompagnati
– 21 minori non accompagnati

Tra il 3 e il 9 dicembre:
741 persone in totale, di cui 615 respinte e 126 provenienti da altre località.
Tra loro:
– 65 donne
– 27 bambini accompagnati
– 17 minori non accompagnati

Tenete in considerazione nella maggior parte dei casi incontriamo persone che abbiamo visto per diversi giorni di seguito, dal momento che occorrono da 2 a 6 tentativi per attraversare il confine con la Francia. Quindi il numero effettivo di individui è decisamente inferiore.

Questi sono gli incidenti concreti avvenuti con la polizia che le persone hanno deciso di condividere con noi o che abbiamo parzialmente vissuto:

27 novembre:

seguiamo una procedura con il nostro avvocato volontario per portare due minori in Francia (erano stati illegalmente respinti). Pur disponendo dei documenti necessari per dimostrare che i respingimenti erano illegali, la polizia francese afferma che “non è abbastanza”. Gli stessi ragazzi riferiscono che la notte prima stavano prendendo un camion per raggiungere la Francia, ma sono stati arrestati in autostrada dalla polizia italiana. Alla stazione di polizia, viene detto loro di sdraiarsi e, poiché uno di loro si rifiuta, viene trattenuto da 5 agenti di polizia e spinto a terra. Uno lo tira a terra torcendogli il naso.

28 novembre:

Incontriamo un uomo che è stato preso e arrestato alla stazione di polizia francese, nonostante sia un richiedente asilo in Francia e stava solo visitando un amico in Italia. Lo riaccompagniamo al confine e alla fine gli viene permesso di andare in Francia.

30 novembre:

un uomo che è già un richiedente asilo in Francia viene preso e arrestato. Mostra i suoi documenti agli agenti di polizia francesi, che li distruggono tutti.

Il giorno prima, 4 uomini con documenti italiani che lavorano regolarmente in Francia sono stati controllati a Nizza sul bus della loro azienda. Vengono portati alla stazione di polizia di Nizza e trattenuti fino alle 14:00. Ci hanno riferito condizioni pessime, gli hanno portati via i telefoni, fatto fotografie e preso le impronte digitali. Il 30 novembre vengono portati in manette al confine e alla fine vengono respinti. Tre di loro non avevano con sè tutti i documenti necessari, mentre a uno avrebbe dovuto essere consentito (l’accesso in Francia ndr) essendo in possesso dei documenti giusti.

1 dicembre:

di notte, tre donne si perdono in montagna e gridano aiuto. Alcuni uomini cercano di attraversare il confine vengono bloccati dalla polizia francese, informano di aver sentito le richieste d’aiuto delle donne sperdute. Chiedono aiuto per loro. La polizia si rifiuta di intraprendere qualsiasi azione e dice che andrà bene. Il giorno successivo incontriamo le tre donne presso il nostro luogo di accoglienza, fortunatamente hanno trovato la strada giusta con la luce del giorno.

Un uomo sta viaggiando dall’Italia a Marsiglia, in Francia, perché suo padre è malato e si trova lì in un ospedale. Vuole fargli visita. L’uomo ha un passaporto valido, un permesso di soggiorno valido, i documenti necessari per il Covid e documenti che dimostrano che suo padre è in ospedale, quindi può essere sicuro di viaggiare durante il lock down. Ha tutto ciò di cui ha bisogno per attraversare legalmente, ma viene comunque bloccato su un treno sul lato francese e portato alla stazione di polizia francese. La polizia francese distrugge i documenti che dimostrano che suo padre è in ospedale. Alla fine, viene respinto in Italia. Lo abbiamo messo in contatto con il nostro avvocato.

3 dicembre:

Incontriamo circa 7 minori nel pomeriggio. Siamo già stati in contatto con uno di loro. Ha già provato 2 volte e ora la terza volta, nuovamente arrestato dalla polizia, ha chiesto chiaramente di esercitare il suo diritto a fare domanda di asilo come minore di 18 anni, cercando di comunicare con la polizia. Come reazione lo hanno picchiato molto duramente. Nessuno di questo gruppo di minori parla della propria permanenza in questura. Uno dei minori che il giorno prima era allegro, rilassato e cucinava con noi ora è serio e non vuole parlare. Non abbiamo quindi informazioni su cosa sia avvenuto nella permanenza in questura. Un minore ha un nome sbagliato sul suo rifiuto d’entrée, oltre a una data di nascita errata attribuita dalla polizia francese. Per questo motivo non possiamo aiutarlo con la solita procedura per riportarlo in Francia.

4 dicembre:

il giorno prima, 11 uomini viaggiano insieme prendono il sentiero di montagna di notte. Quando vengono fermati dai militari francesi, uno di loro, spaventato, cade lungo il lato ripido del sentiero. I suoi amici sono molto preoccupati e chiedono ai militari di controllare le condizioni dell’amico. I soldati dicono loro che lo controlleranno il giorno successivo. Chiamano la polizia francese per portare gli uomini alla stazione di polizia. I 10 uomini insistono nel voler sapere se il loro amico sta bene. I militari scattano una foto del luogo in cui è successo e di tutti loro e non vogliono intraprendere ulteriori azioni. Quando arriva la macchina della polizia, gli uomini si rifiutano di entrare e di andarsene senza il loro amico. Vengono caricati con la forza nell’auto della polizia, portati in stazione e non hanno alcuna possibilità di informare qualcuno o di parlare con qualcuno alla stazione di polizia. Alla fine vengono respinti in Italia il 4 dicembre e arrivano al nostro posto della «colazione», ancora molto preoccupati. Ci facciamo dare il nome, il contatto e la foto dell’amico scomparso per cercarlo. Qualche tempo dopo ricevono la notizia che il loro amico è al sicuro. Si è fatto male a una gamba ma è riuscito a trovare un modo per tornare indietro e ha ricevuto aiuto dalle persone all’inizio del sentiero.

Solo due mesi fa, un uomo (che era con altri due mentre camminava sul sentiero in montagna) è scomparso. I suoi amici lo hanno visto cadere davvero in profondità e hanno informato la polizia francese dell’accaduto dopo essere stati arrestati. La polizia non ha fatto nulla. Solo il giorno successivo, le forze italiane sono andate in montagna, ma poiché la parte del percorso italiano è breve e per lo più sicura, ci hanno detto dopo due giorni di ricerca «Stiamo facendo del nostro meglio, ma pensiamo di cercare nel posto sbagliato» Prevalentemente, se le persone hanno incidenti, è dalla parte francese. Nei casi che abbiamo visto, nessuno si assumeva la responsabilità della possibile morte di qualcuno, nemmeno cercando di agire in qualche modo: il percorso è stretto, non stabile o solido, e molte persone lo percorrono di notte senza luce. Cosa significa morire qui? Soprattutto che nessuno lo saprà mai. Se viaggi da solo o cammini con persone che ti conoscono a malapena, se quelli che potrebbero proteggerti o salvarti non si presentano; sparisci, muori in modo anonimo. È lo stesso tipo di invisibilità che le persone sperimentano attraverso la violenza alla stazione di polizia e sui treni, dove nessuno sta guardando, e nei luoghi della città dove trovano uno spazio libero per dormire. Non esistono realmente nella vita pubblica. Fino ad oggi, per quanto ne sappiamo, non hanno mai (cercato e) trovato il corpo dell’uomo scomparso due mesi fa.

6 dicembre:

Gli effetti personali di un uomo vengono rubati (abbiamo avuto problemi di comunicazione con lui e non siamo riusciti a saperne di più).

8 dicembre:

Incontriamo una donna incinta e sua zia che hanno lasciato un campo italiano a causa delle cattive condizioni di vita, ad es. mancanza di cibo. Sono state fatte scendere dal treno qui al confine dalla polizia francese usando gas lacrimogeni.

Più tardi, un altro uomo ci racconta di più sull’incidente: era stato sul treno con molte altre persone. La polizia francese è salita sul treno in una città dopo il confine. In un bagno si nascondevano una donna incinta e sua figlia di due anni, un’altra donna, l’uomo che ci ha fatto il resoconto e altre persone. La polizia ha ordinato di aprire la porta, ma secondo l’uomo la porta era bloccata dall’esterno. La polizia ha sfondato la porta e ha usato contro di loro forti gas lacrimogeni. L’uomo ha insistito sul fatto che fosse una specie di acido, non solo gas lacrimogeni “normali” ed estremamente doloroso. Il gas veniva messo nel piccolo bagno senza che nessuno avesse la possibilità di uscire. Questo vale anche per il nascituro, la bambina e la loro madre. L’uomo ha urlato all’agente di polizia: “Non ti è permesso farlo. Sai che non ti è permesso. Puoi essere accusato per questo”. Un poliziotto francese ha risposto dicendo che non parlava inglese. Più tardi, alla stazione di polizia, lo stesso agente nel colloquio con la persona che ha segnalato l’accaduto e che chiedeva informazioni personali, ha parlato fluentemente in inglese su il refus d’entrée. Nella stazione di polizia, l’uomo non poteva vedere a causa dell’effetto dei gas lacrimogeni, tossiva e aveva dolore come tutte le altre persone coinvolte.

Gli fu risposto per le cure mediche di rivolgersi in Italia dopo il suo respingimento. Ha quindi ricevuto alcune gocce di un liquido per gli occhi. Poiché abbiamo trovato una possibilità di una accoglienza privata, abbiamo potuto seguire la situazione dell’uomo. Presentava ancora gli effetti del gas lacrimogeno sul corpo e sui capelli e ha avuto problemi a respirare e tossire fino al giorno successivo.

Se hai continuato a leggere il nostro articolo fino ad ora, ti ringraziamo per aver seguito la situazione qui al confine italo-francese. Sebbene la lotta sia in corso, manteniamo la nostra rabbia e la nostra volontà di non perdere mai di vista le persone che attraversano l’Europa.

Sei sempre il benvenuto se vuoi unirti a noi e vivere con noi se puoi impegnarti per un periodo di almeno due settimane o per dare supporto attraverso donazioni.

Cose di cui avremo costantemente bisogno la nel prossimo periodo:

cappelli, guanti, calzini, sciarpe, altri vestiti (contattateci per maggiori dettagli), spazzolini da denti e pasta, vecchi telefoni, sim card utilizzabili in Europa (Leika per esempio), e donazioni di cibo fresco (direttamente al confine se vivi vicino).

Non esitare a contattarci e a utilizzare questi recapiti, cercheremo di ricontattarti il prima possibile!

Con molto calore: il team Kesha Niya
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Un momento a Ventimiglia, ottobre 2020

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo, istantanea amara e precisa di come si presenti, in questo momento, il territorio di frontiera tra Ventimiglia e Mentone.

Un momento a Ventimglia

Non andavo al confine da mesi, ci abito abbastanza vicino da trascurarlo, come quando non rispondi a tua madre perché sai che comunque puoi chiamarla dopo. Pensi che in qualche modo sia sempre lì, fermo sulla carta geografica, più immobile delle rocce sulle quali è stato disegnato.

Mi sono e ci siamo persi nella nostra piccola città, si è riempita anche lei di piccoli confini, di marginalità. Barriere una dentro l’altra nate dove prima lo sguardo era libero. Si sono distese come il filo spinato anche sotto casa mia ste stronze. Un colpo di forbice e le ho viste apparire simili ad omini di carta che si tengono per mano. Ho e abbiamo trascorso gli ultimi mesi tra quei muri, senza il coraggio ed il tempo di guardare a ponente, verso il far west un poco ‘ndrangheta, un poco Biamonti che è un pezzo della mia/nostra storia: Ventimiglia.

Pare che a ponte San Luigi, il confine alto, la polizia e l’Anas (o meglio la polizia con la scusa dell’Anas) vogliano cintare la piccola piazzola a bordo strada in cui vengono distribuiti generi di prima necessità alle persone respinte. Arriviamo che c’è il sole, al mattino poca pioggia svogliata, diversa dall’acqua che ha aperto Ventimiglia come un libro la settimana scorsa, quando il Roya era un ferro da stiro impazzito che trascinava tutto giù dal tavolo. Ci sono molte persone. Alcune 20k e kesha niya cercano di aiutare, danno cibo, caffè, informazioni. Non ci sono forze dell’ordine, si vedono solo gli alpini dormire sulle jeep in dogana, mentre la spiaggia delle baracche è bellissima, nonostante sia un centinaio di metri sotto di noi sembra lì, a portata di mano.

Ci sono molte persone, troppe, hanno facce stanche sotto le mascherine, banale dirlo, ma meglio ricordarselo, perché equivalgono a ore di container, di garde à vue, di strattonamenti. La CRS non si fa problemi, usava l’amuchina dopo che alzava le mani ancora prima del covid.

alcune persone respinte dalla polizia francese sostano a bordo Aurelia il tempo necessario a rifocillarsi e attendere il bus in direzione Ventimiglia.

Io dal 2011 qualcosa qui l’ho vista: i tunisini, i sudanesi, gli afgani, le somale, la tratta; tanti corpi, corpi pestati come lattine, disidrati, abbattuti, fieri, infreddoliti, poi madri sole, madri male accompagnate, anche farabutti, santi e bambini, ma quello che vedo oggi no, non l’avevo mai visto. C’è gente di ogni etnia ed età, alcuni vestiti male, altri che hanno imparato ad essere alla moda anche nella difficoltà, più o meno capaci di parlare le nostre lingue. Molti non sanno che fare, molte non sanno dove andare, pensano ad arrivare a domani forse, qualcosa nella pancia, senza infettarsi, giusto la possibilità di avere qualche sogno, senza esagerare però, che con i sogni in Europa ci si avvelena, che i sogni non realizzati diventano ossessioni. Non è più quello che i sociologi definiscono un flusso migratorio, queste sono persone che finita la musica al gioco della sedia non hanno trovato posto, partecipando così tante volte al gioco fino a che è diventato orrendo. La musica partendo è ormai il raccapricciante carillon di un film horror.

Il sole si fa più forte, andiamo al supermercato a prendere quello che serve. Io ed i miei amici abbiamo i capelli bianchi ed un cazzo di cane che mi lecca sempre, a me non piace il contatto fisico, mediamente antispecista, neanche da parte degli animali.

Portiamo i vestiti a Delia, che come sempre ha da fare: una famiglia, una distribuzione, un caffé. Sembra ancora più combattiva del solito e questo mi tira su, anche se il cane prova a leccarmi di nuovo. C’è un bambino con sua madre, dorme con la testa appoggiata al tavolo e molte altre persone che vanno e vengono, sono appena più decisi, voglio sperare che sia così.

Ventimiglia è devastata, c’è ancora un camion accartocciato sotto il ponte e cumuli di detriti ammassati in città. La passerella Squarciafichi rotta a metà rappresenta questa storia che non si chiude, una linea che non combacia.

Qui ci sono rimasti i non europei, i ventimigliesi, le guardie, i 20k, le keshaniya e le mie amiche, quelle senza più collettivo, ma con le braci sempre accese in petto. Torno a casa e mi chiedo se continuare a pensare a quale tipo di momento sia questo, non renda tutto difficile. Forse semplicemente questo è il momento, mica solo a Ventimiglia.

un solidale

Un momento della distribuzione di cibo serale, nella piazza antistante al cimitero della città: dopo l’alluvione, lo spazio è stato adibito a discarica di tutto il materiale trascinato e distrutto dalla piena del fiume Roja
Un gruppo di persone si incammina verso il Passo della Morte, il sentiero di montagna che attraversa il confine e arriva in Francia

Ventimiglia dopo l’alluvione, tra fango e attesa

Immagine satellitare della foce del fiume Roja a Ventimiglia: è visibile la colata di fango che il fiume ha portato dalla vallata fino al mare. fonte
Ventimiglia dopo l’alluvione, tra fango e attesa

Nella notte del 2 ottobre, su Ventimiglia e nella Val Roja, che separa e collega i territori italiano e francese, si è abbattuta una furia atmosferica di portata storica. Nei giorni seguenti l’alluvione, la città di frontiera si presenta stravolta e allarmante.

Devastata tutta la zona che circonda la foce del Roja; quello che resta della passerella Squarciafichi, uno dei simboli della città, affiora a monconi dalle acque ancora agitate del fiume. Il fango esce ancora da ovunque, nell’area del “quadrilatero commerciale” (tra via Roma, Ruffini, Cavour e Repubblica). Molti commercianti, disperati, hanno lavorato per giorni (e ancora tanto c’è da fare) con pale e secchi, aspettando gli autospurghi delle ditte incaricate per la ripulitura della città, dopo l’esondazione del fiume. Per tutta la settimana, montagne di spazzatura, merce ridotta a rottami e mobili impantanati, hanno ingombrato le vie davanti ai negozi inondati dall’urto della piena. L’odore dell’acqua mista a melma, che ristagna nei sottofondi dei palazzi e che esce dai tombini intasati, aleggia anche nelle vicine strade già ripulite.

Nonostante i tentativi dei soliti giornalisti e sciacalli politici, poco sensazionalismo e molta praticità: gente al lavoro, moltissima solidarietà, determinazione anche se le persone iniziano ad essere stanche. A livello fisico, dopo una settimana di fango e fatica, ma anche nello spirito, che cede davanti alle preoccupazioni per i danni causati dall’alluvione. Molte persone che abitano nell’area della foce del Roja hanno perso automobili e mezzi privati, rimasti per giorni incastrati nei garage sommersi dall’acqua. Così come sono tante le cantine, le botteghe, i laboratori e i magazzini ancora sommersi da fango e detriti.

Nel resto della città, poche centinaia di metri oltre la zona colpita dall’alluvione, le vie del centro si sono salvate, e l’onda del Roja non è arrivata a divorare i piani terra: qui è la Ventimiglia indifferente di sempre, shopping e aperitivi.
Nella zona della stazione, invece, si incontrano molte più persone del solito in attesa di passare il confine. Circondate dalle attenzioni di un numero crescente di passeurs e trafficanti di donne. È infatti inagibile tutta l’area della foce e dell’alveo del fiume, dove ormai abitualmente, da anni, trovano riparo per la notte le persone che vivono in strada il tempo necessario per riuscire a raggiungere la Francia. Poichè anche il campo di transito e accoglienza della CRI è stato chiuso durante l’estate, non ci sono altri luoghi che offrano un punto di ristoro per chi sta migrando. Quindi, da giorni, le vie intorno alla stazione sono rimaste l’unico luogo disponibile d’attesa e organizzazione per la gente in viaggio.

Ventimiglia attraversa un momento decisamente fuori dall’ordinario, persino per una città che conosce già abitualmente eventi particolari per la presenza della frontiera. La percezione di eccezionalità, camminando per le vie, è palpabile: dalle giornate dell’alluvione, sembra che tutti siano in movimento, nel tentativo di adattarsi a questa nuova situazione post disastro ambientale, e prendere le misure con le risorse a disposizione. Ma anche che tutti siano “in attesa”: di ritornare alla normalità, di ricominciare a lavorare (molte persone hanno chiesto ferie per poter aiutare, a parte quelle comunque senza più lavoro per i danni alle attività commerciali), di riprendere il viaggio, di passare il confine, di poter raggiungere di nuovo la Val Roja, di scoprire come si rimedierà al disastro del crollo di chilometri di strade fino al colle di Tenda.

La Francia è presente sulla bocca e nei pensieri di tutte queste anime che formicolano attorno alle vie principali della città: c’è chi polemizza coi francesi per la gestione delle dighe di Casterino e Breil; chi è in pensiero per i “cugini d’oltralpe”, in una Val Roja ridotta a brandelli (ad una settimana dall’alluvione, ancora interi villaggi sono isolati, e con problemi di approvvigionamento elettrico, idrico e di cibo); chi si lamenta perchè i turisti francesi hanno da subito ingorgato il traffico, già messo a dura prova dai blocchi nelle zone alluvionate; chi cerca di capire come salire nella vallata francese per aiutare nella ricostruzione anche lassù; chi prende informazioni per sapere come proseguire il progetto migratorio in Europa, adesso che raggiungere la Francia è ancora più complicato, tra strade crollate, treni sospesi e frontiere ancora più attenzionate per l’aumento dei contagi di Covid.

Sullo sfondo di questo brulicare, mentre ciascuna persona cerca di risolvere al più presto i propri ostacoli per poter andare avanti, le minacce del virus e i balletti delle mascherine sui volti (che sarebbero obbligatorie, ma scendono spesso sotto al mento, soprattutto nella fatica di svuotare a mano i fondi allagati), aumentano la sensazione di attraversare uno scenario apocalittico: non soltanto perchè le acque del Roja hanno devastato strade, ponti, negozi, botteghe, progetti di vita, collegamenti e possibilità di movimento… ma perchè tutte le persone che parlano e si confrontano per la strada si dimostrano consapevoli che, il peggio, arriverà nelle prossime settimane e mesi.


C’è tanta energia, tanto slancio solidale, ma anche tanto fatalismo, tanta preoccupazione e un ineluttabile senso di precarietà: il territorio si sgretola, le infrastrutture crollano, le malattie dilagano, il mare restituisce lentamente i corpi travolti dalla furia della tempesta. Le persone cercano di andare dove devono andare, ma sembra che infondo sappiano un po’ tutte che non si andrà lontano, visto che il sistema è al capolinea e non si vedono cambiamenti all’orizzonte.

Il viaggio è sicuramente terminato per le nove persone i cui corpi sono stati riportati a riva, durante la settimana. Si pensa siano perlopiù francesi, anche se le identificazioni sono ancora in corso, perchè il numero di quelle disperse in val Roja è molto alto, mentre non risultano mancanze in costa, anche se è difficile averne la certezza. Neppure è possibile affermare con sicurezza che non ci fosse gente accampata lungo gli argini del Roja, dal momento che le istituzioni non hanno provveduto ad avvertire per tempo dell’allerta meteo e dell’apertura delle dighe in Francia, andando direttamente lungo gli argini del ponte ad avvisare le persone, come è stato fatto in passato. Lungo via Tenda, in serata, si sono sentite delle grida d’aiuto, ma le ricerche non hanno portato risultati. Il fiume stava ingrossandosi sempre di più, e chi lo sa cos’è successo poi nella notte, mentre il Roja distruggeva tutto scendendo dalla Francia e inondava le zone dove trovano riparo per la notte le persone che arrivano a Ventimiglia proprio per passare il confine.

La linea ferroviaria e le strade che portano in val Roja, costeggiando le sponde del fiume, sono state utilizzate negli anni come rotte migratorie al pari delle vie lungo la costa. Adesso che la valle italo francese conta milioni di euro di danni per l’alluvione, e alcuni villaggi sono raggiungibili solo in elicottero per le forniture di beni di prima necessità, si sono cancellate non solo strade e progetti di vita delle comunità italiane e francesi della valle, ma anche metà delle chance di oltrepassare la frontiera per chi sta migrando. E i primi risultati sono, infatti, già arrivati: nemmeno l’uomo bruciato vivo sul tetto di un treno a Latte potrà proseguire il viaggio, si era nascosto aggrappato al pantografo del treno, giovedì nel tardo pomeriggio, in un tentativo estremo di raggiungere la Francia.

La tempesta Alex ha travolto la vita delle persone proprio in un luogo dove è già così difficile, in tutti i sensi, andare avanti. Solo noi umani facciamo distinzioni di passaporti e calcoli di nazionalità: il fiume Roja non ha fatto sconti a nessuna delle parti, e il prezzo di questo disastro, annunciato ma sottostimato, sarà un conto amarissimo per tutto il territorio.

La redazione

(nella foto di copertina, i resti della passerella Squarciafichi che affiorano nelle acque della foce del Roja, Ventimiglia)

Detenzione Arbitraria, Respingimenti Illegali e Vessazioni Continue

Riportiamo di seguito la traduzione del report del collettivo Kesha Niya pubblicato il 29 agosto scorso. Continua, in barba alle misure igieniche anti-covid 19, la detenzione arbitraria e prolungata delle persone migranti all’interno di container affollati prima di essere respinte in Italia. Continua anche la pratica illegale dei minori respinti in Italia dalla polizia francese tramite la falsificazione di documenti ufficiali. Peggiora inoltre la situazione di tutte le persone in transito a Ventimiglia nel tentativo di raggiungere la Francia. Dopo la chiusura del campo Roja, le istituzioni non hanno infatti predisposto alcuna struttura per l’ospitalità delle persone in viaggio, neanche per le più vulnerabili, solo un potenziamento dei controlli di polizia nei luoghi di fortuna in cui sono costrette a pernottare oltre alle vessazioni gratuite ben documentate nel resoconto

Buon Giorno, Ecco un aggiornamento sulle attività e gli sviluppi a Ventimiglia dal 13 al 23 agosto. Al confine franco-italiano abbiamo incontrato una media di 85 persone al giorno. Quasi quotidianamente abbiamo incontrato dai tre ai dieci casi di minori respinti illegalmente dalla polizia francese. Da quando siamo tornati attivi alla frontiera abbiamo visto più volte come la PAF francese (polizia di frontiera) scriva informazioni false sul modulo di “Rifiuto di ingresso”. Ciò include la modifica della data di nascita, costringendo i minori ad essere trattati come adulti. Contrariamente a quanto aveva fatto in alcuni casi in passato, la polizia italiana ha smesso di verificare le date di nascita e le altre informazioni fornite dalla PAF e ha quindi cessato di rimandare i minori sul territorio francese.

La polizia controlla ancora l’autobus dal confine a Ventimiglia e li abbiamo visti urlare senza motivo alle persone che ancora non sono nemmeno salite. L’autobus non ha abbastanza posti per ospitare tutti i passeggeri, anche se ci sono autobus più grandi disponibili e la quantità di persone alle quali permettono di entrare cambia ad ogni corsa. I nostri tentativi di contattare la compagnia di autobus al fine di presentare un reclamo per il fatto che non viene consentito l’accesso al numero legale di persone o che l’autobus non si ferma per niente sono stati infruttuosi.

Il 15 e 19 agosto abbiamo incontrato molte persone che hanno subito una detenzione prolungata per oltre 20 ore, circa 50 di queste persone sono rimaste tutta la notte presso la PAF. Il 16 agosto tre famiglie erano in stato di detenzione, e per cinque giorni abbiamo incontrato donne, sole o con bambini, così come altre famiglie. Incontriamo sempre più famiglie respinte ogni settimana, a volte tenute nel container con diverse altre persone per tutta la notte. Il 16, 17 e 22 agosto abbiamo contato oltre 100 persone, 130 solo il 17 agosto. Per la distribuzione presso il parcheggio cuciniamo per un numero di persone che varia tra le 80 e le 120 circa, dai 30 a 50 pasti circa sono invece distribuiti alla stazione ferroviaria e presso i binari del treno. Alla distribuzione il 22 agosto abbiamo dato in totale quasi 200 pasti. La polizia di Ventimiglia controlla più di frequente i binari dei treni e il ponte sotto il quale le persone dormono, mandandole via e impedendone il ritorno.

Ieri (28 agosto n.d.t.) la polizia ha rimosso una tanica per l’acqua che avevamo messo sui binari del treno. Ci hanno spiegato che si tratta di questioni di sicurezza, nonostante i binari in questione non siano più in uso e non si sia registrato alcun incidente che abbia danneggiato alcuno.

Pensiamo che queste azioni siano il seguito della dichiarazione del sindaco e della prefettura e abbiano lo scopo di impedire alle persone di dormire in centro città.

Progetto20k è ancora impegnato al confine con noi ed è presente a Ventimiglia e alla distribuzione alimentare con il proprio Infopoint mobile, oltre che per occasionali monitoraggi notturni.

Il bar Hobbit di Ventimiglia è in difficoltà. È un punto di incontro centrale per gli attori (impegnati nella solidarietà n.d.t ) e uno spazio sicuro per le persone. Delia, la proprietaria del bar, ha aperto il suo locale alle persone del contesto migratorio nel 2015, a seguito di questo non ha abbastanza clienti per coprire le spese del suo bar o le spese del proprio di mantenimento. Da cinque anni raccoglie cibo, vestiti e prodotti per l’igiene da distribuire, fornisce uno spazio sicuro per riposare e ricaricare i cellulari e si prende cura delle famiglie e delle persone vulnerabili. Se vuoi sostenere lei e il suo posto, puoi seguire questo link.

Roya Citoyenne (FR) ha avviato una petizione in merito alla situazione con la richiesta di istituire campi di transito su entrambi i lati del confine.

Visto che a Ventimiglia arrivano più persone, famiglie e minori compresi, noi e altri attori, siamo alla ricerca di possibilità di alloggio. I luoghi sicuri per le persone (vulnerabili) a Ventimiglia sono molto limitati e dalla chiusura del Campo Roya, il bisogno è costantemente aumentato. Stiamo cercando di mobilitare ospiti privati e trovare nuovi modi per fornire un’ospitalità sicura in Italia. Al fine di migliorare il flusso di informazioni alle persone e per renderle più autonome, stiamo lavorando su semplici schede informative su Ventimiglia e i servizi disponibili, che vogliamo inoltrare agli attivisti presenti nel sud Italia, in Sicilia, a Roma e sul confine sloveno-italiano.

Prosegue la nostra ricerca di un nuovo luogo per poter migliorare il nostro attivismo, un posto dove sia possibile sia vivere che organizzare le attività, così come forse una stanza o un appartamento a Ventimiglia per ospitare, immagazzinare le provviste e cucinare. A causa della mancanza di sostegno da parte di funzionari e autorità, le lotte su questa frontiera continuano e la situazione peggiora ogni settimana. Grazie per il vostro sostegno tanto necessario! Kesha Niya.

Nessuna misura anti-covid nei respingimenti a Ventimiglia

Pubblichiamo la traduzione del report del collettivo Kesha Niya del 23 luglio 2020. Alla frontiera di Ventimiglia le misure anti-covid vengono utilizzate come ulteriore pretesto per vessare le persone migranti e disincentivare l’attività delle persone solidali. Questo mentre la polizia di frontiera francese continua a detenere nei container anche 100 persone al giorno senza fornire alcuno strumento di prevenzione o assistenza prima di avviarle al respingimento in Italia.

Nonostante gli sforzi di alcuni residenti locali per porre fine alla nostra presenza al confine, una recinzione è stata eretta due mesi fa sigillando lo spazio che abbiamo utilizzato in precedenza, siamo stati attivi sul confine di nuovo dal 6 luglio. Il 6 e 7 luglio si è svolta un monitoraggio di 48 ore della PAF (Police aux Frontieres), organizzato dal CAFFI (Coordination des Actions à la Frontière Franco-Italienne) e integrato dalla presenza di avvocati e membri di varie ONG. Durante questi due giorni, il numero di “push back”(persone respinte alla frontiera, ndt) al giorno è stata di 38 e 45. Nei giorni successivi ci siamo resi conto di un aumento da due a tre volte dei “push back”. Domenica 12 luglio abbiamo incontrato tante persone come mai prima, un totale di 142. Dopo quella data, ne abbiamo incontrato una media di circa 100 al giorno.

Il numero di pasti serviti durante la distribuzione serale a Ventimiglia è variato tra i 40 ed i 120, ma attualmente incontriamo circa 70-80 persone, quasi tutte stanno vivendo per strada  in città o in spiaggia.
Oltre al lavoro in sé, abbiamo problemi più frequenti con questioni legate alle autorità, il sindaco di Ventimiglia per esempio è venuto a una delle nostre distribuzioni alimentari, per comunicarci che era inaccettabile dare cibo e che non ci era permesso continuare la nostra attività. Questo è quanto ci è stato detto, mentre la polizia ci aveva assicurato che sarebbe andato bene distribuire il cibo nel nostro solito posto, ma non era permesso farlo all’interno della città, alla stazione ferroviaria o sulla spiaggia. Poiché nessuna delle due parti è stata in grado di mostrarci nulla di scritto con un fondamento legale, abbiamo continuato con la distribuzione dei pasti che è stata accompagnata dalla polizia con controlli di documenti, fotografie della distribuzione e delle nostre macchine.

Un comportamento simile avviene anche durante la nostra attività al confine, dove la polizia ci ha ha fatto visita quasi ogni giorno nelle ultime due settimane. Oltre a controllare i nostri documenti e ad essere aggressivi sia con il linguaggio verbale che corporeo, la polizia ci ha anche chiesto di interrompere le nostre attività, cosa che non abbiamo fatto.

Da qualche giorno la polizia italiana sta scortando l’autobus dal confine a Ventimiglia per controllare mascherine e biglietti di persone, o semplicemente legittimare l’autobus nel non fermarsi affatto, cosa che sta costringendo le persone rilasciate dalla detenzione a camminare per 8 km fino a Ventimiglia, nonostante siano in possesso di un biglietto valido e adottino adeguate misure igieniche.

A questo punto ci teniamo a sottolineare che noi come collettivo prendiamo molto sul serio la situazione legata al coronavirus e che prestiamo attenzione alle distanze minime e alla prevenzione di grandi concentrazioni di persone.
La situazione è invece molto diversa al confine stesso, dove le sopracitate 100 persone al giorno sono trattenute e stipate in uno spazio ristretto fino a 24 ore dalla polizia francese. Questi funzionari non tengono conto dei rischi derivanti da tale concentrazione di persone, nonché della mancanza di misure igieniche di prevenzione.

Oltre a tutto questo, delle persone a noi sconosciute ma che sembrano essere appassionate di escrementi, hanno ideato una forma di protesta completamente nuova, con la quale non ci era mai capitato di confrontarci in passato. Ieri mattina, il luogo dove siamo attivi al confine è stato trovato modellato, escrementi di origine sconosciuta erano sparsi su panchine e muretti che utilizziamo solitamente. Siamo impressionati dallo sforzo di raccogliere degli escrementi e distribuirli con precisione e ordine su un presidio umanitario. Dopo un’intensa pulizia, però, abbiamo completato questa attività e continueremo ad essere attivi, al confine e nella stessa Ventimiglia, nonostante gli sforzi fatti per diminuire l’umanità all’interno e intorno a questo confine.

Dal momento che le nostre spese sono aumentate di recente, a causa delle complicate restrizioni legate a Covid 19, come dell’ aumento del numero di persone, saremmo felici di ricevere una donazione o il vostro sostegno personale.

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Estate 2020 al confine: il campo e le persone. Parte2

Il campo e le persone (Parte 2)

Le persone nella città di frontiera oscillano quindi intorno alle due/trecento teste, considerando chi poi riesce nella notte a varcare il confine e chi arriva il giorno dopo a rimpiazzare il numero di presenze. Ad aprile, il campo gestito dalla Croce Rossa, finanziato e diretto dalla prefettura di Imperia, è stato messo in quarantena a causa della positività di un ospite al Covid. In quel momento, vi erano ospitate circa 120 persone. L’uomo è stato ricoverato all’ospedale di Sanremo, è guarito e non si sono registrati altri casi. Coloro che erano già dentro al campo, per un mese non han potuto uscire, mentre sono stati sospesi i nuovi accessi. Quando la quarantena è terminata e il lockdown è stato revocato, chi era già dentro al campo ha potuto ricominciare ad entrare e uscire dalla struttura, ma il campo ha continuato a non accettare nuove registrazioni. Le persone ancora nei container della CRI sono state riassegnate altrove in Italia, e nel giro di poche settimane ne sono rimaste appena una trentina, in attesa, anche loro, di essere trasferite a breve.

Il campo della Croce Rossa, nell’ex scalo ferroviario ventimigliese del parco Roja, a 4 km dal centro cittadino, era stato approntato d’urgenza nell’estate del 2016. Nel giro di poche settimane, arrivarono al confine oltre seicento persone: il campo venne aperto in fretta e furia, per contrastare gli accampamenti informali che spuntavano ovunque, disturbando il business del turismo dalla Costa Azzurra. Il campo ha una capacità di accoglienza fino a 500/600 persone, e non ha mai avuto uno status giuridico definito, non essendo una struttura d’accoglienza ufficiale, né un cara, né un hotspot, né uno sprar. È stato sempre chiamato “campo di transito”. Vi si fermavano per periodi più lunghi le persone che facevano richiesta d’asilo, da un paio di notti a qualche settimana le persone che volevano proseguire il viaggio, a seconda del tempo necessario per organizzarsi.

Campo Roya

Sebbene fosse (e sia ancora: la chiusura ufficiale della struttura dovrebbe essere ridiscussa in settembre) un luogo isolato tra i raccordi autostradali, attrezzato con una sessantina di container e tensostrutture, fantasmi metallici nel deserto della periferia suburbana, presidiato da forze dell’ordine di ogni tipo, poco accogliente e molto umiliante per chi vi transitava, ha rappresentato per tre anni l’unica forma di “accoglienza” tollerata dalle istituzioni.

Quest’estate qualcosa è cambiato nella volontà delle istituzioni: la quarantena è finita, ma il campo non verrà riaperto. Si attende che escano le ultime persone che ancora vi si appoggiano, per andare verso uno smantellamento definitivo della struttura.

Come ogni stagione estiva ventimigliese che si rispetti, dinnanzi alle trombe dell’emergenzialismo che squillano scoprendo l’uovo di pasqua – la gente migra!- non poteva mancare la passerella di politici “esperti”, a fare il giro di proclami elettorali dichiarando “soluzioni radicali”, e invocando “interventi definitivi” al terribile problema che affligge Ventimiglia da anni: il fatto che esseri umani transitino su questo territorio col desiderio di muoversi liberamente sul globo terrestre. La città “ostaggio dei migranti”, i treni transfrontalieri che accumulano ritardi a causa dei controlli della polizia d’oltralpe, tutti i cittadini arrabbiati, tutte le istituzioni indignate, tutti i politicanti sbalorditi dal fatto che, ancora, la gente si permette di arrivare e pure di dormire, mangiare e camminare in giro per la città, non potendo trovare alcun altro appoggio.

Sono poche le associazioni ancora operative a Ventimiglia: anche le varie ong, dopo il boom del passato, hanno progressivamente chiuso i progetti legati alla frontiera e si sono dileguate. Prima fiaccate e depauperate dalla continua criminalizzazione nei loro confronti, operata dallo scorso governo gialloverde, e infine riassorbite nel processo di normalizzazione che ha finito per spegnere ogni accento di sgomento dinnanzi all’abominio, fino a trasformare Ventimiglia in una macchina scientifica di classificazione e squalificazione umana. Della decina di ong che erano attive, ne sono rimaste appena un paio, oltre alla solidarietà informale, che si arrabatta per sopravvivere tra menefreghismo e crociate repressive.

Le associazioni hanno chiesto più volte che il campo fosse riaperto, pur con tutti i limiti che presentava, segnalando l’incremento di persone in città. Poi, il 2 luglio, lo show della visita di una delegazione del ministero dell’interno, assieme ai vertici della polizia e delle istituzioni provinciali e regionali, ha chiarito bene quali intenzioni si profilano sull’orizzonte frontaliero di Ventimiglia. Il prefetto Di Bari (capo dipartimento delle Libertà Civili e dell’Immigrazione) ha decretato quale sarà il nuovo modello gestionale da applicare a questa frontiera: “L’obiettivo è di individuare non tanto una struttura ma un modulo flessibile di transitorietà per evitare bivacchi a Ventimiglia” un “modulo transitorio, molto provvisorio”!

L’ultimo modello di protocollo repressivo, rimasto in vigore in tutti questi anni, fu la strategia della decompressione messa a punto dal ministro dell’interno Alfano, assieme al capo di polizia Gabrielli, nella primavera 2016: fare arrivare meno gente in città, serrando i controlli sui treni; aprire il campo nell’ex scalo ferroviario, costringendo le persone a spostarsi dal centro cittadino per renderle invisibili; aumentare i pattugliamenti nelle zone turistiche; porre termine all’accoglienza nella chiesa delle Gianchette, troppo vicina al centro città e agli occhi dell’elettorato ventimigliese. Il colpo da maestri fu l’istituzione delle deportazioni interne da Ventimiglia al sud Italia, con i pullman turistici della locale compagnia di trasporti, la Riviera Trasporti. Uno stratagemma dal costo di decine di migliaia di euro,elaborato col solo scopo di sparpagliare le persone sul territorio nazionale, per contenere il numero di quelle che si accalcano a Ventimiglia. La strategia di “alleggerimento del confine” degli scorsi anni, non sembra perciò molto diversa dalle attuali proposte, che prevedono, in sintesi, di mantenere le persone in un costante moto perpetuo di angoscia e non riconoscimento. Alfano dichiarò: “queste persone devono capire che qui non ci possono stare, più vengono al nord, più noi le rimanderemo al sud, perchè non possono essere i migranti a scegliere dove vogliono vivere”. La pratica delle deportazioni interne a mezzo pullman ha continuato ad essere in vigore ancora nelle ultime settimane pre lockdown.

Adesso le traiettorie dell’intolleranza stanno quindi tracciando nuove “soluzioni radicali”, che sanno già di vecchio e di campagna elettorale: “metteremo in campo soluzioni alternative che devono necessariamente passare attraverso un’attività multipla”, dichiara il prefetto Di Bari, lasciando una scia sinistra di interpretazioni possibili su cosa siano le attività multiple che colpiranno ulteriormente le persone in viaggio.

(qui la prima parte; qui la terza parte)

Estate 2020 al confine: un quadro della situazione. Parte1

L’estate a Ventimiglia è un eterno ritorno, un film di cui si conosce perfettamente il brutto finale: qui si aspetta la nuova ordinanza, magari nuove leggi speciali, a stroncare ogni buona volontà. Qui si aspettano nuove morti, che si aggiungeranno alla ventina di vite già spezzate: altra polvere da buttare sotto al tappeto rosso su cui sfilano i ministri dell’interno e i vertici delle forze dell’ordine.

Luglio sta finendo e agosto, là davanti, promette di essere un ennesimo mese di circo e calvari.

(Parte 1. Qui la seconda parte. Qui la terza parte)

 

Esatate 2020, un quadro della stuazione:

Al confine di Ventimiglia, come ogni estate dal 2015, la bella stagione ha nuovamente portato un aumento di violenza, repressione, disagio, abbandono, abusi, traffico, e un numero crescente di persone che provano ad attraversare la frontiera. Dai media arrivano notizie frammentarie, che non spiegano i fondamentali di ciò che sta accadendo, ma raccontano solo la punta di un iceberg che, sotto i colpi del sensazionalismo, restituiscono flash sconnessi della vita di frontiera: l’arresto di un trafficante, l’aggressione di un uomo ai danni della polizia, persone che dormono nel mercato chiuso, i siparietti delle istituzioni, qualche grido di pietà o di allarme dell’associazione di turno. A seconda dello scoop del momento, a seconda delle tendenze di interesse dell’opinione pubblica, emergono spizzichi di eventi e narrazioni incomplete.

A Ventimiglia arrivano ancora le persone migranti? Che succede lungo le rotte che attraversano la barriera di Stato sulle strade, sui treni, o sui sentieri di montagna? I giornali hanno parlato di “recrudescenza del fenomeno migratorio”, ma al confine le persone sono sempre arrivate, ininterrottamente, e ininterrottamente subiscono discriminazioni e ingiustizie. D’estate, semplicemente, è più facile viaggiare, con il mare calmo e le strade asciutte.

Quest’anno l’inizio dell’estate è coinciso con la fine delle restrizioni per il lockdown, quindi quando tutto il traffico ferroviario si è sbloccato ed è stato possibile tornare nelle strade, nella città frontaliera hanno iniziato ad arrivare tutte le persone che non avevano potuto proseguire il loro viaggio, durante i due mesi di chiusura totale del paese e dell’Europa intera.

Attualmente a Ventimiglia e nelle zone circostanti (il confine passa a nove chilometri dal centro città) si trovano circa due/trecento persone. Ogni giorno e ogni notte un centinaio di queste prova a sconfinare in Francia, e il novanta per cento di loro finisce catturata dalle reti di pattugliamento della polizia italiana e soprattutto francese, che si avvale anche della collaborazione dei militari della Legione Straniera, assegnati a presidiare i passaggi montani. Diverse decine sono poi le persone che arrivano nuove ogni giorno da altre parti d’Italia, sempre in treno, nonostante stiano aumentando i controlli interni sulle reti ferroviarie.

Proprio come era già accaduto in passato, quando si avvicina l’estate aumentano sia le strategie di controllo delle zone di frontiera, sia le retate e i rastrellamenti nelle stazioni a monte di Ventimiglia. Molti treni da Torino, Milano e Genova vengono controllati alla partenza, bloccando chi ha i documenti non in regola; oppure i convogli sono attesi dalle pattuglie miste di polizia e militari, direttamente ai binari di Ventimiglia, che fermano e controllano tutte le persone che non hanno l’aspetto di essere europee o turisti in vacanza.

Tra coloro che passano il confine, dopo numerosi tentativi, e chi arriva ogni giorno a Ventimiglia, la media dice che ci sono circa duecentocinquanta persone nelle strade della città. Probabilmente nelle prossime settimane arriverà altra gente, come racconta la storia di Ventimiglia. In autunno rallenteranno i viaggi e le presenze scenderanno fino a poche decine durante l’inverno. Nella primavera dell’anno prossimo scriveranno un altro scoop sull’”emergenza clandestini”.

La gente gira per il mondo, qui c’è un confine: arriveranno sempre persone, da ogni parte della Terra con ogni tipo di motivazione. In queste settimane post lockdown si incontrano persone appena arrivate dagli sbarchi in Sicilia, in Sardegna e in generale nel sud Italia (Mali, Senegal, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Sudan, Eritrea, Somalia, Nigeria, Tunisia, Algeria, Egitto, Marocco, quasi tutte passate dalla Libia); persone appena arrivate dalla rotta balcanica ed entrate dalla frontiera di Trieste (Siria, Iran, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Turchia, Russia, territori curdi); persone dublinate dalla Germania, dall’Austria, dalla Francia; persone che stanno lasciando l’Italia.

Una novità registrata quest’estate è l’aggiunta di un flusso inverso di persone, oltre a quelle che vanno in direzione Italia-Francia: tutte coloro che tentano di tornare in Italia, per cercare di rientrare nella sanatoria. Quindi la polizia italiana ricerca le persone in viaggio dalla Francia all’Italia senza documenti validi, per riconsegnarle in frontiera ai colleghi francesi.
Ci sono diverse persone che rimangono incastrate al confine ventimigliese, e che non stanno riuscendo ad andare avanti e nemmeno a tornare indietro, in nessuna delle due direzioni.

L’emergenza legata al Coronavirus ha peggiorato molto, infatti, il livello dei controlli al confine. Dopo mesi che erano spariti, sono ricominciati i checkpoint lungo le strade della Val Roya, la valle che collega i territori italiani e francesi. Anche i sentieri di montagna rimangono presidiati notte e giorno, aggiungendo gli inseguimenti tra i boschi al già elevato rischio di precipitare a valle a causa del dissesto dei sentieri, che richiederebbero anche manutenzione e una messa in sicurezza costanti. Dieci giorni fa, un uomo è caduto dal sentiero in una cisterna d’acqua sottostante, senza riuscire più a risalire: si è salvato solo grazie a un altro viaggiatore che, sentendo le grida di aiuto, è riuscito o ripescare il compagno offrendogli come appiglio un lungo ramo spezzato.

Per la prima volta dopo cinque anni di rastrellamenti su base etnica, alla stazione di Menton Garavan la polizia francese chiede sempre più spesso i documenti a tutte le persone. Europee, italiane, turiste, migranti, bianche o nere che siano. I controlli a tappeto intercettano anche coloro che “sembrano” persone europee, e che in passato riuscivano invece ad attraversare il confine abbastanza tranquillamente, visto che la selezione si concentrava solo sul profilo razziale.

Si dovrebbe sapere che, quando si accetta che il controllo straordinario diventi abitudine, prima o poi l’eccezione diventa la regola per tutte e tutti: nel 2015 passavano moltissime persone, piuttosto facilmente; negli anni, i criteri di selezione sono diventati sempre più stringenti e le modalità della repressione sempre più cruente. Capita così che arrivi in frontiera, respinta dai francesi, una diciottenne di Genova, spaventata e in lacrime: si era dimenticata a casa la carta d’identità, èd è stata fermata dagli agenti della CRS sul treno, portata agli uffici di frontiera e poi rilasciata in Italia. Stava andando a trovare la nonna a Nizza, per rientrare a Genova in serata.

Questa cosa è sconvolgente solo se si applicano due pesi e due misure, come troppo spesso avviene nella testa di chi ha il privilegio di un documento europeo e commette l’errore di considerarlo un diritto inalienabile: è più terribile che abbiano iniziato a fermare anche cittadini italiani sprovvisti di documento e a trattarli come i temibili “clandestini”, o che da cinque anni ci siano controlli razziali differenziali, effettuati su base etnica, che questa cosa non sia mai interessata pressochè a nessuno – perchè tanto non succedeva a noi -, e nemmeno sia mai scoppiata una rivolta transnazionale per fermare questo schifo?

 

 

L’ordinaria violenza della frontiera di Ventimiglia

Pubblichiamo la traduzione dei report di dicembre 2019 e gennaio 2020 pubblicati dal collettivo Kesha Niya in data 22/02/2020.

Mentre i turisti italiani lamentano la poca cortesia con cui vengono respinti alle frontiere degli altri stati per il contenimento del Coronavirus, i resoconti del collettivo continuano a raccontarci l’ordinaria violenza a cui sono sottoposte da anni le persone migranti al confine di Ventimiglia.

Report di dicembre

Dal 01/12/2019 al 31/12/2019 abbiamo incontrato 549 uomini, 17 minori, 14 donne e un bambino. Abbiamo anche assistito al bus della deportazione che ci è passato davanti con circa 20 persone a bordo che sono state deportate a Taranto.

E’ stato un mese piuttosto calmo se comparato ai mesi precedenti. Le persone uscite dai container si sono lamentate comunque del comportamento e delle ingiustizie perpetrate dalla polizia francese e da quella italiana.

*** Attenzione segue resoconto sulla violenza della polizia ***

Un uomo ci ha riferito di avere il passaporto e la prova del rinnovo del suo permesso di soggiorno ma di essere stato comunque respinto in Italia. Un altro uomo ed un minore ci hanno raccontato di essersi nascosti nelle toilette del treno. Quando la polizia li ha trovati, li ha spruzzati con spray al peperoncino, ha ammanettato il minore e ha tirato un pugno in faccia all’uomo.

Secondo il racconto di un altro uomo la polizia ha rubato la tessera dell’assicurazione e quella di un’associazione.

Un altro uomo ci ha detto di avere i documenti di protezione ufficiale da parte del suo consolato che gli permettono di passare il confine con la Francia ma è stato rinviato comunque in Italia.
Un’altra persona ci ha raccontato che il controllore sul treno ha preso 100 euro da alcuni migranti ma quando è arrivata la polizia glieli ha indicati perché fossero fermati.

Un uomo ci ha detto che è stato picchiato dalla polizia nei container con la motivazione che parlava troppo.

Un altra persona ci ha riferito che la polizia gli ha strappato i vestiti e l’agente ha insistito che saremmo stati noi a dire alle persone di nascondersi nei bagni del treno.

Un uomo ha riferito che la polizia ha cercato di rubare i suoi documenti ma senza riuscirci, per questo motivo hanno poi distrutto la sua valigia.

Secondo quanto sostenuto da due persone la polizia ha rubato i loro passaporti ma glieli ha restituiti due giorni dopo quando sono stati nuovamente fermati mentre tentavano di passare il confine.

Un uomo ci ha detto che la polizia lo ha afferrato violentemente e lo ha preso a pugni sulle costole.

Un altro uomo ha riferito che la polizia gli ha rubato 400€.

Una donna con un bambino ci ha detto che la polizia italiana l’ha minacciata di mandarla in prigione ma è stata poi respinta in Italia.

Un uomo ci ha detto che la polizia italiana lo ha afferrato per il bavero della camicia e gli ha detto in modo minaccioso di non passare più da questo confine.

Inoltre diverse persone ci hanno detto di essere state detenute per periodi ben superiori alle 4 ore. 8 persone sono state detenute da 5 a 10 ore, 4 persone per 11 ore, 3 persone per 12 ore, 2 persone per 13 ore, 2 persone per 15 ore, 1 persona per 18 ore e un’altra per 19.

Report di gennaio

A gennaio (dal 1/1/2020 al 31/01/2020) sappiamo di 979 persone respinte dalla polizia di frontiera francese in Italia.

945 di queste le abbiamo incontrate di persona. Quindici erano minori non accompagnati, altri 6 minori viaggiavano con le loro famiglia. Abbiamo incontrato 11 donne che viaggiavano da sole, una di loro era incinta.

Ci sono stati riportati sei casi di violenza della polizia : cinque persone sostengono di essere state colpite da agenti delle polizia francese. Una persona ha detto che ha ricevuto un calcio da un agente mentre camminava.

Ad alcuni di questi casi hanno assistito altre persone detenute.

Ci sono stati riferiti diversi casi di violenza verbale dalla polizia francese, come insulti e minacce.

Un totale di sette persone ci ha riferito che la polizia ha rubato i loro documenti, come i documenti d’asilo francesi.

Una persona con passaporto e permesso di soggiorno validi è stata respinta così come una persona che viaggiava con un documento di identità svedese che non è stato accettato dalla polizia francese.
Sappiamo di un caso in cui i militari italiani hanno riaccompagnato una persona alla polizia francese perché il suo non era un respingimento giustificato. A quanto sappiamo dopo la persona in questione è potuta rimanere legalmente in Francia.

C’è stato un monitoraggio di 40 ore organizzato da Anafe nei pressi degli uffici della polizia di frontiera e della stazione di Menton Garavan dove sono più frequenti i controlli di polizia. Al monitoraggio hanno partecipato anche alcuni avvocati.

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La distribuzione di cibo a Ventimiglia si è tenuto per un numero progressivamente inferiore di persone. Abbiamo incontrato tra le 30 e le 60 persone ogni sera per una media di 40 persone al giorno. Insieme al cibo abbiamo fatto diverse distribuzioni di vestiti così come di prodotti per l’igiene.

Dal momento che il numero di persone che viene alla distribuzione di cibo è bassa e la maggior parte è alloggiata presso il campo della Croce Rossa dove viene fornito il cibo e ci sono altre possibilità di ricevere viveri, prodotti igienici e vestiti come presso il Bar Hobbit o la Caritas, abbiamo deciso di fermare la distribuzione serale durante la settimana.

Abbiamo preso questa decisione perché le risorse spese e l’impatto ambientale sono alti per un bisogno ridotto ma anche per trovare lo spazio e il tempo per ri-orientare il nostro gruppo.
La distribuzione serale di cibo sarà comunque mantenuta nei fine settimana, come già avviene i giorni saranno divisi tra noi ed altri gruppi locali .

Rimanete solidali

Kesha Niya

Il collettivo Kesha Niya è impegnato dalla primavera del 2017 a Ventimiglia dove si occupa della preparazione e distribuzione serale di pasti. Dall’estate del 2018 porta cibo e bibite calde sul lato italiano della frontiera di Ponte S.Luigi, dove le persone migranti respinte dalla Francia transitano per rientrare a Ventimiglia.

648 persone respinte in una settimana tra violenza e torture

Pubblichiamo la traduzione in italiano del  report dei Kesha Niya relativo alla prima settimana di novembre 2019. Il collettivo Kesha Niya che prosegue l’impegno di monitorare la situazione alla frontiera tra Ventimiglia e Mentone e il perdurare delle torture inflitte dalla polizia francese alle persone straniere in transito.

 

«Ciao a tutti e tutte

Durante l’ultima settimana (03.11.-09.11.), abbiamo incontrato 631 persone a Grimaldi Inferiore che erano state arrestate dalla polizia francese e rimandate in Italia. Questo è di gran lunga il numero più grande dall’inizio della nostra raccolta di dati, i numeri stanno aumentando molto rapidamente nelle ultime settimane. Sappiamo che un totale di 648 persone sono state rimpatriate in Italia. Di queste 17 persone sono arrivate a Ventimiglia con l’autobus pubblico, con la Croce Rossa o la polizia italiana, motivo per cui non le abbiamo incontrate direttamente.
Il numero totale di persone deportate comprende 34 donne, tra cui almeno 3 donne in gravidanza, 24 minori che viaggiano da sole e 18 bambini (che vanno da pochi mesi a 13 anni) accompagnati da un membro della famiglia.

Le cifre sopra riportate non comprendono le circa 25 persone deportate da Ventimiglia a Taranto.

Questa settimana è stata la settimana in cui abbiamo avuto il maggior numero di segnalazioni di violenza sulla polizia.

Minori

Dei 24 minori non accompagnati che abbiamo incontrato, possiamo segnalare due incidenti particolari che si sono distinti.

Abbiamo incontrato un ragazzo di 17 anni che aveva il diabete ma non aveva i farmaci necessari. È arrivato con un piede molto gonfio, probabilmente a causa della mancanza di cure mediche.

Un altro diciassettenne ha dichiarato di essere stato gasato durante la sua detenzione nei container.

Violenza della polizia

La notte del 2-3 novembre, circa 80 persone erano nei container. Diverse persone ci hanno detto che durante il giorno del 3, la polizia è penetrata regolarmente (almeno ogni ora) nei container e ha usato spray al pepe su un gran numero di persone. Questo ha provocato nausea e problemi respiratori. Un uomo ha dovuto vomitare più volte per liberarsi del gas inalato e quando è arrivato da noi mostrava grandi difficoltà a respirare e non riusciva a parlare. Abbiamo dovuto portarlo al pronto soccorso.

Tre persone ci hanno detto che sono stati gasati anche mentre venivano rilasciati. Uno di loro ha detto che è stato anche picchiato dalla polizia.

Qualcuno ci ha detto che alle 13:00, sempre del 03/11, erano state rilasciate 6 persone. Poco dopo il rilascio, la polizia è tornata nei container e ha annunciato che un’altra persona poteva uscire. Un uomo si è così avvicinato alla porta di uscita ed è stato preso a pugni in faccia, gasato direttamente e preso a calci sul fianco. È caduto a terra ed è stato ferito a una mano. Molte persone erano presenti e hanno confermato la storia. (Vedi foto).

Diverse persone hanno anche parlato di un altro incidente: durante il giorno, molti di loro hanno chiesto cibo alla polizia francese perché erano stati detenuti per molte ore, ma gli è stato detto che non c’era cibo lanciando mele e biscotti nel cortile dove ci sono i container.

Una persona ci ha detto che ha chiesto alla polizia francese di essere rilasciato perché tutti i suoi amici erano usciti e lui era l’unico rimasto ancora chiuso dentro. La richiesta è stata rifiutata. Più tardi, ha cercato di uscire quando sono state rilasciate altre persone detenute nel container, anche se non gli è stato permesso di farlo. Ha aggiunto che gli agenti di polizia presenti hanno notato il tentativo e uno di loro lo ha colpito al viso ferendogli il naso e insultandolo. Due persone nel nostro gruppo hanno visto questa persona uscire dalla zona del container con il naso rotto. Quando siamo andati a chiedergli cosa fosse successo, ha  detto di essere appena stato colpito al naso. La stessa persona avrebbe chiesto cibo mentre era in detenzione e gli era stato spruzzato del pepe in faccia.

Quando una persona è stata liberata dai container, ha scoperto che il suo cellulare e i suoi soldi non erano più nella sua borsa e ha cercato di avvisare la polizia. Ha testimoniato che l’ufficiale ha usato una pistola stordente (taser) sulla sua coscia sinistra e lo ha esortato a sparire.

Subito dopo l’incontro con quest’uomo, altre due persone hanno spiegato che un poliziotto francese aveva minacciato di usare il suo Taser già acceso contro di loro quando gli avevano chiesto di recuperare una ricevuta della domanda di asilo custodita dalla polizia. Uno di loro è stato rimandato in Italia mentre è richiedente asilo in Francia. Secondo lui, la polizia francese ha rubato la sua ricevuta valida e la sua tessera sanitaria italiana. La ragione che la polizia ha usato è che comparivano nomi diversi su entrambi i documenti.

Una persona è arrivata con una piccola macchia di sangue sul naso, ha dichiarato che un poliziotto lo ha colpito quando è stato rilasciato.

Due uomini hanno chiesto cibo alla polizia francese durante la loro detenzione nei container. Entrambi hanno detto che la polizia ha usato spray al pepe contro di loro e ne ha colpito uno all’orecchio. (Immagine)

Il 06/11, le prime 40 persone che sono venute a trovarci la mattina sono state rilasciate contemporaneamente. Diverse donne arrestate il giorno prima dalla polizia francese hanno sottolineato che durante la notte non c’era separazione tra i sessi, tutte le persone erano tenute insieme (donne, uomini e bambini).

Una di queste donne ci ha raccontato della sua esperienza mentre era nei container. Abbiamo registrato la sua testimonianza. Ha detto che è andata in Francia in treno per seguire un trattamento. Alle 19 ore del 05/11 venne arrestata dalla polizia francese sul treno per Menton-Garavan.

Durante la sua detenzione nei container, chiese alla polizia acqua. Risposero che avrebbe dovuto bere l’acqua della toilette. Ci ha anche detto che la polizia le aveva rubato 500 € e la sua tessera sanitaria. Quando ha chiesto di recuperare le sue cose, un agente di polizia le ha dato un pugno in faccia.

Abbiamo ricevuto diverse conferme oculari di questo fatto, tra cui da una bambina di 6 anni. Lei e la sua famiglia hanno detto che era molto spaventata dopo aver assistito a questa violenza. La ragazza e la sua famiglia hanno trascorso la notte dal 05 al 06 novembre nel container e durante la detenzione aveva la febbre. La famiglia ha chiesto assistenza medica, ma la polizia ha risposto che era “normale”.

Una giovane donna di questa famiglia ci ha anche detto che quando era in detenzione, ha chiesto alla polizia un medico perché aveva un gomito molto doloroso. Il medico non è stato consultato e nessun altro aiuto le è stato fornito.

Molte persone ci hanno detto che hanno dormito sul pavimento e che la polizia ha attivato l’aria condizionata durante la notte.

Una persona ci ha detto di aver chiesto cibo alla polizia francese durante la sua detenzione. In seguito è stato picchiato da un ufficiale di polizia.

Diverse sono le testimonianze di persone che dicono di essere picchiate dalla polizia per ogni richiesta che veniva loro fatta.

Un’altra persona ci ha detto che un poliziotto francese lo aveva insultato dopo aver chiesto dell’acqua. Era la sua seconda notte di detenzione, durante la prima è stato colpito all’orecchio.

Quest’uomo faceva parte di un gruppo di persone arrestate in montagna nella notte dal 5 al 6 novembre. Mentre la polizia ha portato questa persona nel container, dice di essere stato picchiato con un manganello alle ginocchia. (Vedi l’immagine).

Altri 2 uomini che viaggiavano con lui ci dissero che era successa la stessa cosa a loro.

Uno ha affermato di essere stato ripetutamente schiaffeggiato su entrambe le orecchie da un agente di polizia che indossava guanti rinforzati. Quando questa persona è venuta in contatto con noi, non riusciva a sentire bene da un orecchio.

L’altro ha detto che è stato picchiato da una delle forze di polizia francesi su uno dei suoi stinchi. Abbiamo registrato la sua testimonianza.

Un quarto uomo fu ferito sull’arco del sopracciglio sinistro, non era chiaro se da un pugno o una testata. (Vedi foto)

Sempre il 6, le prime 40 persone che sono state rilasciate, hanno quasi tutte riferito di essere state gasate. Altri 28 casi sono stati segnalati durante la settimana.

Il 7, un uomo ha spiegato che quando è stato arrestato, uno dei suoi polsi era attaccato a quello di un diciassettenne con dei cavi di plastica. Dato che erano troppo stretti, chiese alla polizia francese se potevano allentarli un po ‘. In risposta, lo schiaffeggiarono e gli diedero un calcio sullo stinco.

Abbiamo incontrato una donna incinta con un grande ematoma sulla fronte. Ha detto di essere stata picchiata da un poliziotto francese.

Un’altra persona ci ha detto che la polizia francese aveva rubato la ricevuta che dimostravano il rinnovo dei suoi documenti italiani.

Abbiamo sentito di tre casi in cui la polizia ha tenuto le persone tra le 21 e le 22 ore le persone nei container. Molti di più tra le 10 e le 16 ore».

Aumentano le persone respinte e la violenza è ormai strutturale

Pubblichiamo le immagini, registrate da alcune persone detenute nei container e diffuse dal collettivo Kesha Niya, che mostrano le condizioni in cui le persone vengono trattenute dalla polizia di frontiera francese prima di essere respinte in Italia

Sulla propria pagina facebook, il collettivo ha pubblicato due report riferiti alle giornate tra il 20 ottobre e il 2 novembre: ne pubblichiamo la traduzione qui di seguito.

Entrambi i report evidenziano il netto aumento del numero di persone migranti che tentano di lasciare l’Italia dalla frontiera di Ventimiglia. Gli ultimi due resoconti, e i dati raccolti dallo stesso collettivo nella settimana dal 3 al 9 novembre, registrano il respingimento di 1799 persone in sole 3 settimane, mentre in tutto il mese di settembre erano state 1536. Anche le presenze presso il Campo gestito dalla Croce Rossa nel Parco Roya sono evidentemente in crescita: se da oltre un anno il numero delle persone ospitate nella struttura non superava le 250 presenze, al 12 di novembre le persone registrate al campo erano 400.

Ad aggravare la situazione già difficile delle persone in viaggio si aggiungono le reazioni sempre più violente della polizia francese, ormai divenute prassi strutturale nei locali per la detenzione delle persone respinte al confine. Insulti e umiliazioni, spray al peperoncino e percosse si sommano così, con sempre maggior costanza, alle pratiche già normalizzate della privazione di cibo e acqua, della detenzione fino a 24 ore in locali insalubri e non attrezzati, del rifiuto di fornire qualsiasi forma di assistenze medica.

REPORT 20-26 Ottobre

Ciao a tutt*,

nell’ultima settimana abbiamo incontrato 553 persone al confine italo-francese a Grimaldi inferiore, che sono state fermate dalla polizia francese e poi respinte verso l’Italia. E’ il numero più grande da quando raccogliamo i dati. Il numero di persone sta aumentando molto in queste ultime settimane. Sappiamo di un totale di 578 persone respinte, abbiamo infatti visto 18 persone andare a Ventimiglia con l’autobus, la Croce Rossa o la polizia italiana, senza entrare in contatto con noi e 9 minori sono stati riportati in Francia dalla polizia italiana. Questo numero include 13 donne, tre delle quali incinte, 27 minori, 8 bambini e 4 minori accompagnati da un familiare. Non sono incluse in questo numero le circa 20 persone che sono state mandate a Taranto dalla polizia italiana il 24 ottobre.

Minori

7 minori sono stati riportati in Francia dalla polizia italiana prima di arrivare da noi.

Siamo tornati dalla polizia italiana con un quindicenne e un sedicenne che non avevano ancora dato le impronte digitali in Europa perché fossero registrati come minorenni. La polizia ha asserito che i due minori si erano dichiarati maggiorenni, fatto negato dagli interessati. La polizia italiana ha poi detto che il loro sistema di registrazione non funzionava. Ci hanno ordinato di andarcene e di non ritornare.

Questa settimana abbiamo incontrato una minore che viaggiava da sola.

Un sedicenne ci ha raccontato la sua esperienza con la PAF (Police Aux Frontières – Polizia di frontiera francese n.d.t.). Due poliziotte erano in disaccordo sull’accettarlo o meno come minore. Alla fine è stato respinto in Italia, ha dato 4 impronte digitali ed è stato registrato come ventunenne dalla polizia italiana perché questa era l’età indicata sul “refus d’entrée” (rifiuto di ingresso, documento consegnato alle persone respinte in Italia dalla polizia francese n.d.t.).

Violenza

Due quindicenni hanno detto di essere stati minacciati dalla polizia francese che sarebbero stati picchiati se avessero riprovato a passare.

7 persone che hanno attraversato il confine in montagna nella notte tra il 21 ed il 22 ottobre hanno riferito di essere state arrestate dalla Legione Straniera all’una del mattino e che alcuni militari hanno puntato loro contro il fucile. Il refus d’entrée dichiarava che erano stati arrestati a Ponte S.Ludovico (dove ci sono i controlli di confine sulla costa).

5 altre persone avevano sul loro “refus d’entrée” l’indicazione di luoghi errati in cui sono stati fermati. Sono stati fermati al primo casello dell’autostrada (La Turbie) a bordo della vettura di un trafficante. La polizia ha arrestato il conducente ma ha scritto che i passeggeri sono stati fermati mentre si trovavano su un autobus.

Una persona ha perso il controllo durante la detenzione nel container e ha rotto una finestra con la testa e le mani. Ha riferito di essere stato preso a pugni dalla polizia francese. Un’altra persona ha assistito ai fatti e ha visto anche un uomo ferirsi con i frammenti della finestra rotta. La persona ferita ha chiesto aiuto ma la polizia ha detto che non era niente e si è rifiutata di aiutarlo.

Dopo 16 ore di detenzione una persone ha chiesto di essere rilasciata. Ci ha detto che la polizia francese lo ha sollecitato ad avvicinarsi alla porta e quando lui l’ha fatto è stato prima picchiato e poi rilasciato.

Una persona ha riferito di essere stata colpita dalla polizia francese con un manganello su una gamba e sulla schiena. Il poliziotto gli avrebbe detto che lo faceva perché a causa sua non potevano andare in pausa a mangiare.

Alle 18.30 del 26 ottobre abbiamo visto più di 10 persone venire rilasciate dai container mentre la polizia francese urlava loro contro.

Ci è stato raccontato un caso di brutalità della polizia avvenuto nei container 3 mesi fa. Questo reporter ci ha detto di aver visto un poliziotto dare un calcio nei genitali ad una delle persone detenute che ha perso conoscenza per via del dolore. La polizia non ha fornito alcun supporto di primo soccorso.

Ci è stato detto da 32 persone di essere state detenute tra le 11 e le 22 ore dalla PAF.

Abbiamo continuato a incontrare un gran numero di persone con ferite infette, specialmente sulle gambe, e abbiamo praticato il primo soccorso.

REPORT 27/10-2/11

Ciao a tutt*,

questa settimana abbiamo incontrato 565 persone al confine italo-francese a Grimaldi inferiore, che sono state fermate dalla polizia francese e poi respinte verso l’Italia. E’ stato nuovamente superato il numero più alto che abbiamo registrato dall’inizio della raccolta dati. Sappiamo anche di altre 6 persone che sono state respinte ma con le quali non siamo entrati direttamente in contatto. Queste sei persone sono andate a Ventimiglia con l’autobus, la Croce Rossa o la polizia italiana. Ci sono stati quindi almeno 571 respingimenti. Il numero di persone menzionate (565/571) include 14 minori non accompagnati, 18 donne (di cui una in cinta), 5 bambin* e un minore non accompagnato che la polizia italiana ha riportato in Francia senza bisogno del nostro intervento.

                               Persone fermate dalla polizia di frontiera francese alla stazione di Menton-Garavan.

Minori

Dei 14 minori che abbiamo incontrato questa settimana, 4 casi spiccano in particolare.

Un ragazzo di quattordici anni è stato registrato dalla polizia francese come se ne avesse quaranta (data di nascita 1979 apposta sul suo refuse d’entrée) e la polizia italiana lo ha apparentemente registrato, con quattro impronte digitali, come se avesse quarant’anni. Siamo andati dalla polizia italiana con il ragazzo quattordicenne e abbiamo chiesto come sia stato possibile un errore di registrazione così ovvio. La poliziotta presente ci ha detto che non poteva farci nulla perché in quel momento non c’era la connessione con il data base di Stato. Resta il dubbio se questa informazione fosse vera dal momento che delle impronte erano stato prese un attimo prima e questo è possibile solo se l’accesso al data base è disponibile e il sistema per la registrazione è funzionante. E’ inoltre già successo in passato che, quando ci siamo recati dalla polizia italiana con dei minori, il sistema di registrazione fosse per coincidenza fuori uso.

Il giorno successivo lo stesso adolescente è stato nuovamente respinto dalla Francia ma questa volta come diciannovenne.

Un sedicenne, registrato in Italia come ventenne, aveva con se tutti i suoi documenti ufficiali della Costa d’Avorio che confermavano la sua età ma non li ha mostrati alla polizia per timore che glieli rubassero.

Ci sono stati raccontati due casi di violenza contro minori.

Un minore è stato preso a calci dalla polizia francese

Il 2 di Novembre un diciassettenne è stato colpito al naso dalla polizia francese. Aveva detto di avere vent’anni perché non voleva essere separato dai suoi amici. Durante il suo rilascio, la polizia francese lo ha spruzzato sul volto con spray al peperoncino.

         2/11/2019 Ragazzo di 17 anni colpito al naso e fatto bersaglio di spray al peperoncino dalla polizia francese.

Violenza

Il 2 di novembre siamo venuti a conoscenza di almeno 24 casi i cui la polizia francese ha usato spray al peperoncino contro le persone durante il loro rilascio. Una di queste, dopo che la polizia la ha spruzzata con lo spray al peperoncino, ha perso conoscenza, è caduta e si è ferita a un ginocchio. Il suo amico ci ha raccontato che la polizia francese lo ha preso a calci mentre si trovava a terra.

Nell’arco della settimana abbiamo ascoltato altri 17 casi in cui la polizia francese ha usato spray al peperoncino contro le persone durante il loro rilascio.

Un uomo ci ha spiegato che che alle nove di sera del 27 ottobre si trovava vicino a una galleria sulla A8, sulle montagne sopra Mentone. Era sul percorso che porta a Mentone e si è avvicinato ad una proprietà privata. Il momento dopo ha sentito qualcuno gridare “Stop”. Si è voltato ed ha iniziato a correre verso l’Italia. Durante la fuga ha sentito esplodere un colpo di pistola. E’ riuscito a tornare in Italia senza essere arrestato. Prima che accadesse tutto questo aveva visto un gruppo di cinque persone che cercavano anch’esse di attraversare il confine a piedi. Il gruppo è stato arrestato sulle montagne dai militari francese e ci ha incontrati il giorno dopo, confermando di aver sentito degli spari alle nove della sera prima.

Due persone hanno riferito di essere state picchiate dalla polizia francese dopo essere stati arrestati nella toilette del treno.

Un uomo ha detto di essere stato picchiato da cinque poliziotti francesi sul binario 1 della stazione di Menton Garavan alle 18.12 del 31 Ottobre quando è stato arrestato. Ricordava chi fossero gli aggressori ma dal momento che durante l’attacco si è protetto il capo con le mani non ha potuto darci altri dettagli.

A una persona che era detenuta nel container sono stati chiesti i documenti attraverso la porta dalla polizia francese. L’uomo ha passato i documenti attraverso la porta socchiusa e in quel momento il poliziotto l’ha sbattuta sulla mano dell’uomo. L’uomo ha riportato una ferita grave.

Un attivista per i diritti umani in Marocco è stato arrestato dalla polizia francese e detenuto nei container. Durante la detenzione ha registrato un video con il suo telefono cellulare. In questo video, ora in nostro possesso, sono registrate diverse violazioni dei diritti umani e comportamenti discutibili della polizia francese. L’uomo ha chiesto ai poliziotti francesi di presentare domanda di asilo politico, come risposta lo hanno preso in giro. Nel video si vede una persona incosciente sul pavimento. Questo è accaduto dopo che la polizia ha usato contro le persone detenute lo spray al peperoncino. Nel video si vede anche un uomo che chiede cibo alla polizia francese e si sente la polizia rispondere che non ce n’è. Il video mostra chiaramente anche la pessima condizione igienica all’interno dei container, si vede lo scarico della toilette che perde sul pavimento. L’attivista per i diritti umani ci ha detto che lui ed il suo amico hanno dovuto firmare il loro rifiuto d’ingresso prima che questo fosse compilato con i loro dati dalla polizie. Ha anche riferito che in questo giorno (29/10) la polizia è entrata nel container all’una di pomeriggio e ha usato lo spray al peperoncino su molte persone. In un altro video registrato da lui si vede un uomo incosciente che viene portato fuori dalla polizia e da alcune persone detenute in quel momento.

A due persone è stata negata assistenza medica dalla polizia francese nonostante avessero con sé documentazione medica ufficiale e l’avessero mostrata alla polizia.

Il primo caso riguarda una persona con una patologia polmonare, confermata da un medico tedesco di Colonia. La persona in questione ha chiesto medicine e acqua alla polizia francese. Sono state negate entrambe.

Il secondo caso riguarda una persone con problemi dentali confermati da un medico spagnolo . La richiesta di cure mediche fatte da questa persona sono state anch’esse negate.

In un’altra situazione un poliziotto francese ha picchiato un uomo del Mali. L’uomo ci ha raccontato che lo stesso poliziotto gli ha rubato il bankomat un momento dopo.

Una persona ci ha detto che la polizia francese gli ha sottratto il suo permesso scaduto.

Sappiamo di 10 persone detenute tra le 12 e le 23 ore dalla polizia francese. Possiamo presumere che il numero di casi sia molto più alto dal momento che ci sono persone che vengono detenute per tutta la notte ogni notte ed alcune di loro non sono le prime ad essere rilasciate e spesso neanche le ultime.

Kesha Niya Kitchen

– CUCINANDO CON E PER I RIFUGIATI –

www.keshaniya.org 

https://www.facebook.com/KeshaNiyaProject/

Il collettivo Kesha Niya è impegnato a Ventimiglia nella preparazione e distribuzione serale di pasti dalla primavera del 2017. Dall’estate del 2018 porta cibo e bibite calde sul lato italiano della frontiera di Ponte S.Luigi, dove le persone migranti respinte dalla Francia transitano per rientrare a Ventimiglia.

 

Ventimiglia Video Maps: video guide ai servizi di Ventimiglia

Le “Ventimiglia Video Maps” riportano in 4 lingue (italiano, francese, inglese e arabo) i giorni e gli orari in cui sono fruibili i servizi disponibili a Ventimiglia. Sono facilmente reperibili su Youtube inserendo gli hashtag  #ventimigliavideomaps, #foodventimiglia , #clothesventimiglia #doctorventimiglia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il progetto video “Ventimiglia Video Maps”  volto a facilitare l’orientamento delle persone in transito e l’accesso ai servizi disponibili a Ventimiglia

Il progetto comprende al momento 4 video mappe che mostrano rispettivamente i percorsi:

1) dalla Stazione alla Distribuzione gratuita di cibo

2) dalla Stazione alla Caritas (distribuzione abiti, cibo, assistenza sanitaria)

3) dalla Stazione al Campo della Croce Rossa

4) dal Campo della Croce Rossa al centro città (percorso alternativo a quello più pericoloso che si snoda sulla strada statale)

Un’estate al male

Riceviamo e pubblichiamo il seguente contributo, che racconta gli eventi di una normale giornata d’agosto: una violenta routine diventata la prassi dell’estate in frontiera.

 

UN’ESTATE AL MALE

una mattinata in frontiera
(Ventimiglia, 9 agosto 2019)

“Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma le persone per le quali non c’è più differenza tra realtà e finzione, tra il vero e il falso.”
[Hannah Arendt, La banalità del male]

 

Questo scritto è frutto di tre sguardi che hanno esperienze e conoscenze differenti rispetto alla frontiera fra Ventimiglia e Mentone. Per qualcuna è luogo quotidiano di presenza e resistenza, qualcun’altra ha potuto attraversare più volte a distanza di tempo gli spazi segnati dal dispositivo di controllo del confine, per qualcuna altra ancora questo è stato invece il primo incontro diretto con la frontiera alta di ponte S.Luigi e con il meccanismo di respingimento delle persone indesiderate dalla Francia.

Il pullman che ci porta in frontiera è dell’RT (Compagnia Riviera Trasporti) la stessa che portava le persone negli aereoporti per essere deportate, e che continua a portarle negli hotspot del Meridione. Ma questa è una piccola navetta carica di “onestx cittadinx” che sale nella ridente località di Grimaldi, ultimo paesino prima della frontiera alta, a cui siamo dirette.

Neanche il tempo di attraversare il lato francese che veniamo fermate per un “ordinario controllo di documenti”. Probabilmente ci stavamo guardando intorno in modo stra-ordinario.
Ci ritroviamo nell’ufficio di polizia della P.A.F.(Police Aux Frontiéres), vediamo il desk dove ci sono un sacco di guardie, da quella minacciosa, all’ultimo arrivato, passando per l’umorista, il poliglotta,il graduato ecc. Un clima da gita, grandi battute, saluti e scherzi. Dietro di loro una lavagna sulla quale sono scritte tre categorie: internatx, uscitx e trattenutx. Le persone in questa tabella sono numeri fluttuanti, cancellati e aggiornati continuamente man mano che le persone vengono respinte al confine italiano, lasciando il posto a quelle che nel frattempo vengono trattenute quotidianamente nelle retate sui treni. Ad un certo punto arriva uno sbirro che ci dà un caloroso Bonjour. Si risente del fatto che non rispondiamo al saluto. Ci dice di sorridere, mostrare i denti. Ci dicono di sorridere perchè siamo carine, noi non veniamo gasate con gli spray, non ci sequestrano e rompono i cellulari, non ci rubano i documenti nè ci tagliano le suole delle scarpe. Solo una molestia da bar, niente di diverso da quello a cui anche compagni di scuola, autobus e squat ci hanno abituate a reagire. Nulla in confronto alle molestie e violenze che chi detiene l’autorità e tutela l'”ordine” mette in atto continuamente con chi viaggia o comunque con qualsiasi persona abbia la possibilità di soverchiare. Dopo le 10 arriva un’operatrice di un’O.N.G. che si porta via quelli che sembrano dei minori, gli unici che riusciranno a restare sul suolo francese. Finalmente ci ridanno i documenti e, mentre rilasciano noi, cominciano a cacciare le persone recluse, i numeri sulla lavagna vengono cambiati e gli internati scendono da 24 a 19: gli sbirri cambiano modo di fare, indossano guanti di pelle e aria da duri.

Tornando verso la dogana italiana incontriamo una persona, ci dice che nel carcere di Solicciano ha conosciuto un amico, ci dice ridendo che i nostri compas hanno fatto un macello lì. Si ricorda il rumore, le grida, i saluti sotto quella galera. Giusto il tempo di una sigaretta, poi lo lasciamo tristemente alle ore che dovrà passare coi doganieri italiani.
Poco oltre al confine c’è una postazione con un po’ di ombra, cibo, acqua e pannelli solari per caricare i telefoni tenuta da qualche solidale. Lì ci fermiamo per due chiacchiere. Qualcuno racconta che è in italia da pochi mesi ed è alla terza notte nei container, qualcuno ha il permesso regolare, ma in corso di rinnovo, ci può volere anche un anno e nel frattempo è in un limbo burocratico. Ci parlano di una donna con tre bambinx che ha passato la nottata nel container, di tre persone che hanno provato a non farsi sbattere fuori dal bagno del treno, sono state gasate con spray al peperoncino. Poco dopo le vediamo arrivare, sembrano in forze, pare che da queste parti non sia niente di speciale. Ci raccontano quello che da anni succede nei container: non gli viene spiegato quello che sta succedendo, non gli vengono dati cibo e acqua, il pavimento viene bagnato impedendo che occupino troppo spazio sedendosi o sdraiandosi, e questo per un periodo di tempo variabile, spesso la nottata intera, a volte anche di più.
Sappiamo che i soprusi non si limitano a questo, che non risparmiano l’uso di taser, calci, violenza fisica e psicologica.(2)

Per andarcene noi, con i nostri documenti comunitari, scendiamo di nuovo in Francia, andiamo alla stazione di Menton Garavan. Nel parcheggio, due camionette di C.R.S. (antisommossa francese) e un pullmino grigio per deportare chi viene presx. Arriva il treno da Ventimiglia. Salgono almeno in sei, palestrati, perlustrano i vagoni, e alla fine sbattono giù un uomo e una donna con due bambinx. Gli controllano i documenti nella sala d’aspetto della stazione, mentre uno sbirro troppo spiritoso mima ridacchiando ai colleghi la scena di aver stanato qualcunx con aria spaventata dal proprio nascondiglio.

Saliamo sul nostro treno, arriviamo a Ventimiglia. Sbirri ufficiali e sedicenti scandagliano la stazione: affianco alla pol.fer le pattuglie della Vigile-guardia privata di imperia, incaricata dalla SNCF (Société Nationalle de Chemins de fer Français) per controllare che non salga sui loro convogli chi non ha documenti validi per entrare in Francia. Andiamo via giusto in tempo per non assistere alla retata coordinata fra una squadra della mobile di Torino e agenti e digos del commissariato di Ventimiglia (1).

L’unico punto di vista che spiega i fatti della retata, che ha portato 15 persone a un fermo in commissariato, è il comunicato della P.S. ventimigliese, da loro girato alle varie testate online e ripubblicato tale e quale. Niente di insolito nel panorama mediatico, abituato a ricevere le veline dei commissariati talvolta addirittura in anticipo rispetto alle loro operazioni, come successo poche settimane fa in occasione del tentativo di far sloggiare il presidio che distribuisce colazioni in frontiera: quella volta la municipale arrivò mezz’ora dopo che il successo dello sgombero era già stato pubblicato dalla testata di Sanremonews. Questa volta non c’erano testimoni scomodx durante la retata e il vanaglorioso racconto dell’operazione è l’unica voce che ci arriva. “Le operazioni si sono protratte per tutta la giornata”: la polizia ferma gente per strada a mucchi in base a caratteristiche cromatiche, arresta, emette espulsioni, rincorre persone nel fiume.Tutto questo viene spacciato per “attività di vigilanza” per “tutelare le vittime”, ovvero le persone definite “in stato di vulnerabilità e bisogno”, tradite dagli stessi “compagni di viaggio”, come se il “viaggio” fosse una piacevole scampagnata e non un dispositivo a ostacoli in cui finire gasatx, picchiatx, perquisitx, detenutx per ore e rimbalzatx decine di volte dalla frontiera presidiata. Le risse per il prezzo dei passaggi in francia, gli accordi saltati con i trafficanti, la lotta per la sopravvivenza quotidiana tra fughe e rastrellamenti sono la diretta conseguenza dei continui controlli razziali di cui questa retata è, per, ora, l’ultimo inglorioso atto. Due fogli di via, otto espulsioni, aggravamenti di misure per violazione di divieto di dimora, denunce per invasione di terreno sono il collaudato repertorio per far sparire le persone sprovviste del giusto pezzo di carta.
Ma la verità è uno schifo troppo difficile da abbellire: la velina degli sbirri è infarcita di termini quali “caccia”, “mirino”, “retata”. La chiamano “prevenzione”, mentre si dedicano alla persecuzione.

 

PER UN MONDO SENZA GABBIE E FRONTIERE

 

(1) http://www.riviera24.it/2019/08/ventimiglia-aggressione-a-un-afgano-maxi-retata-della-polizia-sono-decine-le-persone-identificate-600341/

(2)https://parolesulconfine.com/la-violenza-della-polizia-francese-si-intensifica/

La forza delle gambe – Un aggiornamento sui minori sbarcati a Genova il 2 giugno

A seguito dell’articolo pubblicato la settimana scorsa sui minori sbarcati a Genova il 2 giugno, è arrivato alla redazione di Parolesulconfine un aggiornamento sul “trasferimento” degli stessi minori in altre città italiane, avvenuto proprio a ridosso dell’arrivo del Ministro degli Interni a Genova per l’esplosione dell’ultimo pilone del Ponte Morandi. 

Abbiamo deciso di pubblicare questo contributo al fine di mostrare quanto il diritto alla vita, in questo caso alla vita di minori, sia alla mercè di querelles politiche e mediatiche  orchestrate da coloro i quali violano essi stessi le leggi che vanno difendendo e istituendo. Botta e risposta, interviste, interrogazioni in Consiglio comunale: tanta confusione e nessuna presa di responsabilità, nessuna volontà di affrontare un problema che si è fatto vasto, al di là del breve spazio della durata delle attenzioni mediatiche e dell’eco delle dichiarazioni ad effetto. Far salire due minori su un Flixbus per Bologna senza accompagnamento è contro la legge – ma non lo è se nessuno li ha presi in carico come in questo caso. Non prendere in carico dei minori è contro la legge – ma non lo è se una presunta circolare del Viminale – di cui sembra si siano perse le tracce –  ne impedisce la presa in carico. Un servizio sociale che non prende in carico dei minori è contro la legge – ma non lo è se il Ministro degli Interni interviene personalmente e crea un’eccezione che poi presto diventerà una norma nel prossimo Decreto Immigrazione e Sicurezza.

A questo punto si possono fare alcune ipotesi su quello che accadrà: domani i minori verranno trasferiti a Bologna o in chissà quale altra città d’Italia, scortati dalla polizia per evitarne una nuova fuga. Verrà aperta un’indagine sulle strutture di accoglienza per i minori  così da spostare l’attenzione sul sistema di accoglienza a cui seguirà il solito balletto di chi attacca e chi difende. Verrà realizzato un nuovo regolamento per le strutture che accolgono minori stranieri non accompagnati contente ancora più restrizioni e ancora più dispositivi punitivi.

Queste sono previsioni non così lontane da quanto già abbiamo visto accadere negli anni passati. Nessun cambio di direzione quindi: il programma sicuritario sta solo erigendo altri piani ad un palazzo che ha visto porre le sue fondamenta nei decenni di neoliberismo e neocoloniasmo appena trascorsi e tutt’ora in corso. Decenni che in alcun modo possono cambiare segno, alla luce di un protagonismo – strumentale e viscido – di chi fino a ieri lavorava di gran lena a questo stesso cantiere.

Ma c’è chi continua a viaggiare in direzione ostinata e contraria, cercando di minare quel palazzo e svelare cosa si cela dietro a quelle pareti di vetro riflettente: a queste persone, pensiamo sia giusto e  sempre più necessario dare voce… a chi ha “la forza nelle gambe“.

 

La forza delle gambe. Resistenze

I minori stranieri non accompagnati trasferiti il 25 giugno in varie città italiane (Salerno, Bologna, Milano) si sono allontanati rapidamente dalle strutture di destinazione. In particolare due minori inseriti presso uno Sprar di Bologna hanno fatto ritorno a Genova il giorno 27 giugno. Sono stati indirizzati alla Questura, dove, a norma di legge e secondo la procedura, sono stati segnalati ai Servizi Sociali e inseriti presso la struttura di prima accoglienza Villa Canepa, perché è questo che succede quando un minore viene identificato sul territorio secondo l’art. 403 del Codice Civile: “Quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato  o è allevato in locali insalubri o pericolosi, oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere all’educazione di lui, la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia, lo colloca in luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione”. La Pubblica Autorità in questione è il Sindaco e l’Assessorato competente all’assistenza dell’infanzia, che, legalmente parlando, termina al compimento del diciottesimo anno di età.

Ma i minori stranieri non accompagnati a Genova di questi tempi sono evidentemente “stranieri” ancorché “minori”, perché all’interrogazione urgente promossa dalla Consigliera del PD Cristina Lodi in data 27 giugno il Sig. Sindaco ha esplicitamente declinato la responsabilità sui minori sbarcati il 2 giugno, demandandola al Ministero dell’Interno. Questa e altre inesattezze espresse dal primo cittadino sono consultabili ai links https://www.facebook.com/149684422423391/posts/404256226966208/e https://www.youtube.com/watch?time_continue=17&v=TFCVNqq2TvM. In quella sede la Consigliera Lodi chiedeva conto di due argomenti:

  1. Perché il Sig. Sindaco in una dichiarazione del 2 giugno ai microfoni di Telenord (https://telenord.it/nave-migranti-a-genova-accolti-32-minori-non-accompagnati-bucci-polemiche-strumentali/) avesse dichiarato che la città avrebbe garantito accoglienza ai minorenni sbarcati dalla nave Cigala Fulgosi, almeno fino al diciottesimo anno di età e, a distanza di un mese scarso, ne disponesse il trasferimento in altre città;
  2. Se nei trasferimenti fosse stato garantito il principio del maggior benessere dei minori.

 

Alle domande il Sig. Sindaco risponde:

  1. Che si dovrebbe avere l’accortezza di riportare fedelmente le sue dichiarazioni. Peccato che l’assicurazione che i minori in questione sarebbero rimasti a Genova è perfettamente udibile dalla bocca dello stesso Sindaco nella citata dichiarazione a Telenord;
  2. Che i trasferimenti sono stati preceduti da valutazioni caso per caso. Falso: l’unico intervento lontanamente somigliante ad una valutazione è stata una telefonata da parte del funzionario comunale in cui si chiedeva: “I minori come stanno?”. Stop.

 

A proposito del principio del maggiore benessere del minore, i due minorenni tornati a Genova recavano con sé alcune immagini scattate e video girati nella struttura sprar bolognese, che qui alleghiamo, in modo che – molto onestamente – ognuno si possa fare un’idea della cura con cui la nostra amministrazione si occupa delle necessità dei minori a lei affidati dalla legge:

 

Da questa struttura i minori trasferiti si sono allontanati e due di essi, ingenuamente, hanno pensato che Genova potesse riaccoglierli o, semplicemente, potesse tener fede alla parola data. Ma così non è stato. In data 8 luglio, infatti, su richiesta dell’Assessorato alle Politiche Sociali, la struttura ospitante Villa Canepa è stata informata che i due minorenni avrebbero dovuto essere rimandati a Bologna via bus. Il funzionario di detto Assessorato si è premurato di accompagnarli al bus e si è poi prodotto in un ridicolo inseguimento, quando i due minori si sono dati alla fuga, contando sull’unica forza a loro disposizione: la forza delle gambe. Perché questa Amministrazione non li ha difesi, né li ha assistiti, violando la legge, pur essendo perfettamente a conoscenza delle condizioni di decadenza della struttura bolognese.

Un’ultima amara amenità. In Consiglio Comunale il Sig. Sindaco non ha mancato di lamentare le cosiddette “fughe” dei minori stranieri non accompagnati dalle strutture genovesi, alludendo ad una supposta incapacità delle stesse a svolgere correttamente il lavoro per cui sono pagate. Rendiamo conto al Sig. Sindaco che il lavoro per cui le strutture di accoglienza sono pagate è l’assistenza e l’integrazione e che quando un minore non fa ritorno in comunità, l’evento si definisce “allontanamento”, che poi le FF. OO. stabiliranno se di natura volontaria o meno. Se l’Amministrazione definisce “fuga” ciò che è allontanamento se ne possono trarre le seguenti deduzioni (alcune confortate da esplicite affermazioni dell’Assessora Fassio):

  1. Che le strutture di accoglienza per i minori sono limitanti della loro libertà: devono fare contenzione, non integrazione.
  2. Che l’Amministrazione non ha la benché minima considerazione della capacità di un minore (16/17 anni) migrante, proveniente da qualche migliaio di chilometri di distanza, reduce da un viaggio pluriennale, di autodeterminare il proprio progetto di vita, che non è scontato coincida con i nostri programmi di accoglienza.

Eppure l’Assessora Fassio sta lavorando affinché i minori stranieri non accompagnati non possano più circolare autonomamente in città e affinché le strutture di accoglienza li privino dei telefoni cellulari durante le ore notturne.

Qual è l’idea di accoglienza, tutela e integrazione che questa città sta sviluppando?

Quante limitazioni alle libertà personali siamo disposti ad accettare?

Ma per finire una nota di speranza, anzi no, di resistenza: perché questi non sono tempi di speranza, bensì di tenere duro, fare piccoli passi in avanti ed essere respinti dalla durezza dei cuori. Durante la vicenda legata allo sbarco dei minori del 2 giugno, alcuni di noi hanno fatto conoscenza con operatori di Save the Children operanti nel campo Roja di Ventimiglia. Da essi hanno appreso che molte volte e per molti mesi Save the Children aveva fatto richiesta di inserimento dei minori del campo presso le strutture sprar/siproimi di Genova, non ricevendo risposta. Finalmente il 5 luglio quattro minori sono stati inseriti in strutture adeguate in città. Piccoli passi, ma a noi bastano per continuare a difendere i diritti garantiti dalla legge e dal senso di umanità.

 

 

“Senza autorizzazione” – dalla frontiera di Ventimiglia

Traduciamo il comunicato con cui il collettivo Kesha Niya – che da quasi due anni opera sulla frontiera di Ventimiglia fornendo quotidianamente pasti e sostegno alle persone migranti che tentano di attraversarla – racconta i fatti dell’ultima settimana.

Le autorità, in particolare con l’interessamento del nuovo sindaco Scullino, hanno deciso di spostare ancora l’asticella della criminalizzazione della solidarietà alle persone in viaggio. Del tutto in linea, va detto, con le decisioni del governo centrale e con le azioni della precedente amministrazione comunale (tristemente nota per le ordinanze del sindacolo Ioculano di divieto di distribuzione del cibo in città alle persone migranti). Il presidio di accoglienza delle persone rilasciate dopo le detenzioni in frontiera è evidentemente diventato scomodo, probabilmente anche a seguito delle denunce della violenza della polizia di frontiera fatte sulla pagina dei Kesha e tradotte su questo blog. In maniera, a dire il vero abbastanza goffa e assai poco avveduta, le forze dell’ordine intervengono per sgomeberare un telone per proteggersi dal sole (posto sul ciglio della strada, su di un pezzo di terra di proprietà del demanio) e poche vettovaglie utili a fornire qualche genere di conforto a chi ha passato ore e ore recluso nei container della frontiera, molto spesso subendo abusi e violenze da parte della polizia di frontiera.

Il collettivo Kesha Niya, con le e i solidali rimasti sul territorio di Ventimiglia, come in questi due anni passati, intende resistere e continuare a fare quello che non solo è giusto ma non può essere vietato da nessuna legge e seppure lo fosse, continuerebbe ad essere giusto fare.

La resistenza è vita. Grazie Kesha Niya, grazie Carola Rackete, grazie a tutte e tutti, le e i resistenti che continuano a dimostrarlo con i fatti.

Martedì 25 giugno: municipale, polizia di stato e digos, con tre volanti e operatore della scientifica per le riprese, salgono al punto ristoro a poche centinaia di metri dalla frontiera, intimando alle persone solidali di allontanarsi

 

Segue traduzione del comunicato dei Kesha Niya.

 

Negli ultimi tre giorni, la polizia è venuta ogni giorno alla colazione a ridosso del confine per sgomberarci.
La prima mattina abbiamo ricevuto la visita di un uomo vestito di blu. Prima ci ha chiesto cosa stessimo facendo, per poi dirci che non possiamo distribuire cibo senza autorizzazione. Abbiamo provato a spiegare che la polizia era già venuta diverse volte e che non era mai stato un problema, a patto che avessimo portato via ogni cosa finita la distribuzione. Ma l’uomo in blu ha chiamato qualcuno e se n’è andato. Qualche minuto più tardi, è arrivata la polizia dicendo che non eravamo autorizzati ad essere lì, accusandoci di occupare lo spazio in maniera abusiva. Ci hanno detto di andarcene, altrimenti ci avrebbero portato in commissariato. Mentre, lentamente, impacchettavamo tutto, sono arrivati i carabinieri. Ci siamo seduti vicino alla macchina per fare qualche telefonata e avvisare di diffondere la notizia. Ma la polizia ci ha raggiunti, dicendoci che non potevamo stare neanche lì, perché era un’area adibita a parcheggio.

Lo stesso giorno è apparso un articolo sui giornali locali, nel quale si diceva che il sindaco era molto contento del lavoro della polizia e che avevamo installato una vera e propria cucina da campo. Ha aggiunto che con l’estate il problema degli attivisti che cercano di aiutare i migranti sarebbe riapparso.

Il giorno seguente, la polizia locale è venuta nel pomeriggio e ci ha detto si togliere tutto. Quando abbiamo chiesto perché, hanno detto “perché siamo la legge e vi diciamo di fare così”. Quindi, abbiamo chiamato un avvocato per un consiglio e abbiamo discusso sul da farsi. Dopo qualche tempo, la polizia ci ha detto che avevamo due minuti per portare via tutto, altrimenti ci avrebbero portati al posto di polizia. Abbiamo lentamente iniziato a impacchetare tutto, tranne il telo che ci protegge dal sole. Qualche minuto ancora e la polizia ci chiede di levare il telo. Quando abbiamo chiesto spiegazioni e se valesse lo stesso per gli ombrelloni dei turisti sulla spiaggia, ci hanno risposto che il telo non è autorizzato, mentre gli ombrelloni lo sono. Mentre spostavamo le cose della colazione, un poliziotto ha aggiunto che se non ci muovevamo ci denunciava. Abbiamo cercato di capire con quale motivo ci stavano “sgomberando” e se c’è una legge che motivi le loro azioni, ma di nuovo hanno risposto: “Non ti deve interessare la legge, lo fai perché ti dico di farlo” . Poi ci hanno chiesto di mostrare i nostri documenti. Uno dei poliziotti ha aggiunto che se non ci davamo una mossa ci denunciava. Abbiamo chiesto per quale motivo e lui ha risposto “Non sono affari tuoi, intanto ti io ti denuncio e poi lo scoprirai il perché”. Quando hanno chiamato il commissariato, abbiamo lentamente rimosso il telo e poi mostrato i nostri documenti di cui hanno fatto delle foto.
Nello stesso giorno, sul giornale locale appariva una dichiarazione del sindaco che annunciava che sarebbero venuti a controllare ogni giorno e che nessuno può fare certe cose senza autorizzazioni. Aggiungendo: “questi attivisti non saranno autorizzati a stare lì”.

Il giorno seguente, una donna facente parte di Amnesty International è venuta da noi. Ci ha spiegato che aveva chiamato la polizia di frontiera a Ventimiglia e che questi avevano detto che quel che stavamo facendo non era vietato. Più tardi, 10 poliziotti sono venuti a dirci che quel che stavamo facendo non era permesso, dandoci spiegazioni differenti (presidio illegale, campeggio, occupazione abusiva…), ma dicendo anche che il giorno dopo saremmo potuti tornare: non sapevano cosa sarebbe successo il giorno dopo, non dipende da loro.

Non smetteremo di andare alla frontiera a preparare la colazione. Restiamo e resistiamo.

NO NATION. NO BORDER. FIGHT LAW AND ORDER!

(contro le nazioni e le frontiere, combatti la legge e l’ordine costituito)

Aumenta anche la violenza della polizia italiana

Pubblichiamo di seguito la traduzione del terzo report del gruppo Kesha Niya postato su facebook il 14/06/2019.

 Il resoconto oltre a denunciare il proseguimento della violenza della polizia francese nei confronti delle persone migranti che cercano di lasciare l’Italia, mette in luce anche un incremento della violenza della polizia italiana nei confronti delle persone respinte dalla Francia affinché registrino le loro impronte digitali In Italia. Secondo il regolamento di Dublino le persone migranti sono vincolate a chiedere asilo nel paese in cui vengono registrate per la prima volta le loro impronte digitali.

Immagine tratta dal resoconto di Kesha Niya del 26 gennaio 2019

Attenzione! Questo è un altro post contenente resoconti sulla violenza della polizia!

03/06/2019un uomo è stato colpito diverse volte con un manganello da una poliziotta italiana dopo che si è rifiutato di dare le impronte digitali che non aveva ancora dato in Italia. L’uomo aveva dei lividi sulla testa e sulle mani.

04/06/2019Un uomo che si trovava in mare è stato inseguito dalla polizia francese verso l’Italia. Lo hanno inseguito, quando si trovava già in acque italiane, senza portarlo a bordo. Quando ci hanno visto guardare e filmare la situazione dall’alto, hanno detto: “Stop! Non facciamo niente per il momento, stanno filmando!”. Abbiamo chiesto loro cosa stessero facendo e perché non lo aiutassero. Senza rispondere hanno continuato a seguire l’uomo che ha nuotato fino ai Balzi Rossi dove la polizia italiana ha usato una barca a remi per portarlo fuori. La polizia francese se n’è andata poco dopo. La polizia italiana lo ha ammanettato e lo ha portato al confine. Dal momento che abbiamo assistito alla scena, ci hanno detto: “non avete visto e non sapete niente”, gli abbiamo spiegato che abbiamo visto tutto.

Su un giornale locale è stato pubblicato un articolo sul fatto, contenente anche una dichiarazione della polizia in cui si sostiene che l’uomo era “irregolare” in Italia ed era stato rimandato in Francia dove è scappato saltando in acqua per tornare in Italia. L’uomo avrebbe “raggiunto” a nuoto i Balzi Rossi e sarebbe stato tratto a riva grazie all’aiuto di un bagnino e di un carabiniere.
DIVERSE ONG, e anche il nostro gruppo, credono che l’articolo non sia molto accurato, perché non abbiamo mai visto un caso di persone irregolari che vengono mandate in Francia. In realtà, nella nostra esperienza è altamente improbabile che le persone siano respinte in Francia, anche quando ce ne sarebbe un valido motivo, come per esempio l’essere minorenni. Se l’uomo voleva tornare in Italia, avrebbe potuto semplicemente fare la strada a ritroso, la polizia francese sta infatti fermando le persone che entrano nel paese molto più di quanto faccia la polizia italiana.

08/06/2019 – mentre un uomo era in stato di fermo, gli è stato chiesto se parlasse inglese e se sapesse scrivere il suo nome. Dal momento che non sapeva parlare in inglese e non sapeva scrivere in lettere latine il poliziotto ha iniziato a colpirlo fino a quando il suo collega non gli ha detto di fermarsi. Più tardi, l’uomo ha provato a usare qualche parola stentata di inglese per paura di essere colpito di nuovo. Lo stesso poliziotto gli ha detto che prima stava evidentemente mentendo perché in realtà sapeva parlare inglese e lo ha colpito di nuovo.

09/06/2019 – un uomo che di solito vive e lavora in Italia è andato a Mentone in giornata. Quando aspettava il suo treno di ritorno in Italia, la polizia francese lo ha controllato. Gli hanno detto che doveva tornare in Italia ma invece di fargli prendere il treno lo hanno preso, controllato brutalmente e gli hanno detto che doveva andare con loro. Lo hanno spinto in macchina e quando ha chiesto perché erano così aggressivi, hanno detto soltanto: ” entra in macchina, testa di cazzo!” e lo hanno schiaffeggiato più volte. Alla Paf (Police Aux Frontières) è stato controllato molto velocemente e gli è stato detto di camminare fino a Ventimiglia. Ha chiesto se poteva prendere il treno ma gli hanno detto di stare zitto e che doveva farsi i 10 km a piedi. Ha chiesto di nuovo perché tutta questa aggressività ed è stato nuovamente schiaffeggiato. La polizia francese gli ha poi detto di correre verso l’Italia ma l’uomo ha continuato a camminare e ha risposto: “non sono un animale e non siamo a Libia”. La polizia ha usato il taser per due volte sulla sua schiena, dicendo che due persone francesi sono morte in Francia, il mese scorso. Lo hanno poi inseguito in direzione dell’Italia per farlo correre. Quando è arrivato alla colazione era in condizioni pessime e aveva una guancia gonfia.

 Lo stesso giorno un minore di 15 anni è stato spruzzato con lo spray al peperoncino mentre si trovava sul treno e portato alla Paf. Nonostante non abbia opposto resistenza, per farlo entrare nel container lo hanno preso a calci nella schiena. Sul refus d’entree hanno dichiarato che aveva 19 anni.

Immagine tratta dal resoconto di Kesha Niya del 29 maggio 2019
Il gruppo Kesha Niya è impegnato dalla primavera del 2017 a Ventimiglia dove si occupa della preparazione e distribuzione serale di pasti. Dall’estate del 2018 porta cibo e bibite calde sul lato italiano della frontiera di Ponte S.Luigi, dove le persone migranti respinte dalla Francia transitano per rientrare a Ventimiglia.
Kesha Niya ha pubblicato altri due resoconti a gennaio e maggio di quest’anno denunciando la violenza della polizia francese sulle persone migranti.

uomini di origine nigeriana, arte di origine europea

La settimana appena trascorsa a Ventimiglia si è aperta e si è chiusa con due eventi che sembrerebbero non collegati tra loro, ma che ci parlano invece della situazione sociale e politica nella cittadina di frontiera se osservati nell’interezza della cornice in cui si sono verificati.

  1. Lunedì 3 giugno viene trovato il cadavere di un giovane di origine nigeriana.

  2. Da giovedì 6 e fino al sabato si è discusso della notizia della probabile rimozione di un’installazione artistica che è ora collocata alla frontiera.

Due uomini di origine nigeriana…

– pregresso –

Il 29 maggio 2019, durante una rissa scoppiata in spiaggia tra alcune persone di origine non europea, un uomo finisce in mare nei pressi della foce del fiume Roya. In quel tratto di litorale, dove le onde incontrano le acque dolci del fiume, si generano mulinelli e forti correnti: restare a galla è un tentativo disperato. L’uomo è sparito tra i flutti e nonostante le ricerche durate due giorni non è stato ripescato vivo né è stato ritrovato il corpo: si pensava che le correnti lo avessero trascinato in Francia.

Il 31 maggio i giornali riportano la notizia del fermo in zona stazione di un diciannovenne di origine nigeriana: un poliziotto lo riconosce come una delle tre persone avvistate sulla spiaggia durante la rissa che ha causato l’incidente. Non si sa se abbia fornito ulteriori informazioni per dare un nome e un pezzo di storia all’uomo trascinato via dal mare. Veniamo però a sapere che il diciannovenne fermato è un migrante con richiesta d’asilo in Francia e con espulsione dall’Italia, che è stato fermato come uno dei responsabili della rissa, che è stato processato per direttissima per inottemperanza all’ordine di espulsione del questore di Imperia, che è stato trasferito in Francia e che da qui dovrebbe essere infine espulso (cioè rimpatriato? Sulla base della presunta responsabilità per l’incidente? Sulla base di qualcosa che ha commesso in Francia? Sulla base degli accordi di rimpatrio con la Nigeria? Interrogativi senza risposta). Game-over, anche per lui. E game-over anche per l’altro uomo di 24 anni di origine siriana di cui, nello stesso articolo di giornale, apprendiamo di sfuggita che gli tocca la medesima sorte: espulsione.

Il corpo di Osakpolor Morogie, 25 anni, viene ritrovato sulla riva all’altezza della foce del Roya.

 

– Lunedì 3 giugno –

Poi, nella mattinata di lunedì, il cadavere dell’uomo caduto in acqua viene infine restituito dal mare, che lo deposita sulla spiaggia nella stessa zona in cui si era inabissato: il corpo doveva essersi incagliato da qualche parte sul fondale lì intorno. Nelle tasche dei vestiti che ancora coprono il corpo senza vita vengono trovati i suoi documenti, che dicono che lui era Osakpolor Morogie, uomo di 25 anni di origine nigeriana, residente in Italia nella frazione ventimigliese di Bevera assieme al fratello con cui si era ricongiunto.

Quindi a voler essere in regola con la lingua italiana l’uomo non era uno straniero o un migrante, come descritto negli articoli di giornale, ma al massimo un immigrato regolarmente residente in città. Ma le etichette classificatorie, che non restituiscono la completezza della realtà ed anzi la stravolgono e la viziano, restano lo strumento più facile per pensare in modi semplici e riduttivi a un mondo complesso e pieno di sfumature. Per tradurci un mondo che meno capiamo e più ci spaventa; che più ci spaventa e meno lo capiamo.

Dalla chiusura delle frontiere francesi nel giugno 2015 a Ventimiglia si è fatta l’abitudine alla morte di persone non europee arrivate qui per attraversare il confine. Oltre venti le persone decedute a causa delle difficoltà nel passare la frontiera o per i disagi e gli stenti che devono patire nell’attesa dell’impresa: qui è morta così tanta gente in viaggio che, alla quinta persona che ha perso la vita tra il fiume Roya e il mare, l’equazione nero/migrante era già lì pronta all’uso.  (22 novembre 2016; 13 giugno 2017; 22 giugno 2018; 10 settembre 2018)

Uno straniero (con un pezzo di famiglia e residenza italiane) dunque è morto. E un altro straniero, forse coinvolto nell’incidente e forse no (le indagini ancora erano in corso e non sono stati resi noti i risultati dell’autopsia sul cadavere ripescato), è stato deportato in Francia e verrà espulso. Non sappiamo nulla delle vite e dei progetti di queste due persone. Non sappiamo le cause e le esperienze che hanno portato a un epilogo così negativo della loro presenza a Ventimiglia. Tutto quello che interessa sapere: due stranieri fuori dai giochi.

un’opera d’arte di origine europea

12 Aprile 2017, inaugurazione dell’installazione artisticha Terzo Paradiso presso il valico di frontiera di Ponte San Ludovico, Ventimiglia_fonte Sanremonews

 

– pregresso –

Il 12 Aprile 2017 a Ventimiglia fu inaugurata in pompa magna l’opera Terzo Paradiso dell’artista Michelangelo Pistoletto. Il simbolo rappresenta un infinito a tre cerchi: nelle intenzioni di Pistoletto il cerchio centrale costituirebbe il punto di incontro, di armonia e congiunzione tra i poli avversi, i due cerchi opposti che sono il tu e l’io e che trovano al centro la sintesi nella scoperta del noi. Vuole essere un simbolo di pace. L’inizio di una nuova civiltà formulata in 50 pietroni che l’amministrazione dell’ex sindaco Ioculano (PD) decise di far “installare” nell’aiuola che si affaccia sul confine di Ponte San Ludovico.

Nello stesso luogo, due anni prima, centinaia di persone che avevano provato ad entrare in Francia ed erano state respinte (colore sbagliato, pezzo di carta sbagliato) avevano deciso di accamparsi ed iniziare una protesta, durata cento giorni, contro le frontiere e le discriminazioni, chiedendo il rispetto dei propri diritti e la libertà di poter realizzare le proprie aspettative di vita.

Ioculano era sindaco quando sgomberarono a ruspate quello spazio di lotta, resistenza, incontro e sperimentazione collettiva che fu il campo dei Balzi Rossi. Due anni dopo annuiva convinto accanto all’artista Pistoletto, uomo bianco di origine europea, che spiegava con vibranti parole il significato della sua opera e la sua personale interpretazione della Storia recente di quelle aiuole:

A me pare quasi un sogno veder realizzato questo simbolo dell’armonia, della pace e dell’incontro qui, in questo luogo di scontro e divisione. In questo spazio specifico (…) di forte tensione tra i due paesi, momenti di tensione inutile, anche provocata… io credo che non è sulla provocazione che dobbiamo muoverci, non è sulla critica e sull’aggressione, ma sulla proposta. (…) Se veramente si ha qualcosa da proporre, si sa cosa fare dopo la rivoluzione, non c’è nemmeno più bisogno di fare la rivoluzione. (…) Noi dobbiamo dimostrare in questa zona simbolica di essere capaci di fare proposte di unione, di connessione, di condivisione.

I giornali rincararono il condimento di entusiasmo per l’arrivo del Terzo Paradiso : “Un modo per dare un calcio, con l’arte, ai confini geografici e soprattutto sociali, che spesso emergono con più intensità al confine con la Francia”.

 Veduta di Ponte San Ludovico: l’installazione artistica simbolo dell’incontro si affaccia sulla barriera delle dogane francese e italiana.

 

– Giovedì 6 giugno –

Dall’inaugurazione dell’opera sono passati nuovamente due anni: Giovedì 6 giugno i quotidiani on line riportano dell’incontro, voluto dalla destrorsa giunta comunale appena eletta, tra Anas e il neo sindaco Scullino, che si propone si riqualificare la zona stradale innanzi alla frontiera. Sintesi: nella zona del confine si fanno i soldi, non spettacolini per allodole, quindi al posto dei 50 pietroni artistici ci si metteranno 50 parcheggi.

Parafrasando i giornali di allora: un modo per dare un calcio, con gli affari, all’arte e alla retorica sul buonismo sociale e sull’abbattimento dei confini. Proprio qui, di fronte alla barriera con la Francia.

La settimana si chiude nelle polemiche di routine del PD circa lo smantellamento della profetica opera d’arte che tanto fu lodata dall’allora sindaco ruspaiolo dello stesso partito. Eppure guardando le cose con un’onesta prospettiva non è affatto strabiliante che si voglia sostituire un simulacro della retorica europea sull’accoglienza con cinquanta parcheggi per far girare macchine e soldi. (Anche) dalle parti delle frontiere funziona così e chi non lo sa è in malafede: le merci hanno la precedenza e per il denaro tutto fila liscio. L’unico inconveniente lungo il confine erano e restano gli esseri umani ai quali, sulla base di criteri etnici, si deve impedirne l’attraversamento.

A poche centinaia di metri dall’installazione Terzo Paradiso, in linea d’aria sulle alture dell’Aurelia, c’è l’altro valico di confine, ponte san Luigi, dove la frontiera esercita quotidianamente il suo potere sulla vita della gente che ha un documento di poco valore e una pigmentazione troppo scura.

Là sotto, adagiato su un prato abbandonato, riposa coi giorni contati quell’infinito fatto di macigni giganti e muti innanzi ai controlli frontalieri ed al setaccio razziale. Sulla destra dell’installazione artistica, ad altezza mediana tra le due frontiere, corrono le rotaie che portano in Francia: troppe persone sono rimaste gravemente ferite o sono morte sfidando la frontiera ferrata e i suoi treni proibiti.

Sulla sinistra del Terzo Paradiso corrono invece gli scogli che nel 2015 furono casa di una lunga battaglia internazionale contro le chiusure dei confini. Poco oltre le rocce ondeggia il Mediterraneo che unisce e divide le terre. Un po’ come il centro dell’infinito di Pistoletto, che voleva ricongiungere gli opposti e portare la pace, ma che finirà smantellato in nome del profitto.

I tentacoli della frontiera sono potenti e pervasivi: Ventimiglia regala ogni settimana folgoranti accadimenti, bug di un sistema catastrofico che causa cortocircuiti di senso di fronte alla presenza e alle conseguenze del confine.

Vinceranno i 50 parcheggi. Proprio lì dove 50 pietroni si vantavano di aver inaugurato una proposta di unione e armonia: game-over anche per loro. Dalla posa di quei sassi, che sarebbero stati più sinceri se fossero state lapidi, sono morte -almeno- altre undici persone non europee che volevano attraversare la barriera per l’Europa. A Ventimiglia (in tutto lo stivale) le persone non-bianche resteranno comunque straniere, qualsiasi pezzo di carta abbiano in tasca. Qualcuno di origine europea suggeriva che non serve una rivoluzione…

La violenza della polizia francese si intensifica

Pubblichiamo la traduzione del resoconto del gruppo Kesha Niya di mercoledì 29 maggio che denuncia un nuovo intensificarsi della violenza della polizia francese nei confronti nelle persone migranti fermate sui treni diretti in Francia e detenute nei container di metallo alla frontiera di Ponte S.Luigi dove vengono poi respinte verso l’Italia.

Kesha Niya aveva già raccolto testimonianze sulla violenza della polizia francese a gennaio di quest’anno. La notizia era stata ripresa dalle testate locali Sanremo News e Riviera 24. Quest’ultima aveva messo in dubbio la veridicità delle testimonianze non ritenendo opportuno appurarla con nessuna delle parti coinvolte o informate dei fatti.

ATTENZIONE QUESTO POST CONTIENE RESOCONTI SULLA VIOLENZA DELLA POLIZIA !

La polizia francese usa regolarmente lo spray al peperoncino contro le persone migranti fermate sui treni e anche quando queste si trovano già nei container qui al confine, ma nelle ultime due settimane riceviamo sempre più resoconti di violenza verbale e fisica da parte della polizia nei confronti delle persone migranti.

Soldi e documenti vengono rubati, le persone vengono percosse, donne incinte soffrono e la verità viene distorta.

13/05/2019 – un uomo è stato portato nel container dove ha iniziato a parlare con un’altro quando la PAF ha detto ridendo e in francese: “Andate avanti, ammazzatevi!”

Lo stesso giorno un uomo e una donna sono stati arrestati su un Flixbus nei pressi di Nizza. Prima di essere riportati al confine hanno dovuto aspettare in un angolo e i poliziotti hanno detto all’uomo di approfittare della situazione per fare “quello che gli conveniva”.

17/05/2019 – nella notte alcune persone detenute nel container che stavano rispettando il Ramadan hanno chiesto di ricevere del cibo dopo 8 ore di detenzione. La risposta della polizia è stata: “Tacete o vi picchiamo!”

22/05/2019 – una donna è stata condotta in un container con l’aria condizionata fredda. Quando durante la notte ha chiesto se si potesse spegnere, la polizia le ha risposto: “Taci e torna a letto”. Nel container non c’è alcun letto né la possibilità di dormire.

Durante questa giornata 7 persone, inclusa una donna incinta, si stavano nascondendo nella toilette del treno nel tentativo di attraversare il confine. La donna incinta si trovava dietro la porta che si apriva verso l’interno. Quando la polizia ha controllato il treno ha detto alle persone nel bagno di uscire e iniziato a prendere a calci la porta.

La donna è stata colpita più volte al ventre dalla porta. La polizia ha poi spruzzato lo spray al peperoncino nel bagno. Quando alla fine sono usciti tutti, alcune persone sono state picchiate e la donna urlava per il dolore. Ha chiesto alla polizia di chiamare un’ambulanza ma si sono rifiutati, dicendo che stava fingendo.

E’ stata condotta nello stesso container con l’aria fredda dove si trovava l’altra donna, piangeva ancora per il dolore ed era probabilmente anche molto spaventata. L’altra donna ha chiesto che fosse chiamata un’ambulanza per la donna incinta. La PAF si è rifiutata di nuovo e ha detto: “Stai zitta, sta bene! Il bambino sta bene, lei stava bene prima!”.

Quando la donna incinta è uscita dal container era terrorizzata. Il furgone della Croce Rossa l’ha portata al campo dove ha la possibilità di parlare con le organizzazioni non governative ed essere visitata da un dottore.

Un altro gruppo di uomini è stato arrestato quel giorno mentre si nascondeva nei bagni dei treni. La polizia ha nuovamente preso a calci la porta e ha usato lo spray al peperoncino per far uscire gli uomini.

Uno degli uomini è stato colpito sulla mano con un manganello e sentiva ancora molto dolore quando più tardi è stato rilasciato dal container.

Un altro è stato preso per il collo e colpito in faccia diverse volte. Quando è uscito dal container aveva una ferita sotto all’occhio e molto sangue nei pantaloni.

E’ stato prima portato alle stazione di polizia di Nizza . La polizia gli ha detto “E’ normale che ti picchiamo. Crederanno comunque a noi”. A Nizza la polizia ha sporto denuncia contro di lui sostenendo che avesse picchiato un poliziotto con un pezzo di legno. Hanno anche cercato di incriminarlo con l’accusa di essere un trafficante perché aveva con sé dei contanti, anche se aveva spiegato che gli servivano per viaggiare.

23/05/2019due ragazzi sono stati colpiti dalla polizia mentre venivano fermati. Uno di loro voleva mostrare una fotografia dei suoi documenti alla polizia ma il suo telefono è stato requisito e sfasciato dalla polizia.

28/05/2019un uomo detenuto nel container ha chiesto del cibo ma gli è stato risposto di tacere. L’uomo ha poi iniziato a ferirsi con un pezzo dell’accendino che aveva con sé e a battere sulla porta. La polizia è arrivata, lo ha ammanettato e portato fuori dal container dentro una stanza.

L’hanno messo su una sedia, gli hanno bloccato i piedi con le fascette e lo hanno picchiato ferendolo alle spalle, al vivo e alle gambe.

Ogni volta che sentiamo questi racconti cerchiamo di spiegare alle persone migranti che possono sporgere denuncia e che possiamo aiutarli con un avvocato ma la maggior parte di loro è troppo spaventata per farlo o non crede che potrebbe cambiare nulla. Almeno possiamo pubblicare qui le loro storie.

PAF LA PAF!

Il gruppo Kesha Niya è impegnato dalla primavera del 2017 a Ventimiglia dove si occupa della preparazione e distribuzione serale di pasti. Dall’estate del 2018 porta cibo e bibite calde sul lato italiano della frontiera di Ponte S.Luigi, dove le persone migranti respinte dalla Francia transitano per rientrare a Ventimiglia.