Una manifestazione transfemminista contro i confini

Riceviamo e pubblichiamo il resoconto dei fatti accaduti in occasione di una manifestazione transfemminista sul confine tra Ventimiglia e Mentone nelle giornate di sabato 5 e domenica 6 giugno.

*pour la version française

*for the English version

Una manifestazione transfemminista contro i confini:

Ventimiglia/Mentone sabato 5 e domenica 6 giugno

Tuoutes aux frontierès: manifestazione transfemminista in solidarietà con le persone detenute alla frontiera franco italiana di Ventimiglia, un primo vittorioso passo del movimento transfemminista europeo contro le frontiere dell’Europa, contro Frontex e la polizia, contro il sessismo e il razzismo … ovvero come le persone manifestanti sono riuscite a incastrare per ore gli ingranaggi discriminatori e razziali dei dispositivi di frontiera.

Nel pomeriggio di sabato 5 giugno 2021 si è tenuta a Nizza una manifestazione transfemminista europea contro i confini e le politiche migratorie.

Nella stessa giornata, persone solidali che vivono e attraversano la zona di frontiera italo-francese hanno pensato di condividere una mattinata di protesta contro i confini anche nel territorio di Ventimiglia e Mentone, per dare a tuttx la possibilità di unirsi in una giornata contro le frontiere, anche per chi poteva avere problemi a causa dei controlli covid o per la distanza da Nizza.

Un appuntamento improvvisato per la mattinata di sabato 5 giugno, immaginato e condiviso come saluto solidale alla manifestazione transfemminista di Nizza, e momento di lotta e sostegno alle persone recluse dentro ai container della Paf (Police aux frontieres), ulteriore scintilla di protesta proprio sul confine.

La manif al confine

Dopo essersi radunate alle 10:30 in frontiera italiana, le persone solidali si sono spostate a protestare direttamente davanti agli uffici della Paf ed ai container dal lato francese, dove erano recluse diverse decine di persone senza documenti. Alla manifestazione hanno deciso di partecipare anche alcune persone senza documenti arrivate da Ventimiglia. Striscioni, cartelli, grida, cori, interventi, canti, saluti alle persone rinchiuse, si sono susseguiti per oltre un’ora, a pochi centimetri dalle strutture di reclusione francesi, da dove le persone imprigionate nel tentativo di attraversare il confine hanno mandato saluti e risposte ai richiami di chi manifestava.

La polizia italiana è rimasta a guardare a distanza cercando di capire cosa stava succedendo, e successivamente schierando un gruppo di carabinieri in antisommossa; la polizia francese si è mostrata in difficoltà, impreparata a una manifestazione transfemminista partecipatissima e non annunciata, che è riuscita a spingersi oltre il confine senza che le autorità riuscissero a ostacolarla o reagire.

Sono arrivati rinforzi dal lato francese e hanno provato a far arretrare la gente, ma la forza collettiva della rabbia contro i confini ha risposto con ancora più rumore e cori. Quando la complicità e l’entusiasmo delle persone chiuse dentro ha iniziato a crescere, la Paf è entrata nei container e ha gasato chi si trovava dentro con spray urticante: all’interno è calato un improvviso silenzio, un forte odore chimico ha infiammato gli occhi di chi stava protestando fino a un centinaio di metri intorno alle gabbie di lamiera.

Nel pomeriggio, le persone rilasciate hanno poi raccontato che decine di loro erano collassate nei container sotto i gas. Nonostante questo, si sono mostrate felici per la manifestazione del mattino chiedendo entusiaste di portare più spesso saluti e solidarietà.

Verso mezzogiorno la manifestazione è risalita verso il lato italiano, superando gli uffici di polizia per poi disperdersi.

A Ventimiglia, sul treno per Nizza

Numerose persone hanno deciso di proseguire la protesta, andando a prendere un treno alla stazione di Ventimiglia, per raggiungere nel pomeriggio la manifestazione transfemminista a Nizza. Sul binario italiano in direzione Francia le persone sono state affrontate dalla solita presenza di polizia italiana e vigilanza privata, che ha il quotidiano compito di bloccare e controllare, in cima al sottopassaggio, tutti i passeggeri non bianchi, prima che riescano a salire sul treno fermo al binario. Il gruppo ha semplicemente continuato ad avanzare, facendo retrocedere la polizia che ha tentato di fermare alcune persone, ma si è poi fatta da parte lasciando infine che le manifestanti salissero sul treno delle 13:55, e lasciando piuttosto che se la vedessero i colleghi francesi all’arrivo a Menton Garavan. Una volta a bordo, si sono unite al vagone “manif Nizza” anche alcune persone già presenti sul treno.

Una decina di minuti più tardi, all’arrivo alla prima stazione in Francia, Menton Garavan, la polizia francese che controlla ogni convoglio da sei anni in cerca di tutte le persone senza documenti, si è avvicinata al treno per il consueto blitz. Ma ha trovato ad attenderla un vagone di grida, cori e percussioni contro le frontiere. Ad ogni tentativo di mediazione o di richiesta dei documenti di identità, è stato risposto protestando e suonando ancora più forte. A un certo punto il capotreno ha detto “se state tranquille e lasciate passare i controlli, proseguiamo fino a Nizza senza problemi”.

Controlli vuol dire rastrellamenti razziali, vuol dire gente che non ha commesso nessun reato trascinata a forza nei furgoni della Paf o della gendarmerie e sbattuta per ore senza cibo e acqua in una scatola di metallo. Vuol dire che le persone vengono insultate e umiliate, gasate e picchiate, uomini, donne, persone trans, intersex, o minori che siano. I cori contro i confini non si sono fermati.

Blocco sul treno a Menton Garavan

A un certo punto l’interfono del treno ha avvertito i signori e le signore passeggere che il treno era fermo, e che avrebbero trovato un altro treno per proseguire, in arrivo sul binario opposto, quello che normalmente copre la linea inversa, dalla Francia a Ventimiglia. Anche le persone che volevano raggiungere la manifestazione a Nizza si sono mosse allora per uscire assieme agli altri passeggeri e passeggere, così da cambiare treno e riprendere il viaggio.

Energumeni della Paf e della gendarmerie si sono lanciati alle due uscite del vagone, per bloccare chi voleva raggiungere la manifestazione transfemminista a Nizza. Hanno schiacciato con violenza le persone, gridando, spintonando, prendendo a pugni, insultando e provocando con la minaccia di usare il gas o ricorrendo a molestie verbali sessiste.

Per tutto il tempo che le persone sono state bloccate in attesa dell’arrivo dei rinforzi dall’aeroporto di Nizza, la polizia ha investito le persone con rabbia e feroce aggressività, cercando lo scontro con i pochissimi uomini etero cis presenti come unica soluzione ad una situazione che non sapevano affrontare. Quando i rinforzi sono arrivati con i furgoni, le persone sono state allora costrette a scendere con la forza, tra calci, pugni e spintoni, qualcuna con la testa tenuta abbassata a forza, qualcuna presa e quasi sollevata per il collo, sono state caricate sui mezzi e deportate nuovamente sull’altro lato del confine, proprio davanti agli uffici di polizia italiana.

Alla fine sono state trattenute solo una persona solidale, accusata di aggressione a pubblico ufficiale, e due persone senza documenti. Queste due sono state spostate nei container e rilasciate dopo alcune ore in direzione Italia, assieme a tutte le altre persone fermate nei precedenti controlli.

La persona accusata di aggressione è invece rimasta negli uffici di frontiera francesi in stato di fermo per 24 + 24 ore, chiamate in Francia garde à vue e prolungabili fino a 48 ore salvo casi più gravi.

La polizia italiana, indignata e innervosita per un pushback illegale di persone comunitarie, scaricate dai colleghi francesi in suolo italico senza nemmeno identificazione, ha deciso di sospendere il lavoro per il resto del pomeriggio, entrando in “sciopero riammissioni”. Se al mattino il ricatto del potere davanti a una manifestazione con cui non trovava dialogo è stato gasare persone chiuse in trappola, al pomeriggio la ripicca dell’autorità italiana ha deciso di bloccare sul ponte che separa il territorio italiano da quello francese, Ponte San Luigi, tutte le persone migranti respinte dalla Francia

Schierati all’inizio del ponte, un gruppo di poliziotti italiani in divisa e altri in borghese che filmavano, hanno proseguito per ore rifiutando l’ingresso alle persone, mentre alla fine del ponte poliziotti francesi nervosissimi controllavano la situazione e mantenevano fermo il rifiuto anche per l’ingresso in Francia.

Tutte le persone che erano dirette alla manifestazione transfemminista a Nizza si sono radunate tra le due frontiere, aspettando di conoscere notizie delle persone fermate e di sbloccare quella situazione di stallo per le persone senza documenti, innescata da una questione di orgoglio e ripicca puerile tra le forze armate dei due paesi.

Dopo circa quattro ore di sollecitazioni, una poliziotta in borghese è andata a negoziare dentro gli uffici francesi coi colleghi, per tornare sul ponte raggiante, spiegando che c’era solo stato un “problema di comunicazione” e che era tutto risolto: le persone comunitarie potevano andare liberamente in Francia o in Italia a piacimento, “invece loro li prendiamo noi che li dobbiamo trattare”, ha affermato indicando le persone migranti bloccate per tutto il pomeriggio dalla polizia italiana.

Alla conferma che la persona solidale sarebbe stata trattenuta in garde à vue, e una volta che tutte le persone sono state autorizzate a rientrare in Italia e, per quelle confermate minorenni, è stato riconsiderato il riaccompagnamento in Francia dopo intervento dell’avvocato, la giornata di 12 ore alla “frontiera alta” di Ponte San Luigi si è conclusa con un appuntamento per il giorno successivo, nello stesso luogo.

Domenica, ritorno in frontiera (a Ventimiglia)

Domenica 6 verso le ore 14, quando l’avvocato ha confermato che i poliziotti francesi avevano trovato uno stratagemma per prolungare le 24 ore di garde à vue della persona solidale fermata il giorno prima, con l’escamotage della richiesta tardiva di acquisizione delle telecamere del treno e della stazione di Menton Garavan, il gruppo di solidali si è avvicinato nuovamente ai container, gridando per un paio di minuti cori e saluti a tutte le persone rinchiuse in quel momento, che a loro volta hanno nuovamente risposto; mentre dalla finestra del commissariato francese alcuni poliziotti mostravano lo spray urticante rivolgendolo ai container, come minaccia di ulteriore vendetta sulle persone prigioniere.

In pochi secondi, quando ormai le persone solidali se ne stavano andando, la Paf è uscita di corsa dagli uffici, chi sfoderando manganelli, chi agitando lo spray, fermandosi in schieramento sulla linea del confine per alcuni secondi, prima di ottenere probabilmente un’autorizzazione a sconfinare da parte della polizia italiana: un movimento rapido di cellulari tra un lato e l’altro del confine, ha fatto rompere gli indugi della polizia francese, che è corsa rabbiosa a circondare su suolo italiano un’auto delle persone solidali che stava facendo manovra per andarsene via.

Cinque persone sono state aggredite e tirate fuori a forza dall’auto, portate dentro gli uffici di frontiera francesi con le braccia bloccate dietro la schiena. La polizia italiana, a qualche centinaio di metri di distanza, ha osservato e filmato ogni cosa. Dopo alcune ore, tutte le persone sono state rilasciate con un refus d’entrée (rifiuto d’ingresso) dalla Francia, uguali a quelli che ogni giorno vengono dati a decine di persone rimandate in Italia, e una multa di 135 euro per ingresso in Francia -di circa cinque metri- senza test covid.

Lunedì, toutes aux frontières!

Al terzo giorno di presenza contestatrice alla frontiera, dopo ulteriori saluti da parte delle persone nei container, che si sono arrampicate dalla grata posta a chiusura sul tetto, per salutare con le braccia la presenza solidale, e dopo 45 ore di garde à vue, è stata rilasciata anche l’ultima persona presa sul treno diretto a Nizza.

I rastrellamenti razziali sui due lati del confine e il trattenimento per ore di persone senza documenti dentro prigioni di lamiera, continua giorno dopo giorno. Assieme al traffico di esseri umani, alla vendita del corpo delle donne come biglietto per attraversare il confine, agli accordi sottobanco tra guardie e ladri, alle aggressioni fisiche sempre più frequenti contro le persone non bianche.

Continua tuttavia anche la loro lotta quotidiana per la sopravvivenza in un territorio ostile, pericoloso, violento, razzista, sessista, omofobo, transfobo e patriarcale. Come femministe, non smetteremo di aiutarle con ogni mezzo necessario ad esercitare la loro fondamentale libertà di movimento.

Gli stati europei vanno mano per mano coi trafficanti !

Le frontiere in Europa sono uno stupro !

Vogliamo la chiusura di tutti i centri di detenzione amministrativa !

Vogliamo l’apertura di tutte le frontiere e la fine del business di armi e polizia !

 

Tou.te.s aux frontières!

Sabato 5 e domenica 6 giugno, Ventimiglia-Mentone

version française ici

Une manifestation transféministe contre les frontières :

Ventimiglia/Menton Samedi 5 et dimanche 6 juin 2021

Toustes au frontières : manifestation transféministe en solidarité avec les détenu.es à la frontière italo-française de Vintimille. Les personnes détenues son gazées dans les containers lors de l’action. L’action se poursuit vers Nice : violence policière raciste sur le trajet. Les personnes migrantes sont relâchées, 5 autres arrestations d’activistes en solidarité, dont une relâchée au terme d’une garde-à-vue de 48 heures. Amorce victorieuse d’un mouvement européen transféministe contre les frontières de l’Europe, Frontex, la police, le sexisme et le racisme… Ou comment les féministes sèment la discorde entre les polices frontalières.

Dans l’après-midi du samedi 5 juin 2021, une manifestation transféministe européenne contre les frontières et les politiques migratoires a eu lieu à Nice.
Le matin-même, les personnes solidaires qui vivent et traversent la zone frontalière franco-italienne ont elles aussi voulu partager une matinée de protestation. Ce rendez vous improvisé aux confins des territoires entre Vintimille et Menton émanait du désir de voir renaître une nouvelle étincelle de contestation et de lutte sur la frontière et de témoigner du soutien aux personnes emprisonnées à l’intérieur des containers de la PAF (Police aux frontières).

Manifestation à la frontière
Solidarité à travers les tôles. Détenu.es lacrymogené.es.

Après s’être rassemblées à 10h30 à la frontière italienne, des dizaines de personnes concernées et de féministes solidaires se sont déplacées pour protester directement devant les bureaux de la PAF et devant les containers, côté français. Pendant plus d’une heure on manifeste avec force, cris, chants, banderoles, discours, slogans et salutations aux dizaines de personnes emprisonnées à l’intérieur de ces containers à la suite de leur tentative de passer la frontière. La kyrielle protéiforme et décidée a réussi à franchir la frontière sous le regard hagard de la gendarmerie italienne et de la police française anti-émeute. De toute évidence, prise au dépourvu face à une manifestation transféministe non annoncée.

Les renforts arrivent du côté français et tentent de faire reculer les gens, mais la force collective de la colère contre les frontières répond par encore plus de bruit et de chants. Lorsque la complicité et l’enthousiasme des personnes enfermées à l’intérieur se font entendre plus fort, les agents de PAF entrent dans les containers et gazent les gens qui s’y trouvent avec leurs sprays lacrymogènes : le silence est soudain tombé à l’intérieur, une effluve chimique a piqué les yeux de celleux qui protestaient jusqu’à une centaine de mètres autour des cages métalliques.

Dans l’après-midi, les personnes libérées racontent que des dizaines d’entre elles s’étaient effondrées dans les containers sous l’effet du gaz. Malgré cela, iels se sont montrées heureu.ses de la manifestation du matin et ont demandé avec enthousiasme à ce que soient portés plus souvent des salutations et de la solidarité.

Vers midi la manifestation se disperse.

 

À Ventimiglia, dans le train pour Nice
Féministes véneres contre les frontières !

Une partie d’entre nous a décidé de continuer la journée d’action en allant prendre un train direction Nice, la grande manif. Sur le quai italien en direction de la France, présence habituelle de la police italienne et de la sécurité privée qui ont pour tâche quotidienne de bloquer et de contrôler toustes les passager.es non blancs avant qu’iels ne parviennent à monter dans le train. Nous avons simplement continué à avancer, amenant la police à reculer et finalement à laisser les manifestant.es monter dans le train de 13h55. Une fois à bord, un certain nombre de personnes déjà présentes dans le train rejoignent le wagon “manifestation de Nice”.

Une dizaine de minutes plus tard, à l’arrivée à la première gare de France, Menton Garavan, la police française qui, depuis six ans, contrôle chaque convoi à la recherche de tous les sans-papiers, s’approche du train pour la descente habituelle. Elle y découvre un wagon rempli de cris, de chants et de tambours anti-frontaliers. À chaque tentative de médiation ou de demande de papiers d’identité, on répondait en protestant et en jouant encore plus fort. Les contrôles, ce sont des rafles racistes, ce sont les personnes qui n’ont commis aucun crime traînées de force dans les fourgons de la PAF ou de la gendarmerie et jetées pendant des heures sans eau ni nourriture dans une boîte métallique. Cela signifie que des personnes sont insultées et humiliées, gazées et battues, qu’il s’agisse d’hommes, de femmes, de personnes trans, intersexes ou mineures. Les chants contre les frontières n’ont pas cessé.

 

Blocage du train à Menton Garavan
Les transféministes déroutent les polices

À un moment donné, les hauts-parleurs du train ont averti les passagers, mesdames et messieurs, que le train était arrêté, et qu’ils trouveraient un autre train pour continuer leur voyage sur la voie opposée. Des agents de la PAF et de la gendarmerie ont bloqué la sortie de celleux qui voulaient rejoindre la manifestation transféministe à Nice.

Dans une mêlée de coups de poing et d’insultes sexistes, les policier-es visiblement embarrassé.es par cette situation cherchaient la confrontation avec les rares hommes cis présents. Au final, deux personnes sans papiers sont arrêtées, emmené.es dans les containers et renvoyé.es vers l’Italie après quelques heures. Une personne solidaire est accusée de violences sur agent public et détenue.

La police italienne, déconcertée par le refoulement illégal de citoyen.nes européen.nes non-identifiées décide alors de suspendre son travail pour le reste de l’après-midi, entamant une “grève des réadmissions”.

Nous toustes qui voulions aller à la manifestation transféministe de Nice, on se rassemble entre les deux frontières.

Après environ quatre heures de sollicitation, arrive la « gentille policière » en civil, qui est allée négocier à l’intérieur des bureaux français. Revenant rayonnante sur le pont, elle explique qu’il n’y avait eu qu’un “problème de communication” et que tout était résolu : les citoyen.nes européen.nes pouvaient aller librement en France ou en Italie à leur guise, « par contre, eux, on les emmène parce qu’on doit les traiter » (sic), en indiquant les personnes bloquées tout l’après-midi par la police italienne.

 

Dimanche, retour à la frontière (Vintimille)
Liberté, égalité, refus d’entrée!

Le dimanche 6, vers 14 heures, les personnes emprisonnées répondent à nouveau à nos refrains, tandis qu’à la fenêtre, des policiers nous montrent leurs sprays lacrymogènes, comme une menace de vengeance supplémentaire sur les personnes emprisonnées dans les containers.

Cinq personnes du groupe sont attaquées et sorties de force de leur voiture qui manœuvrait pour partir.

Après quelques heures, toutes seront libérées avec un ̈refus d’entrée ̈, comme ceux qu’ils donnent chaque jour à des dizaines de personnes renvoyées en Italie, et une amende de 135 euros pour être entrées en France -sur environ cinq mètres- sans test Covid!

 

Lundi, toustes aux frontières!
Les frontières violent – nous les tuerons

Au troisième jour de la présence protestataire à la frontière, les personnes enfermées grimpent jusqu’à la grille posée entre les toits des containers pour saluer de leurs bras la présence solidaire. Après 45 heures de garde à vue, la dernière personne arrêtée dans le train pour Nice est libérée.

Le harcèlement raciste des deux côtés de la frontière et la détention pendant des heures des personnes sans papiers dans des prisons en tôle se poursuivent jour après jour sans que nous, vous, les voisins, ne protestent. Cela fait l’affaire de la traite des êtres humains, le business de la vente des corps des femmes en échange du passage de frontière. Cela n’est rendu possible que par des accords en sous-main entre gardiens et voleurs, et donne lieu à des agressions de plus en plus graves et fréquentes contre les personnes migrantes.

Cependant, leur lutte quotidienne pour la survie dans un territoire hostile, dangereux, violent, raciste, homophobe, transphobe et patriarcal se poursuit. En tant que féministes, nous ne cesserons pas de les aider par tous les moyens nécessaires à exercer leur liberté fondamentale de circulation.

États Européens, main dans la main avec les trafiquants !

En Europe, les frontières, c’est du VIOL !

Nous voulons la fermeture de tous les centres de rétention administrative !

Nous voulons l’ouverture de toutes les frontières et l’arret du business des polices et des armes !

 

Tou.te.s aux frontières !

Samedi 5 et dimanche 6 juin 2021, Vintimille-Menton

 

 

English version here:

A TRANSFEMINIST DEMONSTRATION AGAINST BORDERS:

Ventimiglia/Mentone Saturday 5th and Sunday 6th of June

Tuoutes aux frontierès: transfeminist demo in solidarity with the people detained at the French-Italian border of Ventimiglia, a first victorious step of the European transfeminist movement against the european borders, against Frontex and the police, against sexism and racism … or how the people demonstrating managed to jam the discriminatory and racial gears of the border devices for hours.

A transfeminist demonstration against borders and migration policies was held in Nice in the afternoon of Saturday 5 June 2021

In the same day, people in solidarity who live and cross the Italian-French border area decided to spend the morning protesting against borders in the territory of Ventimiglia and Mentone as well, to give everyone the possibility of gathering in a day against borders, even for those who might have problems because of the covid checks or for distance from Nice.

An impromptu appointment for the morning of Saturday 5th of June, imagined and shared as a solidarity greeting to the transfeminist demonstration of Nice, and moment of fight and support for people imprisoned inside the containers of the PAF (Police aux frontieres), further sparked protests right on the border.

 

The demonstration at the border

After gathering at 10:30 at the Italian border, the people in solidarity moved to protest directly in front of the PAF offices and the containers on the french side, where several dozen undocumented people were reclused. Some people without documents from Ventimiglia have decided to participate as well. There have been banners, signs, shouts, choirs, speeches, songs, greetings to locked up people for more than an hour, a few centimeters far away from the french prison structures, from where people imprisoned trying to cross the border have sent greetings and responses to the calls of those demonstrating.

Italian police watched from distance trying to understand what was happening, subsequently deploying a group of riot police; French police showed themselves in trouble, unprepared for a very participatory and unannounced transfeminist demonstration, that managed to go beyond the border without the authorities being able to obstruct or react.

Reinforcements arrived from the French side and tried to get the people back, but collective rage against borders responded with even more noise and chants. When the complicity and the enthusiasm of the people locked inside has begun to grow, Paf entered the containers and gassed those inside with stinging spray: a sudden silence fell inside, a strong chemical smell inflamed the eyes of those who were protesting up to a hundred meters around the sheet metal cages.

In the afternoon, released people have then reported that dozens of them were collapsed in containers under gas. Despite this, they showed themselves happy for the demonstration that has taken place in the morning, enthusiastically asking to bring greetings and solidarity more often.

Around noon the demonstration climbed towards the Italian side, passing in front of police offices and then dispersing.

 

In Ventimiglia, on the train to Nice

Many people have decided to continue the protest, going to get a train at Ventimiglia station, to reach in the afternoon the transfeminist demonstration in Nice. On the Italian rail towards France people have faced with the usual presence of Italian police and private security, which has the daily task to stop and control, at the top of the underpass, all non-white passengers, before they can be able to get on the train which is still at the platform. The group has simply continued to advance, pulling back the police who tried to stop some people, but then stepped aside and finally let the protesters board the 1:55 pm train, rather leaving it to the French colleagues upon arrival in Menton Garavan. Once on board, some people already present on the train joined the “Manif Nizza” wagon.

Ten minutes later, upon arrival at the first station in France, Menton Garavan, French police who have been checking every convoy for six years looking for all the people without documents, approached the train for the usual blitz. It found though a wagon of shouts, choirs and percussion against borders awaiting. To any attempt of mediation or request for identity documents, it was answered protesting and ringing even louder. At one point, the conductor said “if you are quiet and let the controls to be, we continue to Nice without problems ”.

Controls means racial roundups, it means people who have not committed any rime dragged by force into the containers of the Paf or the gendarmerie and beaten for hours without food and water in a metal box. It means that people are insulted and humiliated, gassed and beaten, men, women, intersex, trans persons, or minors who are. The choirs against the borders did not stop.

 

Blockage on the train at Menton Garavan

At one point the intercom of the train warned people that the train was still, and that another train to continue would have been found, arriving on the other platform, which normally covers the reverse line, from France to Ventimiglia. People who wanted to reach the demonstration in Nice then moved as well to go out with the other passengers, so as to change train and be back on the travel.

Army ginks of the PAF and of gendarmerie went to the two exits of the wagon, to block those who wanted to reach the transfeminist demonstration in Nice. They violently crushed people, shouting, throwing up their hands, grabbing, punching, insulting and provoking by threatening to use gas or resorting to sexist verbal harassment.

For the whole time when people have been blocked waiting for reinforcements to arrive from Nice airport, the police hit people with anger and ferociousness aggression, encounter the confrontation only with the very few straight men cis present as the only solution to a situation they did not know how to face. When reinforces arrived with vans, people have been then forced to get off by force, between kicks, punches and shoves, some with her head held down by force, some taken and almost lifted by the neck, they were loaded onto the vehicles and deported again on the other side of the border, right in front of the Italian police offices.

In the end, only one person in solidarity was detained, accused of assault to public official, and two people without documents. These two have been moved to the container and released after a few hours in the direction of Italy, together with all the other people stopped in previous checks.

The person accused of assault, on the other hand, remained in the border offices French in custody for 24 + 24 hours, called “garde à vue” in France and extendable up to 48 hours except for more serious cases.

The Italian police, outraged and nervous about the illegal pushback of community people, downloaded by his French colleagues on Italian soil without even identification, decided to suspend work for the rest of the afternoon, entering a “readmission strike”. If in the morning the blackmail of power in front of a demonstration with which could not find dialogue has been gassing trapped people, in the afternoon the spite of the Italian authorities has decided to block on the bridge that separates the Italian territory from the French one, Ponte San Luigi, all migrants rejected by France.

Lined up at the beginning of the bridge, a group of Italian policemen in uniform and others in plain clothes who were filming, continued for hours refusing people from entering, while at the end of bridge nervous French policemen controlled the situation and held the refusal to entry in France.

All the people who were directed to the transfeminist demonstration in Nice have gathered between the two borders, waiting for news of the people stopped and for unlocking the stalemate for people without documents, triggered by a question of pride and childish spite between the armed forces of the two countries.

After about four hours of soliciting, a plainclothes policewoman went to negotiate inside the French offices with colleagues, to return to the beaming bridge, explaining that it was there it was only a “communication problem” and that it was all solved: the community people could freely go to France or Italy at will, “instead we take them ‘cause we have to deal with them ”, she said pointing at the migrants blocked for the whole afternoon by the Italian police.

Upon confirmation that the person in solidarity would have been detained in garde à vue, and once that all people have been authorized to return to Italy and, for those confirmed minors, the return to France was reconsidered after the intervention of the lawyer, the 12-hour day at the “high border” of Ponte San Luigi ended with an appointment for the next day, in the same place.

 

Sunday, return to the border (Ventimiglia)

Sunday 6th around 2 pm, when the lawyer confirmed that the French policemen had found a trick to extend the solidarity person’s 24 hours of garde à vue stopped the day before, with the ploy of the late request for acquisition for the cameras of the train and the station of Menton Garavan, the group of solidarity people has approached the containers again, shouting for a couple of minutes choruses and greetings to all the people incarcerated at that time, who have in turn again answered; while from the window of the French police station some policemen showed him stinging spray aimed at containers, as a threat of further revenge on people recluse.

In a few seconds, when the people in solidarity were leaving, the PAF came out running from the offices, some pulling out batons, some waving the spray, stopping in line up on the border line for a few seconds, probably before getting an authorization to trespass from the Italian police: a rapid movement of mobile phones between one side to the other of the border, has broken the delay of the French police, who ran angrily to surround a car of supportive people on Italian soil which was maneuvering to leave.

Five people were attacked and forcibly pulled out of the car, taken inside the French border offices with their arms locked behind their backs. Italian police, a few hundred meters away, observed and filmed everything. After a few hours, all people were released with a refus d’entrée (refusal of entry) from France, the same as those that are given to dozens of deferred people every day in Italy, and a fine of 135 euros for entry into France – of about five meters – without testing covid.

Monday, all at the borders!

On the third day of protesting at the border, after further greetings from the people in the containers, who climbed from the closing grate on the roof, to greet the presence of supportive people, and after 45 hours of garde à vue, it was released as well the last person taken on the train to Nice.

The racial roundups on both sides of the border and the detention of people for hours without documents in sheet metal prisons, continues day after day. Together to human trafficking, to the sale of women’s bodies as a ticket to to cross the border, to under-the-table agreements between cops and thieves, to physicals assaults everyday more frequent against non-white people.

However, their daily struggle to survive in an hostile, dangerous, violent, racist, sexist, homophobic, transphobic, and patriarchal territory keeps going. As feminists, we will not stop helping them by any  necessary way to exercise their fundamental freedom of movement.

 

European States, hand in hand with the traffickers !

In Europe, borders are Rape !

We want all administrative detention centers to be closed !

We want the opening of all borders and the end of the police and arms business!

 

Tou.te.s aux frontières!

Saturday 5th and Sunday 6th June, Ventimiglia

La polizia di frontiera e il Covid 19, un anno dopo

Pubblichiamo la traduzione del report di marzo del collettivo Kesha Niya, attivo alla frontiera di Ventimiglia dalla primavera del 2017. Il resoconto mette in luce come la polizia di frontiera francese continui a utilizzare in modo strumentale l’emergenza Covid 19 per inasprire i controlli, mentre continua contestualmente a detenere in luoghi insalubri e affollati le persone da respingere, spesso illegalmente, in Italia. La traduzione del precedente report (febbraio 2021) è disponibile qui.

Cari amici! La situazione alla frontiera continua ad essere intollerabile. Le ultime settimane sono state caratterizzate da un buon numero di persone che ogni sera si fermano alla nostra postazione, sia per passarci la notte, sia per percorrere il Passo della Morte (sentiero per la Francia) durante la notte.

Le notti sono ancora molto fredde, cerchiamo di fornire coperte e vestiti caldi. La situazione è ulteriormente aggravata dalla pioggia.

Ci sono pochissime strutture coperte/tetto per dormire a Ventimiglia. La settimana scorsa, quasi tutti i treni per la Francia erano già controllati a Ventimiglia, quindi era quasi impossibile salire sul treno. Dato che così tante persone sono bloccate qui in questo momento, sorgono tensioni, che sentiamo anche alla postazione della colazione (postazione del colletivo Kesha Niya a qualche centinaia di metri dalla frontiera di ponte San Luigi) Tutte le persone respinte che arrivano alla nostra postazione hanno cercato di passare a piedi. Come risultato un minor numero di persone è arrivato dalla polizia di frontiera mentre il maggior numero è arrivato in autobus o a piedi da Ventimiglia.

I dati della scorsa settimana saranno pubblicati nel prossimo rapporto. La gente continua a raccontarci di insulti da parte della polizia. In diverse occasioni, le persone in movimento sono state insultate dalla polizia. Le donne sono state chiamate “puttanelle” e gli uomini “figli di puttana”. Il Covid è ancora molto presente e continua a creare problemi. Non sono solo i documenti mancanti a impedire (l’ingresso in Francia ndt), ma anche la mancanza di un test PCR impedisce l’ingresso e viene giustificato sul “refus d’entrée” (documento consegnato dalla polizia francese al momento del respingimento in Italia ndt) come “pericolo per il paese”.

Il Bar Hobbit è ancora chiuso, e non è ancora chiaro quando o se riaprirà.

Da un lato, il Covid porta a maggiori controlli con il pretesto della salute, di fatto però, solo le persone BIPOC (Black Indigenous People of Color, persone nere, indigene e e di colore ndt) vengono controllate. Il profilamento razziale è praticato qui al più alto livello. La conseguenza diretta dei controlli è la detenzione di troppe persone in container dove non si può mantenere la distanza. La condizione molto poco igienica aggrava la situazione. Come già raccontato in un precedente rapporto, il tribunale di Nizza ha definito illegale questo modo di gestire le persone alla frontiera. Ciononostante, la situazione rimane invariata. Le foto di seguito ci sono state inviate da una persona che è appena uscita dai container. Invierà queste foto anche al ministro della salute francese.

 

 

 

 

polizia di frontiera
Interno dei container di detenzione utilizzati dalla polizia francese

 

esterno dei container usati per la detenzione prima del respingimento in Italia

La settimana scorsa, un numero insolitamente grande di donne e bambini è venuto da noi. Molti di loro hanno deciso di non essere ospitati dalla Caritas in una casa per donne e famiglie. Una possibile ragione potrebbe essere che sono intrappolati nei circoli della tratta delle donne. Dormire in uno spazio sicuro potrebbe essere visto come un tentativo di fuga che potrebbe essere punito dai trafficanti e quindi è un pericolo per le donne e i loro bambini.

C’è uno squat a Ventimiglia dove i trafficanti offrono alle persone in fuga un posto per dormire in cambio di soldi. Secondo i racconti, non ci sono strutture adeguate per dormire lì, i vestiti vengono usati per fare il fuoco e la casa è piena di spazzatura e feci a causa della mancanza di servizi igienici. Scriveremo e pubblicheremo un articolo sulla situazione del traffico di donne nella zona di confine il più presto possibile.

Inoltre, un incidente ci ha accompagnato negli ultimi giorni. Un bambino di 11 anni è stato separato da sua madre mentre cercava di attraversare il confine in treno. Molto probabilmente i contrabbandieri avevano precedentemente nascosto la famiglia sul treno in luoghi diversi e solo un bambino non è stato scoperto dalla polizia. Ha viaggiato non accompagnato fino a Nizza. Nel frattempo, è stato accompagnato a Parigi da una persona conosciuta dalla madre. La madre è ancora in Italia.

Oltre alle famiglie, abbiamo incontrato molti minori non accompagnati. Alcuni di loro sono stati respinti più di 5 volte. Ci hanno anche detto che la polizia ha distrutto i documenti che provano la minore età dei minorenni.

Fino a sei mesi fa, un documento per i minori poteva essere rilasciato tramite il nostro avvocato con una procedura d’urgenza. Questo doveva essere preso in considerazione dalla polizia di frontiera e permetteva loro di attraversare la frontiera legalmente. Nel frattempo, la situazione in cui i minori sono costretti a vivere per strada è stata dichiarata come non urgente. Pertanto, le procedure urgenti non sono più attuabili e l’attraversamento legale della frontiera è quasi impossibile. Molti dei minori non hanno alcuna prova della loro età.

A causa di questo, sono privati dell’accesso ad alcune strutture come i posti letto qui sul posto (Ventimiglia ndt), poiché in molti casi questi possono essere richiesti solo con documenti ufficiali. Ecco le cifre delle ultime due settimane. Come sempre, vogliamo ricordarvi che queste cifre sono incomplete e possono dare solo una panoramica approssimativa della situazione al confine. Per il 19 marzo i numeri si sono persi.

Altri avvenimenti: 4.03.: Molte persone sono state rilasciate dopo l’ultimo autobus e hanno deciso di rimanere alla postazione della colazione per dormire. 10.03.: Alla postazione della colazione è arrivato un uomo dal Sudan che aveva lividi e ferite aperte al ginocchio. Ci ha detto che stava camminando sul sentiero di montagna (passo della morte). Quando è arrivata la polizia, voleva scappare ma un poliziotto lo ha afferrato per la caviglia e lo ha spinto a terra. E’ dovuto rimanere 15 ore nel container, senza cure mediche, cibo o acqua.

Grazie a tutti coloro che seguono continuamente i nostri reportage e si interessano alle persone che incontriamo.

Anche se siete lontanə, date nuova visibilità a tuttə coloro che sono statə lasciatə solə dal governo italiano e francese, maltrattatə e spesso oggetto di violenza da parte della polizia di frontiera francese. Per maggiori informazioni o per qualsiasi domanda contattate l’e-mail qui sotto. Siamo anche sempre felici di ricevere donazioni in denaro, per continuare il nostro lavoro e per l’arrivo di nuovi volontarə. restate ribelli! a presto – kesha niya <3

kesha-niya@riseup.net keshaniyakitchen@gmail.com Bank account:
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Respingimento e Controllo a Ventimiglia

Il respingimento dei minori, la violenza fisica e verbale della polizia francese, la nuova cooperazione tra la polizia francese e quella italiana alla stazione di Ventimiglia, raccontate da chi quotidianamente incontra e raccoglie i racconti delle persone in viaggio, in direzione ostinata e contraria al meccanismo disumanizzante della frontiera.

Pubblichiamo di seguito la traduzione del report di febbraio del collettivo Kesha Niya, attivo alla frontiera di Ventimiglia dalla primavera del 2017.

La traduzione del precedente report (dicembre 2020 – gennaio 2021) è disponibile qui.

Cari amici, ci scusiamo per l’intervallo di tempo tra questo aggiornamento e l’ultimo di gennaio. Recentemente, ci sono stati alcuni cambiamenti nel nostro gruppo, volontari* che se ne sono andat* così come nuov* che sono arrivat*.

Siamo a febbraio e anche se giorno dopo giorno le temperature sta aumentano, le notti restano ancora fredde. Ogni giorno incontriamo dalle 10 alle 20 persone che sono tenute per tutta la notte nei container di detenzione al confine francese. Riferiscono che all’interno dei container non c’è alcuna possibilità di dormire e che la polizia si rifiuta di distribuire coperte, tè, acqua o cibo.

Tutto considerato, rispetto alle settimane precedenti, durante le ultime due sono arrivate meno persone al posto di frontiera di Kesha Niya. Questo potrebbe essere collegato al fatto che gruppi della polizia francese e italiana (nuova cooperazione) stanno controllando la stazione ferroviaria di Ventimiglia. Chiedono documenti di viaggio validi alle persone che vorrebbero in raggiungere la Francia con il treno, non proibendo di fatto altro che un viaggio sicuro. A seguito di questo infatti, le persone in movimento sono costrette a cercare modi non sicuri per attraversare il confine, come camminare su un sentiero di montagna o dipendere da trafficanti che approfittano della situazione di vulnerabilità dei migranti.

La distribuzione di cibo a Ventimiglia è meno frequentata, stiamo ancora cercando di capire se c’è una ragione particolare per questo.

I controlli della polizia rimangono simili a quelli delle ultime due settimane. La novità è che la polizia francese ha iniziato a respingere le persone con documenti di viaggio validi a causa di una “mancanza di un test PCR (test per COVID-19 con risultato disponibile in 24 ore n.d.t.)” – trattenendoli per più di 4 ore nei container quindi in maniera illegale (come d’altronde è la stessa procedura di respingimento).

A causa del passaggio da zona gialla a zona rossa (Covid-19) a Ventimiglia devono chiudere anche importanti servizi per migranti in città (come il “Bar Hobbit” che è un locale aperto a tutti).

Il bar Hobbit
Dalla seconda settimana di febbraio c’è stato un numero significativo di minori respinti (ne abbiamo incontrati 63). Anche se queste persone avevano con se documenti che provano la loro minore età, la polizia li ha registrati un anno di nascita più basso per non essere responsabile della loro sicurezza. Alcuni dei minori che abbiamo incontrato non hanno più di 13 anni. Ad oggi non esiste a Ventimiglia un singolo centro di accoglienza per minori anche questi ragazzi quindi, come tutte le altre persone, sono costretti a dormire per strada.
Molte delle persone detenute dalla polizia ci hanno raccontato che la polizia francese si comporta in modo razzista e usa un linguaggio razzista (come ad esempio chiamarli “schiavi”). Il 14 gennaio, le persone che abbiamo incontrato ci hanno riferito che la situazione nel container di detenzione è degenerata e la polizia ha usato violenza fisica e spray al peperoncino contro 35 persone che erano all’interno. Due migranti sono svenuti e sono stati portati all’ospedale in ambulanza.

In altri giorni al nostro posto di frontiera sono arrivate persone con un braccio rotto, un labbro rotto o un dito rotto. La maggior parte delle persone ci dice di aver passato “di peggio” ma che speravano che sarebbe stato meglio in Francia e in mezzo all’Europa. Stiamo incontrando molte persone che hanno sperimentato avversità disumane nei campi di Malta o Lampedusa. Molti descrivono la loro frustrazione per la mancanza di consapevolezza della situazione lì. Altri raccontano della violenza in altre frontiere in Europa (per esempio in Croazia). “Abbiamo rischiato la vita attraversando questo mare… E ora questo”. – si sente spesso.

Nelle scorse settimane abbiamo incontrato famiglie e donne con bambini che sono state trattenute nei container per molte ore. All’inizio di febbraio, la polizia ha dovuto chiamare un’ambulanza per un bambino di 11 mesi, indebolito da queste pratiche disumane di respingimento. La maggior parte dei bambini che incontriamo sono sopraffatti dalla situazione e dallo stress fisico ed emotivo in cui sono messi sia loro che i loro genitori.

Di seguito trovate i numeri delle persone sottoposte a respingimento dalla fine di gennaio. Vogliamo ricordarvi che la nostra documentazione non è completa perché mancano le capacità per registrare tutte le persone che arrivano al posto di frontiera. Inoltre, è importante per noi non ridurre la situazione ai numeri, ma tenere presente che ogni “numero” è una persona con la sua storia e la sua vita:

                 Data/Persone Respinte/Uomini/Donne/ Bambini/Minori non accompagnati

Non possiamo e non vogliamo chiudere gli occhi di fronte alla violazione quotidiana dei diritti umani e siamo solidali con le persone! No borders, No problems

Kesha Niya

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Un momento a Ventimiglia, ottobre 2020

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo, istantanea amara e precisa di come si presenti, in questo momento, il territorio di frontiera tra Ventimiglia e Mentone.

Un momento a Ventimglia

Non andavo al confine da mesi, ci abito abbastanza vicino da trascurarlo, come quando non rispondi a tua madre perché sai che comunque puoi chiamarla dopo. Pensi che in qualche modo sia sempre lì, fermo sulla carta geografica, più immobile delle rocce sulle quali è stato disegnato.

Mi sono e ci siamo persi nella nostra piccola città, si è riempita anche lei di piccoli confini, di marginalità. Barriere una dentro l’altra nate dove prima lo sguardo era libero. Si sono distese come il filo spinato anche sotto casa mia ste stronze. Un colpo di forbice e le ho viste apparire simili ad omini di carta che si tengono per mano. Ho e abbiamo trascorso gli ultimi mesi tra quei muri, senza il coraggio ed il tempo di guardare a ponente, verso il far west un poco ‘ndrangheta, un poco Biamonti che è un pezzo della mia/nostra storia: Ventimiglia.

Pare che a ponte San Luigi, il confine alto, la polizia e l’Anas (o meglio la polizia con la scusa dell’Anas) vogliano cintare la piccola piazzola a bordo strada in cui vengono distribuiti generi di prima necessità alle persone respinte. Arriviamo che c’è il sole, al mattino poca pioggia svogliata, diversa dall’acqua che ha aperto Ventimiglia come un libro la settimana scorsa, quando il Roya era un ferro da stiro impazzito che trascinava tutto giù dal tavolo. Ci sono molte persone. Alcune 20k e kesha niya cercano di aiutare, danno cibo, caffè, informazioni. Non ci sono forze dell’ordine, si vedono solo gli alpini dormire sulle jeep in dogana, mentre la spiaggia delle baracche è bellissima, nonostante sia un centinaio di metri sotto di noi sembra lì, a portata di mano.

Ci sono molte persone, troppe, hanno facce stanche sotto le mascherine, banale dirlo, ma meglio ricordarselo, perché equivalgono a ore di container, di garde à vue, di strattonamenti. La CRS non si fa problemi, usava l’amuchina dopo che alzava le mani ancora prima del covid.

alcune persone respinte dalla polizia francese sostano a bordo Aurelia il tempo necessario a rifocillarsi e attendere il bus in direzione Ventimiglia.

Io dal 2011 qualcosa qui l’ho vista: i tunisini, i sudanesi, gli afgani, le somale, la tratta; tanti corpi, corpi pestati come lattine, disidrati, abbattuti, fieri, infreddoliti, poi madri sole, madri male accompagnate, anche farabutti, santi e bambini, ma quello che vedo oggi no, non l’avevo mai visto. C’è gente di ogni etnia ed età, alcuni vestiti male, altri che hanno imparato ad essere alla moda anche nella difficoltà, più o meno capaci di parlare le nostre lingue. Molti non sanno che fare, molte non sanno dove andare, pensano ad arrivare a domani forse, qualcosa nella pancia, senza infettarsi, giusto la possibilità di avere qualche sogno, senza esagerare però, che con i sogni in Europa ci si avvelena, che i sogni non realizzati diventano ossessioni. Non è più quello che i sociologi definiscono un flusso migratorio, queste sono persone che finita la musica al gioco della sedia non hanno trovato posto, partecipando così tante volte al gioco fino a che è diventato orrendo. La musica partendo è ormai il raccapricciante carillon di un film horror.

Il sole si fa più forte, andiamo al supermercato a prendere quello che serve. Io ed i miei amici abbiamo i capelli bianchi ed un cazzo di cane che mi lecca sempre, a me non piace il contatto fisico, mediamente antispecista, neanche da parte degli animali.

Portiamo i vestiti a Delia, che come sempre ha da fare: una famiglia, una distribuzione, un caffé. Sembra ancora più combattiva del solito e questo mi tira su, anche se il cane prova a leccarmi di nuovo. C’è un bambino con sua madre, dorme con la testa appoggiata al tavolo e molte altre persone che vanno e vengono, sono appena più decisi, voglio sperare che sia così.

Ventimiglia è devastata, c’è ancora un camion accartocciato sotto il ponte e cumuli di detriti ammassati in città. La passerella Squarciafichi rotta a metà rappresenta questa storia che non si chiude, una linea che non combacia.

Qui ci sono rimasti i non europei, i ventimigliesi, le guardie, i 20k, le keshaniya e le mie amiche, quelle senza più collettivo, ma con le braci sempre accese in petto. Torno a casa e mi chiedo se continuare a pensare a quale tipo di momento sia questo, non renda tutto difficile. Forse semplicemente questo è il momento, mica solo a Ventimiglia.

un solidale

Un momento della distribuzione di cibo serale, nella piazza antistante al cimitero della città: dopo l’alluvione, lo spazio è stato adibito a discarica di tutto il materiale trascinato e distrutto dalla piena del fiume Roja
Un gruppo di persone si incammina verso il Passo della Morte, il sentiero di montagna che attraversa il confine e arriva in Francia

Fermati i bus per la frontiera: sullo sciopero di Riviera Trasporti

Sullo sciopero autisti di Riviera Trasporti: fermati i bus per la frontiera.

Nei giorni scorsi gli autisti di Riviera Trasporti hanno indetto per oggi, martedì 15 settembre, uno sciopero dei bus sulla tratta Ventimiglia/Ponte San Luigi, una linea assicurata da un numero già esiguo di corse (quattro al mattino e altrettante al pomeriggio, che si riducono a una e una di domenica), con un minibus a posti ridotti, circa una ventina, rispetto ai normali bus di linea della tratta Ventimiglia/Sanremo.

Dai giornali si apprende che una cordata di sigle sindacali aveva già raccolto e segnalato le lamentele degli autisti, inviando missive al prefetto imperiese Intini e al questore Milone.
Quali sarebbero dunque i problemi di tanta agitazione?
A leggere giornali e social, gli autisti denuncerebbero di essere quotidianamente vittime di aggressioni, minacce e insulti da parte della gente respinta dalla Francia, che violerebbe anche le regole del trasporto pubblico e delle procedure anticovid, mettendo in pericolo gli autisti e persino l’utenza.

Vediamo le parole usate per raccontare lo sciopero della linea1 di Riviera Trasporti: il comunicato di RT parla di “gravi eventi lesivi della incolumità e della sicurezza dei lavoratori e dell’utenza.” e ancora di “personale alla guida che si vede oggetto di minacce e aggressioni verbali”.
La carta stampata e i siti online amplificano l’eco: “i passeggeri della linea per Ponte San Luigi non rispettano le normative anti Covid”; “Minacce e aggressioni verbali da parte dei passeggeri che non vogliono rispettare le regole anti covid”; “Bus: troppi migranti senza mascherina, autisti in sciopero”.
Se però persino le sigle sindacali, per evitare una scivolata troppo palese nello stigma razziale, non hanno osato scrivere “migranti”, lasciando intendere il problema con la locuzione più gentile: “un gruppo di persone”, gli organi di stampa e i politici locali non si sono posti limiti, aggiungendo il fomento discriminatorio che mancava alla narrazione.

Che cosa succede lungo la linea Ventimiglia/Ponte San Luigi? È vero quanto dichiarato da giornalisti e autisti della Riviera Trasporti?
Visto il clima e i toni che istigano la caccia al capro espiatorio, è bene specificare che le persone rigettate in Italia, prima di salire sui bus, si muniscono tutte di mascherina e di regolare biglietto: entrambi gli oggetti sono infatti assicurati dal punto di distribuzione solidale in frontiera, che si premura di mettere a disposizione della gente scatoloni di mascherine chirurgiche e biglietti RT per chi voglia prendere l’autobus (chi ha i soldi lo compra, chi non li ha, ne riceve comunque uno gratis, pagato grazie alle sempre più esigue raccolte fondi fatte da persone solidali).
Al contrario, non è affatto raro incrociare qualche utente locale o francese che tiene invece la mascherina abbassata, senza che questo disturbi troppo gli autisti.

Durante tutta l’estate, con numeri variabili da qualche unità a qualche decina, le persone hanno preso l’autobus per coprire i nove chilometri di Aurelia che riportano a Ventimiglia. E così è stato anche per tutto l’anno precedente. Sono passati mesi e mesi, da quando la gente solidale, di monitoraggio lungo il confine, ha iniziato a supportare chi esce dalla doppia detenzione con acqua, cibo e informazioni, incluse quelle per tornare in città col bus, risparmiandosi ore di stanchezza e cammino, avanti e indietro tra i due paesi.

In questi anni non si sono mai verificate grosse problematiche, situazioni di pericolo per gli autisti o il resto dell’utenza, né aggressioni fisiche, verbali o alcun tipo di atto violento. Così come puntualmente, dopo la quarantena, sono state piuttosto rispettate tutte le misure sanitarie per il Covid: alla postazione solidale vicina alla frontiera viene distribuito gel disinfettante, e le persone fanno volentieri una scorta di mascherine nuove, visto che lungo il loro viaggio si trovano spesso forzate a decine in luoghi di reclusione e uffici di polizia, dove non si curano certo di assicurare a tutte e tutti corrette misure di prevenzione. E anche queste persone hanno paura di ammalarsi.

D’altronde gli stessi autisti dei mezzi, infastiditi dal numero crescente di persone migranti alle fermate, nei mesi scorsi han domandato la scorta per le corse da Ponte San Luigi, dichiarando situazioni di pericolo e violazioni delle norme. Alle fermate “critiche”, dunque, i poliziotti di scorta si assicuravano che la gente che saliva sulla navetta avesse effettivamente mascherina e biglietto (che gli veniva strappato anziché consentirne la normale obliterazione). Dopo alcune settimane di vigile vaglio poliziesco, era chiaro che le persone rispettavano tutte le regole del trasporto pubblico, e la scorta (non si sa se ufficiale o ufficiosa) si era quasi del tutto fermata.

Nonostante non ci fossero quindi particolari situazioni critiche, qualche autista ha più volte provato a saltare a piè pari le fermate dove attendono le persone respinte dalla Francia.
È capitato così che, per cercare di far accostare il bus alla regolare fermata, alcune persone si siano messe in mezzo alla strada, visto che allungare il braccio per richiedere lo stop non è sufficiente.
Capita anche che, dopo ore di attesa, le persone che non son salite sull’autobus perchè esauriti i posti, ci mettano un attimo per capire e tradurre cosa sta succedendo, e smettere di provare ad accalcarsi attorno alla porta del bus. A volte questo causa, effettivamente, un rallentamento di qualche minuto, prima che tutte le persone capiscano di doversi rimettere ad aspettare altre ore, fino all’arrivo della corsa successiva. Vedere venti, trenta persone assieme (ma dipende dai giorni e dalle stagioni, e spesso ci sono tre/cinque persone al massimo) che aspettano di salire sull’autobus e si affollano per riuscire ad aggiudicarsi uno dei pochi posti, forse, può fare impressione.
Ma questo non vuol dire che ci siano mai stati blocchi stradali, minacce o situazioni pericolose.

Bisognerebbe guardare alla realtà tenendone in considerazione complessità e contraddizioni, senza dover per forza ridurre tutto a spot mediatici e campagne elettorali.

 Flavio Di Muro, deputato leghista nonché commissario della Lega per la provincia di Imperia, non ha perso l’occasione per sfoderare le abituali armi della sua compagine politica, affilate di odio, falsità e luoghi comuni. Diffondendo la notizia dello sciopero, pubblica sulla sua pagina facebook il video di quello che viene presentato come un assalto terrificante. Nel montaggio, contornato dalle scritte “clandestini respinti dalla Francia, autista disperato” e “-ora chiamo la polizia! zero regole e lasciato solo. Solidarietà! Condividiamo!”, si ingrassa l’ansia dello spettatore grazie all’uso di una musichetta angosciosa e incalzante.
Ma se si guarda il video mettendo da parte la narrativa pregiudiziale, quello che si vede sono solo tante persone, in attesa in ordine sul marciapiede, che vorrebbero legittimamente usufruire di un servizio pubblico, per il quale hanno regolare titolo di viaggio (nonostante le malevoli supposizioni che fanno seguito nei commenti al video postato, e che si spingono a incitare l’omicidio con le frasi “ma caricali tutti e togli il freno” e ancora: “tutti sul bus e buttalo dalla scarpata“).
Si sentono voci che chiedono spiegazioni all’autista, un uomo che dice all’autista, “mi dispiace”. E poi si percepisce un’agitazione indomabile nel conducente, che inizia a minacciare di chiamare la polizia, e sbraita senza che nessun altro presente nella scena stia urlando nè intraprendendo azioni violente o aggressive.

Il problema è perciò che i clandestini-migranti sono cattivi per essenza genetica, aggrediscono la gente a caso e scroccano passaggi, oppure il problema è che tante persone vogliono solo fare nove chilometri in bus e la RT non si organizza con mezzi più grandi e corse più frequenti?
Perchè da questo punto di vista, la fonte delle tensioni non è tanto la gente riammessa dalla Francia, ma semmai l’incapacità della compagnia di trasporti di assicurare un servizio adeguato alla domanda.

Vero è che i proventi della vendita dei biglietti regolari non sono paragonabili con il guadagno incassato dalla compagnia, negli anni passati, per le deportazioni di persone migranti al sud, ma in ogni caso fruttano alcune migliaia di euro al mese (stimando, al ribasso, una media di cinquanta persone al giorno che utilizzano la corsa).

Si dovrebbe a questo punto fare una pausa, per riflettere sul paradosso di uno sciopero indetto per prendersela con la troppa utenza, anziché con una dirigenza aziendale inetta, che sta sfasciando il servizio pubblico del ponente ligure… E sul paradosso nel paradosso che trattasi della stessa utenza per la quale Riviera Trasporti faceva settimanale servizio di deportazione a Taranto, per la prefettura imperiese (servizio sospeso per covid e strutture affollate al sud a causa di sbarchi e quarantene). Pullman dedicati -e incellophanati- per trasportare migranti sì, autobus misti guai: fanno tremare i cittadini italiani e addirittura temere per la propria incolumità.

Si potrebbe perfino azzardare una riflessione ancora più ampia, e ricordarsi che il motivo per cui tante persone hanno bisogno di prendere un autobus in frontiera, riempiendo la corsa che torna indietro, è perchè tutte loro sono state catturate nel tentativo di andare avanti. E che non ci vorrebbero proprio restare, lì, tra le invettive e gli insulti della gente nostrana, ad aspettare un pulmino che nemmeno si vuol fermare per farle salire.

Ciò che dovrebbe davvero mettere angoscia, in questa storia, è quanta paura sia stata seminata nella testa delle persone. Paura ignorante e antica, quanto attuale e pericolosa, che fa risorgere richieste di apartheid sui mezzi pubblici, manco fossimo nell’Alabama degli anni ’50.

Paura che si mescola alla diffidenza; ansia per la salute che si allunga nel sospetto per le genti straniere; intolleranza verso persone considerate un po’ meno umane perchè clandestine, che si espande nell’intolleranza per persone considerate un po’ meno umane perchè attiviste e solidali.
In epoca di pandemia gli allarmismi hanno gioco facilissimo, ma suscitare lo spauracchio del contagio gettando la gente nel fango della calunnia e di accuse infondate, è un gesto di una bassezza umana che fa vergogna.

Ma bisogna pure saperla provare, questa vergogna.

La Redazione

Estate 2020 al confine: respingimenti e solidarietà. Parte 3

Respingimenti e solidarietà (Parte 3)

Abbiamo detto che, a ben vedere, le persone migranti non hanno mai smesso di attraversare il confine: persino durante il pieno dell’emergenza Covid, su rotte secondarie e a numeri ridotti al minimo, la gente ha continuato ad arrivare. E sono schizzati alle stelle i prezzi per passare una frontiera serrata a doppia mandata, non solo davanti alle migrazioni, ma anche per contrastare la diffusione del virus. Nei mesi di Marzo e Aprile, il normale costo di un passaggio auto coi trafficanti è arrivato a 500 euro a testa, rispetto ai soliti 150/200. Non si sono mai fermati i respingimenti da parte della Francia, e si sono aggiunti i respingimenti inversi della polizia italiana, con la nuova sanatoria.

Il procedimento è rimasto invariato: i rastrellamenti, l’arresto al confine, poi il giro ai container della polizia francese a Ponte san Luigi, dove le persone vengono tenute anche oltre dieci ore. Poi si torna indietro, ripassando dalla polizia italiana. Dentro ai container, che ora sono forni a 40 gradi, così come negli uffici italiani, dove la gente passa forzatamente prima della riammissione su territorio ventimigliese, non viene fornito alcun tipo di servizio. Per loro solo insulti, violenze, prese in giro. Le persone non ricevono quasi mai cibo o acqua, non possono parlare con un avvocato, non gli viene spiegato quello che sta loro accadendo, né cosa c’è scritto sui fogli che la polizia gli ficca in mano. Trattamento uguale per donne, uomini o minori che siano. Anche se sarebbe illegale respingere i minorenni, e anche se sono state fatte diverse battaglie giuridiche per impedire che questo avvenisse, appena le persone sono aumentate e gli sguardi si son girati altrove, la polizia italiana ha ricominciato ad accettare minorenni, facendo finta che vadano bene i dati falsificati dei colleghi francesi.

Un centinaio di metri prima del confine italiano di Ponte San Luigi, sull’Aurelia in direzione Italia, il gruppo di solidarietà Kesha Niya mantiene da un paio di anni una presenza giornaliera di supporto alla gente respinta e di monitoraggio sulla situazione e sui vari abusi, che sono diventati usi quotidiani. Per anni, a Ventimiglia, le istituzioni e le varie forze dell’ordine hanno perseverato nel tentativo di isolare le persone migranti dal supporto della solidarietà. Hanno cercato di spezzare i contatti tra persone europee e persone migranti, a suon di denunce, identificazioni, ordinanze, retate e caccia alle streghe, spingendo la gente in viaggio a nascondersi verso zone sempre più periferiche. Perciò la postazione in frontiera, uno slargo sterrato in cui rifiatare dopo ore e ore di detenzione, è diventata punto di riferimento per tutte le associazioni, ong, chiesa, giornaliste, fotografi, ricercatori, giuriste, documentaristi e via dicendo. Tuttavia il vicinato della zona, benestante frazione ventimigliese di Grimaldi, ha sempre mal sopportato la presenza di solidali e migranti.  E lo ha dimostrato con giri di insulti, telefonate alle forze dell’ordine, raid notturni per buttare nella scarpata rocciosa i tavolini pieghevoli su cui viene appoggiato il cibo, escrementi di sconosciuta provenienza spalmati sui muretti dove siedono le persone a riposare, delazioni e minacce.

Lex spazio di solidarietà in frontiera, recitanto durante il lockdown

Col favore dello stop alle attività durante il lockdown, è stato recintato lo slargo in cui per due anni si è potuto sostare, impedendo quindi alla solidarietà di tornarvi, una volta revocate le misure sanitarie. Mentre il vecchio spazio si sta ripopolando di rovi, è stato individuato un altro slargo, sempre a bordo Aurelia, dove portare avanti una presenza solidale.  Dovendo tuttavia retrocedere di un chilometro circa rispetto agli uffici di frontiera di Italia e Francia, e da quel che lì dentro accade. La nuova postazione è in un tratto di strada privo di abitazioni, lontano dagli occhi della cittadinanza e dai turisti, che, perlopiù, passano da lì solo sfrecciando su un motore verso la Costa Azzurra. Eppure è partito l’attacco incrociato di privati cittadini, polizie e sindaco, già dalla prima settimana di ripresa della presenza di monitoraggio e supporto. Un mantra ripetuto alla noia: “dovete andare via, qui non si può stare”.

La gente che si ferma, sosta il tempo necessario per rifocillarsi, riprendersi dal fallimento del passaggio frontaliero e dalle ore di detenzione, raccogliere informazioni e contatti utili (avvocati, domande su permessi e documenti vari, dubbi sulla propria posizione giuridica, ecc), e medicarsi le ferite (i boschi, le botte della polizia, la Libia, le aggressioni lungo la rotta balcanica…). Quindi le persone aspettano l’autobus locale (sempre Riviera Trasporti) che fa la spola, ogni tot ore, tra Ventimiglia e Ponte San Luigi, per evitare di camminare altri nove chilometri, e risparmiare energie da spendere in un nuovo tentativo contro il confine.

Lo spazio curato dai Kesha Niya è un presidio basilare di solidarietà, dalle nove del mattino alle venti circa di sera, quando escono le ultime persone detenute dai francesi e la polizia italiana chiude i battenti. Qualche ora di respiro tra persone che si danno una mano: un oltraggio al regime di intolleranza che si è instaurato in tutta la zona di frontiera, e quindi deve essere spazzato via.

Nelle ultime due settimane, pattuglie, auto in borghese e digos, si sono presentati decretando che lo spazio, “attrezzato” con due taniche d’acqua, frutta, pane, biscotti, cerotti e powerbank (ogni sera ripulito e lasciato vuoto), rappresenta occupazione di suolo pubblico. Hanno detto che è vietato “dare da mangiare agli stranieri” -letteralmente-, che è in vigore un’ordinanza che vieta la distribuzione di cibo in strada, che ci sono altri luoghi dove “fare volontariato coi migranti, come la Croce Rossa”, che la distribuzione di cibo è autorizzata solo nel parcheggio cittadino di fronte al cimitero di Ventimiglia, che o si sgombera tutto o arrivano le denunce, che o si sgombra tutto o buttano tutto giù per la scarpata, che portano tutti in commissariato, che il sindaco stesso ha chiamato le forze dell’ordine per far sloggiare la gente da lì, che lì non ci si può stare perchè non serve che lo dica una legge, ma basta il verbo di un signore in divisa che dice “non serve nessun papier che dimostri che state occupando, il papier sono io che vi dico di andarvene!”.

Per capire meglio la tragicomicità della situazione, bisogna spulciare oltre all’ipse dixit della polizia. Nell’agosto del 2015, poi rinnovata nel 2016, l’allora sindaco Ioculano firmò un’ordinanza che vietava la somministrazione di cibo ai “profughi” per “mero spirito di solidarietà”. L’associazionismo informale ingaggiò una battaglia di resistenza a oltranza, senza interrompere le distribuzioni di cibo in giro per la città, e impugnando denunce e multe (fino a 2.000 euro). Ioculano fece la figura del razzista affamatore (si raccoglie quello che si semina) e nei mesi, l’ordinanza fu criticata da avvocati, associazioni umanitarie, dalla chiesa. La polemica si propagò, fino alla mobilitazione di certi personaggi dello spettacolo, noti intellettuali e compagnia, che promossero una raccolta firme per chiederne la revoca. Per scongiurare l’assalto di una protesta nazionale, l’ordinanza fu revocata nell’aprile 2017.

Da allora né Ioculano, né il nuovo sindaco Scullino, hanno più avuto la faccia di firmare una nuova ordinanza che vieti il cibo a chi ha fame.

Eppure secondo la polizia, che visita regolarmente lo spiazzo solidale in frontiera, è vietato farlo perchè lo dice l’ordinanza: quale, non si sa. E ovviamente non ci sono altri luoghi per le persone respinte, dal momento che il centro della Croce Rossa è chiuso, anche se gli operatori dell’ordine suggeriscono il contrario. L’unico punto di riferimento per recuperare qualche vestito, cibo e due informazioni, sarebbe la Caritas, che però apre solo due ore al mattino, risultando già chiusa quando la gente rilasciata dai francesi raggiunge di nuovo Ventimiglia.

Dalla Francia arrivano giornalmente almeno un centinaio di persone respinte, e nello spiazzo solidale dei Keshaniya vengono messe a disposizione mascherine, guanti e gel disinfettante. Nonostante questo, nonostante non esista nessuna ordinanza, nessun altro punto di appoggio per la gente che esce barcollando dai container, nonostante non ci sia alcun condominio né alcuna villetta che si affacci in quel pezzo di strada e a cui possa storcersi il naso davanti alle genti straniere, quella postazione è perennemente sotto attacco e minaccia. Con argomentazioni più o meno sconclusionate, quando non proprio false. E se la polizia dice, in frontiera alta, che la distribuzione di cibo è autorizzata solo nel parcheggio del cimitero; al parcheggio, durante la cena, si è recentemente presentato il sindaco in persona, a dire che lì la distribuzione non si può più fare, perchè lo dice lui.  Tutti dicono la propria, insomma. Cercando intanto di fare un po’ d’effetto, presentandosi col blindato in un’aiuola dove una ventina di persone mangia crackers e aspetta il bus.

Nelle due foto: polizia di scorta all’autobus di Riviera Trasporti

E siccome i tentativi di far sloggiare la gente sfoderando ordinanze inesistenti e minacce non è andato a buon fine, si escogitano innovative misure di stalking e fantasiose dimostrazioni di forza.  Come seguire con un’auto in borghese, per un’intera mattinata e a meno di un metro di distanza, l’automobile delle persone solidali, impedendogli di parcheggiare lungo l’Aurelia, poi di scaricare cibo e acqua, e persino alle persone dentro la macchina di scendere prendendo almeno il proprio zaino con gli effetti personali. Oppure presentandosi con un blitz alla fermata dell’autobus, per controllare -la polizia, non il personale di Riviera Trasporti- che tutte le persone abbiano il biglietto del bus.  Poichè tutte hanno sia biglietto che mascherine, si passa di grado nel bullismo: da una settimana l’autobus gira scortato da una volante a lampeggianti accesi, talvolta saltando pure a piè pari la fermata a cui aspettano le persone respinte. Quando invece il bus ferma, un poliziotto della scorta si piazza alle porte d’ingresso, stile body-guards, supervisionando che tutte le persone siano docili e mascherinate, quindi strappa i biglietti mano a mano che salgono.  Non si capisce perchè alle persone classificate come “non dei nostri“, come dice qualche autista, non viene permesso di obliterare il biglietto, così da poter usufruire della normale validità di 100 minuti del ticket. Le genti migranti, parrebbe, non sono in grado di timbrare un pezzo di carta. Sia la polizia che gli autisti stessi, che usano la stessa procedura quando qualche volta salta la scorta, assicurano che non sono razzisti e che riservano anche alle persone italiane lo stesso servizio.

Biglietti dell’autobus strappati dalla polizia: le persone “non nostre” non possono obliterare

La gente migrante non ha diritto a farsi nove chilometri in bus in santa pace, nemmeno pagando quell’euro e mezzo di biglietto (per un guadagno giornaliero dell’RT di oltre cento euro, considerati i numeri di persone) alla stessa compagnia di trasporti che pure la deporta al sud da anni, stavolta a carico dello Stato.

Per tutto luglio sono arrivate dai respingimenti decine di donne, molti minori, bambini e bambine sotto ai cinque anni, intere famiglie, gente ferita o malata; più volte si è dovuta chiamare l’ambulanza, e infinite volte, vista la collaborazione degli autobus, si è fatta la spola tra la frontiera e la città, per accompagnare giù chi non era in grado di camminare. Come le persone recuperate in elicottero dal Passo della Morte, rimaste aggrappate solo per le braccia a un tronco d’albero sospeso nel vuoto per tutta la notte, quindi smollate sul lato italiano che ancora non riuscivano a muovere gli arti o usare le mani, per lo sforzo prolungato nel tentativo di salvarsi la vita.

Rifocillare le persone, regalare biglietti del bus a chi non può permetterseli, accompagnare gente in ospedale e cercare un riparo per la notte alle tante ragazze in gravidanza; litigare con turisti razzisti e proprietarie di ville a picco sul mare, indignati per lo sconcio spettacolo della povertà; monitorare i rastrellamenti nelle due stazioni di frontiera; tradurre alla gente papiri inutili di espulsioni su espulsioni su espulsioni: quello che si fa, è ancora troppo poco.

È insufficiente remare contro il vento dell’intolleranza e della persecuzione razziale, mettendo qualche pezza ai danni e agli sfregi inflitti alla gente. Questo posto è insopportabile, ed è insopportabile provare a renderlo un po’ migliore, anziché farne deflagrare tutti gli orrori che cova, lasciando che accada quel che deve accadere. E lasciando che coloro che sono responsabili di tutto ciò, paghino un prezzo senza sconti per il palcoscenico che hanno voluto approntare: è troppo comodo lasciare che sia il volontariato (a patto che sia mansueto e invisibile) a non far morire le persone di fame, incidenti, malattie e indifferenza.

Non importa se l’autobus si ferma o no, alla fine: le persone dormiranno comunque in mezzo ai rifiuti, in qualche angolo nascosto della città di frontiera. Non c’è un posto sicuro da raggiungere. La polizia continuerà ad ammassare decine di persone in una fetida scatola di metallo, in barba a qualsiasi emergenza virus, a falsificare dati, a brutalizzare le persone solo perchè senza documenti validi. I trafficanti continueranno a ingrassare le proprie tasche e quelle della ‘ndrangheta locale. Il confine continuerà a seminare disagio e violenza, a raccogliere corpi feriti e cadaveri.

Nonostante l’impegno e il cuore che vengono messi, le energie nel tempo si consumano, la gente si dimentica dell’orrore incontrato, magari stando qui in visita una settimana per scoprire cos’è sto fantomatico confine, e colpo dopo colpo ci si abitua a qualsiasi cosa. A pensare persino che sia normale, che sia in ogni caso inevitabile, quello che succede, e che si stia facendo comunque tutto il possibile per combattere questa palude di miseria e cattiveria umana. Ci si abitua a giocare al ribasso, arrivando, ogni anno, al punto di rimpiangere la situazione dell’anno precedente: col senno di poi, la baraccopoli della Croce Rossa, luogo ambiguo e pericoloso, sembra un lusso d’altri tempi; la chiesa delle Gianchette un rifugio meraviglioso; la condivisione quotidiana della vita sotto al ponte di via Tenda, appartiene a un mondo che non è più permesso nemmeno immaginare.

Si dovrebbe fare molto di più. Si potrebbe fare molto altro.

 

(Per leggere la prima parte, vedi qui, per la seconda qui

Per leggere gli altri report del gruppo Kesha Niya, sui comportamenti delle polizie al confine: gennaio 2020; novembre 2019; ottobre/novembre 2019; ottobre 2019; Giugno 2019; Maggio 2019)

Presso lo spazio solidale in frontiera, sorprese al mattino: panchina e muretti spalmati di escrementi come azione intimidatoria.

 

Estate 2020 al confine: un quadro della situazione. Parte1

L’estate a Ventimiglia è un eterno ritorno, un film di cui si conosce perfettamente il brutto finale: qui si aspetta la nuova ordinanza, magari nuove leggi speciali, a stroncare ogni buona volontà. Qui si aspettano nuove morti, che si aggiungeranno alla ventina di vite già spezzate: altra polvere da buttare sotto al tappeto rosso su cui sfilano i ministri dell’interno e i vertici delle forze dell’ordine.

Luglio sta finendo e agosto, là davanti, promette di essere un ennesimo mese di circo e calvari.

(Parte 1. Qui la seconda parte. Qui la terza parte)

 

Esatate 2020, un quadro della stuazione:

Al confine di Ventimiglia, come ogni estate dal 2015, la bella stagione ha nuovamente portato un aumento di violenza, repressione, disagio, abbandono, abusi, traffico, e un numero crescente di persone che provano ad attraversare la frontiera. Dai media arrivano notizie frammentarie, che non spiegano i fondamentali di ciò che sta accadendo, ma raccontano solo la punta di un iceberg che, sotto i colpi del sensazionalismo, restituiscono flash sconnessi della vita di frontiera: l’arresto di un trafficante, l’aggressione di un uomo ai danni della polizia, persone che dormono nel mercato chiuso, i siparietti delle istituzioni, qualche grido di pietà o di allarme dell’associazione di turno. A seconda dello scoop del momento, a seconda delle tendenze di interesse dell’opinione pubblica, emergono spizzichi di eventi e narrazioni incomplete.

A Ventimiglia arrivano ancora le persone migranti? Che succede lungo le rotte che attraversano la barriera di Stato sulle strade, sui treni, o sui sentieri di montagna? I giornali hanno parlato di “recrudescenza del fenomeno migratorio”, ma al confine le persone sono sempre arrivate, ininterrottamente, e ininterrottamente subiscono discriminazioni e ingiustizie. D’estate, semplicemente, è più facile viaggiare, con il mare calmo e le strade asciutte.

Quest’anno l’inizio dell’estate è coinciso con la fine delle restrizioni per il lockdown, quindi quando tutto il traffico ferroviario si è sbloccato ed è stato possibile tornare nelle strade, nella città frontaliera hanno iniziato ad arrivare tutte le persone che non avevano potuto proseguire il loro viaggio, durante i due mesi di chiusura totale del paese e dell’Europa intera.

Attualmente a Ventimiglia e nelle zone circostanti (il confine passa a nove chilometri dal centro città) si trovano circa due/trecento persone. Ogni giorno e ogni notte un centinaio di queste prova a sconfinare in Francia, e il novanta per cento di loro finisce catturata dalle reti di pattugliamento della polizia italiana e soprattutto francese, che si avvale anche della collaborazione dei militari della Legione Straniera, assegnati a presidiare i passaggi montani. Diverse decine sono poi le persone che arrivano nuove ogni giorno da altre parti d’Italia, sempre in treno, nonostante stiano aumentando i controlli interni sulle reti ferroviarie.

Proprio come era già accaduto in passato, quando si avvicina l’estate aumentano sia le strategie di controllo delle zone di frontiera, sia le retate e i rastrellamenti nelle stazioni a monte di Ventimiglia. Molti treni da Torino, Milano e Genova vengono controllati alla partenza, bloccando chi ha i documenti non in regola; oppure i convogli sono attesi dalle pattuglie miste di polizia e militari, direttamente ai binari di Ventimiglia, che fermano e controllano tutte le persone che non hanno l’aspetto di essere europee o turisti in vacanza.

Tra coloro che passano il confine, dopo numerosi tentativi, e chi arriva ogni giorno a Ventimiglia, la media dice che ci sono circa duecentocinquanta persone nelle strade della città. Probabilmente nelle prossime settimane arriverà altra gente, come racconta la storia di Ventimiglia. In autunno rallenteranno i viaggi e le presenze scenderanno fino a poche decine durante l’inverno. Nella primavera dell’anno prossimo scriveranno un altro scoop sull’”emergenza clandestini”.

La gente gira per il mondo, qui c’è un confine: arriveranno sempre persone, da ogni parte della Terra con ogni tipo di motivazione. In queste settimane post lockdown si incontrano persone appena arrivate dagli sbarchi in Sicilia, in Sardegna e in generale nel sud Italia (Mali, Senegal, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Sudan, Eritrea, Somalia, Nigeria, Tunisia, Algeria, Egitto, Marocco, quasi tutte passate dalla Libia); persone appena arrivate dalla rotta balcanica ed entrate dalla frontiera di Trieste (Siria, Iran, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Turchia, Russia, territori curdi); persone dublinate dalla Germania, dall’Austria, dalla Francia; persone che stanno lasciando l’Italia.

Una novità registrata quest’estate è l’aggiunta di un flusso inverso di persone, oltre a quelle che vanno in direzione Italia-Francia: tutte coloro che tentano di tornare in Italia, per cercare di rientrare nella sanatoria. Quindi la polizia italiana ricerca le persone in viaggio dalla Francia all’Italia senza documenti validi, per riconsegnarle in frontiera ai colleghi francesi.
Ci sono diverse persone che rimangono incastrate al confine ventimigliese, e che non stanno riuscendo ad andare avanti e nemmeno a tornare indietro, in nessuna delle due direzioni.

L’emergenza legata al Coronavirus ha peggiorato molto, infatti, il livello dei controlli al confine. Dopo mesi che erano spariti, sono ricominciati i checkpoint lungo le strade della Val Roya, la valle che collega i territori italiani e francesi. Anche i sentieri di montagna rimangono presidiati notte e giorno, aggiungendo gli inseguimenti tra i boschi al già elevato rischio di precipitare a valle a causa del dissesto dei sentieri, che richiederebbero anche manutenzione e una messa in sicurezza costanti. Dieci giorni fa, un uomo è caduto dal sentiero in una cisterna d’acqua sottostante, senza riuscire più a risalire: si è salvato solo grazie a un altro viaggiatore che, sentendo le grida di aiuto, è riuscito o ripescare il compagno offrendogli come appiglio un lungo ramo spezzato.

Per la prima volta dopo cinque anni di rastrellamenti su base etnica, alla stazione di Menton Garavan la polizia francese chiede sempre più spesso i documenti a tutte le persone. Europee, italiane, turiste, migranti, bianche o nere che siano. I controlli a tappeto intercettano anche coloro che “sembrano” persone europee, e che in passato riuscivano invece ad attraversare il confine abbastanza tranquillamente, visto che la selezione si concentrava solo sul profilo razziale.

Si dovrebbe sapere che, quando si accetta che il controllo straordinario diventi abitudine, prima o poi l’eccezione diventa la regola per tutte e tutti: nel 2015 passavano moltissime persone, piuttosto facilmente; negli anni, i criteri di selezione sono diventati sempre più stringenti e le modalità della repressione sempre più cruente. Capita così che arrivi in frontiera, respinta dai francesi, una diciottenne di Genova, spaventata e in lacrime: si era dimenticata a casa la carta d’identità, èd è stata fermata dagli agenti della CRS sul treno, portata agli uffici di frontiera e poi rilasciata in Italia. Stava andando a trovare la nonna a Nizza, per rientrare a Genova in serata.

Questa cosa è sconvolgente solo se si applicano due pesi e due misure, come troppo spesso avviene nella testa di chi ha il privilegio di un documento europeo e commette l’errore di considerarlo un diritto inalienabile: è più terribile che abbiano iniziato a fermare anche cittadini italiani sprovvisti di documento e a trattarli come i temibili “clandestini”, o che da cinque anni ci siano controlli razziali differenziali, effettuati su base etnica, che questa cosa non sia mai interessata pressochè a nessuno – perchè tanto non succedeva a noi -, e nemmeno sia mai scoppiata una rivolta transnazionale per fermare questo schifo?

 

 

Aumentano le persone respinte e la violenza è ormai strutturale

Pubblichiamo le immagini, registrate da alcune persone detenute nei container e diffuse dal collettivo Kesha Niya, che mostrano le condizioni in cui le persone vengono trattenute dalla polizia di frontiera francese prima di essere respinte in Italia

Sulla propria pagina facebook, il collettivo ha pubblicato due report riferiti alle giornate tra il 20 ottobre e il 2 novembre: ne pubblichiamo la traduzione qui di seguito.

Entrambi i report evidenziano il netto aumento del numero di persone migranti che tentano di lasciare l’Italia dalla frontiera di Ventimiglia. Gli ultimi due resoconti, e i dati raccolti dallo stesso collettivo nella settimana dal 3 al 9 novembre, registrano il respingimento di 1799 persone in sole 3 settimane, mentre in tutto il mese di settembre erano state 1536. Anche le presenze presso il Campo gestito dalla Croce Rossa nel Parco Roya sono evidentemente in crescita: se da oltre un anno il numero delle persone ospitate nella struttura non superava le 250 presenze, al 12 di novembre le persone registrate al campo erano 400.

Ad aggravare la situazione già difficile delle persone in viaggio si aggiungono le reazioni sempre più violente della polizia francese, ormai divenute prassi strutturale nei locali per la detenzione delle persone respinte al confine. Insulti e umiliazioni, spray al peperoncino e percosse si sommano così, con sempre maggior costanza, alle pratiche già normalizzate della privazione di cibo e acqua, della detenzione fino a 24 ore in locali insalubri e non attrezzati, del rifiuto di fornire qualsiasi forma di assistenze medica.

REPORT 20-26 Ottobre

Ciao a tutt*,

nell’ultima settimana abbiamo incontrato 553 persone al confine italo-francese a Grimaldi inferiore, che sono state fermate dalla polizia francese e poi respinte verso l’Italia. E’ il numero più grande da quando raccogliamo i dati. Il numero di persone sta aumentando molto in queste ultime settimane. Sappiamo di un totale di 578 persone respinte, abbiamo infatti visto 18 persone andare a Ventimiglia con l’autobus, la Croce Rossa o la polizia italiana, senza entrare in contatto con noi e 9 minori sono stati riportati in Francia dalla polizia italiana. Questo numero include 13 donne, tre delle quali incinte, 27 minori, 8 bambini e 4 minori accompagnati da un familiare. Non sono incluse in questo numero le circa 20 persone che sono state mandate a Taranto dalla polizia italiana il 24 ottobre.

Minori

7 minori sono stati riportati in Francia dalla polizia italiana prima di arrivare da noi.

Siamo tornati dalla polizia italiana con un quindicenne e un sedicenne che non avevano ancora dato le impronte digitali in Europa perché fossero registrati come minorenni. La polizia ha asserito che i due minori si erano dichiarati maggiorenni, fatto negato dagli interessati. La polizia italiana ha poi detto che il loro sistema di registrazione non funzionava. Ci hanno ordinato di andarcene e di non ritornare.

Questa settimana abbiamo incontrato una minore che viaggiava da sola.

Un sedicenne ci ha raccontato la sua esperienza con la PAF (Police Aux Frontières – Polizia di frontiera francese n.d.t.). Due poliziotte erano in disaccordo sull’accettarlo o meno come minore. Alla fine è stato respinto in Italia, ha dato 4 impronte digitali ed è stato registrato come ventunenne dalla polizia italiana perché questa era l’età indicata sul “refus d’entrée” (rifiuto di ingresso, documento consegnato alle persone respinte in Italia dalla polizia francese n.d.t.).

Violenza

Due quindicenni hanno detto di essere stati minacciati dalla polizia francese che sarebbero stati picchiati se avessero riprovato a passare.

7 persone che hanno attraversato il confine in montagna nella notte tra il 21 ed il 22 ottobre hanno riferito di essere state arrestate dalla Legione Straniera all’una del mattino e che alcuni militari hanno puntato loro contro il fucile. Il refus d’entrée dichiarava che erano stati arrestati a Ponte S.Ludovico (dove ci sono i controlli di confine sulla costa).

5 altre persone avevano sul loro “refus d’entrée” l’indicazione di luoghi errati in cui sono stati fermati. Sono stati fermati al primo casello dell’autostrada (La Turbie) a bordo della vettura di un trafficante. La polizia ha arrestato il conducente ma ha scritto che i passeggeri sono stati fermati mentre si trovavano su un autobus.

Una persona ha perso il controllo durante la detenzione nel container e ha rotto una finestra con la testa e le mani. Ha riferito di essere stato preso a pugni dalla polizia francese. Un’altra persona ha assistito ai fatti e ha visto anche un uomo ferirsi con i frammenti della finestra rotta. La persona ferita ha chiesto aiuto ma la polizia ha detto che non era niente e si è rifiutata di aiutarlo.

Dopo 16 ore di detenzione una persone ha chiesto di essere rilasciata. Ci ha detto che la polizia francese lo ha sollecitato ad avvicinarsi alla porta e quando lui l’ha fatto è stato prima picchiato e poi rilasciato.

Una persona ha riferito di essere stata colpita dalla polizia francese con un manganello su una gamba e sulla schiena. Il poliziotto gli avrebbe detto che lo faceva perché a causa sua non potevano andare in pausa a mangiare.

Alle 18.30 del 26 ottobre abbiamo visto più di 10 persone venire rilasciate dai container mentre la polizia francese urlava loro contro.

Ci è stato raccontato un caso di brutalità della polizia avvenuto nei container 3 mesi fa. Questo reporter ci ha detto di aver visto un poliziotto dare un calcio nei genitali ad una delle persone detenute che ha perso conoscenza per via del dolore. La polizia non ha fornito alcun supporto di primo soccorso.

Ci è stato detto da 32 persone di essere state detenute tra le 11 e le 22 ore dalla PAF.

Abbiamo continuato a incontrare un gran numero di persone con ferite infette, specialmente sulle gambe, e abbiamo praticato il primo soccorso.

REPORT 27/10-2/11

Ciao a tutt*,

questa settimana abbiamo incontrato 565 persone al confine italo-francese a Grimaldi inferiore, che sono state fermate dalla polizia francese e poi respinte verso l’Italia. E’ stato nuovamente superato il numero più alto che abbiamo registrato dall’inizio della raccolta dati. Sappiamo anche di altre 6 persone che sono state respinte ma con le quali non siamo entrati direttamente in contatto. Queste sei persone sono andate a Ventimiglia con l’autobus, la Croce Rossa o la polizia italiana. Ci sono stati quindi almeno 571 respingimenti. Il numero di persone menzionate (565/571) include 14 minori non accompagnati, 18 donne (di cui una in cinta), 5 bambin* e un minore non accompagnato che la polizia italiana ha riportato in Francia senza bisogno del nostro intervento.

                               Persone fermate dalla polizia di frontiera francese alla stazione di Menton-Garavan.

Minori

Dei 14 minori che abbiamo incontrato questa settimana, 4 casi spiccano in particolare.

Un ragazzo di quattordici anni è stato registrato dalla polizia francese come se ne avesse quaranta (data di nascita 1979 apposta sul suo refuse d’entrée) e la polizia italiana lo ha apparentemente registrato, con quattro impronte digitali, come se avesse quarant’anni. Siamo andati dalla polizia italiana con il ragazzo quattordicenne e abbiamo chiesto come sia stato possibile un errore di registrazione così ovvio. La poliziotta presente ci ha detto che non poteva farci nulla perché in quel momento non c’era la connessione con il data base di Stato. Resta il dubbio se questa informazione fosse vera dal momento che delle impronte erano stato prese un attimo prima e questo è possibile solo se l’accesso al data base è disponibile e il sistema per la registrazione è funzionante. E’ inoltre già successo in passato che, quando ci siamo recati dalla polizia italiana con dei minori, il sistema di registrazione fosse per coincidenza fuori uso.

Il giorno successivo lo stesso adolescente è stato nuovamente respinto dalla Francia ma questa volta come diciannovenne.

Un sedicenne, registrato in Italia come ventenne, aveva con se tutti i suoi documenti ufficiali della Costa d’Avorio che confermavano la sua età ma non li ha mostrati alla polizia per timore che glieli rubassero.

Ci sono stati raccontati due casi di violenza contro minori.

Un minore è stato preso a calci dalla polizia francese

Il 2 di Novembre un diciassettenne è stato colpito al naso dalla polizia francese. Aveva detto di avere vent’anni perché non voleva essere separato dai suoi amici. Durante il suo rilascio, la polizia francese lo ha spruzzato sul volto con spray al peperoncino.

         2/11/2019 Ragazzo di 17 anni colpito al naso e fatto bersaglio di spray al peperoncino dalla polizia francese.

Violenza

Il 2 di novembre siamo venuti a conoscenza di almeno 24 casi i cui la polizia francese ha usato spray al peperoncino contro le persone durante il loro rilascio. Una di queste, dopo che la polizia la ha spruzzata con lo spray al peperoncino, ha perso conoscenza, è caduta e si è ferita a un ginocchio. Il suo amico ci ha raccontato che la polizia francese lo ha preso a calci mentre si trovava a terra.

Nell’arco della settimana abbiamo ascoltato altri 17 casi in cui la polizia francese ha usato spray al peperoncino contro le persone durante il loro rilascio.

Un uomo ci ha spiegato che che alle nove di sera del 27 ottobre si trovava vicino a una galleria sulla A8, sulle montagne sopra Mentone. Era sul percorso che porta a Mentone e si è avvicinato ad una proprietà privata. Il momento dopo ha sentito qualcuno gridare “Stop”. Si è voltato ed ha iniziato a correre verso l’Italia. Durante la fuga ha sentito esplodere un colpo di pistola. E’ riuscito a tornare in Italia senza essere arrestato. Prima che accadesse tutto questo aveva visto un gruppo di cinque persone che cercavano anch’esse di attraversare il confine a piedi. Il gruppo è stato arrestato sulle montagne dai militari francese e ci ha incontrati il giorno dopo, confermando di aver sentito degli spari alle nove della sera prima.

Due persone hanno riferito di essere state picchiate dalla polizia francese dopo essere stati arrestati nella toilette del treno.

Un uomo ha detto di essere stato picchiato da cinque poliziotti francesi sul binario 1 della stazione di Menton Garavan alle 18.12 del 31 Ottobre quando è stato arrestato. Ricordava chi fossero gli aggressori ma dal momento che durante l’attacco si è protetto il capo con le mani non ha potuto darci altri dettagli.

A una persona che era detenuta nel container sono stati chiesti i documenti attraverso la porta dalla polizia francese. L’uomo ha passato i documenti attraverso la porta socchiusa e in quel momento il poliziotto l’ha sbattuta sulla mano dell’uomo. L’uomo ha riportato una ferita grave.

Un attivista per i diritti umani in Marocco è stato arrestato dalla polizia francese e detenuto nei container. Durante la detenzione ha registrato un video con il suo telefono cellulare. In questo video, ora in nostro possesso, sono registrate diverse violazioni dei diritti umani e comportamenti discutibili della polizia francese. L’uomo ha chiesto ai poliziotti francesi di presentare domanda di asilo politico, come risposta lo hanno preso in giro. Nel video si vede una persona incosciente sul pavimento. Questo è accaduto dopo che la polizia ha usato contro le persone detenute lo spray al peperoncino. Nel video si vede anche un uomo che chiede cibo alla polizia francese e si sente la polizia rispondere che non ce n’è. Il video mostra chiaramente anche la pessima condizione igienica all’interno dei container, si vede lo scarico della toilette che perde sul pavimento. L’attivista per i diritti umani ci ha detto che lui ed il suo amico hanno dovuto firmare il loro rifiuto d’ingresso prima che questo fosse compilato con i loro dati dalla polizie. Ha anche riferito che in questo giorno (29/10) la polizia è entrata nel container all’una di pomeriggio e ha usato lo spray al peperoncino su molte persone. In un altro video registrato da lui si vede un uomo incosciente che viene portato fuori dalla polizia e da alcune persone detenute in quel momento.

A due persone è stata negata assistenza medica dalla polizia francese nonostante avessero con sé documentazione medica ufficiale e l’avessero mostrata alla polizia.

Il primo caso riguarda una persona con una patologia polmonare, confermata da un medico tedesco di Colonia. La persona in questione ha chiesto medicine e acqua alla polizia francese. Sono state negate entrambe.

Il secondo caso riguarda una persone con problemi dentali confermati da un medico spagnolo . La richiesta di cure mediche fatte da questa persona sono state anch’esse negate.

In un’altra situazione un poliziotto francese ha picchiato un uomo del Mali. L’uomo ci ha raccontato che lo stesso poliziotto gli ha rubato il bankomat un momento dopo.

Una persona ci ha detto che la polizia francese gli ha sottratto il suo permesso scaduto.

Sappiamo di 10 persone detenute tra le 12 e le 23 ore dalla polizia francese. Possiamo presumere che il numero di casi sia molto più alto dal momento che ci sono persone che vengono detenute per tutta la notte ogni notte ed alcune di loro non sono le prime ad essere rilasciate e spesso neanche le ultime.

Kesha Niya Kitchen

– CUCINANDO CON E PER I RIFUGIATI –

www.keshaniya.org 

https://www.facebook.com/KeshaNiyaProject/

Il collettivo Kesha Niya è impegnato a Ventimiglia nella preparazione e distribuzione serale di pasti dalla primavera del 2017. Dall’estate del 2018 porta cibo e bibite calde sul lato italiano della frontiera di Ponte S.Luigi, dove le persone migranti respinte dalla Francia transitano per rientrare a Ventimiglia.

 

Accoglienza Svizzera: bunker militari e deportazioni. Intervista a R-esistiamo

Nell’articolo che segue, presentiamo un’intervista al collettivo R-esistiamo, attivo da un paio di anni nella lotta contro le politiche migratorie svizzere e, in particolare, contro la reclusione delle persone cosiddette migranti all’interno dell’ex bunker militare di Camorino. Parliamo quindi della frontiera tra Svizzera e Italia, e delle dinamiche repressive operate dal paese elvetico contro chi cerca di raggiungere l’Europa svalicando dai confini italiani a nord, anziché dall’estremo ponente ligure. Eppure parliamo sempre delle stesse politiche discriminatorie ed escludenti, che condannano le persone provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente a progetti esistenziali precari e spezzati, sospesi nel vuoto dei continui dinieghi, della privazione di dignità e libertà, intrappolandole negli infiniti “giochi dell’oca” disseminati di pericoli, minacce, violenze, ricatti e non-sensi.
Che sia la frontiera all’altezza di Ventimiglia, Mentone e Val Roya; che sia quella più a nord, da Bardonecchia, Claviere e Oulx; o quella ancora più in su, che attraversa le città di Como e Chiasso, il progetto della Fortezza Europa non cambia. Non cambiano gli effetti che gli ingranaggi di controllo e gestione delle persone in viaggio hanno sulle vite di migliaia di esseri umani. A Ventimiglia è comune incontrare persone che abbiano tentato già altrove di raggiungere la propria meta, prima di finire rinchiuse e gasate nei container a Mentone. Sono comuni le storie di respingimenti dalla Svizzera, soprattutto per chi proveniva dalle frontiere est della rotta balcanica: queste storie raccontano sempre degli stessi dispositivi, degli stessi attori e degli stessi abusi. Che si parli di Francia, Germania, Svizzera o Italia, più che le insignificanti differenze tra i meccanismi punitivi, sono gli elementi ricorrenti ad essere rivelatori della logica del dominio delle frontiere: la retorica della sicurezza, il lucroso business dei respingimenti e la corsa all’armamento dei confini. I responsabili sono i vari governi ed i loro esecutori: polizie, eserciti, Croce Rossa, agenzie di security e ditte private che vincono appalti milionari per gestire le gabbie dei reclusi e delle recluse.
Ringraziamo il collettivo R-esistiamo per aver condiviso la loro esperienza di lotta.

 

L’intervista

Cominciamo dalla cornice generale: in quale situazione si trovano le persone migranti in Canton Ticino? Com’è organizzata, a livello federale e cantonale, la politica migratoria della Svizzera?

Partiamo dal presupposto che, in Svizzera, è piuttosto difficile avere accesso a informazioni puntuali e veritiere circa decisioni e leggi riguardanti le politiche migratorie. Non si trovano documenti scritti ufficiali e si parla il meno possibile di migranti e frontiere. Per le istituzioni, l’obiettivo è mantenere la quiete sociale e insabbiare ogni testimonianza e notizia di abusi e ingiustizie. Per il governo federale, l’unico aspetto importante è non concedere affatto permessi alle persone, concentrandosi completamente su respingimenti e rimpatri.

Il Collettivo R-esistiamo è nato nella primavera del 2018: il nostro obiettivo è anzitutto rompere questo isolamento informativo, far circolare la verità sui fatti e sui maltrattamenti a cui sono sottoposte le persone, e chiedere la chiusura dei bunker militari in cui vengono messe per mesi e, talvolta, per anni. Le informazioni che riusciamo a raccogliere sono frutto della conoscenza diretta con loro, nonostante l’incontro e la comunicazione tra i e le migranti e persone attiviste e solidali sia scoraggiato in ogni modo dalle istituzioni. In questo senso, anche l’uso dei bunker è strategico: luoghi isolati, sotto terra, il cui accesso è vietato ai civili.

La politica migratoria, in Svizzera, è infatti una macchina ben organizzata, il cui unico scopo è non ammettere per nulla le persone e non dare la possibilità di ottenere permessi sul territorio. È inaccettabile l’ostinazione con la quale i vari responsabili dei percorsi per la richiesta d’asilo e per l’accoglienza, la Segreteria di Stato della Migrazione (SEM), i Cantoni, la Croce Rossa Svizzera, la ORS2 (ditta privata che si occupa della logistica nei centri per migranti, ndr) non riconoscano l’umanità e l’individualità di ciascuna Persona. Non vengono mai presi in considerazione i loro bisogni, la volontà, le competenze, e vengono invece viste solo come un peso, un problema da espellere il più velocemente possibile.

Da sempre, a tutela del proprio sistema economico, la Svizzera porta avanti una politica di selezione differenziale tra chi può restare per contribuire all’incremento delle ricchezze, e chi viene spinto a lasciare il paese o addirittura viene espulso coattamente. Questo vale sia per gli immigrati di ieri, come spagnoli, italiani, portoghesi, e tanto più per le nuove immigrazioni dall’Africa e dal Medio Oriente. Eppure, a livello di opinione pubblica mondiale, si sente parlare di “Svizzera umanitaria”, basti pensare alla retorica sulla nascita della Croce Rossa proprio in questo paese.

Nell’ultimo anno, è partito un progetto di costruzione di sette centri federali per la raccolta e l’identificazione delle persone migranti. Nonostante sia in ancora in fase di rodaggio e potrebbe volerci ancora qualche tempo, l’idea è quella di accentrare il controllo delle persone in questi luoghi, per poi smistarle nei vari centri cantonali, metterle nei bunker, o, ancora, per respingerle nei primi paesi d’ingresso (soprattutto l’Italia) o direttamente destinarle a un volo di rimpatrio. È stato anche proposto di organizzare delle scuole differenziali per i figli delle persone che si trovano stoccate nei centri federali: si vuole negare l’inserimento nei percorsi scolastici svizzeri a bambini e bambine le cui famiglie vengono spinte con forza a lasciare il paese e vengono, spesso, infine rimpatriate coattivamente.

In Canton Ticino, al momento, abbiamo tre centri federali: Stabio (distretto di Mendrisio), Biasca e Chiasso, che probabilmente saranno però sostituiti da un unico centro federale dei sette in costruzione su tutto il territorio elvetico. A Rancate, sempre nel Ticino, è stato allestito un centro respingimenti, dove le persone passano la notte in attesa che, il mattino successivo, riapra la dogana italiana1  e possa completarsi il respingimento. Il costo per mantenere il centro si aggira sui 670.000 franchi all’anno: a quante persone si potrebbe offrire una chance di vita dignitosa, se questi soldi fossero usati diversamente? Ci sono inoltre, ancora operativi, i centri a gestione cantonale: Paradiso, Cadro, Castione e Camorino

Veniamo quindi allo specifico del’impegno del collettivo R-esistiamo: la lotta per la chiusura del bunker di Camorino. Che cos’è questa struttura? Come viene utilizzata?

Durante la Guerra Fredda, per paura di un possibile attacco atomico, vennero costruiti dei bunker a scopo militare e di protezione civile. Rimasti inutilizzati, salvo che per alcune esercitazioni militari, questi luoghi sono stati “presi in prestito” negli ultimi anni dalla SEM, la Segreteria di Stato della Migrazione, che ha pensato di destinarli alla gestione delle persone migranti. Il bunker di Camorino (Bellinzona), che è aperto dal 2014, si trova fuori dal centro abitato, in un luogo isolato tra l’ingresso autostradale e la centrale di polizia. Per la gente costretta a vivere lì è impossibile allontanarsi, non avendo un abbonamento ai trasporti né soldi sufficienti a comprare un biglietto.

I locali in cemento armato sono sottoterra e privi di un’adeguata areazione, gelidi d’inverno e oltre i trenta gradi d’estate; l’acqua dai rubinetti esce sporca, durante la scorsa estate ci sono state gravi infestazioni da cimici nei materassi, non vi sono spazi adeguati nè possibilità di privacy. Da agosto 2019, per il cibo, che in passato era comunque insufficiente e di scarsa qualità, i vestiti, scarpe, le necessità personali di qualsiasi genere, le persone ricevono 10 franchi svizzeri al giorno, denaro insufficiente per coprire tutti i propri bisogni, visto il costo molto alto della vita nel paese. Il coprifuoco serale, l’obbligo di pernottamento, le perquisizioni, i ricatti e il controllo costante della polizia cantonale unito alle ronde della Securitas (ditta privata di vigilanza) rendono il luogo paragonabile a una prigione più che a un centro di accoglienza.

Per chi si trova nel centro, gestito prima dalla dalla Croce Rossa, che ha rinunciato dopo lo sciopero di luglio, e attualmente dal Dipartimento Sanità e Socialità del Cantone, viene ostacolato l’accesso alle cure mediche (salvo iperdosaggi di antidolorifici e psicofarmaci) e alla tutela legale; non vi è alcun programma di attività, corsi di lingua o percorsi di inserimento: decine di persone, semplicemente, sono costrette a restare lì mesi, aspettando il proprio turno di rimpatrio, quando la polizia viene a prenderli in piena notte per caricarli su un aereo.

Non si vuole riconoscere di chi sia la responsabilità di questo posto e di quello che vi accade: se si chiede al Cantone, dicono che la responsabilità è della SEM e quindi federale. Se chiedi alla SEM, rispondono che il referente è il Cantone, in un gioco di rimpalli dove non esiste nessun tipo di trasparenza rispetto alla struttura.

ingresso del Bunker a Camorino (fonte immagine).

 

Il bunker è, a tutti gli effetti, l’ultima spiaggia delle persone indesiderate, quelle per le quali non c’è altra via di uscita né alcuna volontà del governo di concedere dei permessi. È un posto talmente malsano e abbrutente che la minaccia di un trasferimento a Camorino viene utilizzata come avvertimento per coloro che fanno problemi negli altri centri, e per scoraggiare qualsiasi protesta o rivendicazione di istanze.

Alcune delle persone che sono a Camorino non possono nemmeno essere espulse, sebbene il governo non abbia in ogni caso intenzione di rilasciare loro un documento: si tratta, per esempio, di uomini con lo status di apolidi, oppure il cui paese che sarebbe meta del rimpatrio non ne riconosce l’identità. È il caso di un uomo che si identifica come tibetano e a cui la Cina rifiuta la possibilità di rimpatrio. O, ancora, sono persone il cui paese di provenienza non ha firmato accordi di rimpatrio con la Svizzera, come l’Algeria, che accetta solamente rimpatri volontari. La maggior parte della gente rinchiusa a Camorino si trova in un limbo, senza possibilità di sbloccare la propria condizione. Tra l’altro, il sistema di rilascio dei permessi è assai controverso: non ci sono leggi precise in proposito alla valutazione dello status dei richiedenti asilo. Non esiste nemmeno una lista ufficiale di paesi d’origine considerati “sicuri”, così che la decisione spetta di volta in volta all’arbitrio della Segreteria di Stato della Migrazione.

Una parte delle politiche viene decisa a livello federale a Berna, ma una parte delle decisioni è presa a livello cantonale: la situazione è così nebulosa, che è molto difficile anche per gli stessi avvocati capire come agire. A pagine e pagine di ricorsi, spesso, viene semplicemente risposto un “non entriamo nel merito della questione del ricorso”: un no e basta insomma, senza ulteriori spiegazioni.

Come siete riusciti, visto il contesto ostile, ad entrare in contatto con le persone nel bunker? Com’è adesso la situazione a Camorino e quante persone vi sono rinchiuse?

Momenti di protesta al bunker di Camorino (fonte immagine)

L’incontro è cominciato nella primavera del 2018, grazie ad una prima conoscenza avviata con alcune di queste persone, che banalmente provavano a seguire un percorso di inserimento nel tessuto sociale, per esempio durante partite di calcio in cui partecipavano anche dei solidali (in seguito la Croce Rossa ha smesso di accompagnarle per sport e visite mediche, sostenendo di non avere personale sufficiente). Dai primi racconti sulle difficoltà che vivevano, è nata la voglia di conoscersi meglio, di capire che cosa stava succedendo e cosa fossero questi bunker in cui veniva messa la gente. Sono troppe le persone che aspettano in Svizzera come fantasmi, senza diritti e senza speranze di ottene davvero un regolare permesso, depositate nei centri per anni e infine espulse.

La nostra linea d’azione è quindi diventata la volontà di rompere l’isolamento, di informarci e di informare. Di costruire delle relazioni che possano portare un po’ di sollievo: parlare con qualcuno che ti considera una persona, e che prova a darti una mano per quanto possibile.

Abbiamo organizzato delle “merende” fuori dal bunker di Camorino, costruendo dei momenti e degli spazi per incontrare e conoscere chi stava lì dentro. L’intenzione dei presidi era anzitutto quella di far sentire meno sole le persone, raccogliere i loro racconti e le testimonianze di quello che subiscono. Ma, appena qualcuno si dimostrava interessato e partecipava, il giorno dopo veniva spostato lontanissimo, facendoci perdere il contatto reciproco.

Ovviamente per le istituzioni il punto è ostacolare la creazione di relazioni e spaccare i legami che nascono. Alle persone solidali sono state fatte pressioni sul posto di lavoro da parte delle autorità, diffondendo informazioni e articoli diffamanti. Per chi invece sta nel bunker, la strategia è quella di esercitare continuamente pressioni psicologiche e minacce. Alcuni funzionari cantonali, in visita a Camorino, avrebbero detto agli uomini che si trovano lì che è meglio se stanno zitti, che se stanno buoni prima o poi le cose cambiano, e che è meglio che non diano ascolto a noi e che non si uniscano ai momenti di manifestazione e ai presìdi.

Le persone, nel tempo, hanno comunque capito che gli vengono date solo false illusioni: anche se la loro situazione è sempre difficile, talvolta scoppiano delle proteste.

Quest’estate, il 2 luglio, i circa trenta uomini che stavano a Camorino hanno fatto uno sciopero della fame, per protestare contro la terribile situazione in cui vivono e perché, con la motivazione di dover areare le stanze, la direzione del bunker li obbligava ad uscire dai locali il mattino e a non potervi far ritorno fino alla sera. Questo senza soldi per potersi spostare, senza nulla da fare, senza un riparo dalla canicola estiva, con un panino e una bottiglietta d’acqua per tutto il giorno. La reazione immediata è stata quella di silenziare la protesta: nel giro di 24 ore, coloro che avevano un permesso anche solo provvisorio sono stati spostati. Sostenendo tra l’altro che i trasferimenti fossero già decisi da tempo e che la protesta non c’entrasse nulla.

A nessuno dei responsabili del bunker, dalla SEM, alla polizia, alla Croce Rossa, conviene che si parli della situazione a Camorino, quindi ogni voce di dissenso deve prontamente essere scoraggiata. Per tenere buone le persone si fa vedere che vengono concessi piccoli miglioramenti, o si promettono vantaggi in futuro (che poi vengono comunque disattesi) per i migranti che si comportano “bene”, seguendo la strategia di dividere le persone tra buone e cattive, con lo scopo di sedare gli animi e fiaccare le resistenze.

Dopo le proteste, nel bunker di Camorino sono rimaste al momento una decina di persone, prive di qualsiasi permesso e in attesa di espulsione o di finire in prigione.

Molti di loro, infatti, hanno già subito anche periodi di detenzione amministrativa (che prevede fino a 18 mesi di reclusione), con la sola accusa di non possedere documenti “utili”. Principalmente gli arrestati vengono messi nel carcere di Realta, nel Canton Grigioni, dove un intero piano del carcere è dedicato proprio ai sans papiers, che hanno minori diritti dei detenuti comuni. Un ragazzo ci ha raccontato che per un mese di fila non gli è stato concesso di uscire dalla sua cella, e, per questo motivo, ha cominciato a praticare gesti di autolesionismo. Adesso è tornato proprio a Camorino e sta peggio che mai. Un’altra ragione per essere imprigionati è se il governo federale pensa che tu possa allontanarti prima dell’esecuzione di espulsione: un uomo si è recato a trovare il fratello in un cantone della Svizzera interna, pur non avendo un permesso per spostarsi, è finito in un controllo di polizia (che si basano sempre sul racial profiling, visto che vengono fermate le persone in base al colore della carnagione) e, solo per questo, è stato imprigionato.

Alla luce di questo stato di cose, quali sono le richieste e gli obiettivi di lotta che portate avanti come collettivo R-esistiamo?

Quello che chiediamo è che luoghi come questo, e in particolare il bunker di Camorino, vengano definitivamente chiusi.

Siamo consapevoli che, quando cala l’attenzione, ricominciano invece a portare lì le persone. Vogliamo che il bunker venga chiuso e che venga data una possibilità di vita a queste persone, condannate ad un’esistenza sotto terra senza nessuna prospettiva.

Nel 2014 uscì un rapporto ufficiale della Commissione Federale Contro la Tortura, in cui si affermava che le persone non possono essere tenute nei bunker per oltre tre settimane, per ragioni igienico sanitarie. Nonostante non sia cambiata la loro situazione, nel report del 2018 della stessa Commissione non si fa più nessuna menzione a questo ammonimento, e nessun ente ufficiale federale si è più espresso in merito al fatto che, alcune persone, siano sottoterra da anni.

Da Marzo 2019 è entrata in vigore una nuova legge sulla migrazione, che avrebbe dovuto evitare alle persone di rimanere in attesa per anni, e velocizzare l’iter di valutazione delle richieste di asilo. Dopo pochi mesi, vediamo già come questa legge non funzioni affatto: la gente non riceve mai assistenza legale, la polizia cambia a proprio piacimento, sui moduli, dati, età e provenienza delle persone, per metterle nella condizione di poter essere espulse o respinte.

Nonostante le immense risorse di uno dei paesi più ricchi del mondo, che potrebbe con estrema facilità assorbire il numero esiguo di persone che arrivano in Svizzera, a prevalere sono in ogni caso gli interessi economici, che preferiscono nutrirsi del fruttuoso business legato alla repressione, alla militarizzazione delle frontiere, alle deportazioni e allo sfruttamento della manodopera in nero delle persone senza documenti giusti.

Sappiamo che sarà molto difficile farsi ascoltare e che abbiamo a che fare con il muro di gomma delle istituzioni, ma non si può proprio mollare.


Sembra che nel 2020 il centro di Rancate verrà chiuso: gli arrivi in Svizzera nell’ultimo anno, a fronte di un’ingente spesa di mantenimento della struttura, sono andati diminuendo in maniera consistente. La proposta del consigliere leghista Norman Gobbi, tuttavia, non è di eliminare un punto di riferimento per i respingimenti, ma semplicemente quella di spostarlo a Stabio o a Chiasso, sul confine con l’Italia, dove alcuni magazzini delle ferrovie FFS sarebbero già stati allestiti da tempo come dormitori, senza tuttavia mai essere utilizzati.
La ORS Service AG è una società privata svizzera che gestisce alloggi per l’asilo per conto del governo federale, ed è uno dei maggiori attori in questo campo. In seguito alla diminuzione degli arrivi in Svizzera, la società è entrata in una fase di crisi che l’ha portato a cercare di espandere il proprio mercato nei paesi sul Mediterraneo, in primis l’Italia. Nel luglio 2018 è stata fondata quindi a Roma la nuova filiale ORS Italia S.r.l., che mira ad aggiudicarsi la cospicua fetta di investimenti piovuti sul settore degli hotspot e dei centri di detenzione e rimpatrio, grazie ai decreti legge Salvini e all’imminente apertura dei nuovi CPR, come il Corelli di Milano.

 

Esterno bunker di Camorino (fonte immagine)

Agosto in frontiera: report sulle violenze della polizia francese

Pubblichiamo l’ultimo resoconto estivo del collettivo Kesha Niya sugli episodi di violenza e abuso di potere commessi dalla polizia francese alla frontiera tra Ventimiglia e Mentone. Dopo i report e le testimonianze pubblicate a maggiogiugno e luglio, anche ad agosto non si sono visti miglioramenti rispetto all’esercizio arbitrario di ferocia gratuita che le guardie di frontiera infliggono alle persone non desiderate sul suolo francese. Anzi, a seguito di un modesto incremento, nell’ultimo mese, del numero di persone che prova a raggiungere il nord Europa (400 sono quelle respinte in Italia solo nella prima settimana di settembre, secondo i dati rilevati da associazioni e ong), il trattamento riservato alle persone non europee è diventato ancora più brutale: quotidiane sono le testimonianze di calci e pugni ricevuti dalla gente, di uso di gas e spray urticanti, di retate aggressive contro uomini, donne e minori, di insulti, bugie, minacce, furti e privazioni.

Le persone incassano, ma non si rassegnano: sempre più spesso decidono di raccontare, per poi tentare ancora di superare questo maledetto confine.

Il collettivo Kesha Niya mantiene quotidianamente un presidio per le “colazioni” al confine, nonostante i controlli e le continue pressioni da parte delle autorità nostrane affinché vadano via anche loro, testimoni scomodi di quello che avviene negli uffici di frontiera, lontano dagli occhi della città. 

(Qui la versione integrale in inglese)

Nel mese di agosto circa 1072 persone sono passate dal presidio solidale in frontiera, dopo la detenzione nei containers della polizia francese e la successiva riammissione in Italia. Due sono i pullman di Riviera Trasporti partiti alla volta di Taranto: le deportazioni avvengono ora con cadenza bisettimanale.
Sono di nuovo in aumento le persone appena arrivate in Italia, dagli sbarchi attraverso il mediterraneo, o, per la maggioranza, arrivate a piedi lungo la rotta balcanica. A causa di questi lunghi viaggi molte persone riportano ferite e gravi infezioni alle gambe.
Un elemento molto preoccupante, testimoniato dai racconti di diverse persone catturate, è la prosecuzione di azioni illecite e vessatorie da parte della polizia francese: telefoni cellulari e documenti sottratti arbitrariamente e non restituiti (di fatto, rubati), reiterate falsificazioni dei dati anagrafici delle persone respinte, retate violente sui treni diretti in Francia, con assalti fisici alle persone che oppongono resistenza e che, più volte, sono state costrette ad abbandonare i propri bagagli (con dentro tutti i soldi, i documenti e gli averi personali) sul treno che ripartiva.

Vediamo, nel dettaglio, i casi di abusi e torture fisiche e psicologiche che le persone catturate nel tentativo di attraversare la frontiera sono state costrette a subire.

 

ATTENZIONE! A SEGUIRE, I RACCONTI CHE CI SONO STATI RIFERITI SULLA VIOLENZA DELLA POLIZIA!

2019/03/08:

– 2 algerini erano sul treno e hanno incontrato un francese amichevole che parlava con loro e che voleva dare un aiuto. A Menton Garavan sono stati tutti fatti scendere dal treno e il ragazzo francese è stato afferrato e stretto alla gola dalla polizia francese, prima che lo lasciassero libero di andare.

– Un giovane tunisino è stato picchiato e respinto illegalmente [in Italia], abbiamo inviato la sua storia a un avvocato, così che possano sporgere denuncia.

M. è in Francia da 20 giorni, ha lasciato l’Italia perché è stato costretto a farlo, dopo una pena detentiva. Stava camminando al mercato di Nizza con un amico quando è stato fermato dalla polizia locale per un controllo di documenti e hashish. L’amico di M . aveva i documenti, e si è potuto allontanare liberamente. M. non aveva droghe con sé ma nemmeno i documenti, quindi è stato portato alla stazione di polizia. Lì ha dovuto dare le sue generalità e spogliarsi completamente in modo che potessero controllare se avesse droghe. Quindi è stato messo in cella per 2 ore.

Il poliziotto è tornato e ha detto a M. che sarebbe stato riportato in Italia. M. si è rifiutato, ha domandato le motivazioni, ha alzato la voce e chiesto di parlare con un avvocato. Il poliziotto lo ha ignorato e gli ha solo detto che lì era ricercato. M. è stato quindi ammanettato e spinto in una macchina. È stato portato agli uffici della PAF con i lampeggianti blu accesi.

Poiché M. non beveva nulla dalla mattina, diverse volte ha domandato dell’acqua, ma gli è solo stato risposto di aspettare. Una volta alla PAF è stato portato in ufficio e ha nuovamente domandato dell’acqua. Il poliziotto gli ha chiesto di guardarlo negli occhi. M. non ha obbedito e ha rivolto a terra lo sguardo. Il poliziotto l’ha colpito con un pungo molto forte sotto al mento per farlo guardare su. M. è stato preso a calci e pugni più volte alla schiena e alla nuca. È caduto a terra mentre ancora era ammanettato e sputava sangue sul pavimento. Una poliziotta gli ha calpestato la gamba destra e gli ha ordinato di guardarla in faccia. M. è stato lasciato lì, sdraiato a terra per 15 – 20 minuti finché non si è sentito meglio e ha aperto di nuovo gli occhi. È stato respinto in Italia.

Quando lo abbiamo incontrato aveva una piccola ferita sul labbro, segni rossi delle manette sui polsi e dolore al cranio, dietro l’orecchio sinistro e sulla schiena.

Il suo ‘refus d’entree’ diceva che era stato catturato su un pullman proveniente dall’Italia. Non era ricercato in Italia, la polizia italiana lo ha identificato con le impronte digitali e gli ha solo dato il normale invito ad andare in questura [per “regolarizzare la sua posizione in Italia”].

2019/11/08:

Un uomo si è sentito male nei container. Ha vomitato e ha chiesto alla polizia di aiutarlo. L’unica risposta che ha ottenuto sono stati 2 pugni in faccia.

19/08/2019:

Un ragazzo ha cercato di recarsi a Parigi per fare il suo passaporto perché la sua ambasciata, in Italia, ha rifiutato di rilasciarglielo e perché lo stato italiano non ha mai risposto alla sua richiesta di permesso di viaggio, che aveva presentato 6 mesi fa. Ha spiegato questo alla polizia francese e ha mostrato il suo certificato di nascita e il certificato di nazionalità che gli servono per andare all’ambasciata. La polizia ha preso i documenti e ha detto che avrebbero inviato loro stessi i documenti all’ambasciata in Francia. Il ragazzo ha rifiutato e ha detto che non se ne voleva andare senza i suoi documenti. La polizia gli ha restituito i documenti e [gli ha spruzzato] spray al peperoncino su tutta la faccia.

23/08/2019:

Un gruppo di 8 persone era nascosto nei servizi igienici del treno. La polizia ha usato spray al peperoncino per farli uscire.

– in questo gruppo un giovane ha detto alla polizia che non sono autorizzati a trattare le persone in questo modo. È stato ammanettato e spinto a terra. Il suo telefono è stato rubato.

– nello stesso gruppo c’era una donna incinta di 3 mesi. Dopo lo spray al peperoncino non riusciva più a respirare, aveva molto dolore al grembo e ha iniziato ad avere contrazioni. È stata portata in ospedale a Nizza.

Abbiamo incontrato suo marito che era davvero preoccupato e non aveva modo di contattarla perché tutte le sue cose, incluso il telefono, erano con lui. Abbiamo raggiunto l’ospedale, che ha accettato di trasmetterle il numero di suo marito e ci ha anche detto che non sarebbe stata riportata alla polizia. Più tardi abbiamo avuto l’informazione che non le avevano mai dato il numero e che avevano chiamato la polizia affinché la riprendessero al termine degli esami. L’abbiamo incontrata nel pomeriggio.

24/08/2019:

La polizia si è presa gioco di un ragazzo, gli ha scattato diverse volte delle fotografie e lo ha gasato nei containers.

25/08/2019:

– A molte persone viene spruzzato spray al peperoncino mentre si trovano sul treno o dentro ai container.

– un uomo è stato colpito in faccia e gasato su tutto il corpo.

– Altri 2 sono stati colpiti al ventre, sono stati ammanettati molto stretti e colpiti alla testa. Uno di loro perdeva sangue dal naso.

– un uomo è stato spruzzato con spray al peperoncino sul treno e davanti ai container. È stato picchiato con i manganelli e preso a calci con gli stivali, così forte che sanguinava molto e ha perso conoscenza. La polizia lo ha poi trascinato a terra fin dentro ai container. Le persone all’interno hanno iniziato a urlare quando lo hanno visto e quando la polizia lo ha riportato fuori trascinandolo di nuovo sul pavimento. È stato portato all’ospedale di Mentone.

Non abbiamo incontrato questa persona, abbiamo ricevuto questo resoconto dei fatti da un suo amico, che è stato anche lui picchiato e arrestato sullo stesso treno. Questa versione è stata confermata da diverse persone che hanno visto la scena.

Abbiamo chiamato l’ospedale per avere sue notizie, ma a quel punto era già stato restituito alla polizia. Non l’abbiamo mai incontrato, nè il giorno in cui questo è successo e nemmeno il giorno seguente. Deve essere stato respinto [in Italia] per qualche altra via.

29/08/2019:

Un uomo è stato arrestato mentre saliva su un treno in Francia, dopo aver attraversato il confine in altro modo. Sul suo ‘refus d’entrée’ è stato scritto che è stato arrestato mentre camminava sull’autostrada. La polizia ha preso il telefono per controllare il suo profilo Facebook e gli ha detto che stava mentendo sulla sua età (anche se questo non era importante, perché comunque non si trattava di un minore) e per tre volte è stato preso a schiaffi. È stato accusato di aver rilasciato false dichiarazioni.

 

La situazione al confine è nuovamente peggiorata e questo ci ha dato molte volte motivo di preoccuparci. Ci addolora e ci fa rabbia il fatto che la polizia possa liberamente abusare del proprio potere in questo modo. Nessuno dovrebbe mai affrontare questo trattamento e trovarsi in una tale situazione. Vogliamo diffondere le informazioni per mostrare alle persone il vero volto dei confini.

Vi invitiamo a condividere e parlare di ciò che sta accadendo per creare consapevolezza.

Innesca il cambiamento e continua a combattere le autorità!

Un’estate al male

Riceviamo e pubblichiamo il seguente contributo, che racconta gli eventi di una normale giornata d’agosto: una violenta routine diventata la prassi dell’estate in frontiera.

 

UN’ESTATE AL MALE

una mattinata in frontiera
(Ventimiglia, 9 agosto 2019)

“Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma le persone per le quali non c’è più differenza tra realtà e finzione, tra il vero e il falso.”
[Hannah Arendt, La banalità del male]

 

Questo scritto è frutto di tre sguardi che hanno esperienze e conoscenze differenti rispetto alla frontiera fra Ventimiglia e Mentone. Per qualcuna è luogo quotidiano di presenza e resistenza, qualcun’altra ha potuto attraversare più volte a distanza di tempo gli spazi segnati dal dispositivo di controllo del confine, per qualcuna altra ancora questo è stato invece il primo incontro diretto con la frontiera alta di ponte S.Luigi e con il meccanismo di respingimento delle persone indesiderate dalla Francia.

Il pullman che ci porta in frontiera è dell’RT (Compagnia Riviera Trasporti) la stessa che portava le persone negli aereoporti per essere deportate, e che continua a portarle negli hotspot del Meridione. Ma questa è una piccola navetta carica di “onestx cittadinx” che sale nella ridente località di Grimaldi, ultimo paesino prima della frontiera alta, a cui siamo dirette.

Neanche il tempo di attraversare il lato francese che veniamo fermate per un “ordinario controllo di documenti”. Probabilmente ci stavamo guardando intorno in modo stra-ordinario.
Ci ritroviamo nell’ufficio di polizia della P.A.F.(Police Aux Frontiéres), vediamo il desk dove ci sono un sacco di guardie, da quella minacciosa, all’ultimo arrivato, passando per l’umorista, il poliglotta,il graduato ecc. Un clima da gita, grandi battute, saluti e scherzi. Dietro di loro una lavagna sulla quale sono scritte tre categorie: internatx, uscitx e trattenutx. Le persone in questa tabella sono numeri fluttuanti, cancellati e aggiornati continuamente man mano che le persone vengono respinte al confine italiano, lasciando il posto a quelle che nel frattempo vengono trattenute quotidianamente nelle retate sui treni. Ad un certo punto arriva uno sbirro che ci dà un caloroso Bonjour. Si risente del fatto che non rispondiamo al saluto. Ci dice di sorridere, mostrare i denti. Ci dicono di sorridere perchè siamo carine, noi non veniamo gasate con gli spray, non ci sequestrano e rompono i cellulari, non ci rubano i documenti nè ci tagliano le suole delle scarpe. Solo una molestia da bar, niente di diverso da quello a cui anche compagni di scuola, autobus e squat ci hanno abituate a reagire. Nulla in confronto alle molestie e violenze che chi detiene l’autorità e tutela l'”ordine” mette in atto continuamente con chi viaggia o comunque con qualsiasi persona abbia la possibilità di soverchiare. Dopo le 10 arriva un’operatrice di un’O.N.G. che si porta via quelli che sembrano dei minori, gli unici che riusciranno a restare sul suolo francese. Finalmente ci ridanno i documenti e, mentre rilasciano noi, cominciano a cacciare le persone recluse, i numeri sulla lavagna vengono cambiati e gli internati scendono da 24 a 19: gli sbirri cambiano modo di fare, indossano guanti di pelle e aria da duri.

Tornando verso la dogana italiana incontriamo una persona, ci dice che nel carcere di Solicciano ha conosciuto un amico, ci dice ridendo che i nostri compas hanno fatto un macello lì. Si ricorda il rumore, le grida, i saluti sotto quella galera. Giusto il tempo di una sigaretta, poi lo lasciamo tristemente alle ore che dovrà passare coi doganieri italiani.
Poco oltre al confine c’è una postazione con un po’ di ombra, cibo, acqua e pannelli solari per caricare i telefoni tenuta da qualche solidale. Lì ci fermiamo per due chiacchiere. Qualcuno racconta che è in italia da pochi mesi ed è alla terza notte nei container, qualcuno ha il permesso regolare, ma in corso di rinnovo, ci può volere anche un anno e nel frattempo è in un limbo burocratico. Ci parlano di una donna con tre bambinx che ha passato la nottata nel container, di tre persone che hanno provato a non farsi sbattere fuori dal bagno del treno, sono state gasate con spray al peperoncino. Poco dopo le vediamo arrivare, sembrano in forze, pare che da queste parti non sia niente di speciale. Ci raccontano quello che da anni succede nei container: non gli viene spiegato quello che sta succedendo, non gli vengono dati cibo e acqua, il pavimento viene bagnato impedendo che occupino troppo spazio sedendosi o sdraiandosi, e questo per un periodo di tempo variabile, spesso la nottata intera, a volte anche di più.
Sappiamo che i soprusi non si limitano a questo, che non risparmiano l’uso di taser, calci, violenza fisica e psicologica.(2)

Per andarcene noi, con i nostri documenti comunitari, scendiamo di nuovo in Francia, andiamo alla stazione di Menton Garavan. Nel parcheggio, due camionette di C.R.S. (antisommossa francese) e un pullmino grigio per deportare chi viene presx. Arriva il treno da Ventimiglia. Salgono almeno in sei, palestrati, perlustrano i vagoni, e alla fine sbattono giù un uomo e una donna con due bambinx. Gli controllano i documenti nella sala d’aspetto della stazione, mentre uno sbirro troppo spiritoso mima ridacchiando ai colleghi la scena di aver stanato qualcunx con aria spaventata dal proprio nascondiglio.

Saliamo sul nostro treno, arriviamo a Ventimiglia. Sbirri ufficiali e sedicenti scandagliano la stazione: affianco alla pol.fer le pattuglie della Vigile-guardia privata di imperia, incaricata dalla SNCF (Société Nationalle de Chemins de fer Français) per controllare che non salga sui loro convogli chi non ha documenti validi per entrare in Francia. Andiamo via giusto in tempo per non assistere alla retata coordinata fra una squadra della mobile di Torino e agenti e digos del commissariato di Ventimiglia (1).

L’unico punto di vista che spiega i fatti della retata, che ha portato 15 persone a un fermo in commissariato, è il comunicato della P.S. ventimigliese, da loro girato alle varie testate online e ripubblicato tale e quale. Niente di insolito nel panorama mediatico, abituato a ricevere le veline dei commissariati talvolta addirittura in anticipo rispetto alle loro operazioni, come successo poche settimane fa in occasione del tentativo di far sloggiare il presidio che distribuisce colazioni in frontiera: quella volta la municipale arrivò mezz’ora dopo che il successo dello sgombero era già stato pubblicato dalla testata di Sanremonews. Questa volta non c’erano testimoni scomodx durante la retata e il vanaglorioso racconto dell’operazione è l’unica voce che ci arriva. “Le operazioni si sono protratte per tutta la giornata”: la polizia ferma gente per strada a mucchi in base a caratteristiche cromatiche, arresta, emette espulsioni, rincorre persone nel fiume.Tutto questo viene spacciato per “attività di vigilanza” per “tutelare le vittime”, ovvero le persone definite “in stato di vulnerabilità e bisogno”, tradite dagli stessi “compagni di viaggio”, come se il “viaggio” fosse una piacevole scampagnata e non un dispositivo a ostacoli in cui finire gasatx, picchiatx, perquisitx, detenutx per ore e rimbalzatx decine di volte dalla frontiera presidiata. Le risse per il prezzo dei passaggi in francia, gli accordi saltati con i trafficanti, la lotta per la sopravvivenza quotidiana tra fughe e rastrellamenti sono la diretta conseguenza dei continui controlli razziali di cui questa retata è, per, ora, l’ultimo inglorioso atto. Due fogli di via, otto espulsioni, aggravamenti di misure per violazione di divieto di dimora, denunce per invasione di terreno sono il collaudato repertorio per far sparire le persone sprovviste del giusto pezzo di carta.
Ma la verità è uno schifo troppo difficile da abbellire: la velina degli sbirri è infarcita di termini quali “caccia”, “mirino”, “retata”. La chiamano “prevenzione”, mentre si dedicano alla persecuzione.

 

PER UN MONDO SENZA GABBIE E FRONTIERE

 

(1) http://www.riviera24.it/2019/08/ventimiglia-aggressione-a-un-afgano-maxi-retata-della-polizia-sono-decine-le-persone-identificate-600341/

(2)https://parolesulconfine.com/la-violenza-della-polizia-francese-si-intensifica/

“Senza autorizzazione” – dalla frontiera di Ventimiglia

Traduciamo il comunicato con cui il collettivo Kesha Niya – che da quasi due anni opera sulla frontiera di Ventimiglia fornendo quotidianamente pasti e sostegno alle persone migranti che tentano di attraversarla – racconta i fatti dell’ultima settimana.

Le autorità, in particolare con l’interessamento del nuovo sindaco Scullino, hanno deciso di spostare ancora l’asticella della criminalizzazione della solidarietà alle persone in viaggio. Del tutto in linea, va detto, con le decisioni del governo centrale e con le azioni della precedente amministrazione comunale (tristemente nota per le ordinanze del sindacolo Ioculano di divieto di distribuzione del cibo in città alle persone migranti). Il presidio di accoglienza delle persone rilasciate dopo le detenzioni in frontiera è evidentemente diventato scomodo, probabilmente anche a seguito delle denunce della violenza della polizia di frontiera fatte sulla pagina dei Kesha e tradotte su questo blog. In maniera, a dire il vero abbastanza goffa e assai poco avveduta, le forze dell’ordine intervengono per sgomeberare un telone per proteggersi dal sole (posto sul ciglio della strada, su di un pezzo di terra di proprietà del demanio) e poche vettovaglie utili a fornire qualche genere di conforto a chi ha passato ore e ore recluso nei container della frontiera, molto spesso subendo abusi e violenze da parte della polizia di frontiera.

Il collettivo Kesha Niya, con le e i solidali rimasti sul territorio di Ventimiglia, come in questi due anni passati, intende resistere e continuare a fare quello che non solo è giusto ma non può essere vietato da nessuna legge e seppure lo fosse, continuerebbe ad essere giusto fare.

La resistenza è vita. Grazie Kesha Niya, grazie Carola Rackete, grazie a tutte e tutti, le e i resistenti che continuano a dimostrarlo con i fatti.

Martedì 25 giugno: municipale, polizia di stato e digos, con tre volanti e operatore della scientifica per le riprese, salgono al punto ristoro a poche centinaia di metri dalla frontiera, intimando alle persone solidali di allontanarsi

 

Segue traduzione del comunicato dei Kesha Niya.

 

Negli ultimi tre giorni, la polizia è venuta ogni giorno alla colazione a ridosso del confine per sgomberarci.
La prima mattina abbiamo ricevuto la visita di un uomo vestito di blu. Prima ci ha chiesto cosa stessimo facendo, per poi dirci che non possiamo distribuire cibo senza autorizzazione. Abbiamo provato a spiegare che la polizia era già venuta diverse volte e che non era mai stato un problema, a patto che avessimo portato via ogni cosa finita la distribuzione. Ma l’uomo in blu ha chiamato qualcuno e se n’è andato. Qualche minuto più tardi, è arrivata la polizia dicendo che non eravamo autorizzati ad essere lì, accusandoci di occupare lo spazio in maniera abusiva. Ci hanno detto di andarcene, altrimenti ci avrebbero portato in commissariato. Mentre, lentamente, impacchettavamo tutto, sono arrivati i carabinieri. Ci siamo seduti vicino alla macchina per fare qualche telefonata e avvisare di diffondere la notizia. Ma la polizia ci ha raggiunti, dicendoci che non potevamo stare neanche lì, perché era un’area adibita a parcheggio.

Lo stesso giorno è apparso un articolo sui giornali locali, nel quale si diceva che il sindaco era molto contento del lavoro della polizia e che avevamo installato una vera e propria cucina da campo. Ha aggiunto che con l’estate il problema degli attivisti che cercano di aiutare i migranti sarebbe riapparso.

Il giorno seguente, la polizia locale è venuta nel pomeriggio e ci ha detto si togliere tutto. Quando abbiamo chiesto perché, hanno detto “perché siamo la legge e vi diciamo di fare così”. Quindi, abbiamo chiamato un avvocato per un consiglio e abbiamo discusso sul da farsi. Dopo qualche tempo, la polizia ci ha detto che avevamo due minuti per portare via tutto, altrimenti ci avrebbero portati al posto di polizia. Abbiamo lentamente iniziato a impacchetare tutto, tranne il telo che ci protegge dal sole. Qualche minuto ancora e la polizia ci chiede di levare il telo. Quando abbiamo chiesto spiegazioni e se valesse lo stesso per gli ombrelloni dei turisti sulla spiaggia, ci hanno risposto che il telo non è autorizzato, mentre gli ombrelloni lo sono. Mentre spostavamo le cose della colazione, un poliziotto ha aggiunto che se non ci muovevamo ci denunciava. Abbiamo cercato di capire con quale motivo ci stavano “sgomberando” e se c’è una legge che motivi le loro azioni, ma di nuovo hanno risposto: “Non ti deve interessare la legge, lo fai perché ti dico di farlo” . Poi ci hanno chiesto di mostrare i nostri documenti. Uno dei poliziotti ha aggiunto che se non ci davamo una mossa ci denunciava. Abbiamo chiesto per quale motivo e lui ha risposto “Non sono affari tuoi, intanto ti io ti denuncio e poi lo scoprirai il perché”. Quando hanno chiamato il commissariato, abbiamo lentamente rimosso il telo e poi mostrato i nostri documenti di cui hanno fatto delle foto.
Nello stesso giorno, sul giornale locale appariva una dichiarazione del sindaco che annunciava che sarebbero venuti a controllare ogni giorno e che nessuno può fare certe cose senza autorizzazioni. Aggiungendo: “questi attivisti non saranno autorizzati a stare lì”.

Il giorno seguente, una donna facente parte di Amnesty International è venuta da noi. Ci ha spiegato che aveva chiamato la polizia di frontiera a Ventimiglia e che questi avevano detto che quel che stavamo facendo non era vietato. Più tardi, 10 poliziotti sono venuti a dirci che quel che stavamo facendo non era permesso, dandoci spiegazioni differenti (presidio illegale, campeggio, occupazione abusiva…), ma dicendo anche che il giorno dopo saremmo potuti tornare: non sapevano cosa sarebbe successo il giorno dopo, non dipende da loro.

Non smetteremo di andare alla frontiera a preparare la colazione. Restiamo e resistiamo.

NO NATION. NO BORDER. FIGHT LAW AND ORDER!

(contro le nazioni e le frontiere, combatti la legge e l’ordine costituito)

Aumenta anche la violenza della polizia italiana

Pubblichiamo di seguito la traduzione del terzo report del gruppo Kesha Niya postato su facebook il 14/06/2019.

 Il resoconto oltre a denunciare il proseguimento della violenza della polizia francese nei confronti delle persone migranti che cercano di lasciare l’Italia, mette in luce anche un incremento della violenza della polizia italiana nei confronti delle persone respinte dalla Francia affinché registrino le loro impronte digitali In Italia. Secondo il regolamento di Dublino le persone migranti sono vincolate a chiedere asilo nel paese in cui vengono registrate per la prima volta le loro impronte digitali.

Immagine tratta dal resoconto di Kesha Niya del 26 gennaio 2019

Attenzione! Questo è un altro post contenente resoconti sulla violenza della polizia!

03/06/2019un uomo è stato colpito diverse volte con un manganello da una poliziotta italiana dopo che si è rifiutato di dare le impronte digitali che non aveva ancora dato in Italia. L’uomo aveva dei lividi sulla testa e sulle mani.

04/06/2019Un uomo che si trovava in mare è stato inseguito dalla polizia francese verso l’Italia. Lo hanno inseguito, quando si trovava già in acque italiane, senza portarlo a bordo. Quando ci hanno visto guardare e filmare la situazione dall’alto, hanno detto: “Stop! Non facciamo niente per il momento, stanno filmando!”. Abbiamo chiesto loro cosa stessero facendo e perché non lo aiutassero. Senza rispondere hanno continuato a seguire l’uomo che ha nuotato fino ai Balzi Rossi dove la polizia italiana ha usato una barca a remi per portarlo fuori. La polizia francese se n’è andata poco dopo. La polizia italiana lo ha ammanettato e lo ha portato al confine. Dal momento che abbiamo assistito alla scena, ci hanno detto: “non avete visto e non sapete niente”, gli abbiamo spiegato che abbiamo visto tutto.

Su un giornale locale è stato pubblicato un articolo sul fatto, contenente anche una dichiarazione della polizia in cui si sostiene che l’uomo era “irregolare” in Italia ed era stato rimandato in Francia dove è scappato saltando in acqua per tornare in Italia. L’uomo avrebbe “raggiunto” a nuoto i Balzi Rossi e sarebbe stato tratto a riva grazie all’aiuto di un bagnino e di un carabiniere.
DIVERSE ONG, e anche il nostro gruppo, credono che l’articolo non sia molto accurato, perché non abbiamo mai visto un caso di persone irregolari che vengono mandate in Francia. In realtà, nella nostra esperienza è altamente improbabile che le persone siano respinte in Francia, anche quando ce ne sarebbe un valido motivo, come per esempio l’essere minorenni. Se l’uomo voleva tornare in Italia, avrebbe potuto semplicemente fare la strada a ritroso, la polizia francese sta infatti fermando le persone che entrano nel paese molto più di quanto faccia la polizia italiana.

08/06/2019 – mentre un uomo era in stato di fermo, gli è stato chiesto se parlasse inglese e se sapesse scrivere il suo nome. Dal momento che non sapeva parlare in inglese e non sapeva scrivere in lettere latine il poliziotto ha iniziato a colpirlo fino a quando il suo collega non gli ha detto di fermarsi. Più tardi, l’uomo ha provato a usare qualche parola stentata di inglese per paura di essere colpito di nuovo. Lo stesso poliziotto gli ha detto che prima stava evidentemente mentendo perché in realtà sapeva parlare inglese e lo ha colpito di nuovo.

09/06/2019 – un uomo che di solito vive e lavora in Italia è andato a Mentone in giornata. Quando aspettava il suo treno di ritorno in Italia, la polizia francese lo ha controllato. Gli hanno detto che doveva tornare in Italia ma invece di fargli prendere il treno lo hanno preso, controllato brutalmente e gli hanno detto che doveva andare con loro. Lo hanno spinto in macchina e quando ha chiesto perché erano così aggressivi, hanno detto soltanto: ” entra in macchina, testa di cazzo!” e lo hanno schiaffeggiato più volte. Alla Paf (Police Aux Frontières) è stato controllato molto velocemente e gli è stato detto di camminare fino a Ventimiglia. Ha chiesto se poteva prendere il treno ma gli hanno detto di stare zitto e che doveva farsi i 10 km a piedi. Ha chiesto di nuovo perché tutta questa aggressività ed è stato nuovamente schiaffeggiato. La polizia francese gli ha poi detto di correre verso l’Italia ma l’uomo ha continuato a camminare e ha risposto: “non sono un animale e non siamo a Libia”. La polizia ha usato il taser per due volte sulla sua schiena, dicendo che due persone francesi sono morte in Francia, il mese scorso. Lo hanno poi inseguito in direzione dell’Italia per farlo correre. Quando è arrivato alla colazione era in condizioni pessime e aveva una guancia gonfia.

 Lo stesso giorno un minore di 15 anni è stato spruzzato con lo spray al peperoncino mentre si trovava sul treno e portato alla Paf. Nonostante non abbia opposto resistenza, per farlo entrare nel container lo hanno preso a calci nella schiena. Sul refus d’entree hanno dichiarato che aveva 19 anni.

Immagine tratta dal resoconto di Kesha Niya del 29 maggio 2019
Il gruppo Kesha Niya è impegnato dalla primavera del 2017 a Ventimiglia dove si occupa della preparazione e distribuzione serale di pasti. Dall’estate del 2018 porta cibo e bibite calde sul lato italiano della frontiera di Ponte S.Luigi, dove le persone migranti respinte dalla Francia transitano per rientrare a Ventimiglia.
Kesha Niya ha pubblicato altri due resoconti a gennaio e maggio di quest’anno denunciando la violenza della polizia francese sulle persone migranti.

uomini di origine nigeriana, arte di origine europea

La settimana appena trascorsa a Ventimiglia si è aperta e si è chiusa con due eventi che sembrerebbero non collegati tra loro, ma che ci parlano invece della situazione sociale e politica nella cittadina di frontiera se osservati nell’interezza della cornice in cui si sono verificati.

  1. Lunedì 3 giugno viene trovato il cadavere di un giovane di origine nigeriana.

  2. Da giovedì 6 e fino al sabato si è discusso della notizia della probabile rimozione di un’installazione artistica che è ora collocata alla frontiera.

Due uomini di origine nigeriana…

– pregresso –

Il 29 maggio 2019, durante una rissa scoppiata in spiaggia tra alcune persone di origine non europea, un uomo finisce in mare nei pressi della foce del fiume Roya. In quel tratto di litorale, dove le onde incontrano le acque dolci del fiume, si generano mulinelli e forti correnti: restare a galla è un tentativo disperato. L’uomo è sparito tra i flutti e nonostante le ricerche durate due giorni non è stato ripescato vivo né è stato ritrovato il corpo: si pensava che le correnti lo avessero trascinato in Francia.

Il 31 maggio i giornali riportano la notizia del fermo in zona stazione di un diciannovenne di origine nigeriana: un poliziotto lo riconosce come una delle tre persone avvistate sulla spiaggia durante la rissa che ha causato l’incidente. Non si sa se abbia fornito ulteriori informazioni per dare un nome e un pezzo di storia all’uomo trascinato via dal mare. Veniamo però a sapere che il diciannovenne fermato è un migrante con richiesta d’asilo in Francia e con espulsione dall’Italia, che è stato fermato come uno dei responsabili della rissa, che è stato processato per direttissima per inottemperanza all’ordine di espulsione del questore di Imperia, che è stato trasferito in Francia e che da qui dovrebbe essere infine espulso (cioè rimpatriato? Sulla base della presunta responsabilità per l’incidente? Sulla base di qualcosa che ha commesso in Francia? Sulla base degli accordi di rimpatrio con la Nigeria? Interrogativi senza risposta). Game-over, anche per lui. E game-over anche per l’altro uomo di 24 anni di origine siriana di cui, nello stesso articolo di giornale, apprendiamo di sfuggita che gli tocca la medesima sorte: espulsione.

Il corpo di Osakpolor Morogie, 25 anni, viene ritrovato sulla riva all’altezza della foce del Roya.

 

– Lunedì 3 giugno –

Poi, nella mattinata di lunedì, il cadavere dell’uomo caduto in acqua viene infine restituito dal mare, che lo deposita sulla spiaggia nella stessa zona in cui si era inabissato: il corpo doveva essersi incagliato da qualche parte sul fondale lì intorno. Nelle tasche dei vestiti che ancora coprono il corpo senza vita vengono trovati i suoi documenti, che dicono che lui era Osakpolor Morogie, uomo di 25 anni di origine nigeriana, residente in Italia nella frazione ventimigliese di Bevera assieme al fratello con cui si era ricongiunto.

Quindi a voler essere in regola con la lingua italiana l’uomo non era uno straniero o un migrante, come descritto negli articoli di giornale, ma al massimo un immigrato regolarmente residente in città. Ma le etichette classificatorie, che non restituiscono la completezza della realtà ed anzi la stravolgono e la viziano, restano lo strumento più facile per pensare in modi semplici e riduttivi a un mondo complesso e pieno di sfumature. Per tradurci un mondo che meno capiamo e più ci spaventa; che più ci spaventa e meno lo capiamo.

Dalla chiusura delle frontiere francesi nel giugno 2015 a Ventimiglia si è fatta l’abitudine alla morte di persone non europee arrivate qui per attraversare il confine. Oltre venti le persone decedute a causa delle difficoltà nel passare la frontiera o per i disagi e gli stenti che devono patire nell’attesa dell’impresa: qui è morta così tanta gente in viaggio che, alla quinta persona che ha perso la vita tra il fiume Roya e il mare, l’equazione nero/migrante era già lì pronta all’uso.  (22 novembre 2016; 13 giugno 2017; 22 giugno 2018; 10 settembre 2018)

Uno straniero (con un pezzo di famiglia e residenza italiane) dunque è morto. E un altro straniero, forse coinvolto nell’incidente e forse no (le indagini ancora erano in corso e non sono stati resi noti i risultati dell’autopsia sul cadavere ripescato), è stato deportato in Francia e verrà espulso. Non sappiamo nulla delle vite e dei progetti di queste due persone. Non sappiamo le cause e le esperienze che hanno portato a un epilogo così negativo della loro presenza a Ventimiglia. Tutto quello che interessa sapere: due stranieri fuori dai giochi.

un’opera d’arte di origine europea

12 Aprile 2017, inaugurazione dell’installazione artisticha Terzo Paradiso presso il valico di frontiera di Ponte San Ludovico, Ventimiglia_fonte Sanremonews

 

– pregresso –

Il 12 Aprile 2017 a Ventimiglia fu inaugurata in pompa magna l’opera Terzo Paradiso dell’artista Michelangelo Pistoletto. Il simbolo rappresenta un infinito a tre cerchi: nelle intenzioni di Pistoletto il cerchio centrale costituirebbe il punto di incontro, di armonia e congiunzione tra i poli avversi, i due cerchi opposti che sono il tu e l’io e che trovano al centro la sintesi nella scoperta del noi. Vuole essere un simbolo di pace. L’inizio di una nuova civiltà formulata in 50 pietroni che l’amministrazione dell’ex sindaco Ioculano (PD) decise di far “installare” nell’aiuola che si affaccia sul confine di Ponte San Ludovico.

Nello stesso luogo, due anni prima, centinaia di persone che avevano provato ad entrare in Francia ed erano state respinte (colore sbagliato, pezzo di carta sbagliato) avevano deciso di accamparsi ed iniziare una protesta, durata cento giorni, contro le frontiere e le discriminazioni, chiedendo il rispetto dei propri diritti e la libertà di poter realizzare le proprie aspettative di vita.

Ioculano era sindaco quando sgomberarono a ruspate quello spazio di lotta, resistenza, incontro e sperimentazione collettiva che fu il campo dei Balzi Rossi. Due anni dopo annuiva convinto accanto all’artista Pistoletto, uomo bianco di origine europea, che spiegava con vibranti parole il significato della sua opera e la sua personale interpretazione della Storia recente di quelle aiuole:

A me pare quasi un sogno veder realizzato questo simbolo dell’armonia, della pace e dell’incontro qui, in questo luogo di scontro e divisione. In questo spazio specifico (…) di forte tensione tra i due paesi, momenti di tensione inutile, anche provocata… io credo che non è sulla provocazione che dobbiamo muoverci, non è sulla critica e sull’aggressione, ma sulla proposta. (…) Se veramente si ha qualcosa da proporre, si sa cosa fare dopo la rivoluzione, non c’è nemmeno più bisogno di fare la rivoluzione. (…) Noi dobbiamo dimostrare in questa zona simbolica di essere capaci di fare proposte di unione, di connessione, di condivisione.

I giornali rincararono il condimento di entusiasmo per l’arrivo del Terzo Paradiso : “Un modo per dare un calcio, con l’arte, ai confini geografici e soprattutto sociali, che spesso emergono con più intensità al confine con la Francia”.

 Veduta di Ponte San Ludovico: l’installazione artistica simbolo dell’incontro si affaccia sulla barriera delle dogane francese e italiana.

 

– Giovedì 6 giugno –

Dall’inaugurazione dell’opera sono passati nuovamente due anni: Giovedì 6 giugno i quotidiani on line riportano dell’incontro, voluto dalla destrorsa giunta comunale appena eletta, tra Anas e il neo sindaco Scullino, che si propone si riqualificare la zona stradale innanzi alla frontiera. Sintesi: nella zona del confine si fanno i soldi, non spettacolini per allodole, quindi al posto dei 50 pietroni artistici ci si metteranno 50 parcheggi.

Parafrasando i giornali di allora: un modo per dare un calcio, con gli affari, all’arte e alla retorica sul buonismo sociale e sull’abbattimento dei confini. Proprio qui, di fronte alla barriera con la Francia.

La settimana si chiude nelle polemiche di routine del PD circa lo smantellamento della profetica opera d’arte che tanto fu lodata dall’allora sindaco ruspaiolo dello stesso partito. Eppure guardando le cose con un’onesta prospettiva non è affatto strabiliante che si voglia sostituire un simulacro della retorica europea sull’accoglienza con cinquanta parcheggi per far girare macchine e soldi. (Anche) dalle parti delle frontiere funziona così e chi non lo sa è in malafede: le merci hanno la precedenza e per il denaro tutto fila liscio. L’unico inconveniente lungo il confine erano e restano gli esseri umani ai quali, sulla base di criteri etnici, si deve impedirne l’attraversamento.

A poche centinaia di metri dall’installazione Terzo Paradiso, in linea d’aria sulle alture dell’Aurelia, c’è l’altro valico di confine, ponte san Luigi, dove la frontiera esercita quotidianamente il suo potere sulla vita della gente che ha un documento di poco valore e una pigmentazione troppo scura.

Là sotto, adagiato su un prato abbandonato, riposa coi giorni contati quell’infinito fatto di macigni giganti e muti innanzi ai controlli frontalieri ed al setaccio razziale. Sulla destra dell’installazione artistica, ad altezza mediana tra le due frontiere, corrono le rotaie che portano in Francia: troppe persone sono rimaste gravemente ferite o sono morte sfidando la frontiera ferrata e i suoi treni proibiti.

Sulla sinistra del Terzo Paradiso corrono invece gli scogli che nel 2015 furono casa di una lunga battaglia internazionale contro le chiusure dei confini. Poco oltre le rocce ondeggia il Mediterraneo che unisce e divide le terre. Un po’ come il centro dell’infinito di Pistoletto, che voleva ricongiungere gli opposti e portare la pace, ma che finirà smantellato in nome del profitto.

I tentacoli della frontiera sono potenti e pervasivi: Ventimiglia regala ogni settimana folgoranti accadimenti, bug di un sistema catastrofico che causa cortocircuiti di senso di fronte alla presenza e alle conseguenze del confine.

Vinceranno i 50 parcheggi. Proprio lì dove 50 pietroni si vantavano di aver inaugurato una proposta di unione e armonia: game-over anche per loro. Dalla posa di quei sassi, che sarebbero stati più sinceri se fossero state lapidi, sono morte -almeno- altre undici persone non europee che volevano attraversare la barriera per l’Europa. A Ventimiglia (in tutto lo stivale) le persone non-bianche resteranno comunque straniere, qualsiasi pezzo di carta abbiano in tasca. Qualcuno di origine europea suggeriva che non serve una rivoluzione…

Polifonia estiva dalla Frontiera di Ventimiglia (seconda parte)

Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo “Polifonia estiva dalla Frontiera di Ventimiglia” contenente un insieme di interviste volte a indagare e restituire uno sguardo polifonico sulla situazione nella zona di confine di Ventimiglia durante i passati mesi estivi.

Rimandiamo all’introduzione pubblicata con la prima parte di questo articolo per chiarimenti relativi agli obiettivi, alla metodologia seguita e alla presentazione delle e degli intervistati.

Dopo aver posto domande ai nostri interlocutori circa il tipo di presenza avuto sul territorio di confine di Ventimiglia e sulle caratteristiche e le trasformazioni notate nel paesaggio sociale che caratterizza la zona di frontiera, in questa seconda parte abbiamo provato insieme ai nostri intervistati a delineare in che modo gli avvenimenti e le situazioni che hanno caratterizzato questa zona di frontiera interna all’Europa raccontino qualcosa circa le politiche e lo scenario internazionale.

Per concludere, abbiamo posto la domanda cruciale: cioè quella che riguarda le possibilità e le modalità con cui agire polticamente per contrastare i dispositivi di confinamento e le politiche razziste sperimentate in modo sempre più violento lungo le linee di confine interne ed esterne all’Europa.

Con la speranza che queste riflessioni, maturate a partire dall’esperienza  di attiviste/i e militant* impegnati sul campo, possano fornire strumenti critici utili per pensare forme di azione collettive capaci di incidere contro la violenza dei confini,

vi auguriamo un buona lettura.

La redazione


 

Lungo il confine, si materializzano, in maniera forse più evidente che altrove, anche le conseguenze di scelte prese altrove e di disposizioni di portata nazionale e internazionale. Ci chiediamo, quindi, che ricadute abbiano avuto, a Ventimiglia, i numerosi eventi e provvedimenti che, durante l’estate, hanno influito sulle dimensioni e la gestione dei flussi migratori.

Per Antonio, innanzitutto, è fondamentale tenere in considerazione le politiche di esternalizzazione dei confini: «Quello che si è cercato di fare, sia in Italia che in Europa, è stata l’extraterritorializzazione del confine, impedendo a tutti di vedere cosa succede. Anche se possiamo definire come un canto del cigno la manifestazione della scorsa estate, per diversi anni il confine è stato di fatto un presenza almeno nel pensiero sociale. Far si che il confine diventi invisibile, permette di non avere più in casa il problema. La favola continuamente ripetuta dal sistema è che si stia combattendo il traffico di esseri umani, in realtà lo si mantiene e questo è particolarmente evidente in una realtà molto piccola come Ventimiglia». Nel dettaglio, la questione libica viene riconosciuta da tutti come direttamente determinante la realtà vissuta al confine franco-italiano: «Il governo italiano continua a mantenere i contatti come se ci fossero degli accordi internazionali e come se potesse controllare qualcosa. Che non ci sia effettivamente un controllo è evidente dal fatto che, anche se in un numero minore, le persone continuano ad arrivare e continuano ad essere persone che sono state torturate, che hanno sul loro corpo i segni delle violenze che noi abbiamo visto e fotografato con il loro consenso. Hanno voluto raccontare le torture a scopo di estorsione che hanno subito in Libia. L’interesse nei loro confronti da parte dei carcerieri libici terminava quando ricevevano un certo quantitativo di denaro» (Lia).

Scritta in prossimità del campo di accoglienza gestito da Croce Rossa Italiana

Senza dimenticare che «il caos in Libia è stato in un certo senso costruito e determinato da certi tipi di logiche e di azioni, partendo dall’azione francese per eliminare Ghedafi, passando per gli interessi delle compagnie petrolifere» (Gabriele). Da Ventimiglia si coglie, quindi, la complessità di un quadro nel quale risulta estremamente difficile prevedere tutte le conseguenze delle misure messe in campo: «Un peso poi lo ha la situazione al confine est dell’Europa, in Turchia dove l’Europa ha negoziato con Erdogan un accordo per il controllo dei flussi. La rotta balcanica riattivatasi con la chiusura voluta da Salvini della rotta libica, ha determinato l’arrivo nell’ultimo periodo di persone provenienti dall’Asia più che dall’Africa sub sahariana a Ventimiglia, nonché un’evidentissima diminuzione degli arrivi» (Gabriele).

Dalle riflessioni dei nostri interlocutori emerge poi il ruolo delle politiche europee, nello specifico delle conseguenze degli accordi di Dublino, nel produrre erranza e clandestinità: «Molti che si incontrano a Ventimiglia sono stati respinti dagli altri paesi, la Francia in primis. Hanno finito il loro viaggio in situazioni di estremo disagio, di abbandono, di disperazione, a Ventimiglia, e continuano a vagare intorno a questo territorio, magari deportati qualche volta al Sud. Per loro una soluzione non è stata trovata, né nel bene, né nel male. Ci sono alcuni, per esempio, che avevano iniziato una vita in un’altra parte d’Europa e a seguito del Regolamento di Dublino sono stati riportati in Italia e non hanno una via d’uscita se non quella di avere una vita estremamente disagiata come senza fissa dimora, aspettando il nulla. Di persone in questa situazione ne abbiamo incontrate tante, qualcuno si ferma, qualcuno vorrebbe tornare a casa, altri impazziscono, diventano alcolizzati, altri spariscono e alcuni muoiono» (Lia).

Il valico di Ponte S. Ludovico e la costa francese visti dal valico di Ponte S.Luigi

Le persone con cui abbiamo parlato concordano nel rifiutare una lettura che attribuisca all’attuale governo italiano, insediatosi in primavera, tutte le responsabilità della tragedia umana che è oggi la migrazione verso l’Italia, così come il transito e la permanenza nel Bel Paese: «Dal punto di vista nazionale la repressione verso le persone in viaggio è iniziata prima di quest’estate, non direi quindi che il problema sia dovuto dall’attuale governo. La situazione non è chiaramente migliorata, ma tutte le metodiche utilizzate, sono sempre state ideate e attuate precedentemente. Sappiamo che c’è stato interesse da parte dell’attuale governo nel ricevere fascicoli su Ventimiglia per poi prendere delle decisioni in merito, ma al di là della chiusura di qualsiasi campo informale, che era già stata messa in atto precedentemente, non vedo una modifica reale della politica nazionale nella situazione attuale. Gli accordi con la Libia sono proseguiti e hanno fatto sì che le persone arrivassero in quantità sempre inferiori perché bloccate prima, detenute, rinchiuse in veri e propri campi di concentramento, morti in mare, probabilmente detenuti anche in altre parti d’Italia» (Lia).

Quindi, come riporta Lucio, «il primo grande cambiamento è di un anno fa quando c’è stato il decreto Minniti, bloccando i flussi grazie agli accordi con i criminali libici. Durante l’inverno c’è stato un allentamento delle maglie, a causa della rottura di alcuni equilibri, se così si possono chiamare, in Libia e l’apertura di alcune delle prigioni denunciate anche dall’Onu e ci si è ritrovati con persone che partivano anche in una stagione nella quale il clima è peggiore e le condizioni più difficili. Quindi c’è stata l’emergenza freddo e dei momenti davvero difficilissimi quest’inverno. La rottura parziale di quel dispositivo ha fatto sì che si fosse come levato un tappo ad una diga, con la conseguente ondata. Quest’estate, con l’apparente stabilità durata fino a qualche settimana fa in Libia, la situazione è tornata quella del calo di presenze e di arrivi. Adesso si vedrà perché comunque in Libia gli scontri riprendono e la situazione non è per nulla stabile. Sul piano nazionale, a mio avviso, tutto è figlio di quelle politiche, e l’Italia intera deve essere considerata una frontiera, perché chi arriva per la maggior parte non vuole rimanere e subisce quindi le disposizioni dei patti di Dublino…insomma per quanto i vari ministri e governanti attuali vogliano fare campagna elettorale, prima e dopo il voto, la situazione è figlia del decreto Minniti. E’ chiaro che se continui a non offrire un’accoglienza degna, se continui a perseguitare il reato di clandestinità, fai in modo anche che la gente cerchi di perseguire i propri desideri il più velocemente possibile e di andare in un altro Stato, con delle presenze che si riversano a ridosso di ogni confine. Poi il caso della Diciotti è l’ultimo e più eclatante : sono arrivate 177 persone, dopo giorni le porti in provincia di Roma e dopo qualche altro giorno ne ritrovi molte a Ventimiglia. E’ abbastanza chiaro : sono arrivati, ma non per restare in Italia, e se in più non offri nessun’altra possibilità di arrivo se non il barcone, li trovi a ridosso della frontiera dopo poco … e se poi li metterai in un altro centro, la cosa si ripeterà».

Comprendere la continuità è una delle preoccupazioni di Gabriele, al fine di rendere visibili quei meccanismi che strutturano, ad esempio, il mercato del lavoro europeo e la persecuzione di imponenti interessi economici: dei meccanismi che si celano dietro all’approccio emergenziale alla questione migratoria: «c’è una continuità che arriva da Minniti e quindi dal Pd per la gestione di quella che loro definiscono “emergenza migranti”, che però ha le sue radici ancora più indietro: la legge Turco Napolitano. In termini temporali la costruzione di un confine dipende sia dalle forme normative che hanno contraddistinto il contesto nazionale e internazionale, sia dal raffinamento del dispositivo biopolitico come meccanismo per espellere dei corpi e includerne in maniera differenziale altri. I corpi che vengono usati nel bracciantato, trattati, prostituiti, quei corpi che costituiscono un’ampia parte del mercato italiano e europeo del lavoro. Non è una questione di legalità e illegalità ma di sfruttamento, questo è evidente sia nel mercato del lavoro legale che illegale. La lotta all’illegalità rispetto alla questione migrazione è un palliativo per legittimare in termini normativi lo sfruttamento. Il confine funziona come dispositivo in questo senso. Vi è dunque una continuità che arriva se vogliamo da come gli sbarchi sono stati controllati, dalle politiche in termini di esclusione di certi tipi di corpi, della mancata riforma della cittadinanza (sebbene io credo che la cittadinanza dovrebbe essere data a tutti coloro che passano e vivono per un certo tempo su un territorio), della gestione delle frontiere esterne dell’Europa. L’archivio della costruzione delle norme sulle migrazioni non riguarda solo la sedimentazione di leggi, ma è costituito anche da pratiche di segregazione, razzismo, xenofobia e sessismo. Questo archivio continuamente aggiornato e in cui c’è una continuità temporale non è importante solo per leggere la questione immigrazione e lavoro, ma per rendersi conto che esiste una continuità d’egemonia: soggetti che sono poteri forti in questo paese utilizzano i partiti sia per mantenere un controllo del consenso politico (non solo elettorale perché il potere non sta più solamente lì) ma soprattutto un controllo su certi tipi di business e di interessi economici. C’è chiaramente una continuità anche nei termini di classe dirigenziale tra il Pd e la Lega, e questo è evidente analizzando l’archivio di cui parlavamo».
In questo quadro, tra queste reti, trova spazio «la forza dei migranti che riescono ad organizzarsi per passare i confini» (Gabriele).

Quali possono essere, allora, oggi, le strade da percorrere, in quanto solidali e militanti contro le frontiere? Quali possibilità e che senso dare all’impegnarsi in percorsi politici a Ventimiglia? A questi interrogativi, le risposte che abbiamo raccolto possono talvolta mostrare punti di vista differenti, alla luce di esperienze diverse, frequentazioni più o meno lunghe della frontiera, sensibilità individuali. Crediamo sia particolarmente interessante cercare di fare dialogare queste voci, nel tentativo di contribuire a una riflessione comune sulle prospettive di una presenza solidale e militante a Ventimiglia, sugli spazi politici e di lotta da alimentare o inventare.

Inizia Antonio, difendendo il dovere e il senso del testimoniare: «Nel primo agire dell’attivismo a mio avviso c’è anche il raccontare il territorio, mantenere una memoria di quello che avviene. Fai una cosa e la puoi rivendicare, quello che vedi lo puoi denunciare. Secondo me questa è una forma di attività politica che lì si può e si deve continuare a fare andare avanti». Nel proseguo del ragionamento, Lia e Antonio ci offrono delle osservazioni riflessive, rispetto alla loro attività di visite e diffusione di report degli ultimi anni: «La comunità coesa dei Balzi Rossi, o anche dei campi informali del 2016, rispondeva agli avvenimenti in modo chiaro: può aver risposto in modo sbagliato in alcune occasioni, ma rispondeva. Almeno una collettività esisteva. Questo non ha niente a che vedere con me che vado da sola ad esplorare un territorio per capire cosa si può fare e scrivo da sola in merito. Adesso faccio questo perché manca quello che auspicherei: un gruppo di persone che partecipa con il maggior tempo e impegno possibile, che prenda decisioni che mettano insieme chi viaggia e chi è stanziale, perché la differenza tra queste/i non è poi così grande. Attualmente i solidali sono troppo pochi per avere un vero e proprio successo politico e modificare qualcosa realmente. È più probabile che si diano delle risposte simboliche sperando poi che queste attivino qualcosa. E’ un grande insuccesso a mio parere quando, in una situazione di tale gravità, un singolo evento simbolico come una manifestazione, viene considerata una risposta congrua. O è una risposta simbolica o si attende almeno che vi consegua qualcos’altro» (Lia).

Un momento della manifestazione “Ventimiglia città aperta” del 14 luglio 2018

Una visione leggermente diversa, rispetto al lascito della manifestazione del 14 luglio, viene da Giulia. Una visione che, comunque, non manca di esprimere alcune considerazioni rispetto alle difficoltà di un contesto “ostile”: «Secondo me l’agibilità è un pochino mutata dopo il corteo, nel senso che migliaia di persone per strada hanno lasciato qualcosa…qualcosa che ancora potrebbe essere raccolto, nel senso che non tutto è stato raccolto e c’è la possibilità che ci sia ancora qualcosa che possa svilupparsi. L’agibilità politica comunque è quello che è, nel senso che rimane una cittadina che va a destra in una regione che va a destra in un paese che va a destra, quindi le possibilità restano risicate. Probabilmente, pur non essendo fan degli scout, mi ha stupito quanti ragazzi giovani siano passati di lì, volendosi rendere utili, poi sempre magari in un’ottica estemporanea e assistenzialista, però c’è ancora una parte degna di questo paese che vuole metterci le mani dentro. Quindi lo spazio secondo me è questo: continuare a provare a dedicarsi a ciò che c’è di buono, perché c’è e c’è anche in quel territorio e non stancarsi di parlare con la gente perché , magari un po’ timidi, ma ci sono delle persone, anche ragazzi e ragazze giovani della zona, che vivono lì, magari anche seconde generazioni, che vorrebbero partecipare e provare a dire qualcosa. Chiaro che si parla di cose molto piccole, considerando la violenza della situazione, con l’ennesima chiusura dell’acqua, le reti … la direzione è molto chiara, però credo che qualcosa si possa provare a raccoglierlo ancora. Secondo me a Ventimiglia, nei paesi limitrofi e nelle valli … io sono un’inguaribile ottimista, alle volte, ma non credo che si sia alla totale barbarie… che poi sono paesini, cioè banalmente ad Eufemia scade il contratto a dicembre e si deve trovare il modo di posticipare o trovare altro e il problema è che il proprietario non vuole che quello spazio sia aperto al pubblico e non è il fascismo è quella roba tipo “non voglio che vengano rotti i coglioni a me, che ci sia attenzione su quello spazio per colpa vostra”. E’ lì che sta quel margine per far capire il vecchio discorso che non è che se chiedo diritti, è perché ne siano negati a te, però viviamo andando contro il vento costantemente». In linea con quel che dice Giulia, Lucio continua indicando quali potrebbero essere, a suo parere, le potenzialità di un lavoro politico che parta da Ventimiglia come luogo di presa di coscienza e comprensione di fenomeni più ampi, che, sulla frontiera, assumono caratteri di violenza ed evidenza più marcati che altrove: «partendo dai vari gruppi scout mi viene in mente questo aneddoto : alcuni di loro ci hanno raccontato le ragioni che li hanno spinti a venire a Ventimiglia con tutto il loro gruppo: tra di loro, alcuni neo-elettori avevano votato per la Lega e si ponevano il problema del come far capire a quei ragazzi, che frequentano tutto l’anno, che il problema non sono i migranti che ci invadono, quanto piuttosto le politiche che dall’alto generano delle discriminazioni… ecco l’aneddoto degli scout può dare il quadro di quello che è possibile fare a Ventimiglia : intanto arrivare e capire cosa succede su un territorio piccolo in seguito a questi grandi fenomeni e decisioni politiche prese a livello internazionale e, d’altra parte, banalmente provare a trovare momenti di relazione con delle persone bloccate alla frontiera, prendere il tempo di conoscerle e mettere in piedi attività che a volte possono anche semplicemente permettergli di evadere dalla noia quotidiana, che poi è una condizione che accomuna diversi contesti, come quelli delle molte periferie italiane e d’Europa. Qualsiasi attività che possa portare ad una maggiore coscienza di sé o alla socializzazione può essere utile. L’esistente va mantenuto, in più andrebbe implementato qualsiasi tipo di proposta, dalle iniziative estemporanee culturali, come proiezioni di film e spettacoli, magari momenti per socializzare, ma che aiutino anche a conoscere la realtà del momento…Sarebbe forse il momento di fare un invito a chi fa queste queste cose, di andare a fare concerti, spettacoli ecc a Ventimiglia».

Giulia e Lucio propongono un ragionamento a scala territoriale, nel quale il fatto di nutrire spazi di condivisione e arricchimento culturale diventi l’occasione per far incontrare tutti i soggetti che vivono il territorio Giulia, nel lungo o nel breve termine: «Abbiamo anche provato a ragionare sul fatto che manchi una proposta culturale su quel territorio. Una proposta che sia anche il dar luogo a situazioni nelle quali ci si possa incontrare tra persone diverse, cose banali e che però non si danno» (Giulia). A questo proposito, viene evocato un momento, una serata del mese d’agosto, durante la quale un concerto ha offerto la possibilità di confondere tra il pubblico le persone alloggiate nel campo della Croce Rossa e i giovani della zona, permettendo anche una, seppur breve, presa di parola dal palco: «Per il concerto dei Modena City Ramblers, insistendo, essendo una settimana dopo il corteo e avendo un altro tipo di reputazione sul territorio, si è riusciti a spingere sul campo della Croce Rossa per far sì che i ragazzi dal campo potessero andare al concerto, che potessero rientrare più tardi: in quell’occasione hai portato i ragazzi che stanno alla Croce Rossa ad un evento che succede in città, assieme alla cittadinanza e assieme ai giovani locali. Il passo oltre dovrebbe essere riuscire ad organizzare cose tutti assieme» (Lucio).

Incidere almeno sulla dimensione sociale locale, per rendere meno duro il territorio di confine, quindi, come un primo obiettivo possibile: «Si parte anche dall’assunto basic che il razzismo è ignoranza. Poi è evidente che tutto il resto dipende dalla geopolitica, nel senso che non abbiamo parlato del dispositivo frontiera, che evidentemente è il dramma, ma è vero che se, nel tempo che passano a Ventimiglia, potessero camminare per strada senza essere additati o insultati, allora forse anche il dispositivo frontiera potrebbe avere una minore violenza intrinseca, senza riuscire ad annullare tutta la violenza del dispositivo, chiaramente» (Giulia). Quella sui territori di confine è una riflessione condivisa anche da Gabriele: «Mi mette molto in difficoltà dare una risposta in merito all’agibilità politica a Ventimiglia e alle prospettive. Inizialmente arrivato a Ventimiglia pensavo si potesse mettere insieme l’azione politica con quella culturale. Ho visto che è molto più difficile di quello che pensavo. Gli stimoli che potrei dare in questo senso sono essenzialmente due. Il primo parte dall’idea che sia possibile spostare il piano dell’azione politica su Ventimiglia oltre la questione dell’immigrazione. Il confine, visto non solo come frontiera, ma come, al tempo stesso, dispositivo e risultato di una società: reinterpretare il confine in quest’ottica duplice, senza togliere lo sguardo sugli attraversamenti, può forse permettere di ripartire dal territorio di Ventimiglia in termini di lotte con un raggio geografico e di soggettività coinvolte ben più ampio della sola frontiera. Sia in una direzione culturale: rispetto a cosa sia questo confine, a come funzioni, a quali siano le dinamiche di sfruttamento e di esclusione e di soggettivazione dei corpi; sia in un’ottica politica: comprendere e potenziare le capacità di resistenza e di sovversione di certi tipi di logiche. L’altro stimolo che mi sento di suggerire è quello di leggere questo confine in confronto ad altri confini, osservando se vi siano similitudini, differenze con altri dispositivi di confine e con altre società di confine. Riflettendo sulla particolarità dei territori di confine, dovute al fatto che in questi territori sono racchiuse tutte le contraddizioni delle società nazionali, si osserva che questi territori permettono di vedere più chiaramente e distintamente come queste contraddizioni possano essere affrontate in maniera conflittuale».

Un rapporto, quello tra ciò che succede a ridosso della frontiera e le dinamiche che permeano le nostre società, evocato anche da Lia. In questo senso, il rarefarsi della partecipazione politica su scala locale e il trasferimento di una gran parte del dibattito pubblico nella sfera mediatica, diventano i principali ostacoli alla nascita di movimenti trasversali e radicati, e, allo stesso tempo, determinano una minore capacità di risposta a livello di comunità : « Un’altra ripercussione importante che c’è stata sia a livello nazionale che internazionale è la mancanza di compattezza dei movimenti, di risposta e di partecipazione politica sul territorio. Ciò determina a livello locale che non si riescano ad inventare delle strategie, a metterci dell’energia, a partecipare a un reale conflitto nei confronti di questa situazione assurda e che viola la nostra idea di vita e di convivenza. Non possiamo pensare che questo sia solo un problema di Ventimiglia, avviene in maniera disorganizzata, non corale, avviene in una popolazione che non vive più un minimo di collettività al suo interno e di conseguenza con qualcuno che può passare per lo stesso territorio. Mi capita di parlare con compagne/i che si trovano in altre parti d’Europa, non ultimo oggi un’amica in Austria e i discorsi sono gli stessi, rispetto a tutti quei fatti che qualche tempo fa ci sarebbero sembrati assurdi e li avremmo paragonati alla Shoah: a fatti che abbiamo considerato come aberranti, ad oggi non rispondiamo. Non credo che sia un problema solo italiano, c’erano territori che aborrivano fenomeni che sapevano di razzismo, di neonazismo e fascismo e la risposta è veramente carente oggi rispetto ad una situazione del genere» (Lia). Il rischio che si corre è quindi quello di ritrovarsi a rispondere solo su un piano che non ha la possibilità di innescare processi reali di lotta e cambiamento: «Questo è un problema sociale dato anche dal fatto che la verifica di quello che avviene è sempre delegata ad altri. In grande lo possiamo vedere nell’informazione data dalla televisione per cui se non mostrano una cosa, questa non esiste. Anche tra le persone a noi più affini la definizione il più possibile oggettiva di una situazione viene spesso delegata e non viene assunta con il contatto diretto, questa è una considerazione legata anche alle valutazioni della situazione di Ventimiglia. I risultati ottenuti da grandi incontri sono importanti, ma il pericolo è che esauriscano questa voglia di fare ed intervenire attraverso un atto simbolico ed unico. Già da tempo ma ancora più evidentemente adesso, hanno perso grandemente il loro significato» (Antonio).

Il fatto che emergano punti di vista talvolta distanti tra loro è, per Gabriele, sintomatico della densità che caratterizza i territori di confine: «Sul confine, non è un caso, che appaiano diversi modi di fare politica e di leggere la situazione. Che appaiano diversi posizionamenti politici nei confronti di quelli che sono i soggetti delle misure di controllo, le persone migranti e rispetto ai dispositivi confinari. L’approccio intersezionale è molto importante in questo caso, permette di comprendere come il confine sia un oggetto di studio interessantissimo: è sia il prodotto di una società, la società cioè produce il confine, ma anche il confine segmenta gli spazi della società. Il confine è il dispositivo che produce i rapporti di forza e posizionamento nella società. Quindi è assolutamente normale ci siano molti percorsi e posizioni politiche differenti sul confine. Questi percorsi si incontrano, ma al momento paiono non riuscire a intrecciarsi e solidificarsi».

A distanza di qualche tempo dallo svolgersi delle conversazioni di cui abbiamo riportato gran parte dei contenuti, rileggiamo la trama che ne abbiamo tessuto, dicendoci che il confronto permette di consolidare e problematizzare le analisi, aggiungendo osservazioni, dando profondità e permettendo di riconsiderare alcuni assunti. Ben lontane dalla pretesa di indicare linee più sensate di altre, ci diciamo che stare a Ventimiglia, fare esperienza della realtà e della quotidianità del confine, oggi, ha un senso ben preciso, in un momento storico nel quale riprendono piede i nazionalismi e nello stesso tempo il neoliberismo conquista spazi: lo consideriamo un punto di partenza, forse scontato, ma che prende forza proprio nel momento in cui si articolano e si confrontano le analisi che lo sostengono. Rileggiamo il risultato dell’incrocio di voci diverse e abbiamo più chiaro perché Ventimiglia sia un luogo da cui guardare al mondo, perché da Ventimiglia si debba anche saper ripartire.

Aiuto ai migranti: fino a quattro mesi di prigione per i “sette di Briançon”

Ieri il tribunale di Gap, nelle Hautes-Alpes francesi, ha emesso giudizi pesanti nei confronti di sette persone, accusate di aver favorito l’ingresso illegale in Francia di una ventina di migranti. Si è scelto di non considerare il contesto dell’episodio: una manifestazione, il 22 aprile scorso, che arrivava dopo un intero inverno di drammi e interventi in montagna, per soccorrere chi, totalmente privo di equipaggiamento, si trova ad attraversare valichi alpini innevati, braccato dalla polizia francese. Si è scelto di non dare peso alle condizioni materiali e politiche delle valli franco-italiane: nessuna menzione per la carenza di infrastrutture e sostegno ai migranti dalla parte italiana, nessun accenno alle sortite dei neofascisti, che, proprio in quei giorni, manifestavano pubblicamente la volontà di costituirsi in pattuglie di frontiera autonome e illegali (nessuno di loro è stato inquisito, nessuna inchiesta è stata aperta). Si è scelto di non guardare ai percorsi dei militanti, da anni impegnati nel soccorso in montagna e nella solidarietà attiva. Tutto ciò succede ad un giorno dall’annullamento di un’altra sentenza per “delitto di solidarietà”, caduta su altri militanti, di altre valli frontaliere. Non è semplice esprimere giudizi su tale disparità di trattamento. A caldo, prevale un sentimento di ingiustizia, prevale la rabbia verso una società che accetta di scagionare un eroe, ma che sia uno! Il messaggio sottinteso sembra dire: non osate ripetere le sue gesta, che la solidarietà non diventi appannaggio di tutti, soprattutto se praticata collettivamente e alla luce del sole.

Ci sembra chiaro che, ad essere sanzionata, sia prima di tutto la linea politica che ha animato una manifestazione che, in maniera chiara e radicale, avulsa da qualsiasi velleità umanitaria e assistenzialista, esprime una lotta orizzontale contro i dispositivi di confine, per la libertà di tutt*.

Traduciamo un articolo dal portale Politis, qui il link all’originale: https://www.politis.fr/articles/2018/12/aide-aux-migrants-jusqua-quatre-mois-de-prison-ferme-pour-les-sept-de-briancon-39748/

Il tribunale correzionale di Gap (Hautes-Alpes) giovedì ha emesso dei verdetti che vanno fino a quattro mesi di prigione nei confronti di sette militanti, il cui capo d’imputazione è quello di aver aiutato dei migranti a entrare in Francia la primavera scorsa. Due degli imputati, francesi, già condannati in passato e inquisiti in questo stesso dossier giudiziario anche per ribellione, sono stati condannati a dodici mesi di prigione, di cui 4 da scontare in carcere.

Per uno di loro, M. B., 35 anni, la pena prevede anche una ‘messa alla prova’ di due anni e una multa di 4.000 euro. «Erano due le scelte possibili oggi, si trattava di scegliere tra la solidarietà e la morte. Il tribunale di Gap ha scelto la morte per gli esiliati» – ha dichiarato quest’ultimo all’uscita dal tribunale (https://www.ledauphine.com/hautes-alpes/2018/12/13/7-de-briancon-les-reactions-apres-les-condamnations-hautes-alpes-gap). In effetti, l’allarme ha suonato in quel di Briançon: le associazioni di aiuto ai migranti (Anafé, Amnesty, Cimade, Médecins du monde, Médecins sans frontières, Secours catholique…) hanno lanciato l’allerta «sull’insufficienza della presa in carico e il respingimento sistematico di uomini, donne e bambini che cercano di oltrepassare la frontiera franco-italiana (…) mentre inizia la fredda stagione invernale». Si temono altri drammi, considerando che le temperature scendono a -10° in montagna.

Gli altri cinque, due francesi, un’italiana, uno svizzero e un belga-svizzero, dalla fedina penale intonsa, sono stati condannati a sei mesi di prigione con la condizionale. Hanno dieci giorni per ricorrere in appello. Un centinaio di militanti della causa dei rifugiati si sono radunati giovedì pomeriggio sotto le finestre del palazzo di giustizia per sostenere i ‘sette di Briançon, come vengono chiamati. Il tribunale ha seguito le richieste del procuratore di Gap Raphael Balland, che durante il processo dell’8 novembre non aveva invocato l’aggravante di ‘banda organizzata’.

«Sono un po’ basito davanti a una decisione così severa, per dei fatti che sono quantomeno discutibili (…). I gilets jaunes ne hanno fatte di ben più gravi» – si è lamentato Christophe Deltombe, présidente della Cimade, associazione di difesa dei diritti dei migranti. «Ero convito che sarebbero stati rilasciati. Non vedevo dove potessero essere individuati gli elementi materiali e intenzionali dell’infrazione penale. Siamo in pieno in quel che viene chiamato ‘crimine di solidarietà’: sono condannati perché sono stati solidali a delle altre personé» – ha aggiunto.

«Siamo tutti un po’ colpiti da questa decisione. E’ una pena estremamente severa. La motivazione del tribunale non ci ha convinto» – ha reagito da parte sua Maeva Binimelis, uno dei sei avvocati dei militanti. «Questa decisione è un colpo di freno alla direzione presa in favore di una maggiore umanizzazione e individualizzazione delle condanne per delitto di solidarietà, nell’attesa della sua soppressione», critica da parte sua un altro dei difensori, Vincent Brengarth.

L’accusa imputava ai sette militanti, le cui età vanno dai 22 ai 52 anni, di aver facilitato, il 22 aprile, l’entrata in Francia di una ventina di migranti confusi ai manifestanti forzando una barriera eretta dalle forze dell’ordine. Durante l’udienza, gli imputati avevano contestato il fatto di aver coscientemente aiutati i rifugiati a passare la frontiera nel corso della manifestazione. Partita da Clavière, in Italia, questa si era conclusa a Briançon.

Il processo iniziale, previsto in maggio, era stato rapidamente rimandato, per concedere il tempo al Consiglio costituzionale di esprimersi sul ‘delitto di solidarietà’. In luglio, i ‘Saggi’ hanno considerato che, in nome del ‘principio di fraternità’, un aiuto disinteressato al soggiorno irregolare non sarebbe passibile di condanna, l’aiuto all’entrata resterebbe però illegale.

Mercoledì, la Corte di cassazione –la più alta giurisdizione dell’ordine giudiziario in Francia – ha annullato la condanna di Cédric Herrou, diventato un volto noto dell’aiuto ai migranti, e di un altro militante della Valle Roya, condannati in appello per aver assistito dei migranti.

Polifonia estiva dalla Frontiera di Ventimiglia (prima parte)

Tra gli obiettivi che ci hanno spint* alla creazione di questo blog, c’è la volontà di documentare Ventimiglia e la frontiera. Il nostro impegno è farlo a partire dalle nostre stesse esperienze o da quelle di chi, in forme e modalità differenti, vive quel territorio, puntualmente o nel lungo termine. Pensiamo si tratti di un approccio fondamentale, nell’ottica di mettere in discussione e decostruire tutte quelle narrazioni che tengono in conto solamente le voci ”forti” : quelle voci che si alzano esclusivamente nei momenti mediaticamente salienti, che non parlano, ma piuttosto gridano, nell’intento di raccogliere facili (e spaventati) consensi, di trarre un qualche tornaconto dall’esporsi sul palcoscenico dell’emergenza.  Numeri – in calo, in aumento… -, minacce – di chiusure, di sgomberi…– e voyeurismo – il degrado, la disperazione…– : questi gli ingredienti principali, in proporzioni variabili, del discorso a reti unificate.

Tv abbandonata presso gli scogli dei Balzi Rossi, Ventimiglia

Pensiamo che comprendere il materializzarsi di un confine interno all’Unione Europea, nel 2018, e misurare il peso e la portata delle politiche istituzionali in materia migratoria, comporti un esercizio attento di articolazione tra quelle che sono le dinamiche a più larga scala – tra esplosione e perdurare di conflitti o dittature, configurazioni economiche neocoloniali, accordi internazionali e politiche nazionali – e la quotidianità della frontiera. Un’articolazione da interrogare costantemente, per cogliere la misura dei mutamenti e delle costanti, e facendo appello alla pluralità di soggettività che vivono e osservano la frontiera.

Nel testo che segue, cerchiamo di raccontare i mesi estivi a Ventimiglia, incrociando i punti di vista e le opinioni di alcune persone che li hanno vissuti da vicino, convint* che capire meglio la frontiera, questa frontiera, sia anche un modo per capire configurazioni socio-politiche di vasta portata, per rendersi conto di quel che, come società, più o meno tacitamente decidiamo di ritenere accettabile.

I punti di vista di cui cerchiamo di rendere conto, infine, esprimono talvolta giudizi e analisi diversificate: ci auguriamo che questa polifonia, oltre a problematizzare i racconti superficiali che invadono lo spazio del dibattito pubblico, possa stimolare l’incrociarsi di prospettive ma anche la voglia di comprendere e agire per l’abbattimento di un sistema fondato sul razzismo e lo sfruttamento.

Abbiamo intervistato persone a noi vicine che durante questa scorsa estate sono state in forme, modalità e tempi diversi nella zona di confine di Ventimiglia. Nonostante le differenze, evidenti nelle risposte che seguiranno,  tutt* gli e le  intervistat* hanno scelto di stare in questa zona di confine in quanto solidal* con le persone migranti e convint* che la libertà di movimento debba essere garantita a tutti e tutte, così come il diritto a una vita libera e felice. Tutt* color* che parleranno, seppur in maniera diversa conducono una lotta contro il regime confinario europeo e le sue conseguenze sulla vita delle persone migranti.

 In sede di redazione dei testi delle interviste, ci è sembrato opportuno  dividere il lungo testo in due post differenti, sia per renderne più scorrevole la lettura, sia perché la mole di informazioni e di analisi è considerevole e merita di avere il giusto spazio per essere eleborata. Pubblicheremo, alla fine, anche il testo integrale in un unico dossier.  Ringraziamo caldamente le e i solidal*, che hanno voluto rispondere alle nostre domande, mettendo a disposizione cuore, testa e tempo:

Gabriele Proglio  – storico culturale orale, lavora presso il Centre for Social Studies dell’università di Coimbra con un progetto che nei prossimi cinque anni intende studiare i confini del Mediterraneo.

Lia Trombetta – medico e ricercatrice presso l’Università di Lisbona

Antonio Curotto – medico ospedaliero

Giulia Iuvarafemminista del movimento Non una di meno, attivista del progetto 20k ed educatrice

Lucio Maccarone attivista dell’AutAut357 di Genova, partecipa al progetto 20k dal 2017, nella vita vorrebbe insegnare a scuola

La redazione

La prima domanda che abbiamo posto ai nostri interlocutori riguarda la loro presenza, a Ventimiglia, durante questa estate 2018.

Lia e Antonio spiegano che, rispetto ai mesi passati, per loro si è trattato di continuare il lavoro di monitoraggio e visite mediche ai migranti bloccati alla frontiera: «Siamo stati a Ventimiglia almeno due volte al mese per la durata dell’intero fine settimana. Abbiamo fatto il solito lavoro, sia di sostegno al transito che di raccolta di notizie dal territorio per cercare di capire come evolvesse la situazione » (Lia).

Per altri, l’estate ha invece coinciso con l’occasione per impegnarsi  maggiormente, e in loco, in progetti ai quali si erano già interessate e interessati nei mesi invernali e primaverili. Così Giulia: « Ho iniziato a lavorare un po’ più seriamente su Ventimiglia solo da qualche mese. Ho iniziato, come Non Una di Meno, a seguire un po’ il sister group, che è partito da dicembre scorso, però non ho avuto la possibilità scendere molto, quindi in realtà l’ho seguito tanto in remoto e meno sul campo. Quest’estate sono stata una settimana con il progetto 20 k e ho fatto la volontaria con loro, stando sia ad Eufemia che fuori, e ho seguito più strutturalmente il sister group, attraverso NUDM » ; e Lucio :  « è un anno che seguo più attivamente il progetto 20 k svolgendo un lavoro più ”dalle retrovie”, quindi da qui, da Genova : cercare di raccogliere i beni di prima necessità che a seconda delle stagioni sono stati necessari da portare giù. Abbiamo fatto vari eventi, raccolte fondi e beni di prima necessità e medicine. Dalla primavera mi sono concentrato molto sulla creazione del campeggio di 20k. Il campeggio sta chiudendo in queste settimane ed era necessario per poter garantire una maggior presenza di volontari a Ventimiglia durante tutto l’arco estivo. Per cui è partito durante la settimana del corteo e ha ospitato stabilmente almeno 15 – 20 persone, se non più, garantendo un buon livello di disposizione sul territorio per i monitoraggi e le aperture dell’infopoint, più altre attività di indagine e rapporti sul territorio. Oltre a questo, fino al corteo sono stato qui a Genova assieme ad altri ed altre per organizzare la manifestazione e il 14 ero lì per partecipare alla gestione della manifestazione. Dopodiché sono tornato nella stessa settimana di Giulia ».

Un ragazzo arrivato nella zona di confine per passare la frontiera guarda la costa francese seduto sul litorale italiano a Ventimiglia. Ventimiglia, 2018

La quarta persona con cui abbiamo discusso, Gabriele, ha svolto un lavoro di ricerca sul campo, nell’intento di comprendere il confine, in quanto dispositivo, in una prospettiva calata nella realtà locale e nelle vicende storiche e politiche di lungo corso : «Il mio lavoro quest’estate a Ventimiglia è stato caratterizzato da due tipi di azioni: la raccolta delle memorie non solo dei migranti ma anche degli italiani sulla questione del confine e degli sconfinamenti a Ventimiglia, dalle lotte del 2011, con la cosiddetta emergenza tunisini, fino al 2015, con la lotta dei Balzi rossi, fino alle recenti mobilitazioni; e poi un lavoro più classico, di archivio, basato sull’indagine negli archivi di stato di Ventimiglia e di Imperia, rispetto ai processi penali per immigrazione clandestina durante il fascismo. Il dispositivo di confine ha delle ricadute nel definire e selezionare i corpi secondo un meccanismo di esclusione ed inclusione differenziale. Anche questo meccanismo è legato a uno statuto epistemologico, da una sorta di “archivio”, che si configura nel passato attraverso specifiche strategie del controllo, fondate sul corpo, in particolare sul genere e sulla razza. Durante il fascismo questo controllo è stato esteso ad altre categorie, per esempio quelle politiche che identificavano chi andava in Francia per la fare la Resistenza, ma anche a chi scappava dall’Italia perché non trovava una risposta nel fascismo, persone di ceti molto bassi, che con la loro fuoriuscita esercitavano una critica dal basso al regime, come si evince dalla loro storia. Una critica non solo a quella che era l’organizzazione fascista del lavoro ma anche alle sue politiche patriarcali, autoritarie, gerarchiche». Le due linee di ricerca, quella sul campo e quella d’archivio, acquisiscono spessore e potenziale analitico, accostate l’una all’altra : «Queste due ricerche tessono un rapporto e una connessione tra quello che è stato il passato del fascismo e il presente. Connessioni che sono importanti sia rispetto al meccanismo di inclusione differenziale, sia per l’utilizzo di alcuni metodi repressivi, come nel caso del foglio di via, già utilizzato in epoca fascista. Emerge il ruolo del confine non solo come frontiera, ma anche come strumento per rinegoziare le forme, le strutture e l’organizzazione della società, come dispositivo di controllo biopolitico della società».

Quindi, assieme ai nostri interlocutori, abbiamo cercato di definire il paesaggio sociale ventimigliese degli ultimi mesi : Quali presenze permeano lo spazio pubblico cittadino ? Quali attori sociali sembrano avere un ruolo nel definire le dinamiche socio-economiche a cavallo del confine ?

Per Lia, la risposta non può che iniziare da una costatazione durissima : « l’attore rimasto più importante e che tutto permea sono le mafie. Non è una situazione evidente che si può riconoscere andando a Ventimiglia qualche fine settimana, ma nel corso degli anni la consapevolezza è aumentata e appare evidente che i principali attori sociali siano influenzati da accordi che coinvolgono più forme di associazione a delinquere ».

Antonio aggiunge profondità a questa lettura: « Con il rarefarsi delle persone solidali, la percezione della presenza delle mafie, che ci sono sempre state, si è amplificata attraverso la conoscenza diretta ma anche in maniera indiretta, anche nei racconti di chi e più presente sul territorio. Un altro attore sociale rimasto e da sempre costante sul territorio di Ventimiglia, è costituito dalle forze dell’ordine. L’attività repressiva si esplica in maniere differenti ma prevalentemente tramite il trasferimento coatto, con frequenza settimanale, e la deportazione verso il Sud ».

Una lettura condivisa anche da Giulia, che sottolinea come anche la minor presenza di migranti contribuisca a rendere evidenti certi meccanismi : « forse anche perché c’è meno flusso, si vede più chiaramente quale sia il traffico : davanti alla stazione c’è sempre il gruppo che sta lì e chi scende dal treno sa già dove andare oppure loro lo vanno a prendere… poi, probabilmente tanti di loro sono anche poracci che cercano di svoltarsi la vita come possibile … è anche difficile dare un giudizio univoco : cioè, c’è chi è ‘ndraghetista o al soldo dell’ndraghetista e fa la tratta degli esseri umani ; altri, che magari sono lì da qualche mese e hanno visto lo spiraglio di possibilità per vivere ».

Lucio completa l’analisi, dando spazio a preoccupazioni che hanno a che fare con la complessità del fenomeno e la necessità di non cadere in giudizi univoci : « diciamo che, come diceva Giulia, vengono più allo scoperto e poi si nota di più la presenza di chi resta per qualche mese. Il problema è quanto questo faccia parte di un sistema. E’ una cosa che andrebbe analizzata e di cui bisognerebbe parlare cautamente, perché non si è certi di tutto, ma quel che immagino è che la ‘ndrangheta ventimigliese abbia trovato questo metodo per sfruttare gli ultimi, come al solito, come sullo spaccio e sul mettere in strada a vendere gli ultimi arrivati e più sacrificabili : la stessa cosa vale qui per i passaggi, per cui ci metto l’ultimo che è arrivato, che non ha un soldo per passare e gli dico « se tu mi garantisci dieci passaggi, poi quando ti trovi di là ti ritrovi pure qualche soldo in tasca ». Soldi che non sappiamo assolutamente quantificare. Vuol dire che criminalizzare un passeur oggi è più difficile rispetto al passato, perché è probabile che sia proprio quello con minor mezzi a finire a fare il passeur per racimolare qualcosa ».

La polizia porta al confine le persone catturate nelle retate in città, destinate ad essere deportate coi pullman RT verso Taranto. Ventimiglia, 2018

Lucio conclude dicendo che sicuramente la quotidianità della frontiera è in parte determinata da queste presenze, ma che tutto ciò si definisce all’interno di fenomeni più vasti. Fenomeni il cui impatto sulle vite delle persone sembra assolutamente differenziale, come osserva Giulia: « questo tipo di presenze e dinamiche per alcuni sono determinanti, per altri quasi invisibili ».

Il tema dell’invisibilizzazione apre il discorso alla presenza migrante, sempre più marginalizzata : « per il turista o il frontaliero che viene a comprare alcol e sigarette, in questo momento, la presenza migrante credo non incida in nulla nel suo passaggio a Ventimiglia » (Lucio). Per Giulia, l’ambiente sembrava molto diverso rispetto alle altre volte che era passata da Ventimiglia, « nel senso che, con la chiusura del campo informale, lo spazio pubblico era molto poco attraversato dai migranti, che stavano per lo più nel campo o comunque sempre nella zona di via Tenda ». Antonio, facendo riferimento a fasi attraversate negli ultimi anni, afferma : « Sono ritornati a rendersi meno visibili. L’invisibilità, probabilmente indotta dall’aumento dalla repressione, è aumentata. Pochi giorni fa, abbiamo visto i segni della presenza anche recente delle persone lungo il fiume, ma ne abbiamo incontrate poche. Dai racconti e dalle informazioni sembrerebbe che il passaggio attraverso la città sia molto più rapido. Non c’è più un luogo stanziale, a parte la Croce Rossa, dove le persone in viaggio possano fermarsi e organizzarsi. Ci sono dei gruppi di persone che sono in Italia già da tempo e si spostano da un confine all’altro alla ricerca di “lavoro”, per esempio legato al transito. In una situazione come questa i branchi di lupi che attaccano il gregge sono molto più evidenti ».

Ci chiediamo, quindi, cosa abbia contribuito a questa mutazione.

Il parere di Lia è che  « in merito al cambiamento degli attori sociali è stata determinante la repressione sui solidali, il fatto che siano stati allontanati e la carenza di partecipazione, non solo politica ma affettiva, elementare. Dalle persone che volevano l’abbattimento delle frontiera, alla Caritas, sono state tutte eliminate. Questo ha fatto sì che i vari tipi di sfruttamento, il traffico di esseri umani in genere, dal piccolo trafficante a quello che usa le donne per guadagnare, ad altri tipi di commercio di cui noi possiamo solo intuire le dimensioni, agiscano a nostro parere incontrastati, perché il territorio fondamentalmente non viene vissuto anche da altre persone. Se l’interesse umano è venuto meno, se anche l’interesse politico è venuto a mancare, l’interesse economico è quello che resta, o se ne va per ultimo. Per i piccoli trafficanti il passaggio di persone può costituire l’unica fonte di sopravvivenza. Ciò che spesso si sente ripetere è che noi abbiamo perso. Con “Noi” si intende le persone che hanno partecipato ai balzi rossi, che hanno partecipato ai campi informali del 2016 e che hanno continuato a rimanere sempre in minor numero anche nel 2017, fino a trovarsi oggi inermi di fronte a questa situazione pericolosa. E’ chiaramente pericoloso il fatto di non avere persone ben intenzionate per la strada, di non avere gruppi che possano aiutarsi, una presenza di compagni, di individui che vivano il territorio allo scopo di comprendere questo fenomeno, accompagnarlo, tentare di sviluppare delle strategie contro una situazione assurda e violenta, che non avrei immaginato di vedere sviluppata a questo livello. Questo è l’apice dell’iceberg di una situazione agghiacciante e ovviamente ci si chiede come ciò possa continuare a verificarsi sotto gli occhi di chiunque ». La repressione attuata sugli spazi di stanziamento autonomi è continuata anche dopo la manifestazione, con la chiusura con delle grate di quello che rimaneva del campo informale, facendo sì che il campo della Croce Rossa resti l’unica opzione praticabile per chi transita da Ventimiglia. Praticabile ma certamente non sicura: per Antonio si tratta di « un campo sperimentale, con  alcune delle caratteristiche tipiche dei campi di concentramento, lontano dalla città, difficile da raggiungere, permettendo, almeno teoricamente, un controllo dall’esterno. Ci è stato raccontato da più persone che i rastrellamenti vengono effettuati anche nella zona immediatamente antistante alla Croce Rossa ». Le condizioni del viaggio fino all’Italia, e poi della permanenza nei luoghi in cui questo viaggio trova le sue strozzature, si sono fatte, se possibile, ancor più complicate e dure negli ultimi tempi. Una costatazione, questa, che genera interrogativi importanti in chi, da anni, è a contatto con persone che decidono di partire: «Non sono attori sociali immediatamente comprensibili, perché, per quanto si cerchi di entrare in contatto con loro, non si capisce bene come questo fenomeno continui, nonostante la violenza e la repressione, quale sia esattamente la loro ricerca. Certamente c’è la sfida ad un ordine precostituito che impedisce di viaggiare liberamente, che non permette di chiedere un visto e andare dove si vuole. A parte chi ha avuto la famiglia sterminata dai Janjaweed in Sud Sudan e coloro che raccontano di un immediato rischio di vita, a volte cerchiamo di comprendere questo attore sociale, cercare di capire chiaramente come nasce l’idea del viaggio. Per esempio quando una ragazzina eritrea che va a scuola a un certo punto si mette d’accordo con le sue compagne. Si domandano e decidono «prima che ci mettano a fare il servizio militare a vita, perché non andiamo in Europa?». Le singolarità sono determinanti, abbiamo visto persone che lavoravano in Libia e non volevano andare via, ma per i casini successi lì sono dovuti scappare e partire verso l’Italia, perché era il primo paese disponibile, per poi andare ovunque, al di fuori di esso. Le situazioni sono singole, le ricerche sono varie e molto spesso la ricerca non è sovradeterminata dalla provenienza da un paese, è tutto molto complesso e la comprensione di questo fenomeno è qualcosa di importante, anche per noi» (Lia).

Ingresso a campo CRI nel Parco Roja: al container di polizia vengono controllate impronte e generalità delle persone che chiedono ospitalità. Ventimiglia, 2018

Il quadro ha decisamente delle tinte fosche, ma, nonostante le difficoltà, i solidali non sono scomparsi. Alcune presenze sono individuate unanimemente come particolarmente importanti, perché individuate come punti di riferimento, avendo, negli anni, assicurato la continuità di alcuni percorsi e azioni politiche. Delia in primis.  Si parla anche di quei solidali che sono sopraggiunti in loco proprio per motivi politici e la cui presenza si consolida nel corso del tempo. Tra questi, il Progetto 20k, che, con l’apertura dell’Infopont Eufemia, garantisce un luogo d’incontro e anche di avvicinamento per persone, o gruppi di persone, che arrivano a Ventimiglia con l’intenzione di attivarsi : un esempio, i vari gruppi scout che hanno iniziato a frequentare la zona.

Tutti d’accordo anche sul ruolo importantissimo di Kesha Niya, il collettivo internazionale che si occupa di distribuire pasti e viveri.

Antonio riassume le loro traiettorie : «un ruolo essenziale dal punto di vista del supporto al transito e dell’assistenza l’ha svolto Kesha Niya. Finché hanno potuto sono stati nei pressi dei campi informali sotto il ponte. Poi a causa del peggioramento della repressione e dell’arrivo del nuovo prete (che ha mostrato un’immediata avversione per il loro gruppo), si sono dovuti spostare. Al momento, dalle notizie che ci arrivano, sembra che siano al confine, dove alle persone che vengono respinte non vengono forniti cibo e acqua anche per molto tempo ».

Da oltre frontiera, vengono citati gli abitanti della Val Roya, riuniti nell’associazione Roya Citoyenne, e altri cittadini francesi, riuniti intorno a gruppi islamici che effettuano sostegno al transito tramite fornitura di beni di prima necessità ormai da anni. Proprio nel riannodarsi di un confronto con Roya Citoyenne, Lucio vede un segnale positivo: «anche se vessati e costretti a vivere in un territorio militarizzato tutto l’anno, partecipano a degli incontri per discutere di un’azione solidale congiunta. Anche perché poi si è visto che dopo il corteo del 14 luglio uno spiraglio politico, una considerazione in più anche da parte di questi attori sociali c’è: diciamo che l’impressione è che oltre ad essere per la prima volta considerati come un soggetto politico dagli attori istituzionali, anche con gli altri solidali c’è stato una nuova spinta al confronto e per fare progetti assieme». Infine, vengono nominate quelle persone che, singolarmente o in piccoli gruppi, si impegnano per sostenere il transito delle donne e gli avvocati che, senza riuscire a garantire una grande continuità, cercano di contribuire con le loro competenze professionali.

Gabriele, attento alle relazioni tra i diversi attori sociali per finalità di ricerca, ha un’opinione leggermente differente e osserva che le numerose realtà ancora presenti restano piuttosto «divise, lontane una dall’altra, senza coordinamento. In realtà so che c’è un tavolo di coordinamento, ma la dispersione rimane comunque grande su questo territorio di confine, un confine che è il limes tra gli stati ma anche un dispositivo potentissimo che rimette in discussione tutti i significati».

Chi sembra uscito di scena, o comunque molto meno presente che in passato, sono le ONG. Per Lia: «Il tempo delle ONG è un po’ passato. Non ci sono più i medici che avevano tentato di fare l’ambulatorio anche all’esterno, nel campo informale del fiume Roya. Credo ora facciano alcune ore di ambulatorio al giorno nella sede della Caritas. Tutto quello che girava intorno alla Chiesa delle Gianchette. come l’alimentazione e l’assistenza medica, ora credo si svolga presso la Caritas». Una presenza, quindi, valutata come discontinua e poco incisiva:

«Poi le ONG hanno dei pezzetti che si pigliano, con alcuni di noi hanno collaborato, ci sono delle individualità positive, ma anche le ONG non è che facciano un lavoro strutturale e strutturante, fanno raccolta dati quando va bene e quando ci sono, però non è cambiata rispetto agli anni scorsi : continuano a non esserci i medici …»(Giulia) . «Poi è chiaro, se non ci investono dei fondi….loro sono persone che lavorano e se sono in uno due… non possono fare molto altro che monitorare…» (Lucio). Vengono menzionate altre associazioni, che non hanno mai smesso di partecipare al sostegno alle persone in viaggio, come Popoli in Arte, che collabora all’esistenza dello spazio Info point gestito dai 20k.

Un’osservazione di Antonio obbliga a considerare il ruolo degli attori economici ufficiali e delle istituzioni: «secondo me uno degli attori sociali è anche il servizio di trasporto locale (la Riviera Trasporti) che ha appianato il proprio debito tramite questo tipo di attività che noi paghiamo e che ha un costo molto alto per persona. Questo rientra nel discorso dell’industria legata allo sfruttamento. Diventano oggetti di un trasporto forzato pagato da noi».

Pullman della Riviera Trasporti, dedicati alle deportazioni delle persone migranti. Ponte S.Luigi, Ventimiglia, 2018

Quindi, «lo Stato sembra assente o presente solo a livello repressivo, ma probabilmente partecipa anche nel regolare i commerci che derivano dal transito e dalle deportazioni. Il campo della Croce Rossa ha costituito, dall’estate scorsa, l’unico luogo di permanenza esistente. Per l’accordo con lo Stato, la Croce Rossa incamera soldi per l’acquisto del cibo, la gestione e la costruzione delle strutture» (Lia).

Questa ambiguità della presenza istituzionale, tra militarizzazione e repressione, da una parte, e assenza di politiche strutturali e tangibili, viene sottolineata anche da Lucio: « a me è sembrato che ci sia un grosso vuoto : nonostante la presenza militare costate. Ad esempio, il sindaco sembra già in campagna elettorale, per maggio/giugno o quando saranno le amministrative. Tant’è vero che durante la preparazione del corteo, lui che cercava di ostacolarne lo svolgimento, ha detto apertamente « noi su questo tema ci giochiamo la rielezione ». Allora i continui proclami che sta facendo, la presenza a Milano la scorsa settimana (al corteo contro l’incontro Salvini-Orban, n.d.r.) dicono questo: di base non fa nulla, quando c’è la notizia, il gossip, il tema, allora prende parola, ma il tutto è sempre teso a cercare di farsi credito, mentre non pratica nessuna politica istituzionale». Giulia aggiunge: «sembra proprio che stia funzionando la marginalizzazione totale, nel senso che, anche in negativo, non ho visto grande accanimento, se non da parte della polizia soprattutto francese (perché comunque, tramite i monitoraggi, si è visto che ogni giorno succede il peggio del peggio su quei treni). A livello politico istituzionale c’è un vuoto perché l’obiettivo è quello di invisibilizzare : tu non esisti, io di te non parlo neanche.

Baracche bruciate dalle persone migranti lungo il fiume Roja per protestare contro lo sgombero dell’ultimo campo informale. Aprile 2018

E ora che non c’è il campo informale ecc., sono talmente lontani dalla città che il turista potrebbe anche non accorgersi di niente, potrebbe anche sembrare una cittadina qualunque, borghese ecc». La lettura data da Antonio ci permette di valutare le attuali posizioni dell’amministrazione locale in quanto conseguenza di una linea politica scelta, e perseguita, dal 2015: «A livello di amministrazione locale a Ventimiglia c’è un sindaco del PD che è rimasto tale sin dall’inizio, quindi non è cambiato niente. Alle prossime elezioni vincerà probabilmente la Lega, in continuità naturale con le politiche portate avanti fino ad oggi. Ciò rappresenta la fine di questo percorso di imbarbarimento. Dall’inizio c’è stata una sinergia completa tra l’attività repressiva poliziesca e l’amministrazione locale. Per non peggiorare i contrasti con la popolazione locale e le situazioni di disagio evidente delle persone che dormono in strada bastava veramente poco. Bastava un accesso diretto all’acqua potabile, che adesso di nuovo non c’è più, i servizi igienici e una raccolta dei rifiuti. Se avesse fornito queste tre condizioni sarebbe stato differente e avrebbe avuto costi sicuramente inferiori a quelli delle deportazioni e delle periodiche “pulizie” del greto del fiume. Si lasciano vivere le persone nelle condizioni peggiori poi, quando la situazione è arrivata a un limite non più valicabile, arrivano le ruspe a distruggere e togliere tutto. Questa è una politica a mio avviso folle, anche dal punto di vista economico».

Una strategia che, comunque, sembra aver quantomeno rabbonito il dissenso di alcuni abitanti: «In passato ci sono state manifestazioni contro la presenza dei migranti e spesso delle grandi discussioni con gli abitanti del quartiere delle Gianchette, che mostravano evidentemente il loro essere contrari o molto critici, anche piuttosto aggressivamente, alla presenza delle persone in viaggio o almeno alla modalità con cui questa cosa veniva gestita. Dal momento che ora le persone migranti non sono più raggruppate di fronte alle loro abitazioni, questo fenomeno mi sembra sia venuto meno. Non ci sono più manifestazioni, né rimostranze così frequenti. Ogni tanto prima si vedevano dei manifesti lungo la strada con scritte come “Basta degrado” “Ventimiglia libera”, ora non più» (Lia).

Ovviamente, anche la cittadinanza, a ben guardare, esprime posizionamenti differenziati e, secondo Giulia, qualche individualità tra gli abitanti manifesta interesse, «soprattutto portando cibo e vestiti … di certo non si tratta di masse…».

… To be continued …

Picnic contro la frontiera: una giornata di protesta a Sospel

Nella mattinata e nel pomeriggio di Domenica 18 Novembre decine di abitanti del territorio di confine tra Ventimiglia e la Val Roja hanno organizzato nel villaggio di Sospel alcuni momenti di informazione e un picnic contro la frontiera, la sua violenza e le sue conseguenze. Riceviamo e volentieri pubblichiamo il resoconto della giornata di protesta e il testo che è stato volantinato nelle strade di Sospel.

 

Domenica 18 Novembre a Sospel una trentina di abitanti delle valli transfrontaliere hanno rotto il silenzio sulla militarizzazione del territorio e sulle morti, più di 20, che tali politiche securitarie hanno causato. In mattinata si è svolto un volantinaggio nelle vie del paese per comunicare quanto sta accadendo e raccontare la concretezza dell’espressione «la frontiera uccide».

Durante il volantinaggio nelle bacheche pubbliche del paese è stata affissa la lista delle 21 morti documentate sulla frontiera di Ventimiglia e delle Alpi Marittime dal 2016, di ciascuna è spiegata la causa e il luogo della morte.

Successivamente le/i partecipanti si sono ritrovate/i per un pic-nic in un prato che si affaccia sul check-point fisso di Sospel, per denuciarne la presenza e disturbarne la routine del controllo. Durante tutto il pic-nic ogni controllo dei veicoli di passaggio in questo incrocio, che mette in collegamento la Val Roya col resto delle Alpi Marittime, è stato accompagnato dal suono di trombette di carnevale e da slogan contro la frontiera. «plutot chomeur, que controleur» , «moins des militaires, plus des sorcieres» , « la frontière tue, honte à ses guardian»1 gli slogan più cantati.

Alla fine del pic-nic mentre si allontanavano tutte/i le/i partecipanti sono state/i fermate/i e identificate/i dalla gendarmerie.

Resta la convinzione che di pic-nic come questo ce ne vorrebbero 100 o 1000 e che la prossima volta saremo di più.

1 «piuttosto disoccupati che controllori» , « meno militari, più streghe», «la frontiera uccide, vergogna ai suoi guardiani»

Momenti del picnic di protesta contro il confine e la militarizzazione della frontiera- Sospel- Domenica 18 Novembre
Sospel, una delle bacheche del paese in cui è stato affisso l’elenco delle persone decedute a causa della chiusura del confine italo francese dal 2016 a oggi

 

Di seguito, il testo che è stato volantinato per informare le persone sulla situazione lungo la frontiera italo-francese.

 

LA FRONTIERA UCCIDE, BASTA ALLA MILITARIZZAZIONE!

La frontiera di Ventimiglia è chiusa ormai da giugno 2015, ma è a partire dal 2016 che la militarizzazione di tutto il territorio frontaliero diventa massiccia ed invasiva. La prima diretta conseguenza di questa politica di militarizzazione sui due lati della frontiera è la morte di oltre 20 persone. Queste morti non sono conseguenza del caso, ma dei quotidiani respingimenti che costringono le persone a esporsi a rischi crescenti nel tentativo di attraversare il confine.

All’Europa oggi evidentemente non bastano nè gli hotspot (centri di prima identificazione voluti dall’UE nei paesi di primo approdo), nè gli accordi infami sottoscritti con governi autoritari come la Turchia, l’Egitto o le due Libie in guerra tra loro. Di sicuro non bastano le migliaia di persone morte nel Mediterraneo come nelle altre frontiere interne ed esterne. Il ritorno di rigurgiti sovranisti e populisti si sposa con il sogno tecnocratico di Bruxelles laddove ciò a cui aspira è il controllo delle popolazioni indesiderate. Nei sogni degli uni e degli altri le strade devono essere ripulite e le persone selezionate, che questo avvenga per la purezza della razza o per la valorizzazione del centro storico cittadino il succo non cambia.

Un sogno totalitario quindi, che vediamo svolgersi con copioni simili a Ventimiglia come a Claviere o al Brennero. Luoghi di frontiera e di turismo, in cui non vengono risparmiate brutalità e violenze pur di garantirsi un discreto, ma mai totale, controllo della situazione. Il copione tipo prevede una militarizzazione del territorio di cui le popolazioni locali restano passive spettatrici. Ecco, da questo ruolo di spettatori è necessario smarcarsi, è di nuovo il momento di prendere parola contro la frontiera e la sua militarizzazione.

Diverse mobilitazioni si stanno costruendo nelle località di frontiera dell’arco alpino, da qui fino a Trieste. Nelle valli Roya e Bevera da ormai due anni i check-point si moltiplicano e la presenza di militari armati sui sentieri, cosi come nelle strade dei paesi, è la norma. Noi non vogliamo vivere in silenzio in un territorio determinato ormai dalla militarizzazione e dai controlli razziali. Che questi controlli avvengano nelle nostre valli, nelle città o al di là del Mediterraneo resta il fatto che la presenza dell’esercito e delle forze di polizia costruisce e ricostruisce frontiere ovunque, e nessuno è più al sicuro in un mondo così pieno di sbirri.

Basta morti di frontiera, qui e altrove!

Basta militarizzazione!

 

Le vie del signore sono finite – Ventimiglia 10/11 Novembre

Le vie del signore sono finite.  Ventimiglia 10/11 Novembre

 

“Esco dalla stazione. Piove, e la pioggia mi accompagnerà per tutto il fine settimana. Nessuna divisa sui binari e nella piazza antistante. Un gruppo di 6 ragazzi ed una ragazza di apparente provenienza mediorientale parlano con un giovane della croce rossa monegasca.

Passo oltre e raggiungo il bar di Delia. Come sempre è gentile ed accogliente. Una mente critica con un cuore d’oro. C’è un ragazzo proveniente da Milano, della Costa d’Avorio, che ci ascolta un pò sorridendo e poi esce con le ciabatte ai piedi. Delia mi dice che purtroppo ha finito le scarpe. Molte persone, anche famiglie assai numerose, sono passate da lei per indumenti e coperte essendo anche chiuso l’infopoint di via Tenda. Infatti Eufemia ha subìto un danno alla saracinesca, speriamo non doloso, che costringe il gruppo 20K a tener chiuso questo spazio per almeno una settimana. Arriva un giovane ragazzo sudanese che ha richiesto il permesso di soggiorno e fa volontariato. Delia dice di essere preoccupata per una ragazza nigeriana con una bimba di età inferiore a 1 anno che si era allontanata dal bar il giorno prima con alcune persone, apparentemente appena conosciute. Il ragazzo racconta che, incontrata per strada, l’ha accompagnata alla croce rossa per avere un pò di riparo, in tutti i sensi. D’altra parte non esiste alcuna alternativa su questo territorio per una donna.

 Intanto continuano le deportazioni: l’ultima giovedì con il classico pullman che arriva in città all’alba, ora delle attività indicibili.   Esco dal bar e mi dirigo verso via Tenda. Ci sono un discreto numero di ragazzi per strada. Molti, oltre ai ragazzi africani, provengono dal Medio Oriente o Oriente. Altre persone già più volte incontrate, diciamo stanziali, sono sedute nei bar della via, prima del passaggio a livello. Intravedo persone che escono da recessi dall’altra parte del fiume e percorrono il ponte. Sono indeciso, penso che il mio eventuale arrivo e la domanda: “Have you any health problem? I am a medical doctor”, sia più un’intrusione che un aiuto, in una situazione come questa. Ci penserò domani con la luce.

Scritte di alcune persone migranti lungo la strada per il campo della Croce Rossa

 

Il blindato dei carabinieri staziona nel parcheggio antistante alla chiesa. La chiesa offre uno spettacolo pietoso, una iconografia dell’intervento attuale della chiesa in questo territorio: un cartello di divieto di sosta davanti ad una transenna che impedisce la sosta e l’entrata nella chiesa. Forse il motivo è un altro, ma è una chiara immagine dell’avversione nota da parte del parroco attuale nei confronti delle persone in transito.

L’esperienza di don Rito, nonostante i limiti, era punto di riferimento per donne bambini e famiglie. La conseguenza è stata che don Rito è stato ringraziato dal vescovo per il suo impegno spedendolo a prestar servizio a San Biagio, Soldano e Perinaldo, posti spersi tra i monti. Le donne, i bambini e le famiglie hanno ora la sola possibilità di stare nel campo Roja in condizioni di promiscuità illogiche oltre che illegali. D’altra parte mi viene detto come il vescovo Suetta non nasconda le sue franche simpatie leghiste. Un’amica solidale evidenzia, inoltre, come in questa istituzione per sua stessa natura gerarchica, le parole del capo, papa Francesco, vengano completamente disattese nel territorio di Ventimiglia.

Chiesa di Sant Antonio alle Gianchette, Ventimiglia

 

Raggiungo il cimitero con una pioggia battente. Insieme a me una decina di persone aspetta la distribuzione del cibo nel parcheggio antistante. Verso le 19.00, dopo che si era verificato anche l’allagamento della strada e del parcheggio, vado ad incontrare un’amica solidale. Dopo quasi un’ora torno, non c’è nessuno, solo alcuni poliziotti. Spero che siano almeno riusciti a dare il cibo. Ritornando in via Tenda vedo molti ragazzi lungo la via con bagagli e zaini.

La mattina dopo incomincio il percorso dalla spiaggia. Incontro un gruppo di ragazzi nigeriani, circa una decina, con una giovane ragazza rumena. Hanno dermatiti e malattie da raffreddamento. Li visito e consegno loro alcuni farmaci, poi mi chiedono qualche antidolorifico per vaghi dolori, penso che la richiesta faccia riferimento ad una situazione di dipendenza. Continuo la mia strada. Vicino al ponte della ferrovia incontro alcuni ragazzi provenienti dall’altra riva, chiedo loro se hanno o se conoscono qualcuno che ha problemi di salute. La risposta è negativa. Scendo lungo il fiume, noto almeno 4 giacigli protetti dal ponte e due persone che riposano, nonostante la presenza del blindato della guardia di finanza. Tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine che incontro nei presidi hanno il viso illuminato costantemente dai cellulari.

Scorcio sui container dalla recinzione del campo CRI

Raggiungo la riva del fiume in piena, vedo coperte tra gli alberi, ma non persone. Proseguo verso il Campo Roja.

Ogni volta che faccio questa strada, sento la fatica e mi rendo conto della violenza insita nella scelta di questo luogo. Il campo si è ulteriormente ampliato. Sento le voci dei bambini, spero che vada tutto bene. Ho notizie di famiglie numerose che dopo 2 notti si sono allontanate per rimanere alla stazione fino alla partenza. Incontro e visito 2 ragazzi curdo/iracheni che vivono in prossimità del campo Roja. Ritorno verso la stazione. Mi fermo a pranzo lungo via Tenda. È stato aperto un nuovo locale da parte di un ragazzo che avevamo incontrato già varie volte. Ci aveva preannunciato il desiderio di aprire un locale, avendo i documenti ma non un lavoro. Ci riconosciamo e ci salutiamo, mangio bene, in una stanza dove sono l’unico occidentale. Prendo alla fine il treno di ritorno.

Quello che si nota a mio avviso è, nella estrema variabilità degli eventi, la progressiva polverizzazione delle persone. Mi chiedo quanto sia profonda la consapevolezza di far parte di una lotta di un gruppo di persone che aspirano ad una libertà comune, quella di potersi muovere. Questa lotta sembra progressivamente sgretolarsi sotto i colpi della repressione locale, nazionale e internazionale.

Coerentemente con l’affievolirsi della partecipazione politica, anche negli incontri accademici e nei testi recentemente pubblicati viene spesso rimossa tutta la prima esperienza dell’occupazione dei Balzi Rossi e dei campi informali del 2016, dove la coscienza di gruppo era espressa dai protagonisti e le loro decisioni raggiunte attraverso procedure assembleari. Nulla a che vedere con l’ultimo campo informale del 2018 , area di prevaricazione, violenza e tratta, che ho sentito enfatizzare recentemente.

La memoria ad oggi è quello che ci rimane, è auspicabile che non sia forzata da chi la racconta.

Antonio Curotto

Per il bar Hobbit. Avamposto d’umanità

Da diversi giorni è partita la campagna di raccolta fondi per il bar Hobbit di Ventimiglia: non un  esercizio commerciale qualsiasi ma  un avamposto di solidarietà e  umanità reso possibile grazie a Delia, la donna corraggiosa e generosa che lo gestisce, e alle persone che in questi anni la hanno supportata.

In un luogo come  la città di confine di Ventimiglia, dove il razzismo istituzionale e culturale la fa da padrone, dove la repressione poliziesca ha spezzato le lotte e le resistenze di chi ha a cuore la libertà, l’uguaglianza e la dignità di tutte e tutti, dove con la complciità delle istituzioni e la connivenza di una parte della popolazione autoctona le mafie e la criminalità organizzata si arricchiscono sulla pelle delle persone in viaggio in condizioni di debolezza e difficoltà, il bar di Delia rappresenta non solo una resistenza ma la prefigurazione di un mondo diverso, fatto di un’umanità capace di dare un senso nuovo e vero a questa parola.

Le difficoltà economiche in cui versa il bar Hobbit sono il segno evidente di come il profitto e l’arricchimento siano impossibili  qualora si scelga di andare contro alle logiche imposte dal sistema ingiusto in cui viviamo.

Delia vessata, insultata, discriminata, boicottata: perché Delia non si è piegata alla logica del profitto fondata oggi sulla legittimazione di un nuovo  schiavismo, di una nuova società coloniale.

Delia sostenuta, supportata, circondata di persone che hanno a cuore la costruzione di un mondo diverso e la fine delle ingiustizie sociali  tremende che a Ventimiglia si mostrano in tutta la  loro crudezza.

Sostenere lo spirito del bar Hobbit è possibile con una donazione in denaro, ma soprattutto portando il bar Hobbit in ogni città, in ogni territorio, organizzando iniziative popolari, collettive, sociali. Per raccontare Ventimiglia, raccontare i dispositivi di confine, la violenza, il razzismo di stato ma anche del mondo diverso che  con la sua umanità degna  faticosamente lotta contro l’opressione del mondo dei confini  e dei profitti per pochi costruiti sulla sofferenza, l’umiliazione e lo sfruttamento di troppi.

Viva il bar Hobbit, Viva Delia, contro ogni frontiera, contro ogni razzismo, invitiamo tutte e tutti a sostenere e diffondere la campagna.

Di seguito il link e il comunicato di lancio della campagna di raccolta fondi.