Cancellati. Ventimiglia, città imprigionata

Ventimiglia. Lunedì 31 agosto

Tra il piazzale di Via Tenda  in cui tutte le sere viene fatta la distribuzione del cibo e la parte del  sottoponte, dove ancora si riunivano le persone migranti per scambiare due chiacchiere all’ombra e dove vi era la possibilità di trovare dell’acqua potabile, subito dopo la manifestazione del 14 luglio è stato costruito  un muretto; poi tra domenica 29 e lunedì 30 luglio sopra al muretto è stata eretta una spessa rete metallica. Ovviamente il committenteè  il Comune.

 

Muretto costruito subito dopo il corteo del 14/07, prima della costruzione della rete

 

Di fatto, l’accesso al sottoponte dal piazzale di fronte al cimitero è ora impedito ed è stato smantellato il tavolino su cui veniva lasciato il contenitore per l’acqua. Da Via Tenda l’unico accesso  rimasto  per raggiungere il sottoponte si trova  ad una cinquantina di metri dal passaggio a livello.

 

Punto del sottoponte con rifornimento di acqua potabile prima della costruzione della rete

 

Molte persone trovano riparo tra i canneti e la vegetazione che occupano parte del letto del fiume Roya: il sottoponte era lo spazio riparato che permetteva di raggiungere velocemente la strada.

 

Sottoponte il giorno prima della costruzione della rete

 

La chiusura con una rete metallica di un accesso all’area, proprio in corrispondenza del luogo in cui le persone migranti si riunivano per consumare il pasto serale e per dei momenti di socialità, oltre ad avere un significato altamente simbolico, ha delle pesanti conseguenze materiali.

 

Rete

Con questa azione il Comune ribadisce e rafforza la politica di invisibilizzazione delle persone migranti. O queste accettano di entrare nel campo della Croce Rossa, situato nel Parco Roya (a diversi km dalla città, per raggiungere il quale si è costretti a percorrere a piedi una strada molto pericolosa) accettando di fatto la segregazione dalla vita sociale del territorio, oppure sono costrette a nascondersi nella vegetazione che circonda il fiume avendo un unico punto di entrata e uscita, distante dai luoghi di accampamento.

Cosa accada alle persone costrette ad accamparsi nel letto del Roya evidentemente allo Stato italiano non interessa, l’importante è che la società legittima sia separata anche fisicamente dal mondo dei marginalizzati e degli esclusi. Invisibili, privati di ogni diritto, finanche del riconoscimento della loro umanità.

 

sottoponte, oggetti abbandonati

 

Pensare a quando tre anni fa le persone migranti occupavano i Balzi Rossi – la scogliera sotto la frontiera francese – per lottare per i propri diritti a spostarsi e a poter vivere liberamente in Europa, dando così inizio ad un’esperienza di lotta e di autogestione eccezionale e guardare a dove si è arrivati oggi, fa riflettere e molto sui passaggi politici avvenuti e in atto e sulle sconfitte subite dalle lotte. Questi tre anni sono stati un percorso fatto di tappe scandite da repressione, da sgomberi continui, dall’affinamento di dispositivi di controllo e disciplinamento. Un percorso di violenza materiale e simbolica inaudita da parte degli Stati e di poteri extrastatali.

Anche Ventimiglia oggi ha il suo “muro” interno , il suo “filo spinato”, la sua piccola “striscia di Gaza”.  I dispositivi di confinamento sono globali, sono la cifra del capitalismo neoliberale e globale odierno.

Il 14 luglio la manifestazione di quasi 10000 persone che ha attraversato la città intemelia si intitolava “Ventimiglia città aperta”. Un auspicio che appare lontano a realizzarsi.

Guardando altre esperienze nate nei campi profughi come in Siria del Nord, in Libano , nei ghetti coloniali nordamericani , nei  territori occupati palestinesi, viene in mente che forse è da dentro, stando in mezzo e vivendo insieme agli invisibilizzati, agli esclusi, ai nuovi colonizzati che possono nascere le esperienze più efficaci di resistenza. Lottando insieme e sfidando l’invisibilità a cui ci condannano, disarticolando il confine concretamente, e non semplicemente rovesciandolo simbolicamente.

Sta di fatto che dal vortice di inumanità che ci sta risucchiando, di cui la rete di Via Tenda è simbolo chiaro e terribile,  dobbiamo provare a venire fuori in qualche modo.

Prima proviamo a farlo e meglio è, il tempo non è “galantuomo”.

 

A cura di g.b..

 

 

 

Che scusa abbiamo come antirazzisti per non fare nulla?

Riceviamo e pubblichiamo un report scritto da un solidale che ha partecipato al corteo “Ventimiglia città aperta” svoltosi il 14 luglio scorso a Ventimiglia. Un testo lucido che, raccontando i fatti, gli avvenimenti vissuti, i fenomeni osservati, fa emergere le enormi contraddizioni soggettive (cioè politiche) e oggettive che ci riguardano come antirazzisti e cittadini europei. La storia non è ancora scritta: la coscienza del mondo in cui viviamo è il primo passo per poter essere “pulling factors” di un mondo radicalmente altro.


Partito alle 9.30 da Marsiglia, arrivo a Ventimiglia intorno all’ora di pranzo. Per prima cosa mi dirigo verso l’info-point Eufemia: là alcuni volontari offrono informazioni e supporto logistico. Un ragazzo, dopo avermi fornito gli ultimi aggiornamenti organizzativi sulla manifestazione, mi consiglia di andare a mangiare al bar bar Hobbit.

Nel clima surreale che la propaganda mediatica e le scelte politiche hanno creato in città, anche scegliere dove mangiare diventa una scelta di campo, una presa di posizione politica: non mi stupisco, allora, di ritrovare lì molti attivisti, alcuni dei quali – si capisce dai calorosi saluti che rivolgono alla proprietaria – dei veri habitués del luogo. Del resto, chi frequenta la città conosce bene la signora Delia e il suo bar vicino alla stazione: non solo è un luogo di ritrovo storico delle lotte “no borders” qui a Ventimiglia, ma anche un punto di riferimento indispensabile per chi si ritrova bloccato qui dalla militarizzazione delle frontiere. Qui questi ultimi possono ricaricare il cellulare, mangiare un panino anche se non hanno soldi o anche solo di riposarsi un attimo bevendo un bicchiere d’acqua pulita… Quindi questo stabilimento farebbe parte di quei “pulling factors” che, secondo la dottrina del sindaco Ioculano, non solo favoriscono l’installazione dei migranti sul territorio, ma addirittura li attirano.

L’impegno della signora Delia, il suo “buonismo”, si dice ora come se fosse un insulto, le è costato un boicottaggio silenzioso da parte degli abitanti e “un’attenzione” particolare da parte delle forze dell’ordine.

Stamattina per esempio – mi racconta Lia – la polizia aveva bloccato la via d’accesso al bar Hobbit: i potenziali avventori venivano fermati da zelanti uomini in divisa che si giustificavano con la necessità di garantire la sicurezza del console francese, installato nella piazzetta adiacente. A parte il fatto che nessuno si era preoccupato di avvertire la signora Delia, che il mattino stesso aveva scoperto di trovarsi all’interno di questa ampia “zona rossa”, viene da interrogarsi sulla pertinenza di un dispositivo di sicurezza di tale ampiezza, dal momento che il tragitto della manifestazione non si sarebbe nemmeno avvicinato all’area… tant’è che, qualche ora dopo, grazie alle proteste, finalmente la linea viene arretrata all’ingresso della piazza, liberando l’entrata del bar: una fila di celerini in tenuta antisommossa resta comunque a sorvegliare gli avventori che, dal canto loro, chiacchierano, mangiano un panino e, in generale, ingannano il tempo davanti al bar.

È qui che incontro Lia e Antonio, appena prima che partano in bicicletta verso in via Tenda, luogo del concentramento della manifestazione: ci sono già stati stamattina appena arrivati, ma vogliono fare un altro “giro visite” prima che la manifestazione parta. Vado con loro.

Arrivati nel piazzale antistante al cimitero ci dirigiamo subito sotto al basso ponte dell’autostrada, dove vari gruppi di persone si riparano dal sole che oggi picchia duro. Ci sistemiamo intorno a una delle biciclette, quella nelle cui sacche laterali sono stoccati i medicinali e il resto degli strumenti del mestiere. Subito facciamo un giro per avvisare i presenti della possibilità di farsi visitare in modo gratuito da medici: Lia ogni volta ha cura di precisare che non sono legati al sistema ufficiale di accoglienza, verso cui ormai si è sviluppata tra i ragazzi una certa diffidenza.

Antonio racconta che stamattina, quando hanno fatto il primo giro, c’erano solo i pochi africani che avevano dormito qui e un tavolino con un bidone di thè caldo e qualche tanica d’acqua potabile: “Ora c’è più gente, sarà più difficile lavorare”… È vero ma l’atmosfera è così festosa che non ce ne si può veramente lamentare: migranti e europei si mischiano, discutono, ogni tanto qualcuno fa partire un coro o una canzone al ritmo dei tamburi o della fanfara, ed è subito ripreso dai vicini…

I pazienti non si fanno attendere. Il primo gruppo è composto da 6 persone: solo uno ha bisogno di vedere il medico, un altro traduce in inglese e gli altri, semplicemente, gli stanno intorno, discutono tra loro e sembrano dare opinioni: a noi viene tradotto solo il necessario, l’esito di questi scambi. I segni della scabbia sono evidenti, così gli viene spiegato che il problema è dovuto a un parassita che prolifera dove le condizioni igieniche sono precarie. Il ragazzo, quasi sulla difensiva, replica che si lava tutti i giorni, allora Lia spiega che l’acqua non basta, nemmeno se usata con il sapone: bisogna cospargersi di una crema speciale, dal collo in giù e poi cambiare tutti i vestiti. Certo – precisa – basterebbe lavarli ad alte temperature, ma qui non è possibile perciò meglio buttare tutto! Il ragazzo, tramite il traduttore, fa presente che questi che ha indosso sono gli unici vestiti che ha. Gli viene spiegato che all’info-point può trovarne di nuovi. È estremamente grato.

Il gruppo si allontana ma il traduttore torna poco dopo con un’altra persona che lamenta la stessa sintomatologia. Dopo un breve esame delle cicatrici la diagnosi è scabbia, pertanto il paziente riceve gli stessi consigli e lo stesso bicchierino di plastica pieno di crema che il precedente.

Anche il seguente, sempre di origine ovest-africana, non parla alcuna lingua europea perciò, ancora una volta, comunichiamo solo grazie al nostro amico traduttore. Quest’ultimo spiega che il ragazzo ha molto male all’interno del ginocchio destro. Lia, esaminandolo, nota una vecchia cicatrice sullo stinco, ricordo di quella che deve essere stata una brutta ferita, pertanto chiede chiarimenti. Il ragazzo sembra non volerne parlare: dice che è vecchia e che ora il problema è altrove (indica il legamento interno del ginocchio). Non insistiamo. Gli viene allora spiegato che la causa del dolore di cui parla non può essere compresa a occhio nudo: serve una radiografia. Il consiglio è di cercare un ospedale non appena arrivato a destinazione, qualunque essa sia; tutto quello che si può fare, per ora, è fornirgli degli antidolorifici da prendere quando il dolore diventa forte. Mentre sembra che il lavoro sia finito, il ragazzo aggiunge di soffrire di mal di pancia (indica il basso-ventre) e di vomitare spesso. Il primo sospetto, visti i precedenti nel campo informale sul Roja (vd ad esreport 1, 2, 3), è che beva l’acqua del fiume ma, a domanda diretta, nega: ci si lava e basta… Dice che, secondo lui, il problema è quello che mangia. Non c’è modo di andare a fondo alla faccenda: oltre agli antidolorifici, che andranno bene tanto per il ginocchio che per la pancia, lo si lascia con il consiglio di fare delle analisi appena possibile e, nel frattempo, di bere molta acqua pulita.

Con il passare del tempo gli europei diventano sempre di più: ci sono italiani da ogni parte del paese, francesi e un nutrito gruppo di spagnoli (qualcuno dice 250, altri addirittura 400… Io credo che il numero esatti conti poco!) che, partiti da Barcellona intendono raggiungere in carovana la Sicilia. Sorrisi, emozione: siamo tanti. Alcuni sono affaccendati intorno al camion che aprirà il corteo, i più cercano un po’ di riparo dal sole sotto al ponte.

Intanto la gente aumenta, la zona d’ombra sotto il ponte non riesce più a contenere la massa che deborda nel piazzale, riempiendolo poco a poco. Il ragazzo nigeriano, quello che ci ha fatto da traduttore fin’ora, guarda incredulo: “I’ve never experienced something like this, I arrived here just one week ago: when they told me about this demonstration, I thought that we would be not more than 20 or maybe 30 persons…. There are a lot of people here, all a country!”. Il suo entusiasmo scalda il cuore: ci spiega che in Nigeria ha ottenuto una laurea in chimica ma che questa da sola non basta. È partito per l’Europa per raggiungere l’Inghilterra e lì iscriversi a una scuola di business, così da poter aprire un’attività: mi spiega che qui in Europa le università sono migliori. In mano ha uno strano oggetto: una Bibbia elettronica multilingue con cui può ascoltare il brano che desidera o farlo ascoltare ad altri, anche se parlano un’altra lingua. Mi chiede se sono cristiano, rispondo di no: sorride, mi guarda con un certo benevolo paternalismo “No problem, it’s OK: God doesn’t care how do you call him”. Non deve essere la prima volta che riceve tale risposta. Gli chiedo se anche il suo amico, con cui lo vedo girare e scherzare fin dal mio arrivo, è cristiano: sorride ancora “No, he’s muslim”.

Il successivo paziente, anglofono, lamenta dolore al collo: Antonio e Lia notano un rigonfiamento sulla nuca, forse un linfonodo infiammato. Anche in questo caso sarebbe necessario fare altri esami, cosa impossibile per il momento, perciò vengono dati anche a lui degli antidolorifici.

Il seguente dice di avere male alla schiena, precisamente alla base colonna vertebrale. Antonio lo fa piegare in avanti: il ragazzo arriva poco oltre le ginocchia. Rialzandosi fa presente che, per lavoro, sollevava carichi molto pesanti. Il sospetto è che si tratti di ernia: gli viene spiegato in modo intuitivo di cosa si tratta e si esorta anche lui ad andare a fare delle radiografie una volta arrivato a destinazione. Per ora, oltre a degli antidolorifici da prendere quando ha dolore, riceve il consiglio (mimato per assicurarsi che la comprensione sia chiara) di non piegarsi sforzando sulla schiena ma sulle ginocchia.

C’è un momento di calma e per qualche minuto nessuno si avvicina alla “bicicletta-ambulanza”, questo ci lascia il tempo di chiacchierare un po’. Lia mi spiega che il territorio a Ventimiglia è sotto lo stretto controllo della criminalità organizzata, della ‘Ndrangheta per la precisione. La città, grazie alla sua posizione strategica sul confine, è uno snodo fondamentale del contrabbando e di altri traffici: nei suoi dintorni, davanti al cimitero per esempio, si svolgono continuamente e durante tutto il giorno scambi di merci tra un camion e l’altro … Questo per dire – continua – che se i migranti sono qui nel campo informale, è perché ce li lasciano: se la loro presenza disturbasse veramente questi traffici, per esempio attirando troppa attenzione mediatica, di sicuro vi verrebbero cacciati. Se non accade è perché non danno fastidio e, anzi, sono forse una fonte di guadagno: del resto lei è certa che i trafficanti di donne e i “passeurs”, per poter agire, debbano chiedere il permesso. E il permesso, in questi ambienti, si paga.

Mentre chiacchieriamo passeggiamo sotto il ponte: cerchiamo di raggiungere gruppi di migranti che non abbiamo ancora incontrato, per offrire la possibilità di parlare con un medico. Incontriamo così un altro ragazzo proveniente dall’Africa dell’Ovest, questa volta è francofono. Dice di avere male alla testa e al collo, come se quest’ultimo fosse sempre contratto… E poi si lamenta della tosse: non ce l’ha sempre ma ogni tanto ha degli attacchi che durano anche una settimana. Lia lo ausculta e nota un’infiammazione a livello polmonare: sospetta un caso di asma. Descrivo i sintomi al ragazzo e gli chiedo se ha già avuto delle diagnosi a riguardo: lui si riconosce nella descrizione e dice che, in effetti, ha già visto dei medici perché stava già male quando stava “au campo” [della croce rossa. NdA], solo che nessuno ha mai fatto altro che dargli del paracetamolo: non gli hanno mai fatto alcun esame. Lia gli mette nelle mani degli antidolorifici e il necessario per completare un ciclo di antibiotici: questi ultimi serviranno per contrastare l’infiammazione polmonare ma il consiglio è, ancora una volta, di andare a fare dei controlli approfonditi non appena arrivato a destinazione: dice che vuole andare Padova. Prima di andarcene Lia tiene a spiegare per bene la posologia degli antibiotici e ad assicurarsi che il ragazzo abbia capito.

Subito dopo, quello che ormai possiamo considerare il “nostro” traduttore, accompagna un altro gruppo di ragazzi: anche questa volta il paziente è uno solo. Questo, invece di presentare un problema, chiede direttamente una medicina contro i capogiri: Lia spiega che nel loro stock non hanno niente che faccia al caso suo. Il problema, in effetti, è che lo spazio limitato disponibile costringe a fare una selezione tra i farmaci da portare: così quelli per i disturbi meno comuni, come quello in questione, restano fuori. Il consiglio è di andare a domandare alla Caritas, ma la risposta del ragazzo è che ci va ogni giorno, senza ottenere altro che paracetamolo: gli altri annuiscono. Lia spiega che è necessario fare delle analisi per capire la natura del problema che potrebbe avere molte cause diverse: consiglia pertanto di andare a Bordighera, dove c’è un piccolo ospedale, o anche da un medico qualunque generalista. Gli sguardi dei ragazzi sono dubbiosi, Lia ricorda loro che in Italia hanno diritto a tutte le cure mediche necessarie indipendentemente dal loro status amministrativo: nessuno li arresterà, non bisogna aver paura.

Verso le ore 16 la manifestazione, finalmente, parte. Da via Tenda attraverserà il ponte sul Roja per fare il giro della città vecchia e chiudersi verso le 18h30 nel parco vicino al Municipio, dove sono previsti vari interventi. Sul carro che apre il corteo sventola, come una bandiera, una coperta termica e molti tra i partecipanti indossano uno scampolo dello stesso materiale, quasi come un segno di riconoscimento. Pochi sono gli abitanti di Ventimiglia che partecipano, molti quelli che guardano dal balcone: alcuni sorridono, lo sguardo di altri è meno solidale. Anche alcune delle associazioni attive in città hanno deciso di non integrare la manifestazione, in polemica con alcuni dei gruppi presenti che considerano troppi estremisti. Nonostante questo la partecipazione è imponente e varia. Accanto ad associazioni e collettivi sfila uno spezzone composto solo da africani: reggono uno striscione e danzano, mentre uno di loro con un megafono lancia slogan che vengono ripresi dai compagni. Riconosco alcuni dei ragazzi curati da Lia e Antonio. Ci sorridiamo: i loro occhi brillano.

Arrivati al parco ritrovo Lia e Antonio, che avevo perso di vista all’inizio del corteo. Stanno discutendo con un ragazzo che non sembra completamente lucido e che richiede una medicina specifica per lo stomaco. Dice che gli fa spesso male. Alla domanda se beve o fuma risponde di sì: viene dall’Asia e afferma, con una punta di spacconaggine quasi adolescenziale, che gli asiatici bevono molto… Lui, per esempio, non beve birra ma solo vodka fin da colazione. La diagnosi è evidente e l’efficacia della terapia farmacologica è legata, ovviamente, al controllo del consumo di alcool. Il ragazzo ride e prende la scatola di medicine che gli viene data da Antonio ma, guardandola, si accorge che il dosaggio sia inferiore a quello a cui è abituato: dice che queste non gli faranno nulla, non servono. Credo il ragazzo cercasse semplicemente un po’ di attenzione.

Intanto, mentre al microfono si susseguono gli interventi, il parco viene decorato con lunghi striscioni fatti di bandane fuxia annodate l’una all’altra: è un’iniziativa di “Non una di meno”, si vuole lasciare un segno tangibile del passaggio della manifestazione. Antonio, guardando le persone radunate intorno al carro, si augura che lo spirito di questa mobilitazione non si spenga alla fine di questa giornata, ma venga reinvestito nel quotidiano dei molti partecipanti: questo farà davvero la differenza! Non posso che essere d’accordo con lui.

Dopo gli interventi e i concerti, piano piano, i manifestanti abbandonano il parco. Saluto Lia e Antonio, loro resteranno ancora una notte per fare un altro giro visite domani. Io invece torno a Marsiglia.

Riparto da Ventimiglia verso le ore 23, sulla strada veloce che porta all’autostrada supero vari ragazzi che tornano verso il campo della croce rossa. La strada non è illuminata, né dispone di marciapiedi dato che è a scorrimento veloce, inoltre le banchine sono strette: il pericolo è reale ed è inaccettabile costringere le persone a una tale “roulette russa”; io stesso, nonostante la guida prudente per la coscienza del pericolo, rischio di investire una persona.

Sul tragitto di ritorno penso a quanto poco basterebbe per migliorare le condizioni igieniche e sanitarie delle persone bloccate a Ventimiglia: non abbiamo incontrato casi complicati o malattie esotiche… La maggior parte degli eventi patologici era legato alle condizioni di vita e per essere risolto non richiedeva che qualche accorgimento di buon senso, delle condizioni minime di igiene, medicine comunissime e poco costose e, al massimo, qualche esame di accertamento… Che scusa abbiamo dunque per non fare nulla? Per impedire l’accesso alle condizioni minime d’igiene e alle cure sanitarie di base?

Secondo la distorta dottrina umanitaria dell’amministrazione comunale l’accesso all’acqua potabile, al nutrimento, ai servizi igienici e alle cure mediche, … sarebbero dei “pulling factors” da sopprimere per scoraggiare i migranti a installarsi in città. Io credo che l’unico vero “pulling factor” che costringe queste persone a installarsi a Ventimiglia sia la chiusura della frontiera.

Quelli di cui parla il Sindaco Ioculano, invece, sono le condizioni minime per garantire la sopravvivenza delle persone in transito e scongiurare il rischio di epidemie. E le epidemie riguardano tutti, indipendentemente dallo status amministrativo.

Matteo Fano

Bucare il Confine

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il contributo di un compagno e ricercatore – Gabriele Proglio CES-Universidade de Coimbra – che in questo periodo si trova sul Confine di Ventimiglia. Un interessante aggiornamento e un’intensa riflessione sul costante esercizio alla ricerca di una prospettiva decolonizzata e anticolonialista.

Note, perché è da poco, pochissimo che sono sul confine. Queste sono solo note. Eppure, man mano che recupero i pezzi dell’archivio del movimento che ha bucato il confine di Ventimiglia/Menton, mi rendo conto della potenza di quello che è stato. Ma non è finita. O meglio, sì, lo è, quella stagione. Ma i frammenti sono ancora vivi. Ossia, tutte le persone che ho incontrato, finora, non hanno fatto un passo indietro. Fogli di via, provvedimenti di pericolosità sociale, denunce e fermi: ogni tipo di misura è stata adottata per rompere l’unità, per mandare in pezzi un’entità che varcava i e talvolta prescindeva dai confini ideologici delle tante soggettività coinvolte. Ma nessuno si è arreso, anzi, la resistenza continua. Adesso, e non solo a Ventimiglia. Anche in tutta la Liguria, con persone che arrivano da ogni parte della Penisola – da Torino a Roma. Ma facciamo, per il momento, un salto agli aggiornamenti, a cosa succede sul confine.

La scorsa settimana ho girato in lungo e in largo Ventimiglia. La stazione, l’infopoint, il parcheggio davanti al cimitero, le Gianchette, e poi, più di una volta sono stato alla frontiera ‘di mezzo’, quella da cui si può vedere, giù in basso, il vecchio confine di stato con l’istallazione di Pistoletto. Per la precisione è giovedì mattina, e sono da poco passate le 12. Salgo dai giardini Hambury, facendomi largo tra le curve con lo sguardo. Giù, in fondo, poco prima del primo blocco italiano, ci sono tre persone con valige alla mano. Stanno telefonando. Ancora una curva, e poi eccomi più vicino. Sono due uomini e una donna. Neri. Come ogni volta, metto in crisi il mio sguardo. Ho visto il nero e letto il luogo d’origine: Nigeria. Cerco di spostare l’attenzione dai loro corpi al mio vedere. È una visualità che, nonostante tutto, va ancora decostruita. È un processo senza fine che setaccia le immagini e i loro significati, che sposta il centro dal sapere all’ascoltare, dal vedere all’essere in contatto. Decentro la mia posizione e creo, continuamente, una narrazione che non afferma, costruendo corpi e luoghi – proprio come facevano i colonialisti e gli esploratori – ma che nasce dalle relazioni con le soggettività. Non è né mia, né dell’altro: è libera e reinventa il significato dei corpi, dei generi, dei colori. Sovverte le categorie e mescola talmente tanto le lingue da fare nascere nuovi lemmi: gemme con radici sul confine come stato-in-essere, ossia come costante, perenne, incessabile condizione di corpi fuori posto. Altrimenti ‘i migranti’ sarebbero ridotti a corpi sbagliati, diversi e inattesi; corpi spaventosi, pericolosi e nemici; corpi da compatire, da cacciare, da evitare; corpi del desiderio, dell’evasione, terreni di sfogo delle ansie bianche: questa è una parte delle genealogia razzista.

Sono curve, poche curve che creano un’onda che si riverbera in me. Rimetto in discussione la mia posizione, il mio privilegio, bianco; lo guido, in questo caso; è nel mio portafoglio, vicino a un paio di banconote da venti euro. Arrivo davanti al confine, e mi lascio alle spalle i tre. Vedo una macchina della polizia e, poco dietro, un pullman di Riviera Trasporti, la compagnia che, in pochi anni, ha risolto i conti in rosso… diventando il vettore principale della deportazione al Sud. Mi fermo dall’altra parte della strada, nello slargo. Faccio alcune foto. C’è molta polizia, e, poco più avanti, un mezzo dell’esercito con tre militari a bordo. Aspetto una decina di minuti. Davanti a me, fuori dagli uffici della polizia di frontiera, c’è movimento. Due digos si parlano animatamente. Uno di questi indica il pullman. Alzo gli occhi e vedo che è pieno. Stanno per partire, destinazione Bari. Sopra ci sono uomini e donne. Intanto, altre persone, bloccate nella notte, vengono indirizzate, da un terzo uomo, verso la scala che porta sul marciapiede. Torneranno a Ventimiglia, a piedi.

Accendo la macchina e faccio inversione. Torno indietro e, dopo qualche curva, mi trovo davanti ai tre che avevo lasciato prima. Chiedo se vogliono un passaggio. Felicissimi, mi dicono di sì. Salgono rapidamente. Joy, questo il nome della donna, mi racconta del suo viaggio per arrivare in Europa. È di Abuja, in Nigeria. “Sono andata via, senza sapere dove…” – si ferma, sospira, poi riprende “dove andare”. “Ma qui – mi spiega – oltre il mare dei bianchi, c’era la fortuna”. Le chiedo che percorso ha fatto e quanto ci ha messo. Fino in Niger in pullman e in auto. Poi, di là, non ci sono regole: ‘non ti puoi fidare di nessuno, solo del denaro’. Riprende il silenzio, e aggiunge ‘il denaro, però, non ti salva, ma non basta: servono le persone’. Mi spiega di come è arrivata in Libia, grazie ad altri amici nigeriani, con numerose telefonate. Gli altri due, ci ascoltano dietro e ogni tanto annuiscono. Joy parla molto bene inglese e mi pare determinata, vuole passare dall’altra parte. Siamo quasi all’infopoint, dove mi hanno chiesto di portarli. Mi chiedono il numero di telefono e poi parlano tra di loro. Ecco il parcheggio, mi fermo. Ci salutiamo e mi incammino verso il bar Hobbit, per salutare Delia.

Attraverso la città che è divisa per linee di colore. Non vi sono limitesfisici, come muri, ma vere e proprie zone che sono destinate ai bianchi o ai neri. Se dovessi usare una metafora, parlerei di una geografia a macchie di leopardo. Ci sono spazi solo per bianchi, spazi solo per neri e zone di contatto. In queste ultime, cerco sempre di fare attenzione a come avviene la mobilità. Tre sono gli elementi che credo primari: i non bianchi non si possono fermare nelle zone ‘condivise’ con i bianchi: possono solo essere di passaggio; le zone bianche sono visibili, le zone dei non bianchi sono celate allo sguardo, cioè eccedono la normalità del vivere la città. Bisogna, in sostanza, prendere sentieri, salire su gradini, invertire lo sguardo, abbassarsi o alzarsi. Se la conoscenza della città è fatta di memorie visuali, i luoghi dei non bianchi sono svelati da prospettive e orizzonti inusuali, che eccedono le forme di mobilità (a piedi, in bici, in auto). Infine, i luoghi dei non bianchi sono spazi liminali costruiti intorno ai rapporti personali e di gruppo, proprio come la città calviniana di Ersilia.

Sono quasi davanti all’Hobbit Bar. Joy mi chiama: “puoi tornare, vorremmo parlarti”. Le chiedo se è tutto apposto. Mi risponde che non ci sono problemi, ma che vuole avere informazioni. Prendo un caffè, al volo e faccio la strada a ritroso. Cinque minuti e sono da loro. Joy mi saluta nuovamente e mi chiede come andare dall’altra parte. Non so risponderle. Vorrei, ma non lo so. Mi dice che deve raggiungere la sorella di suo marito, a Marsiglia. “Potete aspettare e riprovare” aggiungo io. Lei dice che non sa, che forse prenderanno il treno per Milano e proveranno in un altro modo. Li saluto e mi incammino verso la macchina.

Accendo l’auto e rimango fisso a guardare loro che si allontanano. Penso che esistano più tracciati e che ogni percorso è costantemente ridefinito dalle memorie. E cosa sono le memorie se non reti di relazioni, di contatti, di emozioni e di pratiche dell’essere in diaspora. Sospesi in un luogo che è in costante ridefinizione, bisogna essere fluidi e parte di un movimento corale. Non si è solo individui, soggetti; anzi, come mi hanno detto in tanti, in questi mesi, si è, prima di tutto, parte di quello spostamento collettivo. Ragiono e trovo delle simmetrie con le mobilitazioni che sono nate dal 2015. Dobbiamo distruggere un mito: la Fortezza Europa non esiste. Già, non è una Fortezza, inespugnabile. Non è solamente un muro, che si può scalare o abbattere. Non è soltanto un mare, che si può attraversare. L’Europa dei confini è fatta di dispositivi di riconoscimento, di posizionamento e soggettivazione dei corpi, di inclusione differenziale o di espulsione. Per fare saltare questi dispositivi, non basta la forza. Non basta neppure la strategia. È necessario essere movimento, ossia costruire una rete capace di traghettare da un luogo a un altro le persone. Ed è proprio per questo che la repressione ha lavorato nel dividere, sezionare e scomporre l’unità nella differenza. Prima ha puntato sulla linea del colore, separando bianchi e neri. Poi ha segmentato ogni gruppo fino a ridurlo a unità, all’individuo isolato, solo, senza strumenti. Sistema, questo, che è proprio del capitalismo più avanzato e di riproduzione di cicli di sfruttamento. Ma il movimento, quello politico e quello delle persone, non si può arrestare. Ci sarà sempre un modo per passare oltre. È necessario spostare l’attenzione dall’immigrazione alla persona, dalla frontiera al dispositivo di confine. Come? Se questa è un’apologia a violare illegalmente i confini? Sì, lo è, senza dubbio e con forza. Perché i movimenti, di ogni tipo, eccedono la legge e reinventano la lingua, pensando la giustizia sociale con pratiche condivise.

A cura di Gabriele Proglio (CES-Universidade de Coimbra)

“Malati di confine”. Analisi di un anno di report medicali alla frontiera di Ventimiglia

Proponiamo un’analisi dei report redatti dai medici volontari che, da qualche anno, svolgono un’attività di cura e monitoraggio indipendente alla frontiera di Ventimiglia. Lo scopo è quello di individuare e mettere in prospettiva le problematiche sanitarie che si materializzano lungo il confine, cercando di risalire, quando possibile, alle cause politiche e istituzionali, più o meno dirette, che le determinano. La scelta di analizzare un “campione” di report che copra all’incirca un anno è motivata dalla volontà di avere uno sguardo il più possibile complessivo, tenendo conto dei mutamenti della situazione socio-politica e delle variazioni stagionali. Matteo Fano e Cecilia Paradiso sono dottorandi in antropologia all’ EHESS di Marsiglia.

Per prima cosa, vorremmo precisare che i nostri ambiti di ricerca non riguardano direttamente Ventimiglia, tuttavia si tratta di una situazione che conosciamo perché ne seguiamo gli sviluppi da qualche anno. Attraverso questo articolo, in particolare, vogliamo presentare le conseguenze sanitarie della chiusura della vicina frontiera con la Francia, al fine di mostrare l’insensatezza di tale misura che, non solo non risolve il problema della presenza di popolazioni migranti numerose e in condizioni di vita precarie, ma lo aggrava mettendo a rischio l’intera popolazione.
Svolgeremo tale compito attraverso lo sguardo di due medici italiani: Lia, ricercatrice in immunologia (che felicitiamo per il suo recente PhD), e Antonio, medico ospedaliero con 40 anni di esperienza. Entrambi erano impegnati in percorsi politici sull’accesso alle cure per le persone senza documenti già prima che, circa due anni orsono, cominciassero a recarsi a Ventimiglia regolarmente, una o più volte al mese, per curare i-le migranti in transito.

Quest’attività è resa ancora più importante e preziosa dal loro impegno politico: infatti l’esperienza diretta sul campo li ha portati a andare al di là delle semplici pratiche di cura, per portare uno sguardo critico della relazione tra le condizioni sanitarie riscontrate di volta in volta, le scelte politiche che le determinano e il loro ruolo di medici volontari. Tali analisi prendono la forma di report dettagliati che vengono redatti al termine di ognuna delle loro visite e poi diffusi su dei blog d’informazione e riflessione politica, come Parole sul Confine e Effimera.

In particolare, abbiamo deciso di concentrarci sui testi scritti tra novembre 2016 e dicembre 2017, per poter presentare qualche elemento di riflessione, rispetto all’evoluzione della situazione dall’estate 2015: a seguito, quindi, dell’implementazione dei regolamenti di Dublino. L’evento è significativo perché tale misura ha determinato la reintroduzione di controlli militarizzati alle frontiere interne dell’Unione Europea e il respingimento verso l’Italia di un numero sempre più elevato di migranti. Già solo nell’arco della prima settimana, a metà giugno 2015, centinaia di persone si sono ammassate a Ventimiglia: era l’inizio di una successione di eventi, dei quali stiamo ancora osservando gli sviluppi.

Ci sembra opportuno, in incipit, fornire un minimo quadro spaziale, rispetto ai vari campi e luoghi d’accoglienza approntati in città a partire dall’estate 2015:

Il campo della Croce Rossa: inizialmente situato in prossimità della stazione ferroviaria e poi spostato in una zona industriale a 3 chilometri dal centro. Circolano poche informazioni ufficiali su di esso, ma, grazie alle testimonianze dei-delle migranti, sappiamo che i posti disponibili nei container sono all’incirca 300, mentre il numero delle persone può variare tra 200 e 900: nei momenti di massima affluenza, indipendentemente dalla stagione, si ricorre a delle tende.

Tre campi informali, autogestiti da assemblee di migranti e solidali, succedutisi temporalmente, tra la fine dell’estate 2015 e la primavera 2016, e quindi sgomberati, uno dopo l’altro, dalla polizia italiana.

– Dei luoghi d’accoglienza gestiti dalla comunità cattolica, locale e non. In particolare, la chiesa di Sant’Antonio, lungo il fiume Roya, nella quale sono stati accolti famiglie, donne e minori, fino al luglio 2017, quando le autorità ne hanno imposto la chiusura, nell’intento di concentrare la totalità della popolazione migrante nel campo della Croce Rossa.

– Infine il campo informale e spontaneo, installato lungo il letto del Roya e a tutt’oggi abitato[1]. Questo si sviluppa principalmente nelle zone riparate dai ponti ferroviari e autostradali, ma si estende anche oltre, in quelle zone del letto del fiume, dove più fitta è la vegetazione. Si calcola che ci vivano in media 200 persone, anche se il calcolo non può che essere approssimativo.

Attorno ai vari campi, e in città, si concentra l’azione di vari attori:

– Gli operatori della Croce Rossa.

– I volontari delle associazioni cattoliche e della CARITAS.

– Il personale delle grandi ONG (Come MSF, INTERSOS, AMNESTY INTERNATIONAL e ANAFE) che, dal canto loro, non hanno investito fondi considerevoli in loco e hanno, fino ad ora, condotto principalmente un lavoro di documentazione e redazione di rapporti.

– Infine, attivisti e militanti solidali, locali e non, presenti in città fin dall’estate 2015. Questi, sebbene organizzati in più gruppi a seconda degli orientamenti politici, sono legati da una dinamica di collaborazione finalizzata al sostegno ai migranti. Tale sostegno, come in ogni contesto di lotta “no border”, si esprime sia attraverso rivendicazioni politiche, che attraverso pratiche di solidarietà diretta. Tale rete è stata duramente colpita dalla repressione poliziesca e giudiziaria che si è materializzata in obblighi a lasciare il territorio (fogli di via), in altri provvedimenti giudiziari, ma anche in pressioni e divieti di altro tipo (un esempio su tutti: l’ultimo punto d’informazione e distribuzione di beni di prima necessità dedicato ai-alle migranti è a rischio di sfratto, nonostante in possesso di un regolare contratto di locazione).

E’ proprio tra questi solidali che ritroviamo Lia e Antonio, i due medici che, come abbiamo accennato, da due anni intervengono a Ventimiglia, in quelle zone in cui le istituzioni latitano: inizialmente nei campi autogestiti poi, in seguito agli sgomberi, nella chiesa di Sant’Antonio e infine, quando anche questa è stata chiusa, lungo il letto del fiume.

Vogliamo ancora una volta ringraziarli per il loro lavoro instancabile di cura e di documentazione che ci ha permesso di individuare alcuni nodi attorno ai quali si strutturano delle questioni sanitarie specifiche, in cui fattori di natura differente (amministrativa, politica, sanitaria, personale) si rafforzano vicendevolmente, minando la salute (e la dignità umana) di quei migranti che restano restano bloccati, sospesi in uno spazio tra “due paesi”.

La prima constatazione ha a che vedere con le condizioni materiali di vita alla frontiera: dai report di Lia e Antonio emerge un contesto del quotidiano che si dimostra fonte di problematiche sanitarie, in sé e a causa dello stile di vita a cui conduce, con conseguenze sul piano fisico e psicologico.

Nel frattempo varie persone dall’aspetto quanto meno losco si avvicinano ai ragazzi per parlargli, uno si allontana con due di loro che stanno portando l’acqua. Ci accorgiamo che il tipo losco ha comprato una bottiglia di whiskey e sono già mezzi ubriachi quando arrivano al campo.

Proviamo a parlare con loro del fatto che molti soggetti pericolosi tenteranno di approfittarsi della loro situazione e che bere molto non li aiuterà di certo, il nostro quasi collega ci risponde: “Is this place, my brain is lost”.

«Is this place, my brain is lost 14 maggio 2016»

http://effimera.org/6344-2/

Si può citare, per prima cosa, l’insalubrità di tutti i luoghi di vita, compreso il campo della croce rossa. Questo, da quando la chiesa ha chiuso le sue porte, rimane l’unica struttura ufficiale ancora in funzione ma le condizioni di vita al suo interno non sembrano essere qualitativamente migliori rispetto a quelle lungo il fiume: vi si incontra la stessa promiscuità e, come afferma questo giovane, vi si sente lo stesso freddo:

Un ragazzo eritreo “ospite” del campo della Croce Rossa, con una ferita al piede, ci dice che, anche lì dorme in una tenda e quindi ha ugualmente molto freddo.

«Dicembre a Ventimiglia. Ovvero, il gelo 3 dicembre 2016»

http://effimera.org/dicembre-ventimiglia-ovvero-gelo-amelia-chiara-trombetta-antonio-g-curotto/

Inoltre, il campo è distante dalla città e raggiungibile solo attraverso una strada a scorrimento veloce, lungo la quale si sono già verificati incidenti mortali.

Ma ciò non basta a spiegare perché moltissime persone (anche con figli piccoli) si rifiutino di recarvisi, almeno altri due ordini di ragioni influiscono su questa scelta:

– innanzitutto la diffidenza nei confronti della Croce Rossa: una diffidenza che per alcuni rimonta ad esperienze, dirette o in dirette, vissute nei paesi di origine o in quelli di transito, principalmente in Africa;

– quindi, l’assoluta priorità del progetto migratorio, a cui è subordinata la valutazione dell’opportunità di ogni possibilità. In questo caso, ad esempio, l’obbligo di lasciare le proprie impronte per accedere al campo è vissuto come inaccettabile, poiché potenziale ostacolo alla possibilità di stabilirsi nella destinazione prescelta; ma anche la paura di essere arrestati e deportati verso il sud Italia ha il suo peso: il campo lungo il fiume serve, quindi, anche come una sorta di zona franca, dove è più difficile l’ingresso della polizia e più facile un’eventuale fuga):

Discutiamo con vari giovani sudanesi sulle condizioni del campo della croce rossa […] Ci dicono che molti operatori hanno con loro atteggiamenti offensivi e autoritari, li spingono, non gli consentono di stare all’aperto. Devono stare immobili in luoghi per loro adibiti. Il cibo sembra essere pessimo e spesso insufficiente per tutti gli ospiti. Un ragazzo sudanese che parla molto bene in italiano ci spiega che la situazione del campo non è buona, ma anche che i sudanesi hanno sfiducia nella croce rossa. Dice che nel suo paese ci sono stati campi della croce rossa e che, mentre fuori c’è la guerra e vengono usate armi chimiche, la Croce Rossa nega tutto questo.

«Malasanità internazionale 4-5-6 novembre 2016»

http://effimera.org/malasanita-internazionale/

D’altro canto, anche nel campo informale sul fiume le condizioni di salute dei migranti si degradano velocemente: a parte il rischio rappresentato da eventuali piene del fiume (un rischio molto concreto dal momento che ha già lasciato un morto sul terreno), Lia e Antonio testimoniano di condizioni di vita tali da aver ormai reso certe patologie “tipiche” di tale contesto. Ad esempio: l’insalubrità dei luoghi favorisce lo sviluppo e la diffusione d’infezioni dermatologiche e di parassiti.

I ragazzi che sono con lui hanno tutti delle forme di scabbia molto vecchie, dicono da mesi, alcuni con evidenti infezioni batteriche. Uno di loro ci dice in italiano che ha avuto un morso di topo all’orecchio mentre dormiva. […]. È gonfio e c’è del pus. Ha altre lesioni con pus sul corpo.

«Ventimiglia, dopo la piena del fiume 16/12/17»

https://parolesulconfine.com/ventimiglia-dopo-la-piena-del-fiume/report-ventimiglia-immigrazione-1/

Altri passaggi, invece, testimoniano dell’impossibilità di mantenere pulita una piaga o della sovraesposizione alle malattie dell’apparato respiratorio, dovuta al modo di vita all’aria aperta, senza ripari adeguati.

Un’analisi della situazione su una temporalità lunga permette di mettere in evidenza fino a che punto le scelte politiche e istituzionali abbiano contribuito al peggioramento delle condizioni di vita e della salute delle persone. Tali scelte, infatti, mirano ad ostacolare la permanenza delle persone, impedendogli di soddisfare quelli che si definisco bisogni primari, giustificandosi attraverso l’argomento “umanitario” dello scoraggiare potenziali nuovi arrivi.

Si tratta di una vera e propria strategia politica, teorizzata da alcuni attori istituzionali, come dimostrano le dichiarazioni del sindaco di Ventimiglia Ioculano (PD) in occasione di un incontro con gli operatori delle ONG, durante il quale l’acqua potabile, il cibo e le cure mediche sono stati definiti pulling factors, ovvero dei servizi la cui accessibilità incondizionata favorirebbe l’arrivo e la permanenza dei migranti su un territorio.

Facciamo qualche esempio concreto per illustrare le conseguenze materiali di una tale strategia:

– In primis, l’accesso all’acqua potabile, che è stato al centro di una vera e propria battaglia silenziosa. Tutto è cominciato quando Lia e Antonio hanno iniziato a spingersi nel campo sul greto del fiume e subito hanno constatato la diffusione di patologie gastro-intestinali. La chiave di lettura del fenomeno viene fornita da un giovane africano che, prima della partenza verso l’Europa, studiava medicina: in mancanza di una fonte di acqua potabile, i migranti lì accampati bevevano l’acqua del fiume. I due medici, allora, riescono a mobilitare una piccola rete di solidali e ad individuare, proprio a pochi metri dall’area più densamente popolata, un rubinetto collegato alla rete idrica comunale: tuttavia questo era stato manomesso, sottraendone la maniglia. I solidali reagiscono prontamente per sostituirla, ma dovranno ripetere l’operazione a più riprese perché tale maniglia sarà ogni volta asportata dagli abitanti o dagli agenti del comune.

– Un altro esempio è quello del cibo: insufficiente e di bassa qualità, tanto nell’accampamento informale, che in quello della croce rossa, e di cui il Comune, tramite ordinanze, ha interdetto la distribuzione nello spazio pubblico. È evidente che tale situazione non può che contribuire all’indebolimento ulteriore delle persone, già provate dal viaggio e dalle condizioni di vita.

– E infine, come dimostrato dal seguente estratto, persino le visite mediche finiscono per essere considerate dei “servizi” che incoraggiano la presenza dei migranti.

In questo caso, per alcuni giorni un ambulatorio esterno di fortuna è fornito da un gruppo di infermieri scozzesi che hanno costruito un’unità di strada per l’assistenza di base e che dopo Calais, Parigi e Ventimiglia, si recheranno a Como. Da segnalare in questo caso che ci riferiscono che la polizia ha perquisito la suddetta unità e li ha informati dell’esistenza di una fantomatica ordinanza del sindaco che vieterebbe qualsiasi contatto con i migranti, inoltre li avrebbero informati del fatto che in Italia non è possibile esercitare professioni sanitarie in strada.

«Malati di confine 11 e 12 Marzo 2017»

http://effimera.org/malati-confine-amelia-chiara-trombetta-antonio-curotto

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che Ventimiglia è solo una delle tappe di un viaggio che può durare qualche mese come vari anni e che possiamo considerare, nel suo insieme, come patogeno.

Vogliamo dire che, spesso, le patologie incontrate dai due medici hanno origine altrove, anche se è innegabile che qui si aggravino a causa della permanenza forzata in una situazione che ostacola anche le più semplici procedure di prevenzione, gestione e cura delle malattie.

Rimuoviamo un’agocannula in una persona con un edema evidente agli arti inferiori allontanatasi spontaneamente dall’ospedale. Gli chiariamo che quella scelta a nostro avviso è stata un errore, ma rimuoviamo comunque l’accesso venoso, poiché avrebbe costituito una pericolosa via d’infezione in una situazione come quella.

«Le torture affiorate 9 luglio 2017»

http://effimera.org/le-torture-affiorate-report-ventimiglia-del-9-luglio-lia-trombetta-cecilia-paradiso-antonio-curotto/

Allo stesso modo, i numerosi traumi riscontrati da Lia e Antonio sono per la maggior parte legati ad “incidenti” di viaggio avvenuti altrove. A questo proposito possiamo individuare tre diverse eziologie:v

Le violenze inflitte direttamente da qualcuno (ad esempio quelle legate ad episodi di tortura, subiti in Africa, come nell’esempio seguente, ma anche in Italia):

Vogliamo auscultargli il torace per capire se c’è qualche problema polmonare percepibile. Vediamo che la schiena è piena di cicatrici. Per capire di che si tratta ci facciamo fare la traduzione della sua storia al telefono da sua sorella maggiore, emigrata molti anni fa negli USA. È una storia molto istruttiva di mala-sanità internazionale. Inizia l’anno prima in Darfur (vedi introduzione del documento Who per lo stato del sistema sanitario in quell’area), quando A. arriva, per esasperazione, ad urlare contro il medico che seguiva sua madre per una malattia cronica. Dice che la sua famiglia non riusciva a pagare l’assistenza sanitaria ed erano disperati. Durante questa lite, il medico chiama la polizia, questa arriva e porta A. in carcere. Lì viene tenuto per due mesi, dove viene quotidianamente frustato e, a detta della sorella, “gli succede tutto ciò che c’è di male”. Non approfondiamo troppo anche perché la comunicazione è difficile. A. è preoccuato che rivelarci queste cose porterà a qualche problema per lui o per la sua famiglia. Viaggia con due bambini piccoli (che sono tra quelli che hanno raffreddore e febbre) e la moglie.

«Malasanità internazionale 4-5-6 novembre 2016»

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l’inadeguatezza delle condizioni di viaggio (Ad esempio, il fatto di camminare per lunghe distanze, indossando scarpe di una misura inferiore alla propria; o di intraprendere sentieri di montagna senza averne le competenze necessarie);

– E, infine, le risposte delle istituzioni (e pensiamo, in particolare, alla militarizzazione della frontiera che obbliga i migranti a cercare degli stratagemmi sempre nuovi e sempre più pericolosi per oltrepassarla, con il risultato che, dal 2015, una ventina di persone sono morte nel tentativo di raggiungere la Francia: alcuni investiti mentre camminavano sul bordo dell’autostrada; altri fulminati mentre erano nascosti nel locale tecnico dei treni; altri ancora caduti in montagna mentre percorrevano un sentiero).

Dalla lettura delle testimonianze dei due medici, una constatazione s’impone in modo evidente: Ventimiglia, proprio come Calais o Lampedusa, si configura come un “collo di bottiglia” dove qualsiasi fenomeno patologico, indipendentemente dalla sua natura, tende a aggravarsi. Inoltre, tutta questa situazione non ha conseguenze esclusivamente sul fisico delle persone, ma anche sul loro stato mentale: a tal proposito, alcune testimonianze mettono in evidenza la disperazione, l’apatia e il malessere in cui vivono i migranti a Ventimiglia. Una condizione che spinge alcuni ad annegare i pensieri nell’alcool.

Diversi, tra questi gruppi, hanno bottiglie di plastica tagliate a metà, che usano come bicchieri per bere del vino. Ne parlano con noi abbastanza tranquillamente, dicendo che è quel posto che li induce a bere.

«Ventimiglia libera 11 novembre 2017»

https://parolesulconfine.com/ventimiglia-libera/

Capiamo, allora, sempre meglio il sentimento di frustrazione che traspare da questi scritti: in un tale contesto, in cui gli interventi sanitari non sono né regolari, né coordinati tra gli attori, la messa in opera di vere e proprie strategie di cura è impossibile perché, come dichiarano i due medici, non c’è nessuno a cui affidare il lavoro svolto. Ne risulta una situazione caotica, in cui azioni diverse si giustappongono e sovrappongono una all’altra fino a diventare inutili, se non dannose e, a volte, persino caricaturali… Se solo non si avesse a che fare con la concreta sofferenza di altri esseri umani. A tal proposito, vogliamo citare la storia di un ragazzo sudanese di 30 anni:

Non parla inglese quindi con l’aiuto di un altro connazionale ci mostra l’avambraccio destro molto gonfio. Dice di essere stato sottoposto a una iniezione non meglio definita qualche giorno prima. È molto preoccupato. Gli chiediamo chi fosse stato e per quale motivo, ma non ci sono risposte. Si capisce dalla localizzazione e dal tipo di reazione che si tratta di una intradermoreazione alla tubercolina. Chiediamo quindi spiegazione ai volontari della caritas. Questi ci spiegano, in preda all’ansia, come qualche tempo prima presso un ospedale locale ad un uomo loro “ospite” fosse stata fatta diagnosi di tubercolosi. A seguito di ciò i volontari della caritas avevano chiesto l’intervento della ASL a scopo preventivo per ospiti e volontari presenti nella comunità. Dopo molte resistenze sembra che alcuni operatori della ASL si siano recati presso la parrocchia di S Antonio e abbiano fatto il test di intradermoreazione alla tubercolina solo a 12 uomini, senza ottenere il loro consenso informato, ovvero il tanto sbandierato atto obbligatorio per l’attuazione di qualsiasi procedura medica che coinvolga il corpo di noi “bianchi” e (almeno altrettanto grave), senza che la positività all’intradermoreazione fosse successivamente controllata. In altre parole, sono state sottoposte al test solo alcune delle persone esposte all’eventuale contagio, ma non è stata controllata successivamente la positività o negatività del test. Infatti questo è un test intradermico che evidenzia l’avvenuto contatto del sistema immunitario con il bacillo tubercolare (e non la presenza di malattia in atto) e la cui risposta va controllata da un clinico 48 e 72 h dopo l’intradermoreazione stessa. I controlli positivi devono essere sottoposti a RX torace (linee guida ministero della Salute). Tali controlli non sono mai stati effettuati. Diversi uomini il sabato mattina (48h dopo) presentavano positività all’intradermoreazione anche molto forte ed erano molto turbati da ciò che succedeva al loro avambraccio. Ugualmente turbati erano i volontari della Caritas a cui non è stato spiegato nulla.

«Malasanità internazionale 4-5-6 novembre 2016»

http://effimera.org/malasanita-internazionale/

Questo estratto dimostra come, proprio qui all’interno dell’Europa, il diritto alla salute perde, de facto, la sua universalità per diventare una conseguenza dello status amministrativo.

Le politiche trattate finora sono il risultato di un approccio estremamente miope al fenomeno migratorio contemporaneo, del quale si dà una lettura oltremodo semplificata.

Quest’ultimo è, infatti, considerato come un’urgenza contingente: un momento di crisi a cui bisogna portare risposte in grado di farci “resistere” fino al futuro ristabilimento della “situazione normale”, quella “di prima”, quando è chiaro ci troviamo di fronte ad un processo globale, destinato a cambiare il volto demografico di Ventimiglia e dell’Europa intera. Le conseguenze di tale fenomeno dipenderanno dalla nostra capacità di approntare strategie efficaci a livello strutturale. Tuttavia, l’attuazione di tali strategie diventa impossibile nel contesto attuale.

D’altra parte, è evidente che interventi come quelli miranti a scoraggiare l’arrivo e l’installazione dei migranti tramite la soppressione dei cosiddetti pulling factors siano destinati all’insuccesso: del resto, parliamo di persone che non hanno alternative per proseguire il loro viaggio. Un viaggio nel quale hanno investito troppo (denaro, sofferenza, aspettative, speranze) per tornare indietro… Il solo risultato di tali strategie è di rendere le condizioni di vita delle persone ancora più dolorose: nient’altro.

Ma c’è un ultimo aspetto che vorremmo sottolineare. A Ventimiglia, come altrove, la questione va ben al di là della preoccupazione umanitaria per la salute di questi “viaggiatori illegali”:

– Per prima cosa perché il rischio sanitario riguarda direttamente anche gli “europei”: infatti le condizioni di vita non igieniche e l’assenza di un’efficace sistema di cure non possono che favorire la diffusione di epidemie, i cui agenti patogeni, dal canto loro, non guardano né la nazionalità, né il visto sul passaporto.

– E, infine, perché in assenza di politiche sanitarie strutturali, gli episodi patologici finiscono per essere trattati tardivamente e/o, in mancanza di alternative, inviati al pronto soccorso. Questo non solo ha un costo più elevato per la comunità, ma determina anche la sovrasollecitazione del servizio, aumentando il tempo d’attesa degli altri pazienti.

Concludendo, vorremmo portare l’attenzione sui risultati delle ultime elezioni politiche a Ventimiglia. La Lega ha visto aumentare i propri consensi dal 6% del 2013 al 29%. E’ chiaro, e lo notiamo con estrema amarezza, che in questo clima di isteria generale, sapientemente fomentato per interessi elettorali, il populismo sta avendo la meglio sull’empatia umana e sul buon senso.

Ancora una volta ci chiediamo quale sia lo scopo di mantenere l’accoglienza ai-alle migranti in simili condizioni e invitiamo a riflettere sulle conseguenze politiche e sociali di tutto ciò.

Matteo Fano, Cecilia Paradiso

[1]Durante il lavoro di redazione del presente contributo, i media hanno riportato la notizia dello sgombero anche di questo campo, avvenuto il giorno 18 aprile. Ancora una volta, l’azione repressiva è stata ufficialmente giustificata come un obbligo umanitario, come un atto dovuto, a causa dell’insalubrità e della pericolosità del luogo. Il lavoro di ricerca che ha portato alla stesura del presente articolo, ci rende impossibile credere alla buona fede di tali dichiarazioni: ancora una volta si cerca di nascondere un’azione dettata da interessi politici di breve termine e dalle conseguenze potenzialmente disastrose, dietro un discorso che, alla luce dei fatti, è inconsistente e senza prospettiva alcuna.

Pensavamo all’Europa come un sogno, ora siamo qui: Europa…e non c’è niente

Ventimiglia, dopo l’ennesimo sgombero, 18 e 19 Maggio 2018

È la seconda volta nell’ultimo mese che ci rechiamo a Ventimiglia, dopo lo sgombero del campo informale sotto il ponte di Via Tenda.

All’arrivo in città, nelle strade principali, persiste inalterato il passaggio quasi continuo di giovani migranti a piccoli gruppi. Inoltre, balzano agli occhi i cellulari delle forze dell’ordine con la cospicua presenza di polizia/finanza/carabinieri che si alternano nei piazzali antistante la chiesa si San Antonio.

Parcheggio davanti al cimitero

Proseguendo il cammino raggiungiamo il parcheggio davanti all’entrata del cimitero.

Qui staziona il camper di kesha niya che fornisce su un tavolino acqua e the un po’ di cibo. Ci sono una decina di ragazzi, prevalentemente sudanesi. Parliamo con loro e visitiamo alcune persone: due sono affette da scabbia, forniamo e spieghiamo come effettuare il trattamento, indicando l’infopoint Eufemia come possibile luogo di approvvigionamento di vestiti e coperte. Arriva un ragazzo sudanese in bicicletta, che più volte ci ha aiutato nelle traduzioni. Ci informa che il giorno prima c’è stata una retata della polizia che ha riempito 3 pullman, quindi circa 140 persone trovate in giro per la città o sulla spiaggia o espulsi dalla Francia. I pullman avevano come destinazione l’hotspot di Crotone. A lui chiediamo come sono distribuite le persone in città. Come ci era stato già detto nell’ultima visita la prevalenza si era recata presso il centro della croce rossa che raccoglie circa 300 persone, comprese una decina di famiglie con bambini.

Spiaggia

Poiché sembra che altre persone dormano in spiaggia, andiamo li, ma questa volta non incontriamo nessuno, nonostante siano ben riconoscibili vari giacigli di fortuna utilizzati per la notte.

Nella visita precedente avevamo incontrato in spiaggia un folto gruppo di ragazzi curdi, con evidenti eritemi cutanei da irradiazione solare, per i quali avevamo aiutato a trovare il modo, non essendo in possesso di documenti e con l’ausilio degli attivisti di Eufemia, di poter ricevere soldi dalla famiglia.

Bar Hobbit

Pranziamo presso il Bar Hobbit di Delia. Con lei parliamo della situazione generale e del particolare stato di crisi del suo locale che tanto ha dato in termini di aiuti materiali e di calore umano alle persone in viaggio. Qui incontriamo un gruppo di attiviste amiche che stanno facendo riprese per un documentario sulla storia di Ventimiglia.

Parcheggio davanti al cimitero

Nel pomeriggio torniamo verso il piazzale antistante al cimitero. Ci accorgiamo con sconforto che il tormentato accesso di fortuna all’acqua potabile, messo in funzione con caparbietà da un amico solidale, è stato nuovamente interrotto.

La volta precedente avevamo percorso l’argine del fiume fino al ponte dell’autostrada senza incontrare alcuno. Questa volta ci sediamo al bordo del piazzale, con alcune persone. Visitiamo un ragazzo per un’estesa micosi alla pianta dei piedi, banale patologia, ma che in queste condizioni dove il poter camminare è fondamentale ed urgente diventa importante. Ricordiamo a tutti di non bere l’acqua del fiume e di informare costantemente i nuovi arrivi sulla necessità di recarsi agli accessi d’acqua potabile, anche se lontani. Assistiamo ad una piccola partita di calcio, a cui partecipa anche un ragazzo bianco. Al termine, ci racconta che è uno che vive a Sanremo, ha fatto una tesi per la laurea magistrale in sociologia presso l’Università di Napoli su interviste eseguite a Ventimiglia riguardo alle ragioni delle migrazioni dal continente africano, in particolare sulla situazione sudanese.

La storia di Musa

Un altro ragazzo, Musa, di 25 anni, ci indica un suo amico per un problema di salute. Iniziamo a parlare e ci racconta del suo “sogno” di studiare – dice di se stesso di essere “educated”. A suo parere se non si ha questa possibilità, non ci sono speranze. A 25 anni si sente già vecchio e sente come se il suo sogno gli stesse sfuggendo di mano.

Il Sudan

Sentendo che ha voglia di parlare, gli chiediamo come abbia deciso di partire. Racconta che in Sudan, le persone del suo villaggio vengono considerate molto forti, per questo la “milizia” le obbliga spesso a lavorare gratuitamente. Per lungo tempo infatti aveva lavorato per loro. Tagliava la legna che poi veniva usata per produrre carbone per la vendita a Khartoum. Dopo molti mesi era riuscito a fuggire e a rifugiarsi a casa di uno zio, che ritenendo che fosse in pericolo, gli aveva consigliato di fuggire in Egitto.

L’Egitto

In Egitto era riuscito a sopravvivere e anche a inviare dei soldi alla famiglia grazie a vari lavori, ma rimaneva il sogno in lui di andare all’Università. In Egitto tuttavia i costi erano eccessivi, avrebbe dovuto pagare circa 450 dollari, che per lui avrebbe significato lavorare una vita.

Decide dunque, benché consapevole del rischio, delle torture a scopo di estorsione nei campi in Libia, dei morti in mare, di affrontare il viaggio per raggiungere l’Europa.

La Libia

Poco dopo essere arrivato in Libia, gli viene proposto da un locale di lavorare per lui. Non conoscendo bene la situazione e avendo bisogno di soldi, accetta. Tuttavia, l’uomo si rivelerà una persona pericolosa e crudele. Ogni notte lo chiude a chiave in una piccola stanza e ogni mattina apre la porta per dargli dei lavori pesanti da fare, minacciandolo di morte e di lasciarlo senza cibo e senza acqua se Musa non farà ciò che lui gli ordina. Musa spiega che tutti in Libia hanno armi in casa. L’uomo ha una moglie e un figlio piccolo. La donna si mostra più umana e ogni volta che suo marito esce, porta a Musa del cibo e dell’acqua. Un giorno però il marito, accorgendosi di ciò, reagisce violentemente e lancia il cibo addosso alla moglie. Da quel giorno Musa rifiuta qualsiasi aiuto dalla donna, dicendole che non vuole che lei venga uccisa da suo marito, troverà da solo il modo di sopravvivere. Dopo due mesi e a seguito di uno studio approfondito dei tempi della vita del libico, riesce a portare un grosso ramo nella stanza e a usarlo per rompere la finestra.

Fugge in strada e riesce a raggiungere un campo informale di sudanesi. Questi gli spiegano che non può rimanere li, perché il suo carceriere potrebbe arrivare e potrebbe anche uccidere tutti. Lo portano in macchina in un altro campo, dove vivono altri sudanesi, da molto tempo. Dice che molti di questi vivono in Libia da più di 20 anni, ci sono anche persone anziane. Loro conoscono il territorio e possono consigliargli dove andare e per chi lavorare (dice: “chi paga e chi no”), chi sono le brave persone e chi è pericoloso.

Vive così alcuni mesi, ma purtroppo un giorno viene scoperto da gruppi paramilitari, che lo portano in un campo di prigionia. Starà lì altri mesi, sarà soggetto a torture e vedrà molte persone torturate. Soprattutto racconta della tortura con l’acqua bollente gettata sulla pelle nuda. A suo parere questa volta i carcerieri sono paramilitari, ma hanno accordi con i militari libici. Nel campo ci sono centinaia di uomini, donne e bambini. Dopo giorni e giorni di tortura, alcuni uomini (dice soprattutto nigeriani), impazziscono. I torturatori gli fanno bere e gli forniscono droghe, successivamente li prendono a lavorare per loro, convincendoli a perpetrare violenze su prigionieri inermi a scopo di estorcergli più denaro possibile. Ad un certo punto, improvvisamente, i prigionieri vengono portati al porto dai loro stessi carcerieri, e gli viene detto: “now, go to Italy”.

“Sogno” e realtà

Alla fine Musa dice soltanto: “pensavamo all’Europa come un sogno, ora siamo quì: Europa…e non c’è niente”. Nella sua vita ha visto tanti campi, anche con donne e bambini, in condizioni terribili. Ha sempre pensato che avrebbe dovuto fare qualcosa per loro, ma senza riuscire a capire cosa, o come.

Questa storia è troppo forte. Non ce la sentiamo di fare altre domande sul viaggio in mare, o su come sia arrivato a Ventimiglia.

Cerchiamo anche noi di appigliarci all’idea del sogno di studiare, anche perchè Musa chiede avidamente cosa sarebbe meglio fare: tentare ancora e ancora il passaggio in Francia? Chiedere i documenti in Italia? Quando potrà avere una casa, andare a scuola e imparare l’italiano, se chiede asilo in Italia?

Lia Trombetta
Antonio Curotto

#FREETHEMORIA35 – Aggiornamento da Lesbo

La foto di copertina rappresenta l’esterno dell’hotspot di Moria nell’isola di Lesbo, vero e proprio centro di detenzione per migranti. (FONTE: REUTERS/Alkis Konstantinid)
Riceviamo e pubblichiamo questa seconda testimonianza da parte di un solidale che da diversi mesi si trova come operatore legale in servizio volontario presso l’hotspot di Lesbo.
Il testo analizza con accuratezza la vicenda giudiziaria dei trentacinque rifugiati processati in seguito alla protesta messa in atto il 18 luglio 2017 nel campo di Moria (hotspot dell’isola di Lesbo) contro le condizioni di vita lesive dei diritti fondamentali a cui sono sottoposti i suoi abitanti.
Un iter giudiziario emblematico della costruzione della nuova condizione coloniale dentro la stessa Europa.
Come hanno messo in evidenza alcuni teorici del postcolonialismo analizzando in particolare il caso dell’India [1] la colonizzazione è un fenomeno in cui la violenza  e la sopraffazione bruta vanno sempre di pari passo con la costruzione di nuovi ordinamenti giuridici. Dallo stato di eccezione – contraddistinto dalla violenza come sospensione di ogni norma – alla ricostruzione di un ordinamento giuridico frutto e giustificazione di quella violenza e di quei rapporti di forza. Il colonialismo classico vide la prospettiva del “legislatore”  affiancata molto presto a quella del “conquistatore”, nella conoscenza così come nella governamentalità.
Tuttavia se nel colonialismo classico la produzione di una normalità coloniale, cioè di una legislazione in grado di riempire il vuoto creato dall’eccezionalità della violenza, è stata strettamente legata al rapporto di implicazione che sin dall’inizio aveva stretto la metropoli (quindi il cittadino occidentale) con le colonie (ossia con i sudditi coloniali) in quanto legati dall’appartenenza “ alla medesima storia collettiva”  c’è da chiedersi quanto il nostro mostruoso presente, di cui questa testimonianza racconta aspetti salienti, sia leggibile attraverso lo stesso nesso.
In un’Europa sempre più chiaramente postcoloniale riemerge la distinzione tra cittadino e suddito coloniale, cioè colui che non gode dello stato di diritto:  una distinzione  creata evidentemente in base ad un criterio razziale. Ma la razza diventa un dispositivo in grado di catturare figure molteplici, destinate con gradi diversi ad appartenere alla schiera dei nuovi colonizzati ai quali, con gradi diversi, vengono negati i diritti civili, sociali e politici. Ancora una volta il governo della migrazione appare come il laboratorio su cui viene sperimentata una nuova governamentalità coloniale. Da questo punto di vista non è affatto inutile ricordare il contenuto del decreto Minniti – Orlando, varato ormai un anno fa, nel quale le tre figure chiave individuate come nuovi sudditi coloniali erano i migranti, i poveri e “gli antagonisti”.
Molte altre riflessioni vengono in mente leggendo questa testimonianza, come per esempio il ruolo giocato dal limbo temporale (una vera e propria tortura psicologica)  a cui vengono costretti i migranti  nella governamentalità della migrazione. Anni persi ad aspettare la risposta dell’ottenimento di uno status grazie a cui essere riconosciuti come soggetti di diritto,  per essere, ad un certo punto, riportati forzatamente al punto di partenza. Il gioco dell’oca a cui sono sottoposti i migranti, deportati da Ventimiglia a Taranto con i bus della Riviera Trasporti, è una delle tante forme che assume questo confine temporale. Un confinamento temporale che , seppure con un’intensità diversa,viene sperimentato anche sui subalterni autoctoni attraverso la precarietà lavorativa e le forme di vita ad essa connessa.
La nuova dimensione coloniale che osserviamo costituirsi nei nostri mondi con il suo carico di violenza e di terrore ha motivo di essere chiamata “post-coloniale” se si è in grado di riconoscere in quel prefisso “post” non solo la sconfitta dei movimenti anticoloniali novecenteschi ma anche la traccia indelebile che essi hanno impresso nella nostra storia, rendendo il mondo davvero globale. La contraddizione oggi è portata al cuore stesso dell’Europa: ogni dispositivo violento di dominio, controllo e segregazione,  in realtà è una risposta alle lotte e alle pratiche di liberazione che partono da una presa di coscienza dell’eguaglianza da parte dei migranti che sfidano l’ipocrisia dell’universalismo occidentale mettendo a nudo il carico di violenza ad esso soggiacente. La migrazione può essere così scoperta non solo come laboratorio di teniche di dominio ma anche come fenomeno i cui soggetti spesso incarnano le vere avanguardie nella lotta contro la brutalità dello status quo.

g.b.

#FREETHEMORIA35

I 35 imputati del processo contro i Moria35 sono stati tutti rimessi in libertà, tuttavia con la sentenza è stato commesso, a parere di chi scrive, un grave errore giudiziario da parte del Tribunale a giuria mista di Chios, in Grecia, dove 32 dei 35 imputati sono stati dichiarati colpevoli di lesioni contro pubblico ufficiale.

Ricordiamo che i 35 imputati erano stati arrestati arbitrariamente e con metodi violenti nel campo di Moria a Lesvos il 18 luglio 2017 in seguito a quella che era partita come una protesta pacifica al di fuori dell’ufficio dell’EASO (l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo).

Il verdetto intrinsecamente pericoloso, raggiunto nonostante la totale mancanza di prove a sostegno delle accuse, arriva dopo un processo durato una settimana che ha continuamente violato i principi fondamentali del giusto processo, garantiti dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e mette seriamente in discussione l’imparzialità, sia dei giudici, sia del procuratore designato per il caso.

32 dei 35 imputati sono stati giudicati colpevoli di lesioni a pubblico ufficiale, ma assolti da tutte le altre accuse. I tre imputati, arrestati invece da un vigile del fuoco fuori dal campo Moria, sono stati ritenuti innocenti da tutte le accuse. La testimonianza contro di loro è stata screditata, ritenuta inconsistente, nonché priva di credibilità in quanto il vigile del fuoco, nel corso di una delle udienze, ha erroneamente identificato persone diverse dalle tre da lui arrestate. Nonostante ciò, nessuno dei testimoni dell’accusa è stato iscritto nel registro degli indagati per falso in atto pubblico, false dichiarazioni al pubblico ministero e falsa testimonianza.

Mentre le prove contro i rimanenti 32 imputati erano ugualmente inconsistenti, i tre giudici e i quattro giurati li hanno ritenuti all’unanimità colpevoli. Inoltre, la sentenza è stata raggiunta senza che il pubblico ministero dimostrasse che vi fossero gli elementi necessari per ritenere responsabili dei crimini gli imputati: vi era infatti solo prova di lesioni superficiali ad un agente di polizia, e non c’era alcuna prova credibile che identificasse nessuno dei 32 come aggressore di un agente di polizia.

I testimoni di polizia hanno infatti confermato che tutti e 32 gli imputati arrestati all’interno del campo di Moria erano colpevoli semplicemente perché presenti nella sezione africana del campo dopo che erano cessati gli scontri tra alcuni migranti e la polizia in assetto antisommossa. La conferma da parte della Corte che la colpevolezza può essere ritenuta esistente solo in base alla razza e alla evenutale presenza nei pressi del luogo dove si sono verificati i presunti crimini costituisce un precedente estremamente pericoloso per gli arresti che potrebbero derivare da future rivolte e/o proteste.

I testimoni della difesa inclusi diversi residenti di Mitilene e del Moria Camp hanno confermato che il campo di Moria non è mai stato evacuato, che la gente è entrata ed è uscita dal campo per tutto il pomeriggio attraverso le entrate posteriori e che nel campo la situazione era sotto controllo circa un’ora prima degli arresti.

Molti imputati hanno confermato la loro partecipazione alla protesta che chiedeva la libertà di circolazione da Lesvos alla Grecia continentale, la fine delle ingiuste procedure di asilo sull’isola e che denunciava le terrificanti condizioni in cui i richiedenti asilo sono costretti a vivere nel campo Moria.

Hanno spiegato, inoltre, che la polizia ha risposto violentemente alla protesta, disperdendo i manifestanti tramite un uso eccessivo di gas lacrimogeno. Altri hanno testimoniato di essere entrati nel campo di Moria dopo che la situazione era tornata alla calma, per poi ritrovarsi arrestati con metodi violenti durante il raid della polizia.

L’eccessiva violenza della polizia è stata confermata nel processo attraverso la documentazione medica delle lesioni subite dagli imputati, le prove video degli arresti e la testimonianza di diversi testimoni e imputati. Il pubblico ministero di Mitilene ha già aperto un’indagine contro agenti di polizia, non idenfiticati (al momento) per aver causato gravi danni fisici a 12 dei 35 imputati.

Il processo a Chios è stato caratterizzato da numerosi e gravi problemi procedurali, tra cui l’assenza di interpreti per la maggior parte del processo e per il tempo molto ristretto concesso a testimoni della difesa ed imputati di fornire la loro testimonianza e/o dichiarazione spontanea.

Una delegazione internazionale di osservatori legali è stata presente durante tutto il processo e pubblicherà un rapporto in merito all’equità del processo a tempo debito.

Sfida ogni logica il fatto che 32 su 35 imputati, nonostante le sconvolgenti riprese video[2]degli attacchi della polizia contro contro gli stessi, nonostante il fatto che i testimoni della polizia non siano stati in grado di identificare nessuno dei 35 in tribunale, siano stati riconosciuti colpevoli.

Questa sentenza arriva solo quattro giorni dopo gli arresti del 23 aprile 2018 e le accuse penali contro 122 persone – per lo più afghane – che avevano protestato pacificamente a Mitilene e che si sono viste brutalmente attaccate da un commando di fascisti prima di essere arrestate dalla polizia. Siamo estremamente preoccupati rispetto alla possibilità che la decisione della Corte di Chios possa incoraggiare ulteriormente lo Stato a continuare a criminalizzare tutte le persone che resistono alle politiche ostili del Governo.

La sentenza è stata impugnata dai 32, condannati a 26 mesi di reclusione con pena sospesa, dopo 9 mesi di ingiusta prigionia. Una pena, peraltro irragionevole poiché aumentata di 19 mesi rispetto ai 7 mesi proposti dal pubblico ministero in sede di rogatoria finale.

Ad ogni modo, i 32 condannati, avendo ottenuto la sospensione condizionale della pena, dopo nove mesi di ingiusta detenzione, sono stati finalmente liberati. Alcuni di loro, tuttavia, avendo ricevuto due decisioni negative rispetto alla loro richiesta di asilo politico in Grecia, rischiano, inverosimilmente, la deportazione in Turchia, in forza dell’accordo EU/TURCHIA.

Nello specifico, sette dei #Moria35 si trovano al momento iscritti nella lista delle persone per le quali è prevista la deportazione in Turchia e conseguentemente si trovano nel concreto pericolo di rimpatrio forzoso nel Paese di origine da dove erano fuggiti negli anni passati.

Con un processo ricco di violazioni procedurali, infatti, le loro domande di asilo sono state respinte. Quindi, dopo aver dovuto subire oltre un anno di trattamenti disumanizzanti nel campo di Moria, dopo essere stati vittime del barbaro attacco posto in essere dalla polizia – attacco seguito da nove mesi di ingiusta detenzione – ora 7 dei #Moria35 rischiano di essere spediti in una prigione turca, per poi essere probabilmente espulsi nei paesi di origine da cui erano fuggiti.

Peraltro, tutti potrebbero beneficiare della protezione umanitaria in Grecia come vittime o testimoni di gravi crimini. Inoltre, tre di loro hanno presentato diverse denunce contro la polizia per l’attacco, le violenze e l’arresto arbitrario subito, e al momento un’indagine risulta essere stata avviata dal pubblico ministero di Mytilene (Lesvos) contro la polizia, indagine per la quale tutti e sette sono testimoni importanti.

La loro evenutale deportazione non solo violerà i loro diritti ad un giusto processo, ma assicurerà l’impunità della polizia nelle proprie politiche di repressione violenta negli hotspot greci.

Seguiranno aggiornamenti.

Alfredo Curto – operatore legale volontario presso l’hotspot di Lesbo

[1] Guha R., Dominance without Egemony. History and Power in Colonial India, Harward University Press, 1997; per approfondire, Mezzadra, Rigo, Diritti d’Europa. Una prospettiva postcoloniale sul diritto coloniale in A. Mezzacane (a cura di), Oltremare. Diritto e istituzioni dal colonialismo all’età postcoloniale, Editoriale scientifica. 2006, Napoli.

[2] https://www.facebook.com/705411139643622/videos/870158543168880/

Da Ventimiglia a Clavière: la linea curva di un nuovo confine

 

Lungo la curva del nuovo confine : 18 aprile.

 

Il 18 aprile a Ventimiglia il campo informale che si trovava sotto il cavalcavia, nel letto del fiume Roya adiacente a Via Tenda, è stato sgomberato con le ruspe. Sono state portate via le tende, le piccole baracchette sorte da poco, tutti gli oggetti che costituivano l’arredamento di un accampamento da prima improvvisato poi, nel corso dei mesi, stabilizzatosi. In realtà fino a fine febbraio – quando alla situazione già molto dura vissuta dai migranti accampati si era aggiunta l’ondata di gelo siberiano – oltre ai materassi, qualche tenda e tanti oggetti sparsi, non si notava nessun altro segno di insediamento organizzato.[1]

Dalla metà di marzo, in poco più di un mese, col tepore del sole e l’allungarsi delle giornate, velocemente i ragazzi avevano cominciato ad attrezzarsi per sopravvivere un po’ meglio nell’attesa di passare la frontiera…

La paura che l’accampamento prendesse la forma di un campo più stabile, più abitabile e quindi in grado di consolidare relazioni e discorsi, l’avvicinarsi della stagione turistica e il timore del contemporaneo aumentare degli arrivi delle persone migranti, le elezioni comunali alle porte, tutti questi fattori insieme hanno creato il giusto mix in grado di far decretare lo sgombero radicale del campo da parte del Comune in accodo con la Prefettura di Imperia.

Sotto ponte prima dello sgombero

Ventimiglia: il sottoponte di Via Tenda dopo lo sgombero del campo informale

 

20 aprile – 22 aprile

Pochi giorni dopo lo sgombero del campo informale  a Ventimiglia , il 20 aprile per l’esattezza, lungo la stessa frontiera ma nel suo tratto alpino tra l’alta Val di Susa e la Val de la Clarée,  lì dove da qualche mese si è fatta evidente l’apertura di una nuova rotta migratoria e il contemporaneo dispiegarsi di un dispositivo di confine [2], si palesava il network neofascista di Génération Identitaire, noto per la campagna Defend Europe lanciata l’estate scorsa con la nave C-Star  mandata a presidiare le coste italiane contro l’arrivo di migranti attraverso la rotta libica. Un gruppetto di neofascisti ben attrezzati piantava reti di plastica al fondo del Colle della Scala, al confine tra Italia e Francia, dichiarando di mettersi al servizio dello Stato francese nella protezione dei confini nazionali.

Pochi giorni dopo, domenica 22 aprile, in risposta a questa provocazione carica di significato (i fascisti di G.I hanno continuato per giorni le loro scorribande tra il colle della Scala e il Monginevro a caccia di migranti) veniva lanciata un manifestazione antifascista e antirazzista, che vedeva la partecipazione di alcune centinaia di solidali europei che insieme alle persone migranti attraversavano il confine sfidando il dispositivo poliziesco a difesa della frontiera e le ronde neofasciste. In serata, la polizia francese arrestava sei compagni  con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e banda organizzata. Tre dei compagni sarebbero stati rilasciati quasi subito in quanto ritenuti estranei ai fatti; gli altri tre tratti in arresto a Marsiglia, sono stati scarcerati il 3 di maggio con obbligo di dimora in Francia fino al processo che si terrà il 31 maggio.

 

Confine italo-francese

29 aprile

Le notizie che arrivano da Ventimiglia dopo lo sgombero raccontano di persone sparpagliate lungo il corso del fiume Roya, fino alla spiaggia, di qualche presenza in più al Campo della Croce Rossa, di una “bolla” che sembra essere, se mai possibile, ancora più “bolla”, sospesa nel vuoto prodotto dalla violenza che si accumula fosca come le nubi di un temporale e che ogni tanto scroscia fragorosamente per lasciare dietro di sé il silenzio e  rivoli d’acqua che si infiltrano nel terreno.

Ci mettiamo in viaggio verso Clavière, paesino di poche anime nell’alta Val di Susa al confine con la Francia. Da Clavière in poco tempo si arriva al valico del Monginevro che permette di attraversare il confine ed arrivare alla città francese di Briançon. Qui, da poco più di un mese, è nato un presidio di solidarietà con le persone migranti, in uno spazio ricreativo della parrocchia, sotto la Chiesa: Chez Jésus l’hanno chiamato.

 

Clavière: arrivando a Chez Jesus

Arrivati in Val di Susa la temperatura cala bruscamente e all’improvviso ci troviamo circondati da un paesaggio completamente innevato. Incredibile  trovarsi il 30 aprile nel silenzio imbiancato di un paesino di montagna e di confine, dove la stagione sciistica è da poco finita, mentre poco più a sud, sull’altro pezzo di confine, qualcuno ha già cominciato a fare i primi bagni. Una sorpresa, poi, entrare in questo rifugio, che possiede qualcosa della mangiatoia ma dove il calore del bue e dell’asinello è garantito da tante donne e uomini di provenienze diverse che insieme sentono fortemente che queste montagne debbano essere un luogo di libertà e di lotta e non di confinamento, dove razzismo e repressione non debbano avere spazio.

 

Clavière: Chez Jesus

Incontriamo una giovane attivista e militante NO TAV, una compagna abitante della Valle, che da qualche giorno si trova presso Chez Jesus per dare una mano. Sorridente, accogliente, ascolta interessata il breve racconto della situazione a Ventimiglia di cui da queste parti, apprendiamo, non si sa molto… Ci  spiega di come la Valle si sia subito iniziata a mobilitare non appena il numero delle persone in viaggio ha cominciato ad aumentare anche su questo confine. Un aumento repentino, legato sicuramente alla situazione di controllo e repressione sempre peggiore tra Ventimiglia e Mentone. Riflettiamo insieme su come il tessuto politico e sociale della Val di Susa abbia permesso una risposta immediata e organizzata ma soprattutto costante: una risorsa enorme per contrastare la violenza razzista del nuovo dispositivo di confine. Inoltre la geografia dei luoghi qui sicuramente rende più difficile le operazioni di controllo e la militarizzazione del confine rispetto a un territorio come quello della zona costiera tra la Liguria e la Costa Azzurra. Tuttavia occorre essere consapevoli che la militarizzazione probabilmente arriverà anche qui: la compagna ci spiega di come, già da qualche mese,  la polizia italiana abbia iniziato a setacciare i treni che da Torino salgono in valle fino a Bardonecchia: modalità abbastanza simili a quelle viste lungo la tratta Genova – Ventimiglia, richiesta di documenti solamente alle persone di pelle scura che qualora ne siano sprovviste vengono fatte scendere dal treno. Stessa cosa sulle corriere che attraversano la Valle; frequente è l’intervento di polizia che effettua controlli su base razziale, più precisamente in base a parametri somatici che indichino la provenienza da Paesi extra-europei soggetti a colonizzazione e neocolonizzazione. La compagna ci racconta anche della presenza dei militanti di Génération Identitaire, di come stessero continuando a scorrazzare per le montagne lì sopra. Ci presenta un ragazzo che il giorno prima era stato fermato da appartenenti al gruppo neofascista, attrezzati di tutto punto, dotati addirittura di binocoli notturni. La testimonianza ci lascia sorprese: si tratta di fascisti che si dichiarano “non –violenti” e “non razzisti”, che affermano apertamente di voler aiutare la polizia a difendere i confini. In effetti braccano i ragazzi, li fermano e poi fanno una telefonata alla polizia che prontamente interviene. Piena collaborazione dunque tra polizia di Stato e militanti di estrema destra. Il ragazzo con cui parliamo ci racconta di averli allontanati e insultati e di come questi non abbiano fatto altro che attendere l’intervento della polizia. Qualche solidale intorno a noi sorride con disprezzo all’idea di questi personaggi tanto meschini a spasso per le montagne a caccia di uomini, bambini e donne che sfidano la morte per cercare una vita dignitosa.

Momento di silenzio.

Probabilmente, però, c’è poco da ridere. Si tratta di un network europeo con una strategia ben studiata. Da tempo i neo-fascisti hanno capito che per sfidare le elite neoliberiste europee sul terreno del potere, il sovranismo va collocato nella più ampia cornice europea. Nel mondo globale difficilmente si può ambire al ruolo di potenza imperialista senza costruire un blocco continentale. “L’Europa dei popoli” contro “l’Europa delle banche”. L’Europa bianca, cristiana e identitaria, federazione di Stati Nazione sovrani: questo il loro programma. La questione immigrazione in tutto questo diventa essenziale: il progetto prevede la schiavitù neocoloniale per gli immigrati tramite la quale garantire la redistribuzione della ricchezza da questi prodotta ai popoli bianchi e la diffusione dell’ideologia razzista usata come oppio in grado di sedare lo sviluppo di una coscienza di classe internazionalista.[4]

C’è poco da ridere, pensiamo, e molto da fare.

 

E’ ora di muoversi per raggiungere il presidio che si terrà a Bardonecchia in solidarietà di Eleonora, Théo e Bastien, i tre compagni arrestati dopo la manifestazione del 22 aprile. Mentre ci apprestiamo ad andare via scopriamo che ci sono due ragazzi sudanesi che  cercano un passaggio per raggiungere la stazione di Bardonecchia. Hanno provato nei giorni scorsi a passare il confine, ma sono  stati respinti dalla polizia francese. Vogliono andare a Ventimiglia. Vorremmo spiegargli come sia la situazione a Ventimiglia in questi giorni ma non parlano né italiano né inglese né francese, perciò li mettiamo in contatto con una nostra amica che conosce l’arabo. Veniamo così a sapere che sanno benissimo quale sia la situazione  a Ventimiglia perché è da lì che sono andati via il giorno dello sgombero. Non solo, entrambi hanno già passato una volta il confine italiano, nonostante gli siano state prese le impronte nel nostro Paese. Arrivati a destinazione nel Nord Europa dove risiede parte della loro famiglia, dopo alcuni mesi sono stati dublinati e rispediti in Italia. Così di nuovo costretti ad abbandonare affetti e sicurezza, per loro, il gioco mortale del confine ha ripreso forma. Li guardiamo uscire dal rifugio con un tozzo di pane e nutella in mano, circondati dalle montagne innevate. Li accompagna un coro di “buona fortuna, in bocca al lupo!” “ bonne chance, bon  courage!”. Un solidale di Briançon si asciuga gli occhi umidi con la manica della camicia a quadri da montanaro. E osserviamo questi giovanissimi uomini, con la faccia ancora da bambini sotto le occhiaie e il dolore,  ancora una volta siamo colpite bruscamente dalla consapevolezza di quanto sia  diverso il mondo a seconda del posto in cui sei nato e della postazione sociale che ti è toccata in sorte. Sentiamo un forte legame con loro e con gli altri compagni… e pensiamo a quanti addii ancora si dovranno dire, sperando che qui la storia possa prendere velocemente una piega diversa rispetto alla violenza che da tre anni ormai si abbatte su Ventimiglia.

 

 

Arrivati a Bardonecchia, di fronte alla stazione alla spicciolata arrivano un centinaio di compagni. In un attimo è allestito un gazebo, un impianto di amplificazione, cibo, bevande, materiale di informazione. Ci sono compagni da Torino, abitanti della Valle, tanti compagni e solidali francesi. Dal megafono viene ribadito un messaggio chiaro: “ Il 22 aprile su quelle montagne c’eravamo tutt*!” “Libertà di movimento per tutte e tutti!”

 

Ancora una volta in questa valle aleggia lo spirito partigiano. La lotta No Tav in questi anni ci ha mostrato un sentiero che non va abbandonato. I territori non sono di nessuno,  appartengono solo a chi li abita e chi li attraversa nel rispetto della vita, della natura e della storia che contengono, senza fini di lucro o di sfruttamento ma con a cuore la dignità e la  felicità di tutte e tutti. Ce ne andiamo con un nuovo sentiero da calpestare e un’indicazione preziosa, per la quale alcuni compagni, a cui va tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto, stanno pagando il prezzo.

[1]https://parolesulconfine.com/la-quiete-prima-della-tempesta-aspettando-lennesimo-sgombero-a-ventimiglia ;  

https://parolesulconfine.com/emergenza-freddo-o-ulteriore-passo-avanti-verso-il-nuovo-nazismo/

[2]  https://parolesulconfine.com/notizie-dalla-frontiera-tra-bradonecchia-e-briancon/; https://parolesulconfine.com/rotta-migratoria-tra-morte-e-liberta/

[4] https://parolesulconfine.com/isola-di-lesbo-attacco-fascista-a-richiedenti-asilo-politico/

 

 

a cura di g.b., C.J.Barbis

Attacco fascista a Richiedenti Asilo Politico – Isola di Lesbo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una testimonianza diretta su quanto avvenuto nell’isola di Lesbo tre giorni fa. L’azione  violenta di un gruppo organizzato fascista, legato ad Alba Dorata, contro i rifugiati in lotta, richiama immediatamente una lunga fila di episodi recenti: come l’azione di blocco della frontiera da parte del gruppo neofascista di Génération Identitaire sul Colle della Scala, la tentata strage di Macerata ad opera del fascio-leghista Traini, il pattugliamento delle coste italiane con la nave C-Star nell’ambito della campagna “Defend Europe” promossa dalla galassia di gruppi legati al format di Génération Identitaire durante la scorsa estate, le numerose manifestazioni organizzate  da diverse sigle politiche contro i centri di accoglienza per richiedenti asilo…

I gruppi promotori, appartenenti tutti alla galassia neofascista e con legami più o meno espliciti tra di loro, hanno evidentemente elaborato una strategia comune. Attaccare i migranti e le persone richiedenti asilo, direttamente e in maniera violenta, arrivando a  prevederne il ferimento e  l’uccisione.

Non sorprendentemente, nonostante la gravità e l’efferatezza degli episodi, questi gruppi vengono lasciati agire indisturbati dai governi europei. Di fatto vengono tollerati attacchi armati  contro civili – compresi i bambini – disarmati, senza protezione alcuna, in condizione di estrema debolezza e vulnerabilità.

Senza sorpresa, si diceva, perché questi gruppi vanno ad agire in situazioni dove, proprio per decisione dei governi europei, la violenza e il mancato rispetto dei diritti fondamentali sono già all’ordine del giorno.

A Lesbo, il campo Moria assomiglia più a un campo di detenzione che ad un centro di accoglienza (così come avviene in Italia per i CPSA e i CARA ), il confine italo-francese da Ventimiglia a Bardonecchia è già, quotidianamente, bloccato e setacciato su base razziale senza nessun bisogno delle sceneggiate fasciste; infine durante i fermi, i controlli, gli sgomberi le persone migranti sono già vittime di numerosi abusi da parte delle forze dell’ordine.

Anche a Ventimiglia, come abbiamo raccontato su questo blog, i fascisti di Casapound e Forza Nuova [1], hanno tentato qualche sortita. Non è da escludere che anche qui tenteranno ancora di sfruttare a fini propagandistici la situazione di forte tensione e di totale vulnerabilità vissuta dai migranti.

Certamente alcuni fatti vanno assunti come indicazioni: i gruppi fascisti non potrebbero agire se non trovassero una situazione estremamente favorevole per poterlo fare e non sarebbero certo lasciati fare se il loro agire fosse di segno politico opposto a quello di chi governa gli Stati europei. Le forze neo – fasciste con la loro ideologia  sovranista e  il loro razzismo violento portano avanti un’opzione neocoloniale non di segno opposto ma solo in competizione con quella ugualmente neocoloniale delle élite europee che governano l’Unione sulla base di un’ideologia tecnocratica e di un razzismo “biopolitico”.

Tuttavia, come i fatti di Lesbo dimostrano, e come la storia dei Balzi Rossi e dell’esperienza politica ventimigliese fino almeno al 2016 sta lì a ricordare, i migranti e le persone in viaggio non assumono solo il ruolo vittime di queste politiche, ma spesso incarnano soggetti politici capaci di produrre forme di resistenza e di conflittualità, in grado di spaventare e mettere in guardia il potere in maniera direttamente proporzionale alla violenza con la quale vengono represse. 


23 APRILE 2018, ISOLA DI LESBO, MITILENE, SAFFOUS SQUARE, ATTACCO FASCISTA AI DANNI DI RICHIEDENTI ASILO IN PROTESTA PACIFICA

Nella giornata di ieri, verso le 7 del pomeriggio, un gruppo di fascisti e nazionalisti greci, circa 200 unità, riconducibili senza dubbio alla tristemente nota organizzazione fascista greca, Alba Dorata, diversi dei quali giunti appositamente da Atene in giornata, attaccava un sit- in pacifico di richiedenti asilo, da giorni in protesta pacifica nella piazza principale della città di Mitilene, sull’isola di Lesbo, hotspot per richiedenti asilo.

I fatti:

Circa una settimana fa, un ragazzo di 27 anni, afghano e residente nel campo Moria perdeva la vita per negligenza delle autorità presenti nel campo, le quali trattavano il suo caso con superficialità, non consentendogli di ricevere le dovute cure e disponendo per il trasporto in ospedale quando era ormai troppo tardi.

In segno di protesta, da martedì 17 aprile circa 200 uomini, donne e bambini, prevalentemente di nazionalità afgana, portavano tende e coperte nella pizza principale della città di Mitilene, occupandola pacificamente fino a ieri sera.

Le loro rivendicazioni erano legate alle loro condizioni di vita nel tristemente noto campo Moria (campo principale sull’isola, dove al momento risiedono più di 6000 persone a fronte di una capienza di circa 3000), alle procedure per le richieste di asilo che richiedono anche anni per molti di loro (12 mesi in media) e alle condizioni igieniche, alimentari e di sicurezza generale del campo, totalmente al di sotto gli standard internazionali.

Ieri pomeriggio un gruppo organizzato di estrema destra composto da persone provenienti da Lesbo, Atene e altre isole arrivava in Sappho Square, diversi dei quali appartenenti a tifoserie organizzate di destra e membri di alba dorata, raggiungeva la piazza ove si trovava il sit- in di protesta, insultandone gli appartenenti e cercando in ogni modo lo scontro fisico per ottenere lo sgombero della piazza.

Il gruppo di aggressori iniziava, dopo un’ora circa di cori e urla ad avanzare verso il gruppo di richiedenti asilo, il quale, senza rispondere alle provocazioni, si posizionava in cerchio cercando di proteggere, formando una barriera, donne e bambini, seduti al centro della piazza.

La polizia, in assetto antisommossa, non interveniva in alcun modo, neppure quando il gruppo di fascisti iniziava un fitto lancio di bottiglie, pietre, fumogeni e bengala contro richiedenti asilo, antifascisti e volontari giunti in supporto.

Donne e bambini venivano protetti, pertanto, da coperte e scatole di cartone, mentre rimanevano al centro della piazza sedute, per scelta dei leader della comunità afgana, i quali non avevano intenzione né di reagire né di lasciare la piazza, protette dalla barriera umana formata dagli uomini del gruppo.

Anche dopo gli attacchi fatti con fumogeni e bengala, non vi era alcun tipo di risposta violenta da parte dei richiedenti asilo, i quali restavano fedeli al loro slogan “we want peace not violence”. Ai compagni e alle compagne giunti sul posto in aiuto veniva, inoltre, chiesto di non reagire alle azioni fasciste dagli stessi leader della protesta.

Successivamente, la tensione aumentava quando bottiglie di vetro iniziavano a volare e cassonetti dell’immonidizia venivano dati alle fiamme dal gruppo di estrema destra. Una molotov veniva lanciata all’indirizzo dei richiedenti, fortunatamente impattava contro uno dei furgoni della polizia, polizia complice dei fascisti, che continuava a non respingere i continui assalti fascisti ai danni di donne e bambini, mentre invece era sempre attenta a sparare lacrimogeni in direzione dei migranti e dei solidali intervenuti.

Molte persone restavano, purtroppo, ferite, e diverse di loro restavano intossicate dal fumo sprigionato dai lacrimogeni, inverosimilmente sparati dalla polizia locale ai danni del gruppo di inermi richiedenti asilo, quando avrebbero dovuto, invece, essere rivolti nei confronti del gruppo di estrema destra. Donne e bambini venivano a quel punto messi in sicurezza con l’aiuto numerosi volontari ed antifascisti locali, i quali sostenevano i richiedenti asilo fino alla fine della nottata. Una decina di persone venivano portate, inoltre, in ospedale in quanto ferite o intossicate.

Verso le ore 4 e 30 del mattino la polizia, utilizzando la scusa del voler proteggere la piazza, circondava il gruppo di richiedenti asilo e, dopo averli costretti in un spazio piuttosto ridotto, usando la forza, e un’ingente quantità di spray al peperoncino, sgomberava la piazza, sotto gli occhi compiaciuti dei militanti di estrema destra, portando i migranti uno per uno su diversi autobus, dei quali al momento non si conosce la destinazione.

A quanto risulta circa 35 appartenenti al gruppo di richiedenti asilo presenti nella piazza risultano essere stati posti in stato di fermo senza alcuna accusa formale.

Non si conosce la destinazione della restante parte del gruppo.

La polizia per l’ennesima volta confermava la propria vicinanza agli ambienti di alba dorata utilizzando ogni mezzo a propria disposizione per annichilire qualsiasi forma di protesta portata avanti dai richiedenti asilo, sempre più considerati come l’ultimo gradino della società.

Dopo gli arresti avvenuti nel campo moria lo scorso anno, la polizia greca continua imperterrita ad utilizzare la forza in maniera arbitraria solo ai danni di chi fa parte dell’ultimo gradino della società, fascisti e nazionalisti continuano in Grecia e in tutta Europa, con la protezione delle varie polizie, ad agire indisturbati, mentre compagni e compagne vengono duramente repressi nelle piazze e nei tribunali.

I volontari anonimi presenti sull’isola di Lesbo manifestano la loro solidarietà con i richiedenti asilo arrestati e condannano le azioni fasciste della polizia greca complice dei fascisti greci.

“Pagherete caro, pagherete tutto”.

A.C. volontario presso l’hot spot di Lesbo

[1] https://parolesulconfine.com/casapound-e-salvini-a-ventimiglia-sdoganano-fascisti-e-razzisti/

https://parolesulconfine.com/sullemergere-dei-comitati-cittadini-anti-migranti/

Grave ed Illegittimo Respingere Minori al Confine delle Alpi Marittime

A seguito dei dati raccolti durante le attività di monitoraggio svolte da associazioni e avvocati alla stazione di Menton Garavan e alla frontiera di Ponte San Luigi, due sentenze del Tribunale di Nizza prendono di mira le pratiche attuate dalla polizia francese per impedire l’ingresso dei migranti minorenni.

 

 

 

Riconosciuto grave ed illegittimo il respingimento di un Minorenne Eritreo al confine delle Alpi Marittime

Da quando, nel giugno del 2015, la Francia ha ripristinato i controlli alle frontiere, migliaia di persone, donne uomini adulti e bambini, si affidano a trafficanti tentando di passare il confine per continuare il loro percorso migratorio. La cronaca parla di corpi violentati, denudati, umiliati, carbonizzati, schiacciati da Tir e investiti da treni. Gli Stati – quando non sono degli incidenti a terminare tragicamente il viaggio, quando non è un confine, a molti invisibile, a impedire il migrare, quando non è una malattia a rendere impossibile il cammino – agiscono anche attraverso “leggi speciali” e “misure di emergenza” legittimandosi a divenire illegittimi. Continuando così a perpetuare la repressione della libertà di movimento.

Ma cosa accade quando un ragazzino eritreo, solo, di 12 anni, viene fatto scendere dalla polizia di frontiera alla stazione di Mentone Garavan, arrestato per ingresso irregolare, venendogli notificato il “refus d’entrée”, messo su un treno per Ventimiglia – condannato alla vulnerabilità giuridica oltre che materiale? Nulla sarebbe accaduto, come nulla è accaduto in questi tre anni di violazioni ai diritti dell’infanzia, se l’ANAFE – Associazione Nazionale per l’Assistenza degli Stranieri alle frontiere –  non avesse presentato con urgenza un ricorso al tribunale di Nizza e soprattutto se non lo avesse vinto.

La sentenza emessa dal Tribunale Amministrativo di Nizza contiene parole molto forti nei confronti delle autorità francesi: disposizioni di legge nazionali e internazionali ignorate, violazioni gravi del diritto europeo di asilo, illegittimo il respingimento del minore alla frontiera e gravi le interferenze alla libertà fondamentali dei diritti dei bambini.

Il giudice, nella valutazione del ricorso cita:

– la Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

– la Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia del 26 gennaio 1990;

– Regolamento (CE) n. 2016-399 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, relativo a un codice dell’Unione sulle norme che disciplinano i movimenti di persone oltre frontiera;

– il codice di ingresso e residenza degli stranieri e il diritto di asilo;

– il codice di giustizia amministrativa.

Dagli atti in possesso del giudice che ha emesso la sentenza si ricostruisce quanto sia accaduto il 12 gennaio 2018 quando il giovane eritreo, nato il 1 gennaio del 2006 – quindi dodicenne – viene condotto alle ore 13:40 al posto di polizia di frontiera di Mentone Saint-Louis a seguito di un “controllo” sul treno proveniente da Ventimiglia. Alle ore 14:10, cioè 20 minuti dopo, gli viene notificata la decisione di “refus d’entrée” in Francia e allontanato dal confine. L’ANAFE’ ha immediatamente presentato ricorso e la sentenza che ne consegue impone alle autorità francesi di ristabilire i diritti del minore, rilasciando un lasciapassare per l’ingresso in Francia, dove la sua posizione andrà valutata individualmente in presenza di un interprete qualificato e a un risarcimento di 1500 euro.

Tra le note conclusive si legge come l’ordine pubblico avrebbe commesso nell’esercizio dei suoi poteri, una violazione grave e manifestamente illegale. Ne consegue che la decisione di rifiutare l’ingresso in Francia fosse viziata da una manifesta illegittimità che ha pregiudicato e continuerà a pregiudicare seriamente l’interesse del giovane.

Il giovane eritreo ad oggi è “irreperibile” insieme ai 5mila minori non accompagnati che si stima siano transitati per il confine di Ventimiglia. I dati parlano di 25mila arrivi di minori in Italia nell’anno appena concluso. Molti di loro tentano di proseguire il viaggio, per raggiungere famigliari o paesi in cui ritengono di avere prospettive migliori, scontrandosi con frontiere che continuano a rimanere chiuse, da Ventimiglia al Brennero e con Stati che commettono, nell’esercizio dei propri poteri, gravi violazioni e manifeste illegitimità…. Tribunale di Nizza – Repubblica di Francia – IN NOME DEL POPOLO FRANCESE

Notizie dalla frontiera tra Bradonecchia e Briançon

Pubblichiamo l’ultimo comunicato di Briser les frontières e traduciamo l’introduzione che ne fa Marseille Infos Autonomes.
Negli ultimi tempi si è sentito parlare spesso della frontiera franco-italiana, tra Bardonecchia e Briançon. Si è sentito parlare del colle di Monginevro e di quello dell’Échelle: dovrebbe essere ormai chiaro che, nonostante la neve e le temperature proibitive, centinaia (forse migliaia?) di donne e uomini migranti continuano a tentare di passare la frontiera. Siamo ormai ampiamente al corrente degli incidenti -anche mortali-, delle mutilazioni causate dai congelamenti, della caccia al migrante messa in atto dalla polizia francese, dell’apparente indifferenza delle autorità italiane. Abbiamo saputo della persecuzione giudiziaria nei confronti di una guida che ha accompagnato all’ospedale, oltre il confine, una donna incinta, che avrebbe partorito di lì a poco. Abbiamo saputo anche del respingimento di un’altra donna, incinta e in gravi condizioni di salute, morta qualche giorno fa all’ospedale di Torino. Evidentemente non tutti traggono le medesime conclusioni dall’analisi di quel che sta succedendo nel cuore dell’Europa, a pochi passi dalle piste sciistiche alpine, a qualche metro dall Riviera, mentre i fatti smentiscono tutti i proclami sull’efficacia di soluzioni militaresche, di controlli, rastrellamenti e respingimenti. Soluzioni criminali che, evidentemente, non hanno altro risultato che aumentare la pericolosità delle rotte migratorie e confinare in condizioni disumane chi prova a raggiungere la propria meta. Chi continua a non capire o chi è disposto a fare propaganda sulla pelle di migliaia di esseri umani fa parte del problema: per questo, alla frontiera, un gruppo di abitanti ha deciso di occupare i locali di una chiesa, per ospitare e supportare le persone in viaggio. Nell’arco di pochi giorni, Chez Jésus ha già ospitato decine di persone.

Notizie dalla frontiera di Briançon, dove la situazione diventa sempre più complessa : un numero crescente di persone cerca di passare, mentre la repressione si intensifica.

I passaggi clandestini degli/delle esiliati/e diventano sempre più difficili al colle di Monginevro, nei pressi di Briançon: le/i migranti provenienti dall’Italia sono più numerose/i che quest’inverno, e non riescono a passare la frontiera francese in tempi brevi. Giovedi’ sera, undici di loro, tra i quali quattro donne e tre bambini, hanno passato la notte nella sala parrocchiale, nel seminterrato della chiesa di Clavières, a dodici chilometri dalla frontiera.

Sono state/i raggiunti da una quarantina di altre/i migranti venerdi’, e da una quindicina sabato, cosa che avrebbe potuto creare una situazione drammatica sotto il profilo umanitario. Una ventina di persone che vivono sui due lati della frontiera li/le sostengono, persone che non appartengono alle associazioni di aiuto ai/alle migranti che sono state spesso citate dai media, parlando di Briançon, a partire da dicembre. Una ventina di esiliati/e hanno deciso di passare in Francia a piedi, durante la giornata, autonomamente. Lo Stato italiano, che quest’inverno è restato piuttosto passivo, ha inviato, nel tardo pomeriggio, la polizia in antisommossa per controllare il passaggio.

da Marseille Info Autonomes: https://mars-infos.org/communique-du-squat-de-l-eglise-de-2934.shtml

Secondo comunicato di Chez Jésus

Da giovedì abbiamo occupato alcuni spazi pertinenti alla chiesa di Claviere.

Alla frontiera la situazione in queste ultime settimane si è complicata. Il flusso di persone che arriva al confine è sempre più forte e le pratiche di solidarietà diretta messe in atto in questi mesi non sono più sufficienti. Per questo sentiamo sempre di più la volontà di sollevare il vero problema, che è la frontiera, con forza maggiore.

Abbiamo occupato i locali sottostanti la chiesa anche perché si è resa sempre più evidente la necessità di avere tempi e spazi per organizzarci e parlare con le persone che a decine ormai ogni giorno cercano di attraversare questo confine.

Al tempo stesso questa occupazione non vuole invocare un intervento da parte delle istituzioni che potrebbero darci una risposta con la solita impalcatura dell’accoglienza dalla quale la maggior parte delle persone con cui ci stiamo confrontando fugge.

Preferiamo organizzarci in modo autogestito. Noi non vogliamo “gestire” delle persone; al contrario del sistema di accoglienza che conosciamo, che non fa altro che legittimare il dispositivo frontiera, vogliamo cercare complicità con chi si batte in prima persona per la propria libertà di movimento.

Invitiamo tutt* i/le solidali a raggiungerci per un pranzo condiviso.

Briser les frontières

Dall’altra parte della frontiera: i ferrovieri francesi in sciopero pronti a bloccare il paese

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un testo riguardante lo sciopero dei ferrovieri francesi in merito alla nuova riforma che vede l’avvio della privatizzazione della SNCF, compagnia ferroviaria francese.

Da diversi mesi, gli stessi ferrovieri che lavorano sulla tratta frontaliera tra Italia e Francia, ribadiscono con determinazione di essere stanchi di dover assistere, o peggio, di essere chiamati a prendere parte ai controlli giornalieri che le Forze dell’ordine francesi eseguono nei confronti dei migranti, ovvero di tutti coloro che hanno la pelle più scura. I ferrovieri stanno dalla parte di chi viaggia, si rifiutano di chiedere i documenti ai migranti e di continuare a collaborare con la polizia nelle invasive e pericolose dinamiche di controllo differenziale sul confine,  che squalifica e condanna le persone migranti in viaggio: questo non è il loro lavoro. Il loro lavoro è garantire un servizio di trasporto accessibile a tutte e tutti, sicuro, efficiente e rispettoso dei diritti dei viaggiatori come di quelli dei lavoratori.

Determinati a lottare contro l’erosione di questi diritti e contro una progressiva manovra di privatizzazione della rete dei trasporti francesi, i ferrovieri sono pronti a inaugurare un intenso periodo di scioperi e chiare rivendicazioni politiche.

Dall’altra parte della frontiera: i ferrovieri francesi in sciopero pronti a bloccare il paese

 

“L’interfederale dei sindacati CGT, SUD-rail e CFDT, prende atto che il governo non ha nessuna intenzione di aprire delle reali trattative e che non ha tenuto minimamente conto delle proposte e delle criticità espresse dalle organizzazioni sindacali in seguito alla presentazione del primo rapporto di riforma.
Dopo aver utilizzato tre volte il “passage en force”
[legge approvata tramite decreto, bypassando la discussione e la votazione in Parlamento, ndr], il governo si assume la responsabilità del malcontento e dello scontro.
I sindacati verificano un’adesione massiccia alla mobilitazione dei ferrovieri del 22 marzo, con una stima al ribasso di 25 000 manifestanti.
Per spirito di responsabilità, le organizzazioni sindacali prendono atto che, di fronte ad un governo autoritario, bisognerà essere in grado di mantenere una lotta dura su un periodo di lunga durata.
Per questo l’interfederale dei sindacati ha stabilito un calendario di scioperi prolungabili di due giorni, ogni 5 giorni, a partire dal 3 e 4 aprile 2018.
Una nuova riunione che si terrà il 21 marzo,definirà più precisamente la mobilitazione.

Comunicato unitario delle organizzazioni sindacali,16 marzo 2018

In Francia, i lavoratori delle ferrovie sono ai primi passi di una lotta che si preannuncia dura e senza sconti : in gioco c’è il futuro del servizio pubblico ferroviario francese, minacciato dalla riforma di SNCF che prevede la fine dell’applicazione dello Statuto dei lavoratori delle ferrovie per i nuovi assunti e un’apertura alla concorrenza che spianerebbe la strada verso la privatizzazione del servizio di trasporto passeggeri su rotaia.

Il 12 marzo la celebrazione degli 80 anni di SNCF è stata interrotta da un gruppo di lavoratori determinati e arrabbiati ,che hanno deciso di presentarsi senza invito al cocktail dei manager della compagnia, occupando il tetto dell’edificio e il salone dove si svolgeva la kermesse, per ribadire che gli cheminots (i ferrovieri d’oltralpe) non resteranno a guardare in silenzio governo e dirigenti sfasciare il servizio pubblico.

Gli annunciati tagli alle linee minori e a tante piccole stazioni sparse sul territorio nazionale sembrano accantonati (solo momentaneamente) dopo le proteste degli abitanti e degli amministratori locali delle zone rurali e in molti vedono in questa mossa un tentativo di divisione fra utenti e ferrovieri, cercando di presentare come invece urgenti e necessarie le modifiche ai contratti e alle condizioni di lavoro degli cheminots.
Nelle ultime settimane i lavoratori sono stati oggetto di una campagna mediatica squallida e diffamatoria circa i presunti privilegi di cui godrebbe la loro categoria.

I diritti dei lavoratori che svolgono le tante mansioni collegate al funzionamento della rete ferroviaria non possono essere definiti privilegi : le contropartite in termini salariali e previdenziali delle quali gli cheminots sono accusati di godere, sono i riconoscimenti percepiti per il lavoro usurante, i turni notturni e festivi, la responsabilità della sicurezza di milioni di passeggeri. Sono stati conquistati con le lotte, gli scioperi e il sangue di tanti lavoratori e lavoratrici, meriterebbero anzi di essere estesi ad altre categorie di salariati, che invece politici e giornalisti delle grandi testate cercano di aizzare contro i ferrovieri ancor prima che la loro lotta inizi.

In un braccio di ferro che dura da settimane, il governo si è detto pronto a poter resistere “ad un mese di sciopero”, mentre giornalisti come François de Closets hanno dichiarato che gli utenti delle ferrovie saranno “presi in ostaggio” dagli scioperanti.
L’adesione potrebbe sfiorare il 95% dei lavoratori.

Le intenzioni del governo sono di approvare la riforma prima dell’estate e per questo farà il ricorso al “passage en force”, il famigerato 49.3, il decreto legge approvato senza discussione in parlamento già usato da Valls per approvare la Loi Travail. La riforma che nel 2016 ha stravolto il diritto al lavoro incontrò una grande opposizione,con gli studenti alla testa di una lotta contagiosa e di lunga durata capace di coinvolgere però solo parte dei lavoratori del paese,senza arrivare ad un fronte unitario di tutte le parti della società come avvenne invece nel 1995.

sciopero ferrovieri sncf, 1995

E’ proprio lo spettro del 1995, anno in cui i ferrovieri si unirono agli studenti universitari in lotta contro i tagli del piano Juppè, trascinando tutte le categorie nello sciopero e arrivando a bloccare il paese in maniera vera e propria, a spingere ora il governo a creare divisioni tra lavoratori pubblici e privati, tra addetti al servizio e passeggeri.
Quello a cui puntano i sindacati è invece fare appello a tutti i lavoratori e le lavoratrici in difesa del servizio pubblico e del diritto al lavoro, sotto attacco già con i precedenti governi “socialisti”.
A redarre il rapporto su cui si basa la riforma è stato non a caso Cyrill Spinetta, ex AD di Air France e responsabile della crisi della compagnia di bandiera dopo l’apertura alla concorrenza privata i cui effetti nefasti sono già stati sperimentati sulla pelle dei lavoratori di Telecom France e EDF (gestori rispettivamente della rete telefonica e di quella elettrica).

Tutto in linea con i provvedimenti siglati nel 2015 da Macron, in veste di ministro dell’economia, un “uberizzazione” del mondo del lavoro che ha arricchito in primis le compagnie private low-cost di bus a scapito proprio del servizio pubblico ferroviario.

Adesso però,il governo dei padroni “smart” dovrà fare i conti con una categoria combattiva e realmente in grado di mettere in ginocchio le attività del paese.
Per continuare sulla strada delle liberalizzazioni è fondamentale per Eduarde Philippe mettere fine allo Statuto dei ferrovieri, che sancisce la “missione sociale” della categoria , quella di garantire un accesso sicuro al trasporto pubblico da parte di ogni utente tanto sulle linee più trafficate (e più redditizie per i profitti aziendali) quanto nelle zone rurali o periferiche. Missione che gli cheminots hanno dimostrato di saper svolgere con coraggio e determinazione anche di fronte a situazioni estreme,come la vergognosa caccia al migrante che si svolge sui treni, nelle stazioni e nei territori di frontiera.

In particolare diversi sindacalisti della CGT si sono fatti portavoce dell’indignazione di lavoratori e utenti del servizio di fronte agli effetti tragici della chiusura delle frontiere e della caccia all’uomo portata avanti dalla polizia italiana e da quella francese. I ferrovieri, con lettere alla dirigenza, manifestazioni, interviste e soprattutto tanti piccoli e grandi gesti di solidarietà, hanno preso posizione in favore di chi rischia la vita o la deportazione nel tentativo di attraversare il confine italo-francese.
(https://www.internazionale.it/notizie/louise-fessard/2017/01/23/ferrovieri-migranti-ventimiglia)

I dirigenti della CGT hanno denunciato che non è un caso che sempre più persone trovino la morte nei tentativi disperati di nascondersi o di evitare i controlli, che un dispositivo di rastrellamenti su base etnica è stato messo in piedi, che l’azienda SNCF si rende complice di tutto questo tra lo sdegno dei lavoratori, che hanno spesso subito minacce e ritorsioni da parte della polizia perché si erano rifiutati di collaborare o avevano osato protestare di fronte ai numerosi episodi di razzismo e disumanità verso uomini, donne o bambini.
SNCF, ignorando gli addetti ai lavori e la loro richiesta di porre fine ai rastrellamenti e ai respingimenti in frontiera per fermare gli incidenti mortali, si è limitata a esporre dei cartelli multi-lingue che dovrebbero servire a scoraggiare i migranti a viaggiare in condizioni di pericolo,come se la loro fosse una semplice scelta e non il tentativo disperato di persone perseguitate e braccate a causa del colore della loro pelle o della loro nazionalità.

A febbraio di quest’anno, lavoratori della linea di Bordeaux hanno denunciato le politiche razziste di SNCF che con una circolare chiedeva di identificare ogni gruppo di migranti in viaggio e di raccogliere generalità, età e informazioni su provenienza e destinazione. (http://www.infos-bordeaux.fr/2018/breves/bordeaux-la-cgt-cheminots-ne-veut-pas-controler-les-migrants-9770)

La direzione ha ritirato la circolare con tanto di scuse dopo che i dipendenti avevano paragonato la politica aziendale al collaborazionismo di Vichy con il regime Nazista.

Risale al 2015 invece la richiesta fatta dai ferrovieri e accolta da SNCF (oggetto di una polemica triste e strumentale da parte dei fascisti del Front National e non solo) di poter introdurre eccezionalmente e occasionalmente tratte ferroviarie al prezzo di 0 € per permettere ai controllori di far viaggiare in maniera regolare famiglie con bambini e altri soggetti a rischio,sfollati e in viaggio a causa delle disastrose politiche migratorie europee. (https://www.francetvinfo.fr/monde/europe/migrants/des-billets-gratuits-pour-les-migrants-la-sncf-explique-sa-politique-d-humanite_1126219.html)

I ferrovieri chiedono insomma di poter svolgere la loro missione, quella cioè di garantire il diritto ad un viaggio sicuro dalla partenza all’arrivo per chiunque si trovi in possesso di regolare titolo di viaggio e considerano un disonore la collaborazione con i respingimenti e le deportazioni di SNCF, rivendicando il sacrificio dei tanti appartenenti alla categoria nella resistenza al nazismo.

L’opposizione dei ferrovieri francesi alla caccia ai migranti è un importante esempio di dignità e umanità che rende esplicito uno degli obbiettivi che una lotta che punta alla vittoria deve porsi : coinvolgere ampi e diversi settori di persone che abitano e lavorano sul territorio.
Anche per questo la lunga battaglia che i sindacati stanno per intraprendere in difesa dello statuto della categoria e del servizio pubblico riguarda da vicino chi si dichiara nemico delle frontiere o semplicemente abita in prossimità del confine o viaggia oltralpe per motivi personali e lavorativi.

E’ una battaglia che per vincere ha bisogno dell’appoggio degli utenti del servizio e di tutta la società civile, le adesioni degli studenti e degli altri settori del servizio pubblico alla giornata di sciopero e alla manifestazione che si terrà a Parigi il 22 marzo sono un importante segnale in questo senso.
E’ nato inoltre un comitato di “utenti SNCF per lo sciopero illimitato” (su Facebook: Collectif des usagers de la SNCF pour la grève générale illimitée) per coinvolgere gli utenti in una lotta che potrebbe paralizzare il paese e che proprio per questo potrebbe contagiare tante altre categorie ed essere un’occasione per rivendicazioni comuni piuttosto che una guerra tra poveri tra chi sciopererà e chi si troverà impossibilitato a raggiungere il suo posto di lavoro.
La speranza di Macron di portare avanti indisturbato le sue politiche contro i lavoratori e le classi meno abbienti sembra vacillare.

Mentre gli intellettuali di sinistra si preparano a commemorare i 50 anni dal maggio ’68, un attualissimo conflitto sociale potrebbe oscurare la celebrazione fine a sé stessa di chi vorrebbe rendere vintage l’opposizione sociale per meglio reprimere le lotte presenti e le future.
La mobilitazione degli cheminots non potrà passare inosservata e, se riuscisse ad unire studenti e lavoratori già prima del grande corteo unitario internazionalista previsto per il primo maggio nella capitale, potrebbe davvero far deragliare la riforma presentata dai dirigenti della compagnia e dal governo.

Contributo di un lettore

(a cura di Cati, Owl)

Per ulteriori informazioni, vedi anche:

https://www.internazionale.it/notizie/louise-fessard/2017/01/23/ferrovieri-migranti-ventimiglia

parolesulconfine “Lotte al confine”

 

Rilanciare l’attenzione sulla violenza della frontiera: domenica 18 febbraio “Calpestiamo il Confine”

Pubblichiamo un’intervista al CAZ – Collettivo Alpino Zapatista di Genova – che insieme ad Ape – Associazione Proletari Escursionisti di Milano domenica 18 febbraio organizza una gita sociale attraverso i sentieri che collegano Ventimiglia a Mentone.
L’iniziativa “Calpestiamo il Confine” viene organizzata dopo un lungo periodo di assenza (per lo meno dal lato italiano) di iniziative pubbliche riguardanti la situazione nella zona di confine di Ventimiglia organizzate da solidali con le persone migranti.
Un silenzio dovuto principalmente alle grandi difficoltà di agibilità politica incontrate dai solidali e dagli attivisti antirazzisti in quel territorio. La repressione poliziesca di ogni manifestazione di dissenso verso le politiche di discriminazione e cattiva accoglienza, messa in atto dalle istituzioni italiane, ha reso particolarmente difficile l’organizzazione di momenti collettivi sia di denuncia che di solidarietà.[1]
Al contrario, negli ultimi mesi le istituzioni hanno tollerato e spesso incentivato l’organizzazione di manifestazioni xenofobe da parte di forze politiche  o comitati di cittadini razzisti.[2]
In questo scenario, la passeggiata sociale organizzata dai compagni del Caz e dell’Ape, come momento di riflessione collettiva, è un piccolo ma decisamente importante passo per ricominciare a contrastare, anche pubblicamente, la banalità del male che permea Ventimiglia e la sua frontiera.

Il 18 febbraio si terrà l’iniziativa “Calpestiamo il confine”, organizzata dal vostro gruppo, il Caz (Collettivo Alpino Zapatista) e da Ape (Associazione Proletari Escursionisti) Milano. Potete darci qualche informazione pratica sull’iniziativa?

 

Sarà una gita sociale, volta a sensibilizzare su quello che sta avvenendo nel territorio del confine ventimigliese.
L’appuntamento è a Genova alle 8 in Piazza Dante; a Milano alle 6,30 in via Confalonieri 3, di fronte a Piano Terra, oppure direttamente a Ventimiglia alle 10.20 davanti alla chiesa delle Gianchette, in via Tenda. Il sentiero è abbastanza semplice, adatto a tutte\i. Ricordiamo comunque di portare abbigliamento adeguato, acqua e pranzo al sacco.
Per qualunque informazione si può scrivere a caz.info@insiberia.net oppure milanoape@gmail.com oppure tramite l’evento fb o alla pagina Collettivo Alpino Zapatista.[3]

 

Non è la prima volta che il vostro collettivo organizza delle escursioni sulle montagne che segnano il confine italo-francese tra Ventimiglia e Mentone. Da cosa nasce il vostro interesse per questo territorio?

 

Questo confine (come gli altri) rappresenta una contraddizione enorme dentro la comunità Europea: permeabile ai bianchi ed alle merci, è invece assolutamente chiuso e respingente, spesso in maniera violenta, per le persone non bianche. Il risultato è che i migranti e le migranti provano a passare dai monti: spesso senza attrezzatura adatta, di notte per non farsi scoprire dalla polizia. Senza conoscere la strada da percorrere ogni sentiero diventa pericoloso, in particolare quello che è divenuto tristemente famoso come “sentiero della morte”, uno dei più utilizzati per comodità e vicinanza ai centri abitati. Ad oggi sono almeno 16 le morti accertate nel tentativo di passare il confine italo-francese a Ventimiglia, di queste molte sono avvenute proprio sul sentiero che proponiamo per la gita di domenica 18. Questa concezione delle Alpi come barriera riemerge ciclicamente nella storia. Per noi che viviamo la montagna come spazio di incontro e di libertà è una concezione odiosa, pericolosa ed errata. Pensiamo che ognuna\o abbia diritto a muoversi come meglio crede.

Gli abitanti della Val di Susa, attivisti e militanti No Tav, da un po’ di tempo si stanno confrontando con l’apertura di una nuova rotta migratoria che attraversando la loro valle porta in Francia scavallando il Col de l’Échelle. E’ da poco nato un collettivo, Briser les Frontière, che si propone di organizzare la solidarietà attiva alle persone migranti e che il 14 gennaio scorso ha organizzato una ciaspolata solidale per portare l’attenzione sulla violenza della frontiera. [4] Qualcuno di voi ha partecipato, volete raccontarci qualcosa di quell’iniziativa?

Foto della marcia del 14 gennaio organizzata al confine italo-francese tra la Val di Susa e la Val de la Clarée

Siamo salite\i un paio di volte in Val Susa oltre al 14 Gennaio. L’iniziativa è andata bene e la situazione in valle è per certi versi simile a quella che sta vivendo Ventimiglia anche se c’è una determinante differenza: i valichi sono più in alto, c’è la neve e questo rende le cose ancora più difficili e pericolose per chi vuole passare. Si affrontano condizioni davvero estreme con il rischio di perdersi, congelarsi o il pericolo delle valanghe. Le\gli attiviste\i e le \i solidali al di qua e al di la del confine si stanno organizzando dal basso, e la comunità di quelle valli sta dando una prova di umanità e resistenza notevole. I tentativi di attraversamento dei valichi sono decine quotidianamente. Lo Stato Francese risponde con ferocia braccando, cacciando, respingendo anche i minori e lasciando le persone respinte ai valichi alpini di notte e in situazioni di serio pericolo. Si sono registrati dei casi di congelamento con amputazione degli arti e delle morti di persone in fuga dalla polizia. Le istituzioni italiane non sono comunque da meno,  all’indifferenza e al controllo hanno aggiunto la politica della dissuasione: in diversi comuni le amministrazioni hanno ordinato di chiudere nelle ore notturne le sale d’aspetto delle stazioni, unico ricovero possibile per chi viaggia nell’inverno alpino.

 

L’amore per la montagna, l’alpinismo, l’escursionismo parlano di libertà, di connessione profonda e rispettosa dell’uomo con la natura, di recupero di un tempo diverso rispetto a quello alienato delle metropoli globali. Questa dimensione che voi coltivate con il vostro collettivo ha un legame con il fenomeno attuale della migrazione che interessa da vicino i luoghi che abitiamo? E se sì di che tipo?

 

Nel nostro modo di andare in montagna c’è un concetto di base che è fondamentale: si va tra pari, senza discriminazioni, nel rispetto e nella messa a valore delle differenze. La montagna è un luogo di incontro, scambio e arricchimento, una cerniera e non una barriera, un luogo dove non è assolutamente accettabile negare un aiuto a chi ne ha bisogno. In montagna si va rispettando tutto quello che ti circonda, persone e paesaggio, si va al passo del più lento, magari anche rinunciando al proprio personale interesse per il benessere del gruppo o del singolo e della singola in difficoltà. Questo concetto è chiaro a chiunque vada in montagna: se c’è bisogno devo aiutare, è umano. In questo pensiamo siano molte le connessioni con chi, persone in transito e non, oggi si trova ad agire una vera e propria resistenza contro la disumanizzazione sul confine di Ventimiglia.

 

Quali sono gli obiettivi dell’iniziativa del 18 gennaio?

 

Ciò che ci auguriamo in ogni nostra gita: ossia che gente diversa si possa incontrare sui sentieri, che camminando lentamente si chiacchieri meglio e si condivida quello che ognuna\o si porta nello zaino.
Quando siamo saliti per la prima volta sul “sentiero della morte” abbiamo vissuto una sensazione strana, molto profonda: resti di giacigli, scatolette di cibo, le scritte sui muri dei ruderi usati come bivacco aspettando la notte, spazzatura, una borsa proprio sul confine con un accendino, qualche sigaretta ed un messaggio. In quel giorno i fatti da telegiornale, i dati, le cifre, i flussi, i decreti sono diventati corpi, storie ed occhi lucidi. Si respira un’aria strana sui sentieri sopra Ventimiglia. Proveremo anche ad operare una raccolta dei materiali smarriti o abbandonati lungo il sentiero, in modo da radunarli in una mostra che possa, nei prossimi mesi, raccontare anche a valle quello che succede alle persone lassù.

Ci piacerebbe che tanta gente vivesse quell’esperienza, provare ad aprire gli occhi sul fatto che tra due cimiteri per migranti come il Mediterraneo e le Alpi c’è l’Italia.

 

Intervista al CAZ, a cura di g.b.

 

 


[1] Recentemente abbiamo pubblicato un’intervista ad una solidale incappata nelle maglie della repressione, nella quale viene descritto efficacemente il ruolo delle istituzioni nelle vicende politiche degli ultimi due anni e mezzo nella zona di confine di Ventimiglia: https://parolesulconfine.com/ioculano-e-rosella-repressione-e-solidarieta/

[2] Su questo abbiamo recentemente pubblicato un post: https://parolesulconfine.com/sullemergere-dei-comitati-cittadini-anti-migranti/

[3] https://www.facebook.com/events/147098019258000/

[4] Su questo blog abbiamo parlato di questa nuova rotta migratoria e dell’iniziativa del  collettivo Briser les frontières in questo post https://parolesulconfine.com/rotta-migratoria-tra-morte-e-liberta/

 

Riflessioni dagli arcipelaghi di confine

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo, inviato alla redazione assieme all’espressivo reportage fotografico che fa seguito al testo. La lettrice ci propone una riflessione sul concetto di confine, sui molteplici spazi che esso genera ed investe e, soprattutto, sulle dinamiche di potere e gerarchia che questo sistema alimenta tutto attorno a sè.  Si tratta di aspetti ormai arcinoti… oppure no?
Il regime confinario, nella sua profonda ingiustizia e nei meccanismi brutali che mette in atto, tende a sviare da se stesso l’attenzione, tende a diffondere strati di ovatta tra gli occhi e la coscienza, come raccontato dalla lettrice.
E infondo non vedere è più semplice e voltarsi altrove è meno doloroso. Ma lasciarsi accecare per la comodità e la quiete delle coscienze non è una giustificazione: distogliere lo guardo è diventare complici di ciò che non si vuol vedere.
Allora rimuovere questi strati, sollevare il velo, è solo un gesto di volontà. Un gesto che, oggi più che mai, diventa un dovere.

Riflessioni dagli arcipelaghi di confine

Questa volta sono arrivata a Ventimiglia da Trieste. Diretta autostradale dal confine Est a quello Ovest, dal Mare Adriatico al mar Tirreno, in mezzo solo terra. Ad Est i viaggiatori migranti provano ad entrare, ad Ovest provano ad uscire e scoprono di essere intrappolati.

Di volumi con tante definizioni di confine si potrebbero riempire scaffali e librerie. Forse ogni confine è diverso, o forse il confine è diverso a seconda di chi lo attraversa.
I confini sono disegnati con una linea, con un segmento per la precisione, con un inizio e una fine. In realtà sono più spesso delle fasce o addirittura delle geografie “a macchia”, arcipelaghi.

Chi non ha la faccia e il documento giusto per passare occupa gli spazi da cui non viene cacciato: solo quelli gli restano. Gli spazi invisibili e lo spazio del proprio corpo, ma il corpo, se non hai la pelle giusta, non puoi lavarlo, non puoi appoggiarlo su un letto per dormire, non puoi vestirlo o nutrirlo in modo indipendente. Del tuo corpo non disponi, non interamente.
Sei obbligato a chiedere: la tortura dell’incapacitazione, al confine, viene costantemente inferta. Al confine questa tortura ti ricorda che non sei più tu a disporre di te stesso e che devi accettare di essere assoggettato e  sottomesso; e se non cedi alla tortura, se queste “regole” non sembrano accettabili… sei solo un altro numero da mandare via. Espulso.

Il confine che io trovo a Ventimiglia è fatto di persone sballottate da una parte all’altra del mondo, che come palline rimbalzano contro una rete costruita e costituita da altri uomini.
Il confine che vedo a Ventimiglia è fatto di poteri e della loro sedimentazione. Poteri che si fermano, tra la terra che è chiamata Italia e quella che è chiamata Francia, come i sassi più grossi portati dal fiume Roja, che rimangono fermi ad ostruirne il corso quando la corrente diminuisce
I poteri che si sedimentano al confine impediscono ai piedi delle donne e degli uomini di camminare verso l’orizzonte che loro stessi hanno scelto, piuttosto che quello che altri gli vogliono imporre. Poteri che impediscono ai piedi di fare ciò per cui sono stati creati.

I segmenti del potere sono tanti: ci sono quelli degli stati che mascherano il loro fallimento dietro le “emergenze”; ci sono quelli dei poliziotti che quando indossano la divisa si dimenticano che sono persone come gli altri, dimenticano che respirano ossigeno e idrogeno anche loro; ci sono quelli dei passeur che creano nuovi confini nell’imparare a passare quelli precostituiti.
Ci sono i poteri inferti dalla possessione, o dal non possedere.

Il confine di Ventimiglia è fatto dalla stazione, dai sentieri, da ciò che rimane nella memoria del campo ai “Balzi Rossi”, dal cavalcavia lungo via Tenda, dal parcheggio accanto al LIDL, dalla spiaggia dove si possono raccogliere legni da bruciare per riscaldarsi. Il confine di Ventimiglia è fatto di donne e uomini, perché senza chi immagina quella linea e senza chi prova ad attraversarla esso semplicemente cesserebbe di esistere.

Potrei scrivere delle donne che arrivano sole, a volte incinte o con bambini, che in Libia hanno visto tanti morire e che nell’attraversare il Mediterraneo sono state quasi prese dalle acque… per poi essere pescate, come pesci all’amo, da una politica schizofrenica e bipolare, che prima si rende complice e causa della tragedia e poi si mette la maschera e il costume del paese “civilizzato”.

Potrei raccontare degli uomini che, mandati indietro dal confine alto di Mentone, si accovacciano disperati lungo la strada che riporta all’Italia; oppure dei condomini di Via Tenda che escono di casa guardinghi e infastiditi dalla presenza delle persone sotto al ponte; dei gendarmi che chiedono i documenti; dei bambini che sanno ridere, sempre.

Tutte queste sono facce di confine. Ognuna di queste, se lo vorrà, si racconterà: non sarò io a parlare in nome loro.

Io racconto che ogni volta che mi avvicino a quella linea, che in realtà è fatta a macchie, l’ovatta che avvolge i miei occhi e le mie orecchie va in fumo perché sbatto contro un sistema che si palesa nella sua finzione: che in nome della parola “protezione” lascia tanti nella disperazione, che in nome della parola “sicurezza” uccide, che in nome della parola “identità” mente.

Ogni volta che da questa linea mi allontano, piano piano l’ovatta ricresce come un rovo invasivo. L’ovatta, il rovo, è la vittoria di un sistema che acceca e che è nato, cresciuto e continua ad essere implementato per affinare tecniche di accecamento.

Ventimiglia è uno dei luoghi dove il sistema rischia di fallire perché la sua maschera crolla, e gli occhi potrebbero vedere…

Vedere è però un atto di volontà.

(immagini e testo di)

Daniela M.

 

Tra sgomberi, pulizia e ruspe: l’abitudine è la notizia

La notizia: Giovedì 18 e Venerdì 19 Gennaio, è stato eseguito un intervento straordinario di pulizia del lungofiume Roja e dei buchi sotto al ponte ferroviario (le feritoie che servono a far defluire le acque in caso di piena del fiume, così che non crollino i pilastri che reggono la ferrovia).

La storia è sempre la stessa, ormai, dall’inverno 2015/2016: le persone in viaggio si sono costruite nel tempo prima dei giacigli, poi delle piccole baracche isolate, ed attualmente una sorta di accampamento per la sopravvivenza. Con uno spazio per la lettura, uno per la preghiera, passeggini, giochi di società e un “punto barbiere”.
Lungo il fiume non ci sono soltanto le persone che tentano il primo giro di attraversamento della frontiera: molti uomini e molte donne sono al secondo, terzo, decimo tentativo. Altre ed altri, invece, avevano raggiunto da mesi il nord Europa, e adesso sono di nuovo qui perchè dublinati dagli altri paesi, sono stati rimandati al punto di partenza.1

Ci sono persone che hanno perso il posto in accoglienza, o che sono in attesa del ricorso per la richiesta d’asilo, o che hanno già ricevuto un diniego ma aspettano l’appello, o che non riescono a rinnovare il permesso. Ci sono anche quelle persone che hanno ricevuto il documento ma, non potendo trovare una casa e un lavoro in Italia, tentano fortuna altrove. Ci sono persone che, semplicemente, ormai stanno qui.2

A centinaia, nei mesi, si sono riparate tra i cartoni e i pilastri del cemento, riorganizzando le proprie vite lungo le sponde di un fiume inquinato, in una cittadina di frontiera divenuta ostile e pericolosa, a ridosso di un confine sempre più violento e blindato.

Ma passare, comunque, si passa. Si paga in molti modi diversi, con convinzioni e paure diverse, con vantaggi e privilegi diversi, con conseguenze diverse. A volte si muore. A volte si scappa.
Il più delle volte si torna indietro, e si ricomincia.3 4 5  6 7

Molte sono le vite che hanno abitato ed abitano tutt’ora l’alveo del fiume Roja, l’ultimo corso d’acqua del ponente ligure che scorre anche in Francia, che è divenuto così un protagonista mediatico delle vicende frontaliere legate all’”emergenza migranti”.
Vicende che però hanno origini precedenti rispetto alle “pulizie straordinarie” lungo al fiume.

All’inizio dell’inverno 2016, ritenutasi conclusa l’”emergenza” estiva, venne decisa la chiusura del centro di Croce Rossa Italiana che si trovava allora in Piazza Cesare Battisti, accanto alla stazione e quindi in pieno centro. L’allora ministro dell’Interno Alfano, in visita alla città di frontiera, il 7 maggio 2016, dichiarò che i migranti non sarebbero più arrivati e che il centro era ormai quasi vuoto.9 10 11 12 13 14 15

Solamente pochi mesi dopo si ordinava un’apertura d’urgenza del nuovo campo CRI, preparato in fretta e furia nella desolata periferia ventimigliese per dirottare fuori città l’arrivo ininterrotto di gente che cercava ristoro alla chiesa di Sant’Antonio delle Gianchette. Questa, dal giugno 2016, era divenuto infatti l’unico punto d’accoglienza disponibile.
Nel passaggio che intercorre tra la chiusura del piccolo centro CRI in stazione e il nuovo campo CRI in periferia, quindi nell’arco dell’inverno/primavera 2016, le persone in viaggio hanno subìto una progressiva messa al bando dagli spazi del centro cittadino.
Alfano aveva promesso che non ci sarebbero più stati migranti, e quindi si iniziarono a mandare le prime ruspe per fare repulisti dei ripari di fortuna che stavano sorgendo in stazione e alla foce del Roja, nelle fasce di sabbia dove il fiume raggiunge il mare.

Nella mattinata dell’11 maggio 2016, quando le ruspe arrivarono assieme ai vigili urbani, la maggior parte delle persone, preavvisate dall’affissione delle ordinanze e dal passaparola dei solidali, decisero di spostarsi più a monte lungo l’argine sinistro del fiume, andando ad occupare con coperte e bagagli lo spazio che risulta protetto dalle piogge sotto al ponte del cavalcavia.16 17

Per quasi tre mesi la gente in viaggio, supportata dalla solidarietà di attivisti, volontari, commercianti della via adiacente al fiume (Via Tenda), era riuscita qui a trovare un posto relativamente sicuro in cui prendersi il tempo per capire il passo successivo nel proprio percorso.
Tutt’intorno infuriavano le operazioni di rastrellamento delle forze dell’ordine, che pattugliavano la città dragando le strade e organizzando retate e inseguimenti nell’area della stazione, per catturare i clandestini. 18 19 20 21 22 23
Il governo del PD, il sindaco Ioculano, il ministo Alfano ed il capo della polizia Gabrielli, avevano promesso che i migranti sarebbero spariti dalle strade della città. Perciò per non perdere voti e faccia, nello stesso periodo delle ruspe lungo il mare e dello smantellamento del campo CRI in stazione, scattò quindi la pratica cittadina della caccia all’uomo nero.
L’obiettivo di questi interventi, che nei mesi hanno implicato anche l’uso di violenza e tortura (24 25 26 27), era catturare il numero giusto di migranti rispetto ai quotidiani posti disponibili per mandarli altrove, preferibilmente nel sud Italia, spostandoli con pullman della rete locale dei trasporti (e per tutto il 2016 anche con aerei e traghetti). Da allora non si è più smesso di farlo.28 29 30

La situazione di intolleranza rispetto alla presenza delle persone migranti in città portò al braccio di ferro tra sindaco e prefettura conclusosi, il 27 maggio 2016, dopo saltimbanchi politici e riti di convenienza, con la firma della prima ordinanza di pulizia e sgombero del lungo fiume Roja. 31 32 33 34 35

Le risposte che da allora si sono susseguite, dall’accoglienza momentanea in Caritas per un paio di giorni, ai mesi di ospitalità nelle sale parrocchiali della chiesa di Sant’Antonio, fino all’apertura del campo CRI nell’ex parco ferroviario di Trenitalia, non hanno mai convinto le persone a rinunciare alla propria volontà di decidere dove e come dormire, a che ora mangiare, a che ora andare a letto.36 37

La gente ha sempre preferito le sponde del fiume: un luogo difficile e malsano, in cui tuttavia è possibile costruirsi un microcosmo di autonomia, fatto di relazioni e di suggerimenti, di prassi da campo, condivisione e strategie della sopravvivenza, di servizi utili, anche se a pagamento. La gente ha preferito restare sul ciglio della strada perchè non è arrivata fino a qui per stare nei container recintati da inferriate e polizie.
Ma per organizzarsi e tentare, di notte e di giorno, di superare il confine.
Se la vita tra topi e scabbia non è confortevole, per moltissimi restano preferibili queste piaghe al  farsi toccare da mani coperte con i guanti di lattice di operatori CRI e forze dell’ordine. E al farsi identificare ancora e ancora e ancora. I giornalisti, da anni e fino agli ultimi servizi circa la pulizia del fiume in questione, continuano a scrivere che la gente non vuole lasciare le impronte.38

Ma la verità è che la quasi totalità delle persone che transitano in Italia sono già state identificate. Una due, mille volte. E che si sono semplicemente stancate di essere spostate e trattate e comandate come massa di corpi da gestire.
Non solo il campo istituzionale della CRI è sempre stato inadatto e comunque insufficiente a garantire minimi standard di dignità. Senza bisogno di ricordare la promiscuità tra gli spazi per le donne, le bambine e i bambini e quelli per gli uomini. Senza bisogno di ripetere che per raggiungere il campo si devono fare chilometri dove sfrecciano automobili.39 40

Con uno sguardo diverso dall’ottusità della retorica emergenziale e assistenzialista, appare davvero bizzarra la reazione continua di stupore e fastidio delle istituzioni nei confronti delle persone che decidono di vivere nella plastica lungo un fiume: queste persone, scegliendo il ponte del cavalcavia, scelgono di auto determinare i propri percorsi e le proprie esistenze in maniera indipendente.
Perchè devono andare avanti. Perchè creano reti di informazioni e di comunità, reincontrando gli amici e i parenti che hanno provato prima di loro a passare il confine. Perchè lì incontrano i lavoranti che ti fanno arrivare in Francia. Perchè lì possono vivere senza coprifuoco e senza l’umiliazione di sfilare continuamente sotto agli occhi di blindati e scanner per impronte digitali, che gli ricordano quotidianamente come qui siano considerati: criminali.

Nello scorrere dei mesi e  con il crescere di un’intolleranza razziale che mette radici sempre più profonde, sono arrivate altre ruspe, altre ordinanze d’urgenza, altri divieti di portare cibo alla gente. Le polizie hanno proceduto nell’identificazione dei solidali ma anche degli operatori delle associazioni, che, di volta in volta, portavano assistenza medica, compagnia, supporto legale, giacconi, sostegno, sacchi a pelo, un saluto.41 42 43 44 45 46

Dove all’inizio scattavano orrore e allarme, è subentrata l’assuefazione.


È diventato consueto vedere baracche ruspate e ascoltare ciclici proclami comunali a proposito di gran repulisti. Non molti mesi addietro le istituzioni avevano proposto persino di murare i buchi del ponte  per far sloggiare la gente, ma la verità è che le feritoie non possono essere chiuse (anche se negli ultimi giorni si vocifera circa una possibile installazione di grate mobili, removibili in caso di piena ) o il ponte rischia di crollare se il fiume si ingrossa. Così come la verità è che la gente, per quanto la si colpisca e la si umili, non rinuncia facilmente a decidere da sola cosa sia meglio per sé.

Le persone sono tornate e ritornate sotto al ponte. In una situazione certamente sconfortante dal punto di vista sanitario, che però è inevitabile vista la precarietà in cui sono obbligati a vivere quelli che da lì passano, e visto che ogni soluzione differente è stata annientata nel tempo.
Ci sono stati ripetuti passaggi tra le istituzioni e le varie ONG (arrivate sul territorio della frontiera ventimigliese a partire dall’estate 2016).
Le associazioni hanno proposto molte strutture alternative al campo ipermilitarizzato della Croce Rossa: hanno chiesto centri per minorenni e donne, hanno avanzato suggerimenti che la prefettura ha fatto cadere nel vuoto. Volontari e operatori, dalla chiesa agli scout, da medici a psicologi, hanno chiesto che la chiesa di Sant’Antonio delle Gianchette, una risposta informale e organizzata dalla spontaneità dei volontari per la tutela delle cosiddette categorie vulnerabili, venisse risparmiata dalla chiusura. 47 48 49 50 51 52

L’avanzamento della falce repressiva, che mette la gente in viaggio in situazioni di volta in volta sempre più estreme, provanti, mortificanti, sta spingendo migliaia di donne e uomini, migliaia di storie e possibilità, nell’angolo della ghettizzazione.
Un processo concreto (lo spostamento di tutta l’”emergenza migranti” verso aree sempre più esterne della città) e simbolico (il linguaggio ed i toni con i quali si parla di uomini e donne che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente: clandestini, profughi, gli invisibili 53), che rende molto più facile dimenticarsi di avere a che fare con esseri umani.
E rende facile metabolizzare la sospensione dell’apertura a Ventimiglia di venti posti in accoglienza per bambini, a seguito di un corteo di pancia della parte intollerante della cittadinanza, quella convinta dalla campagna della paura e dall’odio razziale.

Gli umori della città si sono fatti via via sempre più ostili e sembra ormai lontano il tempo in cui Ioculano si faceva scrupoli nel dover mettere in atto provvedimenti di sgombero, perchè “viviamo difficoltà che non riguardano la mia pelle: tra uno o due giorni non mandano via me, mandiamo via questa gente”. 54 Nel maggio del 2016 il sindaco ci tenne a ricordare che l’ordinanza di sgombero era dovuta e che era una questione che riguardava la questura ma che era dispiaciuto per la grave situazione umanitaria in cui versavano le persone. Oggi, questo stesso sindaco, vorrebbe istituire dei presidi militari fissi lungo il fiume Roja, mentre si invoca un aumento delle risorse armate dell’operazione “strade sicure”.

Mentre i mesi passano e il confine si fa sempre più potente e opprimente, tutto diventa ordinario e ci si abitua a “soluzioni” mano a mano più odiose.
Che soluzioni non saranno mai, finché restano presidiati i valichi di frontiera e negata la libertà di circolazione delle persone. Finché si vuole decidere per loro, e non assieme.
Si ordina senza tregua a volontari e operatori delle associazioni di andare a dire alla gente di levarsi dalle sponde del Roja per mille motivi: perchè ci sono gli attivisti, perchè ci sono le piogge, perchè c’è troppo caldo, perchè ci sono le malattie, perchè fa troppo freddo…e così via a seconda delle stagioni. Un tentativo ininterrotto di escludere queste persone dalla visuale dell’elettorato, per spostarle nella periferia della città e delle coscienze.
Nessuno si preoccupa di domandare alle persone che scelgono quegli spazi perchè stiano lì, perchè preferiscano l’acqua gelata del Roja all’acqua gelata delle docce al campo.

All’ultimo consiglio dell’amministrazione comunale, il 21 novembre 2017, si è stabilito di far diventare regolamento di polizia urbana il divieto di dare il cibo in strada, che fin’ora era stato in vigore solo come ordinanza sindacale: una misura per sua natura emergenziale e quindi transitoria (letteralmente: “contingibile ed urgente”).
Come risposta al consesso comunale la macchina si mette in moto: Martedì 16 Gennaio viene firmata l’ennesima ordinanza di pulizia del fiume. ordinanza sgombero16-01-2018 Controversa nei contenuti perchè preannunciava le pulizie dei fornici del ponte (i tunnel nei pilastri ferroviari), ma parlava anche degli accampamenti lungo il fiume.55 56 57 58

Il clima è teso nelle ultime settimane: anche se il natale e la fine dell’anno appena passata hanno distratto i manifestanti più xenofobi dai proclami “alla Salvini” (59 60 61), Ioculano e il PD non si scordano che le elezioni del 4 marzo si stanno avvicinando.
Il sindaco passeggia lungo via Tenda, visita il centro della Croce Rossa, sentenzia contro attivisti e volontari, invoca presidi militari nel mezzo della città. E manda le ruspe.

Giovedì 18 mattina, la giornata prevista per l’inizio delle pulizie, un numero importante di giornalisti è arrivato sotto al ponte, aspettandosi uno sgombero mediaticamente succulento sul quale costruire uno scoop che “tirasse” l’audience. Tra reporter, associazioni, polizia, volontari, solidali e operatori ecologici, lo spettacolo ha avuto inizio circondato da ruspe, autovetture con lampeggianti, container per i rifiuti: alle otto del mattino, non mancava nessuno. Soprattutto, erano ben vigili tutte le donne e gli uomini che vivono nella tendopoli, tesi nell’ansia di capire se le fantomatiche “pulizie” sarebbero rimaste tali o se invece era in arrivo uno smantellamento di tutti i rifugi.

Nonostante la folta schiera dei media si aspettasse probabilmente di rimediare lo scoop di un altro tentativo di attraversamento di massa della frontiera (62 63 64 65), la verità che hanno potuto raccogliere è quella dello squallore e della violenza del confine, inferta ogni giorno a questo territorio e a chi lo attraversa senza il documento giusto.
Non è successo nulla, insomma. Nulla che non stia succedendo da mesi.
I giornalisti erano quasi delusi e dopo un paio d’ore di riprese di ruspate se ne sono andati. L’unica cosa effettivamente sgomberata sono stati i buchi in cui vivevano alcune persone che al mattino sono state fatte allontanare: hanno recuperato zaini e fagotti e se ne sono scese inveendo contro chi stava arrivando a demolire i ripari e a gettare via oggetti e materassi. Ruspare beni di conforto e ristoro insomma. Per favorire la sicurezza e il decoro.

Per il resto, lo schieramento di operatori e mezzi della Docks Lanterna ha recuperato spazzature e rimasugli di bagagli delle persone che son transitate lungo l’argine sinistro del fiume.
L’obiettivo nell’indurre un peggioramento del disagio e dell’incertezza è scoraggiare le persone dal continuare ad accamparsi lungo il cavalcavia.
Venerdì mattina, con i tunnel del ponte ormai evacuati, la pulizia è proseguita nell’indifferenza, ormai spento l’interesse mediatico e passato l’ennesimo al lupo al lupo della “questione migranti”.
Di tutto il calderone che si era sollevato nei giorni precedenti alle pulizie/sgombero, sono usciti un paio di servizi nemmeno del tutto precisi, giovedì dopo pranzo, e tutto è rientrato nella routine frontaliera.

Forse arriveranno operazioni più mirate e invasive di smantellamento della tendopoli. Sicuramente ci saranno altre ruspe, per queste persone, altri balletti di giornalisti e polizia, altre ordinanze urgenti… che stavolta si sono pure dimenticati di affiggere, nonostante sia obbligatorio: la faccenda della ruspa quadrimestrale è ormai diventata ordinaria amministrazione.
Sono state spese un mucchio di parole e di pubblici gesti per quella che alla fine è una non notizia: la notizia che la città sta scivolando nell’assuefazione alle proprie inadempienze ad alla propria intolleranza. La notizia che la gente che vive per strada si arrangia tra scatoloni e lattine vuote.
Le coscienze si rilassano e l’indignazione si spegne.
Niente che valga la pena di essere scritto e raccontato insomma: un trafiletto sui locali circa le “pulizie”, e si volta la pagina.

I giornalisti si sono dimenticati di raccontare che, nel frattempo, mentre l’attenzione era chiamata dal protagonista ponte, in frontiera l’ennesimo pullman per le deportazioni verso Taranto veniva caricato con i soliti respingimenti di persone dalla Francia.
Un cinquantenne bengalese con richiesta d’asilo a Parigi era stato catturato il giorno prima sul treno nel nord della Francia e spedito agli uffici di frontiera italiani dopo una notte nelle celle francesi.
I militari in italiano intimavano ai ragazzi rimandati indietro dalla polizia francese di mostrare un documento: “documento…. documento!!!… IL DOCUEMENTOOOO!”.
Ma loro non lo capiscono l’italiano. Nemmeno se si urla o si parla facendo smorfie esplicative.
Il bengalese poteva tornare legalmente in Francia, ma non sapeva in che direzione doveva dirigersi e a chi e con che lingua domandarlo, perchè i carabinieri che lo stavano guardando non capivano l’inglese. Poco dopo, un ragazzo ha avuto una crisi epilettica ed è andato lungo disteso mentre lo caricavano sul pullman. La stanchezza…la paura… chissà…

Quindi: la troupe RAI stava sotto al ponte sperando nel pezzaccio sullo sgombero straziante; le deportazioni sono proseguite; la Caritas si è organizzata per far arrivare il cibo alle persone sotto al ponte troppo preoccupate per allontanarsi dalle loro cose e dai loro bagagli; i ventimigliesi del quartiere hanno regolarmente portato i propri cagnetti a defecare in mezzo alle tende delle persone, passeggiando come ogni giorno con indifferenza tra ruspe, volanti, telecamere, rifiuti.
Una realtà quotidiana che sta diventando banale.

La notizia, per una volta, potrebbe essere un campanaccio d’allarme per il fatto che tra allarmismi, emergenze umanitarie, appelli contro le violazioni dei diritti, richiami alla morale ed alla “legge”, conte e statistiche sul numero dei “migranti” (i passati, i morti, i respinti, i ritornati, i deportati), stia diventando banale persino il dover ricorrere continuamente al concetto di Banalità del Male per provare a spiegare la situazione (66).
La notizia potrebbe essere che non c’è niente che faccia più notizia.
Che materassi caricati sulle ruspe passino indenni sulla coscienza collettiva e che, meno di tre giorni prima dello sgombero sbandierato come notiziona, un’altra persona era stata trovata carbonizzata sul tetto di un treno, e la cosa, due giorni dopo, era già diventata stantia.
La notizia potrebbe essere che nessuno sa più nemmeno dire con precisione quanti siano gli uomini e le donne morte a causa del confine.
Non solo perchè si dimenticano le conte, le statistiche e i numeri, ma anche perchè non si sa con certezza quanta gente sia davvero caduta nei monti. Sono stati tutti trovati e soccorsi? Le autorità ci raccontano quanti corpi raccolgono nei dirupi? I giornali ci informano sulle sorti di coloro che cadendo e scappando dalla polizia e dai cani riportano gambe e braccia spezzate, che rimangono disabili o menomati? La notizia è quanto questo NON sia considerato interessante.

La notizia è che di giornalisti e associazioni, il giorno seguente, non ci fosse più nemmeno l’ombra: lo spazio terroso tra la strada e il fiume era deserto. Solo le tende e le ruspe, le persone in viaggio e le pattuglie. Non un volontario, non un giornalista.
Non un testimone della Storia che diventa routine di apartheid.
Forse nemmeno perchè in malafede, ma perchè, ancora più grave, gli strilloni dell’emergenza e della straordinarietà stanno diventando il ronzio dell’abitudine.

Owl

Lotte al confine

In questo post proponiamo la traduzione di un’articolo uscito sul giornale francese online L’Autre Quotidien [1] dopo la manifestazione per l’apertura delle frontiere e la libertà di transito per i migranti tenutasi a Mentone il 16 dicembre scorso.

La giornalista ha realizzato un reportage di quelli ormai sempre più rari sulla stampa nostrana [2] , intervistando molte  e molti dei partecipanti al corteo e riuscendo in questo modo a dare voce ad una fetta dell’attivismo politico che continua a indirizzare i suoi sforzi contro i nuovi dispositivi di confinamento che si rafforzano all’interno dell’Unione Europea. Il reportage è arricchito con una serie di considerazioni morali e politiche che rendono esplicito il posizionamento di chi scrive: non ci sembra che questo interferisca sul valore giornalistico del pezzo in questione e in generale dei lavori che condividono questa impostazione.

E’ interessante notare che lo stesso giorno – il 16 dicembre 2017 – in cui si è tenuta la manifestazione da Mentone verso la frontiera franco-italiana, a Roma si svolgeva il corteo dei migranti intitolato “Diritti senza confini” che tra le parole d’ordine, come prima,  aveva: “ libertà di circolazione e di residenza per tutti”.

Le 15000 persone scese in piazza a Roma erano dunque legate da una forte affinità politica con i più di mille manifestanti di Mentone. Attraversare le strade, occuparle fisicamente con quei corpi “migranti” divenuti simbolo delle nuove pratiche di internamento, confinamento e apartheid volute dalle forze neoliberali europee, ha sicuramente oggi un forte significato simbolico.

D’altra parte va riscontrato il pressoché unanime disinteresse mostrato dalla stampa istituzionale italiana per questi eventi. Pochissimi articoli dedicati a queste manifestazioni, per lo più qualche riga sulla cronaca locale e altrettanto scarni e veloci servizi sui telegiornali.

Certamente dietro il piano simbolico dei cortei, esiste quello reale: una realtà fatta di resistenze quotidiane che permettono a molte delle persone migranti di abitare e lottare nei territori in cui decidono di fermarsi e di partecipare a momenti pubblici di rivendicazione. Tuttavia oggi le resistenze sembrano ben lontane da riuscire a trasformarsi in lotte in grado di fronteggiare la violenza razzista sempre più pervasiva e inumana esercitata dai governi europei, così come le manifestazioni pubbliche sembrano lasciare il tempo che trovano, riscuotendo ben poco ascolto all’interno dei Palazzi dove vengono prese le decisioni politiche.

Foto della Manifestazione Diritti senza Confini

 

Il 2017 ci lascia con immagini di oppressione e violenza difficilmente dimenticabili: come lo sgombero dell’occupazione dei richiedenti asilo di Piazza Indipendenza a Roma, i pullman sempre più carichi di migranti deportati settimanalmente da Ventimiglia a Taranto, i sacchi neri negli obitori siciliani che avvolgono le migliaia di annegati nel Mediterraneo, i roghi appiccati nelle future strutture per l’accoglienza, le fotografie delle mani che sporgono dalle grate delle prigioni libiche, cioè quei campi di internamento legittimati dagli accordi del governo italiano con il sedicente governo libico. Di fronte a tutta questa barbarie, assordante è stato il silenzio politico: la stagione di conflitto che dal 2015 al 2016 aveva visto attivisti, militanti e solidali europei appoggiare i migranti nelle lotte contro le politiche di confinamento appare oggi un ricordo.

Nel frattempo molto è cambiato: l’approvazione del decreto Minniti- Orlando ha rappresentato un salto di qualità nel progressivo inasprimento delle politiche di segregazione, sfruttamento e disumanizzazione attuate dalle istituzioni italiane contro i migranti, legittimate attraverso la sistematica diffusione di retoriche razziste tra la popolazione autoctona, dimostratasi prontamente recettiva e facilmente strumentalizzabile.
Capire oggi, quali siano stati i motivi della sconfitta politica che ha segnato il tramonto di una stagione conflittuale intensa e dura, provare a raccontarla e farne oggetto di riflessione collettiva, ci sembra possa essere un modo per trovare delle chiavi utili a riaprire degli spiragli di luce dentro le ombre lunghe che avvolgono il presente.
Un tentativo che cercheremo di portare avanti anche sulle pagine di questo blog, provando a restituire la memoria e le riflessioni di chi è stato protagonista della calda estate del 2015 e di tutto quello che ne è seguito per circa un anno e mezzo nella zona di Ventimiglia e non solo.

La traduzione che segue di alcune parti dell’articolo uscito su L’Autre Quotidien dopo la manifestazione di Mentone, inserendosi nel progetto di traduzione di articoli e documenti politici provenienti dalla Francia, aiuta ad allargare lo sguardo alla dimensione internazionale delle lotte, che oggi sembra essere l’unica dimensione reale in un mondo ormai attualmente e concretamente globale, con buona pace dei nostalgici della lunga epopea degli Stati nazionali…

g.b.


Manifestazione in sostegno ai migranti a Mentone: I morti torneranno a tirarci per i piedi?[3]

Sabato 16 dicembre, alcune centinaia di persone – francesi e migranti – hanno marciato dalla stazione di Menton-Garavan alla frontiera franco-italiana. Venuti da tutta la Francia, hanno reclamato il rispetto della dignità umana per tutte le persone migranti e la fine dei procedimenti giudiziari contro coloro che le sostengono. L’ombra delle persone decedute nel tentativo di passare la frontiera è calata su questa manifestazione, che ha simbolicamente deposto una stele in memoria di tutti questi morti anonimi.

– E poi, io ho paura..
– Paura.. Ma di cosa?
– Quando le persone sono morte, ritornano di notte e ci tirano molto forte per i piedi.
– Che idiozia! Chi ti ha raccontato questa cosa?
– E’ stato Bertrand, mio fratello.
– Che imbecille! Non bisogna credergli! Ti ha detto questo per prendersi gioco di te!
– No, aveva l’aria seria! Ditemi, è vero che ritornano a tirarci per i piedi?

Félix Levy, brano tratto da Canti e disincanti, librairie Eyrolles, 2008.

 

Questa manifestazione a Mentone la si era presentata come un appuntamento importante. Quanti eravamo sabato 16 dicembre a Mentone? 500 persone secondo France 3, 1040 secondo il conto effettuato dagli organizzatori. Un numero che può apparire poco elevato, ma riunire svariate centinaia di persone provenienti da tutta la Francia, davanti alla piccola stazione di Menton-Garavan, all’estemità del Paese, rappresenta un exploit che va al di la delle cifre citate.

L’altro punto da sottolineare è che, del migliaio di persone che si è radunato a Mentone sabato 16 dicembre, una buona parte erano persone migranti o sans-papiers. Il Coordinamento di Sans-Papiers di Parigi (CSP 75) era ben rappresentato, anche da alcune donne, con l’obiettivo di superare la differenza legata allo statuto amministrativo tra sans-papiers e richiedenti asilo, puntando a una solidarietà tra tutti gli immigrati per reclamare un’altra politica sulla migrazione, fondata sul rispetto della dignità umana e il rispetto dei valori di cui si fregiano le facciate dei nostri comuni.

Partito da place de la République alle 21, l’autobus parigino da 49 posti è pieno. Tra i passeggeri numerosi militanti che lavorano in solidarietà con i migranti, membri di collettivi parigini, ma anche militanti della CSP 75, tra cui il loro leader che tutti chiamano Diallo. Dopo l’occupazione della chiesa di Saint-Bernard nel 1996 , lui ha partecipato a tutte le battaglie e continua a organizzare presidi settimanali a Parigi. Presenti poi, anche, numerosi richiedenti asilo, per lo più giovani, che non intendono essere più solamente l’oggetto delle politiche che la Francia gli impone, ma soggetti che rivendicano i diritti che gli vengono rifiutati.

All’arrivo a Mentone, verso le 10 del mattino, il pullman si ferma nel parcheggio del supermercato U Express, a qualche metro dal campo di calcio vicino al porto di Garavan. Dal campo possiamo osservare il viadotto di Saint-Agnès dove molti migranti sono morti, alcuni gettandosi nel vuoto per evitare i controlli della polizia. Più lontano ancora si vede il tunnel che passa sotto la montagna, dove altri sono stati investiti da un treno o da una macchina.

Scambiamo delle chiacchiere, seduti per terra o allungati su dei cartoni al sole, aspettando il pranzo: un saporito misto di legumi accompagnato da riso allo zafferano, preparato dal collettivo Kesha Niya. René dell’associazione Roya Solidaire ci raggiunge a bordo di un camion con l’amplificazione, che aprirà il percorso del corteo. Per finanziare l’organizzazione della manifestazione, siamo invitati a lasciare un euro accanto alla sagoma di grandezza naturale a colori del prefetto della regione, incollata sulla porta del camion.

Ha un aspetto pretenzioso il prefetto, nominato nel 2016, nella sua veste prefettizia… eppure non fa ridere nessuno quanto da lui dichiarato il 4 dicembre scorso sulle frequenze di France Bleu Azur, ossia che “il dispositivo di frontiera è efficace, cooperativo e umano (…), le forze dell’ordine rispettano scrupolosamente la legge e i fermi vengono condotti con cura particolare”. Una menzogna, secondo le associazioni locali, che ricordano come i minori siano rimandati in Italia, violando il diritto per l’infanzia. Le stesse ricordano che il prefetto è stato già condannato a più riprese per mancato rispetto del diritto d’asilo e criticato per aver creato dei luoghi di detenzione illegale.

Uno di questi luoghi di detenzione illegale era proprio al primo piano della stazione di Menton-Garavan, da dove partirà il corteo. Lo stesso Georges-François Leclerc ha promesso di arrivare a 50000 respingimenti di migranti da qui alla fine dell’anno. Senza dubbio dotato di prescienza, ha spiegato, prima ancora che la domanda d’asilo sia esaminata, che “si tratta di persone provenienti da tutta l’Africa che provano a stabilirsi in Occidente”. “Noi li rimandiamo in Italia”, ha aggiunto Georges-François Leclerc, vantandosi anche di aver fermato circa 350 passeur, “cioè circa uno al giorno”.

Mentre parliamo di questa intervista al prefetto con alcune persone di Roya Citoyenne, arrivano degli altri autobus: da Montpellier, da Lione, dal dipartimento della Drôme e dell’Ardèche. Alcuni hanno addirittura fatto il viaggio dalla Normandia o dalla Bretagna. Record assoluto un militante è venuto da Saint-Malo che si trova a 1300 km da Menton. Emerge come le questioni legate ai migranti uniscano, superando le divisioni politiche, associative e sindacali. (…) E come nelle lotte in sostegno dei migranti si organizzino delle forme di solidarietà nuova come questo collettivo intereuropeo chiamato Kisha Niya, che serve ogni giorno due o trecento pasti ai rifugiati di Ventimiglia e che ha assicurato il pranzo per i manifestanti arrivati in pullman a Mentone.

Alle 14 raggiungiamo il luogo del concentramento davanti alla stazione di Mentone-Garavan. “ A basso le Frontiere!” “A basso lo stato, gli sbirri, le frontiere!” “Regolarizzazione per tutti!” o ancora “ Pietra per pietra, muro per muro, noi distruggeremo i centri di detenzione”, come anche un ammiccante “Tous le monde, deteste les frontières”, sono alcune delle parole d’ordine cantate in coro da questo corteo variegato che riunisce numerosi partiti, collettivi, associazioni. A partire dalla spiaggia circondata dagli scogli, fino alla stazione, siamo scortati da polizia municipale e CRS, chiamati numerosi dal sindaco repubblicano della città, Jean-Claude Guibal.

Più tardi, ridiscendendo verso la strada che costeggia il mare, si eviterà per poco un tafferuglio con dei militanti di estrema destra in cerca di scontro. La frontiera, che chiude la strada e sfigura l’orizzonte, si trova a meno di un kilometro. Dietro le grate anti sommossa, ci sono i CRS appesantiti dai loro giubbotti antiproiettili, dalle armi imbracciate così come dagli svariati chili di equipaggiamento. A tre kilometri da lì, appena, dietro il cordone dei CRS, c’è la frazione di Mortola Inferiore, che fa parte di Ventimiglia. Davanti alla frontiera i manifestanti si sdraiano per terra.

Le bandiere del NPA (Nuovo partito anticapitalista) sono ben presenti, come quelle, rosse e nere dei giovani anarco-sindacalisti della regione, quelle del movimento Ensemble, movimento membro del Front de gauche, e anche una bandiera arcobaleno LGBT, che sventola fieramente sul corteo. I militanti dell’azione ebraica francese per la pace, quelli di Attac e anche qualcuno di France Insoumise sono lì. François, della Fasti (federazione delle associazioni di solidarietà con i migranti) si incontra con degli attivisti locali. Con un discorso emozionante, un ferroviere della regione spiega che lui e alcuni colleghi difendono un comportamento di disobbedienza civile di fronte alla SNFC (le ferrovie francesi) che gli domanda di segnalare i migranti e di riportarli in Italia. Philippe Poutou sarà il solo responsabile nazionale a prendere la parola.

Si ascolterà anche la presa di parola da parte di migranti grazie all’aiuto del collettivo La Chapelle debout! che assicura le traduzioni. Hamid Mouhammad, un giovane sudanese che ha lasciato il paese a causa dei problemi creatigli dalle milizie armate, spiegherà che ci ha messo tre anni per raggiungere l’Europa dopo aver vissuto l’inimmaginabile. Mentre attraversava le montagne, racconta di essere stato picchiato dalla polizia che gli ha rotto il naso e un braccio. Il collettivo invita la folla a riprendere con gli slogans in arabo, bambara et pachtoune. Questo collettivo turbolento lotta per un’uguaglianza reale, qui ed ora, tra francesi e immigrati e perché questi ultimi diventino “soggetti attivi e non meri oggetti delle politiche che li riguardano”. “Noi vogliamo abbattere le differenze tra autoctoni e immigrati”, spiega Houssam, “perché l’uguaglianza si prova nella realtà delle azioni di tutti i giorni”. Lui consiglia per esempio di rifiutarsi di partecipare a delle riunioni che riguardano gli immigrati, dove questi non siano presenti.

Vedere il video :https://www.facebook.com/1983581038544143/videos/2034777480091165/

Il collettivo chiede anche che la diversità linguistica sia tenuta in conto e rispettata, “visto che quando i migranti raccontano la propria storia nella propria lingua, non raccontano la stessa storia” “E’ in questa maniera che siamo riusciti a rendere pubblico l’utilizzo delle scariche elettriche per costringere i rifugiati ad accettare di farsi prendere le impronte i Italia, per esempio“, aggiunge Chrystèle. Fatto confermato da Amnesty nel 2016 [4]. Il collettivo denuncia “l’accanimento contro i migranti e le migranti e i discorsi razzisti e securitari che avvelenano la nostra società”.

Come tutti quelli che hanno partecipato a questo concentramento, anche loro rifiutano la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo. Di fronte all’urgenza che vede migliaia di persone, di cui molti bambini, perseguitati, infermi, o ridotti a vivere per strada, questi militanti richiedono misure incisive come l’occupazione di case e la mobilitazione contro le retate. Houssam, Paul, Chrystèle et Mohamed, senza paura rivendicano un approccio politico, al di là del mero piano giuridico, perché « i corpi dei migranti sono annientati da un diritto ostile ».

A questo punto della storia, incontriamo Youssouf, che ha trovato la manifestazione “ meravigliosa” e Jule Allen della Guinea e  Issa dal Marocco, che hanno passato diversi anni per strada a la Chapelle. Durante il ritorno, Hassan Zacharia del Soudan, ci racconta la sua storia : un padre ucciso in Soudan, una madre che lo ha portato in Libia dove è stata uccisa, la traversata nel Mediteranneo, poi un centro per migranti vicino Napoli dove le autorità italiane lo hanno rimandato finché non è riuscito a passare in Francia. Accettiamo con gioia l’invito di Ismaëla, che ci invita a un concerto, visto che sta lavorando a una canzone a favore del CSP 75.

Tutti hanno partecipato con entusiasmo alla manifestazione che reclamava l’apertura delle frontiere, la libertà di circolazione e di soggiorno, così come la completa solidarietà alle persone migranti, qualsiasi sia la loro condizione amministrativa. Molti sono i “Dublinati”, dal nome del regolamento di Dublino, che stabilisce il loro rinvio nel paese dove sono state registrate le loro impronte, indipendentemente dalla situazione personale, della lingua che parlano o del luogo in cui si trovino le loro famiglie. Misure repressive che il governo, che ha annunciato un progetto di legge per gennaio, intende intensificare.

Abbiamo anche una conversazione con Martine Landry, una pensionata di 73 anni, che ha lavorato in Amnesty international France dal 2002 e membro di Anafé (associazione nazionale per l’assistenza degli stranieri alle frontiere). La Responsabile nizzarda comparirà in tribunale l’8 gennaio del 2008 per aver « facilitato l’entrata sul territorio di due minori stranieri in situazione irregolare » [5]. Incaricata di una missione di osservazione alla frontiera franco-italiana, ora rischia cinque anni di prigione e 30000 euro di multa. Il 28 luglio scorso, aveva recuperato due adolescenti della Guinea di 15 anni che la polizia italiana stava riconducendo in Francia a piedi. La responsabile di Amnesty li ha presi in carico al posto di frontiera di Mentone/ Ventimiglia, dal lato francese, e accompagnati nella sua auto fino al posto di polizia della frontiera. Era per di più munita dei documenti che attestavano la presa in carico dei due ragazzi da parte dell’ufficio per l’aiuto sociale all’infanzia, dal quale poi per altro sono stati accolti. Disgustata dall’ipocrisia della politica migratoria e dagli attacchi al diritto di questi giovani minori non accompagnati, ci racconta l’assurdo gioco del gatto e del topo al quale si dedicano i poliziotti francesi e italiani. Arrestati dal lato italiano, i giovani sono rinviati in Francia che a sua volta li rimanda in Italia. “Alcuni hanno oltrepassato la frontiera quattro o cinque volte, racconta la responsabile di Amnesty, che descrive un gioco a ping pong tra le polizie dei due paesi.”

Sono presenti anche delle infermiere del Centro di accoglienza, cura e orientamento (Caso) di Nizza, che assicurano dei consulti nei locali della Caritas di Ventimiglia. Il centro della Croce Rossa italiana, situato nella città di frontiera italiana, accoglie circa 500 persone, ma dalle 200 alle 300 persone migranti dormono sotto i ponti, ci raccontano queste. Tre volte alla settimana, le infermiere assicurano anche delle incursioni nella città italiana per fornire aiuto sanitario ai migranti.

Tutte le generazioni sono rappresentate e ci diciamo che sarebbe necessario scrivere questa storia della lotta degli immigrati, dei sans-papier, dei richiedenti asilo in Francia e di coloro che gli sono solidali. Odile, 76 anni, è venuta da Valence sur Rhône. Veterana del movimento ASTI (associazione di solidarietà con tutti i migranti) ci racconta la rivolta degli operai tunisini, che avevano ottenuto i documenti, dopo 11 giorni di sciopero della fame nei locali della curia della chiesa di Notre-Dame di Valence. Una storia sconosciuta che risale al dicembre del 1972.

Abbiamo poi anche incontrato Loïc, 27 anni, che vive in Val Roya e dice di essersi « sensibilizzato alla questione dei migranti fin da piccolo ». E’ venuto a conoscenza del campo creatosi dopo la chiusura della frontiera nel giugno del 2015 e poi sgomberato nell’ottobre dello stesso anno. “ I migranti avevano occupato gli scogli che delimitano il litorale, all’altezza della frontiera, pronti a gettarsi nel mare”, ci spiega il ragazzo, che fa risalire a quell’episodio l’inizio del suo impegno politico. “ Noi eravamo ancora pochi all’epoca a mobilitarci”, racconta Loïc, che si ricorda di aver portato degli aiuti alimentari a Ventimiglia.
« Il processo a Cédric Herrou ci ha fatto passare da un’azione umanitaria a una presa di coscienza politica”, ci spiega Loïc, “e i collettivi si moltiplicano”. Si ricorda anche delle azioni organizzate con gli attivisti italiani, che sono cessate quando questi ultimi sono stati brutalmente repressi dalle autorità del loro Paese. Loïc fa parte del Collectif Roya Solidaire (CRS) che realizza dei video sulla situazione della valle della Roya. E’ questo collettivo che ha realizzato, grazie ad una telecamera nascosta, un video il 30 giugno del 2017 alla stazione di Menton-Garavan [6]. Nel video si vedono i poliziotti che fermano dei giovani minori portandoli nei locali della stazione giusto il tempo di rimetterli sul treno, direzione Italia, senza alcun rispetto della legge. Una coppia di cui la donna è incinta, subirà la stessa sorte.

Tutti qui hanno una storia da raccontare. Come Gibi, di Roya Solidaire, che spiega che le denunce e i processi hanno inasprito il clima. Le azioni continuano ma con discrezione. Gibi fa parte dei quattro pensionati che hanno visto la condanna confermata in appello per aver dato un passaggio in macchina a delle persone migranti [7]. Si trattava di migranti che, dopo essersi fermati presso Cédric Herrou, avevano ripreso il viaggio e si erano trovati bloccati a 1000 metri di altitudine, su un sentiero pericoloso. Cédric Herrou è controllato dalla polizia. « Ci sono tre posti di blocco con le tende a 200 metri da casa sua ». Il terreno dove abita è anche delimitato da un muro, costruito da uno dei suoi vicini. Come gli altri anche Gibi ricorrerà in cassazione, “ per una questione di principio”. Poiché il reato di solidarietà non è stato abrogato così come domandavano le associazioni. Malgrado le promesse, Valls non fa che elargire eccezioni. Se dare alloggio, nutrire o curare delle persone migranti non è più un reato, offrirgli un trasporto conduce direttamente in tribunale. Tuttavia la legge prevede che se il gesto non ha dato luogo a nessuna contropartita, la persona non possa essere perseguita. Salvo che per condannare i militanti della regione, i giudici hanno dovuto triturare il diritto. Questi hanno stabilito che Cédric Herrou e gli altri attivisti condannati abbiano ricevuto un beneficio morale dalle loro azioni e possano dunque essere considerati come dei passeur. Un’interpretazione perversa della legge, sempre più beffeggiata e strumentalizzata non solamente ai danni di chi porta aiuto ai migranti ma soprattutto ai danni di questi ultimi che per questo motivo ormai scelgono di passare per Briançon, anche in pieno inverno.

Tutte le persone presenti qui al corteo sanno che le frontiere uccidono. Che non si fermeranno mai delle persone pronte a rischiare ogni pericolo – la traversata del deserto, l’inferno libico, il passaggio del Mediterraneo a bordo di barche sovraccariche, l’attraversamento dei valichi alpini in pieno inverno – per lasciare dei paesi sconvolti dalla guerra, dalla corruzione, da un’economia neocoloniale predatrice e venire qui da noi. Sanno che dal momento in cui si è pronti a tollerare l’inumanità a casa propria e si fabbrica un « sotto » diritto per coloro che si considerano come dei « flussi », è il proprio stesso inferno che si sta costruendo. Sanno che a forza di rendere fasulli i nostri valori, di generalizzare i controlli, le misure di detenzione e le violenze, è la nostra stessa libertà che distruggiamo. Sanno che dal momento in cui si comincia questa discesa pericolosa che nega l’umanità dell’altro, la storia finisce sempre male. E che le morti prodotte dalle nostre frontiere a migliaia torneranno a farci visita, per tutti quelli tra noi che non fanno nulla o troppo poco o troppo tardi.

Le parole della lapide simbolicamente deposta sull’asfalto della strada, a due passi dalla frontiera, riporta : « In memoria di tutte le persone migranti uccise da questa frontiera mentre erano alla ricerca di un rifugio lungo il cammino dell’esilio, Menton, il 16/12/2017 ». Questa frontiera qui davanti e tutte le altre, di mare e di terra.

Mentre il sole scende sul mare e il concentramento si disperde, pensiamo a questa giornata in cui da tutta la Francia sono arrivati uomini e donne che hanno compreso che la libertà di circolazione e di soggiorno è il prossimo diritto dell’uomo da conquistare. Ci ricordiamo, infine, di aver incontrato Laura Genz, circa un anno fa, e i suoi disegni dei rifugiati [8] . Una delle sue riflessioni ci aveva molto colpito. Ci spiegava come i confini blocchino le situazioni delle persone e le complichino. Negando la fluidità della vita e dei percorsi umani, essi si trasformano in “ trappole per migranti”.

Nell’epoca in cui circolano liberamente i capitali e le merci, gli Stati europei giocano questa sinistra commedia di fronte alle proprie opinioni pubbliche, sapendo bene che non potranno espellere tutte queste persone venute a domandare asilo o a tentare la fortuna qui, e che seppure espulse, esse ritorneranno. Questa menzogna generalizzata sulla quale riposano le politiche migratorie europee produce dei sotto-uomini, un non-diritto e crudeltà – quale altra parola può essere usata quando la polizia è spinta a lacerare le tende o buttare via le scarpe dei migranti? Si pensa veramente di dissuaderli in questo modo? E di fronte a questo, cosa succede a delle società che accettano che divenga normale che degli uomini, delle donne, dei bambini vivano per la strada, siano perseguitati e arrestati? L’inferno che costruiamo per le persone migranti sarà immancabilmente il nostro. I governi giustificano le proprie politiche inumane attraverso il giudizio delle proprie opinioni pubbliche. Le stesse opinioni pubbliche di cui aizzano i peggiori istinti, al rischio di essere loro stessi travolti dall’onda bruna che incombe su tutta l’Europa. Può essere che a quel punto si renderanno conto che non si condanna impunemente a morte il proprio simile, fosse pure in maniera indiretta, sotto la copertura della gestione di flussi migratori disumanizzanti e di un diritto internazionale pervertito.

Perché c’è una certezza: questi morti torneranno un giorno a tirarci per i piedi.

di Véronique Valentino

 

[1] http://www.lautrequotidien.fr/blog/2017/12/17/manifestation-la-frontire-franco-italienne-est-ce-que-les-morts-reviennent-nous-tirer-par-les-pieds-

[2] Rispetto all’informazione su quanto avviene al confine di Ventimiglia va segnalata l’eccezione degli articoli e reportage del giornalista Pietro Barabino, di cui segnaliamo  l’ultimo pezzo sull’argomento uscito sul Fatto Quotidiano: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/24/minorenni-allinferno-tra-i-migranti-sul-greto-del-fiume-roja-a-ventimiglia-e-litalia-viola-le-sue-stesse-norme/4051273/

[3] La traduzione in italiano dell’articolo di V. Valentino ” Manifestation à la frontière franco-italienne. Est-ce-que le morts reviennent nous tirer par les pieds?” , uscito sul giornale francese L’Autre Quotidien il 24/12/2017 è opera della redazione del blog Parole sul confine.

[4] https://www.amnesty.fr/refugies-et-migrants/actualites/italie-coups-decharges-electriques-et-humiliations-sexuelles-contre-les-refugies

[5]https://www.amnesty.fr/refugies-et-migrants/actualites/une-de-nos-membres-poursuivie-pour-delit-de-solidarite

[6] https://www.youtube.com/watch?v=gV8cxdoegEs

[7] http://www.sudouest.fr/2017/12/13/quatre-retraites-condamnes-en-appel-pour-avoir-aide-des-migrants-4030926-6116.php

[8] http://www.lemonde.fr/arts/portfolio/2015/09/10/dessins-de-refugies-par-laura-genz_4751690_1655012.html

Altra rotta migratoria: una strada tra morte e libertà

Tra la Val di Susa e la Valle della Clarée da circa un anno si è aperta un’altra rotta migratoria.

Negli ultimi mesi, il numero delle persone migranti che tentano il passaggio di confine attraversando il Colle della Scala è andato aumentando a causa dell’inasprirsi dei controlli e della violenza nella zona di frontiera di Ventimiglia, una rotta resa sempre più pericolosa e difficile da percorrere.

Pubblichiamo una serie di articoli (tradotti dal francese all’italiano dalla nostra redazione), che aiutano a comprendere la situazione migratoria in questa più recente zona di confine, nonché il comunicato di presentazione di una realtà solidale – Briser les Frontières – nata recentemente in Val di Susa.

Il primo articolo di cui proponiamo la traduzione è uscito il 24/11/2017 su La Depeche.fr, nella sezione Attualità sulla salute pubblica.

Gli articoli che seguono raccontano del replicarsi, anche lungo il confine delle Hautes-Alpes, della stessa politica fatta di violenza, respingimenti e militarizzazione, messa in atto ormai da quasi tre anni alla frontiera di Ventimiglia. Di fronte all’aprirsi dell’ennesima rotta migratoria – che dimostra come le politiche repressive non solo siano inumane ma anche sostanzialmente inutili – il Governo francese, in palese difficoltà, arriva a negare la libertà di stampa.

Concludiamo con la presentazione di Briser les Frontières e con l’invito alla loro prima iniziativa, domani 15/12, a San Didero, Val Susa.

La frontiera, la montagna e la caccia al migrante: l’appello delle guide alpine.

“Migranti : le guide alpine lanciano l’allerta sui pericoli dell’attraversamento in montagna.” (https://www.ladepeche.fr/article/2017/11/24/2691350-migrants-guides-alpins-alertent-dangers-traversee-montagne.html)

Dopo aver attraversato il Mediterraneo, un numero crescente di migranti originari dell’Africa dell’ovest cerca di oltrepassare le Alpi per raggiungere la Francia. Mettendo in pericolo la loro vita. Senza equipaggiamento e nel timore delle forze dell’ordine appostate in montagna, presto si confronteranno con la rigidità dell’inverno ad alta quota. Numerose associazioni di ‘montanari’ fanno appello alle autorità perchè salvino questi richiedenti asilo. Facciamo il punto con Yannick Vallençant, presidente del sindacato professionale della montagna e vice-presidente fondatore di Guide senza frontiere.

Durante lo scorso agosto, due migranti sono precipitati al col de l’Echelle (Hautes Alpes), nel tentativo di evitare la polizia, che perlustra la montagna lungo le rotte di migrazione dei rifugiati africani. Altri migranti hanno subito amputazioni alle dita di mani e piedi a causa dei congelamenti. La mancanza di equipaggiamento, la persecuzione poliziesca, le condizioni meteorologiche particolarmente dure in montagna mettono in pericolo la salute e la vita di questi richiedenti asilo.

Alla vigilia dell’entrata nel periodo invernale e di fronte a questa inquietante situazione di carattere umanitario, un gruppo di professionisti della montagna ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. Nella lettera, denunciano “ la situazione drammatica vissuta dai gruppi di migranti durante il passaggio delle frontiere alpine nel settore del Mercantour, di Brainçon e di Modane”. Il freddo, l’altitudine … “alle difficoltà e ai rischi propri alla montagna si aggiungono la paura di incrociare le forze di polizia e la volontà di sfuggirgli in ogni modo”, continuano i firmatari.

Congelamenti, ipotermie, incidenti, la montagna è pericolosa tutto l’anno: “ anche quando si è dotati di 4 strati di abbigliamento, di calzature tecniche, e si è allenati, resta pericolosa. E in inverno tutto si complica”, sottolinea Yannick Vallençant. Oltre al mal di montagna, che puo’ colpire alcune persone, il freddo aumenta a quelle altitudini. Il col de l’Echelle si trova a 1.700 m d’altitudine. In montagna, “si cala facilmente di 1° C ogni 100 m”, precisa.

“Ultimamante abbiamo registrato attorno ai -7°C, ma si puo’ tranquillamente scendere a -15°C e a volte -20° C durante l’inverno”. Il rischio di congelamenti, che puo’ condurre all’amputazione degli arti coinvolti, è reale. Per non parlare dell’ipotermia che puo’ provocare la morte. I migranti, assolutamente non equipaggiati (alcuni attraversano il passo in espadrillas) soffrono di un affaticamento ulteriore, dovuto allo stato di salute già deteriorato durante il loro percorso e a causa delle condizioni nelle quali lo hanno affrontato. Inoltre, la maggior parte di loro viene da paesi caldi …

Lo spirito di cordata

Animati dallo ‘spirito di cordata’, sinonimo di missioni di sicurezza, di soccorso e solidarietà, i firmatari della lettera giudicano “impensabile lasciare i migranti al loro destino”. E’ “il senso piu’ profondo del nostro mestiere di guide quello di assicurare la sicurezza di tutti in montagna, senza discriminazioni”. “Ci auguriamo che i responsabili politici prendano coscienza della realtà”, prosegue. A questo scopo, “proponiamo loro di venire personalmente, per rendersi conto sul posto dei rischi concreti”.

Il 17 dicembre prossimo, un camper di soccorso sarà installato nella valle della Clarée. Aperto a tutte e tutti, “permetterà di avere una visione chiara delle realtà di uno di questi percorsi ad alto rischio”.

 

Liberté Fraternité Egalité: ulteriori passaggi verso il nuovo fascismo di Stato, anche in Francia.

 

Il 17 novembre scorso, appariva sul giornale svizzero Le Temps,  a firma della giornalista Caroline Christinaz un reportage (https://www.letemps.ch/monde/2017/11/17/col-lechelle-jeunes-migrants-pieges-froid-renvoyes-france?utm_source=amp) sulla situazione al confine italo – francese tra la Val di Susa e la Valle della Clarée divenuto recentemente zona di transito dei migranti diretti in Francia.

Presso il Colle della Scala, alcuni giovani migranti piegati dal freddo e respinti dalla Francia. La valle della Clarée, situata nel dipartimento delle Hautes-Alpes, è teatro della crisi migratoria. I migranti che attraversano il Colle della Scala sono in maggioranza minorenni – una condizione che, secondo le associazioni, non è presa in considerazione dalle autorità.”  – questa la traduzione italiana del  titolo del suddetto articolo.
Immagine ripresa da: https://www.letemps.ch/monde/2017/11/17/col-lechelle-jeunes-migrants-pieges-froid-renvoyes-france?utm_source=amp
L’articolo racconta in presa diretta il tentativo di attraversamento del confine da parte di giovanissimi migranti, quasi tutti minorenni, con il sostegno di un solidale francese incontrato lungo la strada:

“Le prime nevi erano cadute all’inizio della settimana. Sabato sera  scorso, sulla strada del Colle della Scala, a 1762 metri di altitudine, non lontano dalla frontiere franco-italiana, Alain è inquieto. Fa freddo e il vento soffia attraverso i larici. La luna non è ancora spuntata ma malgrado l’oscurità, lui riesce a vedere.

Sono le 23 e lui non è solo. Grandi fari accesi, numerosi veicoli della gendarmerie risalgono la sua stessa strada. Alain, guida di montagna in pensione, sa che queste cime, per quanto belle siano, nascondono delle trappole. Ma loro lo ignorano.

Un rumore. Il Briançonese accende la sua torcia. Dietro un tronco, un sacco rosso, poi un viso. La figura non si muove. “Non abbiate paura”, apostrofa Alain. Loro si erano seduti con la schiena alla strada, dietro un tronco. Uno dopo l’altro escono dall’oscurità. Sono quattro. Tacciono. Uno di loro porta un piumino, gli altri si accontentano di una giacca che hanno abbottonato fino al collo. Ai loro piedi degli zainetti. “Avete freddo?” “Sì”. “Sete? Fame?” “Sì”. “Quanti anni avete?” Il ragazzo col piumino risponde: “16 anni, signore. Sono nato il 10 ottobre 2001”. I suoi tra compagni dicono lo stesso. Affermano tutti di avere meno di 18 anni e accettano il tè caldo e delle galettes al cioccolato che gli offre il pensionato.”

L’articolo continua descrivendo come, da circa un anno, la Valle della Clarée sia interessata da questo fenomeno che aumenta di mese in mese. Nel 2017, secondo le stime ufficiali, circa 1600 migranti sono riusciti ad attraversare il confine passando per questa zona e di questi 900 erano minorenni. All’aprirsi della nuova  rotta migratoria è seguita la militarizzazione del confine, con l’aumento dei controlli, dei posti di blocco e ovviamente degli arresti, delle multe e delle denunce per tutti coloro che hanno cominciato a offrire solidarietà concreta alle persone in viaggio. Nonostante questo, una parte non esigua di abitanti delle valli ha deciso di non abbassare la testa e di non girare lo sguardo di fronte a quanto accade lungo i sentieri delle proprie montagne.

“L’ultima tappa di una lunga peripezia”

“Fa molto fresco qui”, sottolinea a suo modo uno dei quattro giovani migranti. Si chiama Lansana e viene dalla Guinea- Conakry. Prima di arrivare su questa strada che serve da pista di sci di fondo in inverno, ha attraversato un continente, un mare e una penisola. Le carceri libiche, le torture, così come il Mediterraneo e le imbarcazioni a motore precarie, sono alcune delle prove che lui ha affrontato.

I suoi tre compagni, ugualmente. Se desiderano arrivare in Francia è per scappare alla strada in Italia. In Francia abbiamo delle conoscenze e parliamo il francese, spiegano mentre sorvegliano la strada. In qualsiasi momento una volante della gendarmerie li può intercettare. “Sistematicamente vengono rinviati in Italia” spiega Alain.

L’uomo è cosciente di trovarsi in una situazione delicata poiché la sfumatura tra lo statuto di trafficante e di solidale è poco chiara per dei semplici cittadini. Questa incertezza giuridica ricade sulle azioni intraprese dagli abitanti della regione.

(…)

Già nel 2015 avevano avuto un assaggio del contesto migratorio. A causa dello smantellamento del campo di Calais, il Comune di Briançon si era proposto volontario per accogliere una parte dei migranti provenienti dal Nord della Francia. Ma molto velocemente, la città del dipartimento delle Hautes-Alpes si era sentita invasa. Ad oggi il CRS (Cordinamento rifugio solidale) , uno spazio messo a disposizione dalla comunità cittadina, oltre a Chez Marcel, una casa occupata da un collettivo, fanno parte di quei luoghi che offrono rifugio ai migranti.

“ Al momento dei controlli, il rifiuto di ingresso è sistematico. Non se ne considera né l’età, né la domanda d’asilo. E’ totalmente illegale e criminale”, denuncia Michel Rousseau, tesoriere dell’associazione Tous Migrants. Nel 2015, la foto del piccolo Aylan trovato morto annegato su una spiaggia turca aveva creato un movimento di indignazione a Briançon. “Noi non ci riconosciamo nella politica europea in materia di immigrazione. Che il Mediterraneo si trasformi in un cimitero ci è insopportabile”, dichiara ancora. “Noi non vogliamo che le nostre montagne divengano un secondo Mediterraneo. La reazione del prefetto che vuole respingere queste persone ci lascia scioccati. Noi abbiamo deciso di organizzare quello che lo Stato non fa: l’accoglienza.”

“Questa situazione è insostenibile”

“Ritorniamo sul Colle della Scala. Alain ha chiamato un amico in aiuto. Tutti e due vogliono portare i quattro minori al centro di accoglienza di Briançon. Prendono la situazione in mano e scendono lungo la valle. Non c’è tempo per l’esitazione. Cosa rischiano? Al volante, l’amico si sfoga: “Non ci importano i nostri rischi, questa situazione è insostenibile. Noi viviamo in un equilibrio instabile. Se noi non gli offriamo un aiuto, questi ragazzi restano in mezzo alla strada”.

All’entrata del paese di Val-des- Prés, la strada si insinua tra le abitazioni. La gendarmerie blocca la strada. “Documenti di identità”, esclama il rappresentante delle forze dell’ordine. L’operazione è interrotta. I giovani migranti devono salire sulla macchina della polizia. Quanto ad Alain e al suo compagno, ritornano a casa loro con una convocazione, per il giorno dopo, in commissariato. Prima di separarsi, i due francesi domandano i nomi ai quattro ragazzi incontrati sul Colle. Si chiamano: Rosé, Thierno, Mamadou e Lansana.

Sulla montagna, lungo la strada che passa tra  il Colle della Scala e la stazione sciistica di Bardonecchia, un cippo di pietra marca la frontiera.  E’ qui che la polizia francese li ha lasciati dopo l’interrogatorio, a l’una del mattino di domenica, indicando l’Italia e invitandoli a tornarci.”

L’articolo che abbiamo parzialmente tradotto e commentato è stato il frutto di un reportage che ha determinato il fermo e la denuncia da parte della polizia francese dei due giornalisti che lo stavano realizzando. Una pagina buia di negazione della libertà di stampa che segnala, se ce ne fosse ulteriore bisogno, come lo stato di diritto, considerato la base delle società democratiche occidentali, sia da tempo soggetto a un radicale smantellamento in direzione di una pratica di esercizio del potere palesemente improntata alla discriminazione e alla violenza.
Questo il comunicato pubblicato da Reporters sans frontières il 14 novembre 2017 (link all’originale: https://rsf.org/…/deux-journalistes-interpelles-par-la…) riguardo la suddetta vicenda:

“Due giornalisti fermati dalla polizia francese durante la realizzazione di un reportage sui migranti
In seguito al fermo di due giornalisti che stavano realizzando un reportage sui migranti che, dall’Italia, entrano clandestinamente in Francia, Reporters sans frontières (RSF) ricorda che la pratica del giornalismo non è un crimine e che la protezione delle fonti è un diritto.

La giornalista svizzera Caroline Christinaz, che lavora per Le Temps, e il giornalista francese Raphaël Krafft, in missione per il Magazine della redazione di France Culture, sono stati fermati, nella notte tra sabato e domenica, mentre realizzavano un reportage sui migranti che entrano clandestinamente in Francia, attraverso il passo dell’Echelle, nelle Hautes-Alpes, in provenienza dall’Italia. Sono stati fermati ad un posto di blocco, mentre erano a bordo di automobili guidate da alcuni abitanti della zona di Briançon, che avevano soccorso quatro migranti minori non accompagnati. I due giornalisti sono stati convocati, il giorno seguente, alla gendarmerie di Briançon.

Nel corso dell’ interrogatorio, Caroline Christinaz ha scoperto di essere convolta in una denuncia per “aiuto all’entrata, alla circolazione o al soggiorno irregolare di stranieri sul territorio francese”. Fatti che possono generare pene pecuniarie pesanti e detenzioni fino a cinque anni di prigione. La giornalista svizzera ha presentato il proprio tesserino da giornalista, ha spiegato che stava realizzando un reportage. «Per due ore, la maggior parte delle domande che mi sono state rivolte miravano all’ottenimento di informazioni sulle mie fonti e sulle persone con le quali mi trovavo », spiega Caroline Christinaz, che specifica di non aver smesso di ripetere ai gendarmi che, in quanto giornalista, desiderava far valere il proprio diritto a proteggere le fonti. I gendarmi hanno inoltre reclamato l’acquisizione del suo telefono portatile e dei codici d’accesso relativi. La giornalista ha dichiarato di essere stata interrogata a proposito della propria vita privata, per poter valutare le sue capacità finanziarie e stabilire l’ammontare della multa, prima di essere fotografata e obbligata a depositare le proprie impronte.

« Realizzare un reportage sui migranti o su coloro che vanno in loro soccorso non puo’ essere considerato un crimine», ricorda Catherine Monnet, redattrice capo di RSF. «Trattare un giornalista come un sospetto, quando non fa che esercitare la propria professione è un ostacolo al libero esercizio del giornalismo. Reporters sans frontières ricorda inoltre che un giornalista non puo’ essere costretto a rivelare l’identità delle proprie fonti, stando al fatto che la protezione delle fonti giornalistiche è un diritto previsto dalla legge del 1881 » .

Convocato qualche ora piu’ tardi, nel pomerigio, Raphaël Krafft è stato ascoltato in qualità di testimone. Per il momento i due giornalisti non hanno alcuna idea delle possibili conseguenze della faccenda.

La Francia risulta al 39° posto nel Classement de la liberté de la presse (classifica della libertà di stampa) stabilito da Reporters sans frontières (RSF).”

Briser les Frontières – iniziativa

Pubblichiamo infine il comunicato di presentazione del gruppo solidale nato in Val di Susa, Briser les Frontières, che domani sera terrà la sua prima iniziativa di presentazione.

Nell’ ambito dell’ ultimo anno la frontiera di Ventimiglia è stata completamente militarizzata, costringendo di fatto i migranti a cercare più a nord dei valichi per la Francia.
Storicamente la Valsusa è stata sempre territorio di passaggio per chi aveva necessità di oltrepassare le Alpi, la scorsa estate però i numeri di coloro che hanno tentato la traversata sono di gran lunga aumentati rispetto agli anni precedenti.

Negli ultimi mesi, la stazione dei treni di Bardonecchia, ha visto tra i 15 e i 50 passaggi giornalieri.
La voce di una possibilità è corsa di bocca in bocca ed oggi, nonostante il gelo che è sceso sul Colle della Scala e sul Monginevro, ci sono all’ incirca una decina di persone che scarsamente equipaggiate  tentano la traversata ogni giorno, molte delle quali non hanno mai visto la neve.

Il comune di Bardonecchia, estremamente preoccupato di fare una brutta figura con chi ha la fortuna di essere chiamato turista, ha deciso di chiudere la stazione dei treni alle 21 buttando letteralmente in mezzo alla strada coloro che cercano un riparo per la notte.

Si getta la polvere sotto al tappeto, aspettando la tragedia nell’ indifferenza.
Ancora è ben chiaro in noi, il ricordo di Mamadou, il ragazzo di 27 anni trovato in stato di ipotermia sul Colle della Scala l’ inverno passato, cui hanno dovuto amputare entrambe i piedi e quest’ anno i passaggi sono aumentati di molto.
Tra la Valsusa ed il Brianzonese è nata una rete di persone che hanno scelto la solidarietà all’ indifferenza, una rete che abbiamo deciso di chiamare Briser les Frontières.

Abbattere le frontiere, un obiettivo comune per chi lotta contro coloro che devastano la natura per movimentare merce e turisti su treni ad alta velocità, chiudendo al contempo tutti gli spazi a coloro che non gli rendono il giusto profitto e preparando il terreno per quello che rischia di  diventare l’ ennesimo cimitero a cielo aperto.

L’ indifferenza è complicità!

Mail: briserlesfrontieres@gmail.com
Cel: +393485542295

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Viaggio in Pelle Scura

La foto qui sopra cattura uno dei quotidiani episodi di  respingimento di ragazzi giovanissimi – i quali si dichiarano minori – alla stazione di Menton Garavan.
Pubblichiamo il racconto di un viaggio, il cui tragitto a molti risulterà noto per averlo compiuto tante volte senza problemi ma che in questo caso diventa un’epopea che mostra cosa stia accadendo nelle nuove zone di confine interne all’Europa.

Mi sveglio per andare in bagno. Il giorno prima eravamo andati a dormire presto perchè la mattina dopo ci attendeva una sveglia quasi all’alba per prendere un bus diretto in Francia. Guardo l’ora nell’orologio analogico: sono le 6:35, “Cazzo!”, mi dico, “è tardi, abbiamo perso il bus”. In realtà sono le 5:35, non avevo spostato le lancette indietro (quella notte era cambiata l’ora).

Corro in camera per svegliare S.: “Presto vestiamoci e corriamo, forse ce la facciamo a prendere il bus”. Arriviamo di corsa in una piazza vicino a casa, mancano due minuti esatti alla partenza del bus, ma per fortuna siamo molto vicini al luogo della partenza. Prendiamo un taxi; arriviamo alla stazione dei bus, chiedo ai pochi presenti se il pullman per la nostra destinazione è già partito, mi rispondono di no. Io ed S. siamo tutti contenti. Arriva il bus, gli autisti sono italiani, lombardi, frettolosi per il ritardo. Gli mostro i due biglietti, ci chiedono il documento: io gli do il passaporto, S. l’unico foglio che ha (da un anno ormai) che attesta la sua richiesta d’asilo in Francia, in attesa di ricevere documento vero e proprio. Il conducente afferma che quel documento non è valido per entrare in Francia. Io provo a spiegargli che quel pezzo di carta legittima S. ad entrare in Francia perchè lui ha chiesto l’asilo proprio li’. Niente da fare, continua a dire di no con aria scocciata e mi chiede: “che fa signorina? Lei sale con noi o no?” ed io ovviamente rispondo che non sarei salita.

Ce ne andiamo verso la stazione dei treni. S. silenzioso, io con le lacrime agli occhi per il nervoso. Sono allibita ed incazzata da quello che io considero il razzismo incistato nella mente della gente. Il conducente continuava a dire che non poteva accettare quel foglio per legge, e fin qui tutto ok, ma aggiungeva che « gli dispiaceva » non farci salire. E qui sta il problema, cosa vuol dire che « ti dispiace »? O per te la legge è la stessa cosa della giustizia, e allora non dovresti dispiacerti di applicarla, oppure se ti dispiace vuol dire che sai che c’è qualcosa che non va in quel comportamento.. Ma eviti di chiederti quanto e soprattutto cosa non va… Un meccanismo che Hannah Arendt ha posto alla base della mostruosa « banalità del male ». Molti diranno : « sì però, il lavoro è il lavoro », ma quando il lavoro consiste nel bloccare delle persone negandogli un diritto solo perché si trovano in una situazione di debolezza, allora in ballo c’è altro, si parla di accettare silenziosamente un sistema marcio e razzista.  Questo’esempio puo’ sembrare esagerato ma spiega bene il mio pensiero: è come il ferroviere che ai tempi del nazismo si è trovato a guidare i treni che trasportavano le persone nei campi di sterminio e si è detto: “è il mio lavoro, non posso rifiutare”. Si capisce il problema? Se davvero si prova dispiacere per una determinata situazione o si fa qualcosa per cambiarla o è meglio lasciare perdere e non far trapelare il proprio disagio.

Arriviamo in stazione per prendere il treno, aspettiamo un’ora ed ovviamente paghiamo il biglietto: il mio umore peggiora, visto che dobbiamo pagare nuovamente dopo aver perso due biglietti del bus. Mentre attendiamo l’arrivo del treno sento di essere molto dispiaciuta per S.

Lui deve subire numerose ingiustizie per il semplice fatto di essere nero, sì perché non c’è altra spiegazione; lui non è un criminale, lui viene da un Paese nel quale c’è una dittatura da circa 40 anni o forse più, quale è la sua colpa? Più ci rifletto e più capisco che adesso ci sono in mezzo anche io. Amo un africano e lui ama me. Ma questo non importa; le istituzioni, le leggi, il sistema, il fascismo non guarda in faccia nessuno. Colpevolizzano S. per essere nero in Europa, colpevolizzano me perché amo un nero in Europa.

Sto provando sulla mia pelle, attraverso l’amore che mi lega ad S., le ingiustizie che subiscono i migranti.

Non riesco a stare in silenzio, sento che devo fare qualcosa.

Ma cosa posso fare? Non lo so. Ci ragiono. Ma qualcosa devo pur fare.

Non è facile fare i conti con questa constatazione : non posso liberamente vedere la persona che amo, non posso liberamente stare con lui e muovermi con lui, aspetto insieme a lui il responso di persone che quotidianamente decidono sulla sua vita e sulla vita dei tanti uomini e donne nella sua stessa situazione; già, proprio sulla vita, perchè se tu non hai un documento, dopo aver rischiato la vita in un viaggio tremendo spendendo tutto quello che avevi, rischi di venire deportato di nuovo nel tuo Paese da cui sei fuggito perché non avevi garantito il diritto alla sopravvivenza. Eh si’, l’Europa dei diritti e delle libertà!

Ed io , ragazza-bianca -con documenti (perchè è con questi termini che il potere ragiona), pur avendo da anni lottato contro queste ingiustizie, capisco solo ora pienamente cosa vuol dire. Non riesco a stare in silenzio, sento che devo fare qualcosa; se vedo, agisco; non riesco a girarmi dall’altra parte, non posso farlo, perché ho la consapevolezza che significa non dare adito al fascismo dilagante. Ma che posso fare? Non lo so, ci devo ragionare.

Nel frattempo arriva il treno per Ventimiglia. Ovviamente dobbiamo dribblare la polizia sul binario che chiede i documenti solo ai neri. Dico ad S. di stare vicino a me; spero sempre che il mio essere bianca possa aiutare chi ha la pelle nera.

Saliamo sul treno, destinazione Ventimiglia.

Stazione di Ventimiglia – Foto di redazione

Arriviamo a Bordighera, so che scesi dal treno ci può essere il rischio che la polizia fermi S. con il rischio dell’espulsione dall’Italia per tre anni. Ci dividiamo per non dare nell’occhio. Io vado a fare i biglietti per Nizza. Saliamo sul treno francese ed è tutto tranquillo finchè arriviamo alla prima fermata, la prima stazione oltre confine : Menton Garavan. Io la chiamo la stazione dell’inferno per i migranti; qui la PAF (Polizia di frontiera francese) fa un vero lavoro di pulizia dei treni che si dirigono in Francia, chiede i documenti solo ai neri ed anche chi possiede una carta valida per stare in Francia deve scendere dal treno per “ulteriori controlli” (li chiamano cosi’ ma in realtà per loro è solo un gioco, mettere ansia e fare violenza psicologica). Ok, siamo a Menton Garavan, sul treno salgono una decina di poliziotti francesi con guanti di pelle e manganelli.

Non ero troppo preoccupata per S. perchè sapevo che lui possedeva un documento per stare in Francia. Mantenevamo le distanze per stare più tranquilli, non so bene perchè ma eravamo convinti di questo.

La polizia arriva da S., lui gli da i documenti ma loro decidono comunque di farlo scendere. S. scende dal treno scortato da tre poliziotti. Io scendo poco dopo. Vviene portato nell’ufficio della polizia senza dargli la possibilità di controbattere. Insieme a lui hanno fatto scendere anche una ragazzina forse di 15 anni, incinta, tirandola.

Io ovviamente rimango fuori e vado alla ricerca di un tabaccaio per comprare cartine ed accendino. la ricerca fallisce ma un passante mi offre quello che mi manca.

Mentre fumo una sigaretta aspetto e mi chiedo cosa sarebbe successo; mi sale l’ansia, l’angoscia e la paura per S. che in quel momento si trovava nell’ufficio della polizia di frontiera francese.

Dopo una mezz’oretta S. mi chiama dicendomi che era tutto ok, di non destare nell’occhio, di prendere il treno e che anche lui l’avrebbe preso e che ci saremmo rincontrati giunti a destinazione. Mentre attendo il treno vedo S. mettersi dall’altra parte del binario; nel frattempo la polizia francese effettua le espulsioni verso l’Italia con il treno. Tra gli espulsi ci sono tanti minori, tutti sanno che gli Stati non possono per legge espellere i minori. Ma qui, in Francia, lo fanno e nessuno apre bocca. Tante associazioni e gruppi di attivisti hanno denunciato questo, ma la polizia continua ad agire cosi’.

La ragazzina in stazione si dimena e il poliziotto la tira portandole lo zainetto che per ridarglielo glielo lancia addosso, mentre gli altri poliziotti deridono gli altri migranti. Tutto questo davanti agli occhi di decine di europei, curiosi di vedere che stava succedendo come se stessero al teatro o stessero guardando un film.

Ho provato schifo, vomito per quelle scene ma in quel momento, per S., non dovevo fare nulla, solo stare tranquilla.

Controlli e respingimenti alla frontiera francese

Arriva il treno, salgo; dopo pochi secondi salgono anche i poliziotti francesi per fare la solita pulizia. Io ero tranquilla, perchè agitarmi? Uno dei poliziotti (quello che aveva preso S.) mi chiede il biglietto e mi ordina di scendere dal treno; mi parla solo in francese, provo a parlargli in inglese ed anche in italiano ma lui non so se non capiva, se non voleva capire o se proprio non mi ascoltava. Ho intuito che alcuni suoi colleghi con aria di pena nei miei confronti, gli dicevano di lasciare perdere, ma lui niente, vuole a tutti i costi che io scenda dal treno pur essendo regolare sullo stesso; mi prende lo zaino e me lo porta fuori, ovviamente a quel punto scendo.

Mi chiede il documento, gli do il passaporto e lui mi domanda  se ho un altro documento. Non ne ho  altri. Arriviamo davanti ad una panchina sul binario, con arroganza mi chiede di togliermi la giacca. So bene che la polizia non puo’ farmi una perquisizione in un luogo pubblico senza motivo, so che non puo’ essere un uomo a farmi una perquisizione del corpo, so che non possono prendermi il telefono senza autorizzazione; tutto questo avviene, invece, mi controllano tutto sperando di trovarmi chissà che cosa. Chiedo spiegazioni; i poliziotti mi guardano con aria strafottente ed incominciano a ridere come per prendermi in giro. Mi dicono che si tratta di un normale controllo e continuano a chiedermi perchè sono li’, perchè sono scesa per poi riprendere il treno dopo un’ora. Hanno capito che ero insieme ad S. evidentemente, e stare con lui significa inceppare un sistema che vuole gli immigrati ghettizzati, emarginati ed esclusi. Mi chiedono perché sono li’ : io rispondo con tranquillità dicendogli che ho aspettato un amico dall’Italia ma stufa di aspettare ho poi deciso di partire senza di lui;  non mi credono e continuano a ridermi in faccia con un’arroganza tale da farmi salire una rabbia esagerata: che cazzo te ne frega perchè sono qui? Ho qualcosa di irregolare? Il tuo lavoro è controllare che non ci siano illegalità o controllare e umiliare le persone che per te sono da sopprimere? Nella mia testa c’è solo questo. Arriva un altro poliziotto con il mio documento e dice agli altri: ” è pulita”. Eh già, purtroppo non possono fermarmi per ore ed ore e sono obbligati a rilasciarmi. Mi ridanno il mio documento ma continuano a chiedermi perchè sono stata li’ un’ora, usando un tono della voce molto alto, di nuovo ripeto la storia; a quel punto mi lasciano andare, borbottando tra di loro.

Ovviamente il treno con S. dentro è ormai partito. Aspetto quello dopo e raggiungo S.

 Arrivata a Nizza ci rincontriamo e ci  abbracciamo. S. mi chiede come sto e cosa è successo. Io provo a raccontarglielo cercando di non farlo preoccupare. Subito dopo cerchiamo di capire come arrivare a Marsiglia, prendiamo il treno e pago un biglietto abbastanza salato per evitare altri problemi.

Durante il viaggio S. si addormenta, io comincio a pensare al viaggio appena fatto: penso a quello che è successo e cerco di ascoltare le mie emozioni; raramente ho provato una paura di quel tipo; di solito quando decido di fare delle cose tengo in considerazione che possono dare fastidio a qualcuno e che quindi posso subire delle conseguenze. Ma stavolta non è stato cosi’, stavolta volevo solo stare con la persona che amo. Stavolta ho avuto paura per S., che la polizia gli mettesse le mani addosso (a Menton Garavan è la routine) e dopo ho avuto paura per me, non potevo stare lì perchè mi avevano vista con un ragazzo nero che avevano fermato.

La cosa che più mi è rimasta impressa è l’indifferenza che le persone europee hanno nei confronti di quello che succede intorno a loro, per esempio sul treno a Menton Garavan. Tante persone guardavano i poliziotti chiedere i documenti solo ai neri ma nessuno si opponeva a questo, ognuno continuava il viaggio con estrema tranquillità, come se quello che succedeva fosse una cosa normale e giusta. E tanta gente ha guardato anche la mia perquisizioni con curiosità. Le persone vedono la violenza sui migranti ma non si oppongono, perché ? Hanno paura oppure pensano che sia giusto ? Ci hanno detto tante volte che un’indifferenza simile permise le atrocità compiute dal nazifascismo. Le persone vedono, ma per mantenere i propri privilegi non dicono nulla. L’indifferenza è il motore delle peggiori barbarie.

Il passo successivo è punire chi è amico dei neri, chi prova in qualche modo ad inceppare questo sistema.

Si tratta di un episodio di vita vissuta che ho deciso di raccontare e rendere pubblico perché oggi più che mai è necessario diventare consapevoli:  per potersi  prendere la responsabilità  a cui tutti siamo  chiamati di fronte a questa Storia.

Cati

Oltre le paure: il progetto della Scuola Media di Dolceacqua

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il video racconto del progetto di arteterapia “Oltre le paure” nato dall’unione delle competenze e creatività di due insegnanti della Scuola Media di Dolceacqua, 9 chilometri da Ventimiglia.

Progetti dal basso come questo, in grado di interagire e mettere in comunicazione tra loro coloro che abitano i territori, costituiscono importanti strumenti per combattere la xenofobia e il dilagare del consenso alle politiche razziste. La loro importanza è inoltre fondamentale in una zona come quella intorno a Ventimiglia, fortemente segnata dalla violenza del confine.

Oltre le paure… si può andare, (se si vuole!)

Alle Medie di Dolceacqua il mondo entra nella scuola e la scuola nel mondo. Come? Vi domanderete! Attraverso l’incontro dei ragazzi con alcuni migranti ospiti del Seminario di Bordighera. Da questa straordinaria esperienza è nato il video Oltre le paure.

Non inganni la breve durata del filmato; la sua realizzazione ha richiesto mesi di lavoro sia a scuola, con ore di riprese, sia da parte del video-maker Diego Diaz Morales, già autore di Una vita, cortometraggio su un richiedente asilo diffuso dalla rivista Internazionale, che ha distillato con un sapiente montaggio il materiale girato.

Tutto è iniziato a novembre quando 4 giovani migranti hanno varcato la soglia della scuola media per incontrare i ragazzi e lavorare insieme sulle paure rappresentandole graficamente, stimolati dall’osservazione dell’Urlo di Munch. Per i migranti, tali paure, si sono dimostrate più legate al rischio di morire o di essere costretti a tornare indietro, per i ragazzi si sono invece rivelate più fondate sulla scarsa conoscenza dell’altro e dei pericoli di cui può essere portatore.

Disegnare le proprie paure senza doverle necessariamente esprimere a parole ha favorito il processo di presa di coscienza e di incontro senza pregiudizi. Ousmanou, camerunense, a tal proposito, ha affermato “Attraverso il disegno abbiamo preso contatto con i ragazzi, ho potuto far capire loro che in Africa ci sono molte ricchezze (Oro, Cacao, Caffè, Uranio ecc) ed il motivo per il quale siamo stati costretti a scappare”. Visto il felice esito dell’esperienza si è pensato di girare un video, non solo per documentare il lavoro fatto ma anche, e soprattutto, per ampliare il processo di sensibilizzazione.

Le paure, che a novembre erano state rappresentate individualmente, sono state condivise su un grande lenzuolo dove sono diventate foglie di un Baobab. Ma ogni paura può essere superata e infatti, grazie alla sagoma di un bellissimo ulivo disegnato da Marius Soffiotti, le paure si sono trasformate in opportunità, in foglie di pace.

Grazie a questo percorso gli studenti hanno potuto capire le dinamiche del fenomeno migrazione, cambiare criticamente opinione sui migranti e scoprire che l’ignoranza e il pregiudizio sono la vera fonte di ogni paura.

Il progetto, nato dalla collaborazione delle insegnanti Monica Di Rocco, arteterapeuta e docente di Arte e Immagine, e Maddalena Vernia, docente di sostegno, ha ricevuto il supporto dei colleghi della scuola e il sostegno di Caritas Intemelia, Arci Imperia e della Diocesi di Ventimiglia Sanremo, che hanno contribuito alle spese.